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L'uomo della Bibbia di fronte alla morte

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio
Verbania Pallanza, 12-13 dicembre 1981

Premessa

Piuttosto che soffermarci su alcune pagine tipiche della Bibbia riguardanti la morte, vedremo, attraverso una carrellata, come gli uomini della Bibbia, uomini distanti da noi per cultura, sensibilità, religiosità, ecc., hanno vissuto questo problema in prima persona, come si sono comportati, quali reazioni hanno avuto di fronte alla realtà della morte, alla propria morte e alla morte in generale nelle sue diverse forme; come si sono atteggiati di fronte alla morte e inevitabilmente di fronte alla vita, perchè vita e morte sono due realtà correlate.
La prima parte sarà dedicata all'Antico Testamento; nella seconda parte vedremo come Gesù ha reagito davanti alla sua morte e anche alla morte degli altri.
Emergerà il vissuto e anche la meditazione sulla morte e sulla vita. Non c'è altro tema nella Bibbia in cui il vissuto sia così coinvolto. Si intende la morte non come fatto puramente biologico o come morte fisica, ma come realtà che intacca e coinvolge profondamente l'esistenza umana; non come realtà tranquilla e serena, ma come realtà violenta, fallimento, recisione dei vincoli umani.

1. La morte nell'Antico Testamento

Scorrendo la Bibbia dall'inizio, abbiamo una prima pagina, quella di Caino ed Abele (Gen 4) che mostra come il popolo di Israele reagisce di fronte alla morte.

la morte di Abele (Gen 4): la morte violenta

La morte di Abele causata da Caino è violenta, è morte di un innocente, morte con spargimento di sangue, fratricidio. Israele ha avvertito la criminalità di questa morte violenta, dello spargimento del sangue, dell'uomo che diventa lupo davanti all'uomo. Questo senso di orrore provato di fronte alla morte violenta, Israele lo manifesta presentando Dio che, al contrario, si pone come il difensore della vita.
Il sangue dell'innocente Abele grida e la sua voce giunge a Dio, il quale condanna la morte violenta e si pone sul versante della vita. Caino ed Abele hanno un significato rappresentativo, prototipico per la cultura Israelitica: Abele è il prototipo dei pastori e Caino il prototipo degli agricoltori. Israele, popolo di pastori, era sopraggiunto ad occupare una zona abitata da agricoltori (i Cananei). Le violenze tra gruppi socialmente diversi, che ricordavano Israele e le sue origini, fa in modo che, nella fede di Israele, Caino ed Abele diventino due grandi simboli: dell'innocente violentato e dell'oppressore, del prepotente violento. Israele, dunque, da una parte ha riconosciuto il dramma delle morti violente, dall'altra parte ha percepito che Dio è schierato sul fronte della vita, contro la violenza omicida. Questo primo quadro, pertanto, riguarda la morte violenta, quella causata dall'odio del fratello, dell'uomo che uccide l'uomo.

il diluvio (Gen 6-9): la morte come minaccia cosmica

Una seconda pagina dell'Antico Testamento riguarda il diluvio. Questo racconto ha alle spalle il ricordo delle inondazioni delle pianure mesopotamiche. La morte diventa esperienza di gruppo, di popolo, di umanità. E' ancora una morte tragica, drammatica, non più causata dall'odio del fratello, ma dallo scatenamento degli elementi della natura (le acque, forze terribili per la mentalità biblica). In queste pagine del diluvio si fa viva la coscienza del popolo di Israele per cui la storia è minacciata dalle forze della morte, del caos.
Dio fece questo mondo, costituì il primogenito dell'umanità, Adamo, ma le acque del diluvio riportarono il mondo allo stato primitivo, dove tutto era caotico. Notiamo la sensibilità che Israele aveva di fronte a queste tragedie in cui le forze della morte invadono la storia.
Come motivo di speranza c'è l'alleanza tra Dio e Noè e, per suo tramite, l'umanità tutta. Dio promette di erigere un argine di fronte alle forze terrificanti del caos e della morte. Questa umanità si sente così piccola per cui attribuisce a Dio quello che noi oggi diremmo che è il compito dell'umanità.
Noi, che viviamo in un'età nucleare, una età in cui le forze del caos e della morte possono travolgere l'umanità, possiamo sentire l'ansia e l'angoscia di fronte al pericolo incombente, ma possiamo sentire anche la speranza, nonostante tutto, che un argine si possa erigere di fronte alle forze del caos e della morte. Questo secondo quadro riguarda dunque la morte come minaccia cosmica, contro l'umanità.

la morte di Abramo (Gen 25,7-11): la morte serena

Un terza pagina è la notizia della morte di Abramo. E' una piccola annotazione redazionale, in cui si pone termine al ciclo narrativo riguardante Abramo. E' la morte fisica di un individuo il quale, al tempo stesso, ha valore rappresentativo, in quanto è Padre del popolo. Questa morte è una realtà vissuta con tranquillità e serenità estreme, come la cosa più normale, perchè è una morte che coglie un uomo in una vecchiaia felice ("vecchio e sazio di giorni"). Abramo ha potuto compiere la sua missione, o meglio, il disegno di Dio su di lui si è compiuto. La sua morte è una realtà pacifica, scontata, che giunge al termine di una vita di pienezza. Non c'è nulla di problematico: Abramo, adempiuto il suo compito, esce di scena tranquillamente, tra gli applausi e l'encomio dell'autore. La storia va avanti attraverso il figlio Isacco. Il popolo di Israele non ha visto niente di angoscioso e di drammatico in una morte che oggi possiamo definire "da patriarca".

