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La chiesa come Paolo la definisce (lettere paoline)

sintesi della relazione di Carlo Ghidelli
Verbania Pallanza, 19 novembre 1969

La Chiesa è il campo di Dio, la sposa dell'Agnello, il corpo di Cristo.

LA CHIESA COME PAOLO LA DEFINISCE

Vi leggo il cap.III della prima lettera di S.Paolo ai Corinti:
"E io a voi, o fratelli, non potei parlare come a uomini spirituali, ma come ad esseri di carne, come a dei bambini in Cristo. Vi detti da bere del latte e non cibo solido, perché non lo potevate dige­rire, anzi non lo potete ricevere neppure ora, perché siete ancora carnali. Infatti, dal momento che ci sono tra voi gelosie e contese,non siete forse carnali e non camminate voi secondo l'uomo? Quando uno arriva a dire: "Io sono di Paolo" e un altro "Io sono d'Apollo" non siete forse uomini? Ma che cos'é Apollo? Che cos'è Paolo? Dei ministri per mezzo dei quali avete creduto e ognuno di loro è ministro secondo la misura che vi ha dato il Signore. Io ho piantato, Apollo ha innaffiato, ma Iddio ha fatto crescere. Quindi né colui che pianta qualche cosa, né colui che innaffia, ma chi fa crescere é Iddio; colui che pianta, colui che innaffia sono la stessa cosa; tuttavia ciascuno riceverà la sua ricompensa secondo il proprio lavoro. Noi infatti siamo operai di Dio, voi siete campo di Dio, edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio che mi è stata concessa, io, da perito architetto, ho gettato il fondamento, altri poi vi costruisce sopra. Ognuno però sta attento al modo con cui vi costruisce sopra, nessuno infatti può gettare altro fonda­mento oltre quello già posto, cioè Gesù Cristo. Se uno fabbrica su questo fondamento con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l'opera di ciascuno si renderà manifesta, infatti il gior­no la farà conoscere poiché si rivela col fuoco e il fuoco proverà quel che vale l'opera di ciascuno. Se l'opera di quel tale che ha costruito resta ne riceverà la ricompensa, se l'opera di quel tale prenderà fuoco ne soffrirà danno; egli però si salverà come attraverso il fuoco. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Ora se uno distrugge il tempio di Dio, Iddio distruggerà lui, infatti il tempio di Dio è santo e siete voi."
Prima premessa: avete certamente colto il fatto che in questa pagina l'apostolo presenta a noi due delle figure, delle immagini che ci siamo incaricati di svolgere, due immagini attraverso le quali la Chiesa ci viene presentata come campo di Dio e come edificio di Dio. Considereremo poi anche la Chiesa come sposa dell'agnello e come corpo di Cristo.
La tematica è molto vasta, soprattutto perché vogliamo, a que­sto momento, portare a termine un discorso che abbiamo già aperto da tempo e sviluppato nei suoi elementi primari: la Chiesa come Cristo l'ha voluta, la Chiesa come si autopresenta attraverso il libro degli Atti. Ora vogliamo considerare la Chiesa come Paolo cerca di definirla.
A mio modesto avviso però, per comprendere le parole di Paolo riguardo la Chiesa, bisogna rifarsi alla esperienza fondamentale della sua vita che è l'incontro con Cristo Risorto a Damasco e vorrei puntare solo su un elemento di questa esperienza.

Alludo a quello sconcertante dialogo che si è svolto tra Paolo e Dio. Dio lo ha gettato a terra, lo ha catapultato da cavallo e poi, tra i due, si snoda un dialogo veramente sconcertante. Paolo subito domanda "Chi sei tu?" e la risposta che non si fa atten­dere è questa: "Io sono quel Cristo, che tu perseguiti". In questa risposta del Signore abbiamo la chiave di interpretazione di tutta l'ecclesiologia paolina, la dottrina cioè che Paolo ci dà sul­la Chiesa. "Vuoi sapere" dice Cristo a Paolo "chi sono io? Io so­no quel Cristo che tu hai perseguitato e perseguiti". Paolo avrebbe potuto subito soggiungere "Ma io non so chi è Cristo" e di fatto Paolo l'ha sempre voluto misconoscere: egli tuttavia tace per­ché ha capito il mistero soggiacente. I cristiani che egli aveva perseguitato e stava ancora perseguitando (quel viaggio infatti era in funzione di questa persecuzione), i cristiani sono il Cri­sto. Avete qui la definizione paolina della Chiesa. Chi è la Chiesa? E' Cristo. Chi sono i Cristiani? Sono Cristo. In che cosa consiste il mistero della Chiesa? E' nient'altro che il mistero di Cristo continuato. E ad ogni immagine che noi considereremo, se vogliamo interpretare bene il pensiero di Paolo, dovremo ritornare a questa esperienza fondamentale, a questa equazione: Chiesa=Cristo=Cristo continuato nel tempo e nello spazio.

