Incontri di "Fine Settimana"

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sintesi della relazione di Giuseppe Ruggieri
Verbania Pallanza, 13 febbraio 2010

Per mestiere faccio il teologo, nel senso che insegno teologia e ricerco nel campo della storia della teologia. Scusatemi se vi faccio una piccola introduzione sul modo in cui io intendo fare il teologo, in cui ho cercato di farlo, ma la teologia è sempre biografia, è legata sempre alla vita delle persone.

teologia e biografia

La teologia viene sempre dopo una certa esperienza, perché è il modo di rendere ragione dell'esperienza vissuta, sempre molto più ricca della teologia, come di qualunque dottrina. La fede è un'esperienza vissuta, che contiene un sapere, ripreso poi dalla teologia. Se così stanno le cose, per capire qualunque riflessione teologica bisogna anzitutto situarla nella storia di una persona.
Certo, a volte il teologo fa indagine pura oppure, se insegna, può redigere un manuale contenente le nozioni che deve comunicare agli studenti. Si tratta in questo caso più di ripetizione che di teologia. Si possono svolgere indagini storiche, ricercare cosa ha scritto, per esempio, san Tommaso su un certo argomento. Ma a volte anche l'indagine storica è dettata dall'esperienza. Perché si scelgono di studiare alcune cose e non altre? Bisogna ricondurre sempre all'esperienza...
Ordinato nel '63, termino gli studi nel '65, prete di una diocesi, Noto, che è la più meridionale d'Italia, un po' più a sud di Tunisi e di Algeri. Io sono nato lì, in un paesino che si chiama Pozzallo ... Appena tornato dalla Germania, dai miei studi, il vescovo mi affida l'incarico di assistente degli universitari della diocesi, la Fuci. Alla fine di quel periodo, per cercare di capire quello che avevo fatto e quello che avevo detto, ho scritto un libro: "Sapienza e storia(1)", sul problema, proprio di quegli anni ('65-'69), del ruolo dei cristiani nella politica, nella società, ecc. Cercai di dare ordine ai miei pensieri, alle riflessioni di un prete che lavorava con gli universitari ma che a volte era chiamato a spiegare Marx ai ragazzi del partito comunista. Quei ragazzi che non conoscevano il pensiero di Marx, mentre u parrinu, il prete, lo conosceva, mi chiedevano: "padre, ci spieghi Marx". Soddisfacevo la loro richiesta leggendogli il Capitale. È stata una bella esperienza anche perché poi le persone si incontrano sempre a livello più profondo. Basta guardarsi negli occhi... per capire.

catechesi dei ladri

Poi però entrai un po' in crisi come prete, chiedendomi se potessi stare in questa chiesa.
La chiesa è stata sempre un po' ipocrita, un po' maneggiona... Decisi, poiché comunque in questa chiesa ci volevo stare, che il modo di starci come prete era quello di andare ad abitare in un certo quartiere di Catania. Nel frattempo infatti mi ero trasferito a Catania, dove era sorta una piccola facoltà di teologia verso cui confluivano, a partire dal '69, tutti i seminaristi della diocesi della Sicilia sud orientale. Insieme ad un amico prete, che in seguito lasciò quell'esperienza, perché più legato a Comunione e Liberazione, andai ad abitare in un quartiere dove nessuno voleva andare. I religiosi volevano la sicurezza economica ("se non possiamo campare, che ci stiamo a fare?"), mentre i preti si spaventavano, perché ritenevano quell'assegnazione una punizione. In effetti in quel quartiere una percentuale non indifferente di residenti era costituita da ladri. Ma io ho ricevuto catechesi dai ladri che voi nemmeno vi sognate. Per me fu un'esperienza importantissima.
A quel tempo non esisteva ancora la mafia a Catania, c'era "la mala". La mafia a Catania si affermerà nella prima metà degli anni '70, a poco a poco, quando le attività mafiose si concentreranno sulla droga, con l'esigenza di decentrare rispetto alla Sicilia occidentale e di creare degli appoggi anche nella Sicilia orientale. La cupola decide di adottare la più grossa famiglia malavitosa di Catania, i Santapaola, di cui avrete sentito parlare, creando un avamposto per ulteriori sviluppi.
Ma prima c'era la mala. Con ingenuità ci accostiamo e viviamo tra la gente di mala! Ricordo che una volta in parrocchia ci poniamo il problema di cosa fare per l'Avvento e decidiamo di visitare i carcerati. Siccome una notevole percentuale dei nostri parrocchiani era in carcere, significava visitare i nostri parrocchiani. Quando la giovane banda del quartiere, che allora tutto sommato non aveva superato la soglia dell'assassinio, lo venne a sapere, venne a trovarci e a rimproverarci. "Voi, a noi, cosa volete dire?!" Noi zitti, col capo basso. Prima ci hanno raccontato tutte le miserie e le piccinerie della gente che frequentava la parrocchia... Poi hanno cominciato a esaltare la propria vita: solidarietà gli uni con gli altri, accettazione del rischio, nessuno lasciato solo, ecc. "Voi queste cose le sapete fare?"
Mi ricordai del famoso detto cassidico di Buber dove un rabbino, a cui hanno chiesto quali siano le vie per andare al cielo così risponde: "Io non le so, ma alcune cose, tre, le puoi imparare dal bambino, e sette le puoi imparare dal ladro." Ed era quasi alla lettera quello che ci diceva quel giovanotto. "Veglia di notte, dà la propria vita per poca cosa, non è attaccato alla refurtiva, la vende per pochi soldi rispetto al suo valore, è solidale..."
Quella volta furono gli altri ad annunciarci il vangelo.
In quella parrocchia, che si chiama tutt'ora il Villaggio Sant'Agata, dominato, corrotto dalla Democrazia Cristiana, veniamo subito tacciati di essere comunisti. È sempre il solito ritornello: "Siete comunisti". Ci sia o non ci sia il comunismo, si sia o non si sia comunisti.
Non abbiamo dove abitare, perché non c'è né chiesa, né casa. Edifichiamo con i nostri soldi un prefabbricato di legno, dove sono vissuto per venticinque anni. Bello! In estate a 50 gradi all'ombra e in inverno freddo da morire. Non potrò più dimenticare quegli anni, sono gli anni più belli della mia vita. Poi il parroco purtroppo si è ammalato, e abbiamo dovuto lasciare. Ma io ancora vivo di quegli anni.

