Incontri di "Fine Settimana"

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sintesi della relazione di Paolo e Luisa Benciolini
Verbania Pallanza, 17 marzo 2007

chi siamo

(Paolo) Vi ringraziamo innanzitutto per averci invitati a parlare di questo argomento, anche perché è stata l'occasione per ripensare all'esperienza che abbiamo fatto e alle riflessioni che abbiamo svolto.

per prima cosa una presentazione.

Siamo sposati da 44 anni, con tre figli e sette nipoti, che ci riempiono di gioia. Abbiamo sempre avuto interesse per i problemi della spiritualità coniugale e familiare, come si chiamava allora e abbiamo fatto un'esperienza insieme nella FUCI, la federazione degli universitari cattolici, che ci ha consentito di conoscere don Giacomini, a quei tempi assistente.

il consultorio di Padova

Ci occupiamo poi di un consultorio a Padova. Si tratta di uno dei primi consultori in Italia, sorto nel '57 (la legge sui consultori è del 75). Non esistevano allora strutture pubbliche. Era quindi un consultorio privato, ma senza etichette: abbiamo voluto che quest'esperienza di consultorio fosse un'esperienza qualificata e di laicità. Noi siamo credenti, molti dei nostri amici lo sono, qualcuno no, anche dei preti nostri amici vi hanno lavorato (uno è diventato anche vescovo), ma abbiamo sempre ritenuto importante che chiunque potesse entrare in questo consultorio senza sentirsi giudicato. Abbiamo avuto le nostre grane ai tempi del divorzio e dell'aborto, ma abbiamo sempre ritenuto che anche chi ha problemi di divorzio, di separazione, di scelte in ordine alla propria fecondità e gravidanza potesse sentirsi a casa sua venendo lì, potesse esporre le sue situazioni, e noi potessimo affiancarlo, non per scegliere al posto suo, ma per aiutarlo ad avere maggiori elementi di valutazione, ad essere meno !!!!solo in sostanza.
Questa esperienza è continuata anche dopo che sono sorti i consultori pubblici. Noi ci siamo chiesti se dovessimo chiudere, perché oramai c'era il pubblico a svolgere il servizio, ma gli stessi consultori pubblici hanno chiesto che noi rimanessimo. Anche perché il personale dei consultori pubblici si occupava prevalentemente della parte sanitaria, mentre la nostra competenza riguardava maggiormente l'aspetto relazionale, psicologico, psicoterapeutico, ed anche giuridico.
L'attività del consultorio ci ha coinvolto in un lavoro comune. Luisa è, appunto, psicologa e psicoterapeuta, in particolare sui problemi della relazione di coppia e di famiglia.
Un altro settore simile, ma non identico, in cui siamo impegnati è quello della pastorale familiare, e siamo coinvolti in stages di formazione per le coppie della diocesi che si preparano a formare i fidanzati e a lavorare nella pastorale familiare. Aggiungo che io mi occupo di bioetica da un certo tempo.
Abbiamo voluto accennare a queste nostre esperienze, perché esse incidono e danno un senso a quello che diciamo, e rendono ragione del punto di vista da cui affrontiamo l'argomento.

la rivista "matrimonio"

Un'altra attività che ci impegna in un lavoro comune è la rivista "matrimonio", sorta negli anni del Concilio come un bollettino dei gruppi di spiritualità familiare. Il gruppo di redazione non è particolarmente coeso o strutturato e senza una linea particolarmente rigo-rosa. Anche se, rileggendo in questi giorni vari contributi, per preparare l'intervento di oggi, ci siamo accorti che certe idee persistono nel tempo, e questo ci ha fatto piacere.
Questa rivista, che da sempre ha avuto come titolo matrimonio, inizialmente aveva come sottotitolo: "matrimonio: proposta permanente di vita cristiana". Pensavamo allora che la spiritualità dei coniugi, più che non della famiglia potesse essere proprio una proposta di vita cristiana. Poi ci siamo sentiti un po' in dubbio sulla categoricità dell'affermazione, e abbiamo modificato il sottotitolo: "ricerca permanente di vita cristiana". Infine nel 1990 il sottotitolo è diventato quello odierno: "in ascolto delle relazioni d'amore". Cioè ci è sembrato che l'esperienza di ciascuno di noi all'interno della propria coppia, della propria famiglia, più che essere spunto da proporre agli altri, avesse come senso quello dell'ascolto reciproco. E questo anche al di là della realtà istituzionale del matrimonio. Infatti il sottotitolo precisa: "Là dove un uomo e una donna si amano, traspare il volto di Dio". E' la nostra esperienza quotidiana che ci dice che le persone che si amano, in un modo istituzionalizzato o no, nel matrimonio o no, hanno, per chi lo sa leggere, un messaggio d'amore, e sono un'immagine di Dio espressa attraverso la loro umanità.
(Luisa ) In fin dei conti, il Dio biblico non si presenta forse come un Dio fedele che ricerca in modo insistente e puntiglioso un popolo infedele? E' la prima cosa da cui ciascuno di noi, vivendo una relazione coniugale, si sente interpellato. La fedeltà è una promessa che ci siamo fatta, ma spesso noi siamo infedeli, non solo nella sessualità, ma al progetto che insieme abbiamo fatto, di ospitalità e di amore reciproco. Siamo talmente infedeli che continuiamo a costringere questo Dio a rincorrerci, come rincorre il suo popolo, mostrandoci che Lui sì è fedele e noi molto meno. Quindi siamo proprio dentro la tradizione biblica!

vivere nella quotidianità l'amore coniugale

(Paolo) Come avrete capito, il nostro incontro non può essere una conferenza come quelle dei precedenti incontri. Noi veniamo come coppia e ci proponiamo ad altre coppie, ad altre persone, cercando di dare degli spunti, non con la presunzione di essere un modello ma per un confronto reciproco. Noi pensiamo che la cosa fondamentale, l'elemento specifico dell'amore coniugale come immagine di Dio, sia il vivere nella quotidianità, cioè vedere come nella vita di tutti i giorni, nel continuo cambiare di situazioni che non rispondono sempre ai nostri programmi, si possa realizzare questo amore che può essere anche esperienza di amore divino. Data l'enorme varietà di situazioni di vita, non crediamo possibile che ci sia un modello di coppia, al quale gli altri possano fare riferimento, ma ciascuno deve interrogare la sua esperienza, per vedere in che modo questo amore si può incarnare.
Svilupperemo questo discorso attraverso una serie di riferimenti che verranno fatti a flash. Alcune cose saranno scontate, altre avranno invece bisogno di essere approfondite, altre forse non avremo il tempo di affrontarle. Abbiamo ripreso anche delle indicazioni fornite dai precedenti relatori e qualche spunto da numeri precedenti della rivista.