Cristo è dunque in quelli che Paolo perseguitava: Paolo intravede in questo istante il mistero del "Cristo in noi" (è una formula tutta sua "Cristo in noi") che la porta poi automaticamente a creare, quell'altra formula, pure caratteristicamente paolina "Noi in Cristo". E' un'altra equazione che caratterizza la sua riflessione teologica.
Per capire Paolo e i suoi scritti è necessario fare un'altra premessa: Paolo rimane sempre figlio del suo popolo, per dirla con le sue parole, un vero israelita, ebreo figlio di ebrei, della setta dei Farisei. Paolo diventerà cristiano, ma non smentirà mai il suo sottofondo ebraico, la sua cultura, la sua formazione, la sua provenienza, la sua estrazione giudaica. Quindi un uomo impregnato di giudaismo che in nessun momento della sua vita si sentirà in do­vere di smentire il giudaismo da cui proviene. Anche questo è importante, proprio perché vedremo che le immagini che egli usa per esprimere la sua ecclesiologia, sono immagini provenienti essenzialmente dalla sua cultura ebraica, dalla sua formazione bi­blica, quindi dal suo essere giudeo.
Una terza premessa, che non può essere sottaciuta è questa: Paolo oltre che giudeo fu anche un uomo aperto al mondo ellenistico. Si potrebbe dire che Paolo è stato, in questo senso, un vero genio, non solo un genio assimilatore, ma un genio creatore, perché Paolo è stato sì educato alla scuola di Gamaliele, ma Paolo ha pure assimilato ed ha veramente assunto in proprio un'autentica e squisita cultura greco ellenistica, così che poteva con pa­ri facilità parlare greco ed aramaico, con pari facilità poteva parlare ad un gruppo di giudei, (vedi il discorso di Antiochia di Pisidia Atti 13) oppure ad un pubblico pagano (il discorso di Listri, e di Atene Atti 14 e 17); poteva affrontare una tematica caratteristica del mondo giudaico come quello della circoncisione e poteva anche annunciare Cristo ad un mondo di pagani non facendo nessun riferimento ad una cultura biblica. Paolo è veramente un genio, ripeto, non perché così versatile da potere cambiare registro a seconda dell'uditorio che gli sta davanti, ma proprio perché egli ha saputo riflettere genialmente sulla dottrina di Cristo, sull'Evangelo di Cristo, ha saputo assimilare in modo personale questo Evangelo e ridarlo transculturandolo, presentandolo cioè adattato e assimilabile ad un uditorio sempre nuovo; come la mamma la quale mangia il cibo solido per poterlo poi trasformare in latte e darlo così alla sua creatura. Ricordate le parola di Paolo: "Io vi ho dato latte perché non potevate digerire cibo solido". Direi proprio che Paolo ha realizzato nella sua esperienza di apostolo e di predicatore soprattutto questo suo essere genera­tore di figli alla parola. Questo pure mi pare assai importante per poter comprendere il discorso così multiforme e così complesso e così ricco che ci rimane da fare.

