Incontri di "Fine Settimana"

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Verbania Pallanza, 16 aprile 2011

il contributo delle donne nel dire Dio

Nella prima parte del nostro incontro mi concentrerò su alcune figure femminili che hanno accompagnato Gesù. La mia preoccupazione non è tanto di rivendicare una visibilità femminile all'interno del movimento cristiano della prima ora - ricerca comunque legittima - , ma di rispondere ad una domanda teologica più profonda, e cioè di scoprire il contributo delle donne nel dire Dio, nel manifestare il Regno di Dio. Chiaramente le figure femminili che seleziono sono finalizzate a mostrare l'inedito che viene appreso tramite la loro sapienza femminile. Nella seconda parte mi soffermerò in particolar modo su un testo degli Atti, per porre quelle domande, già poste dai precedenti relatori, sulla corresponsabilità, sulla collegialità, sulla sinodalità, sulle modalità attraverso cui, nella Chiesa primitiva, il processo decisionale entra in gioco.

Maria, modello esemplare del discepolo

La prima figura femminile che faccio entrare in scena è la mamma più famosa del mondo, cioè Maria. Sono consapevole del rischio che corro, dato che Maria è una figura su cui sono stati scritti fiumi di trattati, che hanno dato origine ad una branca della teologia chiamata "mariologia". La figura di Maria però a me interessa perché da Luca viene presentata come archetipo, come modello esemplare, del discepolo.
Ogni vangelo fa una scelta di un archetipo discepolare. Per esempio, il discepolo di Marco è l'apprendista-discepolo, quello che, arrivato alla fine del percorso, comprende che deve riiniziare l'itinerario daccapo. Marco ci struttura un cammino discepolare che tende a destabilizzare chi si sente troppo sicuro delle proprie certezze. Per Giovanni, invece, l'archetipo del discepolo è il discepolo amato (che alcuni studiosi identificano con Giovanni stesso, o con la comunità giovannea). Forse il non avere specificato il nome fa sì che ognuno di noi ci possa mettere il proprio. Dan Brown arriva perfino a identificarlo con Maria di Magdala, nell'ultima cena.

una fede interrogante e dialettica

Luca invece sceglie Maria, e il suo vangelo si apre con un abecedario sul percorso discepolare: i vangeli dell'infanzia infatti li possiamo leggere come una scuola di discepolato.
Maria-discepola riceve l'annuncio della Parola e, nel riceverlo, per prima cosa si interroga su che cosa vogliano dire quelle cose: "Si domandava che senso avesse un tale saluto" (Luca 1,29). Quindi, la sua è una fede interrogante, non muta e ubbidiente. E poi chiede come possano avvenire quelle cose:"Com'è possibile?" (Luca 1,34) Quindi, non solo si interroga dentro di sé, ma pone delle domande, per cui è anche una fede dialettica. L'archetipo di discepolo che Luca ci presenta è quello di una persona che dialoga, fino alla resistenza. Solo dopo le dovute spiegazioni ("Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio..." Luca 1,35), Maria dirà: "Sia fatto secondo la tua parola".

una fede in cammino e che canta

La seconda scena ci mostra Maria che si mette subito in viaggio. Quindi la Parola, che la discepola riceve, sul cui significato si interroga, e su cui chiede chiarimenti all'interlocutore, anche se è il Signore dell'universo, è una Parola in grado di mettere in moto. In tutta fretta Maria compie un viaggio in una regione montuosa per visitare Elisabetta. Luca ci sta descrivendo una geografia simbolica. Il monte, soprattutto per Luca, è per eccellenza il luogo della rivelazione, come il monte della trasfigurazione, dove il cielo si squarcia e si ode una voce: "Questo è il mio figlio diletto, ascoltatelo" (Luca 9,35), o come il monte dell'infamia, della croce, luogo di una teofania paradossale. In questo brano del vangelo dell'infanzia Luca ci mostra il monte di Elisabetta, dove Maria riceve per la prima volta l'annuncio che il bambino di cui è in attesa è il suo Signore: "A cosa devo che la madre del mio Signore venga a me?" È una confessione di fede fatta da un'altra donna, Elisabetta, ancor prima della nascita del bambino di Maria. E la Parola che Maria-discepola ha ricevuto, che ha discusso con se stessa e con Dio, che l'ha messa in moto, che la fa entrare in dialogo con un'altra persona, con la comunità, rappresentata da Elisabetta, è una Parola che la spinge a cantare. Dopo aver percorso tutto questo itinerario, Maria proclama la Parola. Ed è una proclamazione autorevole e gioiosa: "L'anima mia magnifica il Signore... (Luca 1,46). È una Parola proclamata, dimensione importante per le donne. È una proclamazione anche liturgica, perché avviene attraverso un cantico, strutturato sullo schema del salmo, che fa memoria della storia passata e presente, e che soprattutto dichiara di parlare di un Dio che capovolge, che mette sottosopra il mondo.

una fede che mette sottosopra

Successivamente Luca ci presenta un'altra situazione, quella in cui Maria (che nel frattempo ha avuto il bambino) va al tempio e incontra una strana figura, quella di Simeone, un uomo anziano, ma, come Luca si premura di dirci, non un profeta, dato che è Anna la profetessa che vive nel tempio. Simeone capita al tempio proprio nel momento in cui Maria e Giuseppe presentano il bambino, e dice a Maria una frase che noi abbiamo spesso letto in chiave doloristica, come anticipazione della passione: "E a te una spada trafiggerà l'anima" (Luca 2,35). Certamente la bibbia è un libro così ospitale che permette tante interpretazioni. È evidente però che in questo caso la spada che penetra fino in fondo, che taglia in due l'anima e che mette a nudo i cuori, è la Parola di Dio. È come se a un certo punto Luca dicesse a questa discepola che quel rovesciamento del mondo, che lei ha cantato nel Magnificat, deve avvenire anche dentro di lei. Che, pur essendo la madre di Dio, non è una privilegiata, non è esentata dal fare certi percorsi. Che anche nel suo cuore c'è una parte alta e una parte bassa che devono essere ribaltate. Che quella Parola di giudizio le deve penetrare l'anima e mettere sottosopra il cuore.
Dopo averci presentato, in sintesi, tutto il "programma di catechismo" che Maria deve seguire per diventare discepola del Figlio, a partire da questo momento Luca ci mostra i suoi fallimenti.
Infatti troviamo Maria con Gesù dodicenne, che si esprime con un linguaggio che sfiora il ricatto affettivo: "Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco tuo padre ed io angosciati..." (Luca 2,48). Maria sembra cambiare carattere nel presentarsi come un personaggio un pochino più umano. Chiaramente nei vangeli dell'infanzia ci viene mostrata in un'immagine l'essenza della vita di Maria. Al termine di tutto l'itinerario, nel Libro degli Atti, troveremo Maria discepola tra i discepoli.

una fede che, a Cana, forza i tempi

Il personaggio di Maria, che Luca prende come archetipo del discepolo, è collocato da Giovanni nella scena della prima ora di Gesù, nel famoso episodio delle nozze di Cana (Giovanni 2, 1-11). È un episodio molto importante in Giovanni, con una portata simile a quella delle beatitudini per Matteo, dato che è il primo gesto pubblico compiuto da Gesù. È un gesto fortemente simbolico, che viene sollecitato, forzato, da una donna, da sua madre. Giovanni ci racconta che durante il banchetto di nozze viene a mancare il vino e che Maria nota: "Non hanno più vino". Noi ricordiamo sempre la seconda frase: "Fate quello che egli vi dirà", e prestiamo poca attenzione alla prima, che a me sembra invece molto interessante. Maria è una donna che osserva i bisogni del mondo e li verbalizza, tra l'altro senza esprimere giudizi. Non è semplice capire davvero le carenze del presente. Io, per esempio, tendo ad esprimere un giudizio quando nomino le patologie della società attuale: critico la cultura della delega, la cultura pubblicitaria, competitiva, la tendenza a semplificare realtà complesse, ecc... Maria invece mostra uno sguardo totalmente empatico verso il mondo, nell'osservare: "Non hanno più vino". Nota la carenza, ma non critica l'incapacità o l'ingenuità di chi non è stato in grado di preparare opportunamente un banchetto di nozze. Nel suo dire c'è proprio una passione per il mondo, una attenzione premurosa verso i bisogni del mondo.
La risposta di Gesù è molto interessante: "Che c'è tra te e me, donna? L'ora mia non è ancora venuta" (Gv 2,4). Maria (non ci viene detto quali emozioni provi di fronte a questa risposta) dice ai servi: "Fate quello che egli vi dirà" (Gv 2,5). E Gesù ordina ai servi di riempire le brocche.
Mi interessa questa donna, che sollecita suo figlio a manifestare la propria ora, una donna che, in questo modo, anticipa quanto noi preghiamo continuamente: "Venga il tuo Regno... Vieni Signore Gesù ... Maranatha..." Noi ricorderemo questo primo segno di una festa che viene prolungata, di un banchetto di nozze che continua ad essere spazio di festa e di gioia, il tutto sollecitato dall'impazienza di una discepola che ha forzato i tempi. "L'ora mia non è ancora venuta", dice Gesù. Ma la sua ora viene anticipata, perché una discepola ha avuto un'altra opinione, la percezione che il tempo era giunto, e ha saputo trovare il linguaggio per esprimerla.

