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sintesi della relazione di Luciano Manicardi
Verbania Pallanza, 24 novembre 2007

Cercherò di svolgere la mia riflessione in due momenti. In un primo momento vi vorrei proporre una sintesi, breve e un po' schematica, di qual era la situazione della Scrittura nella Chiesa cattolica prima del Vaticano II.
Nel secondo momento ci chiederemo che cosa il Vaticano II e la Dei Verbum in particolare hanno significato per la comprensione della Scrittura nella vita della Chiesa, e quali possono essere gli elementi principali che chiedono oggi di essere assunti e approfonditi.
L'anno prossimo ad ottobre si terrà la dodicesima assemblea generale del sinodo dei vescovi, che sarà consacrata al tema: "la Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa". Anche avendo presente questo appuntamento, che speriamo possa essere fruttuoso per la Chiesa cattolica nel riaffermare e rafforzare la centralità della Parola di Dio, cercherò di indicare quelle che a mio parere sono alcune direzioni, piste, da percorrere per sviluppare più in profondità alcune delle acquisizioni del Vaticano II.

1. Quale posto alla Scrittura prima del Vaticano II

Nel primo momento, di taglio più storico, tratteggerò quale era la situazione della Scrittura nella Chiesa prima del Vaticano II. E mi piace aprire questa riflessione con una citazione di uno che è stato un bravo studioso della Bibbia, un buon biblista, un grande esperto degli Atti degli Apostoli, passato poi ad altri incarichi, e cioè Giuseppe Betori, l'attuale segretario della CEI. In un saggio sulle "Tendenze attuali nell'uso e nell'interpretazione della Bibbia" ( in Fabris R. (a cura), La Bibbia nell'epoca moderna e contemporanea, Dehoniane 1992, Bologna) egli ha scritto: "La Dei Verbum con le sue acquisizioni chiudeva secoli di emarginazione della Bibbia dal tessuto vivo della Chiesa, liberava l'interpretazione dalle strettoie cui era condannata dal predominio del dato dogmatico, riapriva il dialogo ecumenico, rispondeva agli interrogativi posti dalle scienze."
Già questa affermazione ci dice che effettivamente c'è stato uno spartiacque. Certo gli spartiacque non nascono come funghi dall'oggi al domani. Nella prima metà del secolo scorso si è avuto tutto il lavoro del movimento biblico e del movimento liturgico, c'è stata la riscoperta della tradizione patristica, che hanno contribuito al rinnovamento. Indubbiamente però la Dei Verbum, che può essere considerata uno tra i documenti più significativi, se non quello più significativo, del Vaticano II, ha segnato per i cattolici un mutamento che, con le parole di monsignor Bettazzi, possiamo veramente dire "copernicano".

invenzione della stampa e riforma protestante

Allora chiediamoci qual era la situazione della Bibbia nel mondo cattolico nell'epoca precedente. Dire "epoca precedente" non significa dire "trent'anni prima", ma bisogna risalire all'indietro a prima della Riforma protestante. Il punto di partenza a cui volgersi è il tornante decisivo rappresentato dall'invenzione della stampa a caratteri mobili che sfornò come primo prodotto, alla metà del XV secolo, proprio una Bibbia. Da una civiltà, e un cristianesimo, sostanzialmente orale, emerse la possibilità di isolare la Bibbia come oggetto a se stante. La Bibbia, in questo modo, può godere di un'ampia diffusione, anche incontrollata, può finire nella mani dei singoli, può essere separata dalla liturgia e dal cursus di studi dei chierici che si preparano a diventare preti. È un elemento, questo, che ha suscitato una certa preoccupazione in ambiente cattolico. Comunque questo isolamento della Scrittura dalla tradizione, che era insito nell'invenzione della stampa, rappresentava una novità assoluta, era qualche cosa di veramente inedito. Soprattutto per le grandi masse dei credenti che sempre ricevevano la Scrittura attraverso la mediazione clericale, cioè essenzialmente attraverso la liturgia e la predicazione.
Ma anche dopo l'invenzione della stampa, ancora nei primi trent'anni del XVI secolo, la diffusione è stata limitata. Si calcola che una tiratura della Bibbia in mille esemplari nei primi anni dell'invenzione della stampa, occupasse un intero anno di lavoro di uno stampatore. Inoltre i numerosi volumi che componevano una Bibbia e il costo esorbitante facevano sì che essa fosse essenzialmente a uso di monasteri e conventi e di qualche ricco signore, non certo diffusa a livello popolare.
Con l'Umanesimo e il suo interesse per la filologia ci saranno edizioni della Bibbia in lingua originale e le prime edizioni critiche come quella famosa del Nuovo Testamento ad opera di Erasmo da Rotterdam nel 1516. La Riforma protestante farà del ritorno alla Bibbia, all'autorità del Sola Scriptura un proprio caposaldo.
Umanesimo e Riforma hanno favorito la diffusione della Bibbia presso il popolo cristiano mediante traduzioni che la rendessero accessibile a chiunque, mediante edizioni critiche che fossero accessibili ai più colti, ecc. Come reagì la Chiesa cattolica a questi movimenti?

la Vulgata e il problema delle traduzioni in volgare

Il Concilio di Trento ha affermato l'autenticità della versione latina, detta Vulgata, e ne ha stabilito il predominio, di fatto e di diritto. Se è vero che il Concilio di Trento nella sessione quinta, del giugno del 1546, ha auspicato che "non venga trascurato il tesoro celeste dei libri sacri, che lo Spirito Santo ha dato agli uomini con somma liberalità", questo intento encomiabile è stato neutralizzato di fatto dalla riserva e cautela estrema con cui il Concilio stesso si è espresso sulle traduzioni in lingua volgare. La traduzione in una lingua comprensibile è ovviamente l'unico mezzo per consentire un accesso popolare. Pertanto "il tesoro celeste dei libri sacri" rimase congelato e inaccessibile.
Già prima del concilio di Trento c'erano delle traduzioni cattoliche della Bibbia in lingua volgare, come in Germania. Il problema che si pose a Trento (e in genere sempre, anche dopo, nel cattolicesimo) non fu dogmatico, ma disciplinare e pastorale. Non c'erano ostacoli sul piano dogmatico. Cioè non si è discusso sul principio della traduzione in sé, (già ne esistevano e la stessa Vulgata era una traduzione), ma sulla utilità e sui pericoli che ne potevano derivare. E sappiamo come a Trento si siano confrontate delle posizioni opposte, come per esempio quelle del cardinal Pacheco, uno spagnolo, che vedeva nelle traduzioni bibliche l'origine di ogni eresia, e quelle invece del cardinal Madruzzo, di Trento, che proponeva la versione della Vulgata nelle lingue di ogni popolo, una posizione estremamente aperta e direi estremamente intelligente, per favorire davvero realmente che "non venga trascurato il tesoro celeste dei libri sacri".
Lo scontro in sostanza fu tra chi sosteneva che tradurre in lingua volgare il latino della Vulgata significasse dare le perle ai porci (ritenendo sufficiente per bambini, donne e ignoranti la predicazione e addirittura pericolosa la lettura della Bibbia per possibili derive eretiche) e quanti sostenevano invece che i laici non erano dei porci... e che normalmente le eresie erano opera di dotti.

l'Indice dei libri proibiti e il divieto di lettura della Bibbia in traduzioni moderne