ogni coppia è solo se stessa

(Luisa) Che cos'è nella quotidianità l'innamorarsi se non l'irrompere della vita di uno nella vita dell'altro? Facciamo esperienza quotidiana di questo, no?
La premessa del nostro discorso è che ogni coppia è solo sé stessa.
Anche quando - ed è un'esperienza di molti - ci si innamora di una persona, poi ci si lascia, ci si innamora di un'altra persona e si inizia la vita con lui (o con lei), la seconda coppia non assomiglia alla prima, almeno apparentemente.
Qui ci sarebbero già da fare molte digressioni, su come la vita di ciascuno di noi sia condizionata nell'inconscio da ciò che ha già vissuto e dalle ferite che ha ricevuto strada facendo (e tutti ne abbiamo, perché nessuno ha i genitori perfetti, nessuno è calato in un sistema di vita esaustivo di tutte le sue attese), e sul fatto che ciascuno cerca inconsciamente nel partner la persona con la quale gli pare di avere una grandissima affinità. Ma le differenze ci sono, e anzi possiamo dire che ogni coppia è ricca delle sue differenze. Se dovessimo stare solo con chi ci assomiglia, basterebbe mettersi di fronte allo specchio: è ovviamente il pericolo del narcisismo.
La cosa fondamentale è che ogni coppia è un sé relativo. E' una frase di cui non c'è da aver paura. Tutti veniamo da una storia assolutamente personale e originale. La teologia cattolica e cristiana ha sempre detto che ciascuno di noi è frutto di un pensiero d'amore di Dio, e oggi gli studi del DNA ci vengono a confermare che ogni persona è solo se stessa e non ha altri identici, almeno per la conoscenza che si ha finora. Quando ci siamo messi insieme, attratti l'uno dall'altro, non abbiamo fatto una sommatoria, uno più uno, ma abbiamo dato origine ad una novità, questo noi irrepetibile e originale, perché formato da due originali.
Nessuno può stabilire come deve essere una coppia: ogni coppia fa un proprio percorso, gioioso, pieno di speranza, di fiducia in un tempo da abitare insieme. C'è un momento che fa scattare quella spinta verso l'altro, una spinta che ha tutta la pienezza della nostra umanità, dalla passione allo slancio erotico, al sentimento, che pure fa parte dell'erotismo, alle nostre convinzioni, desideri, aspettative. Grazie a questo quid essenziale, che nessuno può definire, per cui ci si accorge di avere un tu, ci ritroviamo nel giardino dell'Eden, quando ad Adamo Dio ha mostrato l'uno dopo l'altro tutti gli animali, ma solo quando gli ha mostrato Eva, Adamo ha riconosciuto la sua compagna: tu sì sei carne della mia carne, sei osso delle mie ossa. E' per questa consapevolezza, così immediata, della percezione che l'altro occupa uno spazio che mai nessuno ha occupato in noi in una storia come quella, che io credo che ogni coppia sia in assoluto originale.

l'innamoramento non è ancora amore

L'innamoramento è un investimento narcisistico su di sé: quando siamo innamorati, siamo felici e festanti di essere riconosciuti come valore dall'altro, amati, desiderati, cercati. Ma è un investimento su di sé, non è ancora amore. Giungiamo all'amore quando, proseguendo da queste emozioni, che distinguo dal sentimento, passiamo ad una situazione di usualità. La frequentazione di queste emozioni abbassa il tono effervescente, cominciamo a conoscere profondamente l'altro, e conoscendolo, anche nei suoi limiti, ne rimaniamo magari delusi. A volte siamo delusi anche di noi stessi, perché non siamo così eroici, così bravi, così incredibilmente poetici. Ma cominciamo ad avere un sentimento che ci responsabilizza. Responsabilizzarsi vuol dire rispondere alle attese dell'altro, ai suoi bisogni. Nasce la profonda ricerca del prendersi cura dell'altro, un prendersi cura all'insegna della gratuità.

prendersi cura all'insegna della gratuità

In questo si è nella lettura biblica: Dio ci ama gratuitamente. In questo forse ogni amore è veramente una scheggia dell'amore di Dio.
Se parliamo di contratto, sappiamo che il contratto ha una sua logica finanziaria: tu mi dai e io ti do, e in questo scambio leale ognuno dà e riceve. Nel diritto canonico si parla ancora di contratto di matrimonio. Nello stato dell'800 in Italia si chiamava "sodalizio di matrimonio".
Diversa è invece la gratuità, dove io mi affido a te nella fiducia che insieme possiamo costruire qualcosa di bello, di speciale, di buono, di appagante, di gioioso, di festoso, osando anche accollarci il rischio della nostra vulnerabilità: facciamo un progetto, ci scambiamo una promessa, ci assumiamo un impegno senza sapere con assoluta certezza se saremo in grado di portarlo fino in fondo.
Tutti gli amori sono eterni nel senso che, se oggi sto bene con te, vorrei vivere tutta la mia vita con te, pur nelle variazioni della nostre condizioni e identità.

nella consapevolezza di essere altro

La gratuità è la capacità di rispondere all'esigenza profonda dell'amore di esistere in quanto io sono straniero a te. Qui c'è tutta la lezione di Levinas e prima ancora di Martin Buber: io scopro la mia identità perché mi confronto con l'altro ed è l'alterità di tutti gli altri che mi dà profondamente il senso della mia identità, perché è altra dai sei miliardi che sono attualmente sulla terra insieme con me, altra da tutti quelli che ci hanno preceduto e che ci seguiranno. Solo io sono io, e mai nessuno oltre me è stato me, mai nessuno dopo di me sarà me.

e nella capacità di autovalutarmi

La certezza di questa originalità fa sì che, nel darmi all'altro, devo anche imparare ad autovalutarmi. Son quarant'anni che lavoro come psicologa e psicoterapeuta e potrei raccontarvi di un'infinita gamma di coppie o di persone, che raccontandomi le loro pene d'amore, esprimono una svalutazione di sé continua. E chiedono al partner di essere riconosciuti nel loro valore, proprio perché hanno smarrito o non hanno mai avuto il senso del proprio valore. Ma che regalo di me ti faccio se mi considero uno straccetto da buttare a meno che tu non mi confermi che io valgo? Vi pare che questa sia una coppia?
Ho davanti gli occhi smarriti di un giovane uomo di una trentina d'anni, a cui la sua ragazza, con cui conviveva da tempo, aveva detto che desiderava avere un figlio e che per questo voleva che la sposasse, perché desiderava che il figlio nascesse all'interno di un matrimonio. Lui affermava che loro si amavano e che ciò bastava, e soprattutto che non pensava di potersi sposare, perché non si riteneva migliore di tanti altri, il cui matrimonio era fallito (i suoi genitori, suo fratello, ed una sfilza di parenti ed amici): "Non sono meglio di altri, io, - diceva - come faccio a prometterti, sposandoti, di volerti bene per sempre?"
Ecco, oggi è in circuito questa depressione. Non so se poi avremo il tempo di addentrarci nei problemi dei Dico. Ma non è che se si nega un riconoscimento di uno statuto giuridico a delle coppie di fatto, i cattolici possano andarsene in giro a testa alta. Chiediamoci perché i ragazzi non decidono di sposarsi. Credo che il mea culpa dobbiamo recitarlo noi, perché non abbiamo testimoniato con la qualità della nostra relazione coniugale che il matrimonio è qualcosa di bello, di gioioso, che è proprio "una buona notizia".
Allora, l'amore, che vuol dire "con gratuità ti accolgo, ti ospito nella mia vita", è molto esigente. Perché esige la capacità di assumere con libertà questo impegno.

