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L'annuncio del vangelo del Regno oggi

Senza oro né argento e a tavola con i peccatori

sintesi della relazione di Giuseppe Ruggieri
Verbania Pallanza, 16 marzo 2013

Riprenderò in gran parte le cose dette in occasione del quinto incontro de "Il Vangelo che abbiamo ricevuto", tenutosi a Brescia lo scorso ottobre su "Il Regno di Dio è vicino". Non ho cambiato opinione in questi mesi, anche se l'elezione del nuovo papa induce ad avere uno sguardo meno pessimista. Proprio la scelta significativa e impegnativa del nome di Francesco sembra suggerire nuove prospettive. Vi parlerò del testamento di Francesco, proprio perché in quel testo si affronta il vero problema, quello del rapporto ricco di tensioni tra vangelo e chiesa, tra forma del vangelo e forma della chiesa.

credere nel vangelo

Riallacciandomi a quanto ha già detto Rinaldo Fabris in un incontro precedente ricordo sinteticamente che il vangelo di Marco riassume la predicazione di Gesù di Nazareth con queste parole: "Il tempo è compiuto, il Regno di Dio si avvicina, ritornate (preferisco utilizzare il termine "ritornare" rispetto a "convertire", perché più fedele alla lingua aramaica parlata da Gesù) e credete nel vangelo.
Si presti attenzione al fatto che nella predicazione di Gesù non è detto di credere in Dio e neppure di credere in lui. L'oggetto della fede per Gesù è il vangelo, cioè la notizia che lui dà dell'approssimarsi del Regno di Dio in mezzo a noi. Al di là delle sfumature delle possibili traduzioni risulta chiaro che la fede ha come suo oggetto il vangelo, quello che Gesù ci ha detto: l'annuncio gioioso che Dio sta per instaurare il suo Regno nella vita degli uomini e delle donne.
E Gesù invia i discepoli, che hanno accolto il suo annuncio e lo hanno seguito, a predicare anch'essi il vangelo con gli stessi suoi poteri, con quei gesti potenti, di cui vi ha parlato Rinaldo Fabris: guarire dalle malattie, scacciare i demoni.
Occorre ancora sottolineare che un tratto, uno stile essenziale della predicazione del vangelo sia per Gesù che per i discepoli, fu la povertà. "E ordinò loro che oltre al bastone non prendessero nulla per il viaggio, né pane, né bisaccia, né denaro, nella borsa, ma calzati solo i sandali non indossassero due tuniche" (Mc 6,8-9). Il vangelo non ha bisogno di nulla. Ha bisogno solo di essere annunciato. Paolo darà poi una particolare enfasi a questo aspetto, fino a farne la manifestazione della vita trinitaria: "Da ricco che era si fece povero per noi" (2Cor8,9), oppure: "essendo nella forma di Dio, svuotò se stesso prendendo la forma di schiavo" (Fil2,6-7).

dal vangelo di Gesù al vangelo su Gesù

Invece, la comunità primitiva, dopo la resurrezione, fece del vangelo predicato da Gesù il vangelo su Gesù, per evidenziare il ruolo decisivo che ebbe Gesù di Nazareth nella venuta del Regno. Nonostante questo slittamento, il contenuto ultimo del lieto annuncio, cioè dell'avvento di Dio nella storia degli uomini e delle donne, e soprattutto il carattere di gioia di questo annuncio, restò identico. In altri termini, se la predicazione della Chiesa fosse soltanto una predicazione su Gesù Cristo, ignorando che è il Padre di Gesù colui che adesso mediante Gesù avvicina a noi il suo Regno, sarebbe una predicazione infedele perché il racconto perderebbe il suo soggetto. Il soggetto infatti è il Padre, Dio, che agisce mediante il Figlio. Nella misura in cui il racconto del Regno perde di vista il soggetto dell'azione, cioè Dio, che agisce mediante il Cristo risorto e il suo Spirito, esso viene adulterato, diventa un altro vangelo, non quello che abbiamo ricevuto.

il silenzio attuale sul vangelo

Eppure nella congiuntura attuale sembra dominare il silenzio su questo vangelo, che andrebbe invece recuperato in tutta la sua profondità. È ignorato questo vangelo anche nella recente discussione pubblica sugli scandali nella chiesa, sulle divisioni della curia romana, sul comportamento dei preti pedofili. Se i problemi della chiesa fossero solo questi, basterebbe un papa giovane e forte che facesse un po' di pulizia, magari con l'aiuto di qualche collaboratore con un po' di talento da poliziotto. Il problema è invece ben più grave, è quello del vangelo che non risuona più.
Anche l'esasperazione della predicazione morale con in cosiddetti valori non negoziabili che domina oggi nella chiesa contribuisce a celare il vero problema del vangelo. Il vangelo di Gesù sposta l'attenzione dai valori dell'uomo e della donna all'uomo e alla donna concreti, offrendo loro l'unico valore davvero assoluto e non negoziabile: l'amore del Padre che ama ogni uomo e ogni donna nella condizione in cui sono di fatto.
Gustavo Zagrebelsky, in un recente incontro pubblico che ho avuto con lui, sosteneva che non esiste una verità che possa essere imposta a tutti. «Dipende - interloquii - da cosa si intende per verità. Se la verità sono i valori non negoziabili, o anche le stesse formule dogmatiche, lei ha perfettamente ragione, ma se la verità è il vangelo, cioè l'amore del Signore offerto ad ogni uomo e a ogni donna, mi può dire lei perché io devo pensare che questo non sia rivolto a tutti? Ha un motivo lei per dirmi che io devo escludere qualche uomo e qualche donna dal dirgli: "Il Signore ti vuole bene"?» È diffusa purtroppo una mentalità sbagliata anche per effetto della predicazione della Chiesa, la quale si trincera dietro ad alcune formulazioni di verità dogmatiche, di verità etiche, ignorando il loro carattere secondario, il loro carattere relativo nell'incontro con il Signore. L'effetto di queste esasperazioni è la perdita di vista da parte della Chiesa attuale dell'orizzonte del vangelo, a favore di una concentrazione sul rafforzamento della Chiesa, sul rafforzamento della fede dei cristiani.
Esemplare a questo riguardo l'omelia dell'allora cardinal Ratzinger, tenuta il 18 aprile 2005, durante la missa pro eligendo pontifice:
"Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all'altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all'individualismo radicale; dall'ateismo ad un vago misticismo religioso; dall'agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull'inganno degli uomini, sull'astuzia che tende a trarre nell'errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare "qua e là da qualsiasi vento di dottrina", appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie"
È da 200 anni che si dicono le stesse cose. La differenza rispetto a Pio IX non è nella diagnosi, ma semmai nella soluzione. Per tutto l'800 fino a Pio XI la soluzione era intravista nella restaurazione del potere della Chiesa, dato che il vizio di fondo dell'era moderna in questa visione era la negazione del principio di autorità. Ratzinger invece, nel famoso colloquio con Habermas, sostiene l'esistenza di gruppi, di minoranze creative, che sanno agire nella società, in dialogo con la neutralità laica moderna.
Anche nella lettera Motu proprio, con cui Benedetto XVI ha indetto l'anno della fede (Porta fidei), il tema del vangelo del Regno predicato da Gesù non svolge alcun ruolo nella concezione della fede. È solo accennato, ma risulta marginale.

