La Chiesa mistero e le sue costanti
La Chiesa e la sua dimensione orizzontale
sintesi della relazione di Eliseo Ruffini
Verbania Pallanza, 5 dicembre 1969
Essa è il popolo di Dio: una comunità che nasce dalla molteplicità nell'unità. La molteplicità dei carismi a servizio della unità e la cattolicità come dialogo.
LA DIMENSIONE ORIZZONTALE DELLA CHIESA
Analizzeremo ora la dimensione orizzontale, ossia la struttura comunitaria della Chiesa.
Come ho fatto venerdì scorso, vorrei, prima di introdurmi nella trattazione del tema, rilevare alcune circostanze storiche che hanno favorito questa presa di coscienza un po' più profonda e che hanno favorito anche questo esame di coscienza, sulla dimensione comunitaria della Chiesa.
l) Alcune premesse
- situazione minoritaria
Una di queste circostanze è identica a una di quelle di cui parlavo venerdì scorso, cioè il nostro essere passati in una situazione minoritaria. Cioè oggi, che più di ieri ci accorgiamo di essere in pochi, perlomeno di non essere così in tanti come forse eravamo in passato, sentiamo maggiormente il bisogno di unirci, sentiamo maggiormente il bisogno di essere solidali, sentiamo maggiormente il bisogno di essere corresponsabili nella conduzione di questa comunità che noi chiamiamo popolo di Dio e che è guidata da Dio sì, ma è guidata anche attraverso la nostra attività, la nostra responsabilità e la nostra azione.
- siamo un popolo
Ma c'è una seconda circostanza ed è data proprio dalla presa di coscienza di essere un popolo. La Chiesa ha definito se stessa nel Concilio Vaticano II "popolo di Dio", cioè noi prendiamo coscienza di essere non solo un insieme di persone, ma un insieme di persone strutturate, che si qualifica come un popolo, tenendo ben presente che questo nostro qualificarci come "popolo di Dio" oggi non deve costituire per nessuno di noi un pretesto per porci in termini di privilegio nella comunità umana. Il sentirci il popolo di Dio non è più per il cattolico attento, per il cattolico che riflette, il motivo per il quale possa sentirsi appartenente ad una comunità distinta dalle altre, equivalere all'affermazione che ci pone in un contesto particolare, privilegiato, distinto da altri contesti fino al punto da darci una fiducia, la fiducia di essere i scelti da Dio, fiducia; che a un certo momento può dare a noi delle pretese o dei diritti di maggiore età, o comunque di monopolio nei confronti della salvezza, nei confronti degli altri popoli.
Oggi noi non ci poniamo, come popolo di Dio, così come alcuni del popolo ebreo si ponevano, meritando i rimproveri di Cristo. Quando Cristo attaccava i farisei, li attaccava proprio anche per questo: "Voi fondate la vostra fiducia, voi fondate il vostro orgoglio, voi fondate questo vostro separatismo nel fatto di essere la progenie di Abramo, di essere i discendenti di Abramo: sbagliate perché Dio può suscitare discendenti di Abramo anche dalle pietre; voi siete il popolo di Dio non per isolarvi e per ritenervi migliori degli altri, ma por sentirvi una comunità". Ecco, è un po' la nostra situazione. Oggi noi, qualificandoci popolo di Dio, lo facciano non per separarci dagli altri, per isolarci e quindi per rompere un legame di comunità umana, ma lo facciamo semplicemente per stringere ulteriormente i rapporti all'interno di questa comunità.
-laicato maggiorenne
Terza circostanza. Ormai da molto tempo, nell'ambito della comunità cattolica si va dando giusto spazio vitale al laicato. Noi viviamo in un tempo in cui il laicato è fortemente rivalorizzato, e giustamente. E' finito quel, tempo che Le Roy definiva come quello nel quale il laico ha tanti diritti ma soprattutto quello di farsi tosare dal clero; questo tempo è finito. Noi siano in un'epoca nella quale il clericalismo esasperato è diventato un fatto storico, del passato, quindi viviamo in un periodo in cui all'interno del popolo di Dio, della comunità cristiana, non è più possibile affermare o stabilire delle separazioni, delle fratture, delle paratie stagno, che stabiliscono un certo "classismo" all'interno del popolo di Dio. A proposito di classismo, vorrei anche ricordare che noi siamo in un'epoca in cui non solo stiamo cercando di superare l'esasperazione della classe clericale contrapposta alla classe laicale, ma stiamo superando anche quelle classi, o forse più esattamente quei gruppi privilegiati all'interno della Chiesa, per aprirci ad un pluralismo organizzativo che forse in passato non era conosciuto.
