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Psicologia della colpa (2)

sintesi della relazione di Tebaldo Galli
Verbania Pallanza, 5 marzo 1971

Psicologia, colpa e fede

La colpevolezza, abbiamo visto, costituisce uno dei modi di essere fondamentali della psiche umana, è un elemento strutturale predominante dell'esistenza e delle relazioni dell'individuo con se stesso e con i propri simili. Oltre a quello che é stato detto, lo psicologo non avrebbe molto da aggiungere, in quanto lo psicologo si ferma al dato empirico e scientifico.
Ma poiché un corso di teologia vuole essere un approfondimento del rapporto uomo-Dio, nel quale rapporto la colpa e la remissione della colpa sono elementi fondamentali, si farà ora una riflessione, non più strettamente psicologica, anche se si tiene ancora conto di quest'ottica, ma nella quale lo psicologo si interroga sul senso di certe istanze umane, come la fede, la religiosità, in cui la colpa e la remissione hanno un'importanza primaria.

la remissione della colpa oltre il dato psicologico
La remissione della colpa implica la presenza di un Altro, e quindi non è un dato meramente psicologico. Su di un piano strettamente psicologico la remissione della colpa non sarà mai completa, perché l'aggressività umana non è mai completamente eliminata e perciò la ricostruzione dell'oggetto amato o distrutto non è mai completa e definitiva.
Come punto di partenza di questa riflessione è necessario richiamare i dinamismi psicologici sopra esaminati. Le difficoltà vengono confrontando questi dati con la teologia.
Secondo la teologia la colpa implica un libero consentimento, una piena coscienza, implica una libertà, è un atto che si pone nella relazione tra uomo e Dio come rottura di un ordine che ha una sua verità obbiettiva.
Cosa vuol dire, alla luce dei dati della psicologia, piena coscienza, pieno consentimento, piena libertà?

difficoltà di riconoscere la libertà: tra colpa e malattia
Rahner per rispondere a questi interrogativi parte da una certa antropologia secondo la quale l'uomo, per realizzarsi, deve uscire da sé. L'uomo, che è primariamente e costitutivamente una intenzionalità verso Dio, per poter esprimere questa intenzionalità, deve esteriorizzare il nucleo profondo e spirituale della sua persona in una serie di elementi, che sono la sua corporalità fisica e psichica, l'insieme delle persone e degli oggetti che stanno al di fuori di lui, gli altri, l'ambiente, tutte le realtà che lo circondano. Il nucleo profondo e spirituale della sua persona non è direttamente accessibile se non attraverso gli -oggetti (nei quali comprendiamo la sua corporalità fisica e psichica). L'uomo è coglibile nella misura in cui esce da se stesso, e si manifesta e si esprime attraverso tutti gli oggetti che sono intorno a lui.
Tutto questo insieme di cose, che fanno da intermediari della sua apertura spirituale verso Dio, tutto questo "medium", ha delle strutture sue proprie, che sono determinate da leggi che non sono minimamente in relazione con l'intenzionalità di fondo della persona e possono esistere al di là dell'atto intenzionale e spirituale della persona stessa.
Lo psichismo, che è uno di questi "medium", è il segno dell'intenzionalità originale, ma è nello stesso tempo un qualcosa che sta esteriormente alla persona, al suo nucleo originale, e che ha leggi proprie, un suo proprio determinismo.
Allora, per esempio, la rottura di quel rapporto originale che esiste tra uomo e Dio a livello dell'intenzionalità originale delle persone, per manifestarsi ha bisogno di esprimersi in questo "medium", in queste strutture esterne. La colpa si manifesta come segno di quella rottura intenzionale, originariamente libera.
Però anche lo psichismo è una struttura data "a priori"; è nello stesso tempo il segno di quell'atto posto in libertà, e struttura con i suoi determinismi, con la sua non-libertà.
E perciò l'atto di rottura, libero, del rapporto uomo-Dio, nel momento in cui si traduce nel "medium", ad esempio nello psichismo, diventa anche tutto quello che lo psichismo è, e quindi determinazione, non libertà. Nel caso della colpa, di conseguenza, noi ci troviamo nell'impossibilità di stabilire dove è la libertà e dove è la colpa. Tutto qui è ambiguo e incerto: di fatto non si può mai dire con sicurezza che un atto è colpa, è peccato. Può trattarsi infatti di colpevolezza a livello psicologico, determinata dalla struttura esterna al nucleo centrale e intenzionale della personalità, ed a sua volta lo stato di colpevolezza non direttamente dovuto al nucleo centrale od intenzionale della persona, ma dovuto al "medium", può essere sia recepito nella fede come accettazione della Croce, sia assunto come rifiuto (della sofferenza prodotta dallo stato di colpevolezza) che può dare adito ad una vera colpa, ad un movimento intenzionale del nucleo centrale della persona.
L'unica cosa che si può dire è che la colpa si presenta sempre come rottura dell'ordine intenzionale della persona, e che la rottura dell'ordine si riflette a livello del "medium". Divenendo la colpa assolutizzazione di uno degli aspetti del medium, della struttura esterna al nucleo centrale della persona, l'assolutizzazione finisce di determinare una rottura anche a livello delle strutture particolari del "medium", della struttura esterna al nucleo originario della persona. Di conseguenza la colpa, in ultima analisi, viene sentita come sofferenza. Ma anche in questo caso non possiamo sapere con certezza se la sofferenza è determinata da una vera colpa o da una malattia (a livello cioè della struttura esterna al nucleo, centrale della persona).
La sofferenza però, tanto dal punto di vista speculativo, come da quello psicologico, si presenta come l'elemento fondamentale della colpevolezza. Infatti, a livello psicologico, la colpevolezza è, come abbiamo visto, la depressione, la sofferenza, la tristezza, la melanconia, é l'assenza dell'oggetto amato e quindi il bisogno di ricostruirlo. E dal punto di vista speculativo-teologico la colpevolezza, come rottura del rapporto uomo-Dio, è sofferenza. Tuttavia non si può mai stabilire se la sofferenza provenga da una reale colpa o solo dal "medium".
Noi viviamo sempre questa ambiguità, cioè non sappiamo mai se questa sofferenza deve essere curata come malattia o diventare un mezzo per congiungersi al Cristo crocifisso, permettendo di ricostruire, attraverso la partecipazione alla sua Passione, il rapporto interrotto con il Padre.
L'unica cosa che -emerge con chiarezza è il fatto che dove c'è fede non può non esserci fiducia. L'unica possibilità è rimettersi con estrema fiducia e disponibilità a Dio, e questo è l'unica possibilità per dare un senso alla sofferenza.
Esaminando la colpa da un punto di vista psicologico e filosofico scopriamo che teoricamente noi siamo in possesso di una libertà e che la colpa è libertà, ma che in realtà la libertà non c'è perché la colpa è sempre commessa. La colpa è quello che si sarebbe potuto non fare, in realtà la colpa, essendo sempre commessa, è quello che non si poteva non fare.
Questo quadro può sembrare abbastanza sconfortante: non si può aver conoscenza della colpa, c'è la sola possibilità di una fiducia in Dio. Ma che cosa é Dio?

Dio come bisogno dell'uomo?
Il fatto che -al fondo della psichismo umano stiano la colpa e la aggressività e che i fantasmi primitivi dell'uomo siano fantasmi di uccisione, di distruzione, di vendetta e di paura della vendetta potrebbe far nascere il sospetto che tutto quello che si dice di Dio non è che un bisogno dell'uomo, una costruzione dell'uomo, per consolarsi e per esaudire il proprio desiderio.
Per Freud la religione nasce per consolarsi, per il bisogno di evitare di subire la vendetta del padre, e la vendetta viene evitata sacralizzando il padre o, come nelle religioni primitive, il membro distruttore nell'albero Totem. La sacralizzazione del padre fa sì, che questa, immagine diventi depositaria dì tutta l'aggressività e distruttività e contemporaneamente della possibilità di amare, di non distruggere perché placato dalle suppliche, dall'atteggiamento di inferiorità e di sottomissione che l'uomo si impone. La comunione, per Freud, non è altro che la ripetizione del pasto totemico, quando originariamente i fratelli hanno ucciso il Padre e se ne sono sparse le membra, per introiettare la sua forza.
Quindi la religione diventa anche l'esaudire un desiderio dell'uomo, il desiderio di onnipotenza. Una traccia di questo si trova nel mito della Genesi: la mela, che viene staccata dall'albero del bene e del male, potrebbe essere un simbolo dell'introiettare sia il seno buono sia quello cattivo, cioè l'onnipotenza nel campo della gratificazione e del piacere e il controllo di tutte le pulsioni distruttive.
Secondo Freud la religione è una nevrosi collettiva, ossessiva, e il rito religioso non ha nulla di diverso del rituale di un nevrotico ossessivo. La religione avrebbe lo scopo di evitare che ciascuno faccia la sua nevrosi, essendo questa collettiva e quindi in un certo senso a lato rispetto alla vita abituale di tutti i giorni.