Il problema delle traduzioni trovò una soluzione con la promulgazione dell'Indice dei libri proibiti di Pio IV, del 1564, la cui IV regola recita: «In linea generale è proibita ai laici la lettura della Sacra Scrittura in traduzioni moderne. Risulta chiaramente dall'esperienza, infatti, che, se si consente a chiunque di leggere la Scrittura nelle lingue volgari, ne conseguono più danni che vantaggi, a causa della temerarietà degli esseri umani. Soltanto in casi eccezionali precisamente regolamentati i vescovi e gli inquisitori possono accordare delle dispense da questa norma. È prevista una sanzione anche per i tipografi».
Questa regola sarà resa ancora più dura e restrittiva da Sisto V nel 1590 e da Clemente VIII nel 1596, il quale ritirò «a vescovi, inquisitori e superiori regolari il potere di permettere di acquistare, leggere o possedere delle Bibbie in lingua volgare», riservandolo alla Santa Sede.
Le cose sono rimaste così almeno fino alla metà del XVIII secolo, quando è stata concessa la possibilità di riferirsi a versioni bibliche autorizzate e annotate. Ma la regola IV dell'Indice di Trento è rimasta in vigore e veniva riprodotta nell'intestazione della lista, sempre aggiornata, dei libri proibiti. E anche quando il riferimento alla IV regola non è stato di fatto più attivo, il problema si è spostato sul piano pastorale e ha significato che ogni parroco o confessore si sentiva responsabile di vigilare sulle letture dei suoi parrocchiani o dei suoi penitenti. Se li riteneva preparati accordava l'autorizzazione, altrimenti niente. Una suora colombiana, ormai avanti negli anni, mi ha raccontato che appena entrata nella vita religiosa per prima cosa le sequestrarono la Bibbia che aveva con sé.
Ancora nel XIX e XX secolo l'atteggiamento diffuso è quello "prudente" ispirato all'idea che la lettura della Bibbia non sia necessaria alla salvezza, che spesso sia addirittura nociva e non vantaggiosa e che dunque sia meglio trasmettere ai fedeli il messaggio biblico attraverso le vie indirette della predicazione e del catechismo.
Sono concezioni ancora oggi diffuse. Se vi vedono con la Bibbia in mano, da soli, parlano già di protestantizzazione, oppure sostengono che la Bibbia va bene, ma solo se mediata dal magistero. Basta poi leggere i risultati di una recente inchiesta fatta qualche settimana fa dalla Coesis Research per Famiglia Cristiana in merito a "Gli italiani e i libri religiosi". Su un campione rappresentativo della popolazione italiana adulta, il 69 per cento non ha mai letto per intero i quattro Vangeli. Non solo: il 72 per cento dei credenti e ben la metà dei praticanti evidentemente non ha mai sentito il bisogno di leggerli. Insomma, la maggioranza dei cittadini italiani, e anche la maggioranza dei cattolici, e la metà dei cattolici praticanti, se ne sta ben lontano dai testi che sono alla base della loro stessa identità di credenti. Credo veramente che sia un retaggio che grava sulla nostra educazione. Anche l'idea di "libro sacro" contribuisce a questa emarginazione, e cioè di un testo da ascoltare nella liturgia, ma non da prendere in mano e leggere personalmente.
Su tutto questo pesa anche il fatto che la Bibbia è un libro assente dalla scuola italiana, nonostante sia uno dei cardini della civiltà occidentale. Il risultato è quello di una profonda ignoranza dei cattolici in ambito biblico. Uno scrittore diceva che i cattolici hanno una venerazione tanto straordinaria del libro sacro, da non toccarlo nemmeno!
La situazione che si produsse, di profonda ignoranza biblica dei fedeli cattolici, è ben espressa dalle parole che Henri Lasserre pronunciò nel 1887: «Il libro che Dio ha posto tra i fondamenti della Chiesa è letto in realtà molto raramente anche da coloro che si professano cattolici ferventi e non è assolutamente mai letto dalla moltitudine dei fedeli. La maggior parte dei figli della Chiesa conoscono del libro divino soltanto i frammenti, senza ordine logico né cronologico, che passano alla messa domenicale, e non ne ricordano che le citazioni particolari che più spesso ricorrono sulle labbra dei predicatori. Non crediamo di esagerare presumendo che, in media, non vi siano più di tre fedeli per parrocchia che vadano oltre queste misere e vaghe nozioni. Contrasto stupefacente e doloroso: pur continuando ad essere il libro più illustre, il Vangelo è diventato un libro ignorato».
Comprendiamo il grido di lamento levato agli inizi del XX secolo (1902) dal vescovo di Laval, monsignor Geay: «Ciò che oggi ci manca è il Vangelo! La nostra decadenza cristiana non ha altra causa. Non leggiamo più il Vangelo, il Vangelo non è più conosciuto [...]. Questo libro è scomparso dalle nostre mani».
Quindi nel periodo preso in esame che va dal '500 al secolo scorso, grosso modo fino a prima del Vaticano II, la Bibbia appare un libro riservato al clero, mentre i semplici fedeli vi hanno un accesso indiretto e mediato da tre elementi: la liturgia, la predicazione e il catechismo. Si potrebbe aggiungere anche l'agiografia. Attraverso le vite dei santi, letteratura molto diffusa, passava qualcosa della Scrittura.

la liturgia

Nella liturgia, la Bibbia viene letta nel latino della Vulgata. Solo essa, stabilisce il Concilio di Trento, "deve essere considerata come autentica nelle pubbliche letture, nelle dispute, nella predicazione" (Sessione IV, 8 aprile 1546). Sempre a Trento, si decide di non celebrare la liturgia in lingua volgare, e si afferma che: "Anche se la messa contiene abbondante materia per l'istruzione del popolo cristiano, tuttavia non è sembrato opportuno ai padri che essa fosse celebrata nella lingua del popolo [...]. Tuttavia, perché le pecore di Cristo non muoiano di fame, [...] il santo sinodo comanda ai pastori [...] di spiegare frequentemente, durante la celebrazione delle messe, [...] qualcosa di quello che si legge nella messa" (Sessione XXII, 17 settembre 1562).
La lingua latina, che era normalmente non capita dai fedeli, ha regnato sovrana nella liturgia fino al Vaticano II, con un piccolo revival di questi tempi. È stata questa lingua un ostacolo alla interiorizzazione, e al pieno dispiegamento dell'efficacia della Parola di Dio contenuta nella Scrittura nel cuore del credente per fecondarne l'azione e l'impegno.
In particolare, va rilevata la scarsità e la ripetitività delle letture bibliche con cui la liturgia romana, fin dal Missale Romanum promulgato da Pio V nel 1570, nutriva i fedeli. Ancora prima del Vaticano II e della riforma liturgica il corpus scritturistico presente nelle messe, che si ripeteva identico ogni anno, consentiva a un praticante che frequentava la messa domenicale e le grandi feste, di venire a contatto con un numero irrisorio di testi dell'AT e con una proporzione di passi del NT che è stata calcolata nella misura del 13% del totale del NT (tra l'altro con grandi disparità nella presenza dei diversi libri neotestamentari). Nulla a che vedere, sotto questo aspetto, con la situazione attuale, in cui la scansione triennale dei cicli propone una grande ricchezza e varietà di brani scritturistici. Lo storico Réginald Grégoire ha potuto scrivere che «La frequente ripetizione degli stessi brani conferiva un carattere di monotonia, e la maggioranza dei partecipanti ignorava gran parte della Sacra Scrittura, ivi comprese pericopi importanti per una comprensione globale del messaggio biblico».