Oggi la Chiesa si pone come una comunità dove se qualcuno ha propositi di distinzione li deve affermare come distinzione di servizio e non come distinzione di privilegio. Pensate un po' a certe classificazioni dei vari gruppi del mondo cattolico, per
esempio a certi privilegi che avevano alcune organizzazioni cattoliche nei confronti di altre organizzazioni cattoliche; una era veramente "cattolica", le altre lo erano un po' meno.
Ecco, oggi noi siamo in una situazione nella quale accettiamo anche il pluralismo organizzativo all'interno del popolo di Dio. Da ultimo, siamo in un'epoca nella quale riusciamo a configurare a descrivere in modo nuovo e quindi anche ad analizzare in modo nuovo il rapporto autorità-fedeli o gerarchia-fedeli; non solo, ma anche ad analizzare in modo nuovo i diversi compiti, che chiamiamo oggi più comunemente carismi, che configurano la personalità del fedele o i gruppi dei fedeli nei confronti di altre personalità e di altri gruppi. Oggi, più che ieri, giustamente noi apprezziamo il pluralismo carismatico, cioè il rispetto delle vocazioni. Chiariremo meglio questo pensiero in seguito.
Fatte queste premesse che servono a far capire come tutte queste circostanze (e non sono tutte quelle che avrei potuto elencare) convergono nel far emergere il significato della dimensione orizzontale della Chiesa, cioè del fatto comunitario ecclesiale, vediamo un po' le due grandi componenti di questa comunità ecclesiale. E' una comunità, quella ecclesiale, che nasce dalla molteplicità nell'unità e dove la molteplicità dei carismi si pone come servizio e più precisamente come dialogo.
2) La Chiesa come molteplicità nell'unità
a) Molteplicità
Cominciamo dall'analisi della comunità come "molteplicità" nel‑
la "unità". Il fattore molteplicità nella Chiesa è intrinseco al fatto che la Chiesa è un popolo. "Popolo" è l'unione di più persone, non soltanto l'accostamento di più persone, l'ammassamento, il conglobamento di più individui; è l'insieme di
più persone che trovano dei fattori di unificazione, dei fattori di vincolo particolare e anche dei fattori di strutturazione per cui quell'unione di più persone non nasce da una semplice contiguità spaziale e neanche temporale, cioè dall'essere insieme in un solo spazio o dal vivere un'unica esperienza storica, ma da alcuni fattori particolari che noi analizzeremo, almeno per quanto riguarda il fatto "Chiesa", ma che potremo già individuare nel fatto "comunità civile", "popolo civile", come potrebbe essere il popolo italiano o qualsiasi altro popolo, che è l'unità di cultura, l'unità di tradizione, l'unità di territorio, l'unità di autorità, ma soprattutto l'unità di "fine", di scopo. Ma non è questo l'aspetto sul quale io vorrei attardarmi per rilevare che la Chiesa è un fatto di molteplicità. Vorrei invece mettere in risalto che questa comunità in cui tutti ci sentiamo uguali perché tutti siamo cittadini di questo popolo, non equivale a un appiattimento degli individui, non è una comunità che per affermare l'uguaglianza ha bisogno di accorciare le distanze, di eliminare le differenziazioni e quindi di appiattire la personalità e le caratteristiche dei singoli. E' una comunità invece dove la molteplicità deve essere decisamente affermata come una vocazione tipica di ciascuno e indirizzata alla configurazione della vocazione tipica dello stesso popolo di Dio. La Chiesa cioè è una comunità formata da molti individui e da molte vocazioni e da molti individui rapportati vicendevolmente, direi quasi complementari, perché ognuno occupando il suo posto formi veramente il tutto. Se questa affermazione è valida derivano allora diverse conseguenze.
- Conseguenze
1) essere se stessi
La prima conseguenza è rilevata molto chiaramente da S.Paolo nella I lettera ai Corinti al cap.XII. Nella Chiesa, ognuno deve essere se stesso e ognuno deve rispettare la vocazione dell'altro, non in senso egoistico però. Cioè non che ognuno deve essere se stesso per affermare la propria individualità fino a porla in termini di contrapposizione o in termini polemici nei confronti degli altri, ma ognuno deve essere se stesso in senso autenticamente cristiano cioè come fedeltà a Cristo e quindi come servizio al Cristo che deve essere costruito interamente dalla comunità. S. Paolo per dire questa idea usava l'allegoria del corpo e proprio nel cap.XII parlando della pluralità dei carismi che hanno diritto di cittadinanza nella Chiesa diceva appunto: "nessuno ha il diritto di soffocare il carisma del proprio fratello; l'occhio non può dire all'orecchio: - tu non fai parte del corpo, perché l'uno fa parte del corpo come l'altro. Che corpo sarebbe quello che fosse costituito tutto da occhi e non da orecchi; che corpo sarebbe quello dove tutto è orecchio e non c'è occhio. La mano perché si muove senza il piede non può dir: io sono il corpo, tu piede no - e viceversa."
