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Riconoscere i volti femminili

Nella società e nella comunità cristiana

sintesi delle relazioni di Angelo Casati, Lidia Maggi e Luigi Pozzoli
Verbania Pallanza, 2 giugno 2010

Quest'anno abbiamo riflettuto negli incontri dei "Fine Settimana" sul tema dell'accoglienza dello straniero e dell'ospitalità. Anche le riflessioni che abbiamo svolto nei corsi biblici sul vangelo di Matteo ci hanno aperto alla dimensione del riconoscimento del volto degli altri, in particolare dei più poveri.
Il tema di questa mattina, riconoscere i volti femminili, è stato scelto nella convinzione che ci sia l'esigenza, oggi, sia nella società che nella chiesa, di scoprire o riscoprire il volto, i volti femminili.
Ed è stato scelto anche perché oggi vogliamo ricordare Mari, un'amica che è mancata solo alcune settimane fa, e che era molto sensibile ed interessata a queste tematiche. Raccoglieva, ad esempio, tutta la serie di articoli che Lidia Maggi sta scrivendo su "Rocca" nella rubrica "Eva e le sue sorelle", in cui sono presentate le tante figure femminili della Bibbia.
Lo studio e l'approfondimento del testo biblico, quindi l'attenzione alla fede delle prime comunità cristiane e del popolo di Israele, è una delle dimensioni che teniamo sempre presenti quando, nelle nostre comunità, nei nostri gruppi, scegliamo di affrontare determinati temi. L'altra dimensione fondamentale che non intendiamo mai trascurare è l'attenzione alla realtà degli uomini e delle donne del nostro tempo.
Uno dei problemi di oggi è sicuramente quello relativo alla dimensione femminile. Anche don Angelo Casati ce lo ricorda spesso in quello che scrive e pubblica.
Per introdurre questo tema, leggerò alcuni brani di un delizioso libretto, una specie di autobiografia, dal titolo "L'abito rosso", scritto da don Luigi Pozzoli. Il capitolo è intitolato: "Monsignore e la donna" e parla dell'educazione sentimentale, affettiva, che veniva elargita ai futuri preti nei seminari. Credo che ci aiuti a capire da che mondo proveniamo, e quindi quanto sia necessario, oggi, riscoprire i volti femminili, al fine di liberarci dai burqa interiori, mentali, che sono anche più pesanti e radicati di quelli esteriori, di stoffa. (gcm)

"Monsignore e la donna"

di Luigi Pozzoli

"Che cosa poteva sapere di tutta la sfera degli affetti, della sessualità, della femminilità?
Il mondo da cui veniva riteneva che sarebbe stata la vita stessa a insegnare certe cose, ma la vita del seminario era tale che quelle cose non le avrebbe mai insegnate."
(...)
"Dell'esistenza delle ragazze non si faceva neanche parola, e il padre spirituale, per il timore che andando a passeggio non si potessero evitare, raccomandava: «Quando camminate per la strada, non aprite gli occhi per più di 45 gradi».
E se mai capitava di veder passare una ragazza proprio nel momento in cui l'apertura degli occhi non era posizionata nel modo giusto?
Un altro padre saggiamente consigliava: «Se andando a passeggio vedete una ragazza, pensate subito che potrà essere la mamma di qualche ragazzo che un giorno incontrerete nei vostri oratori».
Si può ben capire come la semplice apparizione di una ragazza potesse creare una situazione, a dir poco, imbarazzante.
Che fare? Fingere di non vedere o seguire le contorsioni mentali suggerite dal padre spirituale?
C'erano gli scrupolosi che si attenevano rigorosamente ai consigli ascoltati.
Erano quelli che, durante la settimana santa, il giorno in cui tra le diverse letture veniva letto in chiesa il racconto di Susanna al bagno, si facevano il dovere di distrarsi distogliendo lo sguardo dal messalino su cui avrebbero potuto seguire la traduzione del testo latino.
Ma c'era anche qualche compagno malizioso (avrebbe mai superato l'esame di vocazione?) che, toccandoti magari con il gomito, era capace di segnalarti la presenza di una ragazza sussurrandoti sottovoce: «Guarda la futura mamma di un ragazzo che incontrerai nel tuo oratorio».
Il liceo avrebbe dovuto aprire un po' più gli occhi, ma quale professore si sarebbe permesso di far tradurre i versi di Catullo:

	Da mihi basia mille deinde centum,
	dein mille altera, dein secunda centum,
	deinde usque altera mille, deinde centum."

(...)
"Viene da sorridere pensando all'ignoranza che riguardava i problemi in questione e che si estendeva ad un certo lessico riservato alla sfera sessuale.
Monsignore ricorda ancora quel compagno il quale, per aver letto che Davide, dopo ogni battaglia vinta, amava contare i prepuzi dei nemici uccisi (avevano ragione i superiori di non incoraggiare troppo la lettura della Bibbia!), si lasciò conquistare da quella parola strana e dal significato oscuro tanto che prese a salutare i compagni con un sonoro «Ciao, prepuzio!».
Solo nell'ultimo anno di teologia, poco prima dell'ordinazione, ci sarebbe stata per tutti la possibilità di integrare ogni lacuna e di chiarire tutti i dubbi: era infatti un privilegio per i cosiddetti candidati avere lezioni particolari su una materia così delicata, lezioni tenute da uno stimatissimo ginecologo, che godeva naturalmente di tutta la fiducia dei superiori, il quale avrebbe spiegato con chiarezza, se mai qualcuno ancora non l'avesse saputo, in che modo vengono al mondo i bambini.
Le lezioni, attese con una curiosità facilmente immaginabile, hanno dato subito l'impressione di essere seriamente impostate sul piano scientifico.
Peccato che il linguaggio, strettamente specialistico, fosse il meno adatto a erudire gli indotti tanto che sarebbe stata la stessa cosa, per chi stava ad ascoltare, se invece delle trombe di Falloppio avesse sentito parlare della tromba di Eustachio.
E quando finalmente si è avvicinato alla lavagna e ci si aspettava che almeno a tratti sommari vi disegnasse qualcosa che si potesse chiamare apparato genitale femminile, lo si è visto tracciare in aria segni incomprensibili e lasciare poi sulla lavagna soltanto un puntino bianco.
Dov'era la diversità della donna?
Ecco dov'era: in quel puntino bianco."*