LA CHIESA, CAMPO DI DIO

La prima immagine che ci viene suggerita da questa prima par­te del capitolo terzo della prima lettera ai Corinti è quella della Chiesa "Campo di Dio".
NB: vorrei sviluppare ogni punto di questa mia relazione o conversazione in due momenti: prima vorrei descrivere l'immagine, e poi far vedere come Polo tende ad abbandonare l'immagine nella sua materialità per spiritualizzarla. Per esempio: Paolo parla del "campo di Dio" e cerca di descrivere le varie parti che in questo campo svolgono Apollo, Paolo, Dio. E' una descrizione della plura­lità dei compiti, della pluralità del lavoro che è contemplato nella coltura di questo campo. Dopo, però, spiritualizza il discorso quando viene a dire: "Voi siete il campo di Dio" Non è più l'immagine che interessa ma la realtà, e la realtà è che noi siamo questo campo di Dio. Parimenti dirà: La Chiesa è paragonabile ad un edificio, più specificamente " E' un tempio"; però, dopo aver descritto questa immagine, l'apostolo dirà: -voi siete il tempio di Dio. e questa è la dottrina che vuole trasmetterci. Questo per dirvi la metodologia che userà nell'affrontare questo discorso. Così anche quando parlerà della sposa dell'Agnello, Paolo dirà che Cristo considera la Chiesa come sua sposa; dopo però ci farà intendere che a lui interessa farci sapere che noi siamo la sposa di Cristo e per noi Cristo è morto per amore, come lo sposo è pronto a dar la vita per la sua sposa.
Ecco, cerchiamo di descrivere sulla falsariga del discorso di Paolo questa prima immagine: "La Chiesa è campo di Dio". Il campo, ,secondo la presentazione che ne fa l'Apostolo, è il mondo intero perché dappertutto dove si raccolgono in un luogo alcuni, convergendo intorno alla parola di Dio e lasciandosi ricreare dal sacramento del battesimo, sotto il segno visibile dell'unità che è l'Apostolo, nasce la Chiesa.
La Chiesa dunque è il campo di Dio nel senso che tutto il mondo è potenzialmente questo campo, in cui Dio semina il buon frumento. Dio poi è il seminatore. Egli semina e attende che il seme possa crescere fino al momento del raccolto. Ma c'è una dinamica profonda in questi momenti che cronologicamente si susseguono: la dinamica del nascondimento, dell'umiltà, della morte (se il seme non cade in terra e non muore non può crescere) e della crescita, del raccolto, della gioia. Ebbene, il ciclo e la dinamica attraverso i quali passa il seme (passa attraverso il campo e poi viene alla luce del giorno per arrivare infine alla maturazione completa) sono un'immagine, un modo di esprimere anche la dinamica che caratterizza la Chiesa di Cristo. Come è del seme, così pure è della storia della Chiesa. La Chiesa deve passare attraverso questi vari momenti e, notate, non sono momenti di un ciclo stagionale, ma per Paolo (ed è facile e ovvio comprenderlo) sono i momenti di un ciclo Pasquale; cioè alla vita si arriva attraverso la morte.
Vedete che Paolo, ad un certo momento, abbandona l'immagine proprio per farci intendere che è nella logica di Dio che il seme venga gettato sotto terra, muoia, marcisca fino alla morte per poi riprendere vita. Pertanto: la storia della Chiesa conosce il momento della semina e potremmo dire che questo è il momento che va dalla nascita di Gesù fino allo scacco della passione del Signore. E' stato un vero "scacco matto" la morte di Gesù. E' stata, apparentemente, la fine obbrobriosa e vergognosa di uno che, umanamente giudicato, poté sembrare un illuso, un allucinato, un folle trascinatore di masse. E' il momento della semina, del nascondimento, dell'apparente sconfitta e diciamo pure della reale sconfitta umanamente parlando, giudicando la vicenda secondo la nostra logica, secondo la nostra miope visione, secondo il nostro metro così inca­pace di commisurare le vie di Dio. Poi c'è il momento della crescita che va dalla resurrezione in poi. Dalla resurrezione fino alla fine del mondo: è sempre in crescita la Chiesa. Essa deve sempre mantenersi in questo clima di crescita; crescita che è sollecitata da un continuo confronto con la Parola di Dio generatrice della Chiesa e con altrettanto continuo confronto, con i segni dei tempi. Perché é duplice la stimolazione, duplice è la forza che sospinge la Chiesa in avanti verso una crescita sempre più completa: la Parola di Dio che attira dall'alto la parola e la storia degli uomini che trascina in avanti; e da questa forza che spinge in avanti e dall'altra che trascina in alto, da queste due coordinate,ecco che deriva la storia della Chiesa che è paragonabile ad una linea retta continua ascendente.
E' il momento della crescita in ordine al momento della raccolta, e il momento della raccolta sarà alla fine dei secoli. Allora vedete come il ciclo stagionale, attraverso il quale passa la coltura del campo, sia atto a farci intendere il ciclo pasquale, attraverso il quale deve passare la Chiesa di Cristo. Questa grande immagine o parabola della coltura del campo di Dio, nasconde il mi­stero della storia e della vita della Chiesa. Cerchiamo di lasciare, ora, questa descrizione dell'immagine e riascoltiamo la voce di Paolo: "Voi siete il campo di Dio".
Allora l'applicazione è inevitabile. Qui siano veramente sospinti a fare una certa revisione di vita; questo campo, diciamocelo chiaro e tondo in faccia, questo campo è il mio cuore, è qui che viene seminata la parola. "Uscì il seminatore a seminare la semente...." Ricordate questa parabola di Matteo 13?..La semente cadde parte qua, parte là, parte sulla strada, parte nei rovi, e parte cadde sul buon terreno...". Il seme è la Parola di Dio; ma, ancora una volta, perché il seme possa arrivare a crescere, a spuntare prima e a crescere e poi a maturare, ci vuole una duplice forza: la forza innata del seme e la forza stimolatrice del campo. Il campo è il nostro cuore, il seme è la Parola di Dio. Il rapporto dunque che ne consegue è questo: il rapporto tra seme e terreno, cioè tra il dono di Dio e la corrispondenza umana; è qui che noi siamo chiamati a porre il grande interrogativo della nostra vita: io, questo rapporto, tra il seme come dono e il mio cuore come ter­reno, l'ho risolto? Tento,almeno,cerco meglio, di risolverlo? E il risultato quale sarà? La salvezza, la salvezza, però, vista sì come dono di Dio ma anche come frutto di una collaborazione mia con il mio Dio. Il risultato potrebbe essere tragicamente anche la perdizione, vista però non come negazione del dono di Dio, perché non nega a nessuno il suo dono, ma vista come il tentativo fatalmente riuscito dell'uomo di rendere vano e sterile il dono di Dio.
La Chiesa, dunque, è il campo di Dio, e noi siamo invitati da
Paolo a porci proprio in un atteggiamento di estrema sincerità con noi stessi. E' il mio cuore questo campo, sempre vergine, sem­pre pronto ad accogliere il seme? Sempre pronto a lavorarlo, questo seme, fino a farlo marcire in me onde rinasca, fino ad assimi­larlo onde farlo conoscere, fino a farlo talmente mio da poterlo testimoniare?
Concludendo questa prima immagine, vorrei dire che essa ci aiuta a cogliere i momenti del mistero della Chiesa; il momento della semina, della crescita e della raccolta. Altre immagini ci aiuteranno a cogliere altri aspetti di quest'unico grande mistero che é la Chiesa.