Quindi essere se stessi non vuol dire affermare il proprio capriccio o affermare la propria autonomia in termini di assolutismo, ma vuol dire affermare la propria vocazione in termini di servizio: ognuno deve essere se stesso perché possa servire meglio l'altro.
2) rispettare la molteplicità nella formazione cristiana
Veniamo a conseguenze molto più concrete che derivano da questo dato così fondamentale. Se la Chiesa è una molteplicità,
molteplicità di vocazione nella fedeltà all'unico Cristo, al‑
lora vuol dire che questa molteplicità noi la dobbiamo rispettare a più livelli, a diversi livelli.
Primo livello quello della formazione cristiana, o educazione cristiana. Possiamo noi nella Chiesa imporre un tipo di formazione unica che sia valida per tutti? La tentazione è forte! La tentazione è forte per noi preti, per i religiosi e la tentazione è forte anche per i laici che forse possono trovare un clima accomodante in uno schema unico di formazione. Faccio un esempio solo, quello della formazione tipicamente spirituale o della formazione alla vita di pietà o alla vita di preghiera. Se noi analizziamo bene come stanno le cose forse scopriamo che qui
c'è stato veramente un appiattimento indebito e non conforme
alla volontà di Cristo e all'insegnamento dell'apostolo Paolo.
La formazione del popolo di Dio sul piano della pietà e della
preghiera o della sensibilità spirituale, cioè sul piano della
spiritualità, ha subito un processo di appiattimento, di uniformità che è stato anche un processo di impoverimento.
Cos'è avvenuto? E' avvenuto che la spiritualità monastica è
diventata lo schema della spiritualità clericale e la spiritualità
clericale è diventata lo schema della spiritualità laicale, per cui ad un certo momento la differenziazione consisteva solo in una certa diminuzione quantitativa e non in un'autentica differenziazione qualitativa. Che cosa si è domandato al clero, per esempio? Di pregare con la stessa forma e metodo di preghiera con la quale pregavano i monaci. Il breviario, questa preghiera che i preti devono recitare ogni giorno, è la stessa preghiera domandata ai monaci, anche se più breve, perché si sa che i preti hanno anche altre cose da fare.
La loro vita di pietà è stata impostata su alcune pratiche di pietà fondamentali: la meditazione, oltre alla celebrazione della Messa, la visita al SS.Sacramento, il Rosario, l'esame di coscienza e via di seguito. Che cosa hanno fatto questi bravi preti? Hanno pensato che anche i laici dovevano fare così, magari un po' più brevemente. Anche loro dovranno fare la meditazione, soltanto che, mentre i monaci ne fanno un'ora e noi ne facciamo mezz'ora, loro faranno un quarto d'ora. Anche i laici dovranno fare la visita al SS.Sacramento soltanto che mentre i monaci fanno mezz'ora e noi dieci minuti loro faranno solo una brevissima visita. Per l'esame di coscienza, altrettanto. Questa è un'autentica forma di appiattimento spirituale che ha creato crisi notevolissime, tanto più se si pensa che al di là di quello che è un'educazione alla pietà, noi ci troviamo di fronte ad un'educazione a vivere il fatto cristiano in termini che non sono affatto cristiani e addirittura in termini che non sono umani.. Io, di solito, quando parlo di questo argomento ricordo sempre un episodio di cui sono stato testimone. La formazione spirituale intesa in questo senso ha portato ad insegnare al mondo laico che l'unica forma di preghiera e di lode a Dio è quella esplicita e quella cultuale, dimenticando che la lode a Dio è anzitutto quella della vita, del lavoro quotidiano, per cui ad un certo momento il lavoro non è visto come forma di lode a Dio se non è infarcito di preghiere più o meno sentite.
Vi dirò appunto l'episodio che a me ha sempre fatto un senso di pena. Sono andato a visitare una tipografia e, se loro sono pratici, sanno che in un mondo tipografico c'è un baccano enorme causato dalle macchine. Quella tipografia era guidata da religiosi e credevano che quel lavoro non potesse essere sufficientemente glorificatore del Padre se non fosse stato accompagnato dalla recita del Rosario, per cui in fondo alla sala c'era un povero apprendista tipografo davanti a un microfono che urlava il Rosario e gli altri, non so con quale attenzione, che rispondevano. Non sono cose di due secoli fa, sono cose dei nostri giorni.
Nel mio seminario, in cucina le suore fanno dire ancora il Rosario alle ragazze mentre puliscono la verdura o cose di questo genere!...