  • Tratto da: Luigi Pozzoli, L'abito rosso, ed. Libri Scheiwiller, p. 74-78

riconoscere i volti femminili: gli sconfinamenti delle donne

di Angelo Casati

Sono contento di essere qui con voi questa mattina, curioso di incontrarvi perché di voi conoscevo solo qualcuno. Avevo conosciuto Mari, prima attraverso gli scritti e poi anche viso a viso a Milano, e mi sono molto commosso quando Giancarlo l'ha ricordata.
Sono venuto volentieri anche perché mi hanno detto che si sarebbe trattato di un incontro informale, e questo aggettivo, a mio avviso, sta molto bene vicino alla parola "femminile". L'eccesso del maschile diventa una forma che imprigiona, qualcosa di oggettivo, universale, assoluto, prepotente. Invece l'informale permette di sconfinare.
Mi piace molto anche il titolo che Giancarlo ha dato all'incontro: riconoscere i volti femminili. Penso all'espressione che a volte usiamo dopo aver incrociato una persona per strada: "È passato e non l'ho riconosciuto". Non sarà che i volti femminili sono passati lungo la storia e non li abbiamo riconosciuti? Che tanta storia è passata e non abbiamo riconosciuto il femminile?

nella chiesa il volto femminile non è riconosciuto

Certo, pensando alla realtà del passato dei nostri seminari, così ben presentata nel racconto di don Luigi, potremmo ritenere che le cose adesso siano cambiate, sia nella società che nella chiesa. Ma forse non è proprio vero. Per quanto riguarda le comunità cristiane, quando vedo alcune manifestazioni del mondo ecclesiale cattolico di oggi, ho l'impressione che il volto femminile, in certi ambienti, non sia ancora riconosciuto. E a volte, anche vedendo cosa sta succedendo nella società nei confronti della donna, mi prende l'indignazione. Gad Lerner, un caro amico, ha spesso affrontato quest'anno, all'"Infedele", il tema della donna, del corpo femminile. Forse non tutti hanno colto quanto fosse importante questo argomento che lui, pervicacemente, riproponeva. Perché c'è un involgarimento in questa riduzione della donna a oggetto che, a mio avviso, dovrebbe suscitare la reazione della società. Dovremmo insorgere contro certi atteggiamenti, certe affermazioni, anche di uomini di chiesa. Certo, ci sono anche dei bei documenti papali sul tema della donna nella chiesa e nella società oggi. Ma un conto sono i documenti, un altro quello che le persone pensano davvero. A volte, il retropensiero si palesa quando la persona parla liberamente, senza prestare troppa attenzione.
Ad esempio, il cardinale André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, interrogato sul posto delle donne nella chiesa, aveva risposto che "l'importante non è avere una gonna, ma avere qualcosa in testa"! Capite che un conto sono le affermazioni che troviamo nei documenti, come ad esempio le parole scritte da Giovanni Paolo II che celebrano la donna, e un altro certe battute, che rivelano la convinzione che le donne abbiano poche cose in testa.
Quella battuta me ne ha ricordato un'altra, a mio avviso altrettanto disgustosa, di un cardinale italiano. Anni fa, l'allora cardinale di Bologna Giacomo Biffi aveva detto (vi riferisco le parole precise): "In fondo chi si sposa rinuncia a due miliardi e mezzo di donne meno una, io invece a due miliardi e mezzo di donne, la differenza è pochissima". Evidentemente il tono era scherzoso ma, quando il tema è delicato, l'umorismo intelligente è cosa rara, anzi rarissima. Io mi son sentito ferito come uomo e come cristiano. Queste persone fanno questione di numeri. Invece, per me, per voi che siete qui questa mattina, non conta il numero, conta il volto.
Un volto, uno solo, di una donna, per me vale più di due miliardi e mezzo di volti. E' irriducibile alla logica della quantità, una logica che a qualcuno fa dire: "Io di donne potrei averne un'infinità anche senza pagarle". Per chi fa questione di numeri e di pagare, non esiste il volto.

bisogna reagire

Secondo me, noi dovremmo insorgere. In Italia c'è poca reazione. In Francia, per esempio, delle donne si sono sentite offese dalla battuta dell'arcivescovo di Parigi e hanno reagito, hanno costituito il "comitato della gonna" e si sono fatte sentire. In Italia non vedo molto movimento in questa direzione oggi. Anche nel nostro paese abbiamo vissuto, è vero, i tempi del femminismo, e io penso che la chiesa dovrebbe benedire quei giorni perché, se il tema della donna si è imposto all'attenzione della chiesa, lo è stato proprio per la sollecitazione dei movimenti femministi, e non invece per un approfondimento biblico, come ci dirà Lidia. Oggi forse qualcuno si scandalizza dell'abuso del corpo della donna solo quando avviene nelle strade, e non invece quando è perpetrato nelle case.
Io sento l'amarezza anche di altre carenze. Perché, dopo il tema della parità impostato dal femminismo ("raggiungiamo la parità", "dobbiamo essere alla pari"), secondo me il tema della differenza è rimasto un po' in secondo piano, non è stato giustamente posto all'attenzione della società e della chiesa.

l'incontro con il volto femminile

Nella mia vita, al di fuori di quell'educazione seminariale di cui parlava don Luigi, io ho avuto il dono, la grazia (così io la chiamo) di aver incrociato dei volti femminili. La cosa è avvenuta per una strana occasione: nel periodo in cui insegnavo, mi fu chiesto di scrivere qualcosa per un giornale dell'Azione cattolica di Milano, e poi anche di seguire i più giovani. In quelle circostanze ho cominciato a capire che non era affatto vero che le donne fossero meno capaci di pensare di me. Ho capito che esisteva un modo "altro" di pensare, un modo di pensare "dal basso". Ed era bello. Troppo spesso avevo visto le cose venire "dall'alto" - un "alto" gelido. "Dal basso" si poteva scoprire la vita dalle situazioni, dal vivere quotidiano, e non da ciò che veniva proposto astrattamente dai documenti. Devo proprio ringraziare Dio di questo cammino in cui ho trovato donne ricche di umanità, donne che di tanto in tanto accarezzo con lo sguardo, a cui penso con grande riconoscenza, e che però, al di là delle proclamazioni ufficiali, non sono ancora granché amate e stimate nella mia chiesa. E soffro per questo ritardo della mia chiesa, che non ha la capacità di guardare, di accarezzare con lo sguardo, di capire che cosa le donne portano dentro di loro.

nella chiesa le donne relegate a funzioni servili (Marta e Maria)

