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sintesi della relazione di Luigi Berzano
Verbania Pallanza, 7 febbraio 2009

Ho colto molto volentieri il vostro invito. Noto peraltro che l'utilizzo del sabato pomeriggio o del week end per scopi di studio, di riflessione o di approfondimento sta crescendo. A Torino ci sono anche corsi di laurea tenuti esclusivamente al sabato e alla domenica, che impegnano studenti provenienti anche da fuori Piemonte.
Trovo significativo anche il fatto che voi, per iniziare la vostra riflessione sulla tradizione, sul tramandare il messaggio, abbiate scelto l'intervento del sociologo. È infatti molto importante capire il contesto in cui si vive e si opera, per sapere non solo che cosa tramandare, ma anche con quali modalità è opportuno farlo.
La domanda che mi sono posto è come presentare la fase che stiamo vivendo. Infatti la società contemporanea è stata definita in molteplici modi: società post-industriale, post-taylorista, post- moderna, post-ideologica, multiculturale, del pensiero debole, dell'incertezza, dei consumi, cybernetica, società dei servizi, società del pensiero tecnico, e altri ancora.
Ampliamo ulteriormente questo elenco con altre cinque definizioni che ci guidino nella ricerca interpretativa della società contemporanea. Sono cinque modi di definire il tempo presente che ci aiutano a riflettere su quali siano i problemi che si pongono quando si vuole "continuare la memoria".
Tutte le religioni sono religioni di memoria, che si tramandano di generazione in generazione.
Noi non abbiamo un rapporto diretto con il messaggio evangelico di Gesù, ma solo attraverso le generazioni che l'hanno riprodotto.
Allora nel porci oggi il problema di tramandare questa lunga memoria che le generazioni, dal tempo di Gesù ad oggi, hanno riprodotto, possiamo avere qualche dato di riflessione in più parlando della società di oggi con le modalità che vi ho indicato.
Quella di oggi è una società complessa, una società dall'io molteplice, una società tipicamente orizzontale, cioè degli stili di vita, una società globale ed infine una società con dei nuovi preambula fidei.

1. società complessa

In senso non evocativo ma più preciso, "complesso" deriva da un participio passato, complexus, che in latino vuol dire "tessuto insieme". Società complessa in questo senso etimologico indica una società in cui tutte le cose sono tessute, legate, tenute insieme. Stranamente, nel XVII secolo, Pascal evocava già questa complessità, quando scriveva: "Essendo tutte le cose causate e causanti, aiutate e aiutanti, mediate e immediate, e rimanendo tutte unite in un unico legame naturale e inavvertibile che congiunge le più lontane e le più diverse, ritengo impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, non più di quanto sia possibile conoscere il tutto senza conoscere singolarmente le parti."
In questo nostro tempo della new age, si parlerebbe di principio ologrammatico (nella parte c'è il tutto e nel tutto ci sono le parti). È il massimo della complessità. Le cose sono talmente intrecciate insieme, oggi, che anche nelle esperienze più minute e particolareggiate si rivela quello che c'è nel tutto, ossia lo spirito della società globale.

caratteristiche della società complessa

Il concetto di complessità sociale comprende quattro caratteristiche fondamentali: l'interconnessione, la differenziazione, la variabilità, l'eccedenza delle possibilità.
Interconnessione vuol dire che oggi, in questa società, tutte le cose hanno delle relazioni tra di loro e ogni cosa ha delle ripercussioni sulle altre. Una reazione che possiamo chiamare feed back.
La differenziazione è una caratteristica che sperimentiamo quotidianamente. Mentre nella società tradizionale di un tempo c'erano delle istituzioni che facevano tutto, come la famiglia, che assolveva a una serie molteplice di funzioni (i rapporti coniugali, la riproduzione ed educazione dei figli, la socializzazione, il sistema lavorativo di un'economia familiare, la risposta ai bisogni degli individui per malattia, per vecchiaia, ecc), oggi esiste una pluralità di istituzioni per lo svolgimento di tutti quei compiti che fino a buona parte del 900 erano assolti dalla famiglia. Oggi diciamo che il welfare state deve socializzare i bisogni dalla culla alla tomba, e giustamente, perché oggi questo è un diritto di cittadinanza. Abbiamo tante istituzioni diverse, che compiono ognuna funzioni diverse.
Terzo elemento della complessità è la variabilità. Molti aspetti si trasformano con il tempo: cose che ieri avvenivano oggi non avvengono più.
L'eccedenza di possibilità, di scelte, di opzioni è il quarto elemento. Protagonisti per questo aspetto sono soprattutto i nostri giovani. In tutti i campi il giovane fa l'esperienza di avere davanti a sé un'infinità di opzioni, di possibili scelte. In realtà le possibilità effettive sono molto poche. I modelli culturali ci presentano stili di vita incredibilmente ricchi, ma noi facciamo i conti con le nostre risorse e ci limitiamo. Però i giovani, che non hanno sempre questa visione realistica, pensano che l'eccedenza di opzioni sia effettiva, e, quando scoprono che così non è, vanno in crisi. Questo avviene in tutti i campi: in quello dei consumi, degli stili di vita, delle opzioni di tipo affettivo-sessuale, ecc. La nostra epoca ci pone di fronte dei miti che il più delle volte non sono realizzabili.

nulla più per destino, tutto per scelta

Sulla base delle quattro caratteristiche indicate, possiamo definire la complessità quale "aumento delle contingenze e quindi riduzione dello spazio dei comportamenti e delle aspettative che sono regolate dalla necessità e dalla consuetudine"
Le contingenze sono le cose occasionali, accidentali, che possono succedere, ma anche non succedere, sono le opportunità che ci propinano i mass media. C'è quindi l'aumento smisurato delle contingenze e contemporaneamente la riduzione dello spazio dei comportamenti e delle aspettative regolate dalla necessità e dalla consuetudine.
È un elemento che evidenzia in modo particolare la nostra condizione e soprattutto la nostra difficoltà, perché tra le cose che cambiano c'è anche la scomparsa dei modi di credere per destino e l'aumento dei modi di credere per scelta.
Esagerando potremmo dire: nulla più per destino, tutto per scelta. È un dato che oggi informa tutti gli ambiti della vita. I giovani di oggi difficilmente hanno la percezione di dover fare qualcosa per destino, né il lavoro, né la scelta matrimoniale, né le scelte dei compagni, né le scelte del tempo libero e neanche la scelta religiosa. È la scelta personale che informa tutto, quindi non è per destino che sono cattolico ma perché lo scelgo io.
Questa definizione di complessità, in questo senso, può anche aiutarci a capire che cosa significa oggi riprodurre, tramandare.
La società complessa è quella in cui le scelte che facciamo hanno più equivalenze funzionali. Anche quando diciamo di essere religiosi, il clima generale è tale per cui ognuno pensa che si possa essere religiosi in modo diverso, mentre in passato chi nasceva in un paese cattolico comunemente considerava propria quella tradizione. Chi nasceva a Torre Pellice, nell'area del Ghisone, per il 90% era valdese, e quindi faceva tutta una serie di cose legate a quella tradizione, comprese quelle più quotidiane. Ho visto recentemente un libro molto bello sulla cucina valdese, che mostra come attraverso le ricette, le modalità alimentari, ecc., nascere in un posto significava adottare anche la gastronomia e i costumi del posto. Oggi si direbbe invece che per ogni cosa, comprese quelle religiose, ci siano più possibilità, più opzioni.
Nella società complessa aumentano le scelte secondo il principio di indeterminazione. Anche nelle scienze matematiche e fisiche si parla del principio di indeterminazione (di Heisenberg): se nelle scienze esatte c'è indeterminazione, relatività, tanto più ce n'è nei comportamenti sociali.
La società complessa è quella in cui il sistema sociale e il sistema del sapere non possono più mantenere una struttura piramidale, gerarchica, secondo il principio di centro e periferia. Questo vale anche per le religioni: tutto ciò che nella chiesa cattolica c'è di piramidale, di verticistico, di gerarchico è causa di gravi difficoltà.
Il venir meno della struttura piramidale comporta una caduta (nel campo del pensiero riflesso) del pensiero metafisico, a beneficio di processi di astrazione sempre più egemonizzati dalla scienza e dalle tecniche.
Definiamo metafisico quel modo di ragionare sui pensieri che intende esprimere un principio valido per sempre: oggi le strutture e i pensieri metafisici sono contraddetti da mille esperienze. Pensiamo all'idea dell'individuo, del soggetto: l'individuo oggi non vuole essere irrigidito in un principio assoluto, ma essere considerato in relazione alle sue condizioni di vita, alle sue scelte. Il venir meno di una definizione assoluta di soggetto, provoca delle ripercussioni che appaiono più evidenti nei momenti critici del nostro tempo.

