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Per un'etica della giustizia oggi

sintesi della relazione di Giannino Piana
Verbania Pallanza, 19 marzo 2005

Il tema della giustizia è un tema apparentemente lontano dall'esistenza quotidiana. In realtà è profondamente inserito nelle scelte che ogni giorno siamo tenuti a fare, in particolare se la giustizia è intesa soprattutto come giustizia sociale, la giustizia nel suo realizzarsi in senso allargato nell'ambito delle relazioni che si istituiscono all'interno di una società e di un mondo oggi globalizzato.
Il tema della giustizia sarà sviluppato in due momenti. Nel primo momento presenterò l'evoluzione che il concetto di giustizia ha avuto nella cultura occidentale. Nel secondo metterò a fuoco i rapporti tra giustizia e altri valori, quali la libertà, l'uguaglianza e la solidarietà, concludendo con qualche considerazione su giustizia sociale e giustizia legale.

1. concezioni della giustizia nella storia dell'occidente

Vorrei fare anzitutto alcune considerazioni su due definizioni di giustizia che hanno una lunga tradizione nel pensiero occidentale. La prima è di Aristotile ed ha influenzato profondamente la tradizione cristiana.

Aristotile: la giustizia riguarda il mio rapporto con l'altro

Nell'Etica Nicomachea, Aristotile afferma che iustitia est ad alterum. La giustizia riguarda il mio rapporto con l'altro: sta a fondamento della relazionalità umana. È la virtù principe sulla quale si costruiscono le relazioni umane, interumane a tutti i livelli.
La giustizia implica il riconoscimento reciproco delle alterità e sulla base di questo riconoscimento si sviluppano le relazioni. In questo senso è il criterio di base attraverso il quale le relazioni possono venire correttamente valutate e giudicate. Diremmo in termini moderni che è il valore fondante dell'etica pubblica. Per Aristotile tutta l'etica pubblica ruota attorno al valore della giustizia.

diritto romano: unicuique suum

L'altra definizione viene dal diritto romano: unicuique suum, a ciascuno il suo. La giustizia ha come oggetto il dare a ciascuno il suo, cioè ciò che a ciascuno di noi appartiene, ciò che è costitutivo della nostra identità, del nostro essere uomini e quindi i nostri diritti fondamentali, ciò che non può pertanto essere rinnegato e deve essere rispettato se si vuole rispettare la dignità di ciascuno. L'unicuique significa che questo rispetto va riservato ad ogni soggetto umano.
In modo ancora più ampio rispetto alla definizione aristotelica, la giustizia così intesa diventa la virtù principe dell'etica sociale, dell'etica civile, dell'etica pubblica. È la virtù che regola i rapporti interpersonali sulla base del rispetto di alcuni diritti che sono originari, costitutivi del nostro essere uomini.
Quindi la giustizia, in quanto virtù relazionale, è la virtù principe non solo dell'etica pubblica, ma dell'etica tout court, dato che l'etica è tutta relazionale.
I comandamenti, ad esempio, propongono un'etica totalmente relazionale, dove il corretto comportamento consiste nel rispettare alcuni fondamentali diritti dell'altro (vita, sessualità, verità...), per essere a nostra volta rispettati dall'altro in questi nostri diritti fondamentali. È la famosa formula con cui l'Antico Testamento riassume tutta l'etica: non fare all'altro quello che non piace sia fatto a te, cioè comportati verso l'altro come tu vuoi che l'altro si comporti verso di te.
La giustizia allora è per definizione giustizia sociale, riguarda i rapporti con l'altro, con gli altri, con l'insieme degli uomini.