la predicazione

Il secondo elemento che mediava la Scrittura era la predicazione. Il Concilio di Trento ha prescritto che la predicazione del Vangelo è il «dovere principale dei vescovi» (Sessione V, 17.6.1546; Sessione XXIV, 11.11.1563), ed è strumento della salvezza dei fedeli. Si tratta di «esporre le Scritture, la legge divina, nelle proprie chiese personalmente o mediante persone assunte per la predicazione». Si esortano i vescovi ad ammonire il popolo perché si rechi alla parrocchia «per ascoltare la Parola di Dio», ad assicurarsi che almeno alla domenica e nei giorni festivi i bambini «siano diligentemente istruiti da chi ne ha il dovere nei rudimenti della fede» (Sessione XXIV, 11.11.1563).
Se in questo modo si intendeva reagire alla deriva fantasiosa e burlesca della predicazione (qualcosa che doveva suscitare il riso) verificatasi tra la fine del 1400 e l'inizio del 1500, tuttavia la serietà dell'annuncio viene spesso sommersa e sostituita dagli artifici dell'oratoria. Il primato non spetta più alla Parola di Dio, ma alla voce del predicatore, alla sua abilità oratoria, contravvenendo all'indicazione paolina secondo la quale la predicazione non deve avvenire con la sapienza ma con la potenza dello Spirito Santo. Paolo nel capitolo 2 della prima lettera ai Corinti parla proprio di questo: «Venni in mezzo a voi in debolezza, con timore e trepidazione. La mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza (termini tecnici che fanno riferimento all'utilizzo dell'arte e degli artifici della retorica, diffusissimi all'epoca, che Paolo conosceva bene) ma sulla manifestazione dello Spirito e sulla sua potenza, perché la vostra fede non sia basata sulla sapienza umana ma sulla sapienza di Dio.» Questo è un criterio importante, su cui ancora oggi si dovrebbe verificare la predicazione. Il problema centrale non è essere un retore, un parlatore affascinante, che suscita l'applauso per sé, ma che, anche con una parola balbettante come quella di Mosè, o anche con la fragilità e debolezza di Paolo che si dice incapace di parlar bene come Apollo, si sappia trasmettere la Parola come evento dello Spirito. Di fatto, al di là delle buone intenzioni espresse dal Concilio di Trento, si cerca di accalappiare l'attenzione della gente ricorrendo agli artifici, alla barzelletta, ecc., e quindi con un discorso fine a se stesso, da cui traspare l'abilità semmai del predicatore.
In ogni caso la predicazione dal '500 in poi, pur non essendo scissa in modo assoluto dalla Scrittura, è stata essenzialmente tematica e centrata sulle verità dottrinali, sui comandamenti della Chiesa e i sacramenti, sui fini ultimi dell'uomo, su vizi e virtù...
La Scrittura era posta in posizione ancillare nei confronti della dottrina. Era considerata una specie di deposito, da cui trarre all'occorrenza delle frasi e delle citazioni a sostegno di una tesi o di un discorso. La predicazione era vissuta ordinariamente nell'omelia liturgica domenicale e festiva, straordinariamente nei tempi forti di avvento e di quaresima, e poi nelle cosiddette "missioni" parrocchiali.
Spesso la predicazione ha conosciuto i toni apologetici (nel 700 quante prediche contro l'Illuminismo, contro gli spiriti razionalisti, illuministi), si è rivestita di un carattere sociale e politico (in particolare nel '700 e nell'800), soprattutto è stata attraversata da toni morali o moralistici, lontani dalla Scrittura. Credo che qui ci sia uno dei grandi frutti del Vaticano II, che voi tutti potete testimoniare: chi ha frequentato, dal Vaticano II in poi, la Scrittura, ha potuto rendersi conto che non si tratta di un libro edificante, con un messaggio morale. Il messaggio della Scrittura è un messaggio di salvezza, perché ci presenta la storia di salvezza che Dio fa con il suo popolo, perché ci presenta il volto di Cristo. Quel che ci salva non sono i nostri miglioramenti che mettiamo in atto sul piano morale, ma il volto di Cristo. Guardando a Lui e partecipando per fede della Resurrezione, può avvenire anche un nostro cambiamento, ma ciò che ci salva è Lui.
A partire dalla metà del XIX secolo la predicazione è sempre più segnata da una pietà sentimentale, dominata dalla contemplazione dei "misteri", oppure dalla devozione nei confronti del Sacro Cuore, di Gesù sacramento, di San Giuseppe, della Vergine, dell'eucaristia... Sono tutte cose sante, ma scisse da ciò che è centrale e cioè dalla storia di salvezza che si compendia in Cristo.
I riferimenti biblici spesso sono frammentari, con un uso aneddotico della Scrittura: il peccato originale, Mosé salvato dalle acque, le avventure di Sansone, l'adulterio di Davide, Giona nel ventre del pesce, la storia di Susanna, diventano moniti o esempi moraleggianti ed edificanti, più che nutrimento per la fede.
Alla fine del XIX secolo, nel 1893, Leone XIII, nella Provvidentissimus Deus, richiama con vigore quelli che «improvvidamente» predicano «servendosi quasi esclusivamente di parole di scienza e di prudenza umana», quindi non facendo ricorso alla Scrittura, ma costruendo prediche che «per quanto appoggiate sullo splendore dello stile, riescono fiacche e fredde, perché mancanti del fuoco della Parola di Dio». La Provvidentissimus Deus è una delle tappe miliari nella storia che ha condotto alla riscoperta, culminata con la Dei Verbum, della Parola di Dio nella Chiesa cattolica. Dopo 50 anni dalla Provvidentissimus Deus, nel 1943 c'è stata un'altra tappa con la Divino afflante Spiritu di Pio XII. Proprio dopo altri 50 anni, nel 1993 è stato pubblicato un bel documento della Pontificia Commissione Biblica su L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa, che presenta in un modo sereno, pacato, in ambito cattolico, tutti i metodi di approccio alla Scrittura, dando un particolare risalto al metodo storico critico, onorando così la dimensione storica della Bibbia, mentre l'unico metodo che viene apertamente condannato è il non metodo, il fondamentalismo, cioè il rifiuto dell'interpretazione della Scrittura.
Tuttavia, nonostante questi richiami alla fine del XIX secolo di Leone XIII, si è dovuti arrivare al Vaticano II perché ci fosse anche un rinnovamento radicale della predicazione in senso evangelico e scritturistico: «È necessario che tutta la predicazione ecclesiastica sia nutrita e regolata dalla Sacra Scrittura» (DV21). Occorrerebbe un capitolo a parte per vedere come si è arrivati, con il Vaticano II, a percepire che l'omelia è parte costitutiva dell'azione liturgica, in cui la prima parte, quella della liturgia della Parola, non è quella specie di vestibolo facoltativo, a cui è possibile non partecipare, tanto "la messa vale lo stesso".
E nella Dei Verbum si parla anche delle "fonti genuine della vita spirituale", che vuol dire che ci sono anche delle fonti che non sono così genuine, e queste fonti genuine sono essenzialmente la Scrittura.

il catechismo

Ultimo elemento di mediazione della Scrittura è il catechismo. Secondo il Concilio di Trento, è il catechismo lo strumento privilegiato di accesso al messaggio della Scrittura, ed è stato definito «l'invenzione pedagogica più geniale del 1500» (Elisabeth Germain). A metà del XVI secolo (1566), sponsorizzato diremmo oggi dal Cardinal Borromeo, viene pubblicato il cosiddetto "Catechismo romano", Catechismo "ad parochos", rivolto ai parroci. Questo catechismo era strutturato in quattro parti, che costituivano i luoghi basilari della dottrina cristiana: il Simbolo apostolico, i Sacramenti, il Decalogo, il Padre nostro. Esso intende mediare per il credente la conoscenza di tutto ciò che è necessario per la sua vita di fede.
Il Decalogo, il Padre nostro, i Sacramenti sono tutte cose buone e importanti, ma, nella forma di catechismo, rischiano di porsi come sostitutivi della Parola di Dio, di divenire una sorta di via parallela o alternativa.
Perché non ricordare - ormai lo possiamo fare, dopo quarant'anni dal Vaticano II e dalla Dei Verbum - che i Vangeli erano e sono il primo catechismo, se vogliamo usare questa parola? Nel prologo che introduce il vangelo di Luca, c'è la sua dichiarazione programmatica in cui afferma che il suo vangelo non è una letteratura di scarto, di serie B, ma può competere con la grande letteratura. Così si esprime: "Poiché molti hanno messo mano a stendere un racconto degli avvenimenti compiutisi tra di noi, anch'io ho fatto le ricerche, ne ho scritto per te un resoconto ordinato, illustre Teofilo, perché tu ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto". E qui c'è il verbo "katechéo", da cui viene poi "catechesi". Il "catechismo" per Luca è però niente altro che la narrazione del volto di Cristo per una certa Chiesa in un certo luogo in un certo tempo.
(Conosco alcune parrocchie in cui sono stati adottati i Vangeli come strumento di catechesi, utilizzando il Vangelo di Marco per l'iniziazione alla fede, quello di Matteo per un maggiore inserimento nella vita ecclesiale, quello di Luca per affrontare le tematiche delle realtà penultime, come l'uso dei beni...)
Con Trento ha prevalso la dogmatizzazione di temi teologici e morali, tendenzialmente scissi da una storia, esangui, privi di vita. Il catechismo diventa il mezzo di insegnamento che domina la vita parrocchiale nei secoli successivi al concilio di Trento
Nel periodo che va dall'epoca della Riforma e della Controriforma sino al Vaticano II la tendenza dottrinale si è imposta sempre di più, oscurando decisamente l'ispirazione scritturistica. Questa tendenza ha prodotto un effetto valanga: scorrendo si è ingigantita. Sono nate così le "dottrine". Quando io ero piccolo, si diceva che "si andava a dottrina", anche se non riesco a ricordare niente della "dottrina" fatta allora! Il Bellarmino per esempio compose delle "Dottrine" (1597-1598) cioè dei "catechismi", dove i riferimenti alla Scrittura erano rarissimi. Quindi non stupisce che ancora nel 1823 il vescovo di Lodi Alessandro Maria Pagni abbia potuto scrivere "Il catechismo è un libro che serve al popolo ormai invece della Bibbia". Qui si parla non di ancillarità ma di sostituzione. E conclude: "Tanto basta lui (per il popolo)"!
Forme tipiche di catechismo ispirate alla Bibbia sono stati i catechismi storici e le "storie sacre", sorta di compendi di narrazioni ed eventi biblici, spesso molto più ricche e originali nel mondo francese (dei secoli XVII e XVIII) e tedesco (dei secoli XVIII e XIX) che in quello italiano, piuttosto arretrato. Di queste forme probabilmente alcuni di noi hanno memoria.
In sintesi, nell'ambito catechetico la Bibbia è sostanzialmente sottomessa alla catechesi: non è un testo che si accoglie per quello che è, lasciandosi dunque plasmare e formare da esso, ma è un "pre-testo" per un sermone tematico, per un insegnamento di altro tipo (morale, teologico...).
E' possibile allora parlare, a proposito del Concilio Vaticano II e della Dei Verbum, di rivoluzione copernicana. Il Concilio Vaticano II arriva ad affermare la centralità della Scrittura in quattro ambiti della vita della Chiesa: l'ambito della vita quotidiana del credente: "La vita quotidiana del credente ... deve essere segnata dalla frequentazione assidua e orante della Scrittura" (Dei Verbum 25); l'ambito della predicazione "tutta la predicazione deve essere regolata dalla Scrittura" (Dei Verbum 21); l'ambito della teologia: "la teologia, che deve basarsi sulla Parola di Dio come fondamento perenne, lo studio della Scrittura deve essere come l'anima della teologia", (Dei Verbum 24); l'ambito della liturgia: "La liturgia infatti è il luogo in cui tramite la proclamazione delle Scritture Dio viene incontro ai suoi figli ed entra in comunicazione con loro" (Dei Verbum 21). Si afferma in quest'ultima espressione di un'importanza capitale, che c'è una valenza sacramentale della Scrittura. Sono alcuni aspetti fondamentali che il Vaticano II ha fatto riemergere e che chiedono di essere oggi ripresi e portati avanti.
Si è così operato un passaggio dalla Scrittura contenitore di frasi che possono appoggiare un insegnamento morale o un'affermazione dogmatica, alla Scrittura che diviene lei regula fidei, regola della vita cristiana. La Scrittura viene posta al centro di tutte le espressioni della vita cristiana, dalla liturgia, alla teologia, alla predicazione, alla vita spirituale.
A partire da questo sfondo, che io vi ho delineato in una maniera approssimativa e parziale, basta rileggere la Dei Verbum, per comprendere la capacità del testo conciliare, superando così la polemica antiprotestante, di impostare con fiducia e coraggio un rapporto tra Scrittura e Chiesa, tra Bibbia e credenti, tale che veramente «il tesoro celeste dei libri sacri, che lo Spirito Santo ha dato agli uomini con somma liberalità, non venga trascurato».