Ed è in questa società complessa, molto diversa da quella del passato, che noi oggi ci troviamo a riprodurre una memoria.
La società tradizionale è, come studiano i nostri studenti al primo corso di sociologia, una società ascritta, nella quale cioè tutte le cose sono stabilite per nascita. Nascere in un certo posto comporta essere immerso in una certa cultura, svolgere un certo lavoro, avere una certa religione...
La società di oggi è invece tipicamente acquisitiva. È una società in cui gli individui devono continuamente scegliere. I ragazzi oggi lo percepiscono bene: devono scegliere il proprio percorso scolastico, formativo, devono scegliere il proprio lavoro, devono scegliere la loro religione. È una società in cui nessuno si porta dietro le cose per nascita, ma tutti pensano di doversi realizzare per scelta. In altre parole possiamo dire che quella tradizionale è una società per destino, mentre quella di oggi è una società di scelta.
La società tradizionale era una società tipicamente etnica. Noi ragioniamo in termini etnici, quando riteniamo, ad esempio, che i giovani immigrati maghrebini siano tutti islamici o che chi nasce in Italia sia cattolico. Tutto questo non corrisponde più alla realtà, perché oggi viviamo in una società di scelta, di libera determinazione.
La società tradizionale si strutturava attorno al concetto di comunità territoriale. Con la grande intuizione del concilio di Trento, la Chiesa cattolica ha delimitato le comunità in termini territoriali, cosa che vale ancora oggi. Ma oggi scopriamo che il concetto di comunità anche religiosa, tra i cattolici, è sempre più di tipo relazionale. Le comunità sono, si dice, delle reti, dei network.
Della parrocchia di cui sono parroco, che conta circa 100 persone residenti, in realtà fanno parte persone che non vivono lì, ma che ci vengono per diverse ragioni. Oggi all'interno della Chiesa si parla di "pastorale d'ambiente", cioè di una pastorale che si organizza non su dei confini geografici, ma su delle appartenenze (i giovani, gli studenti, la terza età, e così via).
Quindi la complessità della società attuale ha delle ripercussioni anche sul modo di delimitare e strutturare le nostre comunità.

2. società dell'io molteplice

La seconda definizione di società che vi ho indicato è "la società dell'io molteplice". Per esemplificare vi propongo questa piccola discussione tratta da "Alice nel paese delle meraviglie", da cui emerge il disagio di Alice nel non saper subito dire chi è.
Il bruco ed Alice si guardarono in silenzio per qualche tempo. Da ultimo il bruco si tolse di bocca il narghilè e l'apostrofò con voce languida, assonnata. "Ma chi sei?" disse il bruco. Come inizio di conversazione non era incoraggiante. Alice rispose un po' imbarazzata: "Ehm... veramente non saprei, signore, almeno, per ora... cioè, stamattina quando mi sono alzata lo sapevo, ma da allora credo di essere cambiata diverse volte. "Che vorresti dire?, disse il bruco, secco. "Spiegati meglio". "Temo di non poter essere più chiara di così, perché purtroppo sono la prima a non capirci nulla". (Lewis Carrol, Alice nel paese delle meraviglie).
Questo piccolo libro è pieno di suggestioni che descrivono bene quello che sta succedendo oggi.
Possiamo dire che la società dell'io molteplice è quella in cui l'individuo scopre di essere più cose insieme e a volte cose diverse nel tempo. Una definizione metafisica dell'individuo è quella che definisce un individuo che rimane tale per tutta la biografia, per sempre e per tutti. Invece noi oggi viviamo in una condizione per cui anche la definizione dell'individuo si modifica, nel tempo e a seconda delle situazioni. Come per Alice, il nostro io di individuo moderno si fa molteplice, perché varia nel tempo e si identifica in modi diversi seguendo i cambiamenti a cui è sottoposto. È un io molteplice che non fa più riferimento ad una sola essenza permanente, ma al processo di identificazioni successive. La dissoluzione di un'idea metafisica di soggetto porta a pensare l'identità come a un campo di possibilità e di limiti.
Noi oggi parliamo spesso di marginalità (di marginali, di emarginati...), riferendola a problemi di tipo economico. Ma originariamente, il concetto di marginalità, proposto negli anni 30 dagli studiosi della "scuola di Chicago", come Park e Burgess, era un concetto di tipo culturale. Parlando di "marginal man", si intendeva l'individuo che nello stesso tempo, elettivamente o no, apparteneva a più cerchie o mondi sociali diversi. Quindi se noi dovessimo immaginare più mondi, rappresentandoli con vari cerchi in parte sovrapposti, che rappresentano i diversi ambiti di vita di un individuo (la sfera lavorativa, quella residenziale, quella culturale, quella dei divertimenti, dei loisirs, quella religiosa, ecc.), vedremmo che l'uomo di oggi, il tipico rappresentante della modernità, è un "uomo marginale", inserito cioè marginalmente nelle varie sfere (del lavoro, dell'impegno sociale o politico, della vita religiosa, ecc.).
L'uomo della società tradizionale era invece pienamente inserito nel suo mondo. Nel villaggio di montagna oppure nel quartiere cittadino, si svolgeva interamente la vita della persona, cioè lì aveva il lavoro, le relazioni, la parrocchia, l'eventuale impegno politico, ecc.
Quello che dice Alice, che in questo senso è molto postmoderna, è che, quando si trova nel mondo vitale della sua residenza, sa che cos'è, ma quando è nell'altro mondo, non lo sa più, perché appartiene contemporaneamente a più sfere. Il concetto di marginalità definisce bene la nostra condizione, poiché la società di oggi ci fa vivere in contesti diversi. Ognuno di noi lo sperimenta. Quando io arrivo nel piccolo borgo di campagna della mia parrocchia, anche perché gli altri mi percepiscono come don Luigi, io sono una cosa, ma quando vado ad insegnare alla facoltà di Scienze politiche, dove devo fare un altro lavoro, sono un'altra cosa. E il fatto di appartenere a più sfere fa sì che in termini esistenziali si viva l'esperienza del chiedersi: "Chi sono?" E a seconda delle sfere dove ci troviamo, ci comportiamo in modi diversi, variando il nostro modo di lavorare, di essere, di relazionarci...
Quindi quando immaginiamo di riprodurre la memoria di Gesù nel nostro tempo, dobbiamo tener presente anche questa caratteristica della società dell'"io molteplice", fatta di individui che hanno questa esperienza certamente ricca, però a volte anche molto faticosa, per la necessità di dover sapere modulare i propri impegni, i propri modi di essere, ecc.