l'annuncio della morte di Giuseppe (Gen 37)

In una quarta pagina torna il senso drammatico della realtà della morte: la morte di Giuseppe annunciata al padre Giacobbe. Giacobbe, ormai anziano, viene a sapere che il figlio prediletto è stato divorato (non era vero, ma questo non ha importanza) e reagisce dicendo: "Non ha più senso per me continuare a vivere. Voglio raggiungere il mio figlio prediletto nello Sheol".
Lo Sheol era una fossa sotterranea in cui andavano a finire tutti i morti: essi sopravvivevano, ma come larve, senza vita, in un luogo pieno di polvere senza movimento. La Bibbia distingue tra sopravvivenza e vita: nello Sheol non c'è vita, ma solo una sopravvivenza, un'esistenza umbratile, statica. Per la Bibbia vita è movimento (è un concetto dinamico, qualitativo).
Nello Sheol non si può lodare Dio, avere rapporti né con Dio, né con gli uomini. Manca la vita come relazione, come rapporto, comunicazione, partecipazione, scambio affettivo.
Nelle religioni primitive esistevano culti per i morti, il cui regno era governato da una divinità. Israele non ha nessun culto per i morti; non c'è Dio nel regno dei morti: la realtà di Dio è antitetica alla realtà della morte; la morte è l'anti Dio. Il regno dei morti è il regno della non vita, della non relazione, della non comunicazione. E' l'esito fatale di tutti gli uomini, tanto di chi muore sazio di giorni come di chi muore lacerato nella sua esistenza. La morte non ha niente di positivo: può essere desiderata solo da un uomo, come è Giacobbe, che non ha più ragione di vivere, la cui vita è già spenta.

la storia di Giuseppe

La quinta pagina è la storia di Giuseppe, come storia globale. Giuseppe va in Egitto, dove, dopo diverse peripezie, diventa governatore. In un periodo di carestia, Giuseppe, per progetto di Dio, salva il suo popolo dalla fame. E' uno strumento di vita in mano a Dio per un popolo minacciato dalla morte, dalla carestia.

l'epopea dell'esodo

Abbiamo poi un'epopea costruita sul binomio vita-morte: l'epopea dell'esodo, quando gli ebrei in Egitto sono esposti allo sterminio come popolo, come unità etnica, culturale, religiosa. Nei libri dell'Esodo e dei Numeri troviamo i momenti significativi di questa epopea. Innanzitutto c'è la presa di posizione del Faraone che ordina che tutti i figli maschi degli ebrei siano affogati. Ma Dio prende le difese di questo popolo condannato alla morte. Poiché il Faraone non permette ad Israele di uscire dall'Egitto e di costituirsi come popolo con una sua terra, con una sua autonomia, con una sua identità, Dio manda il flagello della morte; la morte dei primogeniti. Il momento più drammatico si ha quando il popolo si incammina per uscire dall'Egitto: nella notte dell'uccisione dei primogeniti si trova davanti alle acque, nuova minaccia di morte per il popolo di Israele. Ma ecco che le acque si aprono e il popolo scampa alla morte, mentre gli inseguitori soccombono. Le pagine del deserto vogliono significare questo: tutta la vita del popolo è minacciata dalla morte, ma esso è sostenuto dal Dio protettore della vita.
La storia del popolo di Israele è la storia di un popolo in pericolo, minacciato, attaccato dalle forze della morte; alla quali sfugge grazie alla protezione del Dio alleato, del Dio della vita.
La grande epopea è epopea di un popolo tra la morte e la vita.

i racconti della creazione (Genesi 2-3): come conciliare morte violenta e Dio della vita?

Questo popolo incomincia a riflettere sulle grandi esperienze che ha vissuto. Non vive solo di ricordi, di tradizioni, di esperienze, ma rimedita sulle realtà essenziali della vita e della morte, inquadrandole nel contesto della sua fede, nella fede nel Dio dell'Alleanza. Nei racconti delle creazione l'uomo (cioè l'umanità) è collocato nell'Eden, in una situazione di vita. Dall'albero della vita coglie tranquillamente i frutti della vita. L'Eden rappresenta il mondo secondo il disegno di Dio, una situazione di vita dove la vita è a portata di mano. Ma ecco il dramma: l'uomo, messo in una situazione di vita, cerca e si procura la morte, l'uscita dall'Eden, dal luogo della vita, perchè ha progetti orgogliosi di autosufficienza, perché non riconosce i suoi limiti creaturali, non riconosce di essere debitore di Dio, di ricevere il dono (i frutti della vita sono il dono di Dio). In questa ricerca di orgogliosa autosufficienza, l'uomo trova la morte.
Queste pagine sono una riflessione teologica per spiegare come mai c'è un mondo in cui coesiste la morte come dramma, la morte violenta, la morte come tragedia cosmica, la morte come fallimento, la morte come tragedia di intere popolazioni, insomma la morte dal volto disumano, con un Dio che vuole la vita (poiché il popolo ha sperimentato che Dio è dalla parte della vita: è dalla parte di Abramo, è colui che pone le chiuse alle acque nel diluvio, è dalla parte della vita in Egitto...). Come mettere insieme dato di fede (il Dio della vita) e l'esperienza drammatica?
La soluzione dell'uomo biblico è che non possiamo attribuire a Dio la responsabilità delle morti violente. Dio è per la vita e pertanto la responsabilità delle morti disumane spetta all'uomo. E' una soluzione teorica per spiegare un dato di fede e un dato di esperienza. E' una spiegazione che lascia spazio ad una speranza: che Dio sia più forte dell'uomo che ama la morte e che sia capace di portare l'uomo ad amare la vita.
Le pagine drammatiche dell'uomo che si separa dall'albero della vita mantengono però un barlume di luce, quello della promessa di Dio, che riuscirà a piantare nel cuore dell'uomo l'albero della vita, l'amore alla vita e a sradi
care l'albero malefico della morte violenta.