LA CHIESA, EDIFICIO DI DIO

La seconda parte della lettura d'inizio riguarda l'immagine della Chiesa come edificio di Dio; però, quando diciamo edificio diciamo ancora un termine troppo generico: perciò Paolo specifica ulteriormente il suo discorso e a questo edificio dà un nome, lo chiama "la casa di Dio", ancor più specificamente "la dimora di Dio" "Il tempio di Dio". Vorrei aiutarvi a comprendere il senso di queste espressioni: esse indicano un luogo in cui Dio abita, in cui Egli pone la sua abitazione, in cui fissa la sua tenda. Nel Vangelo di Giovanni leggiamo che Cristo ha posto tra di noi, ha fissato in mezzo a noi la sua tenda. "Il Verbo si è fatto carne e abitò tra di noi" (Giov.1,14), e questo "abitare", nella terminologia originaria, significa appunto fissare la tenda, puntare la tenda in mezzo a noi. Una casa dunque che serve a Dio per abitarvi; non una casa qualunque, ma una casa sacra, un luogo sacro "Voi siete il tempio di Dio". Per Paolo,la Chiesa, è edificio di Dio, con queste ulteriori specificazioni. E ciò soprattutto per un fatto: che questo edificio è stato costruito grazie al dono dello Spirito Santo. Non ci sarebbe casa di Dio, non ci sarebbe tempio di Dio, oggi, in piena economia evangelica inaugurata dal Cristo, se non fosse stato dato lo Spirito. Lo Spirito è il dono per eccellenza ed è la forza in virtù della quale le pietre vive,che siamo noi,si uniscono e si amalgamano, fino a diventare edificio. L'elemento connettivo di queste pietre vive che siamo noi, è lo Spirito di Dio. A questo proposito c'è un altro passo importante delle lettere di S.Paolo nel quale l'Apostolo, questo discorso riguardante l'edificio, lo sviluppa in termini ancora più chiari. Perciò voi che nel passato eravate Gentili nella carne, denominati gli incirconcisi da coloro che chiamano circoncisione quella che portano nel loro corpo, compiuta da mano d'uomo, voi ricordatevi che allora eravate senza il Cristo, separati dalla comunione d'Israele, estranei ai patti della promessa, privi di speranza e senza Dio in questo mondo. Ora, invece, in Cristo Gesù, voi che una volta eravate lontani, siete diventati i vicini, mediante il san­gue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, Colui che ha fatto di due uno solo, colui che ha abbattuto il muro di separazione dell'inimicizia, abolendo per mezzo della propria carne la legge dei precetti, racchiusa in disposizioni, per creare in sé stesso dei due un solo uomo nuovo, ristabilendo la pace e per riconciliare ambedue con Dio in un solo corpo per mezzo della croce, distruggendo in sé stesso l'inimicizia. E con la sua venuta annunziò pace a voi, quelli di lontano, e pace a quelli di vicino, poiché e gli uni e gli altri per mezzo di Lui possiamo avere accesso al Padre in un medesimo Spirito. Dunque, non siete più forestieri e ospiti, ma siete concittadini dei santi e membri di famiglia di Dio, costruiti sopra il fondamento degli Apostoli e dei Profeti, mentre, pietra posta al vertice dell'angolo, è lo stesso Cristo Gesù,in cui tutto l'edificio collegato cresce per divenire tem­pio santo nel Signore, nel quale anche voi siete edificati insieme, coedificati per essere abitazione di Dio mediante lo Spirito" (Efesini 2,11-22).
Tutti dunque,i Giudei per primi e i pagani per secondi,tutti però a pari merito, sull'unico fondamento che è Cristo, per la virtù unificante dell'unico Spirito Santo, tutti, Ebrei e pagani, possono essere coedificati fino a diventare tempio in cui abita il Signore, e questo avviene mediante l'unico Spirito.
(Io vi invito a rileggere questa pagina, ma è chiaro che il discorso deve essere portato avanti da voi soprattutto a livello di riflessione e di meditazione personale e comunitaria). Eccovi però fin d'ora una breve spiegazione.
La Chiesa viene edificata da Dio, su Cristo, per mezzo dello Spirito Santo. Riferiamoci a quello che dicevamo per il campo.
Chi è che dà al campo la capacità di far crescere il seme? E' Dio.