la samaritana

Ci sono anche altre donne, che hanno fatto sì che Gesù venisse sollecitato a prendere direzioni inedite rispetto al suo ministero. La seconda figura che vi voglio presentare, pur non famosa come Maria, è ugualmente molto importante. È una di quelle figure folgoranti che entrano solari nella scena e poi scompaiono, lasciando però una traccia indelebile: il quadro, dopo la sua presenza, non è più lo stesso. Parlo dell'apostola di Sichem, la samaritana. Non sappiamo il suo nome. Sappiamo, se vogliamo esprimerci in modo gentile, che è una donna dalla "vita affettiva creativa". La sua importanza deriva dal fatto che sollecita Gesù a prendere atto di qualcosa che avviene nel momento stesso in cui lei pone una domanda.
Ricordate la scena, che leggiamo al capitolo 4 di Giovanni:

''Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era il pozzo di Giacobbe.
Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua.
Le disse Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi.
Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani.
Gesù le rispose: « Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: " Dammi da bere!, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva ».
Gli disse la donna: « Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua viva?... »
Rispose Gesù: « Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna ».
« Signore, gli disse la donna, dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua ».
Le disse: « Va' a chiamare tuo marito e poi ritorna qui ». Rispose la donna: « Non ho marito ». Le disse Gesù: « Hai detto bene " non ho marito ", infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero ». Gli replicò la donna: « Signore, vedo che tu sei un profeta.
I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare ».
Gesù le dice: « Credimi donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei.
Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori.
Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità ». Gli rispose la donna: « So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa ».
Le disse Gesù: « Sono io, che ti parlo ». (Giovanni 4, 11-26)''

passione per il mondo: un'acqua che cambi l'ordinarietà della vita

Gesù è in viaggio dalla Giudea alla Galilea e bisogna che passi per la Samaria (è un bisogno non geografico, ma esistenziale). Si ferma a Sichem, al pozzo. È un viandante stanco, affaticato, che ha un bisogno: ha sete. Una donna all'ora sesta, a mezzogiorno, viene ad attingere l'acqua. Fa caldo. E quest'uomo le chiede da bere. La reazione della donna (Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?) ci chiarisce che si tratta di una donna consapevole del mondo e della realtà intorno a lei, della conflittualità politica e religiosa esistente tra i due popoli, ma anche della differenza di genere, che in quella cultura patriarcale ha un notevole peso.
A questo punto nasce un dialogo molto serrato: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: " Dammi da bere!, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva», dice Gesù. Anche se a una prima lettura questa frase può sembrare: "Lei non sa chi sono io!" , in realtà Giovanni ci sta sollecitando a fare un percorso. Ci troviamo in un luogo centrale per la vita di un villaggio: il pozzo è il luogo dove avvengono gli incontri, un luogo che nella tradizione biblica ha anche una carica erotica molto forte, sia perché è al pozzo che si combinavano i matrimoni, sia per la simbologia erotica che evoca: il pozzo profondo, il pozzo con l'acqua... Si crea una comunicazione su tanti piani, dove non si capisce chi e che cosa fraintenda. Ad una lettura superficiale, potremmo dire che la samaritana fraintende totalmente la comunicazione di Gesù, ma in realtà Giovanni è più sottile. In questo dialogo, c'è un testo e un sottotesto, e il sottotesto piano piano diventa il testo. All'inizio sembra che parlino di acqua, poi ci si accorge che lui si riferisce ad altro, ma lei ha già posto il problema delle differenze: tra i due popoli, tra uomo e donna... E quando Gesù dice che le avrebbe potuto dare dell'acqua viva, lei gli fa notare che lui non ha neppure un secchio per attingere. Può sembrare un'osservazione da casalinga, ma è un'osservazione importante, sulla pragmaticità di quello che si annuncia.
Non rischiamo forse noi di annunciare un'acqua della vita che nulla ha a che fare con la vita quotidiana? Non rischiamo noi di usare il linguaggio del sacro senza scalfire per nulla l'ordinarietà della vita?
La samaritana pone queste domande perché è interessata ad un'acqua in grado di mutare l'ordinarietà della vita. Lei chiede a Gesù di quell'acqua per non dover andare tutti i giorni ad attingere.
Sembra un'osservazione ingenua, ma è l'osservazione di chi si chiede perché, nonostante l'annuncio della salvezza, il mondo non sia redento. Di chi si chiede perché, se la chiesa è un laboratorio del Regno, esista tanta oppressione all'interno della Chiesa. È come se la samaritana dicesse che non le interessa un'acqua della vita che non sia in grado di cambiare il suo quotidiano!
Noi rischiamo davvero di creare una dicotomia tra il linguaggio religioso, consolatorio e il linguaggio del quotidiano. Nella samaritana appare immediatamente quella passione per il mondo che già abbiamo notato in Maria. Il Signore ha creato il mondo, non la religione. Questa famosa frase ci deve ricordare che la chiesa è a servizio del mondo, che la fede ha a che fare con il mondo, che la salvezza non riguarda le anime, ma la persona umana nella sua interezza. Quando parliamo di resurrezione dei corpi, diciamo la concretezza.
E proprio perché la samaritana ha posto il problema di un'acqua che possa cambiare la sua vita, Gesù le dice di andare a chiamare suo marito, mettendo così a nudo la sua realtà esistenziale. "Se tu pretendi che quest'acqua cambi la tua vita, la devi mettere a nudo" le dice Gesù, marchiando così l'apostola di Sichem come la donna dalla "vita affettiva creativa"!

i cercatori sono cercati da Dio

A questo punto la discussione si ravviva nuovamente, perché la donna, constatato di aver a che fare con un profeta, e mostrando di avere una grande conoscenza della situazione politica e religiosa della sua realtà, chiede che Gesù le chiarisca "dove" bisogna adorare Dio, date le visioni diverse tra Giudei e Samaritani... Avendo parlato dei suoi mariti, avrebbe potuto chiedergli qualcosa su di sé, sul suo futuro, invece la donna di Sichem non piega il profeta ai suoi bisogni. Il profeta biblico infatti non è un chiromante, ma è colui che ha lo sguardo penetrante sulla realtà, che sa capire la realtà.
Notate la domanda di questa donna: "dove dobbiamo adorare Dio?" Una domanda importante, spirituale, intensa, da persona che si interessa della vita, del mondo.
E Gesù rilancia la domanda dicendo che il problema non è dove si adora Dio, ma come. Afferma di essere convinto, in quanto ebreo, di aver ragione, ma che, al di là di questo, "verrà un tempo, anzi è già venuto, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità. Perché il Padre cerca tali adoratori".
Ecco, la samaritana è una donna che cerca, che cerca di capire, e Gesù le dice che lei è già cercata dal Padre. I cercatori sono cercati da Dio: bellissimo incontro.

una sollecitazione a rivelarsi

A questo punto avviene una cosa molto interessante: la samaritana fa emergere in Gesù un aspetto identitario di cui forse lui non aveva piena consapevolezza. Con un'astuzia squisitamente femminile, nota che lui le ha spiegato una serie di cose, e che lei sa che deve venire il Messia, il Cristo, a spiegarle. Le parole di lei sono come un invito a rivelarsi. È come se Gesù avesse un sussulto, e prendesse coscienza di essere il Messia. Quel "io sono" ("Sono io che ti parlo"), che manda in delirio gli esegeti giovannei, che in questa forma essenziale viene detto solo in questa occasione (in altri momenti dirà: "Io sono il pane della vita... Io sono l'acqua...", ecc.), è stato fatto emergere da una ricercatrice di Sichem.
Quel "io sono" di Gesù rinvia all' "io sono" di Dio a Mosé nell'Esodo, al capitolo 3, pronunciato dopo un dialogo ugualmente incalzante, in cui Mosé chiede a Dio di rivelarsi.
E infine scopriamo la sapienza di questa donna anche nel modo di annunciare agli altri ciò che ha visto e sentito. Immediatamente dopo quel "io sono", la donna lascia la brocca, e corre a dire alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?»
Innanzitutto parte da sé, dal suo percorso (la prassi delle donne del partire da sé l'ha inventata la samaritana!). E poi notate la delicatezza di quell'annuncio evangelico non assertivo: non sarà per caso il Messia? E l'esito di questa missione è veramente fecondo: i samaritani, popolazione scismatica, prima attraverso la mediazione della samaritana e poi per conoscenza diretta, lo accolgono talmente bene che Gesù resta con loro per due giorni.