3)rispettare la molteplicità lei compiti
Molteplicità nei compiti, rispetto della molteplicità dei com piti. Qui bisognerebbe fare un lungo discorso sulla concezione dell'apostolato. Noi sappiamo che il popolo di Dio è un popolo apostolico, quindi noi sappiamo che tutti i membri del popolo di Dio hanno la vocazione all'apostolato.
Però il guaio è che ad un certo momento noi questo apostolato l'abbiamo ridotto a una forma di proselitismo, di conquista e non di testimonianza e, peggio ancora, qualche volta l'abbiamo ridotto ad una forma di collaborazione delle attività tipicamente clericali, per cui l'apostolo è colui che dà una mano al sacerdote che non può fare tutto. Ora, questo è certemente una forma di apostolato, è una forma di apostolato specifico. Questa forma di apostolato ha bisogno di essere ulteriormente sviluppata. Il clero ha bisogno di aiuto, però evidentemente l'apostolato non consiste soltanto nel supplire ai limiti storici del clero ma consiste nell'essere se stessi. Il laicato non può rinunciare ad essere se stesso per arrivare là dove il clero non può arrivare e il Concilio qui dice delle cose abbastanza chiare.
4)rispettare la molteplicità delle responsabilità
Rispettare poi la molteplicità delle responsabilità. Ossia in
pratica capire che la conduzione del popolo di Dio deve, essere una conduzione veramente collegiale. Non sarà una conduzione collegiale sempre a livello decisionale, cioè quando si tratta di prendere una decisione, perché questo storicamente non
può avvenire, però deve essere veramente collegiale a livello della ricerca, quando cioè si sta cercando quella che è
la valutazione oggettiva della situazione storica per poter individuare le forme più concrete di adeguamento e di annuncio del cristianesimo, del messaggio cristiano ai tempi che noi stiamo vivendo, cioè una conduzione collegiale nella sensibilità nei confronti dei cosiddetti segni dei tempi di cui ci ha parlato tanto bene il nostro caro Papa Giovanni.
Noi non possiamo essere sensibili ai segni dei tempi se ci rendiamo una comunità del tutto uniforme. Non ci sono geni così grandi da poter essere sensibili a tutte le reazioni storiche della comunità umana. Ognuno deve essere portatore delle singole reazioni che nel contesto umano si realizzano. E' chiaro che questo comporta una responsabilizzazione dei componenti del popolo di Dio e qui vorrei rompere una lancia anche nei confronti della necessità di una formazione, non solo alle virtù passive, ma alle virtù attive. Io non so se voi nella vostra esperienza spirituale avete mai avuto un confessore o un direttore spirituale che oltre ad insegnarvi ad essere umili e ubbidienti, perché l'umiltà e l'ubbidienza sono autenticamente virtù cristiane, vi abbia anche insegnato che una virtù cristiana è anche quella del comando ed è anche quella della iniziativa. Non so se avete mai avuto questa fortuna. Temo però di no, anche perché qualche volta l'acquisizione della virtù del comando e l'acquisizione della virtù della libera iniziativa e della libera scelta è molto più difficile che l'acquisizione dell'umiltà e dell'ubbidienza, perché richiede più intelligenza, più buon senso, richiede maggiore sensibilità, richiede insomma maggiore ricchezza umana, di quanto non ne richiedano altre virtù.
Oggi, noi, proprio in funzione dì questa molteplicità ecclesiale, dobbiamo esigere questa formazione al potere-decisionale, al potere di comando e al potere dell'esercizio delle virtù attive in genere, non solo delle cosiddette virtù passive. Ognuno deve esaminarsi in questo senso anche perché qui bisogna vincere la pigrizia e quell'atteggiamento da gregario, il gregarismo che è comodo sì, ma che è enormemente spersonalizzante.
Io qui vorrei citare due soli brani della costituzione sulla Chiesa, la "Lumen Gentium" particolarmente il n. 37, dove si
dice che " ....secondo la scienza, la competenza e il prestigio di cui godono, i laici hanno la facoltà, anzi talora hanno il dovere, di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa". Ma da che cosa credete sia nato quell'atteggiamento di molti cristiani laici che ritengono i problemi religiosi o della Chiesa di esclusiva competenza del clero? "Affare loro, se la vedano loro".
