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Quale spazio per la giustizia nella società contemporanea

sintesi della relazione di Mauro Magatti
Verbania Pallanza, 15 gennaio 2005

Molti contemporanei hanno la sensazione di vivere in un mondo caotico, confuso, frammentato. Sono necessarie nuove chiavi di lettura e di interpretazione del nostro tempo sia per evitare derive pericolose sia per incidere efficacemente nella soluzione dei nuovi ed inediti problemi.

dalla "modernità societaria" ad una condizione globale

La condizione contemporanea è una condizione "globale". Con il 1989 finisce un'epoca storica, iniziata con la seconda guerra mondiale, che possiamo chiamare "modernità societaria". Entrano in crisi quegli assetti istituzionali che nel XX secolo abbiamo chiamato società. La società del XX secolo, per lo meno in Occidente, era uno spazio geografico con dei confini stabili e dentro questi confini esisteva un sistema politico sovrano, una economia tendenzialmente distinguibile dalle economie vicine e una cultura più o meno nazionale. La coincidenza di questi tre elementi (un sistema politico parlamentare democratico nazionale, una economia tendenzialmente nazionale e una cultura tendenzialmente nazionale) non è un dato storico esistito da sempre, ma, apparso embrionalmente nel 1600, avrà il suo pieno fulgore nei cinquant'anni successivi alla seconda guerra mondiale. La vita sociale (schemi di pensiero, lotte sociali, movimenti politici...) era fondamentalmente pensata in riferimento alla dimensione nazionale.
Nel 1989 non cambiano solo i quadri geo-politici internazionali, ma entrano in crisi gli assetti societari. Si è parlato di globalizzazione per indicare questa nuova realtà, ma la globalizzazione non è affatto la nascita di una società globale (ci vorranno per questo chissà quante generazioni), non è l'indicazione che siamo arrivati da qualche parte, ma più modestamente e pericolosamente è l'indicazione che siamo usciti dal quadro storico che ha caratterizzato il XX secolo.
Da una quindicina di anni abbiamo varcato una soglia e molte questioni sono aperte. Ci muoviamo a tentoni senza sapere bene quale tipo di mondo possiamo o dobbiamo costruire, disponendo di strumenti in larga parte inadeguati. È anzitutto necessario cercare di capire cosa sta succedendo per poter orientare e governare questa nuova fase storica.
Tutto questo ci obbliga a ripensare il tema della giustizia, precedentemente declinato soprattutto su scala nazionale. Dal secondo dopoguerra per cinquant'anni, nei paesi occidentali, c'è stata una impressionante stabilità e crescita realizzatasi nello stato sociale. Si è garantito un sistema di protezione universale mai esistito prima di allora. Pur con tutte le critiche che è possibile rivolgere allo stato sociale si deve riconoscere il formidabile progresso avvenuto sotto due aspetti: da una parte l'aumento delle opportunità per tutti i gruppi sociali (l'accesso ad un certo benessere materiale e a un minimo di risorse culturali), dall'altra la significativa diminuzione dei livelli di disuguaglianza in tutti i paesi avanzati.
Con il 1989 non solo finisce la seconda guerra mondiale e la contrapposizione tra Occidente e Unione Sovietica, ma anche entra in crisi l'assetto della modernità societaria, con una inversione della tendenza all'aumento delle opportunità e alla diminuzione delle disuguaglianze.