in carcere per respirare

Vivevo lì, studiando e insegnando teologia, facendo il ricercatore. Dico sempre a quelli che vogliono studiare, che vogliono fare la tesi con me, se accettano di avere il culo piatto, di stare cioè parecchie ore al giorno seduti sulla sedia. Solo su quella base si può lavorare. Altrimenti non mi interessa.
Vivevo lì studiando e facendo il catechista - ho fatto per venticinque anni la catechesi ai bambini in parrocchia. È straordinario comunicare il vangelo ai bambini - e stando con quella gente, che tu non riesci a cambiare. Quell'esperienza per me è stata il terreno di coltura della mia riflessione teologica successiva, fino ad oggi. Adesso, che mi manca da 13 anni quell'esperienza, cerco di recuperarla con la visita settimanale ai carcerati. Andando oltre la porta del carcere, il mondo cambia. Tu ti ritrovi dalla parte degli assassini, dei ladri, degli spacciatori di droga... È un'esperienza terribile: immediatamente diventi un altro. Il modo in cui la società si vendica di costoro è veramente disumano e grida vendetta al cospetto di Dio. Son capaci di far morire la gente in carcere... Vado in carcere non come cappellano, ma come assistente volontario. E vado lì, attenzione, non per far del bene, ma per respirare. Finalmente, un po' di umanità! Bella, schietta, com'è, senza veli e senza niente.
Ricordo una volta lo choc che ho provato... L'educatrice mi dice: "Don Pino, vada a visitare quella signora, ha ucciso suo marito...." Vado pensando a chissà cosa m'aspetta. Faccio chiamare questa signora, la saluto, le dico che sono un prete, ecc. E lei mi dice: "Ah, sono in pace! Se sapesse come mi sono grati i miei figli!" Certo, perché il marito era un farabutto. E lei si era fatta giustizia da sé. "Se sapesse, padre, vivo nella pace. Adesso mi hanno condannata, sono 14 anni con le attenuanti, ma sono in pace, i miei figli vengono a trovarmi, mi vogliono bene, mi danno serenità, speranza..." E io... sto zitto. Che devo fare? La catechesi sull'omicidio?

a tavola con i peccatori

Il mio problema, a quel punto, fu di capire se aveva un senso stare con dei peccatori. Non con l'immigrato, non col comunista. No. Con i peccatori. Primo frutto di quell'esperienza fu un libro: "La compagnia della fede"(2), dove l'immagine che più valorizzavo era quella di Gesù che siede a tavola con i peccatori... Perché, attenzione, il peccatore è colui che è lontano da Dio. Il peccato non è un'altra cultura. Il peccato non è un altro colore della pelle. Il peccato è l'inimicizia con Dio. Molto più grave di tutte le altre diversità.
Chi si è confrontato duramente con il problema del peccato è Gesù, che siede a tavola con i peccatori, senza chiedere loro come condizione previa la conversione. Non dice: "Prima vi convertite, e poi siete degni di sedere a tavola con me". No. Gesù celebra la messa con Giuda... La distanza della chiesa da Gesù è abissale. La chiesa afferma che non ci si può comunicare senza essere in stato di grazia. Gesù invece comunica con Giuda, pur sapendo che lo avrebbe tradito. Ci pensate a questo?
Nella predicazione abituale della chiesa si dice che prima uno si converte e poi Dio lo perdona. È proprio il contrario di quanto sta scritto nel Nuovo Testamento, secondo il quale prima Dio perdona e dopo chi ha ricevuto il perdono è libero di accoglierlo e di convertirsi. Dio perdona comunque. Dovrebbe essere soprattutto questo il segno dell'eucaristia. Se nella chiesa ci si interroga sulla possibilità della comunione per il divorziato o l'omosessuale, vuol dire che si è perso totalmente il senso del perdono cristiano e forse il senso dell'eucarestia.

la parabola negata: la zizzania

Da allora tutte le mie pubblicazioni sono state un approfondimento di questo tema, fino all'ultimo libro: "La verità crocifissa"(3), passando per saggi che hanno scavato lungo questo cammino. A un certo punto mi è sembrato che ci fosse una pagina del Vangelo negata nella chiesa: la parabola della zizzania.
Gesù racconta che il nemico viene di notte a seminare nel campo il grano cattivo, il loglio, la zizzania. I discepoli, cioè i cristiani, se ne accorgono, e chiedono al padrone del campo di poter sradicare l'erba cattiva. E Gesù dice una cosa che nessun contadino direbbe, evidentemente: "No, perché strappando l'erba cattiva strappereste anche l'erba buona." Bisogna aspettare il giorno del giudizio, della messe, e solo allora sarà possibile mettere la zizzania da una parte e l'erba buona dall'altra.
Se si prendono in considerazione tutti i concili della chiesa, escluso il Vaticano II, si troverà capovolta la parabola della zizzania. Infatti i vescovi di quei concili affermano: siccome il Signore ci ha messo nel suo campo per sradicare la zizzania ... allora noi condanniamo questo errore, quest'altro errore e così via. Noi vogliamo sradicare l'errore!
Nella rivista che dirigo, "Il Cristianesimo e la Storia", ho voluto fare un numero unico sulla storia della parabola della zizzania, per vedere come nelle varie chiese si è interpretata la parabola, cominciando dall'antichità, da Sant'Agostino, dalle chiese siriache, fino ai protestanti, e alla teologia contemporanea. La storia della parabola della zizzania è davvero la storia della chiesa. Sembra un'indagine storica, ma nasce nella mente di uno che vuole capire la propria esperienza cristiana.
La storia poi ci dice delle cose molto interessanti. Le motivazioni che vengono addotte per lo sradicamento della zizzania hanno questo tema di fondo: è vero che Gesù invita a non sradicare la zizzania, ma, da quando abbiamo ricevuto il suo Spirito, abbiamo la possibilità di discernere l'erba buona dalla zizzania, che possiamo quindi sradicare e distruggere.
Scusate questa premessa autobiografica, che può costituire però una buona introduzione alla comprensione del lavoro teologico, che si svolge nel meditare sulle Scritture e sulla Tradizione della chiesa. Il teologo infatti altri non è che colui il quale, per una serie di circostanze, ha del tempo per studiare la Scrittura e la Tradizione della chiesa. Il teologo non è altro.

cucinare il pesce e fare teologia

Quando stavo nel prefabbricato, i parrocchiani scoprirono ben presto che sapevo cucinare il pesce. La domenica andavano a pescare il pesce e me lo portavano, invitandosi a cena. Una volta, mentre cucinavo, mi fanno una domanda: "ma lei che fa il teologo, cos'è sta teologia?"
Un altro parrocchiano una volta aveva detto: "Quello lì ha il culo di scimmia: è sempre seduto!" E aveva definito la teologia.
Allora che cos'è la teologia? Mentre mi guardavano cucinare il pesce ai fornelli, aggiungendo condimenti, olio, ecc. (io ho imparato a cucinare da mio papà che era un marinaio, che quando rimaneva a casa, come tutti gli uomini di mare, puliva e cucinava il pesce quasi ogni sera), dicevo loro che il teologo fa una cosa simile. Chi cucina il pesce deve conoscere come va cucinato il merluzzo, come il pesce spada, come la sarda. I pesci vanno cucinati ognuno in un certo modo. Oltre a questo, che si apprende dall'esperienza, occorre anche saper dosare i condimenti. Ecco, il teologo è questo. "Ah, abbiamo capito!" rispondono.
Cioè, il teologo cosa fa? Per rispondere a un suo problema vitale o a un problema della chiesa, usa una serie di elementi che sono quelli della Tradizione della chiesa e della Scrittura (cosa ha detto il tal teologo su quest'argomento, cosa dice la Scrittura...) e sceglie i vari condimenti.
Sto facendo una introduzione alla metodologia teologica. Ma sempre col culo di scimmia!
Nel fare teologia ho cercato di comprendere la mia storia, e di indicare attraverso gli scritti ai miei fratelli di fede le ragioni di un certo cammino, che è stare a tavola con i peccatori.
Credo quindi che il problema dell'altro si ponga in maniera molto più radicale di qualunque altra diversità.
A questo punto del mio cammino chiedo e ottengo dal Consiglio del mio istituto di insegnare oltre la teologia fondamentale anche cristologia. Ho così l'occasione di approfondire la riflessione su Gesù. Conoscevo Lévinas e tutta la riflessione sull'altro, sul volto dell'altro che mi rivela l'io, sull'altro in cui c'è la parola fondamentale di Dio, il non uccidere (fammi vivere, rispettami, ecc.), sull'altro che è all'origine della consapevolezza che io ho di me... Sono tutti i motivi di Lévinas, di questo grande filosofo ebraico. Ma nella tradizione ebraica del nostro secolo ci sono altri pensatori non meno interessanti di lui. Poiché sono sul punto di smettere di insegnare - i docenti di teologia a 70 anni diventano emeriti - voglio dedicare gli anni che mi restano al pensiero ebraico del '900. Non è una fisima, sapete, ma è sempre voler capire la mia esperienza e quella degli altri, voler capire l'esperienza cristiana. E il motivo è sempre quello espresso dal profeta Geremia. Quando lo lessi in una citazione di Bonhoeffer, saltai sulla sedia.