2. aspetti da riprendere e approfondire

Con il panorama che abbiamo sinteticamente delineato, giungiamo al Vaticano II e alla costituzione Dei Verbum. Di questa costituzione saranno presi in considerazione alcuni degli elementi più significativi per leggerli in chiave prospettica, individuando cioè quei punti che oggi devono essere di nuovo ripresi, approfonditi e sviluppati per far fronte alle sfide che la storia oggi ci pone.
La Dei Verbum da molti è stata definita "il capolavoro del Vaticano II". Certamente, anche le costituzioni Gaudium et Spes e Lumen Gentium sono importanti, ma io credo che la Dei Verbum, assieme alla Sacrosanctum concilium, sia il documento che più di altri, potenzialmente, si pone alla base di un movimento di riforma, di mutamento all'interno della Chiesa.

rapporto tra Parola di Dio e Chiesa

Il primo elemento della Dei Verbum che, a mio parere, deve essere tenuto in grande considerazione, lo si desume dallo stesso incipit della costituzione conciliare: "Dei Verbum religiose audiens et fidenter proclamans, Sacrosancta Synodus ...", cioè : "In religioso ascolto della Parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia, il sacro Concilio, ecc.". Queste espressioni iniziali della Dei Verbum pongono un problema ecclesiologico, quello del rapporto tra Parola di Dio e Chiesa. In questa frase si esprime l'essenza della Chiesa, nella sua duplice dimensione di ascolto e di proclamazione della Parola di Dio. In un certo senso, la Chiesa è tutta in questa duplice dimensione.
Il cardinale Walter Kasper, nel suo intervento alla conferenza stampa di presentazione del congresso internazionale che si è tenuto nel 2005 a Roma su "La Sacra Scrittura nella vita della Chiesa", ha detto: "Non vi è nessun dubbio, la Parola di Dio è al primo posto. Soltanto per suo tramite possiamo comprendere la Chiesa". È la Scrittura che ci aiuta a comprendere la Chiesa stessa. Questo incipit, che è la chiave di interpretazione dell'intero documento, non solo quindi dà il titolo alla costituzione, ma anche e soprattutto offre un orientamento ecclesiologico preciso: il Concilio ha indicato ciò che la Chiesa è proprio nel rapporto che essa ha con la Parola di Dio ascoltata e proclamata.
"Così viene indicato davvero il primato della Parola di Dio - sostiene un teologo famoso, Joseph Ratzinger, in uno splendido commento degli anni 60 ad alcuni capitoli della Dei Verbum, purtroppo mai tradotto in italiano - la sua superiorità su tutte le parole e azioni del popolo di Dio". E prosegue: "E' come se tutta l'esistenza della Chiesa fosse spinta verso l'alto, si aprisse al trascendente, come se tutta la sua vita si trovasse raccolta in questo ascolto da cui soltanto può procedere il suo atto di parola". L'atto di parola della Chiesa, quale che esso sia, predicazione, formulazione dogmatica, non può che procedere da questo ascolto in cui è raccolta tutta la sua vita. Questa, secondo me, è un'affermazione profondamente vera. Il legame tra Chiesa e Parola di Dio è un rapporto che va assolutamente salvaguardato e approfondito: la Chiesa c'è in quanto ancella della Parola di Dio, in quanto trae la sua vita dall'ascolto della Parola di Dio che poi proclama.

una Chiesa che ascolta e proclama la parola

Quindi, riandare alla Dei Verbum e alla centralità della Parola di Dio nella vita della Chiesa, comporta accedere ad una concezione della Chiesa in cui l'ascolto della Parola è fondante la Chiesa stessa. Questa situazione di ascolto, dialogo e comunicazione trova la sua forma piena nella koinonia, nella comunione. Alla fin fine c'è già qui la radice dell'ecclesiologia di comunione.
Ancora, il cardinale Kasper ha scritto: "Nell'incipit di Dei Verbum la Chiesa si definisce essa stessa come Chiesa che ascolta, è nella misura in cui ascolta che essa può anche essere una Chiesa che proclama". Qui sembra quasi di sentire l'eco di Karl Barth, quando in quel bel libretto sulla proclamazione del Vangelo (Karl Barth, La proclamazione del Vangelo, Torino, Borla, 1964)egli afferma che la Chiesa è anzitutto Ecclesia audiens, e solo in quanto Ecclesia audiens, cioè che ascolta, che è sottomessa alla Parola di Dio, può anche essere Ecclesia docens. Ma che altro ha da dire la Chiesa (cioè noi, i cristiani) se non "la" Parola "di" Dio? Non delle parole su Dio, ma la Parola "di" Dio?
E ancora, Benedetto XVI: "La Chiesa non trae la sua vita da se stessa, ma dal Vangelo, ed è a partire dal Vangelo che essa non cessa di orientarsi nel suo peregrinare".
Qui davvero siamo al cuore del ministero della Parola, quello che il Nuovo Testamento chiama "te diakonia tou logou" (Atti 6, 4), il servizio della Parola, che pone la Chiesa in atteggiamento di ascolto. Io credo che questo legame tra Chiesa e Parola di Dio vada ripetuto e ricordato fino alla noia, perché qui c'è la chiave da cui tutto dipende. Solo questo rapporto consente di mantenersi nella scia di quella "rivoluzione copernicana" conciliare, in cui si comprende che alla Parola di Dio, contenuta nelle Scritture, la Chiesa è sottomessa, di essa è serva. Ecco allora che la Chiesa che ascolta diviene Chiesa serva, Ecclesia discipula.
Si pensi a questo proposito al libro di uno dei Padri conciliari, Yves Congar, "Pour une Église servante et pauvre" (per una Chiesa serva e povera).