Da che cosa credete sia nato se non dal fatto che ad un certo momento essi sono stati messi in condizioni di passività e loro, molto pacificamente, hanno accettato di essere messi in questa condizione, per cui non hanno esercitato il diritto di far conoscere il loro parere su cose concernenti la Chiesa. D'altra parte, il torto non è soltanto loro, d'altra parte "I Pastori",' dice ancora il n.37, "riconoscano e promuovano la dignità, la responsabilità dei laici nella Chiesa, si servano volentieri del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro degli uffici in servizio della Chiesa e lascino loro la libertà e campo di agire: anzi li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria iniziativa. Considerino attentamente con paterno affetto in Cristo le iniziative, le richieste, i desideri proposti dai laici. Con rispetto poi riconosceranno i Pastori quella giusta libertà che a tutti compete nella città terrestre".
Quindi, pluralismo anche a livello di responsabilità.
b)Molteplicità, ma a servizio dell'unità
Cristo principio unificatore
L'affermazione della molteplicità non deve essere un'affermazione di individualismo frammentario. Noi non siamo una comunità di anarchici, di gente che va ognuna per conto proprio, servendo soltanto il proprio interesse. E' vero che forse una certa formazione in questo senso l'abbiamo avuta e l'abbiamo subita. Non posso attardami in questa considerazione, però provate a riflettere a quella enorme stortura per cui noi abbiamo ridotto dei fatti evidentemente comunitari come sono i Sacramenti, a dimensioni esclusivamente soggettiva; per cui noi troviamo dei fedeli che vanno a celebrare l'Eucaristia magari per adempiere un dovere personale, ma più ancora per ottenere grazie a loro favore, per ottenere benefici di cui loro hanno bisogno, e non per celebrare qualcosa che interessa tutta la comunità.
Pensate alla riduzione estremamente soggettiva del fatto penitenziale. La Penitenza diventata un fatto così personale che noi lo abbiamo relegato negli angoli delle chiese, anche esternamente. E oggi ci auguriamo che la Penitenza venga celebrata comunitariamente, non perché ognuno debba dire comunitariamente le proprie colpe, ma perché tutti comunitariamente riconoscano di essere responsabili del peccato della Chiesa e reponsabili dei peccati della comunità cristiana. Ma queste sono considerazioni che mi porterebbero troppo lontano; quello che conta che questo individualismo venga superato nella persuasione della convinzione che la molteplicità é in funzione della fedeltà a Cristo. Sono indispensabili molti carismi, molte vocazioni, che non sono soltanto quelle dei religiosi o dei preti, dei frati e delle suore, perché tutti hanno la loro vocazione, coniugati e non coniugati, ecc. Queste molteplici vocazioni sono tutte a servizio della maggiore fedeltà a Cristo cioè per la costruzione del Cristo, che è un fatto così ricco e così grande e complesso che non può essere riprodotto e testimoniato da un individuo o da un gruppo soltanto.
Ecco allora che questa fedeltà a Cristo diventa veramente il principio unificatore; ma qui si pone il grosso problema del l'autorità.
il senso dell'autorità
Noi abbiamo molte volte l'impressione che il principio unificatare della comunità sia l'autorità. Infatti l'autorità è un principio di unificazione perché ha il potere decisionale nelle scelte, nelle iniziative, ed è un principio di unificazione anche perché costituisce un criterio orientativo.
Però qui bisogna tenere presente un fatto che vale per tutte le forme di autorità che nella Chiesa si esercitano, compresa l'autorità paterna, quella familiare.
Io insisterei in particolare, inquadrando questo problema, sull'autorità di tipo gerarchico, perché è quella che ci interessa in maniera particolare, ricordando però che questo va applicato a tutte le forme di autorità.
La terminologia neo-testamentaria non parla mai dell'autorità se non con questa espressione "diaconia", servizio.
Sono totalmente sconosciute quelle parole che qualificano
l'autorità in termini di onore, di privilegio, di situazione singolare, per cui l'autorità è quella che invece di essere al servizio della comunità è quella che si serve della comunità, od è servita dalla comunità.
In fondo, quello che il Nuovo Testamento ci insegna è che
l'autorità deve essere al servizio di Cristo nella persona
del proprio fratello, cioè l'autorità deve servire il Cristo nel fratello.
rapporti autorità-suddito
Questo ci spinge a fare alcune considerazioni sui rapporti che allora devono intercorrere tra l'autorità e colui che è
guidato dall'autorità.
Cominciamo a dire qualcosa che riguarda l'autorità poi dopo diremo qualcosa che riguarda il suddito.