Nicodemo e Samaritana: due incontri contrastanti

Possiamo confrontare questo incontro con quello avvenuto con Nicodemo (Gv 3) e notare il forte contrasto tra i due. Di Nicodemo ci viene detto il nome, ci viene detto che ha un ruolo sociale prestigioso, e che l'incontro avviene di notte, al buio, di nascosto. Della samaritana non conosciamo il nome, ma la vediamo che avvicina Gesù in piena luce, in maniera solare, a mezzogiorno: l'ora in cui Gesù sarà crocifisso e morirà sulla croce con quello stesso bisogno che aveva da viandante al pozzo. Gli sarà fatta bere una mistura di acqua e aceto, e poi sangue ed acqua usciranno dal suo costato, simboli, come hanno scritto i Padri, del battesimo e dell'eucarestia: Gesù morendo si dona totalmente ed elargisce l'acqua della vita.

la siro-fenicia

Un'altra donna straniera, anche lei senza nome, è la siro-fenicia, la donna pagana il cui incontro è narrato con alcune variazioni sia in Matteo che in Marco (Matteo lo colloca in una zona di confine, Marco in terra straniera).
Gesù, in Marco, è in terra straniera e si rifugia in una casa di ebrei (la diaspora esisteva già allora, prima della distruzione del tempio). Gesù vuole rimanere nascosto ma i suoi desideri vengono contrastati da quelli di una donna, che ha una figlia malata e che cerca in tutti i modi di avvicinare Gesù, convinta che lui solo può aiutarla. I due desideri così diversi portano ad uno scontro. Già siamo abituati al carattere non proprio idilliaco del Gesù di Marco, ma qui Gesù appare veramente irritato e risponde molto male a quella donna. Consideriamo la situazione: ad una "donna" con una "figlia" malata, questo "uomo" ebreo si mette a dire che non è bene prendere il pane dei "figli" e darlo ai cani!
Nonostante ciò, questa donna compie un itinerario parabolico con Gesù, creando uno spazio metaforico, arredandolo (la tavola!): "È vero, ma i cani possono stare sotto la tavola e possono mangiare le briciole dei figli..."

sollecitazione ad ampliare i confini

In gioco, qui, c'è la comprensione della propria missione da parte di Gesù. Gesù pensa, data la condizione drammatica del suo popolo (che da tempo ha perduto la terra, che vive sotto il dominio romano...), che la sua missione sia portare prioritariamente a quel popolo una parola di salvezza, di speranza, di dignità. Ma questa donna mette in discussione la priorità, facendo notare a Gesù che se la grazia di Dio, che nutre i figli, non è così generosa da poter nutrire, anche solo con delle briciole, coloro che sono sotto il tavolo (i cagnolini, i pagani), non è vera grazia di Dio. E Gesù, grazie a questa donna pagana, ha una rivelazione. È vero che assume l'iniziativa per avere la possibilità di questi incontri, uscendo dal proprio territorio, così come era avvenuto con la samaritana, ma le donne che ha incontrato in terra straniera hanno saputo cogliere l'opportunità per sollecitarlo.
Così Gesù (e la chiesa tutta) inizia a intuire una visione della missione che esce dagli schemi iniziali, per aprirsi, al di là del territorio di Israele, prima ai diversi vicini (come i samaritani - addirittura il samaritano, nella bellissima parabola che conosciamo, viene preso come icona del farsi prossimo), poi fino ai confini della terra. È un passo molto importante, dove di nuovo come protagonista abbiamo una donna che sollecita Gesù a rivedere ed ampliare i confini del suo mandato.

Maria di Magdala

L'ultima donna di cui vi voglio parlare è l'apostola della resurrezione, Maria di Magdala. Questa donna ha avuto un percorso, sotto certi aspetti, simile a quello di Maria di Nazareth, che nei vangeli ci appare come figura molto sobria, che parla pochissimo e serba in cuor suo la memoria di quanto accade. In seguito su Maria convergeranno altre tradizioni, che la fanno diventare un personaggio strabordante.

la falsa immagine della peccatrice perdonata

Maria di Magdala nei vangeli è citata moltissime volte, ma, ad eccezione di un episodio, non parla mai. In tutti i vangeli appare come personaggio sotto la croce o almeno nel racconto della passione, e poi appare nella scena della resurrezione. Dev'essere un personaggio autorevole perché, pur sempre citata con altre donne, viene indicata sempre al primo posto nella lista (l'unico caso in cui non è citata al primo posto è la scena in cui Gesù, prima di morire, affida sua madre al discepolo amato). Della sua vita sappiamo pochissimo, solo la sua provenienza da Magdala. Nonostante questo è un personaggio a cui è accaduta una cosa singolare. Siccome appare come una figura di peso nel Nuovo Testamento, nel passato la tradizione ha identificato in lei diverse figure anonime, o di nome Maria, e l'ha trasformata nella peccatrice perdonata, raffigurata, come hanno fatto molti artisti, come una donna molto sinuosa, dai lunghi capelli rossi o biondi. La tradizione ha messo insieme l'adultera ("nessuno ti condanna, va e non peccare più"), Maria di Betania (a sua volta trasformata in prostituta a cominciare da Ambrogio), la donna anonima che unge Gesù in Marco, la peccatrice che a casa di Lazzaro lava i piedi a Gesù con le sue lacrime in Luca. La peccatrice perdonata, in fondo, è l'icona di ognuno di noi. È una figura che noi sentiamo particolarmente vicina, perché tutti noi siamo peccatori perdonati. Ma non è un'interpretazione corretta.
Maria di Magdala la vediamo agire individualmente un'unica volta, in una scena cruciale, quella della resurrezione in Giovanni (al capitolo 20), dove, al sepolcro non ci sono "le donne", ma "una donna". Chiaramente quelli della resurrezione sono racconti simbolici, non telecronache, anche se nel racconto di Giovanni sembra quasi di cogliere la resurrezione in diretta.
Ci troviamo di fronte a una Maria di Magdala che, al tramontare del sole - lo shabbat è finito - si reca al sepolcro. E, a differenza di quanto narrano gli altri vangeli, è da sola, e senza aver niente da fare: non c'è il corpo da preparare, perché Giovanni ci ha raccontato che tutto è stato fatto. È l'unico vangelo che ci racconta di questo andare nella notte: chiaramente si tratta di una notte esistenziale, una notte dell'anima. Arrivata nel giardino, Maria di Magdala trova la pietra del sepolcro spostata, il che le fa pensare che sia stato trafugato il corpo e la spinge ad andare di corsa ad avvisare Pietro e il discepolo amato.

fede maschile e femminile

I due discepoli corrono al sepolcro. E qui assistiamo a una scena stranissima, quasi un minuetto: è il discepolo amato che precede, ma che poi si ferma per aspettare il più anziano Pietro. L'evangelista ci vuol mostrare così che ci sono due leadership (almeno due) nella chiesa primitiva, identificate con questi due personaggi, messi a livello paritetico: il discepolo amato rispetta l'anziano, però è il primo che vede e crede... I due vedono e credono: è bastato loro vedere i segni della resurrezione, e se ne ritornano a casa.
Giovanni ci mostra in questo racconto una fede maschile e una fede femminile. Che tipo di frutto produce la fede dei due discepoli? Li ritroviamo rinchiusi in casa per paura dei giudei, fino al momento in cui Gesù irrompe, parlando di pace e della discesa dello Spirito.
Maria di Magdala non è una che crede alla vista dei segni. Vede la pietra rotolata via, e non crede. Vede le bende e non crede. Va al sepolcro, ma non riesce a leggere quei segni come segni della resurrezione. Maria pretende che la resurrezione coincida con il Signore. Il dolore di Maria è così grande che continua a piangere e a guardarsi intorno e, primo e unico caso nella scrittura, ci viene narrato che dei messaggeri del Signore appaiono a un personaggio biblico lasciandolo totalmente indifferente. Vede i due angeli, ma la sua reazione non è di timore e tremore. Alla loro domanda: "Donna, perché piangi?", risponde: "Hanno portato via il Signore, non so dove l'hanno deposto", come se stesse parlando al giardiniere. Totale indifferenza ai messaggeri divini, che squarciano il cielo e proclamano la resurrezione. Non le basta. Il suo dolore è così grande che lei pretende qualcosa di più.
Per capire meglio questo personaggio, ricordiamo l'unico dato biografico che conosciamo di lei: è una donna che è stata liberata da ben sette demoni... Per comprendere qual è la posta in gioco, vi racconto di una donna liberata da un solo demone, di cui si parla al capitolo 13 del vangelo di Luca.
Gesù insegnava in una sinagoga in un giorno di sabato. In quello spazio sacro c'era una donna che da diciotto anni aveva uno spirito che la teneva inferma, era tutta curva e non poteva in alcun modo alzarsi. Una donna nello spazio del sacro, piegata e muta. Lei non chiede niente, ma Gesù la vede e la chiama, le impone le mani e le dice: donna tu sei liberata dalla tua infermità. E quello che accade è che la donna, dopo diciotto anni, viene rialzata e, altra cosa importante, proclama la Parola, proclama le grandi meraviglie di Dio. Con l'intervento di Gesù abbiamo una donna sollevata e che proclama la Parola. È chiaro che è un testo simbolico, e lo vediamo anche nella disputa che scoppia tra il capo della sinagoga e la gente: "Ci sono sei giorni per venire a sanare, e voi venite di sabato?" Il capo della sinagoga se la prende con i più deboli, con la gente che ha un bisogno, non con chi agisce con autorevolezza. Gesù allora reagisce. "Ipocriti" è la sua prima parola, che è la sintesi del suo ministero, secondo me, perché il ministero di Gesù è stato soprattutto quello della parola contro i "giusti incalliti", quelli che pensano di avere Dio dalla propria parte: "Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l'asino... e questa figlia di Abramo che satana ha tenuto legata diciott'anni non doveva essere sciolta... ?" Notate i termini usati, che sono proprio quelli del legare, sciogliere, liberare...