una lunga storia di oscuramento

Il Regno che si avvicina è praticamente assente in tanti discorsi che si fanno sull'evangelizzazione.
Del resto, l'oscuramento del vangelo del Regno è di lunga data nella storia della Chiesa, e soltanto in alcune epoche si ridesta l'attenzione dei cristiani verso la predicazione del vangelo del Gesù storico. Un momento privilegiato di questo ridestarsi della fede della Chiesa nel vangelo predicato da Gesù sono senz'altro stati i secoli XII, XIII, e parte del XIV. È facile per tutti ricordare il nome di Francesco, ma non bisogna dimenticare i tanti movimenti e le figure che segnarono, spesso in maniera traumatica, la vita della Chiesa in quei secoli. In tempi più vicini a noi, negli anni intorno alla seconda guerra mondiale, anche se c'è un'incubazione di lunga data che parte dalla fine dell'800, il richiamo del lieto annuncio del Regno ai poveri si è risentito forte nella Chiesa cattolica e ha trovato un'eco fievole, ma decisiva, nel Vaticano II.
A quel richiamo però è subentrata la normalizzazione ecclesiastica e istituzionale, soprattutto in America Latina, dove sono stati messi a tacere i fermenti evangelici che sembravano rinnovare il volto di quelle Chiese. La normalizzazione è stata attuata sia mediante la condanna della Teologia della Liberazione, accusata di usare l'analisi marxista della società, sia soprattutto con una politica di repressione attuata mediante le nomine episcopali. Durante il papato di Wojtyla, a differenza del papato di Paolo VI, furono scelti vescovi appartenenti ai movimenti contrari alla Teologia della Liberazione. Famoso il cardinal Cipriani, che girava per Lima con le guardie del corpo. Queste nomine provocarono una rottura dell'unità dell'episcopato latinoamericano. Fu una vera e propria politica terribile di divisione introdotta all'interno delle chiese, molto più grave della stessa condanna teorica della Teologia della Liberazione.
E suona davvero amara la confessione del cardinal Martini nel suo libro di confidenze e confessioni "Conversazioni notturne a Gerusalemme": "Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo. Sognavo che la diffidenza venisse estirpata. Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni".

limiti della contestazione: riscoprire la forza del vangelo

E io noto anche un'altra cosa. Anche in quelli che si richiamano almeno nella loro prassi alle istanze del vangelo, spesso non si ha la piena consapevolezza della grandezza del vangelo di Gesù. Lo stesso linguaggio della contestazione o della denuncia che viene usato non aiuta. Non aiuta a capire il valore originario del vangelo di Gesù di Nazareth. Prevale spesso la protesta (legittima) per le inadempienze della chiesa gerarchica, soprattutto nell'attuazione del concilio, ma non si trova il respiro ampio e sovrano - perché il Regno di Dio è sovrano - del vangelo. È, questo, un vero problema. Penso che tutti soffriamo molto per il ritardo dei 200 anni, come ha detto sempre il cardinal Martini, di questa chiesa rispetto alle istanze della storia dove si fa presente il Regno che noi dovremmo annunciare. La soluzione non è il rimprovero o la lamentela verso la chiesa gerarchica, ma la riscoperta in primo luogo per noi stessi della forza del vangelo che abbiamo ricevuto. Un vangelo che è più grande della Chiesa e che la trascende. Il vangelo infatti non è rivolto alla Chiesa. Il vangelo è rivolto agli uomini e alle donne che ci sono nel mondo. Non è in primo luogo l'invito a entrare nella Chiesa, come cercherò di chiarire.
Il vangelo patisce continuamente violenza, dice Matteo (11 e 12), come è accaduto nel destino di Giovanni il Battista e di Gesù. E ci sono i vari violenti della storia che cercano di toglierlo di mezzo. Sarebbe grave per noi cristiani partecipare a questo atto di violenza nei confronti del vangelo, mentre dovremmo accoglierne la sua forza dirompente.
Una delle cause principali del silenzio sul vangelo è data dal fatto che la Chiesa è troppo preoccupata di se stessa, del suo riconoscimento da parte degli uomini, del suo ruolo nella società. Ma il vangelo, il lieto annuncio della presenza di Dio nella vita degli uomini e delle donne, trascende la Chiesa, è dimostrazione dello Spirito e della sua potenza (1Cor2,4), non mezzuccio per l'autoaffermazione del proprio ruolo fosse pure quello dell'istituzione ecclesiale. Quando invece del vangelo del Regno e della grazia sovrana di Dio, che ci ama mentre siamo ancora peccatori, i cristiani e la Chiesa tutta si rifugiano nelle strategie intelligenti, nell'attivismo furbo volto alla conquista del consenso, quando vogliono aggiungere qualcosa alla conoscenza del crocifisso, allora abbiamo quella che don Dossetti chiamava, riferendosi alla gerarchia, la "mancanza di fede operante".

Gli inizi della chiesa e la sovranità del vangelo.

Cerchiamo ora di chiarire il problema della sovranità del vangelo così come si pose agli inizi della chiesa.
Paolo, ad esempio, fa un'esperienza unica e straordinaria, ricevendo il vangelo non dagli apostoli, ma direttamente da Dio. Tutto questo costituisce un motivo di grande libertà per Paolo, il quale peraltro vuole essere in comunione con gli altri apostoli, come nel caso del conflitto sul metodo di predicazione agli ellenisti. Il rischio per Paolo è di avere la presunzione di poter tutto dire e fare nel nome dello Spirito e dei doni ricevuti. Se Gesù risorto è presente e operante nella comunità mediante lo Spirito, allora è sufficiente ascoltare lo Spirito del Risorto che ci è stato dato, per sapere quello che Dio vuole da noi.
L'autore del quarto vangelo, che scrive alla fine del secolo primo (quasi cinquantanni dopo i primi scritti di Paolo), sapeva di questo rischio, e per questo lega l'insegnamento dello Spirito alla testimonianza di Gesù: non si può slegare quello che oggi fa la comunità da quello che era accaduto in Gesù di Nazareth: "Quando però sarà venuto lui, lo Spirito di verità, egli vi guiderà in tutta la realtà, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito e vi annuncerà le cose a venire. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annuncerà. Tutte le cose che ha il Padre sono mie, per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annuncerà".
Questa formulazione della fine del primo secolo era già stata anticipata da soluzioni più concrete a partire dagli anni 70, con la produzione da parte della chiesa di un nuovo genere letterario. Prima di questa data il ricordo di Gesù era legato a raccolte dei gesti e delle parole di Gesù, utilizzate dai predicatori e dai catechisti. Gli evangelisti raccolsero tutto il materiale che circolava nelle prime comunità cristiane riguardante ciò che Gesù aveva fatto e detto, lo rielaborarono in un tessuto unitario, dando origine al genere letterario dei vangeli, che si affiancò al genere epistolare (lettere di Paolo, di Giovanni, di Pietro...). Si afferma così la continuità con il Gesù storico: quello che oggi predichiamo, quello che lo Spirito ci suggerisce deve essere in continuità con quello che Gesù ha detto e ha fatto. Noi conosciamo il vangelo di Gesù solo tramite i sinottici. Non lo conosciamo da Paolo, non lo conosciamo da Pietro. Ecco perché nella tradizione cristiana i quattro vangeli sono considerati il fondamento stesso del nuovo testamento.
La chiesa primitiva si accorse dell'importanza di ricostruire quello che Gesù aveva detto e fatto, al fine di evitare facili letture false o arbitrarie.
La storia è ricca di insegnamenti a questo proposito, sulla facilità di letture arbitrarie. Nonostante la parabola della zizzania dica esplicitamente di non estirpare l'erba cattiva per non correre il rischio di eliminare quella buona, tutti i concili ecumenici, ad eccezione del Vaticano II, l'hanno letta come un invito a estirpare gli errori. Se si rompe la continuità con quello che Gesù ha detto, è molto facile inventare quello che si desidera. È il grande merito di tutta la nuova ricerca sul Gesù storico, a partire dalle sollecitazioni fatte già negli anni 50 da Ernst Käsemann per ricostruire quello che Gesù ha fatto e detto.
Nella fede cristiana occorre mantenere sempre la dialettica tra il vangelo predicato da Gesù e la fede in lui. È necessaria questa dialettica perché la chiesa tende sempre a circoscrivere il messaggio di Gesù, attualizzandolo nel presente. Ma Gesù, se crediamo che in lui inabita la pienezza della divinità, trascende sempre tutte le attualizzazioni. Trascende non solo la teologia del magistero, ma anche quella di Paolo, quella di Giovanni. Gesù cioè trascende sempre tutto quello che legittimamente i credenti nel corso della storia hanno detto di lui.
Oggi purtroppo la dialettica tra vangelo predicato da Gesù e la fede in lui tende ad essere ignorata, separando i due poli (o solo predicazione del Regno o solo il Cristo Signore presente nell'oggi della comunità).