Geremia in compagnia di ridanciani

Nelle cosiddette confessioni di Geremia, a un certo punto, al capitolo 15, versetto 17 di Geremia, c'è scritto: "Mi hai afferrato per mano..." È Geremia che si lamenta di Dio: "Mi hai afferrato per mano, e mi son dovuto sedere solitario in una compagnia di ridanciani perché tu mi avevi riempito di sdegno." Colui che è chiamato da Dio è gettato nella compagnia degli uomini con cui non è d'accordo. "Solitario... seduto con gli altri": io debbo annunciare loro il tuo castigo, ma loro vogliono ridere! "La tua parola è diventata per me motivo di obbrobrio".
Quella pagina mi affascinò. Corrisponde all'esperienza di qualunque credente che a un certo punto si sente afferrato per mano da Dio, ed è rigettato in mezzo agli uomini e alle donne. Ha dentro un'altra cosa, ma deve stare con gli altri, deve stare con loro.
Con questo motivo così bene espresso da Geremia cerco di ripercorrere la storia della teologia... Sono uno storico della teologia, al cui studio ho dedicato il lavoro di una vita, ben 45 anni, dal 1965 ad oggi, di cui 25 passati in quel paradiso terrestre che è un quartiere di ladri, e a volte anche di assassini. Col passare degli anni sono aumentati gli assassini. E gli assassinati.
Trovavo affascinante la soluzione etica alla Lévinas, però non mi soddisfaceva. Penso che, nell'esperienza del rapporto con Gesù di Nazareth, ci sia qualcosa di molto più radicale, di molto più profondo, rispetto alla visione di Lévinas secondo la quale l'altro dà origine alla mia consapevolezza, ed è il luogo del comandamento di Dio "non uccidere".
La storia di Gesù ci pone a monte della dialettica tra l'io e il tu. L'io e il tu sono rifondati, dice Paolo (1 Cor 3,10ss) e noi dobbiamo costruire sul fondamento già posto, Gesù Cristo. Poi ci possiamo costruire sopra quello che vogliamo, e, solo alla fine dei tempi, se abbiamo costruito male, con paglia, ecc., tutto brucerà, e se abbiamo costruito bene, con pietre preziose, oro, allora tutto resterà. Tuttavia, anche quelli che hanno costruito male, saranno salvati, attraverso il fuoco.

prima forma di violenza: separare il bene dal male

Il mistero della vita è troppo grande perché noi possiamo giudicare da noi stessi e separare il bene dal male. Non c'è nulla di più violento che pretendere di separare il bene dal male, perché una volta operata la separazione, noi ci riteniamo giusti e buoni, mentre gli altri sono i cattivi e malvagi. La conseguenza è la lotta dei giusti contro i cattivi, fino alla distruzione totale, all' herem biblico, che faceva risalire a Dio il comando di distruggere tutto ciò che ha vita nel campo avversario, anche le bestie, le donne, gli uomini, ecc. La divisione tra bene e male è sempre la prima fonte della violenza. Lo Stato pretende di separare i giusti dai cattivi, e sui cattivi si vendica. Ho una concezione grossolana della giustizia e dello Stato, ma è terribile.
Studiando Gesù Cristo mi sono accorto della carenza della cristologia, cioè di tanti trattati su Gesù Cristo. La definizione che Gesù dà di se stesso la ascoltiamo ogni domenica: "Questo è il mio corpo dato per voi". È l'unica definizione che Gesù dà di sé. E poi si specifica che questi "voi" sono i peccatori: il mio sangue sparso in remissione dei peccati.
Ora i grandi teologi, da san Tommaso a Rahner, a Barth hanno scritto cose bellissime su Gesù. Gesù Cristo è il vertice dell'evoluzione dell'umanità perché in lui la libertà dell'uomo arriva al suo vero culmine, tutto è in funzione della libertà, dell'autotrascendimento, e via dicendo...