originalità di Israele rispetto alle culture circostanti

Questo schema teologico raffinato, Israele l'ha elaborato in antitesi con altri schemi teologici esistenti a quel tempo. Tutti i popoli si sono interrogati sul perché della morte orrenda nella propria storia, nella storia dell'umanità, nelle famiglie e si sono dati delle spiegazioni.
La cultura sumera elaborò l'epopea di Gilgamesh (attorno al 3000 a.C.), con la quale si voleva dare una risposta ai grandi problemi dell'umanità, in questo caso ai problemi della morte o della vita poema di Gilgamesh. L'uomo, l'Adamo di questo poema, è Gilgamesh stesso, re di Uruc, il quale, di fronte alla morte improvvisa dell'amico Enkidu, è preso dall'angoscia, dal terrore e vuole sapere il perché della morte. Perciò va dagli dei, da coloro cioè che possono dare una risposta. E la spiegazione è questa: gli dei hanno riservato a sé la vita e hanno dato all'uomo la morte. La spiegazione è nella volontà malvagia degli dei o nel potere degli dei di riservare a se stessi la vita e dare all'uomo la morte. Contro la volontà degli dei non si può andare: è fatale che sia così. Ma Gilgamesh non si rassegna; e allora il dio a cui Gilgamesh si è rivolto, preso da compassione, gli dà la piantina della vita. Gilgamesh torna verso la sua città. Giunto in vista degli spalti si ferma ad una fontana per dissetarsi: ma ecco che dalla fontana esce un serpente che afferra la piantina e la porta via. Gilgamesh piange e si rassegna alla spiegazione fornitagli dagli dei. All'uomo rimane un'unica possibilità perché il suo ricordo rimanga sulla terra, quella di compiere grandi imprese, imprese eroiche. E' una soluzione disperata e anche di tipo aristocratico, perché è riservata solo a quelle persone che possono compiere imprese eroiche. La plebe, che non può compiere imprese eroiche, muore senza la consolazione dell'immortalità del ricordo.
Al contrario la soluzione biblica è una soluzione che riguarda tutto il popolo, chiunque: è una soluzione che alimenta grandi speranze. In Israele nasce la speranza che Dio possa far germinare, far crescere nel cuore degli uomini l'amore alla vita e distruggere l'odio per la morte.

la riflessione del deuteronomista: scegliere tra la vita e la morte

C'è poi un altro teologo, il Deuteronomista, che riflette sul problema del bene e del male, della vita e della morte. Il popolo di Israele, scampato al pericolo di morte in Egitto e nel deserto, è di nuovo ripiombato nella morte, cioè nell'esilio, grazie alla disobbedienza, alla ribellione a Dio, al non tener conto della Parola di Dio.
Ma il Deuteronomista dice che c'è una possibilità perchè possa rivivere (e rivivere vuol dire tornare nella terra, avere un futuro davanti, essere in un progetto storico, a differenza della situazione di soppravvivenza larvale propria dell'esilio), una possibilità che dipende dall'obbedienza a Dio. La vita del popolo, una vita felice, di soddisfazioni, è possibile solo nell'obbedienza a Dio. Dunque, le possibilità della vita sono condizionate.
In Deut 30, 15-16 Mosè dice: "Oggi porgo davanti a te, o popolo, il bene e il male, la vita e la morte". La vita è una scelta, non è un destino. Così la morte non è un fato brutale. Vita e morte non sono fatti biologici ma frutto di scelta. Si sceglie la vita come si sceglie la morte. Il popolo, che ha scelto la morte, è chiamato a rovesciare le sue deisioni, a scegliere la vita nell'obbedienza a Dio, nella fedeltà alla Parola di Dio. Il Dio della vita dà la vita a condizione che l'uomo ami Dio "con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze".
La vita è condizionata a questa fedeltà, a questa adesione a Dio, fonte di vita.