Il seme è la Parola, Cristo: la virtù in forza della quale il campo porta la parola alla maturazione è lo Spirito Casi è an­che qui, La Chiesa viene edificata non dagli uomini, non dagli Apostoli né dai loro successori, non dai cristiani per quanto essi cerchino di fare, ma viene edificata da Dico su Cristo per mezzo dello Spirito Santo. E' la Parola di Dio, è Dio fatto Parola, che genera la Chiesa; è Dio fatto Parola vivificata dallo Spiri­to; sono queste le potenze generatrici della Chiesa. E tutto questo si verifica nel momento in cui, dopo la proclamazione della Parola, viene amministrato il Battesimo, il giorno di Pentecoste. Sono queste le forze generatrici: la Parola proclamata e la Parola sacrarientalizzata in un rito. Questo Spirito, in virtù del quale Dio, sul fondamento, che è Cristo, edifica la Chiesa, questo Spirito è dono del Risorto, dono del Signore glorificato. Fino a che questo dono non è dato non si può parlare di Chiesa, e fino a che Cristo non è glorificato non si può parlare di questo dono. La Chiesa, dunque, che cos'è? E' la continuazione del Cristo glorificato dopo che il Signore è asceso al Cielo. Parlare di Chiesa prima, a mio avviso, non ha senso, se non in modo molto analogico. Finché c'è Cristo sulla terra non c'è bisogno di Chiesa. Quando Cristo viene tolto a noi, allora ecco che la Sposa prolunga nel tempo e nello spazio la presenza del suo Sposo. Dunque: Cristo costituisce il fondamento sul quale Dio costruisce la sua Chiesa in virtù dello Spirito che è dono di Cristo stesso; è tutta una unificante visione di questi elementi generatori della Chiesa.
Puntualizziamo ancora: Cristo è fondamento e su di Lui tutti, ebrei e pagani, sono coedificati e a nessuno è lecito porre altro fondamento. Uno solo è il fondamento: Cristo Gesù, e a nessun al­tro è lecito porre altri fondamenti che quello posto dal Padre in Cristo Gesù. Cristo è l'unico fondamento e su di Lui tutti, ebrei e pagani, possono essere coedificati. Vorrei far notare che quell'ultima aggiunta (cioè che tutti sono coedificati mediante lo Spirito) non è un'aggiunta superflua ma è invece la puntualizzazione di un elemento indispensabile: la presenza e la virtù generatrice dello Spirito nei confronti della Chiesa. Vi rimando al volume di Schnackenbung, "La Chiesa nel Nuovo Testamento" che già conoscete e che avete certo consultato nei vostri gruppi di studio e cioè all'analisi che l'autore fa proprio su questa im­magine: "edificio nello Spirito Santo" (a pag. 169 e seguenti) vi troverete un'ottima puntualizzazione dell'argomento che stiamo svolgendo. Ebbene S.Paolo tende a spiritualizzare anche questa immagine: lo fa in questi termini: "Voi siete il tempio di Dio". In questo tempio noi ci muoviamo con la libertà di figli e consapevoli della missione di essere sacerdoti; sacerdoti in senso autentico, in senso vero perché tutti partecipi dell'unico sacerdozio di Cristo, perché c'è un solo "sacerdote", c'è un solo
"mediatore", come c'è un solo "fondamento": Cristo Gesù. Così, tutti noi, partecipando a quest'unico sacerdozio, possiamo chiamarci sacerdoti in Lui come, in riferimento a Lui unico Figlio natura­le, possiamo chiamarci "figli nel Figlio" così, dice, in riferimento all'unico Sacerdote possiamo cogliere anche il nostro sacerdozio. Ci troviamo con estrema libertà in questo edificio perché noi abbiamo la consapevolezza di essere veramente sacerdoti che offrono il loro sacrificio in questo tempio di Dio. Non c'è altro sacerdozio che quello di Cristo, ma c'è nell'unità di un unico sacerdozio una pluralità di partecipazione, ed è qui l'armonia risultante da un pluralismo che però converge tutto verso un'unità: Cristo unico sacerdote e noi sacerdoti nella partecipazione al suo sacerdozio. Però c'è diversità di partecipazione; c'è un primo sacerdozio che è il sacerdozio regale, quello che tutti noi abbiamo ricevuto nel Battesimo; il sacerdozio regale, cioè, il sa­cerdozio che ci fa regnare con Cristo. "Voi siete regno di sacerdoti"; bellissima questa espressione di Esodo di 19,5, ripresa poi nel Nuovo Testamento da Paolo e anche da S.Pietro nella prima delle sue lettere. "Voi siete un regno di sacerdoti", cioè avete un sacerdozio regale e tali siete perché costituite il popolo di Dio. Ebbene, in mezzo a questo popolo, qualcuno è scelto tra gli uomini e costituito a favore degli uomini al servizio degli uomini per le cose che riguardano Dio. C'è un sacerdote, dunque, ministeriale (la parola vuol dire "di servizio" ) che non è un'aggiunta al sacerdozio regale, ma è una specificazione, una caratterizzazione, perfezionamento in vista di un servizio, non di una superiore regalità perché noi siamo già re per il sacer­dozio regale. Ma qualcuno in mezzo a questo popolo di acquisto, questa gente santa, questo regno di sacerdoti, qualcuno è scelto perché si metta al servizio dei cristiani che regnano in Cristo; ed è un sacerdozio, questo, di ministero, di servizio.