lo scandalo: la storia concreta di Gesù

Ma è la storia concreta di Gesù che deve essere presa seriamente in considerazione. La sua nascita, il suo essere stato discepolo di Giovanni il battista, l'essersi fatto battezzare mettendosi tra i peccatori.
Il battesimo di Giovanni il battista infatti era un battesimo per la remissione dei peccati. Non c'è alcun dubbio. Ma questo, sin dagli inizi, come appare dagli stessi vangeli, ha creato scandalo tra i primi cristiani. L'unico evangelista che narra il battesimo di Gesù senza nessuna paura è Marco. Matteo comincia ad arzigogolare: "Non è giusto che io battezzi te, ecc." ... "Io non sono nemmeno degno di scioglierti i legami dei calzari..." Matteo spiega alla sua comunità che Gesù non aveva bisogno del battesimo, dato che era più grande del Battista. Lo fa solo per adempiere alla giustizia di Dio. Quale sarebbe la giustizia di Dio resta un grande mistero.
Luca racconta il battesimo di Gesù dopo l'imprigionamento di Giovanni il battista, al capitolo terzo. Giovanni non lo racconta nemmeno, ma riporta solo la testimonianza di Giovanni il battista, mentre Gesù gli passa davanti. A pensarci bene, il battesimo di Gesù è l'atto più contraddittorio della sua vita. Come può il Figlio di Dio farsi battezzare come un peccatore? Come può ricevere il battesimo di Giovanni che era un battesimo in remissione dei peccati? Se lui sapeva di essere senza colpa, doveva dire: non è per me. E invece si mette in fila tra i peccatori.
Poi siede a tavola con i peccatori, gravissimo scandalo per i farisei.
Muore abbandonato da tutti i discepoli, solo tra i peccatori. Anche questo crea grande scandalo tra i primi cristiani. Sia Matteo che Marco raccontano che tutti e due i ladroni lo insultavano. Luca ne fa convertire uno, mentre i discepoli sono fuggiti e le donne stanno a guardare da lontano. Giovanni li mette tutti ai piedi della croce. È lo scandalo.
Tutto questo ha o non ha valore nella comprensione di Gesù e nella comprensione di Dio, dato che Gesù è quello che ci manifesta Dio? Libertà, natura umana, scienza, volontà, ecc. su cui si soffermano le cristologie sono cose importanti, ma cosa significa capire Gesù?
La vita di Gesù è molto più realistica di quella che viviamo noi. Prende la società nel suo punto più contraddittorio, e cioè la feccia dei peccatori, dei traditori del popolo. I pubblicani infatti sono i traditori del popolo, conniventi con i Romani.
Gesù non è una natura umana, una sostanza umana. Gesù è una storia, la storia di un uomo preciso. E se noi crediamo, come io credo, che il Figlio di Dio si sia fatto uomo, vuol dire che è diventato "questa storia", non "la natura umana". Gesù non è una filosofia, una definizione filosofica della natura, della libertà, della volontà, ma una storia precisa, un percorso storico ben determinato, come
ci testimoniano, letti evidentemente con un po' di intelligenza, i Vangeli.
Emerge così l'importanza del Gesù storico.
Gesù ci fa capire in modo più radicale il problema del riconoscimento dell'altro. È molto più rispondente ai Vangeli Sartre, che tanti discorsi sull'altro: l'altro è l'inferno, fino in fondo.
La comprensione del problema del riconoscimento dell'altro per un cristiano va più in profondità rispetto ad ogni considerazione di carattere sociologico, filosofico, ecc. Il cristiano deve comprendere la propria esistenza e il rapporto con l'altro collocandosi al centro della propria fede, nell'eucarestia.

Dio nessuno l'ha mai visto, è Gesù che ce lo "squaderna"

Dopo una prima parte piuttosto autobiografica, vorrei ora proporvi un piccolo trattato di cristologia. Anche se non parlerò come ai miei studenti, con citazioni, ecc., forse troverete questa parte un po' più ostica. È come se avessi scelto di fare il contrario di quello che fece Gesù con il vino alle nozze di Cana (ed essendo in Piemonte, terra di vini grandiosi, capite bene cosa voglio dire!).
Il primo presupposto per capire la valenza teologica del discorso che faremo, cioè che Gesù ci rivela Dio, è il seguente versetto del prologo di Giovanni:
18Dio nessuno l'ha mai visto: / proprio il Figlio unigenito, / che è nel seno del Padre, / lui lo ha rivelato.
Ci viene detto in questo testo che Dio non l'ha visto nessuno, ma che l'unigenito Figlio di Dio, cioè "colui che era proiettato verso il Padre, verso il seno del Padre" (traduco così l'espressione greca eis ton colpon tu patros) "ce lo ha manifestato". Le traduzioni banalizzano il testo originale, usando le espressioni: lo ha manifestato, lo ha rivelato, ce ne ha parlato, ecc. Ma la parola greca che usa Giovanni è: ekeinon exeghesato, che significa: "ce ne ha fatto l'esegesi". Fare l'esegesi vuol dire "sciogliere un viluppo, "sviluppare", squadernare, come quando, avendo un foglio arrotolato, lo "srotolo", lo "sviluppo", lo "squaderno". Dio nessuno lo ha mai visto, Gesù ce lo ha "squadernato".

Gesù ci rivela Dio con la sua vita

Se prendiamo sul serio questo versetto, per capire chi è Dio, per comprendere la vita nascosta di Dio, dobbiamo leggere con attenzione la vita di Gesù. Infatti Gesù non ha lasciato degli scritti, né ha tenuto lezioni di teologia, ma ha fatto delle cose e ha detto delle parole. A cominciare, ad esempio, dalle beatitudini.
La vita di Gesù, come la possiamo storicamente ricostruire, non comincia con l'infanzia. Sapete benissimo che i racconti dell'infanzia non sono storici, ma sono spesso una interpretazione teologica. Si dice, ad esempio, che Gesù nacque a Betlemme (e non a Nazareth, dove con ogni probabilità è nato), perché, essendo il messia, non poteva che nascere nella città di Davide. E così via.
La vera storia di Gesù è quella che gli Apostoli raccontano alla gente. Nel capitolo 10 degli Atti degli Apostoli, Pietro dice a Cornelio: "Voi sapete quello che è accaduto da noi..." e gli racconta la storia dall'inizio. E l'inizio, è il battesimo di Giovanni: quella è la storia di Gesù che noi conosciamo.(4)

il Gesù storico e l'interpretazione dei cristiani

Bisogna distinguere tra quello che Gesù è veramente stato, e la lettura che ne hanno fatto i cristiani.
Infatti, e questo può forse sembrare strano, i cristiani hanno sempre avuto una certa paura a confrontarsi con Gesù. Quello che viene detto tradizionalmente, come anche nell'ultimo libro del papa su Gesù, è che nel Nuovo Testamento non c'è il Gesù della storia, ma il Gesù che è stato creduto, interpretato dai cristiani. Si dice così perché si ha paura che il Gesù uomo sia meno grande di quello che la chiesa ha detto di lui. E invece Gesù uomo è molto più grande di quanto tutta la chiesa possa dire di lui. E ci sono dei punti in cui la chiesa è ancora indietro rispetto a Gesù.
Fin dagli inizi, come appare chiaro dal Nuovo Testamento, certe parole di Gesù non si vogliono ricevere. Tra gli esempi che vi posso portare, quello della parabola della zizzania è il più evidente. Lo si vede nell'episodio dell'incestuoso a Corinto, di cui Paolo dice (1Cor 5,5): "5questo individuo sia dato in balìa di satana per la rovina della sua carne, affinché il suo spirito possa ottenere la salvezza nel giorno del Signore." Questa era la prassi pagana del bando: quando nella polis greca c'erano delitti particolarmente vergognosi, la comunità non voleva nemmeno giudicare. Bandiva il delinquente, affidando il suo destino agli dei, fuori dai limiti del territorio della comunità. Questa è l'origine della prassi della scomunica.
Certo, le comunità si trovano in grande disagio, quando hanno a che fare con un individuo che si intestardisce a fare il male. La loro reazione non è tanto differente da quella di quei genitori che, non volendo che i propri figli entrino in contatto con certi altri bambini, scelgono una certa scuola piuttosto che un'altra.
Il problema si pone anche nella comunità di Matteo, dove si arriva a capovolgere le parole di Gesù. Nel capitolo 18, leggiamo:
15Se il tuo fratello commette una colpa, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea; e se non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano.
Queste sembrano parole di Gesù, ma sono in contrasto con ciò che Gesù ha fatto e ha detto. Gesù sedeva a tavola con i pubblicani, e i cristiani avrebbero dovuto continuare a sedersi a tavola anche con coloro che rifiutavano il giudizio della comunità!
Ma la comunità di Matteo non interpreta più così: con i pubblicani non ci si siede più. E quindi espelle dal proprio seno colui che non si vuole sottomettere. Il pensiero di Gesù viene capovolto.
E nella chiesa, questa prassi domina, fino ai nostri giorni: "Excomunicatus vitandus", scomunicato da evitare. Se uno scomunicato entra in chiesa, bisogna interrompere la celebrazione.
Questa contraddizione la troviamo anche in Giovanni. Il vangelo di Giovanni è ritenuto il vangelo dell'amore, ma dell'amore solo tra i fratelli. Nella seconda lettera di Giovanni l'accoglienza deve essere negata ad un fratello diventato eterodosso: 10Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo; 11poiché chi lo saluta partecipa alle sue opere perverse.