Qualcuno mi può contestare affermando che oggi le chiese sono piene di donne più che di uomini. Ma io vi dico che questo è un inganno, perché spesso nella chiesa alle donne vengono affidate delle funzioni servili. C'è il pericolo di trattarle come delle serve, di usarle per far fare loro delle cose. Di tanto in tanto le guardo, e mi viene in mente la casa di Betania, dove Gesù trovava le sue due amiche, Marta e Maria. Gesù vede una delle due amiche tutta affaccendata a preparare - non è che non sia necessario preparare: anche oggi ho già visto qualcuno in cucina che stava preparando, si sentiva un buon profumo, e noi vi ringraziamo anche per questo accoglierci a mensa -. Però, di fronte alle lamentele di Marta, Gesù dice: "Guarda che c'è qualcosa di più anche per te, non voglio che tu sia confinata nella cucina. Maria ha scelto una parte che è buona anche per te. Anche tu puoi parlare, puoi pensare con me, puoi riscattarti dalla tua schiavitù e metterti in una relazione."
Il problema è proprio questo: si tratta di un servizio spento o di una relazione viva? Ancora oggi ho l'impressione che nelle nostre chiese, nelle nostre comunità, in genere ci siano più funzioni, servizi, che relazioni. Nelle nostre parrocchie siamo immersi in tante cose da fare, senza mai fermarsi per guardarci, per chiederci chi siamo, cosa facciamo, che problemi abbiamo dentro...
Senza la relazione, manca anche la capacità di cogliere la bellezza della diversità dell'altro, che quindi non entra e non appare nel nostro vissuto, e anche nei documenti che vengono prodotti... Pensate alle encicliche, alle lettere pastorali, a tutta la documentazione che nella chiesa ogni anno ci viene proposta, e a chi la produce: non ci sono donne tra i redattori di quei documenti. Qualcosa che Dio ha voluto all'interno di questa produzione non c'è. E se ne sente la mancanza. Io credo che quei documenti sarebbero diversi, non sarebbero così gelidi, così freddi, così perentori, così dominati da un ego ipertrofico unilaterale. Anche nelle nostre assemblee dove si discute e si decide, come i sinodi, i concili, ecc., le donne sono assenti, come se non sapessero pensare e non avessero qualcosa da dire. Ne deriva un pensare intriso di fredda razionalità e di vuota aridità, molto lontano dal pensare che conduce a sconfinamenti.

accogliere, come Gesù, gli sconfinamenti delle donne

Eppure Gesù ha accolto gli sconfinamenti delle donne. Vi ricordo l'episodio di quella che Lidia chiama "la donna dei cagnolini". Gesù sta andando verso un territorio pagano e questa donna esce a gridare il suo dolore per la figlia gravemente malata. È lei che esce dal confine e va incontro a Gesù, che, di fronte all'implorazione della donna che gli si butta ai piedi, chiedendo aiuto, pronuncia quella frase per noi un po' strana: "Io sono venuto solo per quelli di Israele, non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cani". È come se Gesù fosse ancora dentro a un confine, come se facesse fatica a oltrepassarlo. Ma le parole della donna ("È vero, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni") glielo fanno superare: "Donna, come è grande la tua fede!" Sarebbe preziosa nella chiesa la presenza di donne che ci facciano passare i tanti confini che ci imponiamo.
Già in un'altra occasione, una donna, quella volta sua madre, aveva fatto superare un confine a Gesù. Al banchetto delle nozze di Cana, all'invito di Maria ad intervenire, Gesù aveva risposto: "Non è ancora venuta la mia ora". Maria dice ai servi di fare quello che Gesù avrebbe detto loro, e Gesù passa il confine, cioè fa un segno che lo fa avvicinare al momento della croce, "la sua ora".

il pregiudizio e la negazione della relazione

A volte penso che all'origine di tanta immobilità ecclesiastica, di una chiesa che fa fatica a sconfinare, ci sia anche il fatto che nei confronti delle donne rimane un pregiudizio. Un pregiudizio per il quale si ritiene che il femminile abbia in sé qualcosa di inquietante da tenere lontano. A causa di questo pregiudizio, ci si nega il dono della relazione. Le donne ci potrebbero far capire meglio che ciò che conta è la relazione: chinarsi sulla storia di ogni giorno, vedere i volti, le persone, capire "dal basso" quello che succede, e non guardare sempre "dall'alto".
A volte si ha l'impressione di essere ancora come ai tempi della cena di Betania, quando Gesù viene ospitato, poco tempo prima della sua morte... È interessante, sembra quasi che Gesù, alcune sere prima di andare a morire, andasse a cercare un po' di sostegno in quella casa di Betania. E quando Maria lo unge con quell'unguento preziosissimo, la reazione dei maschi è: "Perché tanto spreco di profumo! Si poteva vendere quest'unguento per più di trecento denari e darli ai poveri". Ne fanno una questione di quantità! È un ragionamento arido, come un maschile senza femminile. Invece la donna ha capito che il suo amico, quel giorno, ne aveva bisogno, perché era lui il povero. Aveva bisogno di qualcuno che si accorgesse di lui, che lo profumasse e lo aiutasse ad andare incontro a quell'ora così dura verso cui stava andando.

restituire volto alle donne

di Lidia Maggi

Ringrazio gli organizzatori dell'incontro, per avermi dato la possibilità di incontrarvi, di poter conoscere personalmente chi prepara l'utilissima rassegna stampa del vostro sito, e di poter essere qui insieme ai miei due "preti preferiti": don Angelo Casati e don Luigi Pozzoli, da cui ho imparato molto. Grazie a don Angelo ho scoperto quanto il linguaggio poetico restituisca forza e libertà alla parola, oggi in grande crisi, e grazie a don Luigi ho visto come sia possibile combinare la passione per un Dio innamorato e l'ironia: l'ironia graffiante, profetica, ma anche quella divertente e scherzosa.
Anche solo per queste presenze, ho subito accettato l'invito, e quando ho saputo che l'argomento dell'incontro era l'accoglienza dell'altro nella sua alterità, in particolare l'altro come femminile, ho capito di potermi inserire pienamente nel vostro percorso di quest'anno.