Vi dicevo: il sacerdozio ministeriale non è un'aggiunta ma una specificazione del sacerdozio regale e vorrei invitarvi, a questo proposito, a comprendere il senso del carattere sacramentale. Che cos'è il carattere sacramentale che ci danno il Battesimo, la Cresima e l'Ordine? Non è un marchio simile a quello che si mette sulla merce (come si timbra un libro, come si fa un segno sull'orecchio della capra per distinguerla da capre appartenenti ad altri greggi); non è qualcosa di esterno, non è neppure semplicemente un segno di riconoscimento. Il "carattere" è una specifi­cazione della grazia sacramentale, quella grazia che ogni Sacra­mento ci dà, e la grazia che mi dà il Battesimo non è identica alla grazia che mi dà l'Eucarestia. Ed ora, una specificazione ulteriore: il carattere è una rassomiglianza sempre più ravvicinata a Cristo immagine del Padre. Nel Battesimo noi siamo fatti simi­li a Cristo perché figli nel Figlio. Ebbene, il sacramento della Cresima aumenta questa somiglianza e l'Ordine l'aumenta ancor di più, e più uno assomiglia al Cristo, e più si sente investito del­la missione di Cristo in vista di una sempre più totale imitazione, più uno assomiglia a Cristo, più diventerà come Cristo servo paziente, servo del suo popolo. Ecco allora la specificazione caratterizzazione del mio sacerdozio nei confronti del vostro; è una rassomiglianza più ravvicinata al Cristo e perciò una partecipazione sempre più vitale e totale alla sua missione di redenzione. In questo tempio, vi dicevo, noi ci muoviamo con l'estrema libertà di figli nella propria casa; in particolare con la consapevolezza di essere tutti quanti sacerdoti di questo tempio.
Vi è un ultimo elemento da sviluppare in questa immagine. S.Paolo, ci dice che in questo tempio noi sacerdoti dobbiamo offrire un sacrificio; quale sacrificio? Il sacrificio della nostra
vita. Vi inviterei a leggere l'inizio del capitolo 12° della lettera ai Romani "...Offrite i vostri corpi come sacramento vivente, santo, accetto a Dio". Questo è il nostro culto spirituale. Il sacrificio di noi che siamo sacerdoti, del sacerdozio regale, non è primariamente il sacrificio rituale, ma è il sacrificio vitale. Il sacrificio del­la nostra vita: questo è il culto spirituale, questo è il culto che ci deve caratterizzare, questa è l'offerta che il Padre per mezzo di Cristo nello Spirito Santo aspetta da noi tutti; questo è ciò che di più nostro noi dobbiamo, noi stessi, il nostro corpo, cioè tutta la nostra personalità,e se manca questo sacrificio, vorrei dire, perde di senso anche il sacrificio rituale. Tanti nostri sacrifici, diciamocelo chiaro, sono una posa.,. sono un non senso, perché a questo gesto, a questa parola, a questo andare in chiesa non corrisponde poi il sacrificio della nostra vita. Paradossalmente potremmo quasi domandarci: avrebbe avuto senso la morte di Cristo in croce se non fosse stata preceduta da tutta una vita offerta in sacrificio; poiché tutta la vita di Cristo è stata croce e martirio, e il sacrificio primario di Cristo è stato il sacrificio interiore della volontà "Quelle cose che piac­ciono a Lui le faccio sempre", "La mia volontà è fare la volontà del Padre mio", "Son venuto al mondo per fare la tua volontà, Padre". Questo sacrificio interiore è l' anima poi del sacrificio esteriore, il sacrificio della nostra vita è l'anima del sacrificio della nostra messa e senza questo precedente interiore, personale e comunitario sacrificio, l'altro sacrificio, che è pure comunitario, non avrebbe il suo pieno significato, si troverebbe tragicamente depauperato. (Andate a vedere anche il cap.XIII degli Ebrei dove si dice che "il sacrificio della lode sono le labbra che confessano il tuo Nome, o Signore"). E' questo il sacrificio che si aspetta il Signore, il sacrificio della lode, il sacrificio di labbra che confessano il nome di Dio. E poter pronunciare questo nome con cuore puro e con labbra monde non è tanto facile; eppure questo è il primo sacrificio. Vedete dunque, come l'imma­gine dell'edificio ci aiuta a sviluppare anche l'idea del nostro sacerdozio in Cristo e' soprattutto la idea del sacrificio primario che noi siamo chiamati a offrire.
Questa immagine, dunque, dell'edificio ci aiuta a cogliere non più, come la precedente, i momenti della storia della Chiesa,ma ci aiuta a cogliere l'unità e la coesione interna della Chiesa stessa, l'unità e la coesione interna delle pietre vive, che siamo noi, le quali mediante un'unica forza unitiva che è lo Spirito Santo, vengono ridotte all'unità per formare un unico edificio, un unico tempio. Questa immagine ci aiuta anche a cogliere la crescita organica della Chiesa. Non una crescita disordinata, ma una cresci­ta organica, così che ogni pietra stando al suo posto, posta so­prattutto sulla pietra d'angolo che è Cristo,possa contribuire alla formazione dell'edificio di Dio, del tempio del Signore.