affrancarsi simbolicamente dai genitori

Dei comandamenti che Dio ha dato a Mosè, i primi tre riguardano i rapporti di Dio con gli uomini, mentre gli altri danno regole ai rapporti degli uomini fra di loro. Il quarto comandamento, il primo della seconda serie, è: "onora il padre e la madre". Onora, non ama. C'è differenza. Noi facciamo i genitori che pretendono di essere amati. Ma a ciascuno di noi i genitori sono capitati, non ce li siamo cercati. Sta ai genitori mostrare che sono amabili, ma non perché sono permissivi o autoritari, o hanno poche o tante pretese, ma perché sanno rispettare la soggettività di ogni figlio, che sia bambino, adolescente, o adulto. Gran parte dell'assenza di libertà a dare un consenso valido al proprio matrimonio è dato dal legame intimistico coi genitori. La grande legge biblica "onora il padre e la madre" non va negata, ma messa in seconda linea di fronte a "lasceranno il padre e la madre e saranno due in una carne sola". Questa è una grande legge antropologica (che per i credenti ha anche uno spessore biblico): non puoi fare coppia e famiglia, se non ti sei affrancato simbolicamente dai genitori.
Nel nostro contesto sociale, molti figli restano nelle famiglie fino allo spasimo. Ma spesso noi genitori, invece di prendere una buona ramazza e cacciarli fuori di casa, ne facciamo degli adulti bambini. Ci sono sempre stati le zie zitelle e gli zii scapoli nelle vecchie famiglie patriarcali, ma lavoravano nell'azienda familiare. Adesso gran parte di questi ragazzi non si assumono la libertà e la responsabilità di una vita in proprio: vivono nella casa familiare per avere intero e goderselo il proprio stipendio.
A volte, i rapporti con i genitori continuano ad essere problematici, anche dopo il matrimonio. Recentemente avevo davanti a me un giovane padre, che si lamentava del fatto che sua madre non avesse mai tempo per i nipotini. E lo sentiva come un diritto!
Fare i nonni è una cosa bellissima, ed è un diritto dei nipotini avere i nonni, ed è la prima volta nella nostra struttura sociale che, mentre una volta c'erano cinque bambini per un nonno, oggi (è vero statisticamente) ci sono cinque nonni per un bambino!
Un giorno ascoltavo una giovane signora, con due bambini e con un lavoro che la occupava molto, disperata, in un periodo di epidemia di influenza invernale, perché si sentiva inadeguata ad accudire i due genitori, i due suoceri, i nonni, una bisnonna. Pure il medico del suocero l'aveva rimproverata perché non glielo aveva portato per le analisi, perché diabetico! Ma questa donna aveva l'accudimento di nove anziani! Che naturalmente stavano ciascuno nella propria abitazione. Un tempo si viveva nella stessa casa, poteva essere più facile occuparsi degli anziani della famiglia.
E' importante allora avere la libertà di scegliere un legame che ci impegna ad affrancarci dalla famiglia, dalle comodità, dall'essere bambini, e anche dal pensare che il partner diventi un prolungamento dei genitori. Vi faccio un esempio. Il ragazzo che dice, appena preso la patente e il primo stipendio, di voler comperare la spider, sarà giustamente consigliato dai genitori a comperarsi una macchina usata e a farsi prima un'esperienza. Ma a volte il giovane, una volta sposato, continua nello stesso atteggiamento leggero o irresponsabile, e la moglie (o rispettivamente il marito) deve fare il censore! Una coppia così non può durare a lungo. Molti grandi scacchi della sessualità, e ce ne sono tantissimi, nascono proprio da questo modo di interpretare l'altro come figura genitoriale, che mi permette di continuare a fare lo sbadato.

fare vita di coppia implica la rinuncia a vivere da single

In altri casi sono entrambi che continuano ad organizzare la propria vita come quando erano single, andando ognuno per conto proprio in palestra, allo stadio, ecc., senza mai trovare il tempo di vivere in coppia. Io sono convintissima che sia giusto coltivare la propria individualità, che non ci sia bisogno di far tutto insieme, ma qui inseriamo un interrogativo: qual è la discriminante fra la crescita della mia soggettività e la crescita del rapporto di coppia? Se ponete questa domanda: quali sono gli spazi temporali che dedicate alla crescita del vostro rapporto, non sanno dirvelo! E quando cominciano i problemi o quando arriva un bambino, chi dei due sta a casa? Sono cose della banalità quotidiana.
Allora, assumersi liberamente la responsabilità di fare vita di coppia, coniugale, vuol dire rinunciare a vivere da single. Noi nasciamo con un potenziale immenso, ma ogni volta che operiamo una scelta, indirizziamo questo potenziale, perché si realizzi prevalentemente in una direzione, rinunciando ad altre cose, pure bellissime e sacrosante. Ma in questo caso rinuncia non è mortificazione perché inseguiamo un bene comune che ci sembra più grande della vita da single.
Ogni volta che io scelgo, realizzo una parte di me, il che vuol dire che devo rinunciare alla realizzazione di un'altra parte di me. E rinunciare a qualcosa comporta sempre un'operazione di lutto. Come vien fuori questa cosa nel tempo?

innamorarsi di un altro

Anche dentro le coppie ben navigate, partite col piede giusto, che si sono volute un sacco di bene, può capitare improvvisamente che uno dei due si innamori di un altro/a. Capita in più di un terzo delle coppie sposate. Succede che trovo il vecchio compagno di liceo, il vecchio amico del sindacato, con cui comincio a discutere, di cose di cui non posso parlare con mio marito/mia moglie, perché non è interessato a questo. E dato il tran tran un po' consuetudinario di un ordinario matrimonio, scopro un'effervescenza nel rapporto con questa persona fino a trovarmene po' alla volta innamorata. Ricordiamoci che oggi quasi tutti passiamo più tempo con i colleghi che non col proprio marito o la propria moglie. La pausa pranzo che ci permettiamo con i colleghi è ben diversa dal pasto con il marito o la moglie, magari imboccando i figli che vogliono tutta la nostra attenzione, o rimproverandoli, oppure chiedendo loro cosa faranno la sera, o litigando col partner su delle banalità, su cose da fare e non fatte, ecc.
Succede allora che ci si trova innamorati, ma non per un nostro lato perverso. Nei fatti si attiva in noi una parte della nostra vita che non avevamo più, o mai, attivato.
A questo punto posso utilizzare questo dato di fatto chiedendomi che cosa ho fatto della mia relazione con mio marito/con mia moglie. Chiedendomi se posso convogliare su di lui/lei questa effervescenza, questa eccitazione positiva. Sento che sono venuto meno a una promessa che ho fatto a me prima che all'altro, di vivere nella gioia una crescita della mia persona accanto e insieme all'altro. Non posso rischiare di spegnermi, di non esserci più psichicamente, di rendere nulla la relazione di coppia. Tutti questi tradimenti nascono nel segno di una monotonia che è tutto fuorché vivacità d'amore.

la coppia tra immagine e realtà

E' esigente l'amore perché si accolla il rischio di potersi affidare all'altro e di confidare nell'altro, di mostrarsi in una intimità fisica, sentimentale, di pensieri, di tutta la vita spirituale, religiosa, in una nudità che diventa trasparenza, nella nostra intimità, nei nostri limiti. E spesso ci accorgiamo di non essere come credevamo, oppure che il nostro partner non è come credevamo, e dobbiamo smontare il modellino con cui siamo arrivati al matrimonio. Ciascuno di noi infatti ha in sé un'immagine di coppia che ha costruito a partire dalla coppia dei genitori (magari dicendosi di non voler essere come loro!) e poi arricchendo questa prima idea con le varie personalità incontrate (magari una zia tanto affettuosa, la mamma o il papà di amici, ecc.), e così ci siamo dati una linea orientatrice, una linea di tendenza nell'assumere la nostra umanità, innanzitutto come persone, e ci siamo anche fatti un'idea della coppia che vorremmo essere. Ma questa coppia per quanto ci siamo raccontati nel tempo dell'innamoramento, del fidanzamento, non è mai quella che poi realizziamo.
Chi ha fatto esperienza di maternità, sa che i nove mesi in cui abbiamo atteso il bambino che abbiamo portato nella pancia è tutto un insieme di sogni, di pensieri, di come sarò io con questo bambino, di come sarà questo bambino con me. E' quello che SilviaVegetti Finzi chiama "il bambino della notte". Questo bambino sognato, sperato, che ha tutti i connotati del nostro sogno, è opera nostra, è un pezzo di noi, ma non è il bambino che nascerà!
Il bambino reale è quello che, venuto al mondo, strilla e piange, è carino o non è carino, ci fa deliziare o disperare a seconda dei momenti. Il bambino reale è quello a cui io posso parlare di persona anche quando è piccolissimo, per dirgli, magari, che esco, ma che lo lascio in buone mani, ecc. E' il bambino che eleviamo a soggetto di comunicazione. Questo è il bambino reale. Ciascuno di noi si è sentito madre inadeguata o padre inadeguato in molti momenti della sua vita. Perché ci accorgiamo che non siamo dentro la testa dei figli, che ogni tanto non capiamo che cosa possiamo fare per convincerli della bontà del nostro operato verso di loro per il loro bene. Per esempio quando i bambini fanno i capricci (anche se a volte sono i genitori che hanno condotto un bambino a fare i capricci per dire quello che desidera!).