la funzione rassicurante della religione
La religione ha, da questo punto di vista, una funzione altamente rassicurante, ha lo scopo di controllare gli impulsi distruttivi, la "libido", e di permettere all'uomo di aderire al principio di realtà, alla necessità della realtà.
Non si può dire che la critica di Freud sotto molti aspetti non sia pertinente e che le analisi che fa delle scritture non siano giuste. Freud però non ha tenuto conto che se, ad esempio, il rito della comunione è la ripetizione del pasto totemico in cui si incorpora il padre per non essere distrutti dalla sua vendetta e per introiettarne la forza, è anche vero che questo pasto totemico diventa il momento in cui tutti i fratelli si mettono d'accordo tra di loro, per non uccidersi più tra di loro, diventa cioè un pasto di riconciliazione.
Per Freud cioè la religione doveva essere soprattutto la possibilità di scongiurare la colpa e la possibilità di soddisfare un proprio desiderio. Noi vediamo invece che questa colpa viene scongiurata non tanto dal rituale dell'assunzione delle membra del padre quanto dal fatto che i fratelli, a causa del loro mettersi a tavola assieme, non uccidono più. Questo è un dato che va al di là del rituale, dell'espressione mitica, è la spiegazione di un fatto che entra nella storia dell'uomo e che sembra motivato non solamente dalla pura necessità della sopravvivenza, ma da un fatto di amore.
Almeno questo sembra che sfugga al principio della realtà, alla necessità della -realtà.
Freud in una delle sue opere, in "Un ricordo d'infanzia di Leonardo da Vinci", dice che Leonardo ha talmente dimenticato se stesso e tutte le proprie determinazioni che il suo unico compito e scopo è diventato quello di portare a nuova vita le infinite determinazioni della natura, ciascuna delle quali è molto più importante di quanto noi immaginiamo, o, riprendendo la frase di Leonardo stesso, "le infinite ragioni che ancora non sono nell'esperienza". Freud sembra dire che ciò che veramente forma il tessuto della realtà è questa serie di infinite ragioni e determinazioni che stanno nella natura, la cui importanza ancora ci sfugge e devono ancora giungere all'esperienza.
Ma non potrebbero forse queste infinite ragioni e determinazioni che stanno nella natura (che ovviamente include anche noi), anziché espressione della Necessità della realtà, dell'"Ananché" come dice Freud, essere l'espressione dell'Amore?
Questo è l'interrogativo di fondo che può toglierci dal pessimismo e dalla disperazione a cui una visione oggettiva della colpa e del come si forma il sentimento religioso ci porta.
Se queste infinite determinazioni dell'Amore, che sono proprie della natura, si esprimono e ad un certo punto si fanno Parola che si rivolge all'uomo, questa Parola è ancora Parola che si esprime attraverso i miti dell'uomo, è ancora Parola che deve parlare attraverso la natura; attraverso l'uomo.
Di conseguenza è comprensibile che l'uomo ci metta tutta le determinazioni del suo "medium", cioè che si costruisca una religione che è fatta di miti, che è il portato dei suoi bisogni psicologici.

la passione del possibile
In fondo la constatazione dell'assenza di libertà, poiché la colpa non può mai essere evitata, di fronte a questa prospettiva della possibilità può diventare la speranza di una libertà,' può diventare "la passione del possibile", come dice Ricoeur.
Si illumina in modo nuovo cosa sia la colpa, anche concretamente. La colpa, come dice Ricoeur, è ogni sistematizzazione religiosa e sociale, cioè ogni pretesa di dare una spiegazione totalizzante dell'uomo, ogni pretesa di uscire dalla passione del possibile e dell'incerto. Questo esige la vera fede, la fede di Giobbe, il quale, al termine della sua vicenda, non si sente dare nessuna spiegazione, ma gli viene solo detto che è giustificato per via della sua fede, della sua speranza, della sua passione del possibile.

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