Ezechiele: rianimare la speranza nel Dio risuscitatore

Una sesta pagina la troviamo in Ezechiele, profeta dell'esilio. E' un teologo che riflette sulla realtà di questo popolo. Nel cap. 18 si mostra molto vicino alla visione deuteronomista. Si batte contro la concezione collettivistica della morale tradizionale, che sosteneva che i figli possono portare le conseguenze deleterie del peccato nei padri. La vita e la morte, sostiene invece Ezechiele, sono scelte della persona, che decide positivamente o negativamente: non si portano le conseguenze del peccato degli antenati.
Nel capitolo 37 non affronta il problema della vita e della morte delle persone singole, ma il problema del popolo che è morto nell'esilio (abbiamo le due immagini della valle di ossa aride e del deserto riempito di sepolcri con dentro cadaveri). Il deuteronomista diceva che la condizione per tornare alla vita era di tornare a Dio, di obbedirgli; Ezechiele invece non fa problema di condizioni. Si trova davanti a un popolo rassegnato, che dice: siamo ridotti a ossa aride, siamo finiti come popolo di Dio, siamo senza un futuro, destinati a sopravvivere come un'entità qualsiasi nella storia dell'impero mesopotamico.
Il deuteronomista aveva un problema più morale: voleva mobilitare la reazione del popolo per poter rivivere (quindi voleva indicare le possibilità concrete per passare dalla morte alla vita); Ezechiele invece vuole rianimare una speranza, con l'annuncio di un messaggio di speranza contro ogni speranza. C'è una possibilità nuova: Dio risusciterà questo popolo (un popolo, non singoli individui). E' Dio che si pone come il creatore, il risuscitatore.
In Ezechiele ci sono due momenti. nel primo momento il profeta annuncia la Parola di Dio e le ossa aride si ricompongono. Si ergono in piedi, ma restano immobili. Allora Dio chiama Ezechiele e gli dice di invocare lo Spirito. Ezechiele lo invoca, i corpi si muovono. La forza creatrice di vita è lo Spirito, il nuovo dinamismo che crea vita dove c'è morte.

Giobbe: alla ricerca di un Dio amico

Il problema della vita e della morte è al centro della esperienza travagliata di Giobbe. Giobbe è l'uomo che vive una vita di privazione, è l'uomo piagato, l'uomo che, vivendo una vita così martoriata, desidera morire, addirittura dice: "Fossi mai io nato!". E' una delle affermazioni più impressionanti che abbiamo nella tradizione biblica perché l'uomo biblico era attacattissimo alla vita: tranne la morte serena di chi giunge a compimento di una vita di pienezza (come quella di Abramo), tutte le altre morti erano troncamento, fallimento, tenebra. Il vero problema teologico di Giobbe è trovare, in un difficile e quasi eroica ricerca, un volto amico di Dio in questa vita martoriata, segnata di croci. Come si spiega un Dio amico in un mondo nemico? Il Dio della vita come può sopportare una vita umana così travagliata?
E' interessante vedere come questi uomini della Bibbia che avevano fede e avevano una teologia, non chiudevano gli occhi di fronte alla realtà senza paura di vedere le contraddizioni violente tra la loro fede e la realtà che vivevano.
La risposta al problema di Giobbe non c'è. Dio gli dice: "Tu sei uomo e io sono Dio, tu sei creatura e io creatore": viene rimarcata cioè la distanza fra l'uomo e Dio. Come a dire: sono interrogativi che tu uomo hai; sei chiamato ad avere fede in Dio nonostante un mondo nemico. Giobbe è chiamato a un silenzio di attesa. Non dice più che Dio è cattivo, non bestemmia più: ma non può dire che Dio è un Dio amico per questo o per quest'altro motivo. C'è in Giobbe un desiderio enorme di ritrovare un Dio amico ma la realtà pesantissima del mondo e della sua esistenza gli impediscono una facile risposta. I toni più violenti di tutto il discorso biblico sul problema dell'esistenza umana li troviamo senz'altro in Giobbe.
In un tempo in cui le vecchie certezze sono crollate e le nuove non ci sono ancora, Giobbe potrebbe rappresentare il cammino di noi, che siamo alla ricerca di un volto amico in un mondo così nemico com'è il nostro, in una vita così nemica.

Qoelet: tutto è vanità

Altro libro controcorrente è il Qoelet, ancor più scettico di Giobbe. Giobbe ha una passione enorme che lo porta alla ricerca del volto amico di Dio. Qoelet invece è un saggio un po' cinico, che si batte con estremismo impressionante contro l'ottimismo un po' superficiale della corrente israelitica della sapienza, per la quale, dato che esiste un porto della felicità e ci sono dei sentieri, è sufficiente che l'uomo si affidi all'insegnamento della sapienza. Il grande slogan del Qoelet invece è: "Vanità, tutto è vanità" (migliore è un'altra traduzione:"tutto è vuoto, immenso vuoto": il vuoto è morte; la vita è pienezza). In 3, 13 ss. Qoelet giunge a dire che tra l'uomo e la bestia non c'è nessuna differenza perché entrambi muoiono. L'estrema equiparazione è la morte come troncamento della vita, come fine di un'esistenza incompiuta. Qoelet vede tutta l'esistenza sotto il segno della morte. La sua soluzione è: "non coltiviamo sogni troppo elevati, progetti troppo ambiziosi. Accontentiamoci dei piccoli doni di ogni giorno" (non è del tutto scettico).
Si tratta di una visione parziale, che affronta però importanti problemi che riguardano ciascuno di noi.