il testamento di Francesco

Per capire il testamento di Francesco occorre ambientarlo nei secoli XII e XIII quando molti cristiani riscoprono la figura di Gesù di fronte ad una chiesa che appare lontana, ricca, violenta, assetata di potere. Si pensi alla figura di Pietro Valdo. Padre Congar, dopo aver letto gli atti del processo a Pietro Valdo, una volta mi disse che si vergognava per come era stato trattato questo buon cristiano, approfittando della sua ignoranza (non era un teologo) per farlo cadere in errore e condannarlo.
A differenza di altri, Francesco giocò la sua fede nel vangelo non separandosi dalla chiesa. Si fa approvare la regola dal papa Innocenzo III, insieme vivendo il vangelo e riconoscendo l'autorità della chiesa.
Ecco alcuni passi del testamento (dopo aver parlato della conversione, dell'incontro con il lebbroso, delle chiese da ricostruire):
"Poi il Signore mi dette e mi da una cosi grande fede
nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Romana,
a motivo del loro ordine, che anche se mi facessero persecuzione,
voglio ricorrere proprio a loro.
E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone,
e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo,
nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà.
E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come i miei signori.
E non voglio considerare in loro il peccato,
poiché in essi io riconosco il Figlio di Dio e sono miei signori.
E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio
nient'altro vedo corporalmente, in questo mondo,
se non il santissimo corpo e il santissimo sangue
che essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri."
Francesco vuole continuare a fare la comunione, e pertanto non vuole separarsi dai "sacerdoti che vivono secondo la forma della santa chiesa romana". Per un altro verso, Francesco vuole vivere, con i suoi frati, non secondo la forma della santa chiesa romana, ma "secondo la forma del santo vangelo":

"E dopo che il Signore mi diede dei frati,
nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare,
ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo."
"Ed io la feci scrivere con poche parole e con semplicità,
e il signor Papa me la confermò. (Innocenzo III)
E quelli che venivano per abbracciare questa vita,
distribuivano ai poveri tutto quello che potevano avere,
ed erano contenti di una sola tonaca, rappezzata dentro e fuori,
del cingolo e delle brache. E non volevano avere di più.
Noi chierici dicevano l'ufficio, conforme agli altri chierici; (Francesco non volle mai diventare prete, ma il papa gli impose la tonsura)
i laici dicevano i Pater noster (i frati laici, infatti non sapevano leggere); e assai volentieri ci fermavamo nelle chiese.
Ed eravamo illetterati e sottomessi a tutti." (questo significa "frati minori)
"Ed io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; (i frati non potevano possedere niente tranne gli arnesi del lavoro) e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro
quale si conviene all'onestà.
Coloro che non sanno, imparino, non per la cupidigia
di ricevere la ricompensa del lavoro,
ma per dare l'esempio e tener lontano l'ozio.
Quando poi non ci fosse data la ricompensa del lavoro,
ricorriamo alla mensa del Signore, chiedendo l'elemosina di porta in porta"
In Francesco c'è la dialettica tra forma della santa chiesa e la forma del vangelo. Nella vita della chiesa ci sarà sempre questa dialettica. Il problema, come vedremo, è come viverla

l'orizzonte del vangelo del Regno

Dopo aver parlato della tensione tra il vangelo di Gesù e il vangelo su Gesù, aver visto come questa dialettica sia inevitabile e aver portato l'esempio di Francesco, vorrei adesso un po' più da vicino tentare di descrivere questo vangelo, oltre quello che Rinaldo Fabris vi ha già comunicato.
Quando Gesù spiega sia agli abitanti di Nazareth (Lc 4,16-20) sia ai discepoli del Battista (Mt 11,4-6) chi egli sia, usa come riferimento centrale il brano di Isaia 61, 1-3. Egli è venuto per portare ai miseri il lieto annuncio della loro liberazione. Il testo di Isaia a cui fa riferimento Gesù nel suo tenore originario suona così:
"Lo Spirito del Signore è su di me,
perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione,
mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri,
a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,
a proclamare la libertà degli schiavi,
la scarcerazione dei prigionieri,
a prolungare l'anno di misericordia del Signore (era l'anno in cui venivano liberati gli schiavi, condonati i debiti, ecc.)
un giorno di vendetta per il nostro Dio
per consolare tutti gli afflitti,
per allietare gli afflitti di Sion,
per dare loro una corona invece della cenere,
olio di letizia invece dell'abito da lutto,
canto di lode invece di un cuore mesto.
Essi si chiameranno querce di giustizia,
piantagione del Signore per manifestare la sua gloria".
Il vangelo del Regno si colloca cioè dentro un contesto che è quello della sofferenza umana in quanto tale da qualunque parte essa provenga. Giobbe avrebbe detto con una delle sue parole più grandi (6,14): "All'uomo sfinito è dovuta pietà dagli amici, anche se si fosse allontanato dal timore di Dio", cioè anche se fosse cattivo. Il vangelo del Regno, quindi, non ha un orizzonte chiuso, perimetrato dai muri della credenza o della non credenza, delle chiese o delle religioni, ma dall'uomo e dalla donna che soffrono. Punto e basta. Non è un caso che nel discorso della montagna Gesù dica che il Regno di Dio è "dei" poveri, e che otto beatitudini su nove siano rivolte non ai discepoli, o a quelli che patiscono per causa sua, ma ai poveri, agli afflitti, ai miseri, a coloro che hanno fame e sete di giustizia, oltre che ai misericordiosi, ai puri di cuore, agli operatori di pace, ai perseguitati per causa della giustizia. La chiesa non si può appropriare delle Beatitudini, ma solo accoglierle come via di accesso per collocarsi nel cuore di Dio. Ma non se ne possono appropriare nemmeno gli uomini religiosi, o coloro che si ritengono giusti. Il padre Dupont, nel suo grande commento alle Beatitudini, ha sottolineato con forza come esse non configurino un insegnamento morale. Non vogliono dire: "dovete essere poveri, dovete essere perseguitati dalla giustizia", ma: "Dio ama i poveri, Dio ama i perseguitati per la giustizia, il Regno di Dio è per loro". Essere poveri non è una virtù, come non lo è quella di essere afflitti o di patire l'ingiustizia. Si tratta piuttosto di affermazioni teologiche cioè di affermazioni che cercano di descrivere i sentimenti di Dio nei confronti dell'umanità, nella quale egli ha come suoi prediletti coloro che soffrono. Credere al vangelo del Regno significa cogliere come propri questi sentimenti di Dio, essere figli del Padre celeste che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, ma riserva la sua predilezione ai poveri. Questo è il vangelo del Regno. Questo vangelo ha un suo stile. È lo stile di Gesù.

Lercaro, il concilio e l'annuncio ai poveri

Il cardinal Lercaro, verso la fine della prima sessione del Vaticano II, fece un famoso discorso, in cui chiese ai vescovi di fare del vangelo annunciato ai poveri non uno dei temi, ma il tema attorno al quale doveva ruotare tutto l'insegnamento conciliare. Ricordo - ero presente - i grandi applausi, una standing ovation, si direbbe oggi. Minuti e minuti di battimani. Nonostante gli applausi, l'invito di Lercaro lasciò poche tracce nei documenti finali, tranne che nello splendido testo della Lumen gentium 8,3, redatto da padre Dupont:
"Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo «che era di condizione divina... spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo» (Fil 2,6-7) e per noi «da ricco che era si fece povero» (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l'umiltà e l'abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre «ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito» (Lc 4,18), «a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d'affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l'immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo".
La Chiesa di oggi che tanto parla di nuova evangelizzazione non può ignorare questo nodo centrale ed evadere verso letture sociologizzanti o pseudoculturali o intimistiche, ma deve ancora, dopo venti secoli, semplicemente fare i conti con Gesù, interrogarsi su di sé, chiedersi se è disposta a bere il calice che Gesù ha bevuto e ad essere battezzata nel battesimo nel quale lui è stato battezzato (cf Mc 10,35-45).
I vescovi hanno fatto un Sinodo sulla nuova evangelizzazione, ma non hanno mai ricordato questo. L'evangelizzazione è una cosa seria, significa seguire l'esempio di Francesco, significa seguire Gesù povero.
Questo testo del Concilio è quello più censurato in tutto il post-concilio da parte della gerarchia. Censurato di proposito, nel senso che quando si fa riferimento a questo brano, si cita solo la parte successiva, in cui si afferma che la chiesa, peccatrice, si deve sempre riformare. Mi sono documentato in proposito con uno studio specifico su questo. L'unica eccezione è rappresentata dai vescovi dell'America Latina, prima e dopo Medellin.