Ho detto: l'autorità deve servire il Cristo nella persona del proprio fratello. Ma questo cosa significa tradotto in parole molto concrete, in termini molto elementari e facili? Significa conoscere le esigenze del fratello, i bisogni del proprio fratello per adeguare le proprie decisioni, per fare delle scelte che corrispondano a questi bisogni e a queste esigenze. Significa perciò che l'autorità deve avere un'enorme sensibilità, un tempismo senza pari e una disponibilità senza confini. Un'enorme sensibilità , perché il mio fratello è una persona, non una cosa. Io so come maneggiare un registratore, so come maneggiare un telefono, so come maneggiare un'automobile, ma non sempre riesco a capire che cosa voglia dire servire una persona, servirla nel senso di aiutarla a realizzarsi, proprio perché questo è un fatto unico, un modo unico di imitare Dio. Dio, noi lo descriviamo non in maniera uniforme ma in maniera molteplice, e noi non passione dire che l'uomo è immagine di Dio allo stesso modo: ognuno di noi è immagine di Dio a suo nodo. Quindi l'autorità proprio per servire il fratello deve avere questa sensibilità, la sensibilità di un artista, potremo dire, che sa distinguere i diversi aspetti di un tratto di pennello o di un colpo di scalpello.
Un tempismo senza pari, perché molte volte noi manchiamo di questa adeguatezza al tempo. Uno degli errori che molte volte nella Chiesa si sono conmessi è proprio questo, di essere o eccessivamente in ritardo o, qualche rarissima volta, un po' in anticipo, mai a tempo giusto o quasi mai.
Provate o fare un esame di coscienza almeno per quanto riguarda la vostra esperienza familiare o la vostra esperienza religiosa, se siete religiosi. Saper scegliere il tempo giusto nelle decisioni non è cosa di tutti, proprio perché non sempre ci si preoccupa di questo.
E poi disponibilità senza confini. Se io sono a servizio lo debbo essere in tutte le forme e in tutte le misure e non per essere a mia volta servito dagli altri, ma solo per edificare gli altri. Io qui non nascondo che ci può essere anche un altro pericolo ed è quello di lasciarsi prendere la mano. L'autorità cioè deve essere a servizio del fratello, ma non deve essere uno strumento del fratello. L'autorità non deve strumentalizzare i suoi sudditi, ma non deve lasciarsi strumentalizzare dai sudditi. Servire il fratello non vuol dire lasciarsi guidare dai capricci del fratello fino ad essere infedeli al Cristo. Questo qualche volta può capitare, può capitare soprattutto per amore di popolarità. L'autorità deve anche essere capace di sopportare il rischio della impopolarità quando è necessario perché deve essere fedele al Cristo.
Naturalmente non è detto che Cristo si identifichi con l'autorità, sia ben chiaro. C'è anche questo pericolo.
Allora, in conclusione, direi che chi ha compiti di autorità deve avere un grandissimo equilibrio, un grandissimo equilibrio nella sua volontà di servizio o nella sua ferma decisione di servire gli altri per amore di Cristo e nella fedeltà a Cristo senza compromessi.
Ma vediamo che cosa significa per il suddito essere strutturato in un contesto comunitario dove la molteplicità deve essere a servizio dell'unità.
Abbiamo detto che l'autorità deve essere sensibilità, tempismo e disponibilità. Ora, questo comporta che tocca al suddito sensibilizzare l'autorità, tocca al mondo laicale sensibilizzare il mondo clericale e la gerarchia, facendosi conoscere, aiutandola per essere conosciuta meglio e per conoscere meglio le situazioni oggettive in cui la comunità stessa si trova. In termini ancora più semplici direi che ciò significa ameno tre cose.
Significa innanzitutto senso di responsabilità nel far conoscere, nel dire le cose come sono realmente e non come sembra a noi che siano. Alla comunità spetta il dovere di dire le cose, di far conoscere le cose e quindi di sensibilizzare la autorità sulle necessità decisionali del momento in termini oggettivi e non falsi, non di pura impressione soggettiva.
Secondo: significa ricerca in comune, cioè sentire che non tocca solo all'autorità andare a cercare le cause di certi fenomeni e i mezzi per poterli risolvere o per poterli fare evolvere in maniera ordinata, ma tocca a tutta la comunità, perché l'autorità non ha sufficiente capacità e sensibilità per individuare il problema, inquadrarlo, inquadrarne i mezzi e risolverlo nella sua interezza.
Quindi ricerca in comune per portare, diciamo così, una sensibilità molteplice.
Terzo:-significa in alcuni casi anche capacità di rischio e quindi atteggiamento coraggioso.
Non è sempre facile sensibilizzare l'autorità, non è sempre facile mettere l'autorità di fronte alla realtà. Qualche volta può costare e si può pagare di persona.
Ecco, sensibilizzare l'autorità vuol dire non difendere i propri punti di vista, ma difendere quello che oggettivamente corrisponde ad una situazione di maggiore fedeltà a Cristo, anche se per essere maggiormente fedeli a Cristo bisogna dispiacere agli uomini. "Bisogna ubbidire a Dio prima che agli uomini", diceva Gesù Cristo.