un libro plurale e dialogico

Un secondo aspetto. Quanto la Dei Verbum ci ha consegnato a proposito della Bibbia, lo dobbiamo accogliere in una precisa direzione: quella di percepire sempre di più la Bibbia come un libro plurale e dialogico.
In un'epoca in cui i confessionalismi, gli integrismi, i fondamentalismi, i fanatismi anche criminali si fanno così forti, io credo che dobbiamo recuperare la dimensione della pluralità e dialogicità della Bibbia.
Da moltissimi punti di vista la Bibbia è un libro plurale. Il nome stesso (in greco Ta Biblia = i libri) indica un testo che raccoglie una pluralità di libri, 27 nel Nuovo Testamento e molti altri nell'Antico o PrimoTestamento. Nella Bibbia vi è una pluralità di lingue, il che vuol dire una pluralità di mentalità e di mondi: il greco, l'ebraico, l'aramaico. Ancora: c'è una pluralità di luoghi e di epoche di redazione.
C'è anche il fatto che le Scritture cristiane sono radicate nelle Scritture ebraiche, in quello che chiamiamo l'Antico Testamento o Primo Testamento, motivo per cui "la" Parola di Dio emerge sempre dalla dialogicità intrinseca al libro stesso. Nella liturgia lo si può vedere molto bene, nel continuo andirivieni tra Antico e Nuovo Testamento, tra la prima lettura, la seconda lettura e il Vangelo, con il salmo responsoriale, che fa da ponte, da cardine, da passaggio tra Antico e Nuovo Testamento.
Ma è interessante vedere anche che, e di questo si dovrebbe tener conto nella predicazione omiletica, la Parola di Dio che emerge da questo dialogo tra Antico e Nuovo Testamento, mostra che il compimento neotestamentario non esaurisce l'Antico Testamento, ma che il compimento dell'Antico nel Nuovo rilancia la promessa. La promessa dell'Antico Testamento, compiutasi in Cristo, viene rilanciata come promessa in Cristo. Questo è molto importante, innanzitutto, per reagire e per controbattere alle tendenze marcionite che sempre risorgono nella Chiesa e che vorrebbero relegare l'Antico Testamento tra i pesi inutili del passato o tra i testi moralmente meno significativi. Che ci siano problemi e difficoltà nei confronti di certe pagine bibliche, è indubitabile, ma non li si può risolvere semplicemente rimuovendo o cancellando. Si tratta invece di assumere la dimensione dialogica, in cui il Nuovo Testamento non esiste senza l'Antico, non esiste senza la promessa, e il compimento non esautora la promessa, ma la rilancia.
La dimensione di pluralità e di dialogicità presente nella Bibbia è estremamente importante anche per ripensare lo statuto teologico delle scritture delle altre religioni...

non c'è spazio per letture fondamentaliste

Il centro, che dà unità alle Scritture, è l'evento pasquale. Ma l'evento pasquale, che è al cuore dell'Antico Testamento e del Nuovo, è ciò che spinge la Chiesa costitutivamente al dialogo. È un morire a se stessi per risorgere a una novità, ad una alterità.
Diciamo di più. Nonostante Gesù non ci abbia lasciato nulla di scritto (ed è una gran fortuna!), siamo riusciti lo stesso ad interpretare in modo fondamentalista e letteralista la Scrittura! Tuttavia, già il fatto che i Vangeli siano non uno, ma quattro, canonizza la pluralità: non c'è un unico modo di vivere la fede, ce ne sono diversi; non c'è un unico volto di Cristo, ma "i mille volti di Cristo".
I quattro Vangeli sono quattro inculturazioni differenti dell'unico Cristo. In Marco troviamo il vangelo romano, che risente anche di latinismi. In Luca troviamo un vangelo ellenistico-greco, probabilmente scritto nella zona della Beozia. In Matteo un vangelo siriaco (probabilmente siamo ad Antiochia di Siria, secondo l'ipotesi più accreditata) ed è un vangelo molto giudaico. In Giovanni, quarto Vangelo, siamo nell'ambiente efesino, nell'Asia Minore (Efeso e dintorni).
Le diverse collocazioni geografiche diventano anche diverse interpretazioni. Dietro a Marco, a Luca, a Matteo, a Giovanni, non ci sono solo quattro individui, ma ci sono delle comunità. Questo sta a significare che la Parola di Dio che ci raggiunge attraverso il Vangelo di Matteo ci narra anche l'interpretazione di Cristo che è stata data in quell'epoca dalla comunità di Matteo.
La pluralità di letture e interpretazioni, che impedisce i ragionamenti monolitici, ci dice che la fede si può vivere effettivamente in maniere diversificate. Si tratterà di trovare la regula fidei, di trovare ciò che consente di mantenere l'unità senza lacerazioni. In questo il Nuovo Testamento dà il criterio: un'unica fede, un unico battesimo, e così via.
Questa pluralità è importante anche per contrastare le spinte, molto vive oggi, che vanno invece in direzione della rigidità monolitica. Il canone canonizza la pluralità.
Non si è arrivati dall'oggi al domani a canonizzare i quattro testi evangelici. C'erano tendenze che andavano in ben altra direzione come il diatessaron, in area siriaca, che cercava di uniformare i quattro vangeli in uno, o come Marcione che manteneva solo una parte di Luca scartando gli altri vangeli. C'erano al contrario anche tendenze alla proliferazione estrema, con una quantità di evangeli apocrifi. Il canone ci ha consegnato una pluralità, che è estremamente liberante, e che certamente impegna la responsabilità di fede delle comunità cristiane.
E' interessante vedere anche la pluralità liturgica nei vangeli. Solo in Giovanni, ad esempio, si ha la lavanda dei piedi, mentre negli altri tre testi abbiamo il racconto dell'istituzione eucaristica.
Ci sono soluzioni diverse ai problemi di tipo pastorale. Se prendiamo in sinossi i vari testi che parlano ad esempio del ripudio, vediamo che il testo di Matteo è differente da quello di Marco. E così via. Senza calcolare che ci sono cristologie, teologie, e dunque sfumature spirituali diversificate.
All'interno poi di questa percezione della Scrittura come libro plurale e dialogico, occorre sempre ribadire e salvaguardare l'importanza dell'Antico Testamento per i cristiani, e nel Nuovo Testamento e nella Bibbia la centralità dei Vangeli. E' quanto afferma la Dei Verbum al numero 25, al penultimo paragrafo, in cui si dice: "Compete ai sacri presuli depositari della dottrina apostolica istruire opportunamente i fedeli loro affidati circa il retto uso dei libri divini, soprattutto del Nuovo Testamento e in primo luogo dei Vangeli (in primis evangeliorum) con traduzioni dei testi sacri che siano corredati delle spiegazioni necessarie, veramente sufficienti affinché i figli della Chiesa si familiarizzino con sicurezza e utilità con le Sacre Scritture e siano permeati dal loro spirito."
Si veda come, tra l'altro, si dica espressamente che ci siano delle traduzioni dei testi sacri, anche se corredate da tutte le note necessarie.
Importante è questa affermazione: "in primo luogo i Vangeli". Non si tratta di creare un canone nel canone: c'è un primato dei Vangeli all'interno delle Scritture, perché attraverso di essi noi abbiamo la conoscenza di Cristo. Questo è il secondo punto che a mio parere va sottolineato.

interpretazione della Scrittura e alterità del testo

La Dei Verbum al numero 12, sul problema della interpretazione della Sacra Scrittura così si esprime: "Per ricavare l'intenzione degli agiografi si deve tener conto tra l'altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa in testi in varia maniera storici, profetici, o poetici o con altri generi di espressione". E' una affermazione chiara, già presente del resto nella Divino Afflante Spiritu.
La ricerca esegetica su questo aspetto ha fatto passi da gigante. Se c'era un ritardo dei cattolici rispetto al mondo protestante, direi che ormai è stato colmato. Ora si collabora, e c'è anche una produzione in ambito cattolico ampia ed estremamente seria. Barbaglio ne è un esempio.
Le Scritture vanno anche studiate. Io non mi addentro nei problemi inerenti l'esegesi, ecc., però dobbiamo ricordare, per evitare le letture spiritualistiche troppo disinvolte del testo biblico, che c'è una alterità del testo. C'è una distanza culturale da noi, che non può essere superata se non attraverso uno sforzo. Sembra che con il passare del tempo questa difficoltà si faccia sempre più forte. Si dice che la Bibbia è difficile, che parla di cose che sono lontane da noi, che l'Antico Testamento, in particolare, ha pagine incomprensibili, che esprimono una sensibilità molto diversa dalla nostra ... "L'uomo moderno", si dice, fa fatica a recepire, ad ascoltare la Bibbia. Lascio la parola a questo proposito ad un grandissimo esegeta, Alonso Schökel, il quale in un commento alla Dei Verbum afferma: "Vi è una radicale somiglianza di tutti gli uomini, orientali, occidentali, antichi o moderni. Se ognuno di noi scende alla profondità del sostantivo, troverà semplicemente "l'uomo", il quale poi nella sua realizzazione storica individuale si diversifica con tanti aggettivi a diversi piani di essenzialità o accidentalità. Buona parte del linguaggio dell'Antico Testamento è vicino a questa semplicità e radicalità umana, e parla un linguaggio umano, semplicemente umano, radicalmente umano."
Non lasciamoci abbagliare dall'espressione "uomo moderno", che rischia di essere un mito. Parliamo di uomo! C'è un'umanità della Bibbia che va riscoperta, un linguaggio della Scrittura che è anzitutto umano. Che ci siano difficoltà è innegabile. Così come non è facile avere una relazione profonda con una persona, allo stesso modo avviene con la Scrittura. C'è una alterità del testo, come c'è una alterità della persona che mi sta davanti, anche dopo trent'anni di vita vissuta insieme: c'è sempre una resistenza che l'altro mi fa, perché è altro. Lo sforzo per annullare la distanza è costitutivo dell'approccio alla Scrittura. Lungi dall'essere qualcosa che scoraggia, deve essere qualche cosa che invece dà serietà all'incontro con la Parola di Dio contenuta nella Bibbia.