amare è esporsi all'altro nella propria vulnerabilità

L'amore è esigente, non solo perché esige una libertà di scelta, non solo perché esige la capacità di scegliere una relazione nella quale io condiziono la mia vita a questa modalità di crescita della mia individualità, ma è anche esigente perché mi obbliga ad assumere il rischio di espormi nella mia vulnerabilità all'altro, con la speranza che quanto io gli affido di me non venga mai ritorto contro di me.
Confidare, affidarsi, hanno lo stesso tema verbale di "fiducia". Dalla fiducia nasce anche la gioia. Io non amo molto la parola felicità, molto usata oggi, ma piuttosto legata alle emozioni, preferisco parlare di gioia. La gioia profonda è proprio la capacità di godere dell'essere nella vita. Siamo chiamati alla vita anche da Dio, questo ci dà una soggettività di figli suoi, per cui questa gioia profonda non è cancellata nemmeno nei momenti di dolore che la vita ci dà. Anche superare un dolore o stare in un dolore ci aiuta a capire che ci siamo, e che possiamo stare anche dentro al dolore.

nella speranza del reciproco affidarsi

Allora questa fiducia che ho e che mi dà questa gioia profonda, fa sì che, se io mi abbandono al tuo amore, questo suscita un movimento, magari non contemporaneo, ma analogo in te, per cui anche tu ti affidi a me, e si crea quell'elemento speciale della coppia, che chiamiamo reciprocità o mutualità. Non è un do ut des, non ti do perché così tu mi dai, ma mi do a te, nella speranza che questo porti anche un tuo darti a me.
La speranza è uno dei piloni centrali della vita: speranza in un futuro comune, e anche speranza in un futuro del mondo, se mettiamo al mondo dei figli.
(Paolo) A proposito del tema della speranza, di cui si è parlato a Verona nel convegno della chiesa Italiana dell'ottobre 2006, nella relazione che è stata fatta dal teologo Franco Giulio Brambilla si dice:
"Questa novità prende corpo nella vita quotidiana delle persone che amano e soffrono, lavorano e creano, pensano e operano, e che formano il terreno vitale delle comunità cristiane, il tessuto connettivo della società civile." Ecco, è stando dentro, nella realtà di tutti i giorni, che diventiamo capaci di interpretare e di realizzare le attese e le speranze degli uomini di oggi, di mettere in contatto la ricerca di vita e di relazione degli uomini, la ricerca di giustizia, di libertà e di pace con la fonte stessa della speranza vera, Gesù risorto. La parola speranza non appartiene però solo alla lingua cristiana, ma anche al linguaggio umano di ogni tempo. Questo è un modo in cui può trasparire l'amore di Dio, attraverso una vita di condivisione della quotidianità, in termini di speranza".

l'ambivalenza nella coppia: dirsi sì tutti i giorni

(Luisa) Però ciascuno di noi sa anche di essere profondamente ambivalente, questa è la condizione umana. Io investo il mio amore su una persona, e continuo a reinvestire nel corso della vita, perché non basta esserci detti quel fatidico sì: dobbiamo dirci sì tutti i giorni, ogni giorno ci sposiamo, perché ogni giorno è un giorno nuovo.
(Paolo) Questo spesso la chiesa ufficiale lo trascura, è come se continuasse ad avere del matrimonio un concetto puramente giuridico, la dimensione canonistica del contratto, mettendo l'accento sul momento del matrimonio e non su questo quotidiano rinnovarsi dell'impegno. Quasi che la preoccupazione sia che una persona debba sposarsi e che, una volta sposata, il problema sia risolto. Questa concezione comporta tante riflessioni, c'è il discorso di quando l'amore viene meno, c'è l'esperienza dei separati, dei divorziati, la loro collocazione all'interno della comunità ecclesiale ...
(Luisa) Dicevamo dell'ambivalenza, nostra e dell'altro, nella coppia. Proprio a causa di questa ambivalenza non è tutto così facile. Noi siamo portatori di alcune ferite che si sono inscritte anche a livello inconsapevole nel nostro inconscio e ci fanno rivivere delle emozioni. L'inconscio si muove sempre al presente. Per esempio, a volte, nei sogni ci vediamo nella nostra vita attuale, ma nella casa in cui vivevamo da bambini, come se fosse del tutto usuale. L'inconscio infatti ha immagazzinato tante esperienze sensoriali, emozionali, della nostra vita passata e presente, che ci ripresenta, a volte, quando viviamo emozioni analoghe. Può succedere che un bambino che da piccolo ha avuto un vissuto di abbandono (magari non perché sia stato veramente abbandonato ma perché la mamma è stata in ospedale per un certo tempo con il fratellino, e il bambino pensa di essere stato lasciato solo dalla mamma che vuole più bene al fratellino), abbia dimenticato questa esperienza, che gli ha però lasciato un residuo abbandonismo. Così, questo bambino, cresciuto, di fronte alla moglie che fa tardi per un motivo qualsiasi, è un pochino sul chi va là, e si sente trascurato. E lei non capisce questa reazione esagerata!
Ho conosciuto una coppia, religiosa, simpatica, che si è separata, perché lui, che rientrava dal lavoro alle sei, non ha mai avuto il coraggio di dire alla moglie, la cui professione la portava a rientrare molto più tardi, che soffriva e piangeva tutte le sere aspettandola. Eppure non era un bambino, era un adulto con una professione piena di responsabilità. Solo dopo avere rotto ed essersi messo con un'altra donna, è riuscito a parlare di questa sua sofferenza. Se l'avesse detto alla moglie, avrebbero forse potuto cercare i motivi della sua disperazione e fare dei cambiamenti...
Può succedere quindi che le emozioni che abbiamo collezionato, in presenza di una situazione analoga, ci facciano vibrare con la stessa potenza: questo è il giochetto dell'inconscio. Ognuno di noi ha immagazzinato tante ferite, e le ferite lasciano il segno, la cicatrice. Queste ferite possono farmi entrare in una tensione, in una delusione, nei confronti del partner, proprio perché rivivo emozioni passate, che però attualizzo nel presente. E finisco per leggere la relazione di oggi sulla falsariga di alcune emozioni passate.