globalizzazione economica politica e culturale

La rottura riguarda non solo l'economia ma anche la politica e la cultura, vale a dire i processi di formazione delle identità culturali.
Riguarda anzitutto l'economia in quanto la produzione e il consumo dei beni e il finanziamento della produzione cominciano ad essere organizzati su una scala non più nazionale. La Fiat produce le sue auto in Polonia e in Brasile, noi consumiamo dei beni prodotti in Corea e i capitali finanziari si muovono liberamente. Lo svincolamento dalla dimensione nazionale dei tre elementi costitutivi dell'economia (produzione, consumo e finanziamento) è stato favorito dal passaggio dalle tecnologie meccaniche a quelle informatiche.
La globalizzazione economica ha anche una radice politica. È sempre un po' complicato dividere potere e ricchezza. Chi ha il potere politico cerca di mettere le mani sulla ricchezza economica, anche per alimentare il suo consenso politico e chi ha ricchezza economica tende a interferire sul sistema politico.
Gli accordi internazionali di Bretton Woods del 1944, che stabilirono un sistema di regole che consentivano ad ogni moneta di avere una certa stabilità e permettevano ad ogni economia di organizzarsi su base nazionale, vennero incrinati per la prima volta da Nixon nel '71 con la soppressione della convertibilità tra dollaro e oro e poi ampiamente superati dalle decisioni assunte soprattutto dai governi degli Stati Uniti alla fine degli anni '70 e negli anni '80. Queste decisioni politiche modificano il sistema internazionale dei rapporti tra le diverse economie e consentiranno alle economie anglosassoni in crisi di rioccupare un posto centrale.
La globalizzazione ha a che fare con i processi della comunicazione e della formazione delle culture, mettendo in crisi le identità culturali nazionali. Oggi l'accesso a modelli culturali diversi è diventato molto più facile. Prima la televisione e oggi internet, in particolare per le popolazioni giovanili, consentono di accedere facilmente a qualunque riferimento culturale.
La rottura avvenuta riguarda quindi l'economia, la politica e la cultura, cioè i modi di pensare, le interpretazioni del mondo e anche le identità (chi siamo).
Esemplare su questi aspetti è la vicenda della Lega, che solleva questioni reali anche se con soluzioni discutibili. Sul piano economico mentre prima le risorse destinate dallo stato al sud ottenute dalle tasse imposte ai lavoratori e alle imprese del nord ritornavano al nord, in quanto si acquistavano i beni prodotti al nord (si acquistavano le auto prodotte dalla Fiat), adesso nel mercato globale non ritornano più al nord (si acquistano auto prodotte in Francia, in Giappone...). Il sistema non tiene più. Analoghe osservazioni si possono fare sull'identità politica e culturale.

un'inversione di tendenza: le disuguaglianze crescono

La tendenza alla riduzione delle disuguaglianze e all'aumento della integrazione sociale, prodottasi dal '45 al '90, si è interrotta, anzi si è invertita.
Innanzitutto le economie di tutti i paesi sono costrette a sostenere una competizione internazionale con maggiori opportunità ma anche con crescenti difficoltà per il sistema delle imprese.
Si produce così una concentrazione della ricchezza, data dalla possibilità di muoversi su uno spazio molto vasto, di investire ovunque, di avere maggiori opportunità. Una parte della società, piccola ma non piccolissima, si avvantaggia.
Ma la competizione a livello globale, che costringe a partecipare a una gara molto più complicata, con regole non sempre corrette, spinge all'aumento di coloro che non ce la fanno a tenere il passo, agli ultimi della fila, che vengono lasciati per strada. Dai primi anni '90 i livelli di disuguaglianza sono aumentati in tutti i paesi occidentali.
La globalizzazione poi incentiva lo spostamento, effettuato in qualsiasi modo, delle persone dai paesi più poveri a quelli più ricchi, con l'impossibilità di regolamentare il fenomeno. Negli Stati Uniti si stima che ci siano 8 milioni di clandestini. Questo significa un consistente incremento di lavoro nero.
C'è quindi da un lato l'allungamento della società, con una parte che si arricchisce sempre di più, con una parte che rimane sempre più indietro e con la parte che sta in mezzo sempre più timorosa e spaventata del futuro; dall'altro lato c'è il problema dei crescenti nuovi arrivi che pongono come urgente la questione della cittadinanza.
Sono sorti drammaticamente molti problemi, quello di chi non è adatto alla corsa-competizione internazionale, quello della riqualificazione continua della forza lavoro (i 50enni rischiano di essere accantonati), quello dell'invecchiamento della popolazione con grave onere economico.
E tutti questi problemi non possono essere più affrontati in termini nazionali. Non è più possibile dividere nettamente il destino degli uni da quello degli altri. Ma risolvere i problemi dell'intero mondo è un'impresa titanica. Il nostro stesso benessere, la possibilità stessa di garantire il benessere a chi vive qui la cittadinanza, è in qualche modo associato agli altri.

i destini dei popoli sono sempre meno separabili: interdipendenza

Sono aumentati in modo significativo i legami che intrecciano i destini degli uni coi destini degli altri.
Quello che succede in altri paesi ha conseguenze su di noi. Si pensi alla grave crisi economica argentina e alle conseguenze per chi aveva investito i risparmi nei bond argentini.
I paesi del Terzo Mondo devono sottostare a decisioni e condizioni imposte da istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale, il Wto, la Banca Mondiale per avere accesso al credito. Questo significa sia costringere quei paesi a seguire un certo modello di sviluppo, sia legare, concedendo prestiti, il destino dei nostri paesi a quelli del Terzo Mondo.
Basti pensare alle imprese e alla loro delocalizzazione. Se incomincio a vendere in un paese sono legato ai destini di quel paese.

gli uni sanno degli altri: un'arca con telecamere

È cambiata la percezione che abbiamo di quello che succede nel mondo. Noi sappiamo sempre più degli altri e gli altri sanno sempre più di noi.
La nostra condizione è raffigurabile come una grande arca che, dopo essere tutti saliti, è stata ermeticamente chiusa. Ci sono varie classi, dalla prima, in cui noi ci troviamo, alla quarta dove ci sono topi e fame. Qualcuno però ha avuto la malaugurata idea di montare un sistema di telecamere a circuito chiuso, per cui noi che mangiamo, cantiamo e ci divertiamo abbastanza, possiamo guardare quelli che stanno sotto e quelli che stanno sotto possono guardare noi, con reazioni facilmente prevedibili. Ci sono coloro che ci vogliono fare guerra perché teniamo tutto per noi, coloro che vogliono salire per poter godere almeno delle briciole del nostro lauto pasto, coloro che vogliono salire per poter inviare aiuti a chi sta sotto. Allo stesso modo tra coloro che stanno sopra c'è chi, vedendo nel monitor le condizioni disperate di chi sta sotto, ha mal di pancia, si commuove e continua a fare quello che ha sempre fatto, c'è chi vuole organizzare una spedizione di aiuti umanitari, c'è chi vuole sigillare ermeticamente tutto per impedire l'accesso ai disperati.
Non è più possibile prescindere dalla esistenza degli altri. Questa è una condizione globale, di cui occorre rendersi conto per poter orientare e governare i processi in corso.
La fatica che ci è richiesta è quella di tentare di capire la nuova realtà del nostro tempo, senza avere la pretesa di capire tutto, per sapere meglio dove mettere le nostre energie, per quali problemi val la pena spendersi, evitando di fare battaglie fuori dal tempo.

il problema della giustizia nella condizione globale

Il tema della giustizia oggi non può ridursi alla questione della riforma dello stato sociale in Italia, ma deve affrontare il problema di come stare dentro questo mondo interdipendente, in cui noi siamo nella prima classe mentre altri sono nella seconda, nella terza o nella quarta.

1. una sproporzione tra domande e risposte

C'è una sproporzione tra i bisogni, le domande e la nostra capacità di dare delle risposte. Non è possibile risolvere il problema semplicemente rinunciando al moltissimo superfluo di cui disponiamo. Qualche problema lo risolveremmo, ma la giustizia ha a che fare con forme dell'organizzazione sociale, con dei criteri generali.
L'attuale situazione è esplosiva e se non si interviene lavorando con gran lena e impegno è molto probabile l'esplosione di conflitti.
Occorre anzitutto sentire l'inquietudine di vivere in una condizione di ingiustizia. È drammatico vedere gruppi, persone, società che pensano di essere in una situazione di giustizia. Giustizia sarebbe almeno riconoscere che c'è dell'ingiustizia. Il primo passo da compiere è avere e far crescere la consapevolezza della sproporzione tra bisogni e capacità di risposte.
Oggi ci sono persone che vivono nella nostra società caotica senza trovarvi un senso: assumere il problema della giustizia e della ingiustizia può dare senso alla vita. È ciò che hanno fatto i nostri progenitori che si sono dati da fare per costruire una società più giusta a livello nazionale.
I tempi della giustizia sono però sproporzionati. Non si può dire a chi sta patendo la fame di pazientare perché nel giro di 250 anni il suo paese cresca. È il discorso della logica economica, che va rispettata (senza lo strumento del mercato non avremmo avuto il mondo che abbiamo creato) ma che non è sufficiente. Non è possibile assumere il discorso degli economisti che, di fronte alla esiguità della torta, sostengono che il problema è quello di farla aumentare, perché solo così ce ne sarà di più per tutti. Ma se per farla crescere occorressero 250 anni cosa importa questo risultato per chi muore di fame adesso? E inoltre anche una volta cresciuta non è detto che la torta sia divisa equamente tra tutti.
La nostra condizione globale inoltre si qualifica per il fatto che siamo tutti spettatori. Guardiamo l'ingiustizia che ci viene rappresentata. Drammatico è il fatto che al di là delle grandi emozioni collettive di fronte ai disastri che vengono rappresentati (si pensi al recente maremoto) la nostra vita va avanti come prima, e ancor più drammatico è il fatto che non ci rendiamo conto di tante altre spaventose ingiustizie e tragedie, solo perché non ci vengono rappresentate (si pensi a tutte le persone che muoiono ogni anno per le condizioni di vita inumane).
Essere spettatori di fronte all'ingiustizia e al dolore del mondo è una condizione che va compresa e valutata.
Un'ultima osservazione riguarda lo squilibrio istituzionale. Il sogno del XX secolo di creare mondi giusti, all'interno dei confini nazionali ci appare oggi inadeguato. Il livello di disuguaglianza è altissimo tra le diverse parti del mondo e anche al di dentro delle singole regioni, e l'accesso ai diritti è profondamente diseguale.
Ci mancano però strumenti istituzionali, strutture, per affrontare questi problemi.
Non è sufficiente la beneficenza. Abbiamo compreso che i problemi sociali, i problemi della giustizia, i problemi dell'esclusione sociale hanno bisogno di risposte più complesse. Se voglio, per esempio, favorire la fuoriuscita dalla tossicodipendenza di un ragazzo, non posso lasciar tutto sulle spalle della famiglia che da sola difficilmente riuscirà, ma devo supportarla con una serie di risorse che facilitino la persona a ritrovare il proprio equilibrio.
Ci mancano le strutture organizzative, ci manca il quadro politico soprattutto. La democrazia parlamentare si occupa degli spazi nazionali.