LA CHIESA, SPOSA DELL'AGNELLO

Ci sarebbe poi un'altra bellissima immagine da sviluppare, quella "della sposa: la Chiesa sposa dell'Agnello. Ve ne farò una bre­vissima presentazione rimandandovi senz'altro al cap. V della lettera agli Efesini, dal 22° versetto fino alla fine.
"Mariti amate le vostre mogli, mogli ubbidite al vostro marito" perché?
Tutto questo è costruito sulla falsariga di un'idea principale, in connessionecon un concetto primario, con un'idea di fondo: il rapporto Cristo-Chiesa. Come Cristo ha amato la Chiesa, così voi dovete amarvi tra di voi, e l'amore vostro può diventare segno, lontanamente espressivo dell'amore col quale Cristo ha amato la sua Chiesa. Preme innanzitutto mettere in luce questo concetto: che l'immagine della sposa non l'ha creata Paolo, è vecchia come è vecchia la Bibbia, è antichissima come è antica l'alleanza che Dio ha voluto stabilire tra sé e il suo popolo. Da sempre Dio, quando ha voluto esprimere il suo amore per il suo popolo, è ri­corso alla terminologia coniugale. Non ha saputo trovare altre parole che fossero sufficientemente espressive e comprensibili; per questo è ricorso al linguaggio che caratterizza il dialogo coniugale, il linguaggio dell'amore. Nel cap. XIX dell'Esodo,che ho già citato, si mette in bocca a Dio questa espressione: "Voi siete la mia "segullah" cioè "Tu sei il mio tesoro". "Segullah" è l'espressione che indica l'affetto di una persona verso l' oggetto più caro che essa ha, e non è questa un'espressione tipica del linguaggi amoroso? Qualcuno vorrebbe tradurre "tesoro" con un diminutivo vezzeggiativo: "Tu sei il tesorino mio". Dio che parla così al suo popolo! Suscita profonda commozione il sentire Dio che usa queste parole, che sono così caratteristiche del nostro linguaggio amoroso per rivolgersi al suo popolo; "Tu sei il tesorino mio". E questo amore è così potente che diventa persino un amore geloso quando si sente non corrisposto. Perché il nostro Dio si chiama "il Dio geloso?" Perché Egli è un Dio che ama e vuol essere corrisposto nell'amore. E che cos'è la gelosia se non la caratteristica dell'amore coniugale? Solo per analogia si può parlare di una gelosia tra amici, ma è realtà di vita vissuta la gelosia a livello coniugale ed è nella logica delle cose e nella dinamica di quell'amore. Dio, ancora una volta ,volendo farci intendere quanto ha amato il suo popolo, si è autodefinito "Il Dio geloso" il Dio che non sopporta rivali, che vuol essere l'unico amato ed è sempre pronto a vendicare il suo amore geloso.
Il profeta Osea ed Ezechiele descrivono il dramma del popolo infedele, personificato nella donna infedele. Che valore ha una donna infedele al primo amore? Più nessun valore! Così è il popolo di Israele per Jahvé. "Io ti ho scelto dice Jahvé nei riguardi di Israele "Io ti ho scelto; ti ho preparato per le nozze, io ti ho sposata, io ho consumato con te il mio amore: ora tu mi hai abbandonato, sposa infedele. Ed ecco; io ti abbandono, ti lascio così nella miseria del tuo peccato, tutti passano e abusano di te. "Io ti abbandono alla tua miseria e non sei più degna dell'amore del tuo Dio". Che potenza di espressione in queste pagine. Ritengo utile ricordare a questo punto l'intercessione di Mosè. Quando Mosé vide che il suo popolo ormai non esercita più l'attrattiva della persona amata verso il suo Dio, egli inter­cede, si intromette e dice: "No, Signore, se vuoi eliminare il tuo popolo, devi eliminare anche me, ma non ha senso la scelta che tu hai fatto nei miei riguardi se non per servire il tuo popolo. Salva il tuo popolo o Signore". E Mosè, per amore del suo popolo, si compromette fino a non poter più entrare nella Terra promessa. Isaia dice: "Può forse una madre dimenticare il suo figlio? Ebbene, quand'anche una madre dimenticasse il suo figliolo, io non mi dimenticherò di te, Israele". Potenza dell'amore di Dio verso il popolo assai superiore all'amore di una mamma verso il figlio. E Geremia al cap. II: "Può forse una fanciulla dimenticare la cintura che ha ricevuto in regalo dal suo amante? Ebbene, la fanciulla non può dimenticare questo, anch'io non posso dimenticarmi di te". Vedete, son tutti momenti dell'esperienza d'amore a due che servono a Dio per esprimere la potenza del suo amore, e a me pare, che, quando Paolo, nel capitolo V degli Efesini che voi leggerete e mediterete, si appella a questa immagine, non fa altro che aggiungere l'ultimo anello a questa meravigliosa catena tematica che corre attraverso la Sacra Scrittura.
Questa immagine ci aiuta, dunque, a scegliere l'intimità del dialogo che, per volere di Dio, deve correre tra il popolo di Dio e il suo Dio, tra la Chiesa e il Signore.