noi crediamo e quindi parliamo

Prima ho sostenuto che non è la contestazione che ci fa comprendere il senso del vangelo. Paolo pone alla base della sua predicazione, quale titolo di legittimazione, il fatto che egli crede: "Avendo tuttavia quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: ho creduto perciò ho parlato (Salmo 115, nella versione dei LXX. Il testo ebraico è molto diverso), anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi" (2 Cor 4,13-14).
Paolo in ogni caso legittima il suo diritto di predicare il vangelo con il rimando alla propria esperienza di fede nel Risorto quando Dio gli aprì gli occhi (1Cor 3,15) per mostrargli colui che era risuscitato dai morti.
Senza la fede vissuta nel vangelo, senza cioè l'esperienza della presenza vittoriosa di Gesù crocifisso e risorto nella storia degli uomini, manca la possibilità stessa, il titolo che legittima la predicazione del vangelo. Se poi vediamo la realtà attorno a noi ridotta semplicemente a luogo dove domina il principe di questo mondo, la hamartìa, il peccato, la Bestia (cf Apocalisse 13, 16-17) che ha impresso il marchio ai suoi adoratori, quel marchio senza il quale non si può comprare alcunché, la predicazione del Regno diventa impossibile.
Il testo dell'Apocalisse risale alla fine del primo secolo, quando la bestia veniva identificata con il potere politico e non era ancora identificabile con l'attuale capitale finanziario. Oggi conta meno il potere politico rispetto al dominio del capitale finanziario.
Se noi non comprendiamo il senso del vangelo in questo nostro contesto, la predicazione del Regno diventa impossibile. Il senso del vangelo di Gesù è che il Regno si avvicina nel tempo che ormai è compiuto, che è arrivata l'alba, anche se il giorno pieno tarda a venire. La sentinella di Isaia continuava a ripetere a chi gli chiedeva quanto tempo restasse perché finisse la notte: "Viene il mattino, poi anche la notte, se volete domandare domandate, convertitevi, venite" (Is 21,11b-12). Gesù continua anche lui ad attendere il Regno di Dio, ad attendere la venuta del Figlio dell'Uomo sulle nuvole, ma sente che questo Regno ormai si avvicina, sente il mattino, sperimenta che il dito di Dio che scaccia i demoni, come dice lui, è un chiaro indice che il "Regno di Dio è giunto davanti a voi". (Io traduco così il verbo phthanei usato da Luca 11,20: "venire a, presentarsi davanti"). E i racconti evangelici ci spiegano il senso di questa fede di Gesù. È Marco a sottolineare come prima di moltiplicare i pani alzi gli occhi al cielo (Mc 6,41; par. Mt14,19) e lo faccia ancora prima di guarire il sordomuto (Mc 7,34). La fede nella venuta del Regno è fatta indissolubilmente di preghiera che invoca e di potenza che opera contro il male.
Credere nel vangelo del Regno non è quindi un'esperienza interiore soltanto, ma una visione della storia, come luogo di una presenza che viene, la presenza del Regno del Padre che la fede riesce a fare "giungere davanti a noi". Attenzione: credere nel vangelo del Regno, significa credere che il Regno viene nel mondo dominato dalla bestia, nelle varie forme che la bestia assume. Non è un giudizio semplicistico o una visione mistica. Non si tratta nemmeno di un giudizio morale sulla storia degli uomini, quasi che la fede sia capace di rendere la storia virtuosa, trasformando in moralmente buona qualsiasi vicenda umana. Gesù non esalta la prostituzione o l'esazione delle tasse a favore dei Romani, quando dice ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo che i pubblicani, cioè le guardie daziarie, e le prostitute passano (al presente, non al futuro!) davanti a loro nel Regno di Dio. Vuol ribadire invece che anche il mondo della prostituzione e dell'esazione delle tasse in nome dell'occupante straniero è aperto a un ascolto, proprio attraverso le contraddizioni sperimentate. Per questo l'annuncio del vangelo è radicalmente diverso dal giudizio etico. Se Gesù siede a tavola con i pubblicani e i peccatori, non è per giustificare il loro peccato, ma per annunciare e testimoniare l'accoglienza nel Regno di ciò che era perduto.

il vangelo è annuncio gioioso, ma contiene un giudizio

L'annuncio del vangelo è un annuncio gioioso, nonostante le contraddizioni della storia. Anche se contiene un giudizio.
Nell'allocuzione conciliare di Giovanni XXIII, la Gaudet Mater Ecclesia, papa Roncalli dichiarava di dover "dissentire risolutamente dai profeti di sventura che annunciano sempre il peggio" (ivi compreso il cardinal Ratzinger, evidentemente) e motivava questo suo dissenso con la convinzione che Dio continua a condurre la storia umana verso la salvezza. Sempre con le parole di Papa Giovanni, chi annuncia il vangelo del Regno sa che "Cristo occupa sempre il posto centrale della storia e della vita", anche se ci son coloro che "vivono senza di lui o combattono contro di lui". La fede nel risorto è il fondamento solido della speranza di chi annuncia. Egli sa che ci sono nella storia delle forze che si oppongono al Regno, che gli fanno violenza, ma sa con altrettanta forza che in Cristo c'è il definitivo sì di Dio all'uomo.

L'annuncio del vangelo parte quindi dalla convinzione che in ogni situazione umana cova una speranza, come brace sotto la cenere, che deve essere ravvivata. La gioia che porta con sé l'annuncio del vangelo e la speranza che vuole accendere, contiene però al tempo stesso un giudizio.
Nella liturgia di domenica scorsa (IV dom. di quaresima, vangelo di Luca15,1-3.11-32, parabola del padre e dei due figli) questo è espresso in modo straordinario. Chi è giudicato in quella parabola? Il giusto che non vuole entrare nella casa del Padre dove si fa festa per i peccatori.
Il giudizio sulla storia è la semplice conseguenza dell'accoglimento dei sentimenti di Dio nel cuore dell'uomo. Esso è giudizio nei confronti della cause che generano la sofferenza e la miseria, è rifiuto di ogni connivenza con il potere che è al servizio del nemico dell'uomo, dell'Avversario, cioè di Satana, principe di questo mondo. L'Avversario è la parola che traduce il termine "satana".
L'Apocalisse nelle sue immagini simboliche sempre attuali dispiega tre figure dell'Avversario dell'uomo. La prima è quella di Satana, il drago, il drago che cerca di far morire il bambino nato dalla donna (cioè Israele, la donna è il popolo ebraico), che si acquatta perseguitando la donna. La seconda è quella di una Bestia che viene dal mare (il potere politico, allora quello di Roma, con la sua potenza marittima) a cui il Drago ha dato il suo potere. Dicevo prima che oggi Satana dà il suo potere al capitale finanziario. Infine una terza figura, quella di una seconda Bestia che "viene dalla terra" e che è rappresentata da tutti coloro che si mettono a servizio del Drago e convincono gli abitanti della terra ad adorare il Drago perché ha dato il potere alla Bestia. Sono i vari filosofi, sociologi, economisti, che dicono che bisogna adorare il Drago, che ha dato il potere alla Bestia; che sostengono che non c'è altro da fare, altrimenti non si può comprare nulla. Il libro dell'Apocalisse è straordinario. Non si può comprare nulla se non si ha il marchio della Bestia!
Le immagini usate nell'Apocalisse negli anni finali del primo secolo dopo Cristo vanno modificate, giacché se rimane ancora valida l'immagine del Drago e della seconda Bestia, cioè la potenza del peccato e gli ideologi del potere, è cambiata la figura della prima Bestia, del potere politico, in quanto questo ha fatto pace con i cristiani, la pace costantiniana, quella pax gravior omni bello (quella pace che fu più pesante di ogni guerra!) di cui parlavano i francescani del XIII secolo. La Chiesa smette di combattere la prima bestia. E così la prima Bestia assume nei paesi che in vario modo vivono del retaggio costantiniano la maschera cristiana. Si tratta di una sconfitta del Drago o di una sconfitta dei cristiani? Vedremo.