2. un fondamento per la giustizia: farsi carico del bisogno degli altri

Nella condizione globale in cui ci troviamo a vivere oggi, di intreccio inestricabile tra noi e gli altri, con una sproporzione tra i bisogni e la nostra capacità di dare delle risposte, sempre più spettatori con pesanti ricadute sulla nostra eticità e senza disporre di strumenti istituzionali per affrontare i nuovi problemi, abbiamo bisogno di radicare la giustizia da qualche parte.
La parola giustizia nel XX secolo è stata affidata alle istituzioni, mentre le persone concrete, in carne ed ossa sono scomparse: ci siamo abituati a pensare che tocchi alle istituzioni intervenire.
Si parla spesso e giustamente di diritti, ma non in modo sufficiente di doveri. Come sosteneva Simone Weil a proposito della Carta dei Diritti dell'Uomo del 1948 non ha senso parlare di diritti se qualcuno non si assume il dovere di fare rispettare quei diritti.
In un'epoca in cui esiste una tale sproporzione tra bisogni e risposte, senza la possibilità di risolvere in tempi brevi la drammatica situazione di ingiustizia, è anzitutto importante instaurare una prassi che attesti che la nostra umanità si qualifica nella nostra disponibilità a rispondere al bisogno di altri. È il primo fondamentale passo per orientare ed elaborare risposte ai bisogni di giustizia. Occorre ricordare a noi e ai nostri contemporanei che siamo umani se, di fronte a un nostro simile che ci chiede aiuto, noi ci facciamo carico di quella domanda. È una risposta - fondamento della socialità - che esiste ancora nelle nostre società, ma che ha bisogno di essere riscoperta con più forza e vigore.
Non è necessaria una radicazione religiosa (quanto detto dal racconto del buon samaritano è possibile ritrovarlo anche in altre culture e tradizioni). Il fondamento del sociale risiede nel fatto che l'essere umano, a differenza degli animali, si prende cura del compagno debole. Come dice Baumann "noi, contrariamente a quello che si pensa, siamo sociali perché siamo morali e non viceversa". Non è che noi diventiamo morali perché viviamo in società, ma la società, lo stare insieme, è possibile perché abbiamo un fondamento morale, che risiede nella capacità di dare risposta all'altro.
Questo non significa che siamo tutti buoni o che ci comportiamo sempre bene, ma che la nostra umanità si fonda sulla nostra capacità di rispondere al dolore dell'altro. Non possiamo guardarci allo specchio la sera e riconoscerci come esseri umani se, di fronte alla domanda di chi è sofferente, non abbiamo accettato di farci carico di quella sofferenza.
Oggi facciamo una gran fatica a stare attenti alle persone concrete, al di là della cerchia familiare.