Sapienza (2-3): un destino differenziato

Col libro della Sapienza (70 a.C.) siamo nell'ambiente ellenistico di Alessandria, dove viveva una diaspora ebraica molto numerosa (gli ebrei erano un quinto della popolazione), molto vivace intellettualmente, che parlava greco e dialogava con la cultura greca. In quest'ambiente si ripropone il problema della morte e della vita e si raggiunge un punto d'arrivo di una lunga riflessione del popolo d'Israele, riuscendo a superare la barriera della morte. La morte, che finora, sia quella tranquilla sia quella drammatica, era intesa come un finire nello Sheol, diventa ora un destino differenziato. Non tutti allo stesso modo vanno a finire nello stesso Sheol: i giusti, i fedeli, quelli che hanno amato la vita, nel senso di pienezza, entreranno nella comunione con Dio. Se lo Sheol era il troncamento di ogni relazione e sopratutto di quella con Dio, ora i giusti, nella morte, non avranno alcun troncamento, ma entreranno nella comunione con Dio e con gli altri; mentre i persecutori, i malvagi avranno un destino di morte.
Alla fine del cap. 2 e all'inizio del cap. 3, si dice che la morte è il destino non di tutti, ma di quelli che solidarizzano col diavolo (una scelta, dunque); gli altri, quelli che solidarizzano con Dio, avranno la vita.
Solo nell'ambiente di Alessandria, per merito dell'antropologia greca che distingue corpo e anima, gli ebrei riescono a dare questa soluzione al problema: le anime dei giusti sono immortali, il loro destino è pieno di pace, di comunione con Dio, di fratellanza, mentre i malvagi sono destinati al castigo. L'interesse è sull'individuo: per questo si riesce a superare il problema della morte. La soluzione è la differenziazione del destino dopo la morte, secondo però l'agire di questa vita; è in base a come l'uomo vive che si costruisce un destino. Vita e morte sono vita e morte eterne, al di là della morte fisica.

Maccabei: la speranza della risurrezione

In Palestina, nello stesso periodo, (II secolo, fino al 100), abbiamo l'era dei martiri (175 a.C.), cioè di quelli che non rinunciano alla propria fede e cadono così sotto i colpi degli oppressori. In questo periodo, per la prima volta, Israele si pone appunto il problema dei martiri (vedi i Maccabei): come è possibile che il martire, che dà la vita, cioè quanto di più prezioso ha, per Dio, vada a finire nello Sheol con l'oppressore? Attraverso l'esperienza del martirio, nasce la speranza della resurrezione, della resurrezione di tutto l'uomo. Per la concezione antropologica biblica l'uomo è una unità psicofisica e perciò muore tutto, finisce tutto (mentre per la concezione greca l'uomo è sopratutto anima, che abita forzatamente in un corpo, da cui si libera finalmente con la morte).
La resurrezione è la risposta del Dio della vita ai martiri. Israele ha sempre vissuto la morte come violenza, annientamento, fallimento del popolo, della persona, dell'umanità; per secoli ha coabitato in questo problema enorme: Dio fonte della vita in un mondo votato alla morte. Solo alla fine, attraverso un lungo cammino, arriva a sperare in un Dio che dà l'immortalità beata alle anime dei giusti e in un Dio che risuscita i martiri.
Una prova di come la fede di Israele fosse vissuta nell'angoscia l'abbiamo leggendo Geremia, profeta giusto; subisce la persecuzione malevola di casa sua; deve annunciare un Dio forte e invece sperimenta che Dio è assente dalla sua vita. La fede non la si vive tranquillamente con un mare di risposte e un fiume di interrogativi, ma la sivive con un mare di interrogativi e pochissime o nulle risposte.
Come far coabitare nella nostra vita questo Dio amico e la morte che ci assedia come persona, come gruppo, come popolo, come umanità? Alla fine c'è questa speranza estrema dettata da una situazione estrema, quella dei martiri. La speranza è un'uscita estrema da un problema drammatico, uno slancio enorme in un momento di emergenza.

Alcune precisazioni

sperare l'impensabile

Secondo la concezione antropologica della tradizione greca, l'uomo è anima immortale in un corpo mortale; secondo la concezione antropologica della tradizione biblica, l'uomo è unità psicofisica, sia pure complessa, sfaccettata.
A seconda che si abbia una determinata concezione antropologica, la speranza è concepita in un modo piuttosto che in un altro, poiché la speranza riguarda l'uomo; perciò a seconda delle antropologie, la speranza si declina culturalmente in modo diverso.
Per chi dice: l'uomo è anima, la speranza è l'immortalità delle anime; in Palestina, dove l'uomo è unità, la speranza sarà la resurrezione, che riguarda tutto, anima e corpo (risorge tutto l'uomo, in quanto essere relazionale). La concezione antropologica predetermina le soluzioni teologiche.
Nella Bibbia troviamo due culture antropologiche o due modi di esprimere la speranza: quella della immortalità delle anime e quella della resurrezione. La speranza non è una cosa scontata. La speranza è una scommessa terribile che facciamo sulla fede in Gesù morto e risorto. Non poggia su un destino; l'uomo non ha in sé una scintilla di immortalità: è un essere mortale, è finito, è morto, va nello Sheol.
La resurrezione è ricreare la vita dove c'è morte: sta alla morte come frattura, come rottura. Tra speranza ed esperienza è una scommessa spaventosa. La speranza è una possibilità difficilissima. E' un prodigio enorme quello che noi speriamo, è l'impensabile quello che noi pensiamo. Noi siamo le ossa aride. Tutto direbbe di no.
Il problema che più angustiava Israele era la vita e morte del popolo. L'attenzione è sul popolo, non sulla persona. Israele risente di un influsso culturale. Ogni israelita si sentiva tale, persona, nel popolo: fuori dal popolo si riteneva morto. Israele è nato come popolo. La sua era una cultura dove il gruppo, la solidarietà contavano enormemente. Tutto ciò spiega perchè gli israeliti siano arrivati tardi alla soluzione del superamento della morte relativamente alla persona.
Israele giudicava la morte tranquilla, serena, quale quella di Abramo, come la cosa più normale, mentre le morti premature, di innocenti, di sangue, facevano problemi immensi.
In Israele c'è una varietà enorme di modi di vita, di modi di pensare, da parte di vari gruppi. E' una realtà molto complessa. C'è una pluralità di concezioni. Per esempio, con la concezione dello Sheol coesisteva un'altra concezione, forse ancora più arcaica, quella del ricongiungimento nella morte con i propri antenati.