identità nella società moderna

Tutto questo ha importanti implicazioni per l'identità nella società moderna, identità quale esperienza reale del sé, in una particolare condizione sociale, quale definizione che ognuno di noi dà di se stesso. E per un certo narcisismo ognuno oggi vuole definire la propria identità per suo conto, rifiutando che siano gli altri a dire chi siamo. L'identità nella società complessa risulta contraddistinta da queste quattro caratteristiche: è aperta, differenziata, riflessiva, individualizzata.
Un'identità aperta è quella di un individuo che non ha mai finito di definirsi. Un esempio molto evidente, e positivo, è offerto da chi, andando in pensione, sviluppa tutta una serie di interessi e di attività, spesso di tipo culturale, ma non solo. Ma questo vale anche in ambito religioso: avere un'identità aperta vuol dire non aver mai definitivamente stabilito cosa vuol dire essere credenti, religiosi... Nel tramandare la memoria alle nuove generazioni dobbiamo pertanto essere consapevoli che quello che proponiamo sarà accolto come un passo per fare altri passi e mai come cosa definitiva. Questo modo di sentire è nello spirito del tempo.
Un'identità differenziata è quella di un individuo che mette l'accento non su dei dati oggettivi, ma su dei dati soggettivi. Anche un messaggio religioso viene ascoltato, secondo lo spirito del tempo, non come un messaggio oggettivo, semplicemente da riprodurre, ma come un dato che dobbiamo fare nostro, che dobbiamo filtrare attraverso la nostra soggettività, che dobbiamo vivere in maniera personale.
Un'identità riflessiva è quella di un individuo caratterizzato dall'inquietudine. In sociologia alcuni autori hanno introdotto il concetto di sociologia riflessiva, che pone l'accento sul fatto che gli individui sono sempre critici, che non accettano mai niente come definitivo, che vogliono sempre rimuginare per loro conto le cose. Questo avviene anche in campo religioso: ognuno vuole costruirsi personalmente la propria religiosità, mettere insieme pezzi diversi, fare del "bricolage religioso".
L'irrequietezza, espressione della dignità dell'uomo, ma anche della sua fatica, è il dato che oggi ci contraddistingue. È faticoso essere troppo riflessivi, non assumere mai nulla in modo completo, immaginare di potere e dovere fare nostra qualsiasi cosa.
Un'identità individualizzata è quella di chi vuole essere sempre originale, anche se poi magari copia in modo plateale i comportamenti collettivi, come dimostra in modo perfetto il mondo giovanile. Se c'è un mondo in cui la moda ha più incisività, è quello di oggi, in cui non solo si portano gli stessi capi di vestiario, ma si portano le stesse marche, per cui il dato della massificazione oggi è altissimo. Spesse volte l'originalità dei nostri ragazzi c'è solo nella testa, mentre in realtà lo stile di vita è indicato per tutti dalla moda. Però la percezione è quella della individualizzazione.

3. società orizzontale degli stili di vita

La società di oggi è una società tipicamente orizzontale degli stili di vita. Nella tradizione sociologica gli stili di vita sono sempre stati strettamente dipendenti dalle classi sociali o da altre forme di stratificazione sociale e culturale. Oggi però molti studiosi, senza negare le differenziazioni economiche, sostengono che tra i fattori oggettivi di stratificazione e le esperienze di vita vi sia una relativa indipendenza. La modernità avanzata, così come non conosce più alcun sistema rigido di attribuzioni di status, allo stesso modo non riconosce più regole fisse di attribuzione di stili di vita (lifestyles).
Nella società tradizionale, verticale, chi nasceva in un certo ambiente, avrebbe avuto un certo tipo di vita: determinati studi, un determinato lavoro, una certa religione, ecc. Nella nostra società tipicamente orizzontale, anche il figlio del metalmeccanico può andare all'università, fare dottorati o master, ecc. Da due anni, il mio corso all'università ha come tema specifico la sociologia degli stili di vita. Agli studenti faccio sempre questo esempio: se ci mettiamo davanti a Palazzo Nuovo a Torino, cioè alla principale sede delle facoltà universitarie, ad osservare gli studenti, dal modo in cui si vestono, si pettinano, si relazionano con gli amici, ascoltano musica, si comportano, ecc., non riusciamo più a capire da quale classe sociale provengano. Lo stile di vita che loro adottano non ci dice più se sono figli di borghesi o di operai. Lo stile di vita ormai, in gran parte, non discende più dalla classe sociale, ma da altre cose, che sono tipicamente orizzontali.
Questo succede anche per quanto riguarda i comportamenti religiosi. Una volta, se uno era cattolico, si comportava sicuramente in un certo modo, oggi invece, anche per quanto riguarda i comportamenti religiosi si direbbe che la riproduzione avviene per via orizzontale e cioè che da uno stile di vita nascono altri stili di vita e poi altri ancora e così via.
Abbiamo condotto una ricerca sui partecipanti alle GMG, alle giornate mondiali della gioventù, da cui risulta che una parte significativa degli intervistati ha scelto di andare a Sydney per l'ultima GMG non in quanto cattolici, anche se lo erano, ma per ragioni di tipo orizzontale (perché ci vanno gli amici, perché hanno detto che è una bella esperienza, perché c'è un bel coinvolgimento, c'è un bel clima...) Quindi la riproduzione dell'andare alle GMG è di genere tipicamente orizzontale.
Noi cattolici viviamo una realtà in cui prevalgono ancora dati di tipo verticale: siamo cattolici quasi per destino, perché siamo nati così, per ascrizione. Invece per i giovani contano ragioni di tipo orizzontale: molti comportamenti si riproducono "perché altri hanno fatto così", "perché ho fatto una bella esperienza"...
Anche percepire la forza che ha la orizzontalità, è un altro elemento da non sottovalutare. I sociologi un tempo avevano una visione rigidamente verticale, che proveniva anche da tradizioni marxiane, per cui c'erano le classi, e dalle classi nascevano gli stili di vita: i borghesi si comportavano in un certo modo, i proletari in un altro... Oggi questa verticalità degli stili di vita non funziona più.
Bisogna dire che gli stili di vita per i consumi di lusso sono probabilmente ancora di tipo verticale, però gran parte dei comportamenti si riproducono per altri meccanismi che non sono quelli verticistici. Questa cosa incide anche sulle appartenenze religiose? Probabilmente sì, perché certe esperienze religiose possono riprodursi anche per ragioni di vicinanza, di prossimità, per il fatto di vivere in un certo contesto oppure no.