una fede liberante

Ora, di Maria di Magdala ci viene detto che era stata una donna tenuta legata da sette demoni. Noi possiamo interpretare questa situazione come una malattia psichica, comunque come una situazione di una persona non libera, tenuta prigioniera. Maria ha conosciuto in Gesù un'esperienza di liberazione. È discepola di Gesù fin dalla prima ora, come ci narra Luca. La fede che lei ha vissuto in Gesù fino al momento della morte è stata una fede liberante, itinerante, che le ha ridato dignità e parola. Possiamo intuire che cosa sia stata per lei questa esperienza di fede. Nel momento in cui Gesù è venuto a mancare, crollano tutte le certezze. La fede liberante, dopo la passione e la crocifissione, diventa una fede destabilizzante. Allora capiamo perché nel buio della notte va a cercare di recuperare il corpo: vuole avere a che fare con il corpo di Gesù, non si rassegna a questo cambiamento d'orizzonte. Si rende conto che è passata da una fede che le ha dato gioia e sicurezza a una fede che le dà angoscia, lutto, dolore, ma non si rassegna all'evidenza e pretende di rivedere quel corpo risorto.

da discepola ad apostola...

E a un certo punto avviene l'incontro. Maria, che continua a guardarsi intorno, si sente chiamare: "Donna, perché piangi? Chi cerchi?". Si volta e lo vede, ma non lo riconosce, è tutta dentro ai suoi pensieri: "Se l'hai portato via tu, dimmi dove l'hai posto, e io andrò a prenderlo". Parla tra sé, tutta proiettata a cercare quel corpo che le manca. Ma quando si sente chiamare per nome ("Maria"), reagisce con quel "Rabbuni!" (Maestro mio!), e subito capiamo che è una discepola. La frase successiva ("Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre") ci fa ricadere nell'immagine della Maddalena peccatrice afferramaschio. Come se Gesù avesse avuto dei problemi con il corpo, lui che i corpi li toccava, li guariva, lui che parlava della resurrezione dei corpi... Ma Giovanni, che ci ha descritto tutti i movimenti di Maria fino al momento in cui lo chiama Maestro, adesso non ci dice più niente. Questa reticenza rappresenta uno spazio di libertà che dobbiamo rispettare: noi possiamo immaginare che Maria lo abbia toccato, afferrato, ma il testo non lo dice.
Gesù le dice che deve salire al Padre, un'espressione ricorrente nel linguaggio di Giovanni. Il risorto vuol dirle che deve fare un salto qualitativo nella sua fede, dalla fede della discepola ("Rabbuni"), alla fede dell'apostola: "Io devo salire al padre, ma tu vai e annuncia". È un cambiamento di orizzonte per Maria di Magdala, che ci appare in una luce ben diversa dal ruolo in cui l'avevamo confinata di peccatrice, ricolma di demoni.

...che forza il risorto a mostrarsi

Ma anche per Gesù è cambiato qualcosa. È come se questa donna avesse sollecitato Gesù a presentarsi, è come se questa donna, apostola della resurrezione, ponesse il dito nel mistero più grande della nostra fede, vale a dire il nostro rapporto con la resurrezione dei corpi. Siamo nel cuore della fede cristiana. E chi mette le mani su questo cuore è Maria di Magdala, che non si accontenta di vedere i segni della resurrezione, ma continua a urlare, a chiedere al Signore di mostrarsi, di tornare. Con la sua insistenza, è come se lei facesse anticipare l'apparizione del risorto, è come se lei forzasse il Signore a presentarsi, è come se lei instaurasse con il Signore un corpo a corpo tale da costringerlo a mostrarsi risorto e nella gloria. Che di fatto è quello che avverrà.
Sono convinta che Maria di Magdala, apostola della resurrezione, è stata tramandata come la peccatrice penitente non solo per ragioni di sessuofobia, ma per ragioni più serie, riguardanti la difficoltà di maneggiare la resurrezione. È più rassicurante una compagna di strada nel peccato.
Noi abbiamo grosse difficoltà nel rapporto con i nostri morti... Chi di noi davvero sente una autentica indignazione per tutti i nostri cari che ci hanno lasciato, così da chiedere conto al Signore della loro vita: "Signore, fino a quando li terrai rinchiusi nelle tombe?" Chi di noi sente davvero quella passione per la resurrezione come l'ha sentita Maria di Magdala?
Vi ho citato questi personaggi, perché mi sembra che Maria di Magdala, Maria madre di Gesù, la samaritana, la siro-fenicia sono donne che forzano i tempi, che sollecitano il Signore, che trasformano in carne e sangue la preghiera che facciamo tutti i giorni: "Venga il tuo Regno". Queste donne sollecitano i cambiamenti con una tale passione da avviarli e crearli.

processi decisionali nelle prime comunità cristiane

In questa seconda parte cerchiamo di capire quale spazio e ruolo abbiano le donne all'interno delle prime comunità cristiane, in relazione ai processi decisionali e di strutturazione delle comunità.
Il libro degli Atti degli Apostoli è stato composto dall'evangelista Luca, riprendendo il modello del vangelo di Marco, strutturato come un viaggio di Gesù dalla Galilea a Gerusalemme. Negli Atti, Luca ci presenta il proseguimento del viaggio, affidato alla Chiesa (e anticipato tramite la samaritana, la siro-fenicia, ecc.), da Gerusalemme a tutti i confini della terra.
I due grandi protagonisti del libro degli Atti sono Pietro e Paolo: non una, ma due figure carismatiche. La presenza di due "capi" della Chiesa impedisce un accentramento del potere, e favorisce una tensione dialogica. Si sente che Luca ha una passione particolare per Paolo che è, a suo avviso, colui che ha incarnato il progetto divino di portare l'evangelo da Gerusalemme a tutti i confini della terra.

la chiesa ideale secondo gli Atti

Quella di Luca nel libro degli Atti è una chiesa raccontata con toni agiografici, idilliaci. È una Chiesa che ormai non c'è più quando Luca scrive trent'anni dopo la nascita delle prime comunità cristiane, di cui ci presenta soprattutto i punti forti.
I primi scritti del Nuovo Testamento non sono gli Atti, ma le lettere di Paolo (degli anni 55-60). Leggendole, si sente che Paolo sta parlando ad una Chiesa contemporanea, sta comunicando direttamente con le sue comunità. Luca scrive venticinque-trent'anni dopo, e il suo sguardo si volge al passato con un po' di nostalgia. La cosa che ci pare strana è che Luca non ci dia notizie delle lettere di Paolo (forse non le conosceva), benché ci parli molto di Paolo (soprattutto del suo incontro folgorante con il Signore), e benché nella narrazione si noti che molte cose coincidano con quanto leggiamo nelle lettere.