restituire volto alle donne

Per chiarire che cosa significa "restituire volto" alle donne, comincerei presentandovi un'icona biblica che per me, in questa stagione della vita, sta diventando esemplare di un modo di annunciare Dio. È una cartina di tornasole che mi dice se il Dio che annuncio è un Dio di libertà oppure un idolo.
Nel vangelo di Luca, al capitolo 13(1), leggiamo che Gesù, mentre sta insegnando in una sinagoga (diversamente da noi, che, occupati a parlare, spesso prestiamo poca attenzione a chi ci è attorno e a che tutti siano accolti), vede una donna. Questa donna si trova nella sinagoga, cioè in un contesto religioso, e non chiede niente: né guarigione, né grazia, né udienza. Non grida, non ha voce. Non solo: il testo ci dice che è una donna curva, piegata e che questa deformazione le impedisce di far vedere il suo volto, di guardare il mondo a testa alta, e che è così da diciotto anni (una cifra simbolica: un lungo periodo di tempo). Si trova in un contesto sacro, eppure sembra non aver fatto un'esperienza di liberazione e di libertà. È silente, è piegata: il linguaggio in questo brano si fa anche simbolico. Come in tutte le guarigioni di Gesù, c'è la guarigione fisica, perché la fede che annunciamo passa attraverso il corpo - il Dio incarnato, la resurrezione dei corpi - però c'è anche altro. Gesù sta insegnando, la vede, la chiama e le dice: "Tu sei guarita dal tuo male". La benedice - dice bene di lei - e la risolleva. E mentre viene risollevata, la donna inizia a parlare. Inizia a lodare Dio nella sinagoga.
A questo punto si scatena il finimondo. Perché questo agire provoca polemica. Il dibattito non riguarda Gesù direttamente, infatti il sacerdote non accusa lui, ma le persone che vengono a farsi guarire di sabato. E Gesù reagisce, dicendo: "Voi slegate il vostro bue di sabato per portarlo a bere. Questa figlia di Abramo era tenuta legata da diciotto anni. Non doveva essere slegata?". Gesù dà al suo gesto di risollevare il significato di slegatura, e questo è molto importante. Inoltre non dice "questa donna" ma "questa figlia di Abramo".
Sapete che la Scrittura dialoga con la Scrittura: noi abbiamo conosciuto un'altra storia nel primo testamento, di un figlio di Abramo che è stato slegato: la vicenda di Isacco. Isacco è legato dal padre su ordine divino. La mano del padre viene poi fermata dall'angelo e Isacco viene slegato. È come se questa storia ci dicesse che, mentre i figli di Abramo sono stati slegati, le figlie di Abramo, invece, sono ancora lì, nella sinagoga, piegate, mute. In questa storia Gesù sembra voler completare un percorso di slegatura, di libertà, che aveva apparentemente riguardato soprattutto un genere rispetto ad un altro. Il testo è pieno di parole il cui significato ha a che vedere con il legare, il trattenere, la schiavitù: è molto interessante rileggere il brano tenendo presente questo aspetto.

errore antropologico, ma soprattutto teologico

Ho scelto di raccontarvi questa storia per chiarire un punto importante. Nel permettere che le donne siano risollevate, che possano guardare faccia a faccia il mondo, che venga loro restituito un volto che è stato deformato da una cattiva postura e dal silenzio, non ci sono in questione solo i diritti delle donne. La posta in gioco è molto più alta. Il problema è innanzitutto teologico.
Riconoscere che Dio parla con voce maschile e voce femminile, non significa solo preoccuparsi di annunciare che alle donne viene consegnata una parola di libertà che le riguarda, ma anche annunciare un'immagine di Dio, che invece viene deformata quando una donna nel tempio non può proclamare le meraviglie di Dio con la sua voce di donna.
Non c'è soltanto un errore antropologico nel non riconoscere e nel non accogliere l'alterità delle donne che fanno parte della nostra comunità, ma anche e soprattutto un errore teologico: il Dio che proclamiamo è il Dio che libera e slega o il Dio che lega? il Dio che alza o il Dio che piega? il Dio che accoglie o il Dio che respinge? E inoltre: che cosa perdiamo noi nel non accogliere i volti delle donne che proclamano le grandi meraviglie di Dio, nel non riconoscere i volti invisibili delle donne che vivono un'esperienza di fede, nel deformare quei volti o, peggio ancora, ridurli al silenzio come la donna curva del vangelo di Luca?

leggere la Bibbia "al femminile"

Accogliere i volti delle donne potrebbe essere una prospettiva nel nostro modo di leggere la Scrittura. È un percorso che io negli anni ho provato a fare, perché la presenza delle donne nella Scrittura è molto forte, anche se quasi mai sono loro ad occupare la scena principale. Sono quei personaggi grazie ai quali spesso intervengono dei cambiamenti, che possono anche non essere notati perché sono dei dettagli. Nello sguardo d'insieme, il dettaglio sfugge. Ma spesso è il dettaglio che fa la differenza e questo noi donne lo sappiamo bene (come le rose rosse, fresche, che ho visto poco fa sulla tavola apparecchiata e che subito danno all'ambiente calore e poesia).
Vi faccio qualche esempio.

Dio liberatore

Prendiamo il concetto di Dio liberatore. Anche Israele parla di Dio come di colui che libera: "Noi eravamo schiavi in Egitto e il Signore ci ha liberati". È così forte quella confessione di fede da essere posta all'inizio delle Dieci Parole che Dio ci ha dato per camminare nella libertà, quello che nella chiesa cattolica si chiama "cappello" e che nella tradizione ebraica e protestante è il primo comandamento: "Io sono il Signore Dio tuo che ti ha tratto fuori dalla terra di schiavitù, dalla terra d'Egitto".
Dio si presenta a Israele come il Dio di libertà, come colui che chiama a sconfinare. È lo stesso Dio che abbiamo conosciuto nei "Patriarchi", il Dio che chiama ad uscire dalla terra dei padri. Nel libro dell'Esodo leggiamo di questa grande epopea che è il cuore fondante della storia di Israele e che poi viene ripresa nel Nuovo Testamento in chiave cristologica: la Pasqua di Gesù ci ha liberati, facendoci passare dalla morte alla vita, dal peccato alla redenzione.

donne che operano per la liberazione: Sifra e Pua...

L'epopea dell'esodo in realtà inizia soltanto al capitolo tre del libro che gli ebrei ortodossi chiamano con le sue prime due parole: "we'elleh shemôt". Prima ci sono due capitoli che brulicano di donne. Ci viene presentata una situazione in cui la vicenda di Israele cambia: un faraone che non conosce Giuseppe inizia ad opprimere questo popolo e ad emettere decreti che preparano la soluzione definitiva.
Nel primo capitolo del libro dell'Esodo si parla di due donne, di cui ci vengono trasmessi i nomi: Sifra e Pua. Rimangono però alcune ambiguità: non sappiamo se siano ebree o egiziane, dato che il testo biblico non le identifica etnicamente. È difficile capirlo, in un periodo in cui gli usi e i costumi di due popoli che vivono insieme sono molto contaminati (al punto che l'ultimo patriarca, Giacobbe, il padre di Giuseppe, fondatore di Israele, viene seppellito con usanze miste, ebraiche ed egiziane, imbalsamato come nella tradizione egiziana). Sifra e Pua sono le due levatrici delle ebree che ricevono dal faraone l'ordine di far morire alla nascita tutti i maschi. Conoscete la storia della loro disobbedienza, una disobbedienza chiaramente al femminile: non dichiarano esplicitamente al faraone che non eseguiranno l'ordine perché coerenti con la loro funzione di "chiamare alla vita", ma continuano a far nascere tutti i bambini, maschi e femmine. Quando il faraone chiede loro ragione, non esitano, in maniera molto femminile, a mentire per salvare la vita, dicendo che le donne ebree, piene di vitalità, partoriscono prima che arrivi la levatrice.
Il comportamento di queste due donne è dovuto al fatto che temono Dio. E questo è, per ora, l'unico riferimento a Dio. Sono le donne che intervengono, Dio è latitante. Il protagonista dell'Esodo non è ancora entrato in scena.