la speranza nel Dio della vita

Quello che resta è il cammino di fede che Israele ha fatto. Alla fine, l'era dei martiri e il dialogo con l'ellenismo portano Israele alla speranza nella resurrezione. L'esperienza dei martiri fa scattare la soluzione al problema della morte fisica dell'individuo. Non si riesce più a mettere anche i martiri nello Sheol e nasce la spinta a dire che Dio li prenderà con sé. Ma cosa vuol dire: "Dio li prenderà con sé?" Per quelli di Alessandria, che avevano una concezione antropologica per cui l'uomo è anima, vuol dire che Dio prende con sé le anime; per Israele, la cui concezione antropologica è unitaria, che Dio prende con sé l'uomo nella sua totalità: è la resurrezione dell'anima e del corpo.
La speranza si costruisce per prima cosa sulla fede in Dio fonte di vita, secondariamente a contatto con un'esperienza di emergenza quale è quella dei martiri, la quale fa scattare appunto la speranza: Dio li prenderà con sé. La costante del cammino di fede percorso da Israele è data dalla fede nel Dio della vita, Dio donatore e protettore della vita. E per vita non si intendeva mai il problema biologico ma la qualità della vita; non il vivacchiare, l'esserci in qualche modo, ma il vivere nella pienezza, nella felicità.
Allo stesso modo per morte non s'intendeva la dimensione biologica biologico, ma quella di uno scadimento qualitativo della vita. Morte è là dove non c'è relazione.
L'anima profonda dell'esistenza di Israele è dunque la fede nel Dio dell'Esodo, un Dio che non ha nulla da spartire con la morte, perché è il Dio della vita. Israele è giunto molto tardi a dare una spiegazione ai problema dei destini degli individui proprio perché ha sempre visto il mondo della morte fuori da ogni sfera di Dio. Non è mai arrivato a dire che Dio avesse qualche compromissione con la morte. E' sulla fede in questo Dio che Israele costruirà la speranza.

2. Gesù nei confronti della morte

Vediamo come reagì Gesù davanti alla morte altrui (poiché ciò è rilevante dal punto di vista teologico), ma soprattutto di fronte alla sua morte (questo ci permette di cogliere il suo vissuto).

a. reazioni di Gesù di fronte alle morti altrui

Per vedere la reazione di Gesù di fronte alla morte degli altri, il Vangelo ci presenta le pagine della morte del figlio della vedova di Naim, della morte della figlioletta di Giairo, della morte di Lazzaro. Gesù reagisce resuscitando questi morti con la sua parola.
Il significato di questi gesti singolari di Gesù è in Giovanni (11, 24-25) "Io sono la resurrezione e la vita: chi crede in me, anche se morto vivrà e chi non crede in me morirà della morte eterna". Cioè: Gesù è la Vita degli uomini; chi crede in lui patirà la morte fisica ma non quella eterna, cioè la morte che riguarda il mondo nuovo, il mondo del Regno di Dio. Queste pagine della resurrezione di Lazzaro evidenziano il motivo della speranza cristiana: Gesù è la resurrezione e la vita, soprattutto alla luce della sua resurrezione; Gesù è fonte della resurrezione per chi crede in lui, per chi è solidale con lui.
Queste sono alcune reazioni singolari di Gesù di fronte alla morte altrui, ma certo Gesù ha sperimentato tante altre morti senza resurrezione: tutta l'esperienza comune, quotidiana il Vangelo non ce lo dice.

b. reazioni di Gesù di fronte alla propria morte

Quanto alla reazione di Gesù di fronte alla sua morte, possiamo cogliere nei vangeli diversi momenti significativi.

Luca 13, 31-33: un tempo limitato

Innanzi tutto in Luca (13, 31-33) si dice che Erode ha in progetto di uccidere Gesù dopo aver fatto uccidere Giovanni Battista. Gesù è sotto una precisa minaccia di morte; e che Erode non scherzasse lo dimostra la morte di Giovanni Battista. Gesù reagisce dicendo cha ha davanti a sé un periodo limitato di vita (oggi e domani) e che nessuno può impedirgli di portare a compimento la sua missione. "Il terzo giorno sarò finito".
L'esistenza di Gesù, quindi, non è un tempo indeterminato, ma è determinata, i giorni sono contati, perché sono giorni segnati da una missione che deve compiere, sono giorni pieni.
"Da oggi, domani e dopodomani devo proseguire la mia strada": è una necessità morale, non una fatalità, quella che Gesù prende su di sé responsabilmente. Gesù ha una lucida consapevolezza di avere una missione precisa da portare a termine e dalla quale nessuno lo può distogliere. Qui riusciamo a cogliere il vissuto di Gesù, i suoi progetti.