Tommaso: la giustizia come ricerca del bene comune

Anche per la stessa tradizione medievale, che riprende il discorso aristotelico, ritiene che la vera giustizia è la giustizia sociale.
Per Tommaso d'Aquino la giustizia ha come oggetto specifico il bene comune, la ricerca del bene comune, il quale è il bene di tutti e di ciascuno allo stesso tempo.
Tra persona e comunità c'è interdipendenza strettissima perché la persona si realizza sempre e soltanto nella misura in cui si rapporta alla comunità (la persona è un essere costitutivamente sociale, cioè relazionale) e perché la comunità, costituita da persone, deve porsi come fine la realizzazione delle persone nella loro singolarità, unicità, irripetibilità.
Questa armonia tra comunità e singolo va continuamente costruita e definita attraverso processi storico sociali concreti.
Tommaso poi afferma che questa giustizia, che è giustizia sociale, che ha come referente il singolo e la comunità allo stesso tempo, si articola in altre forme particolari di giustizia, per esempio la giustizia distributiva, la giustizia commutativa, la giustizia nei rapporti intersoggettivi.

la privatizzazione della giustizia nell'epoca moderna

Questa visione della giustizia, come giustizia sociale, subisce tuttavia un radicale ribaltamento agli inizi dell'epoca moderna, con il primato dato alle forme private della giustizia rispetto a quelle pubbliche e sociali.
Le ragioni sono molteplici. Anzitutto c'è una progressiva riduzione del soggetto umano a individuo, come essere scorporato dagli altri, che si definisce totalmente in sé, a prescindere dalle relazioni viste come accidentali e disturbanti la propria autorealizzazione.
Dal nominalismo che nega che ci sia una natura umana condivisa (il concetto è un puro nome), al liberalismo in cui si esprime in modo compiuto la concezione individualistica. Locke, il grande pensatore della svolta, parla di diritti umani (diritto alla vita, alla proprietà, alla libertà di opinione) ma come diritti individuali, non sociali. Per far rispettare questi diritti è necessaria una contrattazione sociale che produca una serie di normative. Il risvolto economico di questa visone è il capitalismo, il cui principio di base è che ciascun soggetto individuale è guidato dalla ricerca del proprio interesse. Di qui la logica del libero mercato, della competitività, della concorrenzialità, della ricerca a prevalere.
Siamo nel pieno di una cultura che ha come base la riduzione del soggetto a individuo.
Il termine soggetto è di per sé neutro. Può diventare persona e allora è immediatamente un essere sociale, relazionale, ma può anche chiudersi e diventare individuo e allora è una realtà che è totalmente limitata dentro se stessa, che non ha nessun referente, che è una vera monade. La comunicazione può avvenire solo se dall'esterno mi si impone e non perché la sento come un elemento che mi appartiene, che è costitutivo della mia natura, che porta a realizzarmi con gli altri, attraverso gli altri.
Questo processo di individualizzazione che poi diventa anche di privatizzazione si è molto accentuato in epoca contemporanea anche nel nostro paese, in particolare dopo la caduta della tensione politica degli anni settanta. C'è un ritorno esasperato all'individualismo.
In questo contesto di ritorno all'individuo la relazione non è più considerata come un costitutivo originario dell'uomo, ma come qualcosa di accessorio, di secondario. La convivenza non è un valore fondato sulla natura, ma appare come un dato artificiale, qualcosa che mi è imposto dall'esterno e che debbo accettare forzosamente.
Per Hobbes l'uomo come individuo nello stato di natura è guidato dal bisogno di sopravvivenza e dal desiderio illimitato di autorealizzazione. Per questo motivo se si resta allo stato di natura l'uomo è lupo per l'uomo (visione pessimistica dell'uomo) e se si lasciassero le cose così come sono si addiverrebbe ad una società caratterizzata dal bellum omnium contra omnes, dalla guerra di tutti contro tutti, con la conseguente distruzione di ciascuno e di tutti. Ecco perché l'uomo arriva a più miti consigli e patteggia. Questo patto o contratto è puramente artificiale, non è un prodotto originario della natura, ma è una condizione per sopravvivere. Devono essere poste regole rispettate da tutti, grazie ad un potere forte, perché l'uomo di per sé è portato a perseguire solo il proprio interesse individuale. È un concezione egoistica dell'uomo. In questa prospettiva, in cui tutto è centrato sull'individuo, sul singolo, la giustizia vera non è più la giustizia sociale, come qualcosa che si fonda sulla natura sociale dell'uomo, ma è la giustizia privata.
L'unico ambito della giustizia è quello delle relazioni private in cui debbo addivenire attraverso a forme di contratto a normali rapporti. Il resto è rispetto delle regole che mi vengono dallo stato per una imposizione esterna, che non ha nulla a che fare con quello che io sento.
Questa prospettiva è a lungo prevalsa anche all'interno della chiesa nell'epoca moderna per la grande influenza che ha avuto l'ideologia liberale. Nei trattati di teologia morale, sino al concilio, non si parlava di giustizia sociale. Tutto si riduceva a stabilire le regole perché i contratti e i testamenti funzionassero correttamente, perché non ci fossero conflitti nei rapporti privati.