insegnamento e condivisione

Nel libro degli Atti spesso vengono presentati dei sommari, anche se molto idealizzati, sul modo di vivere della comunità primitiva. Vi leggo uno di questi sommari (Atti 2, 42-47):
I credenti "Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati."
Innanzitutto scopriamo il ruolo importantissimo dell'insegnamento. La Chiesa si identifica, oltre che nello spezzare il pane e nelle preghiere, nell'ascolto di una Parola che viene insegnata dagli apostoli. Per Luca gli apostoli sono i dodici, ovvero coloro che hanno seguito Gesù in tutto il suo percorso, dalla Galilea alla resurrezione. Nel racconto della sostituzione di Giuda, infatti, la scelta cade su Mattia, un discepolo che aveva seguito Gesù fin dalla Galilea. Inoltre si parla di credenti "assidui", "perseveranti": si tratta di un insegnamento continuo, per adulti, per una fede adulta.
"Tutti erano presi da timore" non significa che avevano paura. Il timore nel linguaggio biblico indica la presenza del Signore. "Presi dal timore" vuol dire allora che tutti ricevevano la manifestazione del Signore, che tutti erano presi dal rapporto esperienziale con Dio.
"Tutti": notate come si ripete spesso questa parola, che ci mostra l'importanza della comunità, dei rapporti nella comunità.
"Vendevano poderi e beni e li distribuivano a tutti secondo il bisogno di ciascuno": è la modalità dello stare insieme, in cui ognuno riceve secondo il suo bisogno.
Questa immagine di un socialismo primordiale, molto lontana dalla nostra realtà, rappresenta nelle Scritture l'era messianica. Il Deuteronomio, e anche la tradizione profetica, ci raccontano che l'era messianica è quella in cui i poveri non esistono più, non perché tutti sono diventati ricchi, ma perché i beni vengono condivisi. Anche i racconti della condivisione dei pani e dei pesci ci vogliono offrire l'immagine del Regno di Dio che si avvicina: tutti mangiano a sazietà e addirittura avanzano ceste di cibo. I poveri non esistono più perché la società è in grado di ridistribuire. Luca è addirittura più sottile nel mostrare l'immagine della comunità: ognuno è in grado di discernere quali sono i suoi bisogni e prendere in base ad essi.
"Spezzavano il pane di casa in casa": l'eucarestia era un gesto non legato al tempio, ma alla casa, alla dimensione domestica.
"Prendevano cibo insieme nella gioia e nella semplicità di cuore": nell'orizzonte biblico, il cuore non è il luogo dei sentimenti, ma della libertà, della decisione, della scelta. "Essere di un sol cuore" significa essere concordi, significa che le decisioni sono prese in maniera concorde. Chi frequenta la Scrittura sa che lo spazio del cuore è lo spazio della scelta. Geremia, ad esempio, si pone il problema del perché l'uomo, che è libero, scelga sempre il male. E risolve la questione affermando che è come se il nostro cuore avesse un difetto genetico e fosse un po' orientato verso il male. La soluzione verrà dal Signore che scriverà la sua legge nei nostri cuori così che noi, pur sempre liberi, tenderemo al bene.
Quindi "erano tutti d'un sol cuore" non significa semplicemente che si volevano tutti bene, ma che i processi decisionali avvenivano in maniera concorde.

il bene che seduce

"Lodavano Dio e godevano del favore di tutto il popolo": è l'immagine della testimonianza. La chiesa cresce non perché si fanno le marce per Cristo o per grandi eventi mediatici, ma per fascino. La gente è affascinata da modo di vivere delle comunità primitive. Questa comunità-laboratorio del Regno dove le decisioni vengono prese insieme, dove si condivide ogni cosa, dove quindi non ci sono poveri proprio grazie alla condivisione dei beni, è una comunità che attrae come una calamita. È un'immagine molto realistica (spesso smentita dalla realtà storica) del fatto che il bene seduce, che un modello di vita così bello attrae.
"e il Signore aggiungeva ogni giorno alla comunità coloro che erano salvati": il testo ci dice che il criterio dell'appartenenza alla comunità, non è nelle mani della comunità, e nemmeno degli apostoli, che pure hanno un ruolo importante. È il Signore che aggiunge. E non si parla di masse, ma di persone.

condivisione delle decisioni e dei beni

Ci sono altri sommari simili a quelli che abbiamo letto, come quello seguente (Atti 4, 32-37):
''"La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l'importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno.
Così Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba, che significa «figlio dell'esortazione», un levita originario di Cipro, che era padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l'importo deponendolo ai piedi degli apostoli."''
Ritorna l'espressione "essere d'un sol cuore e di una sola anima": la comunione delle decisioni è il primo requisito per la comunione dei beni. La comunione dei beni è la conseguenza della decisione presa insieme.
Perché noi non siamo in grado di condividere i nostri beni? Certamente perché siamo prigionieri del demone del capitalismo, ma anche e anzitutto perché abbiamo difficoltà a darci dei criteri condivisi per la gestione della comunità.
"Non vi era alcun bisognoso fra di loro": la condivisione dei beni ha come conseguenza l'assenza di poveri.
Il Regno di Dio si fa presente in questo esperimento di società dove gli ultimi vengono messi al primo posto, dove i piccoli sono al centro (che è molto di più del farsi piccolo). Ricordate l'atteggiamento di Gesù di fronte alla discussione tra Giacomo e Giovanni su chi fosse il più grande. "E Gesù, preso un bambino lo mise nel mezzo": non è semplicemente la richiesta di farci piccoli, ma di mettere i piccoli al centro. È un procedimento più complesso, è un decentramento di noi stessi in favore dei piccoli. È quanto viene detto in questi racconti: non sono gli apostoli, nonostante la loro autorevolezza, a distribuire i beni, ma "veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno". Il testo ci offre poi l'esempio di Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Barnaba, che, pur essendo un levita, si è convertito e fa parte della comunità, e come gli altri vende il suo campo, e depone il ricavato ai piedi degli apostoli.

Anania e Saffira, concordia nel male

Dopo questo quadro del tutto positivo, in cui sembra che il Regno di Dio si sia effettivamente concretizzato, la narrazione prosegue con un racconto, in cui, con una certa ironia, si incrina la bellissima rappresentazione delle comunità delle origini. È l'episodio di Anania e Saffira.
Mi interessa soffermarmi su questo episodio, anche perché vi troviamo la prima coppia biblica totalmente concorde. È il primo caso di convivenza riuscita, in cui paradossalmente non si riscontrano criteri patriarcali. Il fatto inoltre che si tratti di una coppia all'interno della comunità ci indica il tipo di relazioni di sesso che la comunità aveva favorito.
È certamente un esempio negativo, ma spesso quegli episodi che ci appaiono negativi, in particolare quelli che problematizzano il ruolo delle donne, sono molto illuminanti nell'indicare spunti interessanti.
Leggiamo in Atti 5, 1-11:
''"Un uomo di nome Anania con la moglie Saffira vendette un suo podere e, tenuta per sé una parte dell'importo d'accordo con la moglie, consegnò l'altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. Ma Pietro gli disse: «Anania, perché mai satana si è così impossessato del tuo cuore che tu hai mentito allo Spirito Santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, il ricavato non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest'azione? Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio». All'udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò. E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano. Si alzarono allora i più giovani e, avvoltolo in un lenzuolo, lo portarono fuori e lo seppellirono.
Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò anche sua moglie, ignara dell'accaduto. Pietro le chiese: «Dimmi: avete venduto il campo a tal prezzo?». Ed essa: «Sì, a tanto». Allora Pietro le disse: «Perché vi siete accordati per tentare lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta i passi di coloro che hanno seppellito tuo marito e porteranno via anche te». D'improvviso cadde ai piedi di Pietro e spirò. Quando i giovani entrarono, la trovarono morta e, portatala fuori, la seppellirono accanto a suo marito. E un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in quanti venivano a sapere queste cose."''
Entrambi i protagonisti sono presentati con il loro nome, su un piano paritetico. Di comune accordo, "d'un sol cuore" vendono il terreno trattenendo una parte del ricavato.
Notiamo innanzitutto che, all'interno di una comunità che vive così bene, una coppia ha un comportamento discutibile, mostrandoci in tal modo una realtà meno rosea dell'ideale! Ma notiamo anche che all'interno della comunità cristiana, questa coppia ha un rapporto di tipo paritetico, non patriarcale. Anche sul piano economico, aspetto fondamentale nella cultura patriarcale, dove la donna viene considerata proprietà dell'uomo, dove la parola "baal" (marito in ebraico) significa padrone, non c'è patriarcato. Possiamo quindi ritenere che nella comunità cristiana primitiva lo schema patriarcale delle coppie sia stato messo in discussione e superato.
Sono le coppie, le comunità domestiche, per Paolo, ad essere uno dei modelli più importanti nella diffusione del cristianesimo, insieme a quello dell'andare a due per due.
La scena di Anania che va a deporre una parte dell'importo ai piedi degli apostoli somiglia ad una liturgia, con Pietro che svolge un ruolo simile a quello di Nathan con Davide. In effetti Pietro non invoca il giudizio su Anania, ma le sue parole hanno una forza maieutica che porta Anania a rendersi conto dello stato della sua salute spirituale e fisica. Pietro gli chiede come mai satana abbia riempito il suo cuore al punto da farlo mentire allo Spirito Santo. Il cuore, luogo della decisione nella tradizione biblica, deve essere un cuore indiviso per battere per Dio. Se invece è stato colonizzato, occupato, dal "divisore", dal sospetto, il risultato è quello di arrivare a mentire allo Spirito Santo, di ingannare gli apostoli e la comunità...