un problema grave per le chiese di oggi

C'è un problema grave per le chiese di oggi. Le chiese dei primi secoli, non essendoci pace né con il Drago, né con la prima Bestia (potere politico), né con la seconda Bestia (gli ideologi del potere) imposero ai cristiani di non partecipare alla vita del mondo, di non svolgere quelle professioni che avevano un legame diretto con il potere. Era vietato infatti fare il magistrato, perché ai magistrati era imposto il giuramento per l'imperatore, era vietato fare i soldati, era vietato perfino fare i maestri, perché il maestro doveva iniziare il bambino a quel sapere pagano che era la base del riconoscimento del drago. I cristiani che svolgevano quelle funzioni venivano estromessi dalla comunità. A partire dal IV secolo, tutto ciò diventa impossibile, per un motivo molto semplice: i cristiani diventano la maggioranza della società, e non si può impedire di vivere alla maggioranza della società. Oggi le chiese non possono semplicemente vietare. I cristiani devono piuttosto collaborare alla conduzione politica della società facendo proprio l'invito di Geremia agli esuli di Babilonia: "cercando il benessere del paese in cui vi ho fatto deportare. Pregate il Signore per esso, perché dal suo benessere dipende anche il vostro benessere." (Ger 29.7).
Non bisogna perdere però la coscienza di essere dei deportati, degli abitanti in terra straniera.
La deuteronomica lettera di Geremia riportata in Baruch 6,4 aggiungerà quindi alle parole del profeta l'avvertimento: "State dunque attenti a non imitare gli stranieri; il timore dei loro dei non si impadronisca di voi". Non potete avere gli stessi sentimenti che hanno le persone che non credono nel vangelo. È questa consapevolezza che farà dei cristiani degli operatori di giustizia, dando al giudizio la forma della vigilanza continua perché ogni giorno il dominio dell'Avversario sia contrastato.

figure storiche dell'annuncio del vangelo

Che significa allora in questa situazione molto complessa annunciare e testimoniare il vangelo oggi? Qualche riflessione fatta all'inizio sembrava convergere su una soluzione semplice: mettersi a predicare il vangelo, a vivere poveramente, e basta.
Da quello che ho detto adesso, appare come l'annuncio del vangelo è soggetto alla legge della storicità, che poi vuol dire fedeltà all'economia dell'incarnazione. La Parola del Signore è sempre consegnata alla parola dell'uomo. La stessa categoria di Regno di Dio è legata alla cultura di Israele, dell'Oriente antico, delle ideologie regali del mondo circostante, dove il re era colui che garantiva la sopravvivenza dei poveri e soprattutto il diritto dei poveri.
E allora gli uomini che hanno accolto il vangelo lo hanno accolto e vissuto sempre secondo figure diverse. I "minori", gli umili al tempo di Francesco, che vivevano del loro lavoro nei campi, determinarono quella concreta forma evangelica, che Francesco dettò ai suoi frati e che ribadì nel Testamento del 1226.
La forma evangelica, la forma del vangelo, nella quale per esempio nel secolo passato Charles de Foucault incarnò la sua proposta è inseparabile dal suo incontro con il mondo musulmano dell'Algeria francese, tra 800 e 900, ma anche dall'esperienza come ufficiale francese, fiducioso nel ruolo della potenza civilizzatrice della sua patria. Charles de Foucault era un colonialista. Ma annunciò il vangelo in quella particolare forma che Dio gli disse, diversa da quella di Francesco. Aveva l'appoggio della potenza coloniale francese e lì visse la sua forma evangelica.
E così la forma evangelii che i preti operai francesi dopo la II guerra mondiale cercavano di incarnare all'interno della Mission de France del cardinal Suard, era determinata dalla condizione operaia del loro tempo, dall'essere operai come gli altri. Anche in questo caso non è la forma di Francesco, e neppure quella di Gesù.
Se noi vogliamo annunciare e testimoniare l'evangelo che abbiamo ricevuto nel nostro tempo, occorre quindi che sappiamo individuare, con una lettura sapienziale della nostra storia, quella forma concreta nella quale la testimonianza e l'annuncio del vangelo vanno incarnati. Non sta a me dire qual è questa forma. Vorrei fermarmi semplicemente su tre nodi che bisogna affrontare per annunciare il vangelo nel nostro tempo: la povertà culturale, la compagnia degli uomini e delle donne, la ricerca etica.

la povertà culturale

L'espressione "povertà culturale" fu usata dal cardinal Lercaro nel suo secondo intervento al concilio sulla povertà. Mentre il primo intervento fu accolto in modo caloroso, questo secondo intervento non suscitò particolari entusiasmi.
Cosa vuol dire "povertà culturale della Chiesa"? Vuol dire una cosa molto semplice: che noi, nell'incontro con gli altri, non abbiamo nulla se non il vangelo. Non abbiamo il nostro passato, non abbiamo la cultura cristiana, non abbiamo i nostri sistemi, abbiamo solo la forza del vangelo, abbiamo solo la fede.
I punti principali del discorso di Lercaro, ispirato da Dossetti, furono questi:
a) non basta dire che la Chiesa deve riconoscere e promuovere la cultura, in questo modo si dicono cose generiche, che sono scontate per la coscienza contemporanea.
b) La Chiesa deve invece riconoscersi "culturalmente povera". Cioè la Chiesa deve liberarsi dalle ricchezze di un passato glorioso ma anacronistico: "sistemi scolastici di filosofia, di teologia, istituzioni educative, accademiche, insegnamento universitario di ricerca". Cioè l'incontro con gli altri è una testimonianza del vangelo in quanto è un ascolto dell'altro.
c) Questa rinuncia alle ricchezze culturali del proprio passato fa diventare effettiva una distinzione che la Chiesa ha sempre fatto in astratto: "La chiesa ha sempre detto di non voler identificare se stessa né la propria dottrina con un determinato sistema. Ma sinora questa distinzione - diceva Lercaro - è stata una distinzione de iure, di principio, ma non di fatto". Di fatto la Chiesa con l'annuncio del vangelo ha sempre portato avanti il suo sistema, la sua filosofia. Si pensi all'enciclica di Giovanni Paolo II su fede e ragione, o meglio sulla filosofia cristiana della fede e la ragione. La Chiesa non ha il coraggio di portare davanti all'altro semplicemente il vangelo, cioè la testimonianza dell'amore di Dio per ogni uomo e per ogni donna.
d) "Per aprirsi al vero dialogo con la cultura contemporanea, la chiesa deve, con spirito di povertà evangelica, snellire e concentrare sempre più la sua cultura nella ricchezza del libro sacro, del pensiero e del linguaggio biblico".
e) Occorre ritornare alla tradizione antica dei vescovi-teologi che parlavano a partire dalla propria esperienza con Dio e favorire invece l'impegno dei fedeli laici alla ricerca scientifica nella teologia.

Solo una chiesa povera può annunciare il vangelo seguendo la stessa strada di Gesù. Nel caso dell'incontro con le culture del proprio tempo, questo significava la necessità di non farsi forte delle ricchezze anche culturali accumulate nel passato, ma di presentarsi all'altro senza oro né argento, come avrebbe detto Pietro, con la sola fede nel nome di Gesù.
Di recente un cardinale italiano, possiamo dire anche il nome, il cardinal Ruini, intervistato nella trasmissione di Fazio "Che tempo che fa", per presentare e pubblicizzare un suo libro, ha potuto dire che la fede, nella sua capacità di comunicarsi agli altri, dipende dalla plausibilità razionale dell'esistenza di Dio. Senza una determinata mediazione filosofica e culturale, la fede cristiana sarebbe obbligata a restare nel chiuso della coscienza privata. Io trovo questo atteggiamento, che non affida il carattere pubblico della fede alla croce, ma ad un organo culturale, equivoco e terribile. È la croce il messaggio biblico della fede. Il vangelo non ha bisogno di nulla se non di essere vissuto dagli uomini. Se necessario da un solo uomo, come fu solo Gesù sul legno della croce, abbandonato da tutti i suoi discepoli. È la debolezza della croce la sua dimensione pubblica, il giudizio su questo mondo, e non una qualsiasi saggezza umana, anche la più santa possibile. Non ci si può vergognare del vangelo.
Questo sta a significare che la nuda testimonianza della sequela di Gesù è il solo supporto necessario dell'annuncio del vangelo e dell'incontro con gli altri, perché essi ascoltino la novità del messaggio del Regno. Dossetti poteva quindi coerentemente affermare, dopo l'esperienza dell'incontro in India con le grandi tradizioni religiose dell'oriente e, in Palestina e Giordania, con l'Islam, che di fronte a queste diverse culture, prima ancora di dare, si tratta di ascoltare e di ricevere e di imparare. "In un certo senso, ormai si avvicina l'ora in cui qui (nei paesi islamici) potranno resistere solo le famiglie religiose che vengano con lo spirito di chi non viene a dare ma a ricevere, non a insegnare, ma a imparare, e dona e insegna solo nella misura in cui sente di potere solo ricevere e imparare."
Queste ultime parole, "dona e insegna solo nella misura in cui sente di potere solo ricevere e imparare", ci dicono il senso della comunicazione culturale del vangelo: forti della debolezza e della povertà del vangelo, dobbiamo ascoltare perché l'altro diventi ricco della nostra povertà.
Non dobbiamo aver paura di dire che le Chiese, non solo quella romana, le Chiese, oggi sono fondamentalmente sorde a questo discorso. Quale chiesa è capace oggi di seguire effettivamente le orme della povertà di Gesù di Nazareth? Nemmeno le Chiese dell'America Latina dopo gli esempi luminosi che prepararono e seguirono Medellin oggi sembrano disposte a farlo.
Nei secoli dell'era cristiana le Chiese sono diventate sempre più ricche. E allora il problema è ancora quello che pose il Testamento di Francesco nel 1226, alla fine della sua vita, e dopo aver visto l'evoluzione dell'Ordine: vivere nella forma evangelii, riconoscendo al tempo stesso la forma della Chiesa romana, ma senza illusioni. Questo genera inevitabilmente una dialettica, che deve essere fecondata e non sminuita dalla comunione della stessa chiesa nell'unico Cristo e Signore.