La Scrittura contiene la Parola di Dio

Veniamo ora a tre punti di tipo più teologico-liturgico inerenti lo statuto della Scrittura all'interno della Chiesa, che a mio parere devono essere affermati e approfonditi.
Il primo è il rapporto Bibbia-Parola di Dio. Alla formulazione "Parola di Dio contenuta nella Bibbia" nel Vaticano II si è arrivati con molta fatica. Nella Dei Verbum al numero 24 si dice: "Le sacre scritture contengono la Parola di Dio e, perché ispirate, sono veramente Parola di Dio." Questa è la formulazione del testo finale della Dei Verbum. Ma la formulazione iniziale, quella nel textus prior, era: "Le sacre scritture, non solo contengono la Parola di Dio, ma sono veramente Parola di Dio". L'esatto contrario: "non solo contengono, ma sono veramente". Capite che un'affermazione del genere darebbe adito al fondamentalismo e al letteralismo: se la Scrittura è Parola di Dio, allora dovrei prendere alla lettera ogni frase, ogni versetto. Allora avrebbero ragione i Testimoni di Geova: se sta scritto nella Bibbia che non bisogna mescolare certe cose, io non mescolo neanche il sangue, e lascio che una persona, che avrebbe bisogno di una trasfusione, muoia per obbedienza alla Scrittura. No! L'effetto della Scrittura è la vita, non la morte! C'è un criterio di autenticità della ricezione, dell'interpretazione delle Scritture, che si pone sul piano del "dare vita", del "creare giustizia", del "creare pace", non morte, ingiustizia, oppressione.
Allora, da questo inizio ("le Scritture non solo (non tantum) contengono la Parola di Dio, ma sono veramente Parola di Dio"), si è passati nel textus emendatus (seconda fase) a: "Le Scritture contengono la Parola di Dio (si è tolto il non tantum, non solo), e sono veramente Parola di Dio", però il testo era ancora un po' zoppicante, quindi i Padri hanno fatto un'ulteriore aggiunta, molto importante: "Le Scritture contengono la Parola di Dio e, poiché ispirate - quia inspiratae - sono veramente Parola di Dio". Così hanno liberato la Scrittura dalla coincidenza con la Parola di Dio.
La Parola di Dio è una realtà che non può essere racchiusa in una frase, per quanto autorevole, della Bibbia. È la Scrittura stessa che mostra che non vi è coincidenza tra le due realtà e che la Parola di Dio eccede la Scrittura e non ne è esaurita. la Parola di Dio è una realtà eterna, onnipotente, è realtà che è in Dio. È la realtà creatrice, instauratrice di storia. Va molto oltre il libro, che è una concrezione della Parola di Dio. Il libro la contiene, ma la consegna in un'interpretazione nello Spirito: quia inspiratae, poiché ispirate, sono veramente Parola di Dio. La Parola di Dio è contenuta nelle Scritture e in esse deve essere rinvenuta attraverso un'operazione di interpretazione nello Spirito.
La conseguenza quindi è che occorre farsi carico della fatica dell'interpretazione. E interpretazione non significa solo prendere cinquanta commentari per cercarvi il significato di una frase, ma vuol dire far calare la Parola di Dio nella vita di una comunità, in un oggi storico. E fare in modo che la Parola di Dio, nell'oggi storico di questa comunità, produca nuovamente carità, giustizia, pace, e così via. E questo non è così semplice.

fornire strumenti di lettura: la lectio divina

Ci troviamo di fronte al compito più importante che ha la Chiesa e che coinvolge tutti: vescovi, presbiteri e laici. È un argomento all'attenzione del prossimo Sinodo dei vescovi che si terrà nell'ottobre del 2008. Nei Lineamenta del prossimo Sinodo su "La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa" si afferma che: "Si è fatta urgente la necessità di allargare, con metodi adatti, l'incontro con la Sacra Scrittura da parte di tutti i cristiani". Quindi si parla di incontro con la Scrittura da parte di tutti i cristiani, e anche della necessità che ci sia un metodo. Non basta dare la Bibbia in mano alla gente, bisogna che la gente sappia leggerla. Credo che uno dei compiti pastorali e spirituali decisivi, oggi, consista nel dare strumenti di lettura alla gente. Non significa moltiplicare i corsi di esegesi o iscrivere tutti al Biblico di Roma, ma impegnarsi a far sì che la Bibbia diventi sempre più il libro della fede delle persone semplici, il libro che trasmette la Parola come pane, come nutrimento di vita. Occorre quindi trasmettere un'arte della lettura della Scrittura. Qui si innesta il discorso della Lectio divina, di una lettura spirituale, orante, della Scrittura, che sa integrare l'approccio esegetico al testo con l'approccio esistenziale, vitale.
I pronunciamenti di Benedetto XVI, attuali ma anche precedenti, sulla Lectio divina, tendono a valorizzare questa ermeneutica spirituale della Scrittura. Ancora recentemente, nel discorso inaugurale di presentazione del congresso internazionale tenutosi a Roma nel 2005, sulla Scrittura nella vita della Chiesa, si è così espresso: "La prassi della Lectio divina, se efficacemente promossa, apporterà alla Chiesa, ne sono convinto, una nuova primavera spirituale. La pastorale biblica deve dunque insistere particolarmente sulla Lectio divina e incoraggiarla grazie a metodi nuovi, elaborati con cura e al passo con i nostri tempi, ecc.". Nel bel discorso ai giovani di Roma nel 2006 aveva elogiato anche i maestri della Lectio divina, citando esplicitamente il cardinal Martini.
Introdurre all'ermeneutica spirituale, all'interpretazione nello Spirito della Scrittura, è un compito davvero non piccolo, che non può essere delegato a dei centri spirituali, a un monastero, ecc, ma è il compito proprio della Chiesa, di una comunità cristiana, di una parrocchia...
Non mi dilungo su questo argomento che richiederebbe un intero corso sull'ermeneutica spirituale, però usando l'espressione Lectio divina, mi rifaccio a quella tradizione che cerca di mettere insieme l'attenzione al testo, cioè l'oggettività del testo, e la soggettività di colui che la legge. La Lectio divina, al di là dei suoi momenti di lectio, meditatio, oratio e contemplatio, è un movimento in cui io mi piego sul testo, lo leggo, lo ascolto, lo scruto, lo scavo, cioè dò a lui il primato, con la lettura e la meditazione, e poi, quando questo testo mi parla, lasciando emergere una Parola, ecco che io mi ci relaziono, lascio scendere questa Parola nella mia vita, nella vita della mia comunità cristiana, e comincio a lasciarmi illuminare e giudicare da questa Parola, per giungere infine a rispondervi, con la preghiera, con l'impegno, con la prassi.
Mi piace citare una frase del cardinal Martini, un bell'intervento, anche autobiografico, su "Lectio divina e pastorale": "Il Vaticano II nella Dei Verbum al capitolo VI ha insistito perché tutti i fedeli avessero accesso diretto alla Scrittura. Se ciò avviene, il contatto con la Parola porta una ricchezza di vita insospettata, e questa esperienza la possono fare tutti, la gente comune, i giovani. A me che leggo la Scrittura ormai da circa quarant'anni, essa appare ogni volta così nuova e ricca da destarmi stupore, e da creare quello choc dell'intelligenza e dell'emozione che suscita il senso dei valori umani e che mette a contatto con i valori stessi di Dio."