4. società globale

Ma la società di oggi è anche un'altra cosa. È una società globale. Che cosa significa? Che cosa rappresenta?
Attualmente la terra ha 6 miliardi di abitanti. Di questi l miliardo si compone di ricchi, 2 miliardi di individui che aspirano alla ricchezza e 3 miliardi di poveri che guadagnano meno di 2 euro al giorno. Nel 2050 il pianeta avrà 9 miliardi di abitanti. In quegli stessi anni si conteranno circa 2 miliardi di ricchi, 2/3 miliardi che cercheranno di diventarlo, 4/5 miliardi che rimarranno poveri. Nel 2050, il Cristianesimo sarà composto di una minoranza (un quarto) di cristiani rappresentanti delle società a modernità avanzata (Europa, Canada, Stati Uniti) e di una maggioranza (tre quarti) di cristiani pentecostali del sud del mondo (America Latina, Africa, Estremo Oriente). Negli ultimi cinquant'anni, l'India induista è passata da 300 milioni a più di un miliardo; l'Egitto islamico da 50 milioni a 150 milioni; il Brasile cattolico da 50 milioni a 150 milioni. Uguale esplosione religiosa riguarderà le Chiese cristiane del Sud del mondo: America Latina, Africa, Estremo Oriente. Il Primo Mondo ampiamente secolarizzato si troverà per i prossimi decenni sempre più di fronte a un Sud in rapida crescita demografica (per tassi di natalità, abbattimento della mortalità infantile, prolungamento della vita) e a una religione in espansione. Il cristianesimo avrà una forte crescita in questo secolo, ma la maggioranza dei cristiani non sarà né bianca, né europea, né euroamericana. A meta secolo si calcola che il numero di credenti pentecostali supererà il miliardo e ugualmente avverrà per i cattolici. Una significativa statistica riguarda i battesimi. Nel 1999 si celebrarono 18 milioni di battesimi cattolici: 8 milioni nell'America centrale e meridionale, 3 milioni in Africa e solo 7 in Europa e America del Nord. Africani e latino-americani nel 2025 saranno il 60% dei cattolici e nel 2050 saranno il 66%. I cattolici europei ed euro-americani nel 2050 rappresenteranno una piccola parte di una Chiesa a maggioranza africana, filippina, messicana, congolese, vietnamita, latinoamericana. Già oggi 1 cristiano su 5 è pentecostale; cioè non è né cattolico, né anglicano, né ortodosso, né appartenente al protestantesimo storico. Dal 2000 i pentecostali aumentano al ritmo di circa 19 milioni di nuovi fedeli ogni anno. Nel 2050 i pentecostali dovrebbero superare il miliardo ed essere alla pari con gli induisti e il doppio dei buddisti. Il solo Brasile ha da 20 a 25 milioni di crentes o fedeli che appartengono al protestantesimo pentecostalista. Nel Messico il pentecostalismo è balzato dal 2% nel 1970 all'attuale 6%. La sola Nigeria, con le sue grandi risorse petrolifere, conterà 300 milioni di abitanti del 2050 e mezzo miliardo a fine secolo. Con un simile andamento di crescita nel 2050 solo un quinto dei tre miliardi di cristiani nel mondo sarà un cristiano bianco. I due principali centri della cristianità saranno l'Africa e l'America Latina.
Nel 2015, quindi fra pochissimi anni, in base alle proiezioni, si ritiene che tra le prime dieci maggiori megalopoli, nessuna sia del nord del mondo (intendendo per nord del mondo: Europa, Stati Uniti e Canada). Le più popolate sarebbero quindi: Tokio (29 milioni), Bombay (27 milioni), Lagos (24 milioni), Shangay (23 milioni), Giakarta (21 milioni), San Paolo (21 milioni), Carachi (21 milioni), Pechino (20 milioni), Dakka (19 milioni), Città del Messico (19 milioni).

Vi ho fornito questi dati, assolutamente episodici, perché ci dobbiamo rendere conto che il mondo in cui stiamo è anche un mondo che "sta avvenendo". Questi dati di proiezione demografica sono indicativi per capire quale sarà il mondo nel giro di dieci, quindici, cinquant'anni.
Sono dati basati su studi demografici in rapporto alla fertilità, all'abbattimento della mortalità infantile, al prolungamento della vita, ecc. Secondo i demografi, comunque, dal 2050 in poi questa grande esplosione demografica diminuirà, perché anche il sud del mondo conoscerà un rallentamento, probabilmente per i fenomeni che il nord ha già conosciuto.
Quello che volevo evidenziare è che noi non possiamo, nell'immaginare i cambiamenti che avvengono nel mondo, pensare solo al nostro contesto, perché altrove la situazione è diversa. Pensiamo alle ripercussioni che questi cambiamenti avranno anche per la chiesa. Noi tramandiamo un messaggio che è stato utilmente, ma inesorabilmente inculturato nella nostra tradizione, impregnato della nostra cultura. Che cosa succederà quando, di cinque cristiani, soltanto uno sarà del nord del mondo? La proiezione vale anche per la Chiesa cattolica: quando il grande corpo della Chiesa cattolica sarà nel sud del mondo, quale sarà il suo modo di credere, il suo modo di celebrare? Quale sarà l'identità dei cattolici? Che cosa rappresenterà?