autodeterminazione, non delega

Sono molto interessanti anche le domande successive di Pietro: "Se il campo restava invenduto, non rimaneva tuo? E il ricavato della vendita non era forse a tua disposizione?"
Queste domande chiariscono che la scelta di mettere in comune i beni non era imposta dall'alto, ma era una autodecisione di una comunità concorde. Come pure chiariscono che il non riuscire a mantenere questo standard non comportava l'esclusione dalla comunità.
Si comprende anche meglio cosa significhi che "ognuno prendeva secondo il proprio bisogno". Chi riteneva di aver bisogno di tutti i soldi del ricavato della vendita, se li teneva. La decisione era della singola persona. Non c'è qualcuno che decide per te qual è il tuo bisogno (così come non c'è qualcuno che decide per te se entri nella comunità, ma è il Signore stesso che aggiunge). Ogni persona è chiamata a valutare e a prendere in base al bisogno.
Mi sembra di comprendere che c'è una grande responsabilità nell'autodeterminazione dei propri bisogni all'interno di una comunità di questo tipo, in cui non si delega al vescovo la prerogativa di dire quello di cui una persona ha bisogno per essere salvata.

autogiudizio e autoesclusione

"«Perché hai pensato in cuor tuo questa azione? Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio!». All'udire queste cose, Anania cadde e spirò." Anania muore di crepacuore! Il tema è la salute del cuore, che, quando è diviso, si rompe, anche dal punto di vista fisico. Quando il cuore non è integro, perché subentrano cose che lo dividono, in questo caso satana, o una decisione sbagliata, si rompe. Pietro ha semplicemente permesso ad Anania di constatare dove lo ha portato il suo processo decisionale. Non dice che è il Signore ad ucciderlo, né che è la comunità a giudicarlo. Semplicemente la morte accade per l'autogiudizio di Anania sulla situazione mortale in cui lui stesso si era messo. Può essere anche interpretato come un racconto simbolico!
"E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano": di fronte a questo evento, la comunità si rende conto che c'è una manifestazione del divino, da non intendersi solo come paura della punizione. Il passo è molto più complesso.
Segue la descrizione del movimento dei giovani che avvolgono Anania in un lenzuolo, lo portano fuori e lo seppelliscono. Ci sembra di rivedere i gesti che sono stati fatti per il corpo di Gesù.
Il passo ci sta dicendo che questa non è una parabola, ma un racconto concreto, perché ci si renda conto che se si prendono delle decisioni senza assumersene fino in fondo la responsabilità, ci si sta autouccidendo.
Vediamo poi comparire Saffira, totalmente paritetica nella corresponsabilità. E con lei si ripete la scena in cui, tramite le domande di Pietro, la donna diventa consapevole della sua autoesclusione (notate che non è la comunità che la scomunica, c'è una autoscomunica!) e anche lei "cadde e spirò"
Vi ho citato questo passo per farvi vedere come, attraverso un passo così negativo, emerge uno sguardo sulla chiesa primitiva che ha iniziato a mettere in discussione alcune dinamiche del potere patriarcale, sulla disparità dei ruoli nella coppia. Abbiamo una coppia corresponsabile, molto moderna: stessi diritti, stessi doveri, solidali nel male. Siamo ritornati all'inizio della creazione, con la stessa solidarietà iniziale, vengono addirittura sepolti l'uno accanto all'altra, vicini anche nella morte.

assunzione di responsabilità da parte di ogni credente

Nello stesso tempo ci viene presentato il quadro di una comunità che non è all'altezza del suo manifesto programmatico, perché al suo interno si vivono queste difficoltà. Anche il cuore della comunità si spezza quando non è più concorde, quando qualcuno è ipocrita e imbroglia: così possiamo interpretare dal brano letto. Ma anche quando non si riesce più a far sì che le decisioni vengano davvero prese concordemente dalla comunità, per cui iniziano questi meccanismi di sottrazione di parte delle informazioni alla comunità, come nel caso di questi beni: e con una certa ironia il testo ci dice anche che è una pazzia, perché si sta rubando alla comunità qualcosa che già ci appartiene. Sul piano economico la cosa è molto chiara, ma credo che dovremmo analizzare la situazione anche sul piano decisionale.
Ad esempio, se tu deleghi alla comunità la tua responsabilità di decidere come vivere la fede all'interno della comunità, crei una situazione di rottura, una situazione mortale per la comunità stessa. C'è una grande responsabilità da parte di ogni singolo credente, chiamato a non sottrarre alla comunità la propria responsabilità a decidere.
Vi faccio un esempio. Leggiamo dalla prima lettera di Paolo ai Corinzi (11,17ss):
''"E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio. Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. È necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l'altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo!
Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga."''
Il versetto successivo, io ho difficoltà a leggerlo, perché devo sempre assicurarmi che la gente non fraintenda: (27-28) "Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna."
Noi lo abbiamo trasformato in un passo intimistico in cui siamo chiamati a rivisitare tutta la nostra vita sessuale, tutti i nostri rapporti con gli altri, prima di avvicinarci all'eucarestia. Invece qui c'è un contesto comunitario dove il criterio di appartenenza è la capacità di non scandalizzare i poveri, di condividere, di essere "di un sol cuore", ma soprattutto che il giudizio è sempre un autogiudizio: "Ora ognuno esamini se stesso" Questo autogiudizio è la sospensione del potere di giudicare da parte dei quadri. Questo anche mi sembra interessante: che non può essere delegata a me, quadro, la responsabilità di dire chi è dentro e chi è fuori.
Mangia e beve il giudizio contro se stesso, chi mangia e beve non discernendo il corpo del Signore, che è la comunità.
Persino Paolo, in questo passo così denso, ci dà come criterio la coscienza, la responsabilità personale, l'essere consapevoli che, quando sbagliamo, solo noi possiamo dire fino in fondo dove siamo precipitati, se in una situazione mortale, che ci fa cadere a terra e morire, oppure se possiamo rimediare.

responsabilità individuale nell'essere concordi

Mi sembra molto interessante in questi passi il protagonismo della singola persona, in una comunità che mette davvero al centro la responsabilità individuale di discernere "d'un sol cuore" la propria appartenenza. Nella nostra società noi tendiamo invece a delegare la possibilità di comprendere se siamo dentro o fuori la comunità, se ci comportiamo bene, ma non c'è nessun esperto che può dirci se siamo dentro o fuori, se non noi stessi. Certo Pietro è la voce profetica, che si limita però a verbalizzare quello che sta accadendo. Spetta a ciascuno di noi prendere consapevolezza della situazione.
Le domande di Pietro sembrano avere la stessa funzione della domanda che Dio fa ad Adamo quando gli chiede: "Adamo, dove sei?" È chiaro che Dio sa dov'è Adamo, ma vuole far comprendere ad Adamo dove è precipitato in quel suo gesto di sfiducia, quando il suo cuore è stato riempito dal sospetto che Dio non volesse il suo bene. Qui c'è la stessa dinamica: Anania pensa che la comunità (che vuole il suo bene, in modo che nessuno sia povero) lo voglia ingannare, una comunità che tende a riprodurre proprio quegli errori che Gesù ha messo in luce con la parola "ipocriti".
Quanto abbiamo visto ci permette di comprendere che, nel rivisitare le donne nella scrittura, rivisitiamo anche delle dinamiche decisionali che svelano degli inediti, che forse sono inediti proprio perché li abbiamo dimenticati nelle nostre comunità. La corresponsabilità e la necessità di riconoscere individualmente in che situazione ci troviamo nei rapporti con l'altro sono un tema molto importante sia nel libro degli Atti che in tutte le lettere paoline. Questo vale anche per le lettere post paoline, dove le donne, che vengono richiamate a ruoli patriarcali, come contropartita rivelano di nuovo il meccanismo dell'autoresponsabilità nel prendere le decisioni.

dibattito

Società e comunità cristiana: "tra voi non così"