Gesù Cristo noi adesso lo vediamo come il nostro Signore, il nostro Salvatore e per noi è facile giustificare ogni sua posizione. Cercate però di rifarvi alla sua situazione storica quando Cristo si è posto contro l'autorità costituita, che era quella del Sinedrio, e l'autorità religiosa, ed è proprio nei loro confronti che ha detto: "Bisogna prima ubbidire a Dio che agli uomini".
Badate che questo non legittima i nostri capricci, non giustifica i nostri capricci e le nostre fantasie, -però non giustifica neppure le nostre pigrizie e la nostra vigliaccheria. Il timore di pagare di persona non deve essere un timore che ci trattiene dall'essere maggiormente fedeli a Cristo per sensibilizzare meglio l'autorità
3) La molteplicità dei carismi come servizio e come dialogo
La molteplicità dei carismi a servizio dell'unità e la cattolicità come dialogo. Già tutto quello che io ho detto fa emergere questo grande fatto. Non è possibile creare l'unità nella molteplicità nel senso indicato se non attraverso una notevolissima capacità di dialogo che non vuol dire soltanto conversazione o scambio di opinioni, ma vuol dire molto di più. Io per sintetizzare vedrò questa necessità di dialogo innanzitutto all'interno della comunità cattolica ecclesiale e poi all'esterno della comunità ecclesiale.
a) Dialogo all'interno della comunità
Innanzitutto necessità di dialogo all'interno della comunità,
Ognuno deve portare il contributo della propria esperienza e del la propria fedeltà a Cristo, laici e clero, giovani e anziani,
sposati e non sposati, religiosi e non religiosi.
Cosa vuol dire portare il contributo della propria esperienza? Vuol dire che ognuno deve sapere comunicare agli altri quali sono i modi concreti da lui sperimentati nella sua vita quotidiana per testimoniare più concretamente il Cristo. Questo vuol dire allora far emergere difficoltà e possibilità, far emergere problemi o soluzioni, stimolare la riflessione e promuovere, quindi tutto un cammino che è tipico della comunità cristiana, proprio perché popolo di Dio. Vedete, come pensate che la famiglia, per limitami ad un esempio, possa sensibilizzare la dottrina della Chiesa sulla vita e la condotta dei coniugi e dei genitori e dei figli se nell'ambito della Chiesa non sono i componenti della vita coniugale, della vita familiare dei genitori e dei figli a far emergere quali sono i problemi concreti, più immediati che si riscontrano nel testimoniare il Cristo, nell'essere cristiani? Gli altri, quando si sforzeranno di individuare questi problemi, proprio perché li vivono dall'esterno, finiranno più o meno col falsarli o vederli in una luce molto parziale. Quindi contributo della propria esperienza. Ognuno deve dare il contributo della propria azione, ognuno nel proprio campo. Non si tratta di dialogo a livello di scambio di opinioni, torno a ripetere, ma di dialogo a livello esistenziale.
La comunità cristiana si pone come testimonianza a Cristo attraverso la testimonianza del monaco, attraverso la testimonianza del religioso, attraverso la testimonianza del clero, ma anche attraverso la testimonianza dell'operaio, del professionista, di ogni categoria, di persone, e ognuno deve incrementare questo dialogo e questo scambio.
Una cosa particolarmente importante è la seguente: questa necessità del dialogo interno comporta soprattutto una capacità di ascolto della parte con la quale noi dialoghiamo. Noi tutti, per quell'innato egoismo che portiamo dentro di noi, siamo capacissimi di ascoltare gli altri attraverso un filtro che ci fa giungere degli altri solo quello che piace a noi, siamo abilissimi in questo campo per cui abbiamo un potere di selezione tale che difficilmente l'esperienza altrui, oltre che la parola altrui, ci arriva, nel suo significato completo, integro, e forse ci arriva solo per quella risonanza che trova spazio nel nostro animo. Ora noi questo pericolo lo dobbiamo vincere perché diversamente il dialogo non ci sarà.