il ricupero della dimensione sociale della giustizia in ambito ecclesiale e civile

Solo con la Rerum Novarum di Leone XIII, alla fine dell'Ottocento, si introduce all'interno della chiesa la riflessione sulla giustizia sociale, che però rimarrà relegata sino al concilio all'ambito della dottrina sociale della chiesa, come un settore del tutto aleatorio, che non impegnava moralmente. I trattati di morale continuavano a presentare una morale a prescindere dalla giustizia sociale.
I temi della Rerum Novarum (questione sociale dei rapporti tra capitale e lavoro) saranno ripresi e approfonditi dalle successive encicliche sociali Quadragesimo anno, Mater et magistra, Populorum progressio, Sollicitudo rei socialis.
La giustizia sociale, nella Mater et magistra, viene messa in relazione con l'equità, per sottolineare da parte di Giovanni XXIII la necessità che la giustizia non diventi un dato di mera perequazione oggettiva, ma tenga conto anche delle singolarità individuali.
Nello stesso tempo si parla di giustizia da fare attraverso le strutture. Non solo quindi la giustizia che si fa attraverso l'assistenza o l'elemosina, ma anche quella che si fa attraverso le strutture giuste. La Populorum progressio riprende con forza la visione strutturale della giustizia, la universalizza, la mondializza, ne accentua gli aspetti strutturali, ed inoltre mette in evidenza anche l'esigenza di rapportare la giustizia con altre virtù, soprattutto con la virtù della carità e della solidarietà, virtù capaci di dare alla giustizia la forma più piena, più completa. Giovanni Paolo II soprattutto nella Sollicitudo rei socialis riprende il tema della solidarietà legato alla giustizia.
Queste aperture esistono anche sul versante civile. Tutta la tematica dei diritti umani non solo come diritti di libertà ma come diritti sociali, diritti di giustizia, diritti di solidarietà, viene affermandosi dal dopoguerra ad oggi soprattutto con la costruzione degli stati sociali. Le costituzioni che nascono nell'immediato dopoguerra nei paesi democratici, soprattutto in quelli che hanno subito una situazione di dittatura, sono emblematiche da questo punto di vista. La costituzione italiana nella prima parte, ad esempio, è di altissimo livello: intreccia i diritti di libertà con i diritti sociali, mettendo in evidenza come la possibilità di esercitare i diritti di libertà da parte di tutti e quindi di diventare compiutamente cittadini, cives, è legata al fatto che, anche attraverso l'intervento dello stato, abbiano a prendere forma i diritti sociali, come il diritto alla salute, il diritto all'istruzione, il diritto al lavoro.

il ritorno dell'individualismo

Oggi invece siamo di fronte a un individualismo di ritorno che gioca su più fronti. Penso ad esempio a come l'individualismo di ritorno sia bene interpretato dalla cultura radicale, dalla cultura del diritto soggettivo (vale per me ciò che mi piace). Il criterio di giudizio, di valutazione di ciò che vale per me, è il principio del piacere, è il desiderio.
Anche la cultura di derivazione marxista, che ha sempre puntato più sul sociale che sull'individuale, rischia qualche volta di essere assorbita dentro alla cultura radicale, con una esasperazione del desiderio soggettivo.
Si pensi anche al ritorno della logica del mercato e quindi all'individualismo su cui si fonda tutta la teoria liberalcapitalista (il liberalismo è l'aspetto più filosofico, il capitalismo è la trasformazione di questa teoria in teoria economica). C'è una rivincita del mercato, del capitalismo, dovuta sia alla caduta di altri sistemi che hanno fallito, sia ad una globalizzazione che avviene a livello economico soprattutto, e in particolare sul versante dell'economia finanziaria, penalizzando l'economia reale. Penso ancora alla radicalizzazione della libertà, intesa come libertà per pochi (chi può faccia tutto, chi non può pazienza), o alla tendenza a identificare la libertà con il libertarismo, con il far ciò che si vuole, ciò che piace, al di fuori di qualsiasi riferimento, di normatività etica.
Questo avviene non solo sul piano del vissuto, ma anche sul piano teorico: le interpretazioni della giustizia che si danno (teorie della giustizia), nascono da presupposti fortemente individualistici (teorie neocontrattualiste e neoutilitariste). La giustizia non si fonda sulla socialità come dimensione costitutiva dell'umano, ma sulla base di una mediazione tra diritti individuali (contratto) per garantire la sopravvivenza.

2. ripensare la giustizia oggi

Come è possibile oggi vivere la giustizia? quali sono le piste da percorrere per recuperare un modo corretto di vivere la giustizia nel nostro tempo?

ricuperare correttamente il passato

È importante anzitutto ricuperare la lezione del passato, non in modo passivo ma nel segno della memoria. Fare memoria non è ripetere, ma risituare, riattualizzare, rigenerare creativamente.
È feconda la visione della giustizia centrata sulla relazionalità umana e che rinvia al rispetto e alla promozione del suum, dei diritti fondamentali della persona in una visione universalistica. La giustizia è giustizia per tutti.
Questi elementi che vengono dal passato costituiscono la cornice entro la quale dobbiamo collocare i rapporti tra giustizia e altri valori.

Ricoeur: oltre il personalismo maritainiano creare strutture giuste

Sotto l'aspetto teoretico è opportuno raccogliere alcuni contributi, come quello di Paul Ricoeur, che ritiene insufficiente un personalismo tutto centrato sul rapporto io-tu.
Accanto all'io e al tu occorre mettere anche l'altro che non conosco e che non potrò mai conoscere, cioè ogni altro, ogni soggetto umano esistente sulla terra, di cui devo farmi carico, di cui mi devo rendere responsabile, in una società globalizzata.
Me ne posso fare carico attraverso la creazione di strutture giuste per tutti.

Lévinas e il passaggio dall'io all'altro: tornino volti

L'occidente è sempre stato violento, sostiene Lévinas, perché ha incentrato tutta la sua cultura prima sull'oggetto assoluto, che in origine era Dio e poi laicizzatosi diventa l'ideologia, oppure sul soggetto assolutizzato. Bisogna capovolgere l'ottica, passando dall'io all'altro, occorre mettere al centro l'altro come oggetto delle attenzioni, facendosi carico dei suoi bisogni.
Di qui nasce l'imperativo morale, che viene in negativo fatto coincidere da Lévinas nel famoso imperativo etico del decalogo del non uccidere. L'uccisione dell'altro può avvenire anche per il fatto che io mi disinteresso dell'altro che vive lontano.
Questo imperativo è un imperativo assoluto, disinteressato, gratuito, non dipendente dalla reciprocità, dalla prospettiva di un contraccambio.