... la madre e la sorella di Mosè, la figlia del Faraone e le ancelle

Poi ci viene raccontato della pazzia del faraone e del suo decreto atroce, di uccidere tutti i bambini maschi ebrei: un vero e proprio genocidio. Ed è allora che entra in scena un'altra donna, la madre di Mosè, che tiene nascosto il suo bambino per tre mesi e poi lo affida al fiume in un cesto.
Anche qui troviamo degli intrecci nella Scrittura, perché il "cesto" ha lo stesso nome dell'arca di Noè, e dell'arca che contiene le tavole della legge, la Torah: questo bambino, sacro come è sacra la Torah, viene affidato al fiume, mentre la sorella lo segue da lontano. La Bibbia mette ora in scena altre donne, anche queste di etnie e generazioni diverse: la figlia del faraone, che ode il pianto del bambino e manda le ancelle a prendere il cesto, la sorella di Mosè che propone una nutrice per allattare il bambino, e la nutrice è sua madre. Così Mosè verrà cresciuto dalle due madri: la madre naturale, ebrea, e la madre adottiva, egiziana. E su questa doppia identità si svilupperà tutta la vicenda del liberatore.
Di norma la presenza femminile si risolve esegeticamente tutta nel preambolo, mentre la vera storia inizia al capitolo tre. In questa prospettiva Mosè ha dovuto vivere l'esperienza del suo popolo, ha dovuto essere salvato dalle acque, perché tutto il popolo deve passare attraverso le acque e andare oltre.

Dio impara dalle donne il linguaggio della liberazione

Possiamo però chiederci se questo Dio latitante fosse a scuola dalle donne per imparare il linguaggio della liberazione. Effettivamente, leggendo il secondo e il terzo capitolo dell'Esodo, notiamo una dipendenza linguistica tra i gesti messi in atto dalle donne, in maniera laica, per reagire ad un male, in una collaborazione a rete tra tante generazioni e culture, e i gesti con cui Dio annuncia l'atto di liberazione: "Ho visto le disgrazie del mio popolo, ho udito il suo pianto e mando te, come mia ancella, per far trarre fuori il popolo..."
Vedete come il linguaggio del Dio liberatore, attraverso la restituzione dei volti femminili, diventa più interessante. Possiamo fare un parallelo: come Gesù impara dalle donne a capire la sua chiamata universale (Cana, la lavanda dei piedi...), così anche Dio va a scuola dalle donne per imparare. La Bibbia è molto coraggiosa, non esita a mostrarci questa dipendenza, come se Dio avesse osservato la rete di solidarietà che le donne hanno messo in atto, che poi diventa il linguaggio con cui dice se stesso quando si fa carico in prima persona della liberazione.
Dimenticando questo preambolo, la storia dell'Esodo ci appare come una grande epopea: certo, le epopee sono più importanti delle storie dei sommersi della storia ma, essendo la Bibbia il libro dei perdenti, è anche importante restituire queste sfumature, questi dettagli che fanno la differenza.

Dio legislatore: le donne discutono i decreti della Torah

Abbiamo parlato del Dio liberatore. Ma ci sono altri modi di parlare di Dio: creatore, legislatore, ecc.
Nel parlare del Dio legislatore, entra in gioco tutto il rapporto con la tradizione, con i dogmi... Per Israele, la Torah è la cosa più sacra. La Bibbia racconta che Israele riceve la Torah quando, trovandosi nel deserto, dopo essere uscito dall'Egitto, si interroga su come camminare nella libertà. La Torah dovrebbe servire a strappare dal cuore di Israele la schiavitù dell'Egitto, perché un conto è liberare una persona dalla schiavitù, un altro, più difficile, è strapparle la dipendenza dal cuore. Allora Dio manda il dono della Torah. La parola che scende dal cielo è la cosa più sacra e in teoria non si dovrebbe discutere. In realtà Israele discute anche della cosa più sacra, ne discute attraverso le donne. Troviamo una prima discussione al capitolo 27 di Numeri. Siamo alla vigilia dell'ingresso nella terra promessa quando Mosè sta cercando di spartire la terra tra le famiglie del clan. A un certo punto, cinque ragazze - di cui la Scrittura ricorda i nomi che hanno tutti a che vedere con i belletti, con l'aspetto estetico (anche questo è un fatto particolare) - vanno da Mosè, dai sacerdoti riuniti in assemblea, con una richiesta. Dicono che il loro padre non si è inchinato davanti al vitello d'oro, e che quindi avrebbe avuto diritto alla terra, però è morto nel deserto. Secondo la legge del Signore, le donne non possono ereditare, ma, dicono le cinque ragazze, è giusto che la terra venga data anche a noi, altrimenti è come se voi diceste che nostro padre è un peccatore, equiparato a tutti quelli che si sono inchinati davanti al vitello d'oro e che sono morti nel deserto. Mosè, turbato, riferisce a Dio, che dà ragione alle ragazze. Ma si sa che le cause di eredità non finiscono mai, anche nella Bibbia. Gli zii delle ragazze fanno presente a Mosè e all'assemblea che c'è un problema, perché le ragazze potrebbero sposare uomini esterni al clan, e così la terra passerebbe a quelli. Mosè si consulta ancora con Dio che gli dice che la legge non si deve più cambiare, e che al limite si può stabilire che le ragazze possono scegliersi il marito, però all'interno del clan.

Le donne introducono cambiamenti con le loro istanze dal basso

Con questa mossa intervengono due cambiamenti, che potranno essere utilizzati dalle donne ebree nelle cause di eredità o di fronte all'imposizione di un marito da parte del padre. Nella Torah, per la prima volta si sancisce che le donne (che nella tradizione patriarcale sono equiparate agli altri possedimenti del marito - marito in ebraico si dice "baal", cioè "padrone" -) non solo possono ereditare, ma possono anche scegliersi il loro sposo, se pur limitatamente al clan.
Questo è estremamente importante: la parola donata da Dio dall'alto, viene cambiata dalle istanze che vengono dal basso. Noi dobbiamo ricordare questa prassi, che strappa la parola di Dio e il dogma della chiesa al fondamentalismo, per restituirli alla fluidità dello spirito.

