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"Ricordati che sei stato forestiero in Egitto"

L'accoglienza dello straniero nelle scritture ebraico-cristiane

sintesi della relazione di Rinaldo Fabris
Verbania Pallanza, 9 gennaio 2010

Vi ringrazio per avermi offerto l'opportunità di parlare di un tema che è diventato molto (anche troppo!) caldo, per i fatti di cronaca e per le vicende che hanno contrassegnato questi ultimi anni, quasi un decennio, a partire dal cosiddetto "scontro di civiltà", scontro di culture e religioni.
Vorrei fare solo una breve premessa, per poi iniziare subito a trattare il tema, che è assai ampio, ma che cercherò di contenere.
La prima parte è dedicata allo straniero, al forestiero, nei testi del Primo Testamento, o Testamento ebraico, la seconda in quelli del Nuovo Testamento, in particolare i Vangeli e le Lettere di Paolo, in un ambiente molto più circoscritto sia sotto l'aspetto storico che dal punto di vista della documentazione.

Ritardo della riflessione religiosa

La riflessione religiosa, biblica, ebraico-cristiana si trova sotto un certo punto di vista avvantaggiata potendo disporre di questi documenti, di questa memoria, ma è in ritardo rispetto, per esempio, alla riflessione etica, psicologica e anche sociologica. Direi che è lo stesso ritardo che avvertiamo sul piano politico, sul terreno cioè della regolamentazione e dell'organizzazione della vita sul territorio, compito appunto dell'autorità civile e politica. Il ritardo si avverte nel momento in cui si avvia il dialogo con le istituzioni religiose, in questo caso con la Chiesa cattolica, dove si nota una dissonanza tra il Vaticano, per esempio, e i Migrantes o la Caritas. Qui si capisce che c'è una difficoltà nel tradurre nella legislazione una dimensione etica che è maturata, su basi ebraico-cristiane, grazie alla riflessione svolta dalla antropologia, dalla psicologia, dalla sociologia, dalle grandi intuizioni di Lévinas a proposito dell'"altro".
Trovo quindi importante dedicare del tempo a riflettere sui testi storici che hanno nutrito l'etica dell'ospitalità e dell'accoglienza delle comunità cristiane. L'ospite nel passato era ritenuto sacro e quindi accolto dai monasteri o dalle comunità. Però si trattava di forestieri più o meno integrati nella cultura cristiana o ebraica. La situazione attuale, almeno per il contesto italiano, è veramente nuova.

Contesto di piccole comunità per i testi del Nuovo Testamento

I due ambiti che saranno presi in esame sono molto dissimili. È facile entusiasmarsi per la forte carica di apertura dei testi del Nuovo Testamento, con l'immagine che tra l'altro dà il titolo a tutto il ciclo: "Ero forestiero e mi avete accolto". In questo testo celebre di Matteo, Gesù si identifica con il più piccolo, che è il forestiero, così come con l'affamato, con l'assetato, con il carcerato per debiti (non è semplicemente il criminale), oppure con colui che è privo di protezione, di casa, ecc. Non dimentichiamo che si tratta di piccole comunità che non hanno responsabilità né pubbliche né sociali, per le quali quindi l'accoglienza fa parte della rete di rapporti primari, immediati. Si tratta inoltre soprattutto di comunità di villaggi, di minoranze, che devono sviluppare una logica di accoglienza per sopravvivere. Questo è il contesto storico-sociologico in cui sono nati i testi che formano i 27 libretti del Nuovo Testamento (Vangeli, Lettere di Paolo, Atti degli apostoli, Apocalisse, ecc.).

Contesto più complesso e su un periodo storico più esteso per i testi dell'Antico Testamento

Diverso il discorso per l'Antico Testamento. Israele, a partire da Davide, verso l'anno mille, è organizzato come stato, con un governo centrale, e, dopo Salomone, con un regno al nord e uno al sud. Dopo un paio di secoli, il nord scompare e rimane il sud, cioè il regno di Giuda. Israele deve affrontare tutti i problemi legati alla gestione della vita sociale pubblica, a stretto contatto con realtà diverse sotto l'aspetto culturale ed etnico-religioso. È infatti un piccolo gruppo, un'isola, in un mare di popoli e di culture molto più potenti sia sotto l'aspetto militare e politico che culturale, come l'Egitto e la Mesopotamia. In seguito sarà oggetto di conquista da parte di Alessandro Magno il Macedone, e quindi dei Romani, con Pompeo. Oltre ad essere grandi forze politiche e militari, di conquista, la Grecia e l'impero romano esercitano anche un grande appeal culturale, per la loro forte economia e capacità di organizzazione della vita sociale
Vivendo un'esperienza di minoranza religiosa ed etnico-culturale in un mare di popoli che hanno altre religioni e altre culture, per Israele il problema dello straniero, prima di essere un problema etico e culturale, è un problema religioso. Dunque, l'etnocentrismo religioso per Israele si pone come scelta di sopravvivenza o come legge immunitaria. Torneremo a parlare del problema dell'immunità legata al problema dell'identità che si vive solo attraverso lo scambio, pena l'implosione nell'autodistruzione.

1. Il forestiero-straniero nell'Anti-co Testamento

Terminologia e statuto socio religioso

Con riferimento al titolo "Ricordati che sei stato forestiero in Egitto", come motivazione religiosa per accogliere lo straniero, o colui che risiede in Israele e che non fa parte dell'etnia e della religione ebraica, è opportuno prima di tutto chiarire il significato del termine, nell'accezione comune: mentre "forestiero" ha a che fare più con "quello di fuori", fuori della comunità, fuori della cultura, "straniero" ha a che fare più con "una cosa strana".
Quindi forestiero è colui che è estraneo alla nazione-etnia, alla religione e alla cultura. Nel mondo antico religione, cultura, e spesso anche società, sono un tutt'uno, non sono separabili come per il mondo europeo dopo l'Illuminismo.
Nella storia biblica abbiamo un aspetto ambivalente dell'"altro", dell'estraneo: l'altro visto come minaccia alla propria identità, e l'altro, invece, da accogliere, da integrare nella propria esperienza religiosa. Questo secondo aspetto si svilupperà nel Nuovo Testamento ma attingendo alla linfa del profetismo e anche della letteratura sapienziale e dei codici legislativi, in genere codici abbastanza umanitari, almeno quelli del Deuteronomio.
Quando si parla di Bibbia, è come se si parlasse di una grande biblioteca, in cui devo anzitutto distinguere i grandi scaffali con i libri storici, quelli profetici, quelli sapienziali. Ma questa prima grande divisione non basta, perché all'interno degli scaffali, soprattutto nel Pentateuco, vi sono codici legislativi inseriti nei testi narrativi. Sono codici molto disparati, che vanno da antichi codici dell'epoca nomadica contadina a testi legislativi di epoche più recenti, con un decorso di storia di cinque o sei secoli. Dobbiamo tener conto di questo aspetto. È come se noi dovessimo organizzare la società partendo da codici medioevali e da codici napoleonici: sarebbe molto complicato. E la Bibbia ha messo insieme tutto questo. Quindi bisogna tener conto di questa cooptazione non solo letteraria ma anche storica, per cui gruppi di leggi di diverse epoche si trovano dentro un'unica biblioteca. A questi testi attingeranno i profeti e anche Gesù di Nazareth e la prima Chiesa con Paolo di Tarso. Quando si dirà: "Siate ospitali, accoglietevi gli uni gli altri", si userà una formula rintracciabile in tutta la cultura antica, probabilmente legata alla tradizione ebraica di carattere più sapienziale.
Per chiarire il linguaggio che adopererò, vi do l'elenco dei quattro termini con i quali viene indicato lo straniero, il forestiero:
- gēr (gērîm), 59 volte nel Pentateuco, cf. Es 2,22: emigrante in terra straniera (assimilato al residente, pasqua, sabato, culto, norme rituali)
- zār (zārîm), 70 volte nell'AT (testi profetici e sapienziali), illegittimo o irregolare (negativo)
- nēkar (bēnê nēkār), 19 volte nel libri storici; 17 volte nei testi profetici e sapienziali, straniero in senso religioso (escluso dal culto)
- nokrî (nokrîm), 27 volte nel Pentateuco e libri storici; 12 volte nei testi profetici e sapienziali, straniero in senso etnico-socio-religioso (ambivalente: escluso in senso religioso, accolto sotto il profilo sociale, Dt); la straniera-prostituta (nokrijjah).
Questa varietà di termini indica l'interesse per questa materia, l'attenzione al problema dello straniero, del forestiero. La linguistica è la spia della cultura. Ad esempio, gli abitanti delle zone nordiche hanno una ricchissima gamma di termini per indicare "neve" (quella bagnata, quella secca...), mentre noi ne abbiamo uno solo.
"gēr" ricorre spesso nel Pentateuco. È interessante per esempio sapere che è il primo nome che Mosè dà al primo nato. Costretto a lasciare l'Egitto dopo aver ucciso un egiziano, è ricercato dalla polizia, quindi diventa un rifugiato politico, ospite di uno sceicco, Ietro, di cui sposa la figlia, Zippora. Da lei avrà un figlio, che chiamerà gērson, che vuol dire: "sono straniero". Mosé diventerà poi il leader, il profeta dell'Esodo, cioè del popolo fatto uscire dallo stato di dipendenza o sfruttamento, alla ricerca di una terra. L'avventura era cominciata con l'emigrazione in Egitto di Giacobbe (o Israele), per sfamare la famiglia in tempo di carestia. I discendenti saranno poi costretti a lasciare l'Egitto per andare in un'altra terra, in cui saranno comunque sempre ospiti, "perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini." (Levitico 25, 23). Il capitolo 25 del Levitico è il famoso testo sul Giubileo, cioè della ridistribuzione delle terre ogni cinquanta anni. Si è incerti sull'effettiva applicazione di questa legge della ridistribuzione, per cui chi era indebitato tornava alla proprietà del campo, dell'orto, della casa, ecc. sulla base del principio fondamentale del diritto alla terra, al di là delle leggi di mercato, o delle leggi dell'economia...
C'è poi un'altra curiosità che si ritrova in diverse epoche e in molte culture: da nokrî (straniero), che ricorre nel Pentateuco, nei libri storici, nei libri profetici e sapienziali, deriva nokrijjah, cioè la prostituta. Come in molte culture, la straniera è la prostituta. Dietro il problema sociologico, culturale, di sfruttamento, nelle storie di oggi si ritrovano le stesse situazioni presenti nelle culture, nelle società di tutti i popoli di tutte le latitudini, addirittura risalenti a 3000-3500 anni fa.