la leggenda del Grande Inquisitore: specchio della vita della chiesa

Alla chiesa costa molto essere fedele a Gesù. La leggenda del Grande Inquisitore(5) è lo specchio, sempre attuale, della vita della chiesa. Il Grande Inquisitore porta tra l'altro un argomento stupendo: "Tu sei un idealista, noi dobbiamo badare alla gente, alla nostra chiesa di popolo. Se la gente segue le tue fandonie, i tuoi pensieri belli, si rovina. Noi dobbiamo pensare alla gente, non ai tuoi sogni. Allora, mi dispiace, ma ti devo condannare". Gesù lo bacia e scompare. Il discorso del Grande Inquisitore è sempre di grande attualità.
Gesù è scandalo ancora oggi. Non dobbiamo avere di lui un'immagine melensa. Dobbiamo capire quello che significa la radicalità del Vangelo. Come accennavo prima, Gesù inizia il suo percorso tra i peccatori, annunciando loro la misericordia di Dio, guarendo dalle malattie e, soprattutto, sedendo a tavola con loro: è questo il segno che lui pone.
l'essenza del cristianesimo è mangiare con gli altri
Franz Mußner, un esegeta tedesco che ho conosciuto, proprio pensando alla prassi di Gesù ha scritto un bellissimo articolo, che è rimasto un masso isolato: "L'essenza del cristianesimo è mangiare con gli altri","Das Wesen des Christentums ist gemeinsames Essen".
Alla fine della sua vita, Gesù interpreta tutta la sua esistenza. Non possiamo ricostruire esattamente le parole di Gesù. E la chiesa continua a modificarle! In Italia, unico caso tra le traduzioni europee, i vescovi hanno perfino modificato le parole dell'ultima cena, aggiungendo l'espressione "in sacrificio", che nel Nuovo Testamento non c'è: "Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi" (una terribile fissazione ecclesiastica, per contrapporre ai protestanti il concetto di messa come sacrificio!).
Gesù è al termine della sua vita. Capisce che tra poco tutti lo abbandoneranno, che ha fallito, che nessuno ha accolto il suo messaggio. E si rivolge al Padre: "Padre, passi da me questo calice... ma la tua volontà sia fatta. Mi hai dato questa vita, devo cercare di ubbidire a te: questo è il mio corpo offerto per voi ". Vale a dire: "tutta la mia esistenza storica, tutta la mia vita, finita così, la do per voi, per tutti".
E poi le parole del calice, il sangue versato per i peccati dei molti, cioè di tutti nel linguaggio semitico.
Questa è l'interpretazione che Gesù dà di se stesso alla fine della sua vita, e che la chiesa meravigliosamente ogni domenica ci mette davanti.

la morte in croce

E poi c'è la morte finale, dove tutti fuggono, "pantes efugon" (Mt 26,56) Solo le donne guardano gli avvenimenti da lontano. Gesù muore tra due delinquenti che lo insultano. Evidentemente non è storico l'episodio del buon ladrone costruito da Luca per indicare la prima vittoria sul peccato già sulla Croce: è un motivo teologico. Sono più attendibili le descrizioni di Marco e Matteo. Non è storica neppure la versione di Giovanni che presenta il discepolo prediletto, Maria e le altre donne ai piedi della croce. È una profondissima teologia, la bellissima idea della chiesa che nasce dalla croce.

per Gesù, l'altro è il peccatore

Se provate a togliere le parole "peccato" e "peccatori" dai vangeli sinottici, questi diventano incomprensibili. Ma è difficile per i cristiani capire che la chiesa è per i peccatori. La chiesa non è forse per i giusti, vale a dire per noi? Che la chiesa possa condividere l'eucarestia con Giuda, è impensabile.
Eppure, questo aveva un senso per i Padri, come ho scoperto con una ricerca resa possibile dal computer.
Secondo "La storia della tolleranza nel secolo della Riforma", due meravigliosi volumi del padre Joseph Lecler, il termine tolleranza (nel senso moderno del termine di accoglienza dell'altro, non nel senso di pazienza) è un frutto delle guerre di religione del XVI secolo.
Grazie al computer, ho invece scoperto che c'era sin dall'epoca patristica l'idea della tolerantia crucis, e della tolleranza di Giuda.
Di fronte all'episodio di Giuda, veniva messo in crisi anche Agostino, lui che, nella lotta ai donatisti, sulla spinta politica dell'autorità imperiale, era arrivato ad accettare anche la tortura. Gesù era ritenuto il modello del vescovo: se Gesù ha accolto Giuda nell'eucarestia, allora il vescovo deve accogliere chiunque nella sua chiesa.
È vero che nel Medio Evo ci sono pochissime testimonianze dell'uso moderno del termine tolleranza, ma ciò non toglie che il termine faccia parte della tradizione più antica della chiesa.
Allora, chi è l'altro nell'esistenza di Gesù? Non è anzitutto l'immigrato, non è l'ateo di buona coscienza, ma il peccatore. Ce lo ha detto Gesù stesso. Ma noi il Vangelo lo prendiamo sottogamba! Ricordate il capitolo 9 del Vangelo di Matteo, in cui si racconta che i farisei si scandalizzano perché Gesù siede a tavola con i peccatori? E lui risponde: "Non sono venuto per i giusti, ma per i peccatori".(6) "L'altro" per Gesù è l'uomo lontano da Dio.
Ce lo dice anche Paolo, nonostante in molte occasioni ci appaia come un terribile intollerante, come nell'episodio di Antiochia, spesso letto come una debolezza di Pietro. Ad Antiochia si svolge la prima missione cristiana, lì dove, per la prima volta, i seguaci di Gesù vengono chiamati cristiani. Ci sono anche dei giudei che diventano cristiani e che continuano ad osservare la legge mosaica. Per Paolo sono dei nemici, addirittura chiamati "cani" (non sono solo i musulmani a chiamare cani "gli altri"!). Pietro, prima dell'arrivo di "quelli di Giacomo", cioè dei sostenitori dei giudeo-cristiani, sedeva tranquillamente a mensa con i cristiani di origine ellenistica e celebrava l'eucarestia assieme a loro. Arrivati "quelli di Giacomo", Pietro ha cercato di evitare divisioni (che è quello che dovrebbe fare il papa...), senza rompere con nessuno, diradando per questo scopo le visite ai cristiani di origine ellenistica. Paolo ritiene questo comportamento un tradimento del Vangelo, e prende di petto Pietro...
Ma Paolo non è solo questo intollerante. Ciò che rende la Bibbia meravigliosa, è proprio l'umanità dei personaggi che vi incontriamo. Per Paolo, Gesù è prima di tutto il crocifisso. Commentando l'esistenza e la morte in croce di Gesù, scrive una frase, che si dovrebbe imparare a memoria:"In questo Dio ha dimostrato il suo amore per noi, perché mentre eravamo ancora peccatori, il Figlio suo è morto per noi"(Romani 5,8). L'uomo è accolto, è amato, mentre è ancora peccatore. E, come si dirà nella seconda lettera ai Corinti, in Gesù c'è il sì definitivo di Dio. Il che vuol dire che tutti i peccatori sono amati.(7)

in Gesù, comprendiamo che Dio è relazione: il "ballo trinitario"