sedere a tavola con gli altri

L'annuncio gioioso del vangelo comporta anzitutto il sedere a tavola con i pubblicani e i peccatori. Un esegeta cattolico molto bravo, Franz Mussner, diceva nel titolo di uno dei suoi saggi più rilevanti che "l'essenza del cristianesimo è mangiare assieme (synesthiein)" Il mangiare a tavola con i peccatori, suscitando lo scandalo dei farisei, fu il segno più evidente che Gesù mise in atto per annunciare l'accoglimento di Dio verso coloro che erano messi al bando della società di allora e diventa il paradigma dell'atteggiamento cristiano verso tutti gli esclusi, a qualsiasi titolo, dalla gioia della convivialità umana.
Permettetemi di sfiorare solo questo argomento, sul quale mi sono fermato tante volte. Penso di poter essere veloce su questo punto, per la grata costatazione che nella chiesa di oggi cresce la testimonianza della condivisione. Personalmente posso soltanto dire di essere ammirato e confuso al tempo stesso per la testimonianza di tanti cristiani che in maniera gioiosa sanno condividere con i poveri, i pubblicani e i peccatori del nostro tempo, il pane quotidiano, che è pane di grano germogliato dalla terra, pane dell'amicizia che nasce nei cuori, pane della speranza seminata dal vangelo.

non disdegnare l'invito del fariseo

È questo il nodo più difficile. Gesù non sedette a tavola solo con i pubblicani e i peccatori. Egli non disdegnò nemmeno l'invito dei farisei. Negli scritti del cristianesimo primitivo non dobbiamo farci abbagliare dalla polemica di Gesù contro i farisei. La attuale ricerca storica su Gesù recupera quanto Gesù avesse in comune con alcune correnti rabbiniche del proprio tempo. La polemica antifarisaica di cui sono responsabili nel Nuovo Testamento soprattutto Matteo e Barnaba non corrisponde a verità. Gesù, nel modo di intendere la Legge attorno al primato dell'amore, seguiva l'insegnamento di alcune scuole rabbiniche. E comunque i vangeli, al di là di questa questione storica, mantengono il ricordo del sedere a tavola di Gesù con i farisei, a casa dei farisei.
Potremmo dire, senza essere molto lontani dal vero, che i farisei del nostro tempo sono quanti, anche se non accolgono il vangelo di Gesù, perseguono tuttavia "ciò che è giusto fra gli uomini". L'attuale pluralismo culturale, la laicità come garanzia dei diritti di tutti e rispetto della coscienza di tutti, non deve essere letta come caduta, ma come grande sfida storica della lotta per la giustizia, per il riconoscimento di tutti come soggetto ricco di un destino storico.
Giacché il nostro tempo è alla ricerca di una nuova forma di giustizia. Si tratta di sapere ciò che è giusto sulla base delle nuove possibilità offerte dai progressi delle scienze biologiche: quali sono i diritti dell'embrione umano? È giusto curare un malato con le cellule staminali tratte da un embrione, prima che riusciamo a ottenerle per altra via? È giusto prolungare artificiosamente la vita di un malato terminale? Si tratta ancora di sapere ciò che è giusto fra gli uomini di fronte all'evoluzione del sistema economico mondiale, che sembra allargare sempre più e in maniera irreversibile il divario tra i ricchi e i poveri. E si tratta ancora di tante altre domande non facili, di fronte alla crisi energetica del pianeta, alla sovrappopolazione, alla distruzione della terra abitata, ma anche al pluralismo delle culture e alla necessità di nuove regole della convivenza civile e tante altre cose ancora.
È la ricerca etica contemporanea.
Non sono i cristiani soltanto coloro sui quali incombe il diritto e il dovere di dare risposte a queste domande. Sono i cristiani insieme agli altri. E gli altri non sono un mondo senz'anima per cui occorre per essi il trapianto dell'anima cristiana. In questa ricerca comune i cristiani invece debbono con umiltà e fiducia al tempo stesso metterci la loro anima, senza protervia. E la loro anima è piena, o dovrebbe almeno esserlo, dell'esperienza della misericordia del Padre, della sua predilezione per i piccoli della terra, della sua volontà che niente si perda ma che tutto sia salvato. E allora i cristiani assieme agli altri disegneranno quindi i tratti di un'etica che nella nuova congiuntura epocale sia a misura della dignità umana, di ogni uomo, soprattutto del più debole.
Ma soprattutto porteranno lo sguardo di chi conosce la fedeltà e l'amore di Dio per l'uomo, sedendo a tavola con i farisei del nostro tempo, con gli uomini che ricercano la giustizia. E come fece Gesù con Simone il Fariseo, il quale voleva misurare l'autenticità profetica del suo ospite dalla capacità di discernere il comportamento morale della prostituta ("A quella vista il fariseo che l'aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice»": Lc 7, 39), il cristiano si misurerà soprattutto con il desiderio di amore di ogni uomo e di ogni donna e la ricchezza sconfinata della misericordia di Dio : «Per questo ti dico [disse Gesù rivolto al fariseo]: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco» (Lc 7, 47).
Non sono soluzioni quelle che ho tracciato. Voglio solo affermare che i cristiani nell'annuncio del vangelo nel tempo di oggi non hanno da ricopiare forme del passato, ma devono affrontare questi tre problemi: quello di non portare nulla agli altri, se non la propria fede nel vangelo; quello di avere la capacità di sedere a tavola con gli altri, la capacità cioè di uscire fuori dal proprio ambito, di stare a casa degli altri e con gli altri, senza preclusioni; quello di disegnare assieme agli altri i tratti di un'etica per il nostro tempo.