Giovanni 11,8-9: coscienza lucida

Una seconda pagina significativa è in Giovanni (11,8-9): Gesù si trova in Transgiordania, nascosto, perchè a Gerusalemme i Giudei minacciano la sua vita. Nel frattempo, Lazzaro sta male: Gesù, allora, fa i preparativi per tornare a Gerusalemme. Gli Apostoli, che sanno che c'è un pericolo vicino, tentano di farlo recedere dal suo proposito, ma Gesù non si lascia intimorire, nonostante il pericolo. Non va con fatalismo, ma con una coscienza vigile, lucida. Dice: "ho ancora 12 ore da spendere nella mia vita per compiere la mia missione; poi verrà la notte" (della morte).

i preannunci della passione: fedele alla propria missione

La terza pagina è rappresentata da tre preannunci della passione, morte e resurrezione di Gesù. Soprattutto il preannuncio della resurrezione fa parte dell'esplicitazione fatta dalla comunità cristiana; ma che Gesù abbia preannunciato la sua morte vicina, è un fatto incontestabile.
Gesù non si è trovato inaspettatamente di fronte alla morte (è una morte non pacifica, ma violenta); è lucidamente cosciente di ciò che lo aspetta. I preannunci li troviamo in Marco (8,31-33; 9, 30-32; 10, 32-34).
Il primo preannuncio Marco lo colloca dopo la confessione messianica di Pietro: perciò provoca uno choc nei suoi discepoli.
Gesù sa ciò che l'aspetta e lo dice ai suoi discepoli. Ciò che lo aspetta è una necessità (deve) del progetto di Dio, che Gesù accoglie responsabilmente, facendolo proprio. Il progetto di Dio è che Gesù percorra la sua strada a qualsiasi prezzo. La morte è stata vissuta da Gesù Cristo come gesto di obbedienza, non nel senso che Dio volesse la sua morte, ma che percorresse fin in fondo, a qualsiasi prezzo, la sua strada.
In questo brano di Marco emerge Pietro come l'uomo comune, pauroso, che si paralizza di fronte a questi prezzi da pagare. Per essere fedele alla sua missione, Gesù deve resistere alle pressioni dell'ambiente, che lo voleva Messia. La fedeltà al progetto di Dio è una fedeltà conquistata, frutto di una lotta. Le altre predizioni sono più o meno sullo stesso tono.

Marco 10, 45: il dono della vita

Abbiamo qui il motivo del servizio e della diaconia. Il servizio in opposizione al signoreggiare. Gesù offre il suo esempio, l'esempio del suo vissuto. "Il Figlio dell'uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e per dare la sua vita in riscatto dei peccati della moltitudine". Per la prima volta vediamo che per Gesù la morte ha significato oblativo, è un dare la sua vita, fare dono della sua vita agli altri per riscattarli dal peccato; non è solo segno di obbedienza al Padre, ma è amore per noi, è gesto di amore oblativo, di amore, di dedizione.
Bisogna, a questo proposito, citare tre testi di Giovanni.
Giovanni 10, 11: "Io sono il buon pastore, che dà la vita per le sue pecore": è amore oblativo.
Giovanni 12, 24-25: Gesù si paragona al seme di grano, che "se non cade a terra e non muore, rimane solo; se invece muore porta molto frutto". Gesù non ama la morte per la morte: la vita, per lui, è una moneta da spendere, non è un valore assoluto; l'assoluto, per Gesù, è il progetto di Dio, è la moltitudine degli uomini: la vita è funzionale. E', quello di Gesù, un amore alla vita in senso più ampio, per cui spende volentieri la vita che ha.
Giovanni 15, 13: nel discorso di addio, Gesù dice: "Nessuno ha amore più grande di questo, di dare la propria vita per i suoi amici". La vita viene spesa da Gesù volentieri, con amore, per gli amici. E' ciò per cui si spende che legittima la spesa fatta. C'è un valore più grande dell'esistenza, per cui Gesù spende volentieri la vita, pur preziosa; ma più prezioso è ciò per cui lui dà la sua vita.

la cena dell'addio: una vita condivisa e donata

Una quinta pagina che mostra il vissuto di Gesù, è la cena dell'addio. La troviamo in Marco (14, 22-25), Matteo (26, 26-29), Luca (22, 15-20), Paolo 1 Corinzi (11,23). Il mangiare insieme è un segno di grande amicizia, di comunione con i suoi. Lo spezzare il pane è il gesto che compie il Padre di famiglia nei pranzi solenni. Nell'ultima cena Gesù compie un gesto e pronuncia delle parole uniche: "Questo è il mio corpo, questo pane significa me"; "Questo è il calice di me, il cui sangue viene versato". C'è questa sottolineatura della persona di Gesù, che viene meglio raffigurata nel gesto del pane e del vino in Luca e in Paolo, i quali dicono: "dato", "sparso".
Il pane spezzato significa: la mia vita spezzata; il vino bevuto significa: il mio sangue versato per voi: c'è ancora questa oblatività. Pane e vino stanno come segno, come preannuncio della morte violenta di Gesù, che egli vive con gesto di donazione nei confronti dei suoi discepoli, dei suoi amici, della moltitudine degli uomini, più cari a Lui che la sua vita.