Parola ed Eucaristia

Con la Dei Verbum e anche con la Sacrosanctum Concilium si è aperta la via per riscoprire quella che nella tradizione cristiana è l'unica mensa della Parola e del Pane eucaristico. La liturgia della Parola non è una specie di preambolo più o meno facoltativo al clou che è l'Eucaristia, ma è parte essenziale dell'azione liturgica. Nella Sacrosanctum Concilium n. 56 si dice: "La liturgia della Parola e la liturgia eucaristica sono congiunte tra loro così strettamente da formare un solo atto di culto". Viene affermato che la Chiesa realizza la sua essenza nella liturgia in cui Scrittura e pane diventano Parola e Corpo del Signore. Cioè vi è unità intrinseca tra la Parola e il Pane eucaristico, tra la Parola e il Sacramento.
La Dei Verbum al n. 21 dice: "La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture 'come' ha fatto per (sicut et) il corpo stesso del Signore, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa, sia della Parola di Dio, che del Corpo di Cristo e di porgerlo ai fedeli."
Il testo finale, purtroppo, ha molto affievolito il parallelismo tra Scrittura e Corpo del Signore sostituendo il velut del textus denuo emendatus con sicut et per venire incontro a quei padri che temevano la troppo stretta assimilazione della mensa della Parola con quella dell'Eucaristia. Lo slittamento da velut a sicut et rispetto alla precedente stesura, sottolinea così il diverso modo con cui la Chiesa venera Scrittura e Corpo del Signore. Sono i compromessi e i limiti dei dibattiti conciliari che hanno comunque aperto una strada che oggi occorre avere il coraggio di continuare a percorrere per attuare lo Spirito del Concilio stesso. Del resto l'intima connessione tra Parola ed Eucaristia, radicata nella testimonianza scritturistica, è attestata dai Padri della Chiesa e ribadita nel Medio Evo, in cui era normale comprendere la Scrittura come "corpo del Signore": "Corpus Christi intellegitur etiam Scriptura Dei", cioè per corpo di Cristo si intende la Scrittura.

la Scrittura come corpo di Cristo

Ci sono diverse realtà che hanno a che fare con il corpo di Cristo: dal corpo fisico di Cristo, al corpo reale di Cristo, alla Chiesa corpo di Cristo (teologia paolina), all'Eucaristia, alla Scrittura. La Scrittura come corpo di Cristo gode dell'appoggio di una lunghissima tradizione in cui si è sempre vista la analogia con l'Incarnazione: come il Verbo, la Parola, il Logos, si è fatto carne nell'uomo Gesù di Nazareth (e così coloro che incontravano il rabbi Gesù di Nazareth dovevano saper vedere in quell'uomo il Figlio di Dio), analogamente il Logos si è fatto Scrittura, ha preso la forma delle sillabe umane, come dice Agostino, e si tratta di cogliere nel libro, umanissimo, la Parola di Dio contenuta in esso.
Il "velut" originario della Dei Verbum cambiato in un "sicut et" indebolisce molto la portata del testo, per il timore di diversi padri conciliari di assimilare troppo (nimis assimilare) la Parola al Sacramento. Peccato, perché così ci si separa dalla grande tradizione nel comprendere la Scrittura come Sacramento.

la Scrittura è un sacramento

L'ultimo elemento da sottolineare riguarda il percepire la forza sacramentale della Scrittura. Non si tratta di far l'ottavo sacramento, ma di percepire che la Scrittura non è soltanto qualcosa che ci dà un'istruzione, ma fa entrare nell'alleanza. Non trasmette solo delle parole su Dio, ma la Parola di Dio, certo interpretata nello spazio ecclesiale, e massimamente nella liturgia, ecc.
La dimensione sacramentale della Scrittura che il Concilio ha sottolineato va ripresa e approfondita, anche perché in alcuni testi successivi alla riforma liturgica si è assistito a un retrocedere, a distinguere di nuovo tra il Sacramento e la Parola, e così via. Enzo Bianchi così scrive in Lettura spirituale della Bibbia: "Permane ancora, purtroppo, nella ricezione post-conciliare... la concezione che il sacramento dona la grazia mentre la parola biblica dona la dottrina, che il sacramento è efficace mentre la parola può solo preparare il sacramento e insegnare. Ma se la Parola di Dio non è vissuta nell'economia sacramentale fino ad essere accolta come sacramento, come trasmissione di potenza e di grazia e non solo di comunicazione di verità, di precetto e di dottrina, resterà sempre parola su Dio e sarà soltanto un preludio alla celebrazione del sacramento".
Ma già il fatto stesso che non si dia sacramento (e non si dovrebbe dare sacramento) senza la proclamazione della Parola di Dio, fa ben sperare per una maggiore comprensione... Per lo stesso sacramento della riconciliazione, il nuovo rito prevede di iniziare sempre leggendo la Scrittura. È alla luce dei testi della Scrittura letti che io mi lascio giudicare! Altrimenti rischio di continuare a ripetere l'elenco imparato a memoria da bambino di tutto quello che non andava fatto, senza lasciarmi illuminare e verificare dalle priorità che il Vangelo mi pone: l'amore, la carità...
Occorre riprendere, approfondire, e fare, con coraggio, passi ulteriori nella linea del rapporto Parola ed Eucaristia, entrambe presenza di Cristo.
Non dimentichiamo quel testo straordinario della Sacrosanctum Concilium al numero 7, che dice: "Il Cristo è presente nella sua parola, giacché è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura". In questo testo si parla di una presenza reale nella Parola. Mi spiace dover aggiungere l'aggettivo "reale", perché la presenza o c'è o non c'è, e mi piace farvi sapere che vi sono diversi teologi protestanti che accolgono senza fatica la reale presenza del Cristo nella Parola "e" nell'Eucaristia. Questo riequilibrio, che è stato reso possibile dai testi conciliari, va davvero nutrito e accresciuto, perché è fecondo anche di sviluppi ecumenici.
Vorrei ancora sottolineare l'aspetto della Scrittura come sacramento. Si tratta alla fin fine di accedere ad una comprensione che è tradizionalissima nella Chiesa. Tutto il primo millennio non aveva difficoltà ad accogliere questa affermazione: la Scrittura è un Sacramento. Vi sono delle pagine di Gerolamo, di Agostino che dicono che, come ci si accosta alla comunione, alla manducazione del pane eucaristico, senza perdere una briciola, perché si ha coscienza che è il corpo di Cristo, (non è devozionalismo, è percezione che lì vi è il corpo reale di Cristo), così si dovrebbe ascoltare senza perdere una sillaba di quello che viene proclamato, perché è il corpo di Cristo, perché è il Cristo che ci parla. Nella Dei Verbum 21 si dice: "Nei libri sacri il Padre che è nei cieli viene con sovrabbondanza di amore incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con loro. Nella Parola di Dio è poi insita tanta potenza ed efficacia da essere sorgente perenne della vita spirituale."
Occorre allora non abbandonare il testo della Dei Verbum, ma approfondirlo e andare oltre nella piena comprensione che le Scritture sono il corpo del Signore, o, per usare una terminologia tradizionale, le Scritture sono come un tabernacolo della presenza di Cristo.

Dibattito

a proposito di "Verbo di Dio"

Il Dio biblico non è il Dio definito in termini filosofici astratti, ma è il "Dio che parla". Per "verbo", si intende "parola". In greco c'è il termine "logos", tradotto in latino con "verbum".
La parola suscita una risposta, un legame, esige che ci sia un altro che ascolti. Il credente è anzitutto colui che ascolta un appello e cerca di rispondere. Allora il "Dio che parla", che si rivela mediante la "parola", non è un Dio asettico, ma è un Dio che si compromette, è un "Dio di qualcuno": il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, è il Dio di Gesù Cristo. E' il Dio che si comunica. E, ad un certo punto, la Parola di Dio è quello che Dio vuol dire all'uomo: è Gesù Cristo.