Torniamo al problema teologico. Se Dio non lo conosce nessuno, se colui che ce lo ha squadernato davanti è Gesù (che noi diciamo essere vero uomo e vero Dio), è dall'esistenza di Gesù che noi dobbiamo trarre delle conseguenze per capire chi è veramente Dio. Non capiamo chi è Dio da una teoria, ma da Gesù. Non cerchiamo il dio dei filosofi, ma il Dio di Gesù, come aveva percepito lucidamente Pascal.
Se Gesù ha fatto così, è perché Dio è così. In Dio c'è l'amore, c'è la comunione, c'è l'altro. Dio non è identità, ma relazione con l'altro. Da queste premesse si sviluppa tutta la riflessione trinitaria, che arriva fino alla bellissima immagine del ballo. "Pericoresi trinitaria" ("circumincessio" in latino) significa "ballo trinitario". Immaginate come si ballava una volta la contraddanza, girando e passando dal braccio dell'uno al braccio dell'altro. Dio è così: è la danza dell'amore. È relazione. Le persone della Trinità, Padre, Figlio e Spirito sono relazioni sussistenti. La sostanza del Padre è relazione, perché lui non sta senza il Figlio, e la sostanza dello Spirito è l'essere l'intreccio tra il Padre e il Figlio: è una bellissima danza. Dio è una festa, è un ballo, è una comunione. Ed è proprio perché è comunione, che dà origine all'altro da sé, cioè all'uomo e al mondo. La vita di Dio è un comunicare, è un comunicare con l'altro da sé.
Nella più antica traduzione in italiano della Bibbia, forse ad opera dei Catari(8), il termine "logos" del prologo di Giovanni (che significa "la parola" e che papa Ratzinger traduce con "ragione") veniva tradotto con "il Figlio": "In principio era il Figlio, e il Figlio era proiettato verso il Padre..." È una traduzione libera, però teologicamente esatta. Infatti, alla fine, Giovanni stesso scrive: "Dio non lo ha visto nessuno, il Figlio unigenito, colui che è verso il seno del Padre, ce lo ha narrato". Quindi siamo tutti dentro una relazione. E questo ci fa capire il senso della creazione.

La creazione: la relazione di Dio con l'uomo

Nel primo racconto della creazione, la cosiddetta narrazione sacerdotale, si dice: "Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza. A immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò"(Gen 1,27). Già in questo inizio c'è la diversità. Ci sono migliaia di libri che cercano di spiegare il significato di "a immagine e somiglianza di Dio". Anche nella Bibbia troviamo delle interpretazioni, perché la Bibbia, a poco a poco, interpreta se stessa: nel Libro della Sapienza si ritiene che l'uomo sia a immagine di Dio perché fornito di razionalità e sapienza, nell'Ecclesiastico perché chiamato a comandare al creato. È evidente che in ambiente greco, dove la cosa più alta è la ragione, si ritiene che l'uomo sia a immagine di Dio perché essere razionale, mentre in ambiente semitico, dove il problema non è la ragione, ma lo stare nel mondo, l'uomo è immagine di Dio come padrone del creato. Sono entrambe delle interpretazioni corrette.
Ma il Nuovo Testamento ci dice che è Gesù l'immagine di Dio, che noi dobbiamo diventare come l'immagine e che il vero primo uomo non è più Adamo, fatto dalla terra, ma Gesù, l'uomo celeste (1Cor 15,45).
Lasciando perdere tutti gli arzigogoli della logica di Paolo, traiamo le conseguenze di questa affermazione: Dio infonde la sua immagine nel mondo, la sua immagine è la relazione, e la ribellione dell'uomo a Dio ha causato la rottura della relazione.

la rottura della relazione

Io non sono esegeta, ma mi baso sull'esegesi, in questo caso di Erich Zenger, dei capitoli 3 e 4 della Genesi. Spesso per capire la storia del peccato originale, noi leggiamo il capitolo 3 (il racconto dell'uomo e della donna che mangiano la mela perché vogliono diventare come Dio), senza prendere in considerazione il capitolo 4, che invece forma un'unità con il capitolo precedente. In quei due capitoli viene rappresentata la rottura, che si manifesta la prima volta come ribellione a Dio e la seconda volta come uccisione del fratello. Entrambi i brani però finiscono con una benedizione. Nel primo c'è la promessa di una discendenza grazie alla quale la donna schiaccerà il capo del serpente, e nel secondo c'è il Tau, il segno su Caino, che nessuno potrà uccidere.

chiamati alla festa, alla relazione con l'altro

Gesù non ci svela solo il senso di chi è Dio (relazione, danza, festa), ma anche il senso di chi è l'uomo. L'uomo è colui che è chiamato alla festa, alla relazione con l'altro.
Questo ci viene spiegato dalla stupenda parabola cosiddetta del figliol prodigo, o del figlio ritrovato, narrata da Luca. Ad un certo punto del racconto, mentre in casa c'è la festa, la danza, arriva il fratello "giusto".
25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. 27Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 28Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. 29Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. 31Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato" (Lc 15, 25-32).
Alla festa del Padre entra il peccatore, ma non il giusto! È duro per noi, noi che ci consideriamo "i giusti", accettare questo. È duro per me, che sono un prete, fedele alla disciplina ecclesiastica, sentirmi dire da Gesù: "I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio" (Matteo 21, 31). Attenzione: dice "passano", non "passeranno dopo che si saranno convertiti". Non è facile accettare questo Gesù. È più facile sentirsi dalla parte del Grande Inquisitore.
Mi chiederete a questo punto che significato abbiano la conversione, la giustizia..., cosa significhi "accogliere l'altro". Ebbene, l'accoglienza è il principio, dopo il quale iniziano tante storie, varie quanto sono vari gli uomini e le donne. Gesù accoglie, ma ogni essere umano resta libero di accettare o di respingere questa accoglienza. Se il fariseo come il pubblicano avesse capito di essere un peccatore, anche lui avrebbe accolto il perdono di Gesù (Lc 18, 9-14). E poi, chissà, magari anche lui un giorno lo avrà accolto...