Getsemani:la paura della morte violenta e la fedeltà estrema alla missione

Un sesto spiraglio è la scena del Getsemani, in Marco (14, 32-36). E' questa una pagina molto importante. Ci dice che Gesù, davanti alla morte violenta, è preso dal panico, ha paura (c'è questo spessore umano di Gesù); poiché è terrorizzato, prega Dio di liberarlo da questa eventualità così spaventosa. Appare chiaro che Gesù ha paura della sua morte violenta, ma non si lascia paralizzare da essa, nel senso di scappare di fronte alle responsabilità. Accetta di portare fin in fondo la sua missione.

Gesù libero di fronte alla morte per liberarci dalla paura della morte

Vediamo le conclusioni su Gesù, che rappresenta la norma, la legge, il metro di confronto per noi, nella misura in cui tentiamo di essere cristiani (poiché la fede cristiana è fede in questa persona, è richiamo a Gesù di Nazareth).
Gesù è un uomo libero di fronte alla morte, alla sua morte violenta. La morte non è un'ossessione, un fato che lo schiavizzi, che si imponga di forza.
E' un uomo che, però, ha paura della morte, non è un eroe. Non è libero di fronte alla morte perchè incosciente di cosa significa. Ha paura della morte ma non se ne lascia paralizzare nel progetto della sua vita.
Paura, angoscia, timore, panico, tristezza sono i segni della nostra umanità; lasciarsene paralizzare, invece, è più frutto di una debolezza colpevole. Gesù supera la paura paralizzante.
Per Gesù c'è qualcosa che vale molto di più della sua vita biologica: il compimento della sua missione, a qualsiasi prezzo, l'amicizia con i discepoli, il riscatto dell'umanità peccatrice. Gesù, libero di fronte alla morte, vuol liberare l'uomo di fronte alla morte;
La vita per Gesù è un bene, vi è attaccato, vorrebbe non perderlo, ma accetta la morte, la accetta però per un valore superiore. La sua vita non è un assoluto a cui sacrificare tutto e tutti: c'è qualcosa di molto più importante. (relativizzazione della vita di Gesù)
La vita è una moneta da spendere, un talento da impiegare. Non è una fortezza da difendere a qualsiasi costo, ma va spesa per qualcosa di molto più importante. Non va spesa come una merce vile; è una merce preziosissima, da spendere per ottenere qualcosa di molto più prezioso, da spendere per amore oblativo, per obbedienza. Ha valore funzionale.

3. Paolo e la morte

Vediamo come Paolo si mette di fronte alla morte o alla vita.

pronto a dare la vita per i Tessalonicesi

Nella prima lettera ai Tessalonicesi (2, 8), Paolo si dice pronto a dare la sua vita per amore dei Tessalonicesi, divenuti cari al suo cuore. L'amore è la cosa più importante. Dare la vita per Paolo e per Gesù non è un gesto eroico, ostentatorio o masochistico. Ci sono dei valori così importanti, per i quali è giusto dare la vita.

al centro l'utilità della comunità

Nel 57 Paolo è prigioniero. C'è un processo contro di lui: ci sarà o una sentenza capitale o un'assoluzione. Nella prima lettera ai Filippesi (1, 23-26) vediamo come Paolo vive questa situazione davanti a queste due possibilità. Dice di essere scisso, preso in un dilemma: la prima voglia è morire, per essere sempre con il Signore (il desiderio della morte, quindi, non è per sé stessa, come una liberazione dei mali, ma come possibilità di essere in comunione definitiva con Cristo); la seconda voglia è "essere ancora con voi, perché voi avete ancora bisogno di me". E' scisso, cioè, tra il suo bene e l'utilità delle comunità.
Alla fine decide per la seconda alternativa.

dedizione disinteressata

Nella seconda lettera ai Corinzi (12, 14-15) appare il verbo "spendere" e "spendersi": "io spenderò molto volentieri e spenderò me stesso tutto intero per la vostra vita". Paolo è disposto a spendere tutto quello che ha, a spendersi tutto per la vita di quelli di Corinto. Questa comunità non era così vicina a Paolo: "Vorrei avere tanta parte nel vostro cuore, scrive, quanta voi l'avete dentro di me". E' impressionante questa dedizione disinteressata alla comunità di Corinto.
Non sono un assoluto né la vita fisica, né la morte come liberazione da essa: la vita è una moneta da spendere bene, comperando ciò che vale (la vita degli altri, l'amicizia, la missione); è un talento da mettere a frutto.
Nell'Antico Testamento le forze della morte minacciano la vita delle persone, dei popoli, dell'umanità: il messaggio della Bibbia è quello di mobilitarsi, di battersi contro di esse, che operano dentro e fuori di noi. Ed è un battersi con possibilità, grazie alle speranze nel Dio della vita. E' una speranza da rilanciare di continuo, nonostante le sconfitte, rincarando sempre più la dose della posta in gioco, non diminuendola nei suoi contenuti. La speranza da rilanciare di continuo, è la speranza dei martiri, della resurrezione, di chi ha lottato per la vita fino a dare la sua morte.

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