centralità della bibbia ed ecumenismo: progressi e limiti

Don Luigi Sartori, dopo molti anni di pratica ecumenica, aveva proprio esaminato in uno scritto questo problema: "La bibbia (in ambito cattolico) ha favorito o no l'incontro con il mondo protestante?" E rilevava che, dopo un primo momento di grande entusiasmo e anche di grandi riavvicinamenti, a poco a poco sono riemerse quasi tutte le differenze sul piano confessionale, dal primato petrino in poi.
C'è il peso dei retaggi storici per cui si fa fatica a trovare nella bibbia un elemento di convergenza. Proprio perché oltre al linguaggio unico della Scrittura, ci sono altri linguaggi che ci abitano, retaggi culturali, religiosi, di tradizione. Si fatica quindi ad arrivare a posizioni simili anche su tematiche etiche (divorzio, aborto, sacralità della vita, persone omosessuali...). E' sui problemi etici che oggi ci si differenzia, in modo netto, tra ortodossi, protestanti e cattolici. Sul rapporto Parola ed Eucarestia, Parola e Sacramento, abbiamo visto quante difficoltà emergono in convegni che abbiamo tenuto a Bose con università protestanti. Però, se si riesce a fare della Scrittura un luogo davvero centrale, ispiratore del pensare teologico, e si cammina in questo senso per decenni, dei risultati si possono conseguire. Certamente non è né facile né scontato.
Occorre avere infinita pazienza e molta disponibilità ad accogliere i diversi modi di leggere la bibbia. Non posso pretendere che il mio sia l'unico modo. Nella tradizione ebraica si dice: "Dio ha detto una parola, due io ne ho ascoltate" (Salmo 62, 12). Questo non significa aprire le vie al relativismo senza fine. Ci sono dei criteri per cui la Parola di Dio non produce oppressione, ingiustizia, morte, ma carità, amore, giustizia.
Un primo elemento è quindi accettare la lettura dell'altro e continuare a dialogare con lui su questa base. Ma si tratta poi anche, non solo di "dialogare con l'altro", ma di "pensare con l'altro". Finalmente comincia a uscire qualche dizionario teologico in cui non c'è soltanto la voce dei cattolici, ma ci sono anche le voci protestanti, riformate, ortodosse e così via. Non è possibile che, oggi, epoca di globalizzazione, pensiamo ancora con i parametri della nostra "provincia", senza aprirci a quella che è la tradizione teologica luterana o bizantina, ecc. Occorre aprirsi al contributo che l'altra Chiesa dà, quindi pensare con l'altro. Questi sono i passi da fare oggi. Pian piano, perché se non ci si conosce...
Io a volte sono esterrefatto dall'ignoranza che c'è dell'altro. Permangono ancora stereotipi, immagini dell'altro che non hanno nessuna consistenza. Nella nostra comunità viviamo insieme con dei protestanti e ci sono sempre degli ortodossi. Non abbiamo risolto i problemi che dividono le Chiese, ma abbiamo scoperto, vivendo insieme, anzitutto che i problemi sono altri, come potete ben immaginare, e soprattutto abbiamo scoperto che "si può" vivere insieme, che si può avere un'unica vita spirituale (anche se le forme della pietà personale saranno diverse), ed una liturgia comune. La liturgia è fatta insieme, come espressione unica delle diverse tradizioni religiose. Vivendo insieme abbiamo scoperto che è enormemente di più quello che ci unisce che quello che ci divide. Dalle esperienze fatte di vita comune, abbiamo scoperto che leggere la Scrittura assieme a dei riformati, è soltanto un arricchimento. Nella misura in cui ci si conosce, ci si incontra, ci si scambia, si annodano e si rafforzano delle relazioni, si scopre che siamo tutti dei credenti che vogliono vivere l'Evangelo, e questo è essenziale per l'ecumenismo. E soprattutto spariscono i rischi del pregiudizio, dell'ignoranza, della demonizzazione dell'altro, ecc. Per questo continuo a credere che la Parola di Dio, la Scrittura abbia un'importanza centrale, anche se non è una bacchetta magica!

gli ortodossi e la Bibbia

Nel mondo ortodosso la Scrittura è mediata dai Padri, dalla tradizione patristica, con l'impressione a volte che i padri siano più importanti della Scrittura. Ma la realtà è meno uniforme di quanto appaia ed è in movimento. Nei convegni che noi facciamo con il mondo ortodosso, conosciamo delle realtà della chiesa ortodossa russa, in cui vi sono gruppi di giovani che sono impegnati nell'introduzione alla Lectio divina, che lavorano ai fini di una riforma liturgica. Anche nel mondo greco ci sono realtà in movimento. Dobbiamo lasciare il tempo necessario soprattutto alle chiese che hanno avuto 70 anni di comunismo.
Ci sono resistenze che devono essere ancora superate. Ma l'incontro con il mondo occidentale, gli scambi, ecc., favoriranno un mutamento, anche nell'assunzione del metodo storico-critico nell'accostamento alla Scrittura.
L'ortodossia sta facendo solo adesso l'incontro con la modernità. Occorre avere la consapevolezza di dover attendere i tempi dell'altro. Se non si fa questo, anche l'ecumenismo viene subito strozzato.

un breve riassunto

Per secoli la Bibbia è stata messa ai margini del tessuto vivo della Chiesa. La costituzione conciliare Dei Verbum ha rappresentato una rivoluzione copernicana.
La diffusione della Bibbia presso il popolo cristiano, resa possibile dall'invenzione della stampa a caratteri mobili, dal clima culturale dell'Umanesimo e dal ritorno alla Bibbia proclamato dalla Riforma, venne fortemente rallentata in ambito cattolico a partire dal Concilio di Trento che ostacolò le traduzioni in volgare della Scrittura, proibendone la lettura ai laici a meno di particolari dispense. Da una parte si teme l'eresia, dall'altra si ritiene che la lettura della Bibbia non sia necessaria alla salvezza. Il risultato è che la stragrande maggioranza dei credenti ancora oggi sta alla larga dei testi biblici. Dal '500 al Vaticano II, la Bibbia appare un libro riservato al clero, mentre i semplici fedeli vi hanno un accesso indiretto e mediato da tre elementi: la liturgia, la predicazione e il catechismo.
Nella liturgia, la Bibbia viene letta nel latino della Vulgata, lingua non capita dai fedeli, con brani scarsi e ripetitivi. Nella predicazione la Scrittura viene utilizzata come un repertorio da cui attingere frasi a sostegno di verità dottrinali o di comportamenti etici, con toni apologetici e moralistici. È il catechismo lo strumento privilegiato di accesso al messaggio della Scrittura. Gli argomenti del catechismo (Comandamenti, Padre Nostro, Sacramenti) rischiano di diventare sostitutivi della Scrittura, facendo dimenticare che il primo catechismo è il vangelo. Prevale l'aspetto dottrinale su quello storico salvifico. Solo col Vaticano II si opera il passaggio dalla Scrittura contenitore di frasi che possono appoggiare un insegnamento morale o un'affermazione dogmatica, alla Scrittura che diviene regula fidei, regola della vita cristiana.
La Costituzione Dei Verbum ha rappresentato per la comunità cristiana un grande rinnovamento, una rivoluzione copernicana nel modo di intendere il rapporto tra la Scrittura e la Chiesa.
Innanzitutto nell'affermazione del primato della Parola di Dio nella Chiesa: la Chiesa trae la sua vita dall'ascolto della Parola che poi proclama; la Chiesa è sottomessa alla Parola di Dio, contenuta nelle Scritture.
In un'epoca di fondamentalismi, di fanatismi è bene ricordare che la Bibbia è un libro plurale e dialogico. C'è una pluralità di testi, di lingue, di epoche di redazione. Il Nuovo Testamento rinvia al Primo, in un dialogo incessante che apre al futuro di Cristo. Gli stessi vangeli sono 4. Ci sono modi diversi di vivere la stessa fede.
L'accostamento alla Scrittura implica la fatica di superare l'alterità del testo, la sua distanza (culturale, temporale...). E' necessario uno studio, un impegno per evitare ingenue letture spiritualeggianti, in ascolto, più che del testo, delle proprie emozioni e sensazioni. La fatica per superare l'alterità è del resto presente in qualunque relazione seria.
Per superare la tentazione di letture fondamentaliste e letteraliste la Dei Verbum affferma che la Bibbia non è Parola di Dio, ma contiene la parola di Dio. La Parola di Dio non può essere racchiusa in una frase della Bibbia, ma eccede la Scrittura. Per ascoltare quella parola contenuta nelle Scritture è necessario allora il lavoro di interpretazione nello Spirito, facendo calare quella parola nella vita della nostra comunità, nel nostro oggi. Strumento principe di lettura è la Lectio divina, una lettura spirituale, orante, della Scrittura, che sa integrare l'approccio esegetico al testo con l'approccio esistenziale, vitale. Così la Bibbia diventa il libro che trasmette la Parola come pane, come nutrimento di vita per tutti, a partire dalle persone semplici.
C'è poi un'unica mensa della Parola e del Pane. Il rapporto tra Parola ed eucaristia è strettissimo. La liturgia della parola non è un semplice preludio, o addirittura qualcosa di facoltativo, ma parte essenziale dell'azione liturgica. Anche la Scrittura è corpo del Signore.
Infine bisogna percepire la dimensione sacramentale della Scrittura, vale a dire che la Scrittura non ci dà solo delle istruzioni, ma ci fa entrare in un'alleanza, non comunica solo verità, ma ci trasmette potenza e grazia.

Il testo delle relazioni, tenute a Pallanza il giorno 24 novebre 2007 da Luciano Manicardi, non è stato revisionato dal relatore

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