l'alterità accolta: atto sorgivo di Dio

C'è una differenza fondamentale tra la visione credente, teologica, dell'alterità e la visione filosofica o comune. Per Gesù, per il cristiano, l'alterità è "alterità accolta", è accoglienza dell'altro mentre è diverso, "mentre eravamo peccatori".
Nel senso comune l'alterità indica la condizione per cui ognuno di noi si riceve dall'altro, in primo luogo dalla madre e poi dall'affetto e dalla tenerezza delle persone vicine, tutte esperienze senza le quali rischiamo di diventare dei delinquenti. In questo senso, anche Gesù si è ricevuto da sua madre, dal suo ambiente, ecc. Ma là dove Gesù manifesta Dio, l'altro è in primo luogo accolto, in maniera sovrana, senza condizioni. L'accoglienza è l'atto originario, sorgivo di Dio. Per entrare nella sua casa non si chiede all'"altro", come succede ai bambini, di togliersi o di pulirsi le scarpe: l'altro comunque entra, e poi inizia il cammino.
Giovanni ci invita a partecipare a questo atteggiamento di accoglienza, quando ci propone, non l'antico "amate gli altri come voi stessi", ma con le parole di Gesù "amatevi come io vi ho amato". È l'amore di Dio che noi siamo chiamati a realizzare. La storia della libertà cristiana comincia qua.

la chiesa, casa di Raab

Nella lettera agli Efesini si trova una meravigliosa espressione: "la chiesa manifesta la multiforme sapienza di Dio" (Efesini 3,10). Nella chiesa dovremmo starci tutti. Origene parlava della chiesa come della "casa di Raab", cioè di un bordello, facendo riferimento all'episodio del Libro di Giosué, in cui gli spioni mandati a Gerico, scoperti, trovano rifugio nella casa della prostituta Raab. La prostituta li salva, e, a sua volta, durante la distruzione di Gerico sarà salvata dall'herèm, dal massacro che segue la conquista da parte degli ebrei, appendendo una sciarpa rossa fuori dalla casa. E Origene commenta l'episodio definendo la chiesa "una casa di peccatori, salvati dal sangue di Cristo". È Origene che utilizza l'espressione "Extra ecclesia nulla salus" (infatti fuori dalla casa di Raab tutto viene distrutto), che sarà usata in seguito in tutt'altro contesto. I Padri parleranno della chiesa come della "casta meretrix" (la casta puttana).

la vicenda tragica di un carcerato

Finisco parlandovi della vicenda tragica di un carcerato.
Un ladro di mestiere era fuggito con una ragazza, ma poiché non voleva rovinarle la vita aveva pensato bene di riportarla illibata al padre. Ma il padre a quel punto non l'aveva voluta riprendere (in Sicilia la "fuitina" corrisponde praticamente ad un matrimonio consuetudinario). Lui allora si era tenuto la ragazza, dalla quale aveva avuto un figlio. A quel punto decide di sposarla, per darle uno "status" onorevole. Venuto in parrocchia per la pratica di matrimonio, mi aveva detto chiaramente che non aveva intenzione di rimanere con lei tutta la vita. Al che gli avevo consigliato di accettare le conseguenze del suo gesto, in modo che la ragazza fosse considerata "a posto" senza bisogno di sposarla: così si lasciò bastonare in pubblico dal padre della ragazza!
Era un ragazzo di una bontà eccezionale. Ma era un ladro di mestiere e, durante una rapina a mano armata ad un tabaccaio, venne ferito ad una gamba dal negoziante. Riuscì a fuggire, con la pistola in mano fermò un'auto, che quasi subito rimase senza benzina! Fermò una seconda auto e si fece portare all'ospedale. Qui venne arrestato e portato in carcere, dove si rifiutarono di curarlo. Siamo intervenuti in tutti i modi possibili, ma non c'è stato nulla da fare. La gamba è andata in cancrena e gliel'hanno dovuta amputare. Purtroppo ho visto diversi casi di rifiuto delle cure in carcere: ad un nigeriano in questo modo hanno fatto perdere una mano. Che cos'è la giustizia umana? Ma noi "giusti" purtroppo spesso invochiamo questo tipo di giustizia...

la giustizia umana e il discorso cristiano dell'amore

Gesù ci chiede di non sradicare la zizzania, per non sradicare anche il grano buono. Ci chiede di aspettare, di non giudicare. Certo, questo è il discorso cristiano, è il discorso di Gesù che si confronta con l'alterità del peccatore. In questa sede ho scelto di sviluppare un discorso dal punto di vista del credente.
Quando poi si entra in dialettica con la giustizia della società, col "date a Cesare quel che è di Cesare", la vita cristiana diventa complicata.
Paolo, nel capitolo 13 della lettera ai Romani, dice che l'autorità riceve il suo potere da Dio per due motivi: per le tasse e per la spada. Ma molti dimenticano di leggere l'ultimo versetto del capitolo 12, che è la premessa di ciò che segue: "Vincete il male con il bene". E il bene è l'amore.
E allora lo Stato, la giustizia, la violenza, la spada, per essere vinti e riportati alla verità, hanno forse bisogno della testimonianza dell'amore dei cristiani. Sempre che i cristiani ne siano capaci, che non si trasformino in farisei, in "giusti". Sempre che non trasformino il vangelo nella giustizia umana, perché equivarrebbe ad evirarlo.

"la verità ha detto"

Permettetemi di dire un'ultima cosa: non ho capito il titolo dell'ultima enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate. La verità non è cosa diversa dall'amore: l'amore è la verità (a meno che non si voglia parlare di un'altra verità, della verità dei filosofi...). Nel linguaggio medioevale, patristico, Gesù di Nazareth non veniva chiamato Jesus o Christus, ma "ipsa veritas dixit" ("la verità ha detto").

un breve riassunto

La teologia è sempre biografia, è sempre legata alla vita delle persone, rende ragione dell'esperienza vissuta, della fede, sempre più ricca della riflessione teologica.
"Ho abitato per 25 anni in un quartiere cosiddetto "difficile" di Catania e ho ricevuto catechesi dai ladri - ha raccontato Ruggieri - Il mio problema fu quello di capire se aveva un senso stare non tanto con gli immigrati o con i comunisti ecc., ma con i peccatori, con coloro che sono lontani da Dio."
Gesù si è confrontato duramente con il problema del peccatore. Siede a tavola con i peccatori, senza preventivamente chiedere loro la conversione. Celebra l'eucaristia con Giuda. La distanza della chiesa da Gesù è abissale.
Nella chiesa si afferma che non ci si può comunicare senza essere in stato di grazia, mentre Gesù comunica con Giuda pur sapendo che lo avrebbe tradito.
Nella predicazione abituale della chiesa si dice che prima uno si converte e poi Dio lo perdona. È proprio il contrario di quanto sta scritto nel Nuovo Testamento secondo il quale prima Dio perdona e dopo chi ha ricevuto il perdono è libero di accoglierlo e di convertirsi. Dio perdona comunque. Dovrebbe essere soprattutto questo il segno dell'eucaristia. Se nella chiesa ci si interroga sulla possibilità della comunione per il divorziato o l'omosessuale, vuol dire che si è perso totalmente il senso del perdono cristiano e forse il senso dell'eucarestia.
Nella chiesa c'è una parabola negata, quella della zizzania, che afferma che la separazione e l'esclusione saranno solo alla fine, nel giorno del giudizio. Ma tutti i concili prima del Vaticano II sono stati concili di condanna.
Nel rispondere ai problemi che sorgono dalla propria vita o da quella della chiesa il teologo utilizza elementi presenti nella Tradizione e nella Scrittura.
Al centro del cristianesimo c'è il problema del riconoscimento dell'altro, posto in modo ancor più radicale di quanto non faccia Lévinas, per il quale l'altro è all'origine della mia consapevolezza.
Gesù ci rivela, ci squaderna, nelle sue parole e gesti, Dio.
C'è paura a confrontarsi con il Gesù della storia, perché si ritiene che il Gesù della storia sia meno grande di quello che tutta la chiesa ha detto di lui. Invece al contrario Gesù è più grande di quanto tutta la chiesa possa dire di lui e su molti aspetti la chiesa è ancora indietro. Già nel Nuovo Testamento ci sono forme di rifiuto di alcune parole di Gesù, come quando Paolo dice di consegnare a Satana l'incestuoso di Corinto, o quando nella chiesa di Matteo si stabilisce di ritenere come pagano e pubblicano il peccatore che rifiuta di ascoltare la comunità (Mt 18). Nella chiesa vige ancora la prassi dell'excommunicatus vitandus. dello scomunicato da evitare. Gesù non fa così. Essere fedeli a Gesù costa molto. Non si deve avere di Gesù un'immagine melensa. Gesù è scandalo ancora oggi, nell'annunciare la misericordia di Dio ai peccatori, nel sedersi a tavola con loro.
Al termine della sua vita, interpreta così la sua esistenza: "tutta la mia esistenza, il mio corpo, è per voi". Muore abbandonato dai discepoli tra due malfattori.
Il peccatore è l'altro in forza del quale Gesù si definisce.
È difficile capire per un cristiano che la chiesa è per i peccatori. Si pensa che la chiesa sia per i buoni, per i giusti, cioè per noi, la parte sana... L'altro nell'esistenza di Gesù non è l'immigrato o l'ateo ma colui che è lontano da Dio, il peccatore.
Il modo di agire di Gesù ci manifesta chi è Dio. In Dio c'è l'amore, la comunione, l'altro. Dio non è identità, ma relazione con l'altro. Dio è Trinità, Dio è la danza dell'amore, è la festa, la comunione. E proprio perché è comunione dà origine all'altro da sé, all'uomo e al mondo.
Gesù ci svela non solo chi è Dio, ma anche chi è l'uomo: l'uomo è chiamato alla relazione con l'altro, alla festa, all'accoglienza dell'altro. Per il cristiano e per Gesù l'alterità è l'altro accolto, ed è accolto proprio mentre è altro, diverso, peccatore.
L'accoglienza è l'atto di Dio assoluto, sovrano, senza condizioni, è l'atto sorgivo. E noi siamo chiamati ad amare come Cristo ci ha amato. La chiesa è una dimora di peccatori, la casa di Rahab, la casta meretrix, ma salvata dal sangue di Cristo.

dibattito

Avete posto domande enormi, a cui non so se so rispondere.
Perché il vangelo mi pone grossi problemi, ma non me ne dà la soluzione. Scambiare il vangelo per una teoria su come agire, è l'offesa più grande che possiamo fare al vangelo.
1- Il discorso dell'accoglienza, prima che per gli altri, vale per ciascuno di noi. Perché sono io che sono accolto da Dio, e la cosa più difficile è che io mi accolga come mi accoglie Dio. Il modo in cui mi rapporterò con gli altri, dipende dal fatto che io accetti il modo con cui Dio si rapporta con me, come grazia. E che io abbandoni ogni presunzione e viva della gratitudine. Per me la gioia ogni mattina è ripetere il salmo 95 (Venite, acclamiamo al Signore...) e chiedermi, come esame di coscienza, se sono disposto a vivere nella gratitudine. Se sì, non posso poi negare agli altri la grazia che è stata fatta a me. La chiesa si ritiene giusta, è per questo che è incapace di accettare l'altro. Questo è terribile.

2- Geremia e la relazione con Dio: una relazione che fa stare soli in mezzo agli altri. Non è facile da accettare. Voi mi dite: mi fa paura, io mi ribello, so di non essere capace di vivere fino in fondo questa profonda dimensione nel quotidiano.
Lo capisco, del resto anche Geremia si è ribellato. Il rapporto con Dio è anche una lotta: pensate al sogno di Giacobbe e alla lotta con l'angelo... La paura si può superare non negando, ma chiedendo perdono. Si può anche essere incapaci di quella radicalità che ci chiede il vangelo, l'importante è che non troviamo giustificazioni, che lo riconosciamo e che chiediamo perdono per questo.
Anche Gesù ha affrontato questa lotta: pensate al Getsemani. Come tutte le persone sensibili, ha sofferto, senz'altro più di noi. Il termine con cui nel Nuovo Testamento si parla della misericordia di Dio è splangnai, cioè le viscere della donna. Noi traduciamo con "si commosse", oppure "ne ebbe pietà", "la misericordia di Dio". Una traduzione letterale, che potrebbe sembrare irriverente, ma esprime molto bene quello che Gesù probabilmente provava, è: "gli si smossero le viscere" (in siciliano: "si ci smuero i uredda"), il modo in cui le donne sentono profondamente certe cose.

3- L'etica laica. Il credente non ha una propria etica, partecipa con gli altri alla costruzione di un'etica. I codici di comportamento che Paolo presenta nel Nuovo Testamento sono quelli dell'ellenismo. Però aggiunge che il cristiano deve vivere tutte queste cose "in Cristo". Partecipa con gli altri alla ricerca del bene e del male, e cerca ogni giorno di combattere il male. Ma pensate, ad esempio, al problema della schiavitù, e a quanto tempo è dovuto passare, prima che laici e cristiani fossero capaci di dire che era un delitto! Pensate alla grande lezione di Bonhoeffer, che ci dice che nel mondo c'è l'assunzione della colpa da parte dei cristiani. Lui, pacifista, accetta di assumersi la colpa dell'uccisione del tiranno.

note
(1)
G. Ruggieri, Sapienza e storia, Per una teologia politica della comunità cristiana, Milano 1971

(2)
G. Ruggieri, La compagnia della fede. Linee di teologia fondamentale", Marietti 1980

(3)
G. Ruggieri, La verità crocifissa. Il pensiero cristiano di fronte all'alterità, Carocci, Roma 2007

(4)
37Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni.(Atti 10,37)

(5)
La Leggenda del Grande Inquisitore, è contenuta nel romanzo I fratelli Karamazov, dello scrittore russo Fiodor Dostoevskij.

(6)
0Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. 11Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: "Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?". 12Gesù li udì e disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. 13Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori".

(7)
19Il Figlio di Dio, Gesù Cristo che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu "sì" e "no", ma in lui c'è stato il "sì". 20E in realtà tutte le promesse di Dio in lui sono divenute "sì" (2Cor 1).

(8)
i Catari di Provenza erano una setta medioevale che fu annientata con un eccidio ordinato da Filippo il Bello, anche per prendersi i loro soldi...

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