prospettive: meno cattolici nel Nord e più pentecostali

Le stime demografiche cui abbiamo accennato devono naturalmente essere prese come tendenza, soprattutto per le previsioni a lungo termine. Possiamo essere scettici sulle percentuali, ma una prima tendenza è evidente: nei prossimi anni i cristiani e i cattolici che vivono nel nord del mondo saranno in minoranza a confronto dei cristiani e dei cattolici che vivono nel sud del mondo.
L'altra tendenza evidente è l'aumento dei pentecostali. Per gli storici del protestantesimo il pentecostalismo è il quarto revival. C'è stato all'origine il protestantesimo storico (luterano, calvinista), successivamente quello metodista, nato nel 1700 (così chiamato per la sua metodica organizzazione del lavoro giornaliero). Nell'800 poi nasce un protestantesimo cosiddetto holiness, più devozionale, mentre la quarta fase del protestantesimo, il quarto revival, è quello che appare all'inizio del 1900 all'insegna appunto del pentecostalismo. Quello che oggi si espande è proprio il protestantesimo che ha come centro il battesimo dello Spirito, la glossolalia, i doni dello Spirito: un protestantesimo molto esperienziale, cosiddetto terapeutico, per la salute del corpo e dello spirito. E si espande perché è meno illuminista di quanto non sia ormai gran parte della nostra esperienza religiosa, e perché si sposa meglio con le culture dell'America Latina, dell'Africa e anche dell'estremo oriente.
Ho in corso una ricerca sul pluralismo religioso a Torino: con alcuni studenti e ricercatori seguiamo una trentina di chiese, che i sociologi chiamano "chiese etniche", perché basate su un dato di tipo etnico: messicane, filippine, africane, brasiliane, ecc. Sono chiese pentecostali, in cui cento-centocinquanta persone si ritrovano per la celebrazione, di solito alla domenica, dalle undici alle tre/quattro del pomeriggio. All'interno della celebrazione, rigidamente in inglese per quanto riguarda l'Africa, hanno anche un'agape tra di loro. È un'esperienza religiosa molto vivace, molto emotiva, e molto terapeutica, dove la religione serve per il benessere del corpo e dello spirito. È un protestantesimo in cui tutti intervengono: c'è il momento della glossolalia in cui ognuno prega lo Spirito per suo conto. È un'esperienza religiosa in cui è immediato il rapporto con la divinità. Non c'è la mediazione, ognuno spera che la guarigione, i doni, avvengano direttamente con la propria preghiera.
Non possiamo immaginare che i nuovi arrivati nelle nostre città riescano a inserirsi all'interno delle nostre comunità, delle nostre celebrazioni molto funzionali e un po' fredde, e questo spiega perché cresce un altro modo di aggregarsi. Questo vale per il cattolicesimo, ma anche per il protestantesimo storico, che è anch'esso figlio dell'illuminismo e della secolarizzazione, mentre si direbbe che oggi il sud del mondo abbia bisogno di altre modalità con cui vivere la propria appartenenza religiosa. L'espansione del pentecostalismo è osservabile soprattutto in America Latina, in Africa e in estremo oriente.
Se vogliamo guardare in faccia la realtà, dobbiamo renderci conto che è proprio quanto sta succedendo adesso.

la chiesa nostra figlia

Vorrei terminare questa fase che vede noi stessi partecipi, sottolineando un'espressione, un modo di dire, e cioè che la Chiesa è nostra figlia. È nostra figlia nel senso che la generiamo noi. È l'espressione che ha creato anche l'immagine dei Padri della Chiesa, di chi cioè considera la Chiesa sua figlia.
In questa fase di trasformazioni mozzafiato che stiamo vivendo oggi nel nord del mondo, l'idea che la chiesa è figlia nostra, che la chiesa è generata da cristiani che ancora oggi si confrontano con il messaggio evangelico, mi pare particolarmente significativa e non alimenta il pessimismo. Probabilmente rende più viva la percezione dei mille problemi che ci sono, però alimenta anche l'interesse e accresce la suggestione di vivere questa fase di grandi trasformazioni, che richiedono che la memoria sia mantenuta ma probabilmente con delle modalità in parte rinnovate.
Questo è avvenuto in tutte le religioni. Per avere qualche riferimento pensiamo a ciò che è successo nell'induismo. Questa lunga tradizione millenaria che si era rigidamente formalizzata, noi diremmo clericalizzata, istituzionalizzata, nel settimo secolo avanti Cristo vede un proprio revival, che è quello del buddismo. Il Buddha in fondo ha voluto ridare un'anima nuova, un sangue nuovo alla millenaria tradizione dell'induismo. Probabilmente non ci è riuscito molto in India, dove l'induismo era molto complesso, differenziato. Il buddismo è cresciuto di più altrove: in Giappone, in Cina...
E' quanto ha fatto per il cristianesimo il nostro Francesco, un nuovo Padre della Chiesa, che si è totalmente impegnato a rinnovare, a tramandare in modo diverso il messaggio del Vangelo.

5. società dei nuovi preambula fidei

Per definire la situazione in cui viviamo, vi proporrei di usare un concetto classico della teologia dogmatica, quello dei preambula fidei. Cioè la fede si costruisce e matura su delle premesse, su dei presupposti, che la teologia dogmatica chiamava appunto preambula fidei.
Ora noi potremmo ipotizzare di rinnovare oggi questo capitolo, immaginando che ci siano dei preambula fidei, dei presupposti, in parte diversi, per l'uomo che vive nella società complessa, dell'io molteplice, orizzontale, globale? È un'eresia provare a immaginare che ci siano dei presupposti, dei preambula fidei, in parte diversi?
Alcuni anni di anni fa la Civiltà Cattolica, quindi una rivista ufficiale, presentando un libro di un noto sociologo, ancora vivente, Peter Berger, tradotto dal Mulino negli anni 80 con il titolo: Il brusio degli angeli, sosteneva che sarebbe stato necessario cercare dei nuovi preambula fidei.
Peter Berger, infatti, dopo avere sostenuto che la secolarizzazione avrebbe fatto piazza pulita di molte cose, ha in seguito scoperto che la secolarizzazione ha anche degli effetti positivi, cioè che disbosca, ma che apre anche lo spazio a bisogni nuovi. Allora scrive questo libro Il brusio degli angeli, in cui sviluppa l'idea che nell'era della società secolare ritornano gli angeli, vale a dire che ritorna il bisogno della religione.
La Civiltà Cattolica, presentando questo libro, dava alcuni indizi di nuovi preambula fidei. Indicava, per esempio, il bisogno di speranza che ha l'uomo di oggi, il bisogno di liberazione dall'alienazione nel lavoro e nella vita, l'analisi dell'imperativo etico, gli incontri io-tu totalizzanti. Sono esempi che la Civiltà Cattolica faceva 15 anni fa. Ma, adesso, a parte questi esempi, vale il tentativo di pensare anche noi quali siano gli spazi della vita dell'individuo in cui riemerge il bisogno di Dio. Anche tra i cattolici. Se la nostra riflessione fa riferimento al mondo giovanile, che è quello che inquieta perché maggiormente vi si vede l'effetto della trasformazione, probabilmente noi oggi dovremmo analizzare con più attenzione i preambula fidei, cioè i presupposti, i bisogni attuali, latenti, presenti nel mondo giovanile. Questa è la premessa per riconoscere e scegliere le modalità di vivere la memoria che pensiamo di dover tramandare.