riassunto

L'elezione del nuovo vescovo di Roma, con l'assunzione dell'impegnativo nome di Francesco, induce ad uno sguardo meno pessimista sulla chiesa. Proprio il testamento di Francesco (1226) pone in luce il problema centrale, quello della tensione tra la forma del vangelo e la forma della chiesa.
La predicazione di Gesù è così riassunta dal vangelo di Marco: "Il tempo è compiuto, il Regno di Dio si avvicina, ritornate e credete nel vangelo". La fede ha quindi come oggetto il vangelo, l'annuncio gioioso che Dio sta per instaurare il suo Regno nella vita delle donne e degli uomini.
La predicazione di Gesù e dei discepoli è caratterizzata dalla povertà ("E ordinò loro che oltre al bastone non prendessero nulla per il viaggio, né pane, né bisaccia, né denaro, né la borsa, ma calzati solo i sandali non indossassero due tuniche"). Il vangelo non ha bisogno di nulla, se non di essere annunciato.
La comunità cristiana primitiva, dopo la risurrezione, fa del vangelo predicato da Gesù il vangelo su Gesù, per evidenziare il Suo ruolo decisivo nella venuta del Regno. Nonostante questo slittamento rimane identico l'annuncio gioioso dell'avvento di Dio nella storia delle donne e degli uomini. Il vangelo viene adulterato se si perde di vista il soggetto dell'azione, Dio Padre che agisce mediante il Cristo risorto e il suo Spirito. I problemi della chiesa non sono anzitutto le divisioni nella Curia o gli atteggiamenti dei preti pedofili. Per risolvere questi problemi sono sufficienti delle operazioni di pulizia. Il vero problema della chiesa oggi è il recupero della predicazione del lieto annuncio, del vangelo che abbiamo immeritatamente ricevuto.
Purtroppo anche nel documento con cui Benedetto XVI ha indetto l'anno della fede il tema del vangelo del Regno non svolge alcun ruolo nella concezione della fede.
L'oscuramento del vangelo del Regno è di lunga data nella storia della chiesa. Solo in alcuni momenti si è ridestata l'attenzione nel vangelo predicato da Gesù, come nel XII e XIII secolo e in tempi più recenti attorno alla seconda guerra mondiale. La normalizzazione ecclesiastica istituzionale ha prevalso, in particolare in America Latina, con la condanna della teologia della liberazione e con la nomina di vescovi tutti contrari a questa teologia.
Di qui l'amarezza del cardinal Martini: "Un tempo avevo sogni sulla Chiesa, una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo, sognavo che la diffidenza venisse estirpata, una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto, una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane, oggi non ho più di questi sogni".
Il silenzio sul vangelo da parte della chiesa deriva dal fatto che la chiesa è troppo preoccupata di se stessa, del suo riconoscimento e ruolo nella società.
La sovranità del vangelo e il testamento di Francesco
Paolo riceve il vangelo non da uomini ma direttamente da Dio stesso. Questo è fonte di grande libertà per Paolo e per la sua predicazione, con il rischio però di presumere di poter dire e fare tutto nel nome dello Spirito del Risorto. Questo rischio è presente all'autore del quarto vangelo, che scrive alla fine del primo secolo, e lega pertanto l'insegnamento dello Spirito con la testimonianza di Gesù: non si può slegare quello che fa oggi la comunità da quello che era accaduto in Gesù di Nazareth.
Già a partire dagli anni 70 viene comunque elaborata una soluzione concreta al problema con la produzione da parte della chiesa di un nuovo genere letterario. Gli evangelisti raccolsero tutto il materiale che circolava nelle prime comunità cristiane riguardante ciò che Gesù aveva fatto e detto, lo rielaborarono in un tessuto unitario, dando origine al genere letterario dei vangeli che si affiancò al genere epistolare (lettere di Paolo, Pietro...). Si afferma così la continuità con il Gesù storico: quello che oggi predichiamo, quello che lo Spirito ci suggerisce deve essere in continuità con quello che Gesù ha fatto e ha detto. La chiesa primitiva si accorse dell'importanza di ricostruire quello che Gesù aveva detto e fatto. Altrimenti sono facili letture false o arbitrarie.
Nella fede cristiana occorre mantenere la dialettica tra il vangelo predicato da Gesù e la fede in lui. La figura di Gesù trascende sempre tutto quello che legittimamente i credenti nel corso della storia hanno detto di lui.
Francesco condivide con molti altri, nel XII e XIII secolo, la riscoperta della figura di Gesù e del suo vangelo, ma a differenza di altri, vive la fede nel vangelo non separandosi dalla chiesa, riconoscendone l'autorità. Per un verso non vuole separarsi dai preti, che vivono secondo la forma della santa chiesa e dai quali può comunicarsi; per un altro verso vuole vivere, con i suoi frati, non secondo la forma della chiesa romana, ma "secondo la forma del santo vangelo", nella povertà, possedendo solo gli attrezzi di lavoro, e chiedendo l'elemosina in caso di mancanza di lavoro
l'orizzonte del vangelo del Regno
L'orizzonte del vangelo del Regno, come spiega Gesù nella sinagoga di Nazareth ai suoi compaesani, non è quello dei credenti, degli appartenenti alle chiese o alle religioni, ma è quello dell'uomo e della donna che soffrono. È quanto affermano le beatitudini, che non sono tanto un insegnamento morale (dovete essere poveri) ma sono affermazioni che descrivono i sentimenti di Dio nei confronti dell'umanità e in essa di coloro che predilige. Credere al vangelo del Regno vuol dire cogliere come propri questi sentimenti di Dio. È lo stile di Dio, è lo stile di Gesù. È quanto anche il Concilio ci ha ricordato "Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza..." (Lg 8,3). Nel sinodo dei vescovi sulla Nuova evangelizzazione questo non è stato ricordato. È il testo più censurato dalla chiesa nel postconcilio.
L'annuncio del vangelo, con la fede nel Risorto, parte dalla convinzione che in ogni situazione umana, anche la più difficile cova sempre una speranza, che deve essere ravvivata. È un annuncio gioioso, anche se contiene un giudizio, un giudizio come conseguenza dell'accogliere i sentimenti di Dio nei confronti dell'umanità. È un giudizio nei confronti delle cause che generano sofferenza e miseria, è un rifiuto nei confronti del potere disumanizzante e schiavizzante.
figure storiche dell'annuncio del vangelo
L'annuncio del vangelo è soggetto alla legge della storicità, va incarnato in forme concrete del nostro tempo.
Innanzitutto la povertà culturale. Nell'incontro con gli altri, non abbiamo nulla se non il vangelo. Non abbiamo il nostro passato, non abbiamo la cultura cristiana, non abbiamo i nostri sistemi, ma abbiamo solo la forza del vangelo, la fede. La Chiesa non ha il coraggio di portare davanti all'altro solo il vangelo, la testimonianza dell'amore di Dio per ogni uomo e ogni donna. Il vangelo non ha bisogno di nulla se non di essere vissuto dagli uomini.
In secondo luogo, sedere a tavola con gli altri. Il mangiare a tavola con i peccatori fu il segno più evidente compiuto da Gesù per annunciare l'accoglimento di Dio di tutti gli esclusi, ed è modello esemplare per tutti i credenti.
Infine non disdegnare l'invito del fariseo. Gesù siede a tavola anche con i farisei, oggi, potremmo dire, con tutti coloro che, se pure non accolgono il vangelo di Gesù, perseguono ciò che è giusto tra gli uomini. Il pluralismo culturale, la laicità non vanno visti negativamente, ma come sfide nella lotta per la giustizia. Che cosa è giusto sulla base delle nuove possibilità offerte dalle scienze biologiche? Che cosa è giusto fra gli uomini di fronte all'evoluzione del sistema economico mondiale che sembra accentuare divari tra ricchi e poveri? A queste domande della ricerca etica contemporanea sono chiamati a dare risposte, assieme agli altri, anche i cristiani, senza protervia e arroganza, sostenuti dall'esperienza della misericordia del Padre, della sua predilezione per i piccoli.