il libro di Rut: le donne mettono in discussione una maledizione del Signore

Anche della storia raccontata nel libro di Rut possiamo fare una lettura simile. Noemi ritorna a Betlemme (che significa "la casa del pane"), dopo aver perso il marito e i due figli con cui era andata a Moab nel tempo della carestia. Una delle nuore, Orpa, rimane a Moab, mentre l'altra, Rut (che vuol dire "l'amica") testardamente la segue, non la lascia sola. All'arrivo a Betlemme si sente da parte delle altre donne un mormorio, tutta una solidarietà femminile: "È tornata Noemi, la moglie di Elimelech!" E lei ribatte: "Non chiamatemi più Noemi (che vuol dire "mia dolcezza"), chiamatemi Mara, poiché Dio ha reso amari i miei giorni."
Il comportamento di Noemi e delle altre donne fa pensare che le donne mettano in discussione una maledizione che il Signore aveva pronunciato contro Moab, non avendo i Moabiti accolto Israele con pane e acqua quando si trovava nel deserto dopo essere uscito dall'Egitto. Secondo questa maledizione, i moabiti non avrebbero mai potuto essere accolti in Israele, neanche alla decima generazione. Il dibattito che fa sorgere il libro di Rut è il seguente: "Se una rappresentante del popolo moabita desse da mangiare ad una rappresentante del popolo israelita, non si creerebbe una modifica nella Torah tale da eliminare la maledizione?"
Infatti, il comportamento di Noemi è alquanto strano: non è lei che va a spigolare nei campi, per poter sopravvivere, ma la nuora moabita. E quando leggiamo le scene tenerissime di corteggiamento tra Booz e Rut, vediamo che Booz porge del cibo a Rut, come lo si porge ad un uccellino, e la ragazza un po' lo mangia e un po' lo mette da parte per Noemi, e quando Booz le riempie il mantello di orzo, lei lo porta alla suocera. Si capisce che questo rapporto con il cibo nasconde un grande significato, ed è il dibattito di cui vi parlavo: qualora un rappresentante di un popolo maledetto dal Signore perché non è stato in grado di accogliere, compie gesti di accoglienza, la maledizione si annulla.
Per ragioni di tempo, non posso presentarvi altri momenti in cui la presenza femminile, quando alle donne vengono restituiti il volto e la voce, è in grado di mostrarci alcuni aspetti inediti del volto di Dio, della nostra comprensione della Torah.

annunciare un Dio liberante, con voce maschile e femminile

Ribadisco quindi il concetto che la posta in gioco non è rivendicare le quote rosa perché le donne siano più protagoniste all'interno delle chiese, ma è evitare il rischio di deformare il volto di Dio, rendendo afono un registro della voce di Dio, costringendo la Parola solo in definizioni che "chiudono", invece di ricercarne anche altri aspetti, il senso poetico, ecc.
Dobbiamo fare lo sforzo di metterci in ascolto della Parola che ci viene consegnata attraverso una voce "plurale": maschile e femminile.
Dobbiamo chiederci come noi annunciamo questo Dio, di cui siamo specchio. Dovremmo essere rappresentanti di un Dio che risolleva e ridà voce e volto, e invece spesso lo siamo di un Dio che imbavaglia, piega e non dà dignità.

risposte alle domande

Marta e Maria e i posti di responsabilità

Angelo Casati
Su Marta e Maria, sono del parere che non dobbiamo cercare nella Bibbia una risposta a tutto. Anzi, lì ci sono più domande che risposte. La Bibbia non dice le cose ovvie (tutti dobbiamo aiutare...), ma aiuta a sconfinare. Non in un atteggiamento servile, ce n'è già troppo. Aiuta a sconfinare dove solitamente non si sconfina, in quello che alle donne a volte è negato: la "parte migliore" deve valere per tutti, anche per Marta.

Lidia Maggi
Relativamente all'episodio di Maria e Marta, abbiamo due problemi. Il primo è la fretta che caratterizza la nostra epoca, per cui per noi la parola è spesso assertiva, se non addirittura slogan. Facciamo fatica a riappropriarci dell'idea che siamo complessi, indefinibili, che siamo storie. La Scrittura si consegna come storie che ci raccontano incontri, dai quali non è bandita la conflittualità. Il secondo è che di questi testi bellissimi noi abbiamo spesso delle pre-comprensioni, perché sono stati appesantiti e deformati, nel corso del tempo, da una certa esegesi, ed occorre un lavoro enorme per ritornare alla parola originale. In questa "pre-comprensione" Marta è diventata la patrona delle casalinghe e delle badanti, la rappresentante del fare, della diaconia, mentre Maria rappresenta l'esperienza monastica, la contemplazione, ecc. Allo stesso modo, per la Genesi, non riusciamo a liberarci della pre-comprensione di Eva come la peccatrice che ha ceduto alla tentazione dell'animale strisciante. Dovremmo riuscire a fare il vuoto, a fare tabula rasa, a metterci nuovi davanti al testo, ed è molto difficile. O dovremmo almeno essere consapevoli delle nostre pre-comprensioni.
Inoltre, a causa della fretta, non ci rendiamo conto che l'episodio di Marta e Maria è all'interno di un discorso più complesso. Siamo al capitolo 10 di Luca, e a Gesù è stata fatta una domanda per metterlo alla prova (Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?), a cui Gesù ribatte con un'altra domanda: "Che cosa dice la legge?" La risposta è: "Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza, e ama il prossimo tuo come te stesso". Per mostrare come amare il prossimo, Gesù racconta la parabola del buon samaritano. E, per esemplificare come amare Dio, introduce l'episodio di Marta e Maria. Si ama Dio mettendosi in ascolto. Questo è molto importante. Inserire Marta e Maria in questo contesto, significa notare che Gesù trattava Marta e Maria come due discepole, e le riprendeva come riprendeva i discepoli. Al di là delle due icone della diaconia e della contemplazione, c'è in gioco qualcosa di più complesso. Tra l'altro, spesso Gesù mette le donne al centro della scena per raccontare le cose importanti della fede: come donare a Dio (la vedova al tempio...), come parlare a Dio (la vedova insistente...), ecc.

parallelismo tra l'incapacità di ascoltare l'altro "donna" e l'altro "straniero"

Angelo Casati
È bella la categoria del percorso che avete fatto in questi mesi, l'accoglienza dell'altro-straniero. Comporta la fatica dell'uscire verso l'altro. Se non sai stare in rapporto con l'altro che è lo straniero, non sai stare in rapporto neanche con l'altro che è tua moglie, tuo marito. È fondamentale la relazione, il superamento dei muri, lo sguardo... Pensate come lo sguardo possa essere forte, possa incenerire o accogliere. Dal modo in cui lo guardo, l'altro esce, oppure si rintana. Che cosa facciamo perché l'altro (la donna, lo straniero...) possa venire allo scoperto?