tre evidenze

Chiuderei il mio intervento elencando tre evidenze che sono emerse dalla riflessione svolta.
La prima evidenza è il gigantesco spostamento dalle cose fatte per destino alle cose fatte per scelta. È un dato trasversale: oggi nel mondo, nelle scelte del lavoro, della formazione, della propria esperienza matrimoniale, e anche della religione, c'è questo grande spostamento, almeno come tentativo, o come illusione, tra il destino e la scelta, tra le cose che si fanno per natura e le cose che facciamo perché siamo noi che decidiamo di farle.
La seconda evidenza è che noi, volenti o nolenti, dobbiamo vivere in questo contesto. È inutile che ci illudiamo di vivere in un contesto diverso. A questo proposito leggevo recentemente una poesia polacca, il cui titolo tradotto era: "Le patrie immaginarie", che parla di uccelli migratori che ogni anno emigrano, per memoria millenaria, ancestrale, verso un continente che oggi non c'è più (la poesia immagina che sia l'Atlantide). Questi uccelli migratori, dopo un lungo viaggio, arrivati sopra il continente ormai inesistente, continuano a volteggiare fino a morire. Una delle indicazioni che la poesia ci può dare, è proprio quella di una condizione esistenziale, che ci porta a girare e rigirare sopra una patria inesistente. Mentre la patria esistente a cui dobbiamo essere fedeli, in cui dobbiamo immaginare di tramandare il messaggio, è il mondo in cui viviamo, è questo mondo, questa società, che possiamo anche chiamare in modo diverso, ma che noi oggi abbiamo definito società complessa, dell'io molteplice, riflessiva, globale, ecc. Questo è il mondo in cui dobbiamo vivere anche come credenti, e dobbiamo sapere che il messaggio si rivolge a individui di questa patria e non di altre patrie, come quelle della cristianità, ecc.
La terza evidenza è che comunque noi non possiamo vivere senza strutture di plausibilità, come le chiamano gli psicologi sociali. Cioè noi, per vivere, abbiamo bisogno di realtà esterne, di organizzazioni, che rendano plausibili le cose che facciamo e in cui crediamo. Non è sufficiente modificare i modi per annunciare il messaggio: se il credente di oggi non ha delle strutture di plausibilità (che sono le parrocchie, i gruppi, le associazioni, i movimenti, ecc.) non potrà sopravvivere. Quindi oggi i giovani hanno bisogno anche di realtà sociali che confermino le cose in cui devono credere. Noi non crediamo mai nel vuoto, ma crediamo solo perché ci sono altri che credono, perché ci sono luoghi in cui si crede, in cui si cerca, in cui si fanno esperienze.
Non vorrei che quello che si è detto prima facesse dimenticare che abbiamo bisogno di queste cose, di queste strutture di plausibilità. E vi faccio un esempio molto concreto. Negli anni passati era più diffusa la tendenza da parte di certe coppie di genitori a non battezzare i figli perché fossero i figli stessi a scegliere liberamente e consapevolmente se battezzarsi. Così aveva deciso un mio nipote, con la moglie, a proposito delle sue due bambine, nate a due anni di distanza. Ma fin da piccole i genitori le avevano inserite in mille modi nel mondo cattolico (partecipazione alla messa, presenza dello zio prete...), per cui a sei-sette anni le bambine hanno chiesto di fare anche loro il battesimo e la comunione. Questo vuol dire che noi abbiamo pilotato la loro crescita in una certa direzione. Vuol dire che le cose le decidiamo a seconda delle strutture di plausibilità che abbiamo di fronte. E siccome non viviamo nel vuoto assoluto, questo è un dato importante. L'inserimento successivo di bambini che non hanno avuto il battesimo da piccoli, è avvenuto perché i genitori li hanno preparati in mille modi affinché il percorso fosse quello.
Le nostre strutture di plausibilità sono quelle tradizionali: le parrocchie, i movimenti, la stessa istituzione della domenica come giorno festivo... E poi ci sono quelle nuove. Oggi i giovani sentono in modo vivo il bisogno di fare "esperienze", che li spinge a prender parte ai grandi happening. Ciò che appare sempre nelle nostre interviste è l'affermazione: "Ho fatto una bella esperienza". Dicono: "Sono andato a Taizé, sono andato a Bose, la nostra diocesi ha fatto un grande happening, e lì ho fatto un'esperienza." "Fare un'esperienza" vuol dire che qualcuno ha creato un contesto, che noi chiamiamo una struttura di plausibilità, che l'ha resa possibile. Quindi accanto alle cose più generali che abbiamo detto, un pilastro della traditio, che non avviene nel vuoto, è costituito dalle strutture di plausibilità. In questo modo, chi accoglie il messaggio cristiano lo vede confermato da delle istituzioni, da delle situazioni, da delle realtà esistenti.
Gli psicologi sociali ci dicono che quando non ci sono strutture di plausibilità, ci troviamo di fronte ad una situazione di dissonanza cognitiva. È la situazione di chi vive in un contesto in cui non c'è nulla che gli richiami alla memoria le cose in cui crede. Per esempio un cattolico che vive in un contesto in cui non c'è nessun cattolico, in cui non c'è nulla che gli richiami il cattolicesimo, in cui tutto richiama altre cose.
Questi due concetti (strutture di plausibilità e dissonanza cognitiva), che appartengono al gergo degli psicologi sociali, possono chiarirci la situazione dei nostri giovani, che da un lato hanno bisogno di situazioni che richiamano, che confermano, che rafforzano le loro scelte e le loro appartenenze, e dall'altro lato fanno invece l'esperienza di vivere in un contesto in cui non c'è nulla che le richiama.

le sfide da affrontare

Cercando di capire il contesto in cui ci troviamo, dobbiamo allora chiederci quali siano le sfide (cioè il saper dare risposte adeguate) per la Chiesa per essere fedele alla traditio da riprodurre.
Sono innanzitutto sfide a livello organizzativo, ma sono, ed è molto importante, anche sfide a livello liturgico. Il principio fondamentale del cristianesimo nascente, lex orandi lex credendi, resta tuttora valido: dove diversa è l'esperienza liturgica, diversa è anche l'esperienza del credere. Il nostro modo di credere, la nostra identità di credenti dipende dal nostro modo di celebrare, cioè dalla dimensione liturgica.
E poi c'è la terza grande sfida a livello teologico. Chiaramente non tocca a noi affrontarla, ma ai teologi, a coloro che fanno ricerca. La sfida teologica rientra in queste trasformazioni. Dobbiamo chiederci che cosa c'è oggi nel cuore dei credenti, dei cattolici, per esempio rispetto al mistero di Dio. L'unica differenza al cuore del cristianesimo è quanto è successo una volta, ciò che la teologia ortodossa chiama, la "divina umanità", un uomo che è Dio e un Dio che è uomo. Questa è l'unica differenza: il resto, cioè il fatto di essere più onesti, più leali, più corretti, è coerenza, è solo conseguenza.
Allora che cosa c'è nel cuore dei credenti, rispetto a questo dato fondamentale? O anche, che cosa c'è nel cuore dei credenti su quello che c'è dopo la morte? Nelle nostre comunità di credenti, il dirci: "Si muore... e dopo?" non è una cosa blasfema. Immaginare la tragedia del morire è un dato tipicamente religioso, tipicamente cristiano. Gesù stesso questo problema se lo è posto nel Getsemani.
Questa è la sfida teologica: cercare di illuminare sempre maggiormente queste dimensioni che non possono essere risolte solo con alcune domande del catechismo imparate a memoria.

dibattito

interventi

  • In una società in cui siamo chiamati a compiere continuamente delle scelte, le prese di posizione della Chiesa cattolica, fatte calare sui credenti in modo verticistico, non sono forse in contrasto con un'esigenza fortissima, che è quella della formazione della coscienza delle persone, attraverso l'esercizio della loro capacità di riflessione critica?
  • A proposito di strutture di plausibilità, quali esperienze di fede comunichiamo nelle nostre chiese con le nostre liturgie ripetitive, le nostre mentalità chiuse, espressione più di paure e di insicurezze, che di accoglienza dello straniero, del diverso e del bisognoso?
  • Ancora a proposito di strutture di plausibilità, quale atteggiamento assumere in relazione alla problematica dei "segni religiosi" (chiese e moschee, croci e foulard...)?
  • Visti i cambiamenti della nostra società, quale funzione ha e quale evoluzione può avere l'insegnamento della religione nelle scuole?
  • Ho notato che a Milano la maggior parte delle realtà animate da sacerdoti presenti nel sociale sono situate in periferia, dalla Casa della Carità all'esperienza di don Rigoldi... Vorrei sapere qualcosa della realtà di Torino.
  • Ritengo che la forte verticalità presente nella gerarchia della Chiesa cattolica, anche attraverso una rimessa in discussione degli insegnamenti del Concilio Vaticano II, sia più un impedimento, che un aiuto al tramandare la tradizione...

risposte

la Chiesa non è il fine, ma lo strumento di costruzione del Regno

Non aspettatevi da me delle risposte risolutive. Oggi è molto importante porre e porsi delle domande, sapendo che le risposte sono molto poche. E le vostre osservazioni sono già delle risposte a dei problemi che riguardano o l'una o l'altra delle tre sfide che si pongono oggi alla chiesa.
Anche nel Vangelo, troviamo che Gesù spesso rispondeva con un'altra domanda a chi gli poneva interrogativi. Vale la pena di tenere a mente questa pedagogia, secondo la quale la conoscenza cresce di più col porsi delle domande che con il dare delle risposte.
Noi, oggi, facendo il catechismo, ci affrettiamo ad insegnare delle preghiere ai bambini. Invece Gesù non ha insegnato subito il Padre Nostro ai discepoli, ma ha aspettato che fossero i discepoli, dopo un lungo periodo trascorso insieme, a chiedergli: "Maestro, insegnaci a pregare".

Le riflessioni proposte da Giancarlo riguardano tutte e tre le sfide. Il richiamo a don Giacomini che diceva che abbiamo il cervello non per darlo a nolo è un elogio del dubbio come ricerca. Il cervello non ci serve soltanto per celebrare le certezze, ma per farci crescere, per alimentare la ricerca. Un'identità aperta, differenziata, riflessiva è più disposta a ricercare, che non a celebrare certezze.
Abbiamo detto che abbiamo bisogno di strutture di plausibilità. Le strutture però possono avere funzioni patologiche, quando diventano il fine invece di essere un mezzo. Se diventano il fine sono strutture alienanti. Anche la Chiesa è un mezzo, lo dice la teologia classica: è lo strumento per costruire e per vivere il Regno.

i segni religiosi

Questo richiama il problema dei segni, che nella società pluralista è al centro di molte discussioni, soprattutto in un contesto in cui, in passato, gli unici segni presenti erano quelli della nostra tradizione cattolica... Un po' dappertutto, nelle campagne, o lungo le coste del mare, troviamo segni che un tempo avevano la funzione di indicare i confini del cristianesimo, di segnalare dei pericoli ai naviganti, a volte di allontanare lo spirito del male, ecc... Però oggi, in un contesto pluralista, fin dove la presenza dei segni deve essere ammessa?
Non posso dare delle soluzioni al problema, ma credo che almeno distinguere tre diversi livelli possa aiutare ad affrontare l'argomento.
Primo livello: ci sono segni tipicamente cristiani che hanno acquistato un significato simbolico e che sono diventati patrimonio culturale, artistico, antropologico. Per esempio, uno di questi è la bibbia su cui giurano i presidenti degli Stati Uniti d'America, un paese che, nel suo pluralismo estremo, è riuscito a mantenere una forma di religione civile che ne costituisce il cemento unificante. Ci possiamo augurare che se un domani divenisse presidente un musulmano, continui a giurare sulla bibbia, non perché è il libro dei cristiani, ma perché è quel simbolo portato dai Padri Pellegrini secoli fa e in cui tutti gli statunitensi si riconoscono.
Un secondo livello è conseguenza dell'illuminismo e della secolarizzazione. Dovremmo poter riconoscere dignità culturale, antropologica, artistica, ecc. ai segni storici di tutte le religioni, segni che devono rimanere anche se cambia la situazione politica, culturale, ecc. Noi riteniamo che tutti coloro che vivono in Europa, anche islamici ed ebrei, dovrebbero riconoscere il valore culturale della musica di Bach o della pittura del Rinascimento, delle chiese, ecc. E capire che se vengono conservati non è per esibire l'imperialismo dei cristiani, ma per motivi culturali. E' questo il motivo per cui noi abbiamo considerato profanazioni le distruzioni dei templi di Buddha fatte in Afghanistan.
Il terzo livello è quello dei segni viventi, quelli che indicano che determinate persone sono dei cattolici, degli islamici, degli ebrei... Su questo le posizioni sono molto divergenti: si va dalla legge di Chirac, sulla base della laicité tipicamente francese, che vuole eliminare ogni segno religioso dalla sfera pubblica, a chi ritiene invece corretto poter manifestare visibilmente la propria appartenenza religiosa.
Personalmente, io non porto il crocefisso, ma quando tengo un corso all'università, già alla prima lezione tutti sanno che sono un prete. A mio avviso, se dovessimo permettere ad un bambino ebreo, o cristiano o musulmano di portare un segno di appartenenza alla propria religione, faremmo una cattiva educazione, che non aiuterebbe il pluralismo e l'integrazione. È vero che molti ragazzi cristiani portano la croce, ma normalmente non la esibiscono come un segno distintivo. È vero anche che noi europei non esibiamo molto le nostre appartenenze religiose, ma viviamo in un contesto in cui comunque i cattolici ne possiedono più degli altri, che invece, pur vivendo qui da noi, non hanno nessun loro segno.
È un problema delicato per il quale ci vuole equilibrio. Ogni forma di intolleranza e di esagerazione è controproducente.
Anche l'insegnamento della religione nelle scuole è un segno dell'essere cattolici. La soluzione che si è adottata con la riforma del concordato, a mio avviso, non è stata utile per far crescere la credibilità religiosa. Se nelle scuole ci fosse un insegnamento in cui i ragazzi imparassero a leggere la Bibbia, con la stessa dignità con cui leggono la Divina Commedia o i Promessi Sposi o l'IIliade, questo servirebbe a tutti, cristiani o no. Il problema è quello di dare dignità allo studio della religione. Non un insegnamento senza voti, con gli insegnanti nominati dai vescovi, ecc. Non un insegnamento che puoi inserire nelle attività di oratorio, nell'eucarestia, ecc.
Oggi c'è interesse per i fenomeni religiosi. Nella facoltà di scienze politiche, se vent'anni fa avessimo proposto un insegnamento facoltativo della religione, pur dando dei crediti, nessuno lo avrebbe seguito. Oggi, il corso di sociologia delle religioni, che facciamo alternativamente Garelli ed io, viene frequentato da una sessantina di studenti, e a fare gli esami sono circa il doppio.

dalla periferia al centro

A proposito del rapporto tra centro e periferia, a Torino il dato, a mio avviso, è singolare, e denota anche come cambiano le metropoli. La tradizione dei santi sociali, peculiare del Piemonte, con don Bosco, Cafasso, Cottolengo, si sviluppa a partire dall'800, soprattutto alle frontiere della città. Adesso invece le esperienze più significative dei nuovi "santi sociali" sono nel cuore della metropoli: il Sermig, il Gruppo Abele, i salesiani, il Cottolengo, che oggi stanno attivando dei servizi non più soltanto per la povertà tradizionale, ma soprattutto per i nuovi tipi di emarginazione, come gli immigrati, ecc. Oggi le nuove povertà, con le aree di maggiore disagio, non sono più in periferia ma nel centro della città. Le nuove frontiere sono all'interno di Torino.

quale struttura per la chiesa

A proposito invece del contrasto tra la struttura tipicamente orizzontale della nostra società e la struttura piramidale della chiesa cattolica, bisogna dire che è un problema che riguarda tutte le chiese storiche. La chiesa anglicana londinese vive il pericolo di una spaccatura con l'anglicanesimo degli Stati Uniti (congregazionalismo), a causa delle discussioni a proposito della possibilità di nominare vescovo un omosessuale. Il protestantesimo storico tedesco, per la sua struttura piramidale, vive anch'esso problemi di questo tipo nei confronti del pentecostalismo.
La sfida a cui dobbiamo rispondere oggi è proprio questa: quale deve essere la struttura della chiesa che vuole ancora trasmettere una memoria? Come organizziamo l'autorità, i ministeri, la presenza?
Il problema della struttura riguarda anche un altro nodo importante. La territorializzazione operata dal Concilio di Trento, a mio avviso, è stata formidabile nel coprire ogni spazio con una parrocchia. Ma la parrocchia è legata alla presenza di un pastore, che è una figura particolare: deve essere celibe, deve avere una preparazione teologica di un certo genere, deve svolgere solo la funzione di pastore, ecc. Noi oggi, dovendo riunire cinque o sei parrocchie insieme, a causa della drastica diminuzione di preti, in un certo senso stiamo operando una desertificazione, perché là dove non c'è il pastore, la comunità difficilmente si regge con la stessa vivacità di quando ce n'è uno. Il prete che va di corsa a dir la messa non è il pastore con cui si identificano i ragazzi, i giovani della comunità. Quando si chiude una canonica, quando si chiude un campanile, si spegne anche un capitale sociale, perché la presenza sul posto ha mille funzioni oltre che la celebrazione dell'eucarestia...
Il problema non si risolve solo dando più autonomia ai laici (cosa comunque necessaria), ma visto che di celibi ce ne sono così pochi, perché non potrebbero essere pastori anche degli sposati, delle persone che vivono in quella comunità, ma che fanno anche un altro lavoro...?

Accanto al problema di tipo organizzativo, c'è anche quello di tipo teologico: è il problema che riguarda la natura (il nascere, il morire, la sessualità, le cellule staminali, ecc.), campo ancora da evangelizzare.
Il cristianesimo ha affrontato ampiamente, per esempio, il problema sociale. Invece sul problema "natura", si direbbe che il Vangelo non abbia ancora illuminato, che la Chiesa non abbia ancora cercato di riflettere sufficientemente, di annunciare. Ogni volta che si tratta di questi problemi (il morire, la sessualità, la biologia...) c'è la paura, la paura del sacro, che spaventa, che inquieta. Per questo mi chiedo: di fronte a un'organizzazione che rischia di essere meno efficiente per mancanza di pastori, quale problema c'è nell'ordinare preti delle persone sposate? Lo dico come provocazione. Il problema non è unicamente di tipo organizzativo, ma di tipo teologico, e rende evidente la necessità di riflettere su certi temi.

un breve riassunto

Noi non abbiamo un rapporto diretto con il messaggio evangelico ma solo attraverso le generazioni che lungo la storia lo hanno annunciato, vissuto e tramandato. Questo vale anche per le nuove generazioni. E' importante capire il contesto in cui viviamo e operiamo per sapere non solo cosa tramandare alle nuove generazioni ma anche con quali modalità è opportuno farlo.
Viviamo anzitutto in una società complessa, in cui tutti gli elementi sono connessi tra loro, e lo sono a tal punto che anche nelle esperienze più piccole e particolari si riflette ciò che c'è nel tutto, cioè lo spirito del nostro tempo. Nella nostra società complessa aumentano enormemente le opportunità, le possibilità di scelta e diminuiscono quei comportamenti dettati dalla necessità e dalla consuetudine. Mentre nella società del passato tutto era stabilito per nascita - dal percorso scolastico, al lavoro e alla religione - nell'attuale società complessa gli individui devono continuamente scegliere le cose da fare. Questo vale anche nel campo religioso, con la diminuzione di credenti per destino e l'aumento di credenti per libera scelta: oggi si è cattolici perché si sceglie di esserlo. La centralità della scelta entra in conflitto con le persistenti strutture piramidali, verticistiche, gerarchiche della chiesa cattolica, che possono pertanto costituire un serio ostacolo alla trasmissione del credere.
Le nostre identità inoltre sono aperte, sempre in formazione e mai concluse definitivamente. Questo vale anche sul piano religioso: non c'è un modo definitivo, ultimativo di essere credenti. Noi tramandiamo la memoria a qualcuno sapendo che lui la accoglierà come un passo per fare altri passi, e mai come cosa definitiva. Ognuno vuole costruirsi personalmente la propria religiosità.
Nella nostra società attuale lo stile di vivere, cioè di vestirsi, di ascoltare musica, di stare con gli amici ecc. non discende più dalla classe di appartenenza. Lo stile di vita adottato dai giovani non ci dice più immediatamente se sono figli di borghesi o di operai. Questo vale anche nel comportamento religioso: la trasmissione avviene non per tradizione, ma per ragioni orizzontali, cioè per consonanza e per imitazione. L'orizzontalità degli stili di vita confligge con gli elementi verticistici ancora significativamente presenti nella realtà del cattolicesimo.
Le proiezioni demografiche poi indicano che tra 40 anni centri principali della cristianità saranno l'Africa e l'America latina, con un notevole incremento dei pentecostali. Quali ripercussioni ci saranno su un cristianesimo profondamente inculturato nella tradizione occidentale?
Dalla analisi della società contemporanea si rendono manifeste alcune emergenze. C'è anzitutto un grande spostamento - nel lavoro, nella formazione, nell'affettività e nella vita matrimoniale, nella religione - da ciò che dipende dalla necessità, dal destino, dalla natura, a ciò che è fatto per libera scelta, perché si decide di farlo. Questo è il mondo in cui viviamo e non possiamo illuderci di vivere in un mondo diverso: dobbiamo rimanere fedeli a questo nostro mondo e in questo nostro mondo vivere da credenti. Infine noi non crediamo nel vuoto: ci sono altri che credono, ci sono luoghi - parrocchie, gruppi, associazioni... - in cui si crede. La trasmissione della fede non avviene nel vuoto ma grazie a delle strutture, a delle istituzioni che la confermano.

Il testo delle relazioni, tenute a Pallanza il giorno 7 febbraio 2009 da Luigi Berzano, non è stato revisionato dal relatore

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