Dibattito

Povertà culturale

Mi chiedete chiarimenti sull'espressione "povertà culturale", che, evidentemente, è apparsa ambigua nella mia esposizione. "Povertà culturale" vuol dire che il vangelo deve presentarsi libero da qualsiasi cultura.
Cultura significa tante cose. Ma qui intendo quella maniera di collocarsi nella realtà, che è tipica di ogni epoca, di ogni società, di ogni ambiente, e che comprende istituzioni, nozioni, sistemi giuridici, tutto.
I missionari hanno spesso predicato il vangelo insieme al sapere occidentale di cui erano portatori. Ad esempio, i gesuiti come Matteo Ricci, in Cina, si rivolsero soprattutto alle classi colte, perché pensavano che soltanto tramite quelle potevano raggiungere il popolo. E in questo modo entrarono in collisione con lo stile missionario portato dai francescani prima di loro.
Di fatto, i cristiani si sono avvicinati ogni volta all'altro, nell'annuncio del vangelo, portando insieme un certo sistema metafisico, filosofico, giuridico ecc., presentato come condizione per accettare il vangelo. Invece occorre capire e far capire all'altro che il vangelo è una cosa diversa, che il vangelo cioè è l'offerta dell'amore di Dio a ogni uomo e a ogni donna, indipendentemente dalla sua cultura, indipendentemente anche dalla sua accettazione della fede cristiana. Anche a chi non se la sente di aderire al cristianesimo e di entrare nella Chiesa, credo vada fatta pervenire la voce del vangelo. Il vangelo come orizzonte ha soltanto la sofferenza umana, qualunque sofferenza, compresa quella del peccato e dell'abiezione.
Il vangelo ha questa trascendenza. Annunciare il vangelo è far capire che l'amore del Signore può essere fatto proprio da ogni creatura nella situazione in cui vive, qualunque essa sia. Solo dopo comincerà una storia, che inizierà dall'accoglimento del vangelo, ma quella sarà la sua storia.
In questo senso mi pare molto importante la frase che uno di voi ha detto: portare il vangelo nel senso della povertà culturale significa saper ascoltare gli altri. Abbiamo solo da offrire l'amore del Padre, secondo la dizione di Gesù: il Regno di Dio che si avvicina alla vita di ogni uomo e di ogni donna.
E ricordiamo anche un'altra cosa importante, che Gesù non aspetta la conversione per annunciare il vangelo. Nel vangelo di domani (Gv 8,1-11) ci verrà detto che Gesù non condanna la donna sorpresa in adulterio. Le dice: va, e non peccare più. Riparti da qui, dal mio perdono.
Per me è molto importante la frase che troviamo nella lettera ai Romani (Rm 5,8): "Dio ha mostrato il suo amore per noi perché mentre eravamo ancora peccatori il Figlio suo è morto per noi". L'amore di Dio ci viene offerto indipendentemente dalla nostra condizione. Il vangelo non ha bisogno di esami di ammissione.
Certamente Gesù era immerso nella sua cultura. Ad esempio, si è confrontato con la forma del matrimonio giudaico, e non invece con la forma del matrimonio africano. Nella cultura bantu, ad esempio, nessuna donna doveva rimanere non sposata, e per questa ragione l'uomo doveva avere più donne. Sembra che soltanto con l'intervento dei bianchi e l'introduzione del matrimonio monogamico (tipico della cultura occidentale e supportato dalla predicazione dei missionari cristiani) si assista alla diffusione della prostituzione in Africa. Ora il matrimonio monogamico è diventato un valore anche nella cultura africana, ma possiamo chiederci se fosse giusto proporre il vangelo insieme alla cultura dei colonizzatori.
"Povertà culturale" inoltre non significa diventare tutti ignoranti. Dossetti, che sosteneva l'idea di povertà culturale, creò in Italia uno strumento di ricerca storico-teologica tra i più avanzati in Europa. Perché un conto è la comunicazione della fede, del vangelo, un altro sono gli strumenti di approfondimento della cultura anche teologica, filosofica, storica, ecc.

Il vangelo è senza cultura, nel senso che non appartiene all'uomo, ma è la Parola di Dio all'uomo.
È chiaro che il vangelo, nella misura in cui si incarna, dà origine o modifica una cultura. Sia i padri della chiesa che i padri conciliari nella Dei Verbum dicono che questo fa parte della umiliazione di Dio, nel senso che Dio, per comunicarsi all'uomo, svuota se stesso e assume una carne limitata. Lo vediamo nell'umanità di Gesù, che non è un'umanità perfetta. Gesù non è il superuomo: Gesù soffre, umanamente, fisicamente, è un uomo del suo tempo, legato alla conoscenza e all'ignoranza di quell'epoca. Lo stesso avviene per la Scrittura. La presenza del mistero di Dio nella realtà umana comporta sempre un'umiliazione, ma la Parola trascende le forme che assume storicamente, trascende anche le formule dogmatiche. Gli articoli di fede, ciò che siamo tenuti a credere ("Credo in Dio Padre onnipotente, creatore...) sono delle formule, degli enunciati, ma la fede non è riferita alle formule, ma alla realtà intesa dalle formule: Fides non terminatur ad enuntiabile, sed ad rem. Gli articoli di fede sono una percezione della realtà di Dio, per tendere a Dio stesso che è al di sopra di ogni formula, di ogni realtà.
In questo senso il vangelo è sempre incarnato, però occorre mantenere la trascendenza del vangelo, che spezza tutte le formule dentro cui noi lo imprigioniamo.

sedere a tavola con i farisei

Uno di voi interpreta il "sedere a tavola con i farisei" anche nel senso di sforzarsi di conoscere e di non condannare le nuove forme di famiglia, o di famiglie allargate, che si stanno vivendo oggi. Certo, non si tratta della famiglia tradizionale, ma a volte sono il modo, l'unico umanamente possibile, per sanare alcune contraddizioni che si sono venute a creare.
Nella mia esperienza pastorale, mi è capitato un caso curioso. Un uomo è venuto in parrocchia a chiedere di celebrare una messa per ringraziare Dio di una grazia ricevuta. E la grazia era che sua figlia, che aveva sposato un "poco di buono", se ne era allontanata ed aveva finalmente trovato un uomo che le voleva bene e l'aveva resa felice. Come possiamo noi condannare?
Io credo che la misericordia del Signore abbia anche la capacità di comprendere le situazioni concrete delle persone, la realtà umana nella sua complessità. Di fronte a certe situazioni umane, noi possiamo solo mostrare, per quanto ne siamo capaci, l'amore e la misericordia del Signore.

posizioni della Chiesa nel dibattito etico contemporaneo

Di fronte a certe posizioni, a volte incomprensibili, della Chiesa in ambito etico, credo che occorra fare una lettura molto distaccata della situazione. Innanzitutto non bisogna confondere queste posizioni con il dogma cristiano. Poi riconoscere che siamo in una fase di ricerca e che la Chiesa inevitabilmente assume la difesa di quello che sembra un valore tradizionale da conservare.
Anche la questione scabrosissima della difesa della vita fin dal primo istante del suo concepimento, ha una sua storicità. Non era la posizione della chiesa antica, dato che si pensava che l'infusione dell'anima avvenisse dopo alcune settimane (un po' prima per i maschi, un po' dopo per le femmine!). Comunque si ammetteva che, in caso di violenza, la donna potesse abortire. Quando ci fu il dibattito sulla legge sull'aborto, proposi al mio vescovo di allora (che non accettò!) di dare ai giornalisti le pagine di sant'Alfonso sull'argomento. Sant'Alfonso era a favore di una posizione rigida, ma non condannava la posizione contraria, sostenuta da grandi autorità del suo tempo.
Bisogna guardare la storia come un processo, spesso conflittuale, in cui man mano si arriva a un consenso, e in cui la chiesa inevitabilmente, come istituzione, è dal lato della conservazione. Anche in questo non bisogna essere troppo severi nel giudicare...

Francesco e il legame alla chiesa

Attenzione: non parliamo di legame alla chiesa romana. Dogmaticamente, nel credo diciamo: "credo la chiesa una, santa, cattolica, apostolica". "Romana", nel credo, non c'è. Allora, in quella dialettica insanabile (tra la "forma della chiesa" e la "forma del vangelo"), restare legati alla chiesa è soltanto una questione di opportunità o è qualcosa di più profondo?
Per me la chiesa non è soltanto quella cattolica, ma anche quella protestante, ecc., e non è soltanto un'istituzione di comodo: la chiesa è anche quel luogo nel quale il vangelo viene predicato, quel luogo grazie al quale si mantiene la memoria del vangelo. Nel credo diciamo "credo la comunione dei santi", ma è una traduzione sbagliata. Infatti l'originale sia latino che greco è al neutro: "credo alla comunione delle cose sante", cioè credo in un mistero presente nella storia, che non è il frutto della mia volontà e che storicamente viene conservato nella chiesa: il mistero della santità di Dio, del suo vangelo, i sacramenti, la scrittura, il canone, ecc. È la predicazione vivente della chiesa. Non posso separarmi da questo, da quanto mi ha generato, anche se poi si concretizza nella forma della chiesa romana, con il suo peccato, i soprusi, la ricchezza, ecc. Per questo Francesco dice di voler ricevere la comunione anche dai sacerdoti peccatori. Francesco non ignora la realtà della chiesa, ma sa che la chiesa non è soltanto un'associazione umana, sa che la Chiesa è veramente un mistero. Quindi quella dialettica è inevitabile. Francesco capisce che, se lui si separa dalla Chiesa, condanna alla sterilità il suo stesso messaggio.

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