3. costruire delle politiche di giustizia

Riportato il tema della giustizia alla concretezza delle persone, dobbiamo però renderci conto della enorme complessità del problema. È vero che se tutti si prendessero carico di una persona concreta che ha davvero bisogno oltre la cerchia familiare probabilmente avremmo già risolto moltissimi nostri problemi. È anche vero però che non possiamo risolvere i problemi della giustizia nel rapporto uno a uno. I temi della disuguaglianza, dell'accesso alle risorse, della cittadinanza ecc. hanno bisogno per essere affrontati anche di altri strumenti, di istituzioni di giustizia, di politiche di giustizia.
Purtroppo oggi non ci sono ancora assetti politici utili per affrontare problemi così gravi. Se leggiamo la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e osserviamo come vivono moltissime persone in molte parti del mondo compreso l'Occidente, dobbiamo riconoscere che moltissimi dei diritti non vengono rispettati e che quindi siamo in una situazione di illegalità. Che fare per costruire la legalità dei diritti dell'uomo?
Sul versante delle istituzioni politiche siamo in presenza di gravi difficoltà.
La democrazia parlamentare, per esempio, che noi abbiamo costruito, funziona solo rispetto ai cittadini a cui si riferisce. Il parlamento italiano, eletto dai cittadini italiani, prende delle decisioni per i cittadini italiani. È impensabile che prenda decisioni a vantaggio dei cittadini del mondo e a svantaggio dei cittadini italiani. È un problema molto grave della democrazia, incapace oggi di affrontare i problemi del nostro mondo. Non si tratta di abbandonare la democrazia ma di far sì che la democrazia rispetto al bene di tutti non sia addirittura controproducente (in democrazia può accadere che difendendo legittimamente gli interessi di chi si rappresenta si faccia il danno di tutti gli altri).
Dato che le democrazie sono legate all'opinione pubblica occorre lavorare perché l'opinione pubblica diventi consapevole del problema e spinga le democrazie statuali ad affrontare almeno qualche aspetto dell'ingiustizia.
Qualcosa è avvenuto in questo senso a proposito dell'ingerenza umanitaria, che prevede l'intervento degli stati per risolvere problemi esterni al proprio territorio. È un tema, quello dell'ingerenza umanitaria, delicato, difficile e importante. È importante perché apre la democrazia all'esterno, ma è pericoloso perché occorre stabilire chi come e quando intervenire. Inoltre l'ingerenza umanitaria può essere fraintesa: un'occupazione è un'ingerenza umanitaria?
In questi ultimi anni si è allargato il campo dell'ingerenza umanitaria dal caso di patenti e violente violazioni dei diritti umani (massacri, pulizie etniche, genocidi) a quello di emergenze economiche e sociali gravi e a quello dei progetti di sviluppo. I paesi occidentali già da tempo si erano impegnati a versare lo 0,7% del proprio PIL per sostenere progetti di sviluppo, ma questa percentuale non è mai stata raggiunta. L'Italia ormai è sotto lo 0,1%, dato che i fondi per la cooperazione e lo sviluppo sono stati tagliati per ragioni di debito pubblico o per sostenere interventi di varia natura che lo stato italiano ha in diverse parti del mondo.
Questi problemi ci devono riguardare come cittadini delle democrazie occidentali. È necessario definire norme, modalità e limiti di legittimità di questi interventi, quale ruolo spetti all'ONU e quale ai singoli stati... Per tutto questo è necessaria la mobilitazione delle opinioni pubbliche e quindi della nostra coscienza democratica. Non saranno mai i governi dei singoli stati, da soli, senza una pressione sociale, a imprimere una svolta.
Chi deve costruire questi istituzioni capaci di affrontare i temi della giustizia globale? Le istituzioni della democrazia che noi abbiamo le hanno costruite i movimenti, i gruppi di cittadini, sistemi di interessi, pezzi di mondi culturali.
È stata un'impresa terribile, e da molti allora ritenuta impossibile, regolamentare il processo scaturito dalla nascita e dalla diffusione del capitalismo (urbanizzazione, fabbriche senza regole...). Eppure l'idea che anche gli operai fossero persone che dovevano campare e vivere dignitosamente, che i bambini non potevano andare a lavorare a cinque anni, che le donne per partorire dovevano poter stare a casa, che se uno si rompeva una gamba doveva lo stesso ricevere un salario, si è progressivamente affermata e alla fine le condizioni di lavoro sono certamente molto migliorate. Non è che i governi, dall'alto, abbiano magnanimamente concesso... No, è stato un processo faticoso di rivendicazione dei diritti, da parte delle persone che ne sentivano l'esigenza.
Ecco perché il tema dell'ingerenza umanitaria non può essere delegato ai governi o all'ONU. È proprio necessario che ci siano dei gruppi, delle organizzazioni, che comincino a muoversi, che comincino ad esplorare delle strade che non conosciamo, e che un po' per volta aiutino a capire quali cammini si possano intraprendere. Esistono già alcuni movimenti, esistono per esempio le Organizzazione Non Governative. Si pensi alla funzione esercitata da Amnesty International sul rispetto dei diritti umani contro l'uso della tortura. Le istituzioni nascono anche dal basso, dal fatto che la gente si rimbocca le maniche.
Anche le chiese, in quanto soggetti organizzati molto forti, possono contribuire a ridurre le disuguaglianze, le ingiustizie, per far nascere la famiglia umana.
Stiamo correndo però gravi rischi, addirittura di fare passi indietro perdendo i risultati straordinari ottenuti nel XX secolo se accettassimo l'idea sostanzialmente darwiniana di un cammino dell'umanità come di una grande corsa competitiva che premia quelli svelti e condanna tutti gli altri. È una idea che ogni tanto si ripresenta e che grida vendetta alla intelligenza dell'uomo.
È un'epoca molto impegnativa la nostra, che ha mete molto remote e alte, ma anche ha la possibilità di perdere quanto di prezioso è stato costruito nel passato. Ecco perché è fondamentale la comprensione del nostro tempo.

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