l'insorgenza dell'aggressività

Oppure può succedere che l'altro veramente mi faccia un torto, che non riesco a giustificare. Potrei forse capirlo, scusarlo, ma insorge l'aggressività. Se guardiamo la storia del nostro amore, tutti diciamo che da un certo momento in poi è insorta l'aggressività. In realtà c'è sempre stata, ma prima era molto tenuta a bada.
Scusatemi la precisazione che tutti voi conoscerete probabilmente: c'è un aspetto della nostra aggressività che fa parte del nostro slancio vitale, che serve a proteggerci, che fa sorgere i meccanismi di difesa, che fa parte della pienezza di vita, ed è l'aggressività costruttiva, propositiva del nostro io. Ma quando diventa eccessiva, esuberante, può diventare un'aggressività distruttiva.
Il bambino che si dispera, piange e vomita quando vede che la mamma e il papà stanno per uscire la sera, ci mostra questa aggressività, e anche la sua disperazione. (Certo sta ai genitori prepararlo e dirglielo, purtroppo pochissimi genitori vivono i figli perennemente come soggetti di comunicazione). Allora, le ferite che abbiamo accumulato, fanno insorgere l'aggressività, che qualche volta diventa negativa. Un conto è proporre il mio io nella discussione accesa o non accesa con l'altro, un altro conto è vivere l'altro come un nemico, come una persona da cui allontanarmi, da cui difendermi, da provocare, perché allora si ha un'escalation dell'aggressività. Alla tua aggressività risponde la mia, e così via. Quando ci accorgiamo che stiamo litigando, è meglio desistere per il momento, rinviando il chiarimento a momenti più tranquilli e calmi. Alcune persone dicono che questo le porterebbe a litigare di nuovo. Invece bisogna riparlare, ma tenere a bada la foga, l'aggressività negativa, per proporci in un'aggressività positiva, andando verso e non contro. L'aggressività non è negativa in sé: esprime il mio andare verso l'altro, con la potenza della mia persona. Spesso invece l'aggressività viene usata in senso negativo sollecitando il sospetto, la delusione, lo smarrimento, la ribellione, la provocazione, la prevenzione. Io attivo tutti i miei meccanismi di difesa e vivo l'altro come un nemico.

elogio della mitezza

Prima di concludere questa prima parte, vorrei solo accennare al dialogo e alla mitezza. La mitezza non è una virtù moralistica, ma una dimensione dell'esistenza, fatta non solo di non violenza, ma di proposta significativa. La mitezza ha in sé tantissime caratteristiche, come quella della sobrietà, dell'umiltà, della tolleranza, della pazienza. La pazienza ci immette nel tempo, che è la grande dimensione della vita di coppia. La coppia non è solo il bel giorno, le belle foto, il fatidico sì, ma è un tempo che mi auguro di vivere con te, e quindi mi devo allenare alla pazienza di questo vivere insieme.
Nella seconda parte cercheremo di dire anche come realizzare queste cose.

dibattito

la sindrome del nido vuoto

D. Come si colloca la speranza, in una coppia che ha alle sue spalle un passato ricco di vita insieme, di esperienze, di sofferenze anche, ma che, avviandosi alla vecchiaia, coltiva in sé l'idea che questa coppia può finire?
R. (Luisa) Sulla base delle vostre sollecitazioni, affrontiamo il tema della speranza per la coppia che, andando avanti nell'età, ha la sindrome del nido vuoto. Ebbene, la strutturazione della coppia avviene durante tutto il suo percorso. Anche la vita di coppia deve essere "nutrita" (dacci oggi il nostro pane quotidiano). Ogni giorno ci si sposa, ogni giorno ci si dovrebbe chiedere che cosa ci innamora dell'altro. Non sono completamente d'accordo con Rizzi quando dice che l'abitudine uccide la passione. Io dico che la può uccidere, ma che il matrimonio è un lavoro di cesello. Anche nello stare insieme "da vecchietti" c'è il gusto di ritrovarsi, di trovarsi diversi. Non è l'abitudine, ma la trascuratezza a far seccare quella pianta privilegiata che è la nostra unione.
La fecondità della coppia non si esprime soltanto nel fare figli, ma in molti aspetti. La vita affettiva, psichica della coppia è come un libro contabile di un'azienda: bisogna registrare anche le entrate, non solo le uscite, altrimenti fallisce! Per alimentare la fiducia nella coppia, sono importanti la tolleranza, la mitezza, il dialogo, il non puntare il dito contro. Se una cosa ci fa star male, non dobbiamo solo "ingoiare" se no prima o poi scoppiamo, come una pentola a pressione che non ha una valvola di sfogo. Non dobbiamo però neanche sbottare subito, ma saper riprendere l'argomento, con saggezza, non per accusare l'altro dei torti, ma per dirgli che "io quella situazione la vivo in un certo modo".
Torniamo al tema: come farò da sola, senza la presenza dell'amato? Ognuno la risposta deve cercarsela faticosamente, dolorosamente. Ma noi abbiamo una speranza: la buona notizia che un Dio ci vive accanto, che ci ha mandato il Cristo Gesù suo figlio perché la nostra condizione è così importante da incarnarsi, facendosi uomo, e, in un modo che noi non sappiamo, avrà una resurrezione. E' la speranza cristiana.
(Paolo) Da un articolo della rivista "matrimonio":
"Il matrimonio ormai ha senso solo come luogo dell'incontro sempre inedito di un uomo e una donna che si amano e amandosi si comunicano la certezza che nessuna speranza, nessun desiderio, nessuno slancio, ripiegamento o sconfitta, nulla di uno è estraneo all'altro o è insignificante per l'altro. Frequentarsi, condividere senza riserve l'esistenza, non sottrarsi allo sguardo dell'altro, essere attenti a ciò che l'altro ci rivela di sé e quindi anche in un processo di reciproca autenticazione senza mai assumere il ruolo di chi giudica sono le condizioni irrinunciabili dell'amore, non nella logica romanticoborghese della felicità, ma in quella evangelica della speranza e della pace che nessuno può togliere a nessun altro. Così in lento, gioioso, sofferto, umile, esaltante, quotidiano svolgersi delle vicende di questo amore ci appare la parabola dell'amore di un Dio che con infinita pazienza, senza stanchezza, dolce e ostinato, attraversa la nostra opacità per rivelarsi "Dio con noi". Non convivere più, non condividere l'esistenza, cessare di mostrarsi e di lasciarsi guardare e interrogare, accettare l'inautenticità, inchiodarsi a giudizi senza appello, è il peccato radicale della coppia, perché rende inutile, estraneo, straniero questo Dio che chiede di essere con noi e per noi e in Cristo Gesù si è fatto uno di noi."
(Luisa) - Noi non sappiamo come ognuno di noi reagirà alla morte dell'altro. Proprio ieri sera abbiamo incontrato ad un concerto una nostra amica, il cui marito, malato di Alzheimer, è morto due anni fa. Lei lo ha sempre accudito a casa, per quindici anni, pur lavorando e crescendo le due figlie, che, adolescenti all'inizio di questo calvario, non potevano accettare di avere un papà malato. Lei, sorridente, con la freschezza e vivacità che ha conservato, mi diceva, scherzando: "Giorgio mi occupava talmente, che adesso mi sento un po' vuota!"
In questo caso c'è stata una lunga preparazione al distacco, e forse anche un distacco desiderato per lui. Per qualcuno può essere brutale: un infarto, un incidente. Dobbiamo solo sperare. E' la preghiera, come dice Molari, che provoca il nostro cambiamento. E' la capacità di sperare in una risurrezione.
Ho presente anche un'altra amica molto cara, rimasta sola dopo più di 50 anni di matrimonio. Si erano messi insieme fin dagli anni del liceo e, non avendo figli, erano sempre stati molto intimi, come coppia. La morte del marito è sopravvenuta dopo una banale operazione chirurgica. Lei il giorno del funerale ha avuto la forza di fare una bella evocazione di lui, in cui accennava ai vari momenti della loro storia, giungendo a dire: "Adesso mi resta da conoscerti nell'assenza".

il determinismo

D. Come facciamo a superare l'ostacolo posto dall'inconscio, quando, a causa sua, ci ritroviamo a confrontarci con situazioni vissute molto tempo prima? Come possiamo fare quando i determinismi del passato riaffiorano con forza maggiore?
R. Il determinismo riguarda l'aspetto biologico della vita, non fa parte della vita umana, psichica intendo. Io parlerei invece di condizionamenti. I condizionamenti non sono sempre negativi, mi permettono di vivere, per esempio di comportarmi adeguatamente ad un semaforo, senza dover fare una serie di ragionamenti prima di agire. La vita psichica subisce condizionamenti, anche profondi, dai quali a volte non ci si può decondizionare, ma la vita psichica consente sempre la speranza. La ferita che io ho ricevuto, per quanto grave, può diventare una feritoia dalla quale può filtrare la luce della speranza. Allora possiamo dire che la vita di tutti è un "liberarci da" per essere "liberi di". Tutta la vita è questa costruzione. Non è che perché mio padre o mia madre mi hanno trattato male, o per tutta la vita non sono stato amato come volevo, che io sarò sempre in un certo modo. No, ad un certo punto bisogna tirarsi su le maniche, farsi da papà e mamma e dirsi: adesso mi amo io! E qui nasce il discorso della valutazione propria.
La valutazione non deve essere né un'ipervalutazione, né una sottovalutazione. Ma voi pensate che sia da credenti il dire: io non valgo niente? Credo che non sia per niente cristiano: un Padreterno che manda suo Figlio a stare con noi, addirittura sino alla morte di croce, e noi diciamo: io non valgo niente. Ma ce lo possiamo permettere?

il dialogo nella coppia

D.: è difficile dirsi quello che si sente l'uno per l'altro, anche perché fin da piccoli non ci abituano a esprimere quello che sentiamo. Un bambino è più spesso invitato a fare o non fare qualcosa, quasi mai ad esprimere come si sente. Inoltre ci possono essere complicanze, come la timidezza, l'incapacità di tradurre verbalmente un'emozione, un sentimento.
R. (Luisa) In Veneto, si diceva, dei giovani che si fidanzavano: "i se parla". Non si diceva "i se varda", ma "i se parla", perché il parlarsi è caratteristico dei ragazzi che si mettono insieme. Ma poi ce ne dimentichiamo. Ecco l'abitudine stupida che uccide. Uno dei motivi principali delle separazioni, dell'inizio dell'innamoramento verso un altro, è che con questa persona mi piace parlare, mentre con mia moglie, con mio marito non parlo più di niente
Allora affrontiamo il discorso del dialogo, proprio perché la coppia condivide la vita a tutti i livelli. Noi siamo fatti di tanti strati.
Uno è la sensorialità: percepiamo la realtà con i cinque sensi. Ma la percepiamo in maniera soggettiva, perché, venendo da vissuti diversi, abbiamo una cassa di risonanza diversa da ogni altra persona. Quindi una stessa situazione che lascia una persona indifferente, manda invece in fibrillazione un'altra, perché ciascuno ha la sua storia, con le sue ferite e le sue gioie. Oltre alla sensorialità, abbiamo una sensibilità, una sessualità, e quindi una sensualità. Abbiamo una vita affettiva che è fatta di emozioni e di sentimenti, abbiamo una razionalità che ci fa intelligenti e capaci di fare verifiche di realtà, e di immaginare. Abbiamo una spiritualità che fa di noi degli esseri morali, che cercano di scegliere il bene e di rifiutare il male. Abbiamo una religiosità, se siamo credenti, per cui pensiamo anche ad una trascendenza del nostro esistere. Tutte queste cose fanno parte della nostra personalità, sono presenti in noi e, se sono ben integrate, viviamo con equilibrio. Il dialogo nella coppia è fatto di tutte queste parti.
Nella primissima infanzia tutti noi avevamo solo la sensorialità, poi si è sviluppato il nostro sistema neurologico, per cui abbiamo organizzato la memoria. Abbiamo avuto tante sollecitazioni, gran parte delle quali sono conservate nella nostra memoria, per cui di fronte a certi stimoli reagiamo in un certo modo. Questa modalità che abbiamo organizzato strada facendo, sviluppando il sistema neurologico e la conoscenza, fa sì che tutti abbiamo delle sensazioni primitive con gli altri, solo che nella vita adulta le abbiamo mimetizzate, col linguaggio e con le maschere che abbiamo imparato ad usare. Ma dentro a tutti noi c'è quel bambino iniziale. E soprattutto nella coppia, dove si vive così totalmente e intensamente il contatto con l'altro, è un guaio se non riconosciamo il linguaggio delle emozioni. Oggi è più facile che siano le donne ad essere capaci di parlare dei loro sentimenti piuttosto che i maschi, perché veniamo da una tradizione culturale, come vi diceva anche la sociologa, in cui le donne esercitavano maggiormente questa modalità di comunicazione.
Fra le difficoltà ad esprimere i propri sentimenti vi può certo essere anche la timidezza, ma la vita di coppia può far irrompere la novità: io di te mi fido e posso un po' alla volta svelarmi.
Oppure ci possono essere le difficoltà dovute all'inconscio, che ci cristallizza in atteggiamenti dovuti a ferite profonde. Prendendone coscienza, possiamo cercare di superarli, anche facendoci aiutare. E per fare questo non sempre è necessario andare in psicoterapia: quando ho fiducia in una persona, le posso raccontare anche le mie esperienze più intime, anche delle esperienze di cui mi vergognavo.
Vi sono donne che, avendo subito violenza da bambine, non hanno mai avuto il coraggio di parlarne con nessuno. Sono sempre sconcertata quando lo scopro, svolgendo il mio lavoro di psicoterapeuta. I bambini abusati spesso si vergognano di quello che è successo, del fatto che il loro corpo li abbia traditi attraendo degli uomini. E proprio su questo senso di colpa fanno leva questi sporcaccioni per ottenere il silenzio. Sono problemi grossi, ma anche da questi ci si può liberare.