Vorrei soffermarmi sull'esortazione di Gesù "ma tra voi non sia così". Spesso facciamo entrare nelle nostre chiese, nelle nostre comunità, degli elementi che provengono dalla società esterna considerati demoniaci dal Signore, come la reintroduzione del patriarcato.
Il Signore lo ha rifiutato, addirittura ha rifiutato i suoi rapporti familiari. Quando diceva: "Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli?", non ce l'aveva con la povera Maria, ma con la struttura patriarcale che identifica nella famiglia il centro del potere. Quando Gesù sceglie di essere eunuco per il Regno, non è per un rifiuto della sessualità. Sceglie volutamente di non essere padre-padrone e di non avere figli, per non essere all'interno di una dimensione di potere. Tutte le dinamiche rifiutate da Gesù le ritroviamo già presenti nelle comunità cristiane del secondo secolo, con il modello del vescovo pater familias, e via di seguito. Sbagliamo nell'identificare la secolarizzazione solo con tutte le buone cose che dal mondo entrano nella comunità cristiana, rendendola più moderna e libera. La secolarizzazione è stata anche un'assunzione di modelli demoniaci, che hanno trasformato le comunità cristiane in prigione. Siamo arrivati addirittura ad avere all'interno delle comunità cristiane rapporti più patriarcali che all'esterno, quindi non solo ad accogliere distorsioni secolari, ma a preservarle e a riprodurle.
Vi faccio un esempio tratto dalla prima lettera a Timoteo, in cui vediamo una chiesa del secondo secolo. Ci rendiamo conto che è una comunità che ristabilisce un modello patriarcale, che cerca di normalizzare una situazione che ha creato delle novità. Ci sono donne che hanno compreso che, se riescono a non sposarsi, si liberano da un giogo. Quello che nella lettera viene chiamato vedovanza, è semplicemente lo status di donne che si rifiutano di sposarsi. Questa condizione di celibato, che successivamente diverrà un atto di segregazione, è in questo caso uno spazio di libertà.
Vi leggo alcuni versetti della prima lettera a Timoteo (5, 9-15):
"Una vedova sia iscritta nel catalogo delle vedove quando abbia non meno di sessant'anni, sia andata sposa una sola volta, abbia la testimonianza di opere buone: abbia cioè allevato figli, praticato l'ospitalità, lavato i piedi ai santi, sia venuta in soccorso agli afflitti, abbia esercitato ogni opera di bene. Le vedove più giovani non accettarle perché, non appena vengono prese da desideri indegni di Cristo, vogliono sposarsi di nuovo e si attirano così un giudizio di condanna per aver trascurato la loro prima fede. Inoltre, trovandosi senza far niente, imparano a girare qua e là per le case e sono non soltanto oziose, ma pettegole e curiose, parlando di ciò che non conviene. Desidero quindi che le più giovani si risposino, abbiano figli, governino la loro casa, per non dare all'avversario nessun motivo di biasimo. Già alcune purtroppo si sono sviate dietro a satana"
È un testo che testimonia un processo di normalizzazione delle chiese paoline, in cui le donne, vedove o mai sposate, avevano spazi di movimento e di autonomia allora inusuali. Nella lettera di Timoteo si pretende che le donne giovani si sposino e facciano figli, secondo i criteri patriarcali che vogliono la donna sottomessa all'uomo, occupata dai figli e dalla casa. Nelle chiese era avvenuto un processo creativo e dinamico che aveva visto le donne acquisire potere (di scegliere con chi vivere, di girare, di gestire i beni...). Tutto questo ha fatto paura e il processo di liberazione viene interrotto. Non solo poi si assumono modelli demoniaci della società, ma li si perpetuano. Oggi, in qualsiasi contesto secolare, l'apartheid è condannato, mentre nella chiesa è sancito come verità teologica! Ci indigniamo se in uno stato viene discriminata una persona per il colore della pelle. Troviamo invece normale che, in uno spazio del sacro, venga discriminata una persona, semplicemente perché non è maschio!
Non voglio parlare solo delle donne, perché sembra che io tiri l'acqua al mio mulino, penso anche al ruolo dei laici. Alcune dinamiche nella gestione collegiale del potere che il Vaticano II aveva giustamente evidenziato e problematizzato, per cui sembrava che si andasse in una nuova direzione, sono state invece messe da parte. La posta in gioco è davvero l'immagine di Dio, quale Dio annunciamo.

l'emorroissa, una donna anonima tra la folla?

È vero che l'emorroissa è una donna tra la folla, ma Marco inserisce anzitutto la storia di questa donna a incastro su di un'altra storia, quella della figlia di Giairo (due donne messe a specchio, entrambe con il numero dodici come riferimento: la bambina ha 12 anni, l'emorroissa soffre da 12 anni...). Inoltre Marco, che ci fa partecipi della storia di questa donna, raccontandoci che ha sofferto per 12 anni, che ha speso tutti i suoi soldi per rivolgersi a medici che l'hanno sfruttata, ecc., fa nascere in noi una forte empatia nei suoi confronti. Ci sentiamo legati a lei, la seguiamo tra la folla... Mentre la folla non sa che lei c'è, Marco ce la rende vicina, addirittura ci fa entrare nei suoi pensieri: "Se solo riesco a raggiungere il maestro e toccargli il mantello, io sarò guarita." L'idea importante è che per farsi prossimo, si deve restituire all'anonimo una storia. In parte lo farà anche Luca con la parabola del samaritano, nel senso che non ci dice semplicemente che c'era per terra un uomo in fin di vita, ma: "Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, venne aggredito da dei briganti che lo spogliarono, lo maltrattarono e lo lasciarono per terra come morto". Quella storia ormai ci riguarda. Sono tecniche narrative che non servono soltanto per rendere affascinante una storia, ma per creare delle empatie.
E quando l'emorroissa arriva a toccarlo, Gesù stesso, con la sua domanda ("Chi mi ha toccato?"), la strappa a sua volta dall'anonimato, pretendendo di incontrare il suo volto e la sua storia. E la donna, dopo molte esitazioni, si fa avanti e dice "tutta la verità sulla sua vita". Ritorna il tema di mettersi a nudo, di dire tutta la verità.
Gesù pronuncia una frase ("Vai, la tua fede ti ha salvata") che indigna noi protestanti perché ci appare come qualcuno che crede al Signore come salvatore personale, non alla croce! In realtà il desiderio di questa donna è quello di superare alcune barriere, quelle che dividono il mondo in puri e impuri. Compie un atto trasgressivo, ma per una ragione esistenziale che è la sua sofferenza, il suo dolore, la sua voglia di entrare in relazione. Nella bibbia troviamo personaggi estremamente complessi che producono dei cambiamenti nella scena. Questa è anche la bellezza della bibbia, un libro che custodisce molte storie di perdenti, di chi non ha voce, di chi sarebbe rimasta anonima nella folla, se non ci fosse stato un narratore sapiente come Marco che ce l'ha fatta conoscere e se non ci fosse stato Gesù che l'ha strappata dall'anonimato per renderla visibile ai suoi contemporanei.

donne, che fare oggi?

Indicazioni preziose vengono dalla sapienza di quelle donne che hanno agito all'interno di strutture patriarcali, allargando gli spazi chiusi. È quello che ha fatto anche Paolo nell'allargare i recinti di Israele ai pagani. L'idea è quella di utilizzare il proprio corpo, la propria creatività per occupare tutti gli spazi di libertà possibili, sino a sentire la passione per forzare i tempi, una passione così forte da fare di tutto per creare le condizioni perché la nuova realtà irrompa: "Venga il tuo Regno!". Ce ne rendiamo conto ad esempio nell'impegno ecumenico, che ci porta a sognare che un altro modo di abitare la chiesa è possibile. Ecco, io utilizzerei questa tecnica, di essere realisti senza farci paralizzare. Quando parlo di una "creatività concreta", penso alla ricerca di quegli appigli (magari scovati nel diritto canonico) che possano aprire degli orizzonti di possibilità. È quello che io intendo per "forzare i tempi", accettando di fare i conti anche con i dinieghi. Qualche volta ci sentiremo dire: "Che c'è tra me e te o donna?", ma qualche volta però sentiremo dire anche: "Riempite d'acqua i vasi!"