Abramo e il forestiero

Vengo allora al primo tema. Un'analisi storica sarebbe complicatissima. Preferisco muovermi attraverso immagini simboliche o tipiche. La figura di Abraham è molto importante... lasciamo perdere quale consistenza storica abbia il personaggio, se stia ad indicare un gruppo di tribù... Comunque sia, gli Ebrei si richiamano a questo personaggio partito dalla Mesopotamia, da Ur dei Caldei (cioè da Nassiryia, per capirci - laggiù è la torre, la Ziggurat di Abramo) forse sull'onda migratoria collegata con il regno di Amurabi. Passando per località normalmente attraversate dalle ondate di migranti, lungo i fiumi, verso il nord dell'attuale Irak, e poi scendendo lungo il corso dell'Oronte, Abraham arriva nella terra di Israele che percorre in lungo e in largo. Di quella terra avrà solo il sepolcro per Sara e per la propria famiglia.
Abraham, il patriarca, che attraverso Isacco e Giacobbe diventa il capostipite delle 12 tribù, cioè del popolo ebraico, è il modello dello straniero emigrante, o meglio del migrante, termine preferibile, perché abbraccia sia chi esce, sia chi entra.
È interessante questa presentazione fatta nel libro della Genesi (Gen 12,1-9). Abraham lascia il territorio del suo paese, la sua patria, alla ricerca di una terra, di un futuro che Dio gli promette, ma di quella terra non avrà che il sepolcro. Solo alla sua discendenza sarà consegnata quella terra.
Non dimentichiamo cosa rappresenta ancora oggi questa storia di una terra promessa, che viene occupata, prima in maniera pacifica e poi anche militarmente, con l'espulsione delle popolazioni che vi risiedevano. Questo pone un problema che rimbalza dal 70 dopo Cristo al 1948, con la dichiarazione dell'ONU sulla spartizione della Palestina, e con il gruppo ebraico ortodosso che rivendica il diritto alla terra in nome della promessa di Dio. Che complicazioni... e siamo ai nostri giorni! Non stiamo parlando della favolistica dei popoli del Vicino Oriente.
Figura tipica, modello dei migranti che Dio protegge, sull'onda migratoria dei popoli che lasciano le zone mesopotamiche in cerca di terre o, meglio, di pascoli per le loro greggi, Abramo arriva in questo territorio e la Parola di Dio lo presenta come il modello del credente, di colui che affida a Dio il suo futuro, e cioè la discendenza e la terra.
Le due cose sono inseparabili, ma prima di tutto viene la discendenza, perché senza un figlio tutta la terra di questo mondo non serve.
Ed è su questa presentazione che si basa la rilettura cristiana della lettera agli Ebrei (Eb 11,8-19), dove si dice che Abraham partì verso un luogo che lui non conosceva, verso una terra che rimane solo un punto di riferimento ideale, che si identifica con la città che Dio ha progettato e di cui Dio è costruttore. La terra promessa, in questa rilettura, più che una terra precisa tra l'Asia e l'Africa, un piccolo fazzoletto schiacciato tra i due continenti, indica una terra sempre promessa. Questa idea la si trova anche nell'ultimo libro del Pentateuco, chiamato Legge riedita, Seconda Legge, Deuteros Nomos (Deuteronomio), che riporta i discorsi di Mosé. Mosé non entrerà in quella terra, come nessuno di quelli che sono usciti dall'Egitto, né suo fratello Aronne, né Miriam, ma entreranno solo i giovani, perché si sono fidati di Dio. E Mosé fa, in sintesi, questo discorso: "Io sto per introdurvi in quella terra. Se voi osserverete le dieci Parole, cioè la fedeltà a Dio come unico, e i rapporti di solidarietà con il prossimo (la giustizia), rapporto con l'unico e rispetto del prossimo, voi resterete in quella terra e avrete vita lunga e felice nella terra in cui entrerete per prendere possesso. Ma se voi abbandonerete la fedeltà all'unico, e violerete i principi di alleanza, di giustizia, di solidarietà, vi assicuro che voi sarete scacciati da quella terra."
Sullo sfondo ci sono tutte le invasioni, prima del nord, poi del sud, il primo esilio, il secondo esilio, la prima deportazione, la seconda deportazione... Cosa significa tutto questo? Che la terra, come dicevo prima, non è una proprietà inalienabile, ma rimane sempre un dono, un dono aperto a tutti. Le condizioni per abitare in quella terra sono il rispetto dell'unico e la giusta relazione con l'altro, con il prossimo.

Lo straniero come minaccia alla propria identità

Un testo del Deuteronomio presenta efficacemente l'aspetto più scabroso dell'Antico Testamento. È un testo in cui appare evidente la visione etnocentrica, fondata su di una concezione religiosa integrista, assolutista, che influenzerà anche la storia cristiana, cioè l'idea di un Dio unico, assoluto, in opposizione alle altre divinità, non solo perché molteplici ma soprattutto perché straniere. Infatti in questione non era solo l'idea di avere uno o più dei (probabilmente in ambito popolare venivano venerate un po' tutte le divinità, soprattutto quelle agrarie: hanno trovato dei tempietti a sud di Gerusalemme, nel Negheb, dedicati al Dio unico, al Signore Jahvè, ma anche ad Ashera, la divinità madre). In questione c'è l'idea, rintracciabile come ideologia nella Bibbia, di un unico Dio e di un unico popolo, contro la contaminazione e la minaccia rappresentata dagli stranieri. Tutto questo appare in maniera impressionante nel brano del Deuteronomio che prenderemo in considerazione, che si fonda su questa idea: "io sono l'unico Signore, non ce ne sono altri. Voi siete il mio popolo, quello che io ho scelto, liberandolo dall'Egitto, facendolo aderire a me". L'"elezione" è il principio fondamentale che si ritrova anche nella religione ebraica di oggi: voi siete l'unico popolo che io ho eletto tra tutti i popoli. Questo principio è un importante elemento di coesione, ma costituisce anche un grosso rischio di etnocentrismo: noi siamo il popolo eletto, gli altri non hanno i nostri diritti. E come conseguenza possediamo quella terra, in quanto eletti, per iniziativa di Dio (anche se è una proprietà condizionata, non un diritto assoluto).
Leggendo questo testo ci si rende conto di cosa sta sullo sfondo della storia ebraica, da cui dipende poi anche quella cristiana, nei secoli successivi.
Nel cap. 7 del Deuteronomio (Dt 1-6.16), nel primo dei discorsi riportati dall'autore, messi in bocca a Mosè prima di attraversare il Giordano, cioè prima di prendere possesso di quella terra promessa ad Abraham, si dice così:

1Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni: gli Hittiti, i Gergesei, gli Amorrei, i Perizziti, gli Evei, i Cananei e i Gebusei, sette nazioni più grandi e più potenti di te,
2quando il Signore tuo Dio le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia.
''3Non ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli,
4perché allontanerebbero i tuoi figli dal seguire me, per farli servire a dèi stranieri, e l'ira del Signore si accenderebbe contro di voi e ben presto vi distruggerebbe.''
5Ma voi vi comporterete con loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco i loro idoli.
6Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio; il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra."

16Sterminerai dunque tutti i popoli che il Signore Dio tuo sta per consegnare a te; il tuo occhio non li compianga; non servire i loro dèi, perché ciò è una trappola per te.

"Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nella terra in cui stai per entrare e avrai scacciato davanti a te molte nazioni..."
È molto pericoloso ritenere di poter scacciare altri, sulla base dell'affermazione che quella terra me l'ha data Dio! Una verità agganciata a Dio è una verità assoluta, è una bomba, è esplosivo, ha forte potere distruttivo. L'assolutismo religioso sta alla base di tutte le forme di violenza.
"...gli Hittiti, i Gergesei, gli Amorrei, i Perizziti, gli Evei, i Cananei e i Gebusei, sette nazioni..."
sette: vuol dire la totalità
"..che sono più grandi e più potenti di te, quando il Signore tuo Dio le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio...": questa è la formula della guerra sacra (o guerra santa): è uno schema per giustificare l'eliminazione dei prigionieri, che venivano sacrificati e offerti a Dio. Non c'era il diritto di guerra, la Croce Rossa... "Herèm" è lo sterminio
È un testo impressionante. Bisogna dire che, storicamente, Israele non ha avuto un esercito... Ha preso quasi sempre solo bastonate, prima dagli Assiri, poi dai Babilonesi, poi dai Persiani, poi dai Romani.
"Con esse non stringerai alcuna alleanza e nei loro confronti non avrai pietà. Non costruirai legami di parentela con loro, non darai le tue figlie ai loro figli, non prenderai le loro figlie per i tuoi figli"
Il problema dei matrimoni misti è delicato. Ve ne parlerò tra poco sulla base di un testo che applicherà questa legge del Deuteronomio, cioè lo scioglimento dei matrimoni misti. Quelli che in esilio avevano sposato delle straniere, al rientro da Babilonia dovevano mandar via le mogli. Possiamo immaginare che cosa questo volesse dire per una donna e per i figli. Non si tratta però solo di un principio ideale, teorico, ma ha a che fare con l'applicazione del Deuteronomio, ripreso come legge nel libro di Esdra-Neemia, nella storia dei rimpatriati. Si vuole solo il sangue puro, la limpieza del sangue.
Il motivo è questo: "farebbe allontanare la tua discendenza dal servire me, per farli servire a dei stranieri". Il matrimonio misto comporterebbe il servizio a dei stranieri. Più che un problema etico è un problema religioso. Sappiamo che il legame del matrimonio è il tipico modo di integrazione, per stabilire un rapporto culturale. Da qui sorge la proibizione di contrarre legami di questo tipo, perché farebbero deviare dal culto all'unico, per far servire dei stranieri.
"e l'ira del Signore si accenderebbe contro di te e ben presto vi distruggerebbe. Ma vi comporterete in questo modo: demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco i loro idoli. Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio; il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra." È il principio della alleanza fondata sulla elezione.
In conclusione, al verso 16 dice così:
"Sterminerai dunque tutti i popoli che il Signore Dio tuo sta per consegnarti: il tuo occhio non ne abbia compassione, non servire i loro dei, perché ciò è una trappola per te."
Come vi ho detto, questo non è l'unico testo, ma è il più impressionante, con motivazioni legate al principio dell'alleanza, della scelta fatta da Dio attraverso l'atto fondativo che è l'Esodo.
Per fortuna ci sono testi che si richiamano all'Esodo con un'altra lettura della storia e dei rapporti con gli stranieri.

Anche altre norme sono tese a conservare l'identità del popolo consacrato al Signore, come quelle presenti in Dt 23, 2-4:
2Non entrerà nella comunità del Signore chi ha il membro contuso o mutilato.
3Il bastardo non entrerà nella comunità del Signore; nessuno dei suoi, neppure alla decima generazione, entrerà nella comunità del Signore.
4L'Ammonita e il Moabita non entreranno nella comunità del Signore; nessuno dei loro discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nella comunità del Signore

Testi di applicazione della legge del Deuteronomio nella comunità dei rimpatriati dall'esilio, con disposizioni contro i matrimoni misti, si trovano in Esdra e Neemia (Esd 10,1-17; Ne 13,1-3)

Sullo sfondo del principio dell'integrità della fede, della propria identità minacciata dalla contaminazione, dal contatto, che non riguardava solo l'ospitalità, ma soprattutto i rapporti di matrimonio con gli stranieri, il problema era quello di evitare la devianza, l'apostasia, l'abbandono, della fede nell'unico Dio. Probabilmente si trattava di una specie di autodifesa, di immunità, per un piccolo popolo che viveva immerso in un altro contesto religioso e culturale. È impressionante la storia di Israele, che non ha un potere politico se non al tempo di Davide, che verrà schiacciato quasi subito dalla grande strategia militare degli Assiri. Israele è un piccolo popolo che, per esempio, non ha neppure una sua cultura iconografica e architettonica. Per la costruzione del tempio di Gerusalemme, infatti, Salomone farà venire gli architetti e gli esperti dei templi fenici. Dunque, non avendo né un potere culturale, né un potere militare, Israele è tutto centrato sull'esperienza religiosa, sulla quale gioca la propria identità. Sappiamo che il popolo ebraico, costretto a emigrare nel 70 e poi nel 135, vivrà lungo tutta la storia sino ai nostri giorni sparso nell'Europa, con tutte le vicende a noi note. E questo agganciarsi alle tradizioni religiose vissute nella Pasqua, nell'aggadah di Pasqua, rappresenta un elemento di difesa.
Questo principio della integrità della fede probabilmente è comprensibile in un contesto di minoranza, però la formulazione religiosa è molto pesante, con l'idea del diritto a eliminare in modo violento, se è possibile.

L'accoglienza del forestiero nel contesto dell'alleanza

Quando non abbiamo il potere politico e militare, né la forza per impedire i rapporti o eliminare i popoli, allora appare l'idea della convivenza. Ed è in questa fase che si fa strada il principio dell'accoglienza dello straniero.
Lo straniero non è solo chi è diverso per etnia e religione, ma anche chi, pur essendo della stessa religione, non appartiene alla medesima comunità. Israele cioè vive alcune esperienze traumatiche: intorno al 721-22 cade Samaria, vengono deportate le classi dirigenti, vengono fatte affluire altre popolazioni, mentre gli abitanti del nord scappano al sud. Nasce il problema dell'accoglienza dei profughi dal nord, anche se professano la stessa religione e condividono le stesse tradizioni. Quindi il problema è di una ospitalità all'interno delle popolazioni ebraiche, col trauma del 721-22. Ma la terra di Israele è sempre stata luogo di mescolamento di popoli: Itttiti, Gebusei, Filistei, Cananei, popolazioni che l'hanno percorsa in lungo e in largo, alcune venendo dal nord, dall'attuale Turchia, altre dal mare (il popolo del mare, i Filistei), o da oriente (arabi, semiti), o da occidente (dall'Egitto)...
Questa mescolanza ha dato origine a una serie di norme di convivenza che hanno preso corpo nei testi legislativi, che vanno dai codici più antichi, come quello dell'Esodo, a quello sacerdotale, fino ad arrivare a quello del Deuteronomio, il più umanitario, che costituisce anche il punto finale, di arrivo di Israele, diventato una comunità che vive anche la pluralità etnico-religiosa. A questo punto il principio di accoglienza dello straniero viene collegato con la legge di alleanza.
Il testo che prendiamo in esame (Levitico 19, 17-18, 33-34), che verrà poi ereditato dai cristiani, è impressionante per la forza simbolica che racchiude. Il Levitico è un libro elaborato nell'ambiente del tempio. L'ambiente culturale dei villaggi è quello della tradizione orale: nei villaggi di contadini si raccontano le storie. Ma è nell'ambiente del palazzo o del tempio che possono essere scritti dei libri. Per scrivere libri bisogna che ci sia una persona che conosce la lingua e sa scrivere, bisogna che qualcuno lavori perché questa persona possa studiare, scrivere, ecc. Questo fa parte della storia della cultura di tutti i tempi.
Nell'ambiente del tempio troviamo una raccolta di leggi che cominciano a far parte del codice di appartenenza a Dio. Appartenenza in ebraico si dice "kadosh", e in latino "sanctus", che viene da "tagliare", sancire, separare: "Tu sei separato e appartieni a me". "Santo" quindi non ha il significato di buono, eroico nell'amore, ecc., ma di "separato": leggi di santità, leggi di separazione. Siate santi perché io sono santo, trascendente.

Il cap 19 del Levitico inizia col dire: Ognuno rispetti sua madre e suo padre, osservi i miei sabati, io sono il Signore, non rivolgetevi agli idoli, non immolerete la vittima, ecc. non mieterete la messe nella vostra terra fino ai margini, la lascerete per i poveri, per il forestiero (è interessante questa concezione del forestiero assimilato allo sradicato, al povero che non ha terra, che ha diritto di vivere. E dunque, quando mieterai, lascerai una parte, così, per la vendemmia), non giurerete il falso, non opprimerai il tuo prossimo, non lo spoglierai di ciò che è suo, non disprezzerai il sordo, non commetterai ingiustizie in tribunale, né verso il povero né verso il ricco, seguirai tutte queste leggi.
E così arriviamo al punto, all'unico testo in cui ricorre il comando dell'amore del prossimo.

17Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai d'un peccato per lui. 18Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore.

Il comando dell'amore del prossimo si trova solo in questo testo, in questo codice di santità, in cui la santità si esprime nella pratica della giustizia, in tutti i settori della vita sociale. Come contrappeso al rancore, che parte dal cuore, si dice: "Non coverai rancore, ma amerai il prossimo tuo come te stesso".
Il comando poteva essere inteso come rivolto solo ai propri correligionari. Ma la stessa espressione è applicata al contesto dello straniero, subito dopo, verso la fine dello stesso capitolo, al verso 33:

33Quando un forestiero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli farete torto. 34Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l'amerai come tu stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio.

Il termine usato per forestiero è ger, gerim, cioè uno diverso per religione, etnia, cultura, ma che è residente lì, non è solo di passaggio. Nei confronti di questo straniero si è comandati a trattarlo come un figlio o fratello del popolo, "come uno nato tra voi". E termina dicendo: "tu l'amerai come te stesso".
L'amore del prossimo è anche la sintesi di tutta la seconda parte delle dieci parole (quelle che noi chiamiamo impropriamente "comandamenti"), sulle quali si basa lo statuto del popolo liberato. Prima si richiede la fedeltà all'unico Dio (non avrai altri dei), poi si stabiliscono i principi della convivenza (non uccidere, non rubare, ecc.) riassumibili in "ama il prossimo", comando che riguarda sia il connazionale che lo straniero.
E la motivazione è quella dell'Esodo, atto fondativo e principio di tutta l'etica, che si regge sulla giusta relazione con Dio e con gli altri: "perché anche voi siete stati forestieri in terra d'Egitto. Io sono il Signore vostro Dio".

Si tratta di un testo di altissimo livello, perché collocato all'interno della legge di santità, la legge del tempio, la legge sacerdotale, che in genere è abbastanza preoccupata della integrità, soprattutto per il culto.
Potremmo dire che la Bibbia oscilla tra due atteggiamenti: sotto l'aspetto sociale c'è grande apertura, anche lo straniero ha diritto di mangiare, di vivere, di non essere sfruttato; sotto l'aspetto religioso, invece, c'è chiusura: lo straniero non può partecipare alle nostre assemblee. Il problema viene dall'idea che "noi" abbiamo la relazione con l'unico, mentre l'altro è un impuro, anche se socialmente può essere accolto, difeso... Sono i due registri che si trovano lungo la storia del popolo ebraico.

lo straniero fa parte della categoria dei poveri

Vorrei chiudere questa parte con un accenno al capitolo 24 del Deuteronomio, dove ci sono diverse norme di carattere umanitario. All'inizio abbiamo visto le leggi di separazione totale, di integrismo assoluto, motivato con il principio della elezione. Ma il Deuteronomio, che copre un periodo abbastanza lungo (si parte dal VII secolo e si arriva all'epoca dell'esilio) contiene anche altre indicazioni. L'epoca dell'esilio ha messo a contatto gli estensori di questi codici con le popolazioni straniere. Chi è stato all'estero, chi ha vissuto in un campo di prigionia, sa che cosa significa essere stranieri. E quindi questo testo, basato sul principio della fedeltà a Dio come unico, senza legami con nessun altro, presenta delle leggi che risentono dell'influenza culturale dell'esilio, del contatto con altre popolazioni, con altre culture.
E il testo dice così, dopo aver parlato del prestito e del salario da dare alla sera al bracciante, perché possa vivere (Dt 24, 17-18.22):

17Non lederai il diritto dello straniero e dell'orfano e non prenderai in pegno la veste della vedova, 18ma ti ricorderai che sei stato schiavo in Egitto e che di là ti ha liberato il Signore tuo Dio; perciò ti comando di fare questa cosa.
19Quando, facendo la mietitura nel tuo campo, vi avrai dimenticato qualche mannello, non tornerai indietro a prenderlo; sarà per il forestiero, per l'orfano e per la vedova, perché il Signore tuo Dio ti benedica in ogni lavoro delle tue mani. 20Quando bacchierai i tuoi ulivi, non tornerai indietro a ripassare i rami: saranno per il forestiero, per l'orfano e per la vedova. 21Quando vendemmierai la tua vigna, non tornerai indietro a racimolare: sarà per il forestiero, per l'orfano e per la vedova. 22Ti ricorderai che sei stato schiavo nel paese d'Egitto; perciò ti comando di fare questa cosa.

"Non calpesterai il diritto dello straniero". A differenza del brano precedente, il primo nell'elenco delle categorie degli sradicati, dei non protetti, è lo straniero, a cui seguono l'orfano e la vedova. Si tratta di figure deboli socialmente, perché non hanno un padre o un marito che li difendano. All'epoca non c'erano codici di difesa della donna: la donna apparteneva prima al padre, poi al marito, e, se moriva il marito, tornava sotto la protezione del padre o del fratello maggiore.
Lo straniero è assimilato alla categoria dei 'anawim, dei poveri, e sappiamo che i poveri, nell'immaginario biblico, nell'atto fondativo, sono quelli di cui Dio si prende cura. "Eravate oppressi in Egitto ('anawim), costretti ai lavori dei campi o alla costruzione di magazzini per il faraone. Dio ha ascoltato il vostro grido e vi ha fatto uscire." Si potrebbe dire che questi racconti sono opera di fantasia. Però funzionano. Funzionano nel creare un'etica in cui l'agire di Dio diventa fondante dell'etica dell'accoglienza. Cioè come Dio si è preso cura di voi, che eravate ieri dei 'anawim, così voi dovete prendervi cura dei poveri e degli oppressi di oggi che sono innanzitutto il forestiero, e poi l'orfano e la vedova. Non si tratta solo di una elaborazione teorica, perché è diventata anche un codice ufficiale...
"Non lederai il diritto dello straniero, dell'orfano, non prenderai in pegno la veste della vedova..."
Si parla di questo, perché al tempo di Esdra e Neemia, per poter mangiare, alcuni sono costretti a vendere tutto quello che hanno, a partire dalla casa, poi il terreno, e quindi le figlie, i figli...
"Non prenderai in prestito la veste della vedova. Ricordati". Il ricordarsi non è solo la memoria, è l'atto fondativo (... shavà....) "Perché eravate schiavi..." "Perché Dio in sei giorni ha creato il mondo e il settimo... ricordati!"
È un principio fondamentale dell'epoca di carattere religioso: "Ricordati che sei stato schiavo in Egitto, e di là ti ha liberato il Signore tuo Dio, perciò ti comando di fare questo...". Nella Bibbia, in cui è possibile trovare di tutto, c'è comunque un filo logico, che va da Abramo, alla storia dell'Egitto, alla raccolta delle leggi, fino al momento in cui si scopre che i forestieri non sono una minaccia, un pericolo nei confronti della ortodossia religiosa, o della propria cultura e identità, ma sono i poveri di cui Dio si fa garante. Questo è un principio fondamentale.
Non voglio farvi perdere tutto l'entusiasmo, il sogno della fede cristiana, ma vi devo dire che il cristianesimo non ha inventato nulla sul piano etico: l'amore per il nemico, o il perdono, erano già presenti nell'Antico Testamento. La novità è un'altra, è l'incarnazione: Dio non è più uno che dà leggi dall'alto, ma uno che diventa straniero.
L'aspetto scandaloso è che Dio si fa garante del 'anawim, del povero, dell'orfano, dello straniero, della vedova.

stranieri integrati nella comunità dell'alleanza

E concluderei con l'ultimo testo: Is 56, 1-7; 66,18-23. Siamo nell'epoca dei profeti, al rientro dall'esilio. Il rotolo di Isaia è un rotolo grandioso, in cui c'è un po' di tutto. Nell'ultima parte, al capitolo 56 (è la terza parte di Isaia), si parla della comunità da riorganizzare dopo l'esilio, con una grande prospettiva ecumenica. Isaia, come Michea, aveva già l'idea che i popoli lontani sarebbero venuti a Gerusalemme per formare un unico popolo. Non ci sarà più bisogno di esercitarsi alla guerra per difendersi ("esercitarsi" sta alla base di "esercito"), perché la Parola di Dio sarà arbitro delle contese del popolo. Questo sogno di un rientro dei popoli nell'unico popolo era il sogno dei profeti. Sentite cosa scrive l'autore che ha raccolto questi discorsi, queste esortazioni dei maestri che si richiamano ad Isaia dopo l'esilio (Isaia 56,1-7):

1Così dice il Signore:
''«Osservate il diritto e praticate la giustizia, / perché prossima a venire è la mia salvezza;
la mia giustizia sta per rivelarsi».''
Salvezza non è altro che la fedeltà di Dio, che ha riportato il popolo fuori dall'Egitto, e adesso lo ha riportato dall'esilio: questa è la salvezza, la fedeltà di Dio, la giustizia.
2Beato l'uomo che così agisce / e il figlio dell'uomo che a questo si attiene, / che osserva il sabato senza profanarlo,/ che preserva la sua mano da ogni male.
3Non dica lo straniero / che ha aderito al Signore: / «Certo mi escluderà / il Signore dal suo / popolo!». / Non dica l'eunuco: / «Ecco, io sono un albero secco!».
4Poiché così dice il Signore: / «Agli eunuchi, che osservano i miei sabati, / preferiscono le cose di mio gradimento / e restan fermi nella mia alleanza, / 5io concederò nella mia casa / e dentro le mie mura un posto e un nome / migliore che ai figli e alle figlie; / darò loro un nome eterno / che non sarà mai cancellato.
6Gli stranieri, che hanno aderito / al Signore per servirlo / e per amare il nome del Signore, / e per essere suoi servi, / quanti si guardano dal profanare il sabato / e restano fermi nella mia alleanza,
7li condurrò sul mio monte santo / e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. / I loro olocausti e i loro sacrifici / saliranno graditi sul mio altare, / perché il mio tempio si chiamerà / casa di preghiera per tutti i popoli».

Quindi anche gli stranieri e gli eunuchi possono partecipare al culto!
È interessante l'accostamento dello straniero con l'eunuco, cioè l'impotente, colui che non è in grado di generare. C'è un testo del Deuteronomio, al capitolo 23, in cui si dice: "Non entreranno mai nella mia alleanza i Moabiti, gli Ammoniti, gli eunuchi e quelli che sono impotenti a generare", perché se uno non genera non può estendere il popolo di Dio.
[Lasciamo da parte il problema del celibato dei preti ... ]
Sia lo straniero che l'eunuco sono accolti, con questa clausola: che osservino il sabato, cioè che aderiscano al Signore vero. Si tratta quindi di "proseliti": non sono del tutto stranieri, sono assimilati, ma non integrati, sono accolti pur essendo macchiati dall'appartenenza ai Moabiti, agli Ammoniti oppure dal non avere la capacità di generare. Il futuro è garantito per tutti i figli del popolo dell'alleanza, che possono partecipare al culto, e i cui sacrifici saranno graditi.

E il capitolo 66 (Is 66,18-23) si conclude con un'altra immagine, che è un'utopia, un sogno: non solo rientreranno dalle terre in cui sono stati deportati i figli del popolo dell'alleanza, gli Israeliti, ma entreranno con gli stranieri. A un certo punto si dice al verso 18:

18Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. 19Io porrò in essi un segno e manderò i loro superstiti alle genti di Tarsis, Put, Lud, Mesech, Ros, Tubal e di Grecia, ai lidi lontani che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunzieranno la mia gloria alle nazioni. 20Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutti i popoli come offerta al Signore, su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari al mio santo monte di Gerusalemme, dice il Signore, come i figli di Israele portano l'offerta su vasi puri nel tempio del Signore. 21Anche tra essi mi prenderò sacerdoti e leviti, dice il Signore.
22Sì, come i nuovi cieli / e la nuova terra, che io farò, / dureranno per sempre davanti a me / - oracolo del Signore - / così dureranno la vostra discendenza e il vostro nome.
23In ogni mese al novilunio, / e al sabato di ogni settimana, / verrà ognuno a prostrarsi / davanti a me, dice il Signore.

"Anche tra di loro prenderò sacerdoti, leviti, dice il Signore". Per capire questa idea che tra gli stranieri verranno scelti leviti e sacerdoti, bisogna tener conto della lotta che c'era a Gerusalemme per il sacerdozio. È un'idea veramente dirompente, rivoluzionaria, che significa la piena integrazione. È una specie di sogno messo alla fine, all'ultimo capitolo del rotolo di Isaia.

Siamo partiti dunque dall'archetipo dell'emigrante, dagli Ebrei che hanno vissuto l'emigrazione e che sono stati condotti nella terra promessa, correndo il rischio di diventarne padroni in nome di un assolutismo religioso. Abbiamo visto poi la riscoperta di un'altra dimensione, attraverso le avventure storiche, come la deportazione, il contatto con gli stranieri, l'essere sparsi tra i popoli. La diaspora è stata una grande scuola, che ha portato a un'altra visione, ad una conversione ecumenica. Certo c'era sempre la preoccupazione di mantenere la propria identità: Gerusalemme, il tempio, l'alleanza, l'elezione, ma non più come elemento di separazione, ma come fattore di possibile integrazione, non solo del residente, per ragioni sociali, economiche e culturali, ma anche dello straniero per motivi religiosi.
Viene poi riconosciuta la possibilità di far parte dell'alleanza non solo per lo straniero ma anche per il diverso. Chiamiamo "diverso" la figura dell'eunuco, e in questa figura possiamo includervi tutte le categorie che sono discriminate. Il problema dello "strano", dell'altro, non è solo di chi ha un'altra religione, un'altra cultura, ma anche di chi consideriamo non normale, irregolare, e che, in nome di un'etica fondata su una normalità stabilita da noi, tendiamo a escludere, a non accogliere come un rappresentante di quel "santo" che si prende cura e diventa il garante di tutti gli 'anawim, di tutti i poveri.

L'accoglienza dello straniero nel Nuovo Testamento

Il tema di questa seconda parte è l'accoglienza dello straniero nel Nuovo Testamento.
Per orientarci in questa biblioteca, che è il cosiddetto canone cristiano, diciamo che il Nuovo Testamento è formato da 27 libretti, in particolare dai quattro vangeli, dalle lettere di Paolo, che sono la parte più consistente e che ha anche determinato un genere tipico del testamento cristiano, cioè il genere epistolare, e dagli Atti degli Apostoli, che rientrano invece nel genere narrativo o biografico-storiografico.
I testi del Nuovo Testamento costituiscono la memoria di un'esperienza vissuta da un gruppo di ebrei raccolti attorno a Gesù. È un movimento che, partendo dal cuore dell'ebraismo, Galilea e Gerusalemme, si espande, diventando un movimento internazionale o, se preferite, transnazionale, che supera i confini nazionali. In questo andare oltre i confini nazionali risiede l'elemento distintivo del cristianesimo rispetto all'ebraismo, connotato invece dalla nascita, dall'etnia, dall'ethnos. Un ebreo è ebreo in quanto figlio di una mamma ebrea. La linea materna per definire l'appartenenza era anche un principio giuridico dei Romani, e in parte anche dell'islam.
L'esperienza cristiana è così un'esperienza religiosa nata dentro il monoteismo ebraico, ma che, detto in modo semplice, ha spezzato il legame tra nazione e religione. Ci chiediamo, a questo punto, chi abbia fatto questo salto di qualità. In base al dibattito attuale, "l'inventore" del cristianesimo come movimento internazionale, fuori dall'ebraismo, è Paolo di Tarso. Ma io non sono convinto di questa idea, e cercherò di dimostrarvi che è stato Gesù di Nazareth a dare l'impulso per questa apertura.
Già nella tradizione ebraica, come abbiamo visto in alcuni testi profetici e sapienziali, ritroviamo un'apertura alle altre culture, però non nel senso del proselitismo, non nel senso di aprire agli altri per assimilarli. Il "venire dei popoli" che era il sogno di Geremia, ma soprattutto di Isaia e Michea, è un incontrare Dio dentro la propria cultura, dentro la propria appartenenza etnica. Si può essere credenti in Dio, a qualsiasi religione o razza si appartenga, qualsiasi lingua si parli. Nell'Apocalisse si trova più volte la formula: "uomini di ogni popolo, lingua, nazione rendono culto a Dio". Questa visione universalistica non è semplicemente una forma di ecumenismo, ma è
afferma la novità della possibilità di incontrare Dio dentro la propria identità etnica e culturale.
È vero che Paolo ha organizzato una missione universale e ha portato il Vangelo ai giudei e ai greci, senza più privilegi per i giudei, pur non rinnegando mai, da ebreo militante, la propria appartenenza ebraica. Paolo, da cristiano, si considera ebreo, figlio della tribù di Beniamino, discendente di Abramo, israelita come tutti gli altri, però in nome della gratuità. Don Pino Ruggeri vi parlerà della verità crocifissa, una grande intuizione di Paolo: il crocifisso "depotenzia" Dio. Il dio rivelato dal crocifisso non è più il Dio degli eserciti, ma il Dio impotente, il Dio perdente della croce.
(Questa visione ha risvolti importanti per la discussione attuale sul crocifisso. Il crocifisso è l'antipotere, e usarlo come elemento discriminante o di potere è contraddizione assoluta.)
L'intuizione di Paolo è certamente importante, però io ritengo che senza il contatto con Gesù, non solo con Gesù crocefisso, ma con Gesù che ha parlato di Dio, che ha vissuto la sua esperienza umana nella relazione unica con Dio, non avremmo il cristianesimo come lo conosciamo. Paolo, è vero, ha fornito un'organizzazione culturale, ideologica e soprattutto ecclesiale al movimento, creando una rete, ed elaborando un primo nucleo di pensiero teologico. Ma la novità è arrivata con Gesù.

Gesù e lo straniero

Nell'analizzare il rapporto di Gesù con gli stranieri ci imbattiamo in un altro problema, affrontato soprattutto negli ultimi cinquant'anni, ma risalente anche ai secoli precedenti, e cioè: che cosa sappiamo di quello che ha effettivamente fatto e detto Gesù?
Dato che ciò che è arrivato a noi è passato attraverso il filtro dei quattro vangeli e delle lettere di Paolo, ci possiamo chiedere se siamo in grado di ricostruire i gesti autentici di Gesù, le sue parole, come abbia pensato se stesso davanti a Dio e nei rapporti con gli altri, o se ci siano barriere impenetrabili, invalicabili per sentire, vedere quel che Gesù ha fatto e detto veramente.
Sono dell'idea che i vangeli, pur nell'elaborazione fatta dalle comunità cristiane della seconda e terza generazione, scritti in greco e non in aramaico, che era la lingua madre di Gesù (e questo è già un travaso culturale), riflettono la sostanza della genialità di Gesù. Questo lo si può capire mettendo a confronto il suo modo di parlare e di agire, con l'organizzazione delle comunità. Gesù dissente sia dal modo di pensare delle comunità cristiane, sia da quello dell'ambiente ebraico, pur riconoscendosi integralmente per cultura, esperienza religiosa e umana dentro al proprio popolo.
Tra queste novità c'è il rapporto con lo straniero, che potremmo mettere sotto la categoria biblica dei poveri.
L'idea del "Regno" per i poveri è una categoria simbolica, biblica, ebraica, spesso utilizzata da Gesù. Tutti sono d'accordo nel riconoscere che il "Regno" così inteso, come categoria simbolica, risale a Gesù. Infatti nella predicazione della Chiesa non si parlerà più di Regno di Dio se non come vita eterna, di regno dei cieli, tipica visione che si ritrova anche nei catechismi di oggi. La Chiesa parlerà di Gesù risorto, del Gesù glorioso, del Signore, del Messia che tornerà, ma questo è il linguaggio della Chiesa. Per Gesù, invece, il Regno ha a che fare con la realtà concreta, non è solo l'al di là, la vita eterna, ma è la presenza di Dio "re" nella storia del suo popolo.
I poveri, nella Bibbia, non sono categorie solo simboliche: sono i contadini, soprattutto espropriati, i malati, i peccatori, cioè i non osservanti, le donne, gli stranieri. Possiamo aggiungere anche i bambini, un'altra categoria di poveri, cioè dei "non aventi diritto" o degli espropriati.
Sappiamo oggi che la terra in cui ha vissuto Gesù, la Galilea, era controllata da due grandi centri, Sepolis e Tiberiade, dove c'era l'amministrazione, a cui i contadini dovevano pagare le tasse, attraverso gli esattori che arrivavano accompagnati dalla forza militare. Quando il povero contadino, che per la semente aveva dovuto chiedere prestiti, non riusciva a pagare le tasse o restituire i prestiti, veniva espropriato. Questa è la categoria dei poveri ai quali Dio si rivolge.
Quando Gesù, con un formula profetica, apocalittica o sapienziale, proclama felici, fortunati i poveri, non dice che sono beati perché malati o espropriati, ma: "Beati voi poveri perché vostro è il regno", perché Dio interviene da re, è il Dio degli eserciti, il Dio dei profeti. E in questa categoria rientrano i non aventi diritto, quindi anche gli stranieri.
Gesù farà alcune puntate verso il nord e verso il mare Mediterraneo, l'attuale Libano, che in quel tempo si chiamava distretto di Tiro, spingendosi anche verso l'attuale Siria, dove ci sono villaggi misti, cioè di ebrei e non ebrei. Noi tutti ricordiamo l'incontro con una donna, di etnia fenicia, cananaica, e di lingua e cultura greca, che il vangelo chiama siro-fenicia. È interessante il dialogo con questa donna, riportato dal vangelo di Marco e di Matteo (Mt 15, 21-28; Mc 7, 24-30). Sembra che Gesù non voglia intervenire a favore di questa donna, che chiede la guarigione, la liberazione per la figlia tormentata, e usa un'espressione un po' sconcertante che riflette la mentalità ebraica: "Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini". Marco ha attutito la battuta, dicendo "cagnolini". Ma in realtà viene impiegato il termine "cani" usato per definire gli infedeli, in contrapposizione ai "figli" del popolo eletto. È quindi una battuta molto forte in cui si rivela l'appartenenza di Gesù al suo popolo, alla sua cultura. Lui, dirà Matteo, è inviato alle pecore perdute di Israele, non agli stranieri. Solo al termine ci si apre ad una prospettiva nuova, a quella dei credenti: questa donna "crede" nonostante non sia di cultura e di etnia ebraica, ma fenicia e di lingua greca. Non dimentichiamo nel leggere l'episodio il conflitto esistente tra i contadini e i siriani, gli ellenisti, i romani, che fanno parte dell'amministrazione e che occupano le terre. Noi pensiamo sempre a rapporti astratti, invece Gesù ha a che fare con un conflitto reale, in termini economici e sociali.
Gesù apre ad una nuova prospettiva, alla prospettiva della fede, vera porta d'ingresso. L'appartenenza etnico-culturale non è più una barriera, perché la fede può aprire un altro orizzonte. Ed è quello che Gesù compie, con gesti espressivi di questa nuova visione, contro una mentalità fortemente integrista. Comincia a prendersi cura delle persone "marginali", intendendo con questo termine non solo gli stranieri ma anche i cosiddetti peccatori e malati.

I malati, i peccatori: la categoria socio-religiosa del puro/impuro. Gesù terapeuta

Mi soffermo un momento sulla categoria "malati", che rientrano nella categoria dei "diversi". Il malato, nel mondo antico (e ancora oggi in certe culture) non è solo uno che non ha la salute e che ha bisogno di cure, ma è anche un individuo escluso dalla vita sociale, culturale e religiosa. Nella comunità integrista di Qumran, separata dagli impuri, nella quale si entra solo con un giuramento, non deve entrare né il sordo, né il muto, né chi ha una piaga nella carne, cioè qualsiasi malattia della pelle che lasci vedere il sangue, perché il sangue contamina. Uno storpio, un cieco, uno zoppo non possono entrare nel santuario di Gerusalemme, accessibile solo se si è integri. Il malato è considerato uno colpito da Dio, un marginale. E Gesù che cosa fa? Gesù si prende cura di lui.
È interessante l'attività di Gesù. Noi immaginiamo Gesù come un buon religioso, un eremita... Invece no, non è uno che recita preghiere, ecc. Gesù fa il terapeuta. In due anni e mezzo di attività, incontra i malati, gli "indemoniati", cioè quelli che sono disturbati... Un altro elemento tipico di questa cultura è il ritenere che la persona dissociata, schizofrenica, che non riesce a socializzare, è contaminata perché posseduta da uno spirito impuro, il che vuol dire essere fuori dalla santità, e dunque non poter partecipare alla comunità santa.
Questo linguaggio chiarisce subito che la categoria del puro/impuro è una categoria di tipo religioso-sociologico, in cui sono inseriti malati, disturbati (chiamati indemoniati, posseduti da spiriti immondi), poi i peccatori, cioè i non osservanti, quelli che non osservano le leggi, soprattutto non pagando le decime, non facendo le abluzioni regolari, non seguendo la dieta, non evitando il contatto con i contaminati che sono tutti gli stranieri. Non si può accettare un invito a pranzo presso uno straniero, non si può andare al mercato di Sepolis, senza fare il bagno rituale al ritorno. Della categoria dei peccatori fanno parte gli esattori del fisco, che trafficano con gli stranieri e generano nella popolazione un risentimento, perché non si sa bene quanto incassino, quanto trattengano per sé e quanto diano all'amministrazione di Erode Antipa. Sono considerati peccatori tutti coloro che praticano dei mestieri che hanno a che fare con questa cosa sospetta sotto l'aspetto sociale religioso dell'impurità.
È interessante notare che i vangeli conservano l'immagine di Gesù terapeuta, che si prende cura dei malati, che prende contatto con loro al punto da toccarli, che cerca di stabilire un contatto, strappandoli dalla loro solitudine ed emarginazione sociale, reintegrandoli nella relazione, nella comunità. I vangeli conservano l'immagine di Gesù che va a mangiare con i peccatori. Non è affatto banale questo. Ha a che fare con la legge della solidarietà che rompe le norme della separazione, molto presente soprattutto nei villaggi. Lasciamo stare Gerusalemme dove ci sono i sacerdoti, l'alto clero, che controllano tutta la vita sociale ed economica della città sacra, che ruota attorno al tempio. Consideriamo i villaggi, dove vive Gesù, Nazareth prima e poi Cafarnao, città portuale, dove c'è traffico, commercio, contadini che vendono i loro prodotti... In questi villaggi la vita sociale è controllata da una confraternita, da un'associazione di persone colte, preparate, chiamate "i separati", i puri, i diligenti, o con un termine aramaico i "farisei", che sono gli esperti della legge, da osservare integralmente. Se vuoi far parte del popolo di Dio, devi pagare le decime dell'olio, del vino, del frumento, dell'orzo, del miglio, devi fare le abluzioni regolari, e osservare i shabbat. Chi non è osservante non fa parte del popolo di Dio, cioè è privato dei diritti, non partecipa all'assemblea del villaggio, non partecipa all'assemblea religiosa... Siamo a conoscenza del conflitto di Gesù con questi gruppi.
Gesù organizza la vita su altri rapporti, rompe la barriera malati/sani, stranieri/ebrei, puri/impuri, accetta di andare a pranzo e mangiare con i peccatori, cioè con i non osservanti. Peccatore non è semplicemente il criminale, il malavitoso, il mafioso, ecc., ma è una persona che svolge una certa attività, che gli impedisce di essere in regola secondo le norme, gli schemi previsti dai "puri" che controllano interi villaggi, avendo nelle loro mani il tribunale, la scuola, l'organizzazione anche della vita religiosa.

Gesù pone gesti di rottura in funzione dell'accoglienza e li spiega con le parabole

Gesù dunque, in quel contesto, pone quei gesti di rottura: guarigioni, liberazioni di indemoniati, pasti con i peccatori. E, per spiegare e interpretare quei gesti, è importante considerare le sue parole, cioè tutte le parabole inventate da Gesù per rispondere alle obiezioni che gli vengono fatte.
Tu vai a mangiare con i disgraziati! Certo, così fa Dio! Cosa fareste voi se vi trovaste nella situazione del pastore che ha cento pecore e ne perde una, e va a cercare quella, perché gli sta a cuore. O nella situazione della donna che perde l'unica monetina. O nella situazione di un padre di due figli, che non può non accogliere quello che ritorna dopo essersi allontanato dissipando tutto.
Gesù racconta le parabole per spiegare i suoi gesti di rottura, che sono in funzione dell'accoglienza del diverso, categoria nella quale rientra anche lo straniero.

Un "samaritano" è proposto come modello di fede e di amore del prossimo (Lc 10, 25-36)

All'interno di questo quadro, importante per capire la dinamica dell'attività e dell'insegnamento di Gesù, vorrei leggere qualche testo, dove appare la sua maniera di pensare il rapporto tra l'agire di Dio e il lontano, lo straniero, colui che secondo le leggi ebraiche, secondo la tradizione, era escluso dall'ambito dell'alleanza.
Il primo testo che vorrei proporvi è quello del capitolo 10 di Luca, dove c'è il racconto narrato da Gesù per illustrare il principio dell'amore, amore per l'unico e amore del prossimo.
Un esperto della legge chiede qual sia il modo per avere la vita piena, la vita eterna. Gesù lo rimanda alla Torah, alla legge: "Ama Dio con tutto il cuore, ama il prossimo come te stesso". Viene posta una seconda domanda, come avviene nei dibattiti ebraici: "Chi è il mio prossimo?" È il connazionale?
Nel testo del Levitico il prossimo è, come abbiamo visto, anzitutto il connazionale, un appartenente al popolo ebraico, e poi anche lo straniero residente.
Gesù nel rispondere all'esperto di legge racconta una storia, per spiegare il modo di agire di Dio e giustificare le sue scelte: il peccatore, il malato, lo straniero, la donna non sono fuori dal regno di Dio, anzi sono i privilegiati, perché così fa Dio.
E racconta quindi la nota storia del samaritano, il cui comportamento nei confronti del malcapitato assalito dai briganti viene contrapposto a quello di due osservanti, che fanno parte dello statuto levitico del tempio, sacrale, nel loro comportamento. Passano prima un sacerdote, poi un levita, e tutti e due girano al largo. Arriva quindi un samaritano. Questa scelta non è casuale. I samaritani sono i discendenti degli abitanti del regno del Nord, che hanno subìto l'invasione assira, che sono stati deportati, che si sono mescolati sotto l'aspetto sociale e religioso con altre popolazioni fatte lì affluire, che hanno costruito un tempio scismatico, distrutto dai re di Giuda, dai Simonei. I Samaritani sono sì parenti, ma anche ritenuti scismatici, con un proprio culto e proprie tradizioni. Possiamo quindi considerare il samaritano un "fuori-legge" assimilato agli stranieri. I non ebrei venivano chiamati stranieri. Con un termine anacronistico noi continuiamo a chiamarli "pagani", ma è un falso storico. Il termine "pagano" infatti compare nel quarto secolo, quando gli abitanti dell'urbs, della città, che sono cristiani, chiamano con quel termine quelli del "pagus", del villaggio, non cristianizzato. Per gli ebrei, straniero è il non ebreo, non integrato nella cultura, nella religione ebraica. E il samaritano appartiene a questa categoria.

La compassione

Il protagonista dell'agire che porta alla vita non è il sacerdote, non è il levita, preoccupati dell'impurità che sarebbe loro derivata dall'accostarsi alla persona ferita, dal sangue che contamina. Qui si va oltre. Il principio non è la legge di separazione, purità/non purità, la legge morale, l'etnia, la religione, la cultura. Il principio è la compassione. Si tratta di una grande svolta. Gesù mostra il volto compassionevole di Dio, un Dio che ha compassione.
Il padre accoglie il figlio che torna a casa, non perché gli ha chiesto scusa (come sappiamo la scena dell'accoglienza precede la confessione, una confessione oltretutto di basso profilo, mossa dal desiderio di tornare a mangiare), ma perché "mosso a compassione". Come il samaritano, mosso a compassione.
È la compassione che fa saltare le barriere tra ebreo e samaritano, e tra l'osservante e il disgraziato che ha dilapidato i beni di famiglia. "Quel tuo figlio disgraziato, che ha mangiato tutto con le prostitute, è tornato e tu gli hai organizzato un festino!" Questa è la mentalità di colui che non ha mai trasgredito un comando, è l'osservante del villaggio. Gesù ha a che fare con questi problemi, mentre altri saranno quelli delle prime comunità cristiane, in particolare il problema tra ebrei e non ebrei, oggetto della missione di Paolo.
I problemi del malato, dello straniero, della donna, del peccatore, sono quelli che Gesù incontra nei villaggi della Galilea. Le parabole di Gesù e i gesti che compie hanno a che fare con le sue scelte, che rappresentano l'agire del Dio della compassione.
È un'idea che è radicata nella Bibbia, ma che Gesù illustra e incarna in maniera nuova. L'idea del Dio che si muove a compassione è già in Osea. La parabola famosa del vangelo, che per noi è il non plus ultra della novità di Gesù, è ripresa da Osea, dove Dio è rappresentato come un padre e una madre, che ha allevato un bambino, gli ha dato da mangiare, si è curvato su di lui. Nonostante queste cure, il bambino, una volta cresciuto si ribella. Dio vorrebbe abbandonarlo, ma non può, perché le sue viscere si commuovono dentro di lui: ecco la compassione.
L'etica della compassione è fondamentale per capire la novità di Gesù. Dio non è solo il Dio dell'alleanza, il Dio creatore, il Dio che ti ha portato fuori dall'Egitto, ma è quel Dio che, come un padre e una madre, non può abbandonare il figlio. E Gesù cerca di far capire che quello che tiene unita la comunità e la apre a un orizzonte universale non è la legge, o una legge che assimila tutti gli altri, ma è la compassione di Dio che si apre all'altro, al di là delle barriere etniche, religiose, culturali.

A me interessa cogliere il punto originale del pensiero di Gesù, al di là del linguaggio catechistico, predicatorio, apologetico dei vangeli. I vangeli sono scritti per le comunità che devono pregare, devono perdonarsi, devono andare d'accordo, e per far questo utilizzano le parole di Gesù o i racconti. Però, al di dentro, voi trovate ancora il "marchio di origine controllata" che rinvia alla vita della Galilea e dei suoi villaggi, ai rapporti culturali, sociali, tipici di quell'ambiente in cui Gesù ha elaborato la sua immagine di Dio, e alle relazioni nuove tra gli uomini a partire dal volto di Dio che lui rende presente e che chiama "il padre", con il quale vive un rapporto speciale come figlio unico, anche questo non come un privilegio, ma come una maniera per stabilire rapporti originali.
Su questa base possiamo allora capire le due parole caratteristiche, poi elaborate nella tradizione cristiana.

L'amore per il nemico

La prima riguarda l'amore al nemico. Gesù fa riferimento alla serie di parole del decalogo, statuto fondamentale dell'alleanza (Matteo 5,43-45):

43Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; 44ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, 45perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.

La novità la troviamo al versetto 43: "Avete sentito che fu detto: amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico". A dire il vero, nessun testo biblico è così esplicito.
Gesù propone un rovesciamento della logica: non si parla del prossimo, che potrebbe essere anche lo straniero residente, assimilato al prossimo, ma del nemico. "Io vi dico: amate i vostri nemici, pregate per i vostri persecutori per essere figli del padre vostro..." Qui vale il principio di Dio, che è il padre di tutti, e che dona la pioggia e il sole senza distinguere il campo del buono e del cattivo, del giusto e dell'ingiusto. Non si tratta solo di non far valere il principio della vendetta (occhio per occhio, dente per dente), ma di praticare un amore che si estende non solo allo straniero, ma anche al nemico, cioè a colui che minaccia la tua identità religiosa e questo sulla base del principio che Dio è il padre di tutti, cioè sulla base di una giustizia che risale al Dio creatore, che Gesù chiama padre. Gesù propone come modello del nostro agire di figli l'agire di Dio che è padre di tutti.
Paolo svilupperà poi questo principio: non c'è distinzione tra giudei e greci, perché Dio è uno solo sia per gli ebrei come per i greci. Paolo ha elaborato questa idea partendo dall'incontro con il crocifisso, ma la novità si trova già nella parola di Gesù.
È vero che nella Bibbia c'è già l'idea di aiutare il nemico, di non fare rappresaglia ("se il tuo nemico ha fame dagli pane da mangiare, se ha sete dagli acqua da bere" Pr 25,21), ma lì si tratta di aiutare in nome della solidarietà. La novità di Gesù è che il principio si basa sull'aspetto religioso: l'amore per il nemico dipende dal fatto che siamo tutti figli del padre. E Gesù rende presente questo modo di agire del padre.

il criterio del giudizio ultimo (Mt 25, 31-40)

Ed è a questo principio religioso che si richiama la parabola che si trova nel solo vangelo di Matteo, la quale esprime molto bene che l'agire di Dio è fondamento e modello dei nuovi rapporti tra le persone. Il Dio di cui si parla non è il "mio" Dio, ma è il Padre di tutti, che non ha preferenze, che manda la pioggia sui buoni e sui cattivi... C'è chi dice che allora non val la pena essere fedeli osservanti. Paolo scoprirà che si è accolti non perché osservanti, non perché si sono seguite tutte le regole, tutti i riti, ecc., ma perché Dio è il Dio della grazia: si è salvati per grazia, non in nome di un diritto acquisito in base al comportamento.
Il principio dell'accoglienza dell'altro sulla base di un principio religioso, che apre l'orizzonte a rapporti nuovi, è pienamente espresso nella parabola finale del vangelo di Matteo, che chiude la trilogia delle parabole sul giudizio ultimo, immaginato come una grande assise, a cui sono convocati tutti i popoli. Vengono accolti quelli che saranno alla destra del messia re pastore con questo criterio: avevo fame e sete, mi avete dato da mangiare e da bere, ero forestiero e mi avete accolto. Si parla della categoria degli aventi bisogno (chi è straniero, chi ha fame, chi ha sete, ecc.), ma non è questa la cosa eccezionale. La novità è la spiegazione di Gesù. L'idea di aiutare chi ha fame o sete, di accogliere anche lo straniero, lo si trova in Giobbe, in Isaia, nei Salmi, nel Deuteronomio... Il principio della solidarietà con chi condivide la tua umanità è molto importante ed è già presente. Nasce dall'idea che ci riconosciamo uguali in umanità, e che quindi il cibo e l'acqua sono un diritto di tutti, ecc. Ma in questo brano si afferma un'altra cosa. Gesù dice: "Lo avete fatto al più piccolo dei miei fratelli".
La scena grandiosa che Matteo ha costruito riflette molto bene la fede della comunità cristiana: il Figlio dell'uomo viene nella sua gloria. Il titolo di Figlio dell'uomo esprime il legame con l'umanità, ma come rappresentante davanti a Dio, e viene quindi rappresentato come il pastore, il giudice che separa le pecore. E poi ci sono le parole di Gesù: "Lo avete fatto al più piccolo dei miei fratelli". Cioè il Figlio dell'uomo, che è il crocefisso risorto, si identifica con l'ultimo della scala sociale. Lo aveva già detto quando aveva accolto il bambino, dicendo: "Chi accoglie questo bambino accoglie me". Non è nuova quindi neppure l'idea che Gesù solidarizza, si identifica con il più piccolo.

Dio ha il volto dell'ultimo dell'umanità

La novità risiede nel fatto che Dio non ha più solo il volto del Dio creatore di tutti, a sua immagine e somiglianza, del Dio che manda il sole sui buoni e sui cattivi, ma Dio ha il volto dell'ultimo dell'umanità. Dio non sta in cielo, Dio è nell'umanità, Dio è la persona che ha fame, che ha sete, che ha bisogno di vivere, che ha diritto di vivere. Questo è il volto, il sacramento di Dio.
Questa è una grande svolta: non solo io devo accogliere lo straniero (il povero, l'orfano, la vedova, il bisognoso, ecc.), perché così fa Dio, e questo lo trovate anche nel mondo ebraico, nel mondo islamico, in Egitto, in Mesopotamia, nel Corano, nella Bibbia, nel codice di Ammurabi, ecc., ma lo devo accogliere (qui sta la novità) perché lo straniero (il povero, l'orfano, ecc.) è il volto di Dio. Noi questa idea l'abbiamo attutita, l'abbiamo trasformata in un simbolo, per dire che dobbiamo prenderci cura. Invece non è una metafora, è la sostanza della fede cristiana. Che sia vissuta o non vissuta, questo è un altro problema.

L'accoglienza dello straniero nei testi della prima Chiesa

Il primo testo che vi propongo è quello di Filippo che annuncia il vangelo all'eunuco etiope, At 8,26-40.

Un angelo del Signore parlò intanto a Filippo: «Alzati, e và verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta».
Egli si alzò e si mise in cammino, quand'ecco un Etiope, un eunuco, funzionario di Candàce, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i suoi tesori, venuto per il culto a Gerusalemme,se ne ritornava, seduto sul suo carro da viaggio, leggendo il profeta Isaia.
Disse allora lo Spirito a Filippo: «Và avanti, e raggiungi quel carro».
''Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?».
Quegli rispose: «E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui.
Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo:''
Come una pecora fu condotto al macello / e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, /così egli non apre la sua bocca. / Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, / ma la sua posterità chi potrà mai descriverla? / Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita.
E rivoltosi a Filippo l'eunuco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?».
''Filippo, prendendo a parlare e partendo da quel passo della Scrittura, gli annunziò la buona novella di Gesù.
Proseguendo lungo la strada, giunsero a un luogo dove c'era acqua e l'eunuco disse: «Ecco qui c'è acqua; che cosa mi impedisce di essere battezzato?».''
''Fece fermare il carro e discesero tutti e due nell'acqua, Filippo e l'eunuco, ed egli lo battezzò.
Quando furono usciti dall'acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l'eunuco non lo vide più e proseguì pieno di gioia il suo cammino.''
Quanto a Filippo, si trovò ad Azoto e, proseguendo, predicava il vangelo a tutte le città, finché giunse a Cesarèa.

Filippo lascia la Samaria e scende, non per sua iniziativa, ma perché lo Spirito lo spinge, sulla via di Gaza. Noi tutti conosciamo ormai dove si trova Gaza, disgraziatamente, per ragioni di cronaca: è la grande via che va verso l'Egitto. Su quella strada non c'è nessuno, è deserta. A un certo punto Filippo vede un funzionario che torna da Gerusalemme sul suo carro. È un etiope, eunuco, amministratore di Candace. E lo Spirito dice a Filippo di salire su quel carro. L'etiope sta leggendo il rotolo di Isaia, nel punto in cui si sta parlando di uno che non avrà discendenza, e di cui si dice: "chi conterà la sua discendenza?" Questo è il legame con l'eunuco. Prima io vi ho accennato al fatto che nessun eunuco o impotente poteva entrare a far parte del popolo di Dio. Ecco perché l'eunuco si pone la domanda: c'è un futuro per un eunuco?
Il primo straniero che viene accolto nella Chiesa non è Cornelio, l'ufficiale romano di stanza a Cesarea marittima, ma un eunuco. Si tratta di una storia minore, raccontata da Luca, che precede di due capitoli il racconto di Cornelio. L'eunuco viene accolto nella Chiesa, nonostante la sua situazione di escluso dalla comunità dell'alleanza. L'eunuco è il rappresentante del profondo sud, del lontano, dello straniero, ma anche di quella connotazione antropologica che è il diverso.
Per fortuna Luca ha raccontato questo episodio, ha raccontato di Filippo, che prima è stato con i Samaritani (e abbiamo visto cosa vuol dire Samaritani), poi con l'eunuco, e poi andrà sulla costa mediterranea dove aprirà una Chiesa domestica con le sue quattro figlie. L'accoglienza dell'eunuco diventa emblematica.
Cornelio sarà accolto nella comunità unicamente per la fede, prima di fare qualsiasi cosa, ancora prima di ricevere il battesimo: viene accolto grazie alla discesa dello Spirito.
La fede è l'unica porta per entrare nella comunità. Non c'è bisogno di cambiare etnia, cultura, e, potremmo dire, neppure religione. Come conciliare questo, è un altro problema. Paolo lo ha fatto: da ebreo ha incontrato Gesù, ma è rimasto ebreo, e dentro il cammino della fede ebraica ha incontrato il volto di Dio in Gesù.

"Una nuova umanità riconciliata"

Ed è il tema di Paolo che volevo proporvi adesso, leggendo un paio di testi che trovate nella Lettera ai Galati e poi nella Lettera ai Romani.
Paolo parte dall'esperienza di Gesù, del Regno di Dio per i poveri, del volto di Dio nel crocifisso, per cui Dio non è l'onnipotente creatore, non è solo il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ma è il Signore Risorto con il quale si identifica, in quanto il Padre è un tutt'uno col figlio. Paolo parte da questa intuizione per organizzare una missione universale.
L'universalità non è semplicemente un bisogno di espansione, un desiderio di aggregare i popoli sotto una sola idea, una sola verità, con il rischio di confondere l'universalismo con la forza aggregante di una religione. L'universalità è il manifestarsi di Dio dentro le culture dei popoli. Non c'è bisogno che il greco diventi ebreo, con il rito di iniziazione che si chiama circoncisione. A noi queste cose oggi possono sembrare curiosità fuori dalla realtà storica e sociale, ma non dimentichiamo cosa vuol dire appartenenza ebraica, per Gesù, per i dodici e per Paolo. Si può far parte integralmente del popolo eletto solo attraverso il rito di iniziazione chiamato circoncisione.
Paolo, attraverso l'esperienza di Damasco, scopre che Dio si rivela nel Figlio crocefisso, e che, quindi, per incontrare Dio non c'è bisogno di diventare ebrei.
Riassume il suo pensiero nella Lettera ai Galati (3,28), dicendo che quanti sono battezzati, sono rivestiti di Cristo, sono figli di Dio, e allora non c'è più bisogno di separare greci ed ebrei, schiavi e liberi, uomini e donne: sono uno solo in Cristo.
Ma è soprattutto la prima divisione che gli preme superare, quella tra l'ebreo appartenente alla fede ebraica in forza della sua identità etnica e culturale, e il greco. Paolo ha scritto la Lettera ai Galati perché aveva fondato questa comunità in Turchia e i suoi componenti erano entrati a far parte del popolo di Dio attraverso il battesimo e il dono dello Spirito. Tramite la fede in Gesù sono ormai anch'essi Israele, il popolo destinatario delle benedizioni. Ma arrivano da Gerusalemme altri predicatori, che si richiamano a Giacomo, a dire che non possono essere salvi se non diventano ebrei. Da qui nasce lo scontro. Paolo scrive la lettera per difendere il principio dell'accoglienza dell'estraneo, dello straniero, del lontano, quello che nel mondo antico e nel linguaggio ebraico di Paolo si chiamava "greco", e riassume il suo pensiero con l'idea che, per i battezzati credenti, l'unica condizione è l'adesione di fede a Gesù, per cui sono un tutt'uno con lui, sono figli di Dio. E per rafforzare questa idea che non c'è più una distinzione tra greci ed ebrei, che c'è un solo popolo, dice che non c'è più schiavo e libero, uomo o donna. Erano le due grandi divisioni sociali del mondo antico, quella tra la persona libera e la persona schiava, e quella tra maschio e femmina. Paolo con queste due contrapposizioni, o superamento di esclusioni o discriminazioni, fa capire che la barriere tra greci ed ebrei, noi diremmo tra credenti e non credenti, tra la mia e la tua etnia, tra la mia e la tua religione, sono sparite con la fede in Gesù.
In termini reali, questo era un problema molto sentito, che ha diviso la comunità nella prima e nella seconda generazione, perché Giacomo non era affatto sulla linea di Paolo. Sul piano teorico il principio di Paolo è condiviso, come dice Luca negli Atti. Ma sul piano pratico, quello della convivenza quotidiana, i non ebrei si trovavano a dover osservare alcune regole, relative ad esempio alla macellazione, alla carne, alla questione dei matrimoni, ecc. Sono tutti quei problemi che si presentano con la convivenza tra culture diverse. Per Paolo sono questioni ormai eliminate dal principio della fede, che fa di tutti l'unico popolo di Dio.
Nella Lettera ai Romani, il testo che è la sintesi del suo pensiero, della sua teologia, Paolo, ormai alla fine del suo percorso, dice che il vangelo è una potenza di Dio, una forza per la salvezza di chiunque crede, e che la salvezza non è legata all'essere ebreo o non ebreo, alla cultura e all'etnia, ma alla fede. La salvezza è per i credenti: giudeo e greco, sono tutti uguali, non c'è più nessun privilegio.

Abbiamo cominciato leggendo il testo del Deuteronomio, in cui si diceva a Israele, popolo particolare e consacrato di eliminare i popoli che seguono altri dei. Siamo arrivati a Paolo che ci dice che la potenza che salva tutti è la forza della fede. Perché la giustizia di Dio, cioè il Dio fedele, il Dio giusto, si rivela in Gesù crocifisso, cioè nel Vangelo.

non siete più stranieri, ma concittadini e figli di Dio

A conclusione di questo discorso, vediamo un testo poetico molto bello, dalla Lettera agli Efesini (2,14-22), in cui però ormai siamo alla terza generazione, quando queste cose sono più celebrate che vissute:

14Egli infatti è la nostra pace, / colui che ha fatto dei due un popolo solo, / abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, / cioè l'inimicizia, / 15annullando, per mezzo della sua carne, / la legge fatta di prescrizioni e di decreti, / per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, / facendo la pace, / 16e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, / per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l'inimicizia. / 17Egli è venuto perciò ad annunziare pace / a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. / 18Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, / al Padre in un solo Spirito. / 19Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, 20edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. / 21In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; / 22in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito.

"Lui è la nostra pace, ha fatto dei due un solo popolo, disinnescando l'ostilità, fatta di leggi, il muro del tempio che divideva... dunque" l'umanità di Gesù crocifisso disinnesca tutti i motivi di separazione. Teniamo presente che questo Gesù crocefisso è quello che ha accolto i malati, le donne, il bambino, il peccatore, lo straniero, e che fa parte di questa categoria degli esclusi e che che si identifica con l'ultimo della società. La grande svolta è data proprio da questa idea, che Gesù ha condiviso la condizione umana dentro la feccia della storia umana, cioè del crocefisso, del ribelle ucciso dall'occupante romano. Allora se Dio solidarizza con questa frangia di umanità, vuol dire che nessuno è escluso dall'ambito del rapporto con Dio.

Conclusioni

È importante che l'ascolto della Parola di Dio non si riduca ad un ricettario moralistico o sia fatto per creare una ideologia cosmopolita, ma che sia un ascolto della Parola dentro la storia. Questo è molto importante: se togliamo la Bibbia dalla storia, facciamo ideologia o moralismo. "Dentro la storia" vuol dire considerare la Parola che nasce dalla storia, che è impastata con la storia, che è fatta di conflitti, di lotte, e di gesti di accoglienza, quelli di Gesù. È una Parola che si esprime nei codici legislativi, nella scelta dei profeti, è una Parola che testimonia la paura del diverso che minaccia la tua identità, è la Parola che smaschera la radice dell'intolleranza. Una Parola che ci apre all'accoglienza dello straniero, non però in una dimensione puramente sociologistica o psicologica, cioè per il fatto che ci si rispecchia nell'altro, ma per un principio religioso, di un Dio garante, solidale. Una solidarietà che non è solo predicata, detta con formule, con discorsi o leggi, ma che diventa la vita di una persona, di un ebreo, Gesù, che rivela il volto di Dio.
La difficoltà di un dialogo con il mondo ebraico e con il mondo islamico, al di là dei principi della giustizia, della solidarietà, dell'unico Dio, dipende dal fatto che, per i cristiani, Dio ha il volto di un crocifisso. È la follia di questo evento che disinnesca i meccanismi di intolleranza. Non ci si può impossessare di questo evento trasformandolo in una verità violenta, proprio perché è il rovescio della verità assoluta. Il crocefisso è l'amore diventato solidarietà estrema, ma nell'impotenza. Non è possibile servirsene come di una verità che usa la violenza per affermarsi. Colui che condivide la condizione umana nella forma estrema del crocifisso è il Dio che si fa incontro nell'ultimo della società: il malato, il piccolo, l'indifeso, lo sradicato, cioè lo straniero.
Possiamo anche arrivare a parlare di un'etica, non però sulla base di una lettura universalistica della storia dell'umanità o dell'idea di espandere la religione per unificare il mondo sotto la copertura della verità cristiana. Sarebbe l'espressione di un sogno di onnipotenza. Invece in forza dell'amore donato dallo Spirito, di quello stesso amore che Gesù ha vissuto e soprattutto ha espresso nell'atto finale del dono della solidarietà, i cristiani possono tentare di abbattere quei muri, quelle divisioni, quelle barriere che la paura, l'ignoranza, e l'ostilità continuano a erigere.
Al di là dei muri elettronici, o delle barriere di acciaio, sono i pregiudizi, nutriti di paura e ignoranza, che impediscono l'accoglienza, non solo quella predicata o sognata, ma anche quella spicciola, fatta di gesti di reale solidarietà che nascono nella vita quotidiana e che sono mossi dall'amore di compassione rivelato da Gesù, e, per chi lo riconosce come il figlio di Dio resuscitato, continuamente animati dal dono dello Spirito, fonte dell'amore.

un breve riassunto

È facile entusiasmarsi per i testi di grande apertura che si incontrano nel Nuovo Testamento, in cui Gesù si identifica con il più piccolo, che è lo straniero, l'affamato, l'assetato, il carcerato per debiti... Sono testi che esprimono la fede di piccole comunità, che non hanno responsabilità pubbliche, in cui l'accoglienza è un'esigenza primaria. Diversa è la situazione dei testi dell'Antico Testamento, espressione di un Israele che deve affrontare tutti i problemi legati alla gestione della vita sociale e pubblica, a contatto con realtà diverse sul piano culturale etnico e religioso.
Nella storia biblica abbiamo un aspetto ambivalente dell'"altro", dell'estraneo: l'altro visto come minaccia alla propria identità, e l'altro, invece, da accogliere, da integrare nella propria esperienza religiosa. Questo secondo aspetto si svilupperà nel Nuovo Testamento, che attingerà alla linfa del profetismo, della letteratura sapienziale e dei codici legislativi.
Lo straniero è visto anzitutto come minaccia alla propria identità. Alla base c'è l'idea di un Dio unico, assoluto, in opposizione alle altre divinità straniere. Nel Deuteronomio è espressa l'idea di Israele come popolo eletto da Dio tra tutti popoli. L'"elezione", principio fondamentale che si ritrova anche nella religione ebraica di oggi, è un importante elemento di coesione, ma costituisce anche un grosso rischio di etnocentrismo: noi siamo il popolo eletto, gli altri non hanno i nostri diritti. In questo libro si prescrive la separazione di Israele dagli altri popoli della terra di Canaan, per conservare la propria identità di popolo consacrato al Signore. Si proibiscono matrimoni misti per custodire l'integrità della fede, si prescrive addirittura lo sterminio dei vinti.
Ma si fa strada nei testi dell'Antico Testamento anche l'idea della convivenza e dell'accoglienza dello straniero, collegata alla legge dell'alleanza. In un testo del Levitico l'amore del prossimo viene esteso allo straniero: "Quando un forestiero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli farete torto. Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l'amerai come tu stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio" (Lev 19, 33-34)
Addirittura nel Deuteronomio si arriva a sostenere che gli stranieri fanno parte degli 'anawim, dei poveri, di cui Dio si prende cura e si fa garante. Nei testi del terzo Isaia l'alleanza si allarga non solo agli stranieri, ma anche agli eunuchi, ai diversi, cioè a tutte le categorie discriminate.
Il cristianesimo non ha inventato nulla sul piano etico: l'amore per il nemico, il perdono, erano già presenti nell'Antico Testamento. La novità è un'altra, è l'incarnazione: Dio non è più uno che dà leggi dall'alto, ma uno che assume il volto dello straniero.
L'esperienza cristiana è un'esperienza religiosa nata dentro il monoteismo ebraico, ma che ha spezzato il legame tra nazione e religione, tra appartenenza etnico-culturale e religione.
Gesù di Nazareth ha dato un fondamentale impulso per questa apertura, che sarà fatta propria e approfondita da Paolo di Tarso.
Gesù dissente dal modo di pensare dell'ambiente ebraico, pur riconoscendosi integralmente per cultura, esperienza religiosa e umana dentro al suo popolo. Predica l'avvento del Regno per i poveri, cioè per i contadini, gli espropriati, i malati, i peccatori, i non osservanti, le donne, i bambini. L'appartenenza etnico-culturale, come nel caso della donna siro-fenicia raccontato dai vangeli, non è più una barriera. Ciò che importa è la fede.
Gesù fa il terapeuta, si prende cura dei malati, degli storpi, degli zoppi, dei "disturbati", di coloro che sono considerati colpiti da Dio, o posseduti da spiriti impuri, marginali, non osservanti e quindi ritenuti esclusi dal popolo di Dio. Rompe le norme della separazione, rompe la barriera malati-sani, stranieri-ebrei, puri-impuri, accetta di andare a mangiare a pranzo dai non osservanti... Tutte le parabole sono inventate da Gesù per spiegare il senso dei suoi gesti terapeutici e liberanti di accoglienza del diverso e anche dello straniero. Nella parabola del samaritano, è addirittura lo straniero-samaritano che mostra il modo di agire di Dio, un Dio che ha compassione. È la compassione che fa saltare le barriere tra ebreo e samaritano.
L'etica della compassione è fondamentale per capire la novità di Gesù. Dio non è solo il Dio dell'alleanza, il Dio creatore, il Dio che ti ha portato fuori dall'Egitto, ma è quel Dio che, come un padre e una madre, non può abbandonare il figlio. E Gesù cerca di far capire che quello che tiene unita la comunità e la apre a un orizzonte universale, non è la legge, ma è la compassione di Dio che si apre all'altro, al di là delle barriere etniche, religiose, culturali.
Gesù giunge a comandare l'amore per il nemico. Non solo per il prossimo, che può estendersi anche allo straniero residente, ma persino per il nemico, a colui che minaccia la mia identità. La motivazione risiede nella convinzione di essere tutti figli dello stesso Padre.
Nella parabola del giudizio finale Dio assume il volto dell'ultimo dell'umanità: Dio è la persona che ha fame, ha sete, ha bisogno di vivere. Questa persona è il sacramento di Dio.
Qui sta la grande svolta: non solo devo accogliere lo straniero perché così fa Dio, ma lo devo accogliere perché lo straniero è il volto di Dio. Questa visione l'abbiamo snervata e attutita, ma è la sostanza della fede cristiana.
Per i cristiani, Dio ha il volto di un crocifisso. Il crocifisso è l'evento di cui non ci si può impossessare trasformandolo in una verità violenta, perché è proprio il rovescio della verità assoluta. Il crocefisso è l'amore diventato solidarietà estrema, ma nell'impotenza. Non ci si può servire di questo come di una verità che usa la violenza per affermarsi. Colui che condivide la condizione umana nella forma estrema del crocifisso è il Dio che si fa incontro e si rivela nell'ultimo della società: il malato, il piccolo, l'indifeso, lo sradicato, cioè lo straniero.

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