b) Dialogo all'esterno della comunità
Dialogo all'esterno che cosa vuol dire? Innanzitutto capacità a non diventare un ghetto, noi da una parte, gli altri dall'altra, noi popolo di Dio, gli altri non popolo di Dio. Questo nostro porci in contrapposizione agli altri è già un non porsi in senso cristiano, proprio perché in fondo vuol dire porsi in senso di privilegio come se noi fossimo più belli, più buoni, più santi davanti a Dio o agli altri, anche se nessuno ci ha mai autorizzato a ritenerci tali, tanto meno Dio, tanto meno Cristo. Secondo: vuol dire capacità di conoscere gli altri e di ascoltarli. Perché? Perché quelli che noi chiamiamo i nostri oppositori (io mi auguro che non si chiamino più i nostri nemici, anche se qualche volta li si chiamava così. Noi non dovremmo avere nemici: se siamo cristiani, dobbiamo amarli i nostri nemici, e come si fa a chiamare nemico una persona che si ama?) possono sempre avere qualcosa da insegnarci, anche nell'essere fedeli a Cristo. La storia della Chiesa insegna tante cose a questo riguardo. Noi oggi, non dico andiamo imparando, però andiamo recuperando alcune cose che forse la riforma protestante ci avrebbe insegnato da parecchi secoli, almeno da quattro, cinque secoli. Per esempio la valorizzazione della parola di Dio, per esempio il senso di apertura e di disponibilità all'azione dì Dio, il senso del nostro limite, del nostro essere peccatori.
Tutte queste cose noi avremmo potuto impararle fin da allora se non li avessimo buttati fuori. Loro hanno avuto il torto di andarsene, noi abbiano avuto il torto di lasciarli andare e forse di spingerli perché se ne andassero. Questo vale anche in altri settori.
Terza cosa. Dialogare con l'esterno significa non dividere il mondo in due categorie, i buoni da una parte, i cattivi dall'altra, per avere la bella soddisfazione di mettere noi nella categoria dei buoni. Questo è un potere che dobbiamo lasciare a Cristo, e anche Cristo non se l'è riconosciuto del tutto perché
ha detto che il diritto di giudicare è solo di Dio, solo del
Padre. Cristo è il criterio che discriminerà, cioè la pietra di paragone, il metro, però chi usa il metro è Dio. Tanto meno dobbiamo essere noi a diventare metro o misuratori e quindi non dobbiamo assolutamente dividere il mondo in queste categorie, proprio perché non dobbiamo essere così sicuri di essere tra i nuovi per il solo fatto di essere in questa comunità, altrimenti anche noi commettiamo l'errore dei Farisei che si ritenevano già salvi, cioè buoni, per il solo fatto di essere discendenti da Abramo.
Ci sarebbero delle meditazioni da fare su alcune obiezioni che ci vengono da quella che noi chiamiamo la parte opposta, quando per esempio ci dicono che loro in fondo sono più spassionati di noi nella fedeltà al loro ideale. Io ho trovato una volta un marxista, ve lo dico a titolo di esempio, il quale mi diceva "Voi cristiani, voi cattolici presentate i vostri martiri come gli eroi della vostra comunità, e in fondo avete ragione, però lui mi diceva - i vostri martiri rinunciando alla vita e dando la vita per amore di Dio o di Cristo e del fratello in fondo sapevano di avere una controparte: la vita eterna. Noi siamo migliori di voi anche in questo perché noi siano capaci di rinunciare anche alla vita senza speranza di avere una vita eterna". E' tremenda questa obiezione! Almeno in teoria, questo atteggiamento ci fa pensare, cioè fa pensare a noi se alle volte, anche nei nostri momenti migliori, un fondo di egoismo non c'é, un fondo di sicurezza non c'è, un fondo di egoismo e di sicurezza che Cristo non ci ha dato perché Lui ci ha detto: "Quando avete ben servito, ricordatevi di dire: siamo servi inutili" e non per complimento, ma sul serio. Non è facile.
Concludo dicendo che allora questa capacità di dialogo ci impedisce di monopolizzare la salvezza per non snaturarla. A me fa sempre pena sentire qualche volta nei cristiani, quando si propone loro che in fondo Dio può salvare anche i non cattolici e che moltissimi appartenenti a religioni che non sono quella cattolica possono arrivare in Paradiso tanto come ci arriviamo noi, sentirli dire qualche volta: "Ma allora vale la pena di essere cattolici?".
Noi abbiamo monopolizzato la salvezza, abbiano teorizzato il privilegio. Se abbiamo qualche orgoglio di essere cattolici, non è perché così possiamo servire meglio gli altri, ma è perché così siamo più sicuri, siamo più tranquilli, noi andremo in Paradiso, gli altri no, stanno fuori, e allora potremo dire:
"Noi abbiamo fatto un po' di fatica però adesso voi siete fuori
e noi siano dentro, noi godiamo e voi soffrite, oh, finalmente, che bellezza!".
Non monopolizziamo la salvezza, non è in questi termini che noi ci poniamo nell'autentico senso nel quale ci vuole porre Cristo nel chiamarci a far parte della Chiesa. La Chiesa è una comunità di molte persone che si servono vicendevolmente per essere più pronti comunitariamente a servire il mondo, nell'accettare ciò che di buono nel mondo c'è, perché quello che di buono e di positivo nel mondo c'è deriva certamente dal Dio che è il nostro Dio.