un breve riassunto

Luca presenta Maria, la madre di Gesù, come il modello esemplare del discepolo. Nell'Annunciazione è la discepola che ha una fede interrogante, che pone domande, che chiede chiarimenti ("Si domandava che senso avesse un tale saluto" (Luca 1,29)). Successivamente (Visitazione) è la discepola che viene messa in movimento dalla Parola, per recarsi nella regione montuosa dove risiede Elisabetta, e su questo monte (il monte è luogo simbolico della Rivelazione) le viene rivelata l'identità del bambino di cui è in attesa. Questa Parola rivelata spinge Maria a cantare e a proclamare con gioia un Dio che mette sottosopra il mondo (Magnificat). Nella presentazione di Gesù al Tempio, Simeone dirà a Maria che una spada le trafiggerà il cuore. Non è, come spesso si è inteso, una previsione in termini doloristici della passione, ma l'annuncio che la Parola le metterà sottosopra il cuore. Il rovesciamento del mondo deve avvenire anche dentro di lei. Dopo questo programma di catechismo per diventare discepola del Figlio, Luca ci mostra i fallimenti di Maria (la ricerca di Gesù dodicenne al Tempio), sino a presentarla, discepola tra i discepoli, negli Atti.
Giovanni invece ci mostra Maria nel primo gesto pubblico di Gesù alle nozze di Cana, un gesto che gli viene sollecitato, forzato da una donna, da sua madre. Maria si mostra anzitutto come una persona attenta ai bisogni delle persone ("Non hanno più vino"), senza esprimere giudizi sulla inadeguatezza di chi ha preparato il pranzo di nozze, e poi, impaziente, forza i tempi ("Fate quello che egli vi dirà") perché il Figlio manifesti la sua ora, perché "venga il tuo Regno", come preghiamo quotidianamente.
Altre donne hanno sollecitato Gesù a prendere direzioni inedite rispetto al suo ministero, come l'apostola di Sichem, la Samaritana, una donna dalla "vita affettiva creativa". Costei sollecita Gesù a prendere atto di qualcosa che avviene nel momento stesso in cui lei pone una domanda. Si dice interessata ad un'acqua della vita che Gesù le propone, ma solo se è in grado di mutare la sua vita quotidiana ("perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua"). Spesso ci dimentichiamo che la fede ha a che fare con il mondo, con la persona umana nella sua interezza e concretezza. Poi, constatato di avere a che fare con un profeta, la Samaritana chiede a Gesù dove bisogna adorare Dio, chi ha ragione tra Giudei e Samaritani. Questa richiesta sollecita Gesù a rilanciare la domanda, parlando di adoratori in spirito e verità che il Padre cerca. I cercatori, come la Samaritana, sono cercati da Dio. Addirittura Gesù è sollecitato da questa donna a prendere consapevolezza e a rivelarsi come messia ("Sono io che ti parlo").
Un'altra donna straniera, una pagana siro-fenicia, che ha una figlia malata, sollecita Gesù ad ampliare i propri orizzonti, oltre i confini di Israele. Dall'iniziale dura chiusura (non è bene prendere il pane dei "figli" e darlo ai cani!) si perviene progressivamente ad una visione più ampia e universale della propria missione, dai vicini diversi come i samaritani sino a raggiungere i confini della terra.
Maria di Magdala è una figura importante nel Nuovo Testamento, in cui è citata diverse volte insieme ad altre donne quasi sempre messa al primo posto. Di lei si sa solo che viene da Magdala. La tradizione ha poi identificato in lei tante altre figure che si chiamano Maria, trasformandola nella peccatrice perdonata, in cui noi volentieri ci identifichiamo, ma che non corrisponde alla realtà.
Appare un'unica volta da sola, nel racconto della resurrezione del Vangelo di Giovanni, mentre nottetempo si reca al sepolcro. A differenza di Pietro e del discepolo amato non vede nella pietra spostata, nelle bende per terra, nella tomba vuota i segni della risurrezione. Anche i messaggeri divini la lasciano indifferente. Vuole trovare il corpo, pretende che la resurrezione coincida con il Signore.
Oltre alla provenienza, di lei veniamo a sapere che è una donna che è stata liberata da sette demoni, che ha sperimentato quindi una fede liberante in Gesù che le ha ridato dignità e parola. La morte di Gesù, che ha messo in crisi questa fede liberante, non le dà pace. Solo quando si sente chiamare per nome riconosce il Maestro e da discepola diventa, con un cambiamento di orizzonte, apostola della risurrezione ("Io devo salire al padre, ma tu vai e annuncia..."). Ma il cambiamento ha riguardato anche Gesù, sollecitato da questa donna a presentarsi. Maria di Magdala non si accontenta dei segni, e chiede al Signore di tornare e mostrarsi. Ha davvero una passione per la resurrezione, cuore della fede cristiana, quella passione che noi oggi fatichiamo ad avere.
Maria di Magdala, Maria madre di Gesù, la samaritana, la siro-fenicia sono donne che forzano i tempi, che sollecitano il Signore, che trasformano in carne e sangue la preghiera che diciamo tutti i giorni: "Venga il tuo Regno". Queste donne sollecitano i cambiamenti con una tale passione da metterli in moto e crearli.
Nelle prime comunità cristiane poi possiamo vedere il ruolo delle donne nei processi decisionali. Nel libro degli Atti, che ha come protagonisti Pietro e Paolo, presentati in tensione dialogica, senza accentramenti di potere, viene raccontata una chiesa, quella di trent'anni prima, in toni idilliaci, in particolare nei sommari, come Atti 2, 42-47.
Si sottolinea l'importanza dell'insegnamento ("assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli"), della Parola insegnata dagli apostoli. Un insegnamento continuo, assiduo, per adulti, per una fede adulta, in una comunità in cui non ci sono più poveri, non perché tutti sono diventati ricchi, ma perché i beni sono condivisi ("Vendevano poderi e beni e li distribuivano a tutti secondo il bisogno di ciascuno"). L'eucaristia, lo spezzare il pane, è un gesto legato non al tempio ma alla casa ("Spezzavano il pane di casa in casa"). Le decisioni, in quella comunità, sono prese insieme, in modo concorde. Il cuore, nell'orizzonte biblico, è il luogo delle decisioni. E la gente è affascinata dal modo di vivere dei primi cristiani ("godevano del favore di tutto il popolo"): è un modello di vita così bello che attrae. Il criterio di appartenenza alla comunità non è in mano alla comunità e neppure agli apostoli. È il Signore che aggiunge ("e il Signore aggiungeva ogni giorno alla comunità...").
In un altro sommario ( Atti 4, 32-37) si parla di "un cuore solo e un'anima sola": la comunione delle decisioni è il primo requisito per la comunione dei beni. Non possiamo noi oggi mettere insieme i nostri beni senza prima reimparare a darci dei criteri condivisi per la gestione della comunità.
Questo quadro idilliaco è incrinato dall'episodio di Anania e Saffira (Atti 5, 1-11), la prima coppia biblica totalmente concorde, che ha un rapporto paritetico, non patriarcale. È probabile che il modello patriarcale delle coppie nelle prime comunità cristiane sia stato superato e sono le coppie, le comunità domestiche, per Paolo, ad essere un dei modelli più importanti per la diffusione del cristianesimo. Il brano su Anania e Saffira (la coppia che concordemente trattiene per sé parte di quanto ha ricavato dalla vendita del terreno) ci dice che la scelta di mettere in comune i beni non è imposta dall'alto, ma è un'autodecisione di una comunità concorde. Allo stesso modo non c'è qualcuno che decide per te qual è il tuo bisogno, ma ognuno valuta e prende secondo il suo bisogno. Non si delega al vescovo o ad altra autorità la prerogativa di dire quello di cui una persona ha bisogno per essere salvata, ma c'è una grande responsabilità nell'autodeterminazione dei propri bisogni.
La morte di Anania non accade per una decisione del Signore, né come conseguenza del giudizio della comunità, ma come autogiudizio di Anania stesso sulla situazione mortale in cui si è messo. Lo stesso avviene per la moglie Saffira, che muore divenuta consapevole della sua autoesclusione.
Il cuore della comunità si spezza quando non è più concorde, quando qualcuno è ipocrita e imbroglia, quando non si riesce più a prendere davvero insieme le decisioni. Se delego alla comunità la mia responsabilità di decidere come vivere la fede, creo una situazione mortale per la comunità. C'è una grande responsabilità da parte di ogni singolo credente, alla luce di questo mandato di riappropriarsi della responsabilità, di non sottrarre alla comunità la propria responsabilità a decidere.
È anche quanto sostiene Paolo in 1 Cor 11, in cui afferma che chi mangia e beve indegnamente il corpo del Signore mangia e beve la propria condanna. È un brano spesso frainteso, perché scollegato dal contesto comunitario. Il criterio di appartenenza alla comunità è il non scandalizzare i poveri, è l'essere un cuor solo e un'anima sola. Il giudizio inoltre è sempre un autogiudizio: non c'è nessuna delega al pastore, al prete o al vescovo. La coscienza e la responsabilità personale sono il criterio ("Ora ognuno esamini se stesso"). Quelle di Pietro e di Paolo sono comunità che mettono davvero al centro la responsabilità individuale di discernere "d'un sol cuore" la propria appartenenza. Nessun esperto, se non noi stessi, può dirci se siamo dentro o fuori.

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