Lidia Maggi
Trovo molto interessante questo parallelo. Accogliere l'alterità femminile significa andare oltre il monologo, significa imparare un alfabeto che ci permette di aprirci all'altro. Lo abbiamo sperimentato anche in ambito ecumenico: avendo imparato ad ascoltarci, a non imporre il nostro ordine del giorno, ad avere uno sguardo empatico, cioè una serie di regole che si sono rivelate utili nel confronto ecumenico, scopriamo che le stesse regole, lo stesso linguaggio ci permettono di affrontare il dialogo interreligioso, il dialogo con la diversità.
Questa è una connotazione vitale, che è frutto della relazione, come diceva don Angelo. Se non siamo abituati ad aprirci nelle relazioni più intime, non saremo in grado di aprirci neanche nelle altre. L'alfabeto di dialogo e di amore che impariamo nel rapporto con la prima alterità, che è la madre (o il padre, la famiglia...), diventa l'alfabeto del dialogo con gli altri. Se non riusciamo a renderci conto che siamo nati per la relazione, vuol dire che non abbiamo capito che cosa vuol dire essere "umani", uomini e donne. E la diversità a quel punto diventa paura, fobia...

il peso dell'istituzione; curiosità per il ruolo delle donne nelle altre chiese

Angelo Casati
Vedo ancora troppo dominio all'interno della chiesa. Si vuole mantenere il dominio su tutto. Il dominio è il contrario della relazione. Spesso nei documenti ecclesiastici si onora non la femminilità, ma la maternità, quasi a riscattare un femminile visto con un certo sospetto...

Lidia Maggi
La chiesa della riforma ha certo fatto dei percorsi, ma pensate che il pastorato femminile nella chiesa valdese risale solo al 1972-73 e nella chiesa battista al 1981-82! Quindi è da pochissimo tempo che le donne occupano un ruolo di leadership qualificato e riconosciuto. Nella chiesa della riforma viene riconosciuto subito, fin dall'inizio, il sacerdozio comune di tutti i credenti, ma sono dovuti passare dei secoli prima che le donne potessero svolgere la funzione di pastore. I cambiamenti sono avvenuti in tempi molto recenti e molto brevi (un po' come per l'ecumenismo: cosa sono cento anni di dialogo ecumenico in confronto a duemila anni di scomuniche e divisioni?). Il fatto che sul piano teologico ed ecclesiologico si riconosca la piena parità della donna e dell'uomo nell'accedere al ministero pastorale non significa necessariamente che le cose siano semplici per le donne. Non si scardina un simbolico patriarcale semplicemente cambiando l'ecclesiologia e la teologia. Vi porto un esempio molto banale: il periodo di prova per un pastore è normalmente di un anno, al massimo di due. Io ne ho fatti tre, e so che ci sono chiese in cui non potrò mai andare a fare la pastora... Molte donne hanno fatto degli studi teologici, spesso in quanto erano mogli di pastori. Nell'ambito della chiesa battista era prassi che il pastore andasse a studiare teologia all'estero, e anche la moglie, per avere il permesso di soggiorno, seguiva dei corsi, a volte gli stessi del marito. E capitava che le donne avessero anche più capacità degli uomini. Ma non potevano essere ammesse come pastore nella stessa comunità del marito, né spostate in altre comunità per non smembrare la famiglia. In questo specifico caso, è stato il coraggio degli uomini, che hanno scelto di fare un passo indietro, proponendo che fossero nominate pastore le mogli, e non loro, a permettere che nella chiesa battista le donne potessero svolgere questa funzione. A volte è importante anche lasciare spazio all'altro/all'altra.

problemi di genere, la dimensione femminile del genere maschile, il maschilismo interiorizzato dalle donne...

Angelo Casati
Il femminile che è nella donna deve contagiare un po' anche l'uomo, e viceversa. Ma spesso vedo delle donne manager che hanno assunto il modello maschile. Certo, hanno la parità, ma siamo al punto di prima: è ancora un canto monocorde. Invece, credo che il mondo del lavoro andrebbe meglio se respirasse con due polmoni, quello maschile e quello femminile... Se poi guardiamo all'interno della chiesa, siamo ancora molto lontani...

Lidia Maggi
Noi donne abbiamo fatto i gruppi separati, di autoascolto, di autocoscienza, abbiamo rivendicato l'uguaglianza, abbiamo parlato di differenza. Abbiamo compreso di vivere una realtà che parla un linguaggio che non è nostro, abbiamo scoperto che il neutro maschile è un falso neutro, abbiamo fatto la fatica di essere attente al linguaggio.
Nel mondo maschile ci sono poche esperienze di gruppi di confronto (sono a conoscenza dell'esistenza di un gruppo ecumenico di Pinerolo, mentre la rivista Alfa Zeta ha fatto un numero molto interessante sulle riflessioni di genere). Gli uomini non hanno mai riflettuto su di loro, sono abituati a vivere in una realtà in cui si identificano.
Per fare un discorso di genere, bisogna iniziare a fare un lavoro di riflessione su se stessi, su che cosa vuol dire essere uomo, che cos'è la mascolinità. Spesso la mascolinità è deformante e deformata. Io non credo che il patriarcato coincida con la mascolinità. Credo che noi, uomini e donne, siamo entrambi vittime di una deformazione che ci impedisce di essere quello che siamo.
Ad esempio, dato che in questo periodo mi capita spesso di ascoltare storie faticose legate al problema della mancanza di lavoro, mi rendo conto che andare in cassa integrazione, per un uomo, è diverso che per una donna. C'è una differenza di genere che subentra, legata al fatto che l'uomo sente su di sé, nel simbolico patriarcale, la responsabilità di tutta la famiglia, sente l'angoscia di un possibile fallimento personale. Una donna non si vergogna di fare la casalinga, né di dirlo. Invece, un uomo che si trova ad assumere dei ruoli che, nella tradizione, sono femminili, lo fa, o con grande consapevolezza perché ha fatto un suo percorso, oppure con una certa vergogna, con imbarazzo. Non lo dice con facilità a tutti.
Il sistema patriarcale ha segnato profondamente anche le chiese. Quando parliamo di secolarizzazione, oggi pensiamo alle idee libertarie che si fanno strada nella società e nella chiesa e che possono renderci tutti più liberi. Ma dobbiamo pensare che tra i valori, anzi i "non-valori" secolari che fin dall'inizio entrano nelle chiese, c'è proprio il patriarcato. Gesù ha fatto tanti gesti di rottura, ha spezzato il patriarcato, offrendoci una fede che definiva le persone come fratelli e sorelle e nient'altro. E anche Paolo ha formato una comunità di eguali, dove l'unico criterio era essere di Cristo, e non invece sposati o non-sposati, ecc. Se poi leggiamo il celibato dal punto di vista delle donne, vediamo che era portatore di una vera forza rivoluzionaria (pensate alla polemica sulle vedove in 1Timoteo 5). E se consideriamo certi racconti biblici, che sono spesso racconti violenti (ad esempio lo stupro di Dina, Gen 34), sono in realtà racconti di denuncia, dove la violenza sulla donna non viene omertosamente nascosta, ma denunciata.
Come è successo che, nonostante l'evangelo che ci è stato annunciato da Gesù e ripreso da Paolo, noi ci ritroviamo queste chiese? Il fatto è che, fin dai primi secoli, la struttura familiare, patriarcale, è penetrata persino nel clero: "Il vescovo sia sposato a una sola moglie..." (1Timoteo 3,2)
Il fatto è che anche noi donne abbiamo respirato questa cultura violenta, patriarcale e maschilista. Io mi ritrovo a dire a mia figlia delle cose indegne di me, mi rendo conto che sono schiava del patriarcato, essendo cresciuta con dei modelli educativi che faccio una fatica enorme a lasciare. Siamo vittime e carnefici tutti. Però questo non ci autorizza a non invocare la liberazione di Dio e a metterci in ascolto della sua parola che secondo me è davvero liberante. Ma dobbiamo fare la fatica di ascoltare.
Come mi insegna mio figlio, amante dei sinonimi, abbiamo in italiano tre parole per indicare il volto: viso, volto e faccia. "Viso" ha a che fare col "vedere", la cura del vedere, dell'osservare l'altro. "Volto": un modo di volgersi, legato al termine ebraico shûb, la conversione. "Faccia": il fare, che riabilita Marta e un cristianesimo del fare, la sapienza pratica delle donne. Tutti questi termini hanno a che vedere con un movimento. Dobbiamo proprio riappropriarci anche della pluralità dei saperi, per andare incontro all'alterità.