diversità uomini e donne

D. Bisogna anche tenere conto di una diversa psicologia tra uomini e donne. Sento spesso dire dagli uomini: mia moglie è brava, ma è tanto complicata!
R. (Luisa) Certo, nella nostra cultura agli uomini si è insegnato che "non devono piangere". Ma bisogna coinvolgerli, pur senza diventare intrusivi con gli altri, neanche con il partner. Tutti proveniamo da una cellula maschile e da una cellula femminile. Gli aspetti della femminilità e della mascolinità sono quindi presenti in ciascuno di noi, ma sono condizionati dalla cultura. La persona umana è un essere così complesso che non si può più distinguere qual è la natura e qual è la cultura. Dubito che il papa ci riesca! C'è stata un'evoluzione e una differenziazione rispetto ad altre culture. Mi capita sempre più spesso di seguire coppie miste o di immigrati, e vi assicuro che certi maschi mussulmani hanno una modalità di dire i loro sentimenti che io vorrei che gli uomini italiani avessero. Voltaire dice di noi "latini": "Les Grecs ont inventé les fleurs, les Romains les légumes" (i Greci hanno inventato i fiori, i Romani le cose pratiche: le verdure. Non siamo tanto raffinati!).
Dobbiamo veramente cominciare a favorire nei nostri figli, nei nostri nipoti, lo sviluppo della capacità di esprimere sensazioni e sentimenti, chiedendo loro ciò che provano, trovando il tempo di parlare con loro. Non come una madre, che mi capita di seguire facendo il mio percorso per andare al lavoro, che, accompagnando il suo bambino alla scuola materna, parla tutto il tempo al cellulare, disinteressandosi del figlio o solo sgridandolo. Ma noi adulti siamo sempre più impazienti, abbiamo sempre meno tempo e la vita è caricata di tante attese.
(Paolo) Spesso si tratta di attese di successo che riversiamo sui nostri figli.
(Luisa) L'economista Stefano Zamagni fa notare che la famiglia ha in sé delle caratteristiche uniche, che le aziende oggi non hanno più. La famiglia infatti è centrata sulla cooperazione, che sarà la salvezza dell'economia del futuro: la cooperazione fra i popoli, fra poveri e ricchi, la cooperazione universale. Non c'è salvezza, dice Zamagni, se non c'è cooperazione. Mentre la concorrenza significa "mors tua vita mea", (la mia azienda vive, se tu muori), la cooperazione significa "vita tua vita mea", la tua vita è anche la mia. La famiglia è l'unico gruppo sociale che è organizzato sulla cooperazione. Ad un bambino di sei anni posso dire di sparecchiare, non ancora di far da mangiare. Cioè nella famiglia ognuno dà secondo le sue capacità. Ma anche nel dirci i sentimenti ognuno dà secondo le sue capacità.

rapporto con i figli

D.: Come rapportarsi con i figli, quando come genitori ci accorgiamo che relativamente alla scelta del partner stanno facendo una scelta, a nostro avviso, sbagliata?
R. (Luisa) Occorre giocare di fioretto. Credo che sia doveroso che un genitore dica quello che pensa, nelle dovute maniere, e lasciando libertà. Certo, se si tratta di ragazzi molto giovani, abbiamo ancora un obbligo di conduzione. In ogni caso dobbiamo stare attenti, perché l'intervento dei genitori, a volte, invece che far riflettere, può provocare un arroccamento: certe coppie, contestate dai genitori, si "appiccicano" ancora di più. Perché cosa c'è di meglio che una spalla su cui piangere, quando non ci si sente capiti dai propri genitori? Più tardi però, la loro vita può diventare un tormento, se la loro unione era basata solo su questo, se nel loro incontrarsi parlavano non di sé, ma dei loro genitori che non li capivano...
(Paolo) L'intervento attento dei genitori però presuppone innanzi tutto l'abitudine alla comunicazione, perché un dialogo non si può improvvisare. Ed è inoltre importante che i genitori lo dicano in maniera corretta. A volte, tacendo, il giudizio negativo dei genitori traspare dal linguaggio non verbale, e anche questo può contribuire a far coalizzare il figlio con l'altro...

il ruolo dei nonni

D. Soprattutto quando nelle giovani coppie entrambi lavorano, il rischio è che i nonni vengano utilizzati in sostituzione dei genitori, e non solo per dare una mano.
R. (Luisa) E' opportuno che i genitori facciano i genitori e i nonni facciano i nonni. Perché i nonni possono chiudere un occhio, possono viziare, possono fare le cose che non hanno fatto con i figli. E' anche bello che i bambini sentano la differenza generazionale. Noi a volte li facciamo vivere fuori dal tempo perché abbiamo paura di passare per vecchi. Ma nel linguaggio biblico si dice: "di generazione in generazione"... E' bello che il bambino abbia il senso del tempo. Se non l'ha, può vivere certe situazioni in modo drammatico. Per esempio può vivere la morte di un nonno come la possibilità che anche il papà e la mamma possano morire subito. Con il senso del tempo, possiamo spiegargli che, certo, anche papà e mamma moriranno, ma che nel frattempo lui sarà cresciuto, forse sarà diventato a sua volte mamma o papà. E' molto sana questa distribuzione nel tempo. Perché è lì che alleniamo la pazienza.
Avere pazienza, significa non poter avere subito una certa cosa che desideriamo o vorremmo ottenere, ma che la costruiamo in uno spazio temporale. Il tempo è questo terzo che si inscrive nella coppia, e le dà il senso del suo dinamismo, del suo gravitare verso una speranza che continuamente la allena ad approfondire il linguaggio.
Penso che la vita abbia due grandi dimensioni: quella del fare (i figli, il lavoro, le lotte....) e quella del contemplare. A me piace tanto questo Dio biblico che in un giorno fa tante cose, per poi fermarsi a contemplare ("è proprio bello e buono") e che l'ultimo giorno sta solo a contemplare. La dimensione del contemplare è maggiormente attivata quando si diventa più pensosi, più saggi, e anche con più tempo.
I nonni hanno del tempo libero ed è molto bello che possano aiutare i figlioli, però questa non deve diventare una pretesa.
Bisogna stare attenti a non innescare un processo di abuso dei nonni. Vi porto l'esempio di una nonna, che vive della sua pensione minima, che si occupa di un nipotino, figlio della figlia, che appartiene ad una famiglia agiata. La "nonna" ha anche un altro figlio, operaio, sposato da poco, e si sente chiedere dalla nuora, che aspetta un bambino, di occuparsi anche del nuovo nipotino. La nonna è in grande difficoltà, perché non vorrebbe dire di no, ma la sua condizione fisica non le consente di occuparsi di due bambini piccoli. E' stato necessario far capire alla figlia "ricca" che, forse, se avesse in qualche modo "retribuito" sua madre per il suo lavoro di baby-sitter, la madre a sua volta avrebbe potuto offrire al figlio e alla nuora, in condizioni economiche meno agiate, un contributo economico per assumere una baby-sitter per il loro bambino, e non sentirsi "discriminati, rifiutati" dalla nonna.
Quindi, quando facciamo i "generosi", come nonni, ma anche in situazioni di altro tipo, dobbiamo chiederci, e questo è l'aspetto politico della faccenda, che costume stiamo costruendo. Quando una giovane donna vede che intorno a sé, le sue colleghe, le sue amiche, ecc., sono tutte aiutate dai genitori nell'accudimento dei figli, mentre lei non lo è, sente poi questo come un'ingiustizia!

la figura genitoriale del partner

D.: Il ruolo genitoriale nei confronti del partner è sempre negativo? Non può essere un reciproco sostegno? Non può essere solo determinato dal fatto che uno dei partner ha un carattere forte?
R.: Certo va benissimo che noi in certe occasioni facciamo da supporto all'altro, l'importante è che la figura genitoriale non sia quella prevalente.
Dobbiamo fare attenzione però al fatto che, spesso, nel tempo dell'innamoramento, una donna è ancora in competizione con sua madre. E' una competizione inconscia. La ragazza assume la sua sessualità guardando alla madre (e il ragazzo al padre), aggiungendo poi altre immagini e orientando la sua femminilità sulla base dei modelli incontrati. Ma la ragazza, nel tempo della preadolescenza, deve risolvere l'edipo, staccandosi dal padre e cercando di allontanarsi dalla competitività con la mamma, altrimenti rimane schiacciata da questa figura. Ma, facilmente, questa modalità competitiva rimane. Pensate a quante donne, che hanno avuto una madre casalinga, quindi perfettina nell'andamento della vita familiare, vogliono, pur lavorando, tenere la casa in ordine, pulita e lucida, come la teneva la mamma. Perché si sono identificate in quel modello e non hanno operato quel distacco dalla madre che comporta anche il superamento della competitività. "Lascerai il padre e la madre" significa anche liberarsi dall' immagine della "perfezione" materna.
Spesso anche quando si innamora di un ragazzo un po' discolo, un po' sbandato, una ragazza si mette in coppia con questa modalità materna. Si sente "crocerossina": io ti salverò, io ti farò da madre. Senza arrivare ai casi patologici (e ce ne sono tanti!), questa modalità materna, che inizialmente sembra mandare avanti benissimo la coppia (lui continua a fare il giuggiolone, lei la materna), si svela quando arrivano i figli, e la donna riconosce che il primo figlio è il marito, e ne ha abbastanza... In realtà, non si è sposata con quell'uomo, ma con quello che lui doveva diventare quando lei avesse finito di svolgere il suo ruolo materno nei suoi confronti.