coniugare la giustizia con altri valori

Oggi poi è importante ripensare al tema della giustizia sociale in riferimento ad altri valori. Fintanto che i vari valori (giustizia - libertà - uguaglianza - solidarietà) vengono assunti separatamente non si creano grossi problemi. Mi trovo infatti spesso di fronte a delle scelte in cui i valori entrano in conflitto. Il valore della vita può entrare in conflitto con il valore della libertà, come nel caso estremo della ragazzina quattordicenne violentata che si trova a diventare madre, che viene violentata non solo fisicamente, ma nella sua libertà, nella sua possibilità di espressione. Non è che chi dice che si può ricorrere in quel caso all'aborto non creda nella vita. Crede nella vita, ma mette in primo piano in quella situazione il valore della libertà di quel soggetto che altrimenti deve farsi carico di una vita che non ha voluto e che ha subìto a causa di un atto di violenza. Chi invece fa il discorso opposto, lo fa non perché totalmente nega il valore della libertà, ma perché dà al valore della vita una assoluta priorità, rispetto al valore della libertà.
Il problema nasce nella situazione in cui due valori non sono immediatamente compossibili.

giustizia e libertà

Il rapporto giustizia libertà è un rapporto dialettico difficile. Se si vuole coniugare libertà con giustizia, presupposto di qualsiasi azione politica, occorre ripensare la libertà, uscendo dalle prospettive, prima accennate, rigidamente individualistiche, secondo le quali la libertà è la libertà di fare da parte di ciascuno quello che vuole, è mettere ciascuno nelle condizioni di far quello che vuole, a prescindere da obiettivi di interesse generale, del bene comune; o superando quelle concezioni che riducono la libertà a "libertà da". La libertà libertaria intende la libertà come assenza di condizionamento, come libertà che non ha fini, obiettivi, sbocchi.Credo che la libertà vada valorizzata, ma la libertà vera è da socializzare e quindi ha dei vincoli. Non è una libertà assoluta, senza limiti, ma va vista nella prospettiva di diventare libertà per tutti.
Questo chiama in causa la giustizia e la necessità di uno stato sociale che metta tutti in condizione di esercitare i diritti.
La giustizia è una condizione per l'esercizio della libertà da parte di tutti. Allora non c'è più conflitto e devo impegnarmi perché tutti possano essere liberi. Questo è fare giustizia. La giustizia è una condizione per la libertà.
Un mercato senza regole, ad esempio, che può sembrare il mercato più libero, è la negazione radicale della libertà, perché consente solo a pochi di accedere al mercato.
La giustizia è una condizione per la libertà, e viceversa. L'esercizio vero della giustizia si esercita laddove l'obiettivo è quello di rendere tutti liberi e quindi di creare condizioni perché la libertà possa svilupparsi, possa tradursi in scelte.

giustizia e uguaglianza

L'uguaglianza è il fondamento della giustizia. Proprio perché riconosco a ogni uomo una dignità assoluta, mi riconosco partecipe di un mondo di eguali, di soggetti che hanno tutti pari dignità, da quello più ricco a quello più povero, da quello più intelligente a quello più stupido. Proprio perché riconosco a tutti pari dignità devo fare giustizia. L'uguaglianza è la precondizione per la giustizia.
Occorre respingere sia un egualitarismo demagogico, in cui tutti devono fare le stesse cose e guadagnare allo stesso modo, sia una esaltazione delle differenze tale da negare il minimo di uguaglianza di base, pericolo presente oggi.
La civiltà non può sussistere se non si riconosce a tutti pari dignità, ma questa pari dignità non la riconosco astrattamente ma dando contenuto all'uguaglianza attraverso la giustizia. È creando strutture giuste in cui i diritti di tutti vengono rispettati che io rendo omaggio all'uguaglianza di tutti i cittadini, li rendo capaci di esercitare la cittadinanza.
L'esigenza di una nuova mediazione in cui si rispetti allo stesso tempo la fondamentale uguaglianza e la diversità solidale, chiama in causa il rapporto tra i due principi di solidarietà e di sussidiarietà.
Se il principio di sussidiarietà impone un arretramento dello stato in ciò che la società è in grado di fare da sola, questo non vuol dire ridurre lo stato ad una funzione puramente residuale. Allo stato compete la funzione di far fronte alla soddisfazione di alcuni diritti fondamentali (istruzione, sanità,lavoro) in nome della giustizia sociale.
Questo non vuol dire tornare allo statalismo, ma vuol dire ripensare questi rapporti senza indulgere solo sul versante della società, pensando che lo stato è tutto cattivo mentre la società è buona. La società è piena di interessi privati, di interessi corporativi. Sappiamo come finisce laddove certe istituzioni fondamentali vengono del tutto privatizzate. L'interesse privato non è l'interesse a fare il bene collettivo, ma anzitutto a far guadagno. Ci deve essere qualcuno che invece su alcuni fronti, laddove l'uguaglianza è in gioco nei suoi presupposti fondamentali, fa l'interesse collettivo.