LA CHIESA, CORPO DI CRISTO

C'è un'ultima immagine che per limiti di tempo svilupperò so­lo brevemente, anche se è la più importante. Essa risulta da tre brani delle lettere paoline: 1 Cor 12-14, Efesini 4 e Romani 12. In tutti e tre questi luoghi S.Paolo sviluppa questo concetto: la Chiesa è paragonabile a un corpo. Qual è la caratteristica del corpo? Unità nella pluralità, diversità di membra nell'unità dell'organismo, pluralismo di funzioni nell'unità della vita. Regnano alcune leggi fondamentali, secondo Paolo nell'organismo vitale: la legge della complementarietà per cui un membro completa l'altro; la legge della sussidiarietà, per cui un membro aiuta l'altro; la legge della solidarietà per cui uno è per tutti e tutti per uno. A queste punto, al cap. XII della I lettera ai Corinti, Paolo sviluppa un interessante apologo e dice: "Può forse il piede dire alla testa - non ho bisogno di te? O può la testa dire al piede - non ho bisogno di te? No, perché ogni membro è necessario al suo posto per svolgere la sua funzione per l'armonia generale, per la funzionalità dell'organismo. Ebbene, così, dice S.Paolo, noi tutti siamo membra del corpo di Cristo. Ora il corpo di Cristo è la Chiesa, e noi di questa Chiesa, di questo grande corpo, siamo le membra. C'è luce abbondantissima in questo discorso e può essere proiettata sulla realtà ecclesiale nella quale viviamo noi. "Può forse il corpo dire al piede - non ho bisogno di te? Non può un Vescovo dire a un semplice cristiano "Tu non mi sei necessario" e non può neppure un semplice cristiano dire al Papa "Tu mi sei superfluo". Perché ciascuno al suo posto, ciascuno nella sua caratteristica partecipazione al sacerdozio di Cristo, ha una insostituibilità in ordine alla funzionalità di questo corpo che è la Chiesa. S.Paolo potrà dire nella lettera ai Galati (3,28) "Noi tutti siamo uno in Cristo" (al maschile) . Qui Paolo non si accontenta più di dire "Noi siamo tutti una cosa sola" (al neutro) come Cristo ha pregato nel discorso di Giovanni 17 - la preghiera sacerdotale- Qui Paolo dice: non "una sola cosa", ma "una persona sola", per sottolineare ancor più la vitalità e l'unità, soprattutto la personalità mistica che noi costituiamo insieme a Cristo. Tutti con Cristo siamo cioè un solo essere, un solo vivente, una sola persona, un solo corpo vivo. Questa immagine di Paolo, che per limiti di tempo ho potuto solo sfiorare, ci fa però intendere una una cosa importante ed è questa: ci permette di cogliere, direi, la più profonda personalità del cristiano. Ispirandomi ad una pagina di Bonhoeffer (queste grande testimone della Chiesa confessante, questo martire della Chiesa di Cristo durante l'ultima guerra) mi pare di poter cogliere nel rapporto con gli altri (con Cristo e coi fratelli, membra di un unico corpo l'intima personalità del cri­stiano.) Egli dice che "Cristo è l'uomo per gli altri" e che la Chiesa deve essere "la Chiesa per gli altri",(così mi pare di poter dire: il cristiano dev'essere per definizione l'uomo per gli altri. A me pare che tutto ciò sia quasi suggerito da questa immagine del "corpo" che Paolo usa per descrivere la Chiesa. Come ogni parte del corpo è per le altre membra e tutte le membra sono per ognuna, così anche noi dobbiamo essere, per vocazione, gli uni per gli altri. "Gli altri" dunque nei miei riguardi non sono estranei, ma sono parte di me stesso, perché essi sono per me il mio prossimo, carne della mia carne, sangue del mio sangue, perché tutti formiamo un corpo, una persona mistica in Cristo Gesù Gal 3,28: abbiamo infatti un solo Padre: Dio; un solo salvatore: Gesù; un solo consolatore: lo Spirito di Dio e di Cristo; formiamo una sola famiglia: la Chiesa, perché abbiamo nelle vene un identico sangue: la grazia.
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Quanto abbiamo detto in merito ad alcune immagini usate da Paolo per definire la Chiesa, lo possiamo sintetizzare in un'espressione che ci è suggerita dal Vaticano II, che costituisce il titolo del cap. II della costituzione dogmatica sulla Chiesa: "Noi siamo il popolo di Dio". In questa espressione, anzi, troviamo la sintesi di tutte quello intorno a cui abbiamo riflettuto in questo primo ciclo del vostro corso teologico, ciclo che riguarda la riflessione biblico-teologica sulla Chiesa. Noi siamo il popolo di Dio, lo siamo in quanto regno di Dio, in quanto vigna del Signore, in quanto tempio di Dio, lo siamo proprio per quella consapevolezza, per quella coscienza di sé che la Chiesa primitiva ha assunta. Noi siamo popolo di Dio perché sciamo una comunione, una "koinonia", perché siamo un'assemblea di oranti, perché siamo una comunità di missionari. Siamo ancora popolo di Dio perché siamo il suo campo, siamo la sua sposa, siamo il suo corpo. Sono queste le componenti fondamentali di questa grande, complessa e meravigliosa realtà, che è poi anche un grande mistero: la Chiesa che siamo noi.

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