incarnare un modello democratico

(Paolo) Nel nostro intervento, avevamo anche l'intenzione, prendendo spunto da quanto affermava Carla Lunghi ("Non ci sono più modelli nella tradizione, bisogna cercarseli, inventarseli. ...Va bene qualunque modello purché sia un modello democratico, purché questa relazione pura sia fondata su una sessualità duttile, cioè una sessualità non piegata a modelli precostituiti, ma che sia scelta al di dentro di un rapporto paritario e democratico"), di riflettere su cosa vuol dire per la coppia incarnare un modello democratico, non solo al suo interno, ma anche come partecipazione politica all'interno della comunità civile e della comunità ecclesiale.
I problemi e le contraddizioni emersi in questi giorni a proposito dei Dico interpellano le coppie, che non possono essere passive e silenziose. In un incontro fatto a Padova, in cui la Bindi spiegava la sua idea sui Dico, le è stato chiesto se lei ascoltasse i vescovi, e il ministro ha fatto notare che lei li ascoltava, ma che anche loro avrebbero dovuto ascoltare lei!
Il discorso sulla democrazia si ricollega al discorso sulla laicità. Cosa viene chiesto oggi alle coppie come modo di far trasparire l'amore di Dio? C'è sicuramente non solo il volersi bene all'interno, ma anche un modo di essere presenti nella realtà civile, nell'incontro con gli altri. Diceva Rizzi che l'etica è un'etica laica, che poi può essere letta alla luce delle scritture. Il cristiano, e mi ricollego anche alla mia esperienza nel campo della bioetica, all'esperienza di lavorare in un comitato etico, non deve imporre un'idea, una fede, una morale: ci si deve confrontare e trovare un terreno comune.
Anche all'interno della chiesa dovremmo sviluppare delle modalità democratiche. Ancora tanti anni fa ricordo che don Germano Pattaro (un sacerdote col quale noi siamo cresciuti, che è stato un po' l'anima del nostro gruppo) diceva che se non ci fossero gli sposati nella chiesa, la chiesa sarebbe carente di qualcosa di essenziale, qualcosa che nessun altro può sostituire. E io credo che oggi ci sia un appello ad essere parti attive nell'esperienza del quotidiano, non solo nei discorsi teorici o sui principi. Prendiamo per esempio l'esperienza fatta dalla nostra generazione con l'Humanae Vitae: è stato un momento di presa di coscienza delle responsabilità e delle scelte personali. Con tutti i drammi e le sofferenze che ci sono stati in quel momento, è stato anche un momento di crescita ...

il primato della coscienza

(Luisa) E' stato un momento di crescita che mi aiuta a dire che nessuno può obbligare la mia coscienza. Lo ha sempre confermato anche la teologia morale (nonostante gli eretici e le streghe bruciate). In 2000 anni la chiesa (credo perché molto assistita dallo Spirito Santo!) ha sempre avuto la saggezza di non fare pronunciamenti dogmatici in fatto di morale. La morale infatti cambia, e non perché diventiamo più permissivi, ma perché l'uomo cambia! Pensate a come sia ritenuto aberrante oggi che un padre obblighi una figlia a sposare l'uomo scelto da lui, come invece succedeva 150-200 anni fa! Il costume del matrimonio è molto cambiato in questi anni.
(Paolo) In un articolo del 1980 della nostra rivista, dicevamo: "... così accade alla Chiesa, quando, dimenticando la logica sponsale non frequenta più l'uomo, non convive con lui, parla all'uomo, ma non con l'uomo, è informata su di lui, ma non si lascia da lui interrogare, si crea lo spazio per il trionfalismo istituzionale, ma si rischia anche che Dio muoia nel cuore dell'uomo."
(Luisa) Per concludere vorrei leggervi una poesia che abbiamo pubblicato sulla rivista, una poesia che io trovo molto ricca, scritta da un'anziana donna cubana, di colore.

Amore è
amare la grazia delicata del cigno azzurro
e della rosa rosa
amare la luce dell'alba
e quella delle stelle che si aprono
e dei sorrisi che si dilatano
amare la pienezza dell'albero
amare la musica dell'acqua
la dolcezza del frutto
e la dolcezza delle anime dolci dolci.
Amare l'amabile non è amore.
Amore è stendere sul guanciale
la stanchezza di ogni giorno
è entrare col sole vivo
nell'ansia della semente cieca
che perse il sentiero della luce
prigioniera della sua terra.
Amore è districar rovi sul sentiero delle tenebre
amore è essere cammino e scala
amore è amare ciò che ci fa soffrire
ciò che ci sanguina dentro.
Amore è entrare nelle viscere della notte
è inventarle il seme della stella
la speranza della stella.
Amore è amare da questa radice negra
amore è perdonare
e ciò che è più di perdonare
è comprendere.
Amore è abbracciarsi alla croce
inchiodarsi alla croce
morire
resuscitare.
Amore è risuscitare.

riassunto

L'elemento specifico dell'amore coniugale come immagine dell'amore di Dio sta nella sua dimensione di quotidianità.
Anzitutto ogni coppia è solo se stessa: non c'è un modello unico proponibile a tutti. Innamorarsi non è ancora amare. Amare è prendersi cura dell'altro all'insegna della gratuità. Nella gratuità mi affido all'altro nella fiducia che insieme si possa costruire qualcosa di bello, di buono, di appagante, nella consapevolezza della mia originalità e nella capacità di autovalutarmi.
Non si può fare coppia se non ci si affranca simbolicamente dai genitori, cammino oggi reso più difficile dalla situazione sociale. Fare vita di coppia implica organizzare la propria vita rinunciando alla vita da single a vantaggio della relazione, dedicandovi tempo, spazio ed energie.
La coppia che realizziamo nel tempo non è mai quella che abbiamo immaginato di essere.
L'amore è esigente, non solo perché esige una libertà di scelta, non solo perché esige la capacità di scegliere una relazione alla quale lego tutta la mia vita, ma è anche esigente perché mi obbliga ad assumere il rischio di espormi nella mia vulnerabilità all'altro, con la speranza che quanto io gli affido di me non venga mai ritorto contro di me. Il reciproco affidarsi è espressione di speranza e la alimenta.
Sposarsi non è pronunciare un sì il giorno del matrimonio. Ogni giorno ci sposiamo, perché ogni giorno è un giorno nuovo. Ma, data la nostra ambivalenza, non è sempre così facile. Ci portiamo delle ferite, delle quali spesso non siamo consapevoli, che condizionano il nostro comportamento e che dobbiamo controllare e rimarginare. Inoltre dobbiamo tenere a bada l'aggressività negativa che conduce a vedere l'altro come nemico, convogliando l'ineliminabile aggressività ad essere espressione della nostra volontà dialogante e costruttiva

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