giustizia e solidarietà

La solidarietà per un verso è alla radice della giustizia, per altro verso la supera. C'è la tentazione che a volte il summum ius diventi la summa iniuria. Il diritto esasperato per se stesso può portare a prevaricare anche attraverso il perequare i diritti di tutti senza attenzione alla dimensione personale, soggettiva. La solidarietà, o la carità in una prospettiva più specificamente cristiana, sollecita l'attenzione all'individualità, alle differenze, all'essere capaci di assicurare a tutti i diritti ma nello stesso tempo di tener conto di bisogni e desideri legati alla sfera della soggettività.
C'è anche un bisogno di soddisfacimento del desiderio che è irrinunciabile. Si pensi al malato che riceve tutto in termini di cura da una struttura che funziona. Questo malato ha bisogno del volontario. Anche laddove i servizi funzionano bene, c'è il desiderio di esprimere se stessi ad un livello più profondo attraverso a dei rapporti che non sono guidati da logiche utilitariste, ma da logiche gratuite. La solidarietà introduce l'elemento di gratuità, che trascende il semplice diritto, la semplice perequazione dei diritti.

giustizia e legge

È un rapporto complesso quello tra giustizia sociale e giustizia legale. È fuori discussione l'importanza della giustizia legale per il mantenimento dell'ordine sociale, ma anche per la crescita civile di una società. Educare alla legalità, sosteneva uno bel documento della CEI, è far crescere la cittadinanza, la partecipazione alla vita sociale.
Bisogna anche riconoscere il limite della giustizia legale. La legge non potrà mai comprendere tutte le situazioni umane (vale in pluribus, ma non in omnibus diceva già Aristotile). Di qui l'epicheia greca e l'equitas latina, di qui l'obiezione di coscienza e l'affermazione del primato della coscienza. Si pensi a tal proposito alle trasgressioni alla legge del sabato da parte di Gesù, con l'affermazione che la legge è per l'uomo e non viceversa. Laddove la legge contraddice delle istanze umane fondamentali allora la legge va lasciata cadere.
Da una parte quindi occorre riconoscere l'importanza della legalità come condizione dentro cui la vita associata deve svilupparsi se vuole svilupparsi correttamente, dall'altra parte bisogna mettere al centro l'importanza di un rapporto dialettico con la legge, di una non adesione incondizionata, ma di un discernimento costante della legge che può portare alcune volte a sentirsi obbligati per giustizia a dare molto di più di quello che la legge chiede in rapporto alle esigenze oggettive della situazione. Ci sono delle situazioni che oggettivamente sono estremamente gravi come quelle del nostro terzo mondo e che esigerebbero da parte nostra una forma di aiuto, di solidarietà, di intervento maggiore di quello che la legge dà attraverso la cooperazione internazionale, che ormai è al di sotto dello 0,1 %. Chi è seriamente motivato da istanze di giustizia sociale, non si accontenta di contribuire solo attraverso le tasse, ma si sente in obbligo di coscienza di dare molto di più come risposta alle esigenze oggettive di una situazione che non è certamente coperta dalla giustizia legale.

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