celibato e matrimonio, sacerdozio femminile, leadership e servizio

Lidia Maggi
Io mi trovo in grande imbarazzo con questa faccenda del sacerdozio delle donne, un imbarazzo soprattutto teologico, nel senso che una delle mie grandi fatiche nella comunità è superare la sindrome della delega. La comunità fa fatica ad assumersi una ministerialità collettiva.
Ad esempio, nell'ultimo consiglio di Chiesa, i laici mi rimproveravano perché alla fine del culto io non vado alla porta a salutare le persone, come si usa nelle chiese battiste. A mio avviso, questo comportamento è troppo pastorecentrico: ecclesiologicamente che cosa si comunica? Lo capisco dal punto di vista umano, ma non dal punto di vista teologico.
Secondo me la chiesa dovrebbe essere una pluralità di carismi, esercitati con discernimento. Anche il problema del rapporto tra donne e uomini entra nel più grande dibattito tra laici e chierici, che riguarda anche le chiese protestanti. Non basta affermare che il pastore è un laico come gli altri: le sindromi clericali entrano comunque. Io fatico a mantenere viva nella comunità una ministerialità plurale, e ritengo che si debbano trovare anche altre forme di ministerialità.
Per quanto riguarda invece il nostro vissuto personale, io credo che una pluralità di modelli pastorali sia importante in ogni confessione. È importante che ci siano preti celibi, preti sposati, pastori, pastore, ognuno col proprio vissuto: è una grande ricchezza, e determina anche una grande pluralità di linguaggi. Il mio modo di predicare è certamente diverso da quello di un pastore single, o da quello di un pastore tout court, perché nel mio vissuto hanno molto spazio i figli, la casa, ecc.
Penso ad un bellissimo manuale di omiletica, scritto da un americano, tradotto in italiano e pubblicato da una casa editrice cattolica, con una premessa in cui si specifica che si sono adeguati al contesto italiano tutti gli esempi e le metafore usati dal pastore protestante. Per cui hanno tolto tutte le metafore sponsali, le immagini legate alla vita di coppia: quel manuale non è più lo stesso!
C'è in gioco anche un altro problema, su cui le donne si interrogano. Noi affrontiamo il problema di occupare una leadership in un contesto in cui siamo chiamati a vivere il vangelo facendoci ultimi. Ci chiediamo come vivere questa tensione, tra essere chiamati a servire e non a comandare, e nello stesso tempo avere la responsabilità di rivendicare quella dignità che ci dà la parola e ci rialza in piedi. È una tensione difficilissima da mantenere, perché la nostra responsabilità nella Chiesa è quella di imparare a servire da colui che si è fatto servo di tutti, ma nello stesso tempo scoprire che siamo le figlie di Abramo risollevate, slegate dal Signore, mentre ci sentiamo ancora in catene e nella terra di schiavitù. È una tensione che non si scioglie mai. Io non so come risolverla, se non tenendola aperta.

conclusione

Concludiamo la mattinata con un brano di don Luigi Pozzoli, che è insieme una riflessione sapienziale e una preghiera, espresse con la levità che caratterizza spesso i suoi scritti. Parte da un'espressione dialettale, che è anche il titolo di un blog di don Luigi: "Semm chi"

"Semm chi" di Luigi Pozzoli

"Un'espressione dialettale che gli è cara è Semm chi.
È una frase che ama perché in due parole racchiude quello che filosofi (esistenzialisti) e credenti (mistici) hanno tentato di dire con lunghi, elaborati discorsi.
È anzitutto una confessione di radicale povertà.
Semm chi: esiste solo un momento puntuale nel tempo e un luogo preciso nello spazio, quello che gli antichi chiamavano l' hic et nunc.
Non c'è né passato né futuro, ma solo il presente.
Non c'è la dimensione sconfinata dell'altrove, ma quella misura elementare dello spazio che coincide con la misura del proprio "esserci".
Dire semm chi, per il nostro Monsignore, è come ritrovare una verità fondamentale dell'esistenza che troppo spesso non si vuole accettare o si tenta di modificare lungo la via dei sogni e dei vaneggiamenti.
Ma semm chi per il nostro Monsignore suona anche come una preghiera.
È una confessione ed è un appello.
Perciò ha affidato alle pagine del suo diario questa preghiera:
«Vedi, siamo qui. In questo punto di un cammino che tu conosci.
Non lasciarci solo, abbandonati a noi stessi.
Non lasciarci smarriti in questo punto dello spazio e del tempo, con la sensazione di un grande vuoto intorno.
Donaci la certezza che questo piccolo punto è abitato dalla tua presenza.
Potranno cambiare tante situazioni, ma non potrà cambiare la verità di questo nostro povero semm chi.
Che non abbia a cambiare neppure la fiducia che sempre siamo affidati a te, a te che dilati il tempo e lo spazio immergendoci nell'oceano immenso dell'amore di Dio».*

  • Tratto da: Luigi Pozzoli, L'abito rosso, ed. Libri Scheiwiller, p. 136-138
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