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Il Dio della Bibbia: dalla natura alla storia

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio
Verbania Pallanza, 12-13 novembre 1983

L'anno scorso ("Il Dio della bibbia") si è parlato dei simboli religiosi con cui il popolo di Israele e la prima comunità cristiana hanno interpretato il volto di Dio, simboli connessi con dei codici morali di comportamento. L'argomento è molto simile, però affrontato quest'anno da una diversa angolatura. Mentre lo scorso anno era il volto di Dio preso in se stesso, il risultato della manifestazione di Dio, quest'anno è come e dove Dio si manifesta, come e dove l'uomo della bibbia ha incontrato Dio. La rivelazione di Dio si compie in un incontro, cioè quando il disvelamento è accettato, fatto proprio dagli uomini.

dalla Rivelazione intesa in senso dottrinale

Il tema della Rivelazione di Dio è abbastanza frequente nella catechesi e nella formazione cristiana. Sino a non molti anni fa la rivelazione era intesa soprattutto in senso dottrinale: Dio disvela all'uomo certe verità più o meno inaccessibili alla ragione umana, verità religiose e morali. La rivelazione era intesa come un processo didattico, pedagogico: Dio insegna ad un uomo inteso come un'intelligenza che può percepire quelle verità. Questa impostazione, prevalente
nella catechesi e nella predicazione, era propria del Concilio Vaticano I, il quale parlava della rivelazione distinguendo tra le cosiddette verità naturali, come l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'ani¬ma, che l'uomo potrebbe raggiungere con i lumi della sua ragione, e le cosiddette verità soprannaturali, quei misteri che l'uomo mai più potrebbe raggiungere con le proprie capacità e che sono stati disvelati da Dio. La rivelazione era perciò intesa come un processo dottrinale finalizzato ad un arricchimento della mente dell'uomo.

alla Rivelazione come autorivelazione di Dio nella storia

Questa impostazione, oggi, è felicemente superata. Alla luce del Vaticano II si deve parlare dell'autorivelazione di Dio. Dio non tanto manifesta delle verità più o meno inaccessibili all'uomo, ma disvela se stesso, si comunica ad altre persone, si manifesta nel progetto salvifico che ha sul mondo. Il processo di rivelazione è un processo di incontro di persone.
Ma questa acquisizione non è l'unica da conservare. C'è un altro aspetto della rivelazione biblica che ha bisogno continuamente di essere richiamato: l'autorivelazione di Dio avviene nella storia. Dio cioè esce dal mistero della sua persona e si comunica non in una forma mistica di rapimento dell'uomo, in una forma in cui l'uomo entra in una posizione estatica, abbandonando la sua casa, il suo mondo. Dio invece entra nella casa dell'uomo, nel suo mondo, nella sua storia, nella sua esistenza, e attraverso questa presenza Dio si rivela. La piattaforma dell'appuntamento che Dio dà all'uomo non è una piattaforma celeste o a metà strada, ma è la piattaforma in cui l'uomo vive, in cui l'uomo opera, in cui l'uomo è la storia.
Certamente nella bibbia si parla anche della natura come ambito o sacramento dell'incontro che è disvelativo di Dio, ma tale ambito è secondario sia per importanza che cronologicamente. L'ambito storico è preponderante rispetto alla natura. Anzi l'ambito della natura è un sacramento dove Dio si manifesta in tanta ambiguità da mettere in maggior rilievo la chiarezza, la determinazione della rivelazione di Dio nella storia, la sua originalità.

la natura: regno della necessità e ripetitività

Per uscire da possibili ambiguità ed equivocità è bene subito chiarire che la natura, cioé il mondo nella sua materialità, non è un concetto biblico ma proprio, in particolare, della cultura moderna. La bibbia parla di mondo e soprattutto di mondo creato: i cieli e la terra che Dio ha fatto. Comunque, per intenderci, il mondo creato o la natura della cultura moderna, di cui fa parte anche l'uomo - l'uomo è un essere abbastanza originale che per un certo verso fa parte della natura e per un altro verso, in quanto persona, è eccentrico alla natura - è il regno della necessità, dove i processi avvengono secondo una legge necessaria. Non può cambiare la legge che regola la nascita, la crescita e la morte degli alberi, degli animali e dell'uomo. La necessità, insieme alla ripetitività, sono caratteristiche fondamentali della natura. Osserviamo nella natura il fenomeno della ciclicità delle stagioni, della vita vegetale, animale e umana. E' un processo che si ripete: la natura è il regno della fissità, dove tutto è sostanzialmente immutabile.

la storia: regno della libertà e del cambiamento

La storia, invece, è il regno della libertà dei soggetti umani. C'è storia là dove ci sono dei soggetti umani, dei soggetti liberi che scelgono, che decidono, che percorrono una strada piuttosto che un'altra, secondo una scelta interna. Quindi la storia è l'ambito del cambiamento, dove non tutto è fissato una volta per sempre, è l'ambito in cui può emergere il nuovo. Nello stesso ambito ecclesiale, ad esempio, abbiamo vissuto in questi ultimi anni mutamenti di prospettive e di sensibilità.
L'uomo fa parte, per un certo verso, della natura e quindi nell'uomo vi sono processi sotto il segno della necessità e della ripetitività, i processi biologici. Ma l'uomo, allo stesso tempo, è persona, cioè soggetto operativo, che sceglie, che decide, che raggiunge situazioni nuove rispetto al passato. La dimensione naturale e la dimensione storica sono compresenti nell'unità complessa che è l'uomo. Le varie concezioni antropologiche si differenziano soprattutto nella sottolineatura di una dimensione a discapito dell'altra.
Perché il discorso non appaia astratto lo esemplifico riferendomi al recente pronunciamento del papa sulla contraccezione. E' un problema che nella chiesa si ripropone, dalla "Casti Connubii" all'"Humanae vitae". In gioco c'è la concezione dell'uomo e cioè se l'uomo è soprattutto natura e quindi fissità e ripetitività, oppure se l'uomo è soprattutto persona e quindi scelta, libertà, decisione, comunicazione, dialogo. Se si privilegia la dimensione naturale la conseguenza inevitabile sul piano etico è che il processo biologico deve avvenire in modo indisturbato e la morale si traduce in un rispetto della natura, in un problema ecologico applicato al processo biologico dell'uomo. Se si privilegia la dimensione storica dell'uomo in quanto persona, quando l'aspetto biologico entra in crisi per certe scelte personali, la soluzione morale è che il valore personale prevale sulla fissità del processo biologico. La grande polemica non è a livello di soluzione ma a livello antropologico e cioè quale dimensione dell'uomo privilegiare: rispetto ecologico della natura o sviluppo, crescita e maturazione della persona?
Il problema sembra solo e immediatamente un problema di discussione morale, in realtà invece è un problema culturale sulle dimensioni fondamentali dell'uomo.

1. La rivelazione di Dio nella natura

Fatte queste premesse di chiarificazione e di delimitazione del discorso, presento anzitutto la rivelazione di Dio nella natura, benché nella bibbia il posto maggiore spetti alla rivelazione di Dio nella storia. E' necessaria comunque un'ulteriore precisazione. Ho già detto che il concetto di natura non esiste nella bibbia, ma è proprio della cultura moderna e di alcune culture antiche, come la cultura stoica. C'è ad esempio un detto di Marco Aurelio riferito alla natura che afferma: "Tutto è da te, tutto è in te, tutto è per te". Questa concezione immanentistica, autonoma e autosufficiente della natura non è rintracciabile nella bibbia, la quale considera sempre il cielo, la terra, tutti gli esseri viventi nel loro rapporto con Dio e cioè come creature di Dio.

religioni dell'Antico Medio Oriente: divinizzazione delle forze vitalistiche

Inizio con alcune risposte che le religioni e le culture antiche e moderne hanno dato al problema della natura come luogo in cui Dio manifesta, si fa presente e incontra l'uomo.
Innanzitutto le religioni naturalistiche dell'antico Medio Oriente, con particolare riferimento alla cultura e religione cananaica, con cui Israele è venuto a contatto, reagendo polemicamente per l'eccessiva valorizzazione della natura. Quella cananaica era una cultura agricola, legata alla terra, incentrata, per un interesse vitale, sulle forze della fertilità dei campi e della fecondità degli animali e degli uomini. E' comprensibile che per una popolazione legata alla terra l'interesse vitale siano le forze della fertilità, perché il campo dia frutti e gli esseri viventi si riproducano. Queste straordinarie forze vitalistiche sono divinizzate. Le culture agricole adorano la natura in quanto madre-terra, seno che produce i frutti dei campi, degli animali e degli uomini. Le divinità. della cultura cananaica agricola non sono persone, ma personificazioni delle forze della natura, sono forze della natura a cui si dà nome "Baal", ecc. E gli uomini attraverso i riti di fecondità devono impossessarsi delle forze della natura. I sacramenti fondamentali erano le nozze sacre e la prostituzione sacra. All'inizio dell'anno nuovo, in Mesopotamia, il re si univa sessualmente alla sacerdotessa del tempio: era il rito della unione del seme maschile e del seme femminile, in modo da produrre la nuova vita. Anche la pioggia, che rappresentava il seme maschile che cadeva sulla terra come utero femminile, era la realtà mimata delle nozze sacre che assicuravano, sacramentalmente, la fertilità e la fecondità ai partecipanti. La religione di queste culture naturalistiche consisteva essenzialmente nel far sì che l'uomo si appropriasse dei ritmi della natura, dei suoi processi vitalistici, per goderne i frutti. In breve, la natura è Dio. E' Dio che si rivela come forza vitalistica della fertilità e della fecondità. Non è una rivelazione personale, Dio non è una persona. Le forze della natura, così preziose, si rivelano col volto divino, costituiscono la ragion d'essere dell'uomo ridotto a natura. Tutto l'interesse è rivolto alla dimensione naturalistica dell'uomo in quanto soggetto non libero di processi vitalistici di fecondità. Contro questa cultura naturalistica che riduce l'uomo a natura, cioè a campo di processi naturalistici necessari, fissi, immutabili e anche gratificanti, Israele ha reagito con estrema violenza soprattutto da parte della corrente profetica. Israele, diventato agricoltore, si sentiva attratto da questa religione naturalistica. Alle origini era un popolo dedito alla pastorizia, dunque un popolo in cammino, che lasciava un campo per un altro. Quando entra nella terra il popolo diventa sedentario e agricoltore e, conseguentemente, i processi naturali di fertilità e di fecondità appaiono di interesse vitale. E' per Israele la più grave crisi dal punto di vista religioso. Il profeta Elia si lamenterà con Dio dicendo: "Facci morire perché io sono rimasto l'unico fedele al Dio personale che si rivela nella storia, mentre tutti gli altri hanno piegato le ginocchia davanti al dio Baal, alle forze naturalistiche divinizzate".

religione e cultura greca: rivelazione come processo conoscitivo

L'orientamento culturale di origine greca, più esattamente pitagorico platonico e neoplatonico, guarda invece al mondo materiale e alla natura come al carcere dell'uomo, un carcere in cui l'uomo è alienato, altro da sé. Ed è altro da sé perché l'uomo è anima pura, io cosciente interiore spirituale, mente purissima, volontà, che è entrato nella materia perdendo il ricordo della sua origine divina, della sua anima pura e spirituale. L'uomo è una scintilla divina che, attraverso un dramma originario, attraverso un peccato originale, è finito in questo mondo, il quale è stato formato non da Dio, perché Dio è la fonte delle scintille divine spirituali, ma da un demiurgo, da un secondo Dio cattivo principio del male. L'unica speranza allora per l'uomo di superare l'alienazione consiste nell'uscire da questo mondo, nell'evadere, nel fuggire. Ma poiché l'uomo non sa neppure di essere in carcere, nel mito gnostico c'è un essere divino chiamato "Logos", "il Verbo", "la Parola" - cfr. le risonanze nel vangelo di Giovanni - che viene in questo mondo, non incarnandosi, ma solo travestendosi della natura umana perché altrimenti si alienerebbe, per ricordare alle anime la loro origine divina. E le anime, che riacquistano la coscienza della loro origine divina, si salvano. La speranza è l'uscita definitiva dalla natura e dalla corporeità attraverso la morte. La morte è la chiave che apre la porta della salvezza. Questo desiderio del¬la morte, presente anche in qualche testo di Paolo ("cupio dissolvi"), è un motivo soprattutto di spiritualità greca, che comporta anche, in attesa della morte, un atteggiamento di disprezzo per il mondo materiale e di cura per la propria dimensione spirituale.
La rivelazione divina in questo caso è un processo conoscitivo, per mezzo del quale l'anima umana, che si è scordata totalmente della sua origine divina, di fronte alla parola rimemorizzatrice del Logos, attraverso la coscienza di sé, si redime e riacquista la sua genuinità e autenticità. Non c'è una rivelazione di persona a persona, in quanto il processo rivelativo è intrasoggettivo, immanente: l'uomo riflette su di sé e scopre la sua vera identità, il suo io spirituale che non deve contaminarsi con il mondo, con la sessualità, ecc.

cultura contemporanea: visione strumentale della natura e assenza di rivelazione

Nella nostra cultura contemporanea mi sembra che la natura e il mondo siano visti in modo molto strumentale. L'uomo moderno appare come un grande rapinatore e sfruttatore del mondo. Il mondo è visto come una miniera di tante cose preziose e soprattutto utili che l'uomo insaziabilmente rapina e consuma, divenendone schiavo, subordinandosi, ad esempio, alle leggi dell'economia e della produttività. Rimango sempre interdetto di fronte alla contraddittorietà della condizione umana propria delle supersviluppate società moderne per le quali le leggi della produttività sono immodificabili, pena, così si dice, la decadenza. E così l'uomo moderno tanto forte potente e superiore, che rapina e sfrutta intensamente le cose, è allo stesso tempo un uomo subordinato alle leggi dello sfruttamento delle cose.
Mi sembra che questa cultura dell'uomo consumatore delle cose sia essenzialmente ateistica, indifferente nei confronti di Dio. Dio è visto come una possibilità estranea. E mentre il mondo della cultura dualistica greca era parlante, parlante di schiavitù, il mondo della cultura moderna è un mondo muto, è un gran silenzio: un mucchio di cose da sfruttare sempre più intensamente e basta. E' la radicale povertà dell'uomo moderno che pure ha raggiunto traguardi così impressionanti di capacità operativa sul mondo. In questa cultura non c'è rivelazione perché non c'è mistero, non c'è niente di nascosto che debba essere rivelato, c'è solo una miniera di cose di cui impossessarsi sempre a detrimento degli altri.

2. la rivelazione di Dio nella storia

Nel mondo biblico, sia per importanza che cronologicamente, la prima manifestazione di Dio, il primo incontro dell'uomo con Dio, avviene nella storia, nell'esodo, nella vicenda drammatica di alcune centinaia di persone, che, oppresse, riescono ad evadere in modo rocambolesco dall'Egitto e si incamminano nel deserto verso la terra. Questa vicenda, questa storia è il luogo in cui Israele, per la prima volta, come popolo, ha incontrato il suo Dio. Il suo Dio si è manifestato come il Dio dell'esodo ed ha disvelato la carta di identità del popolo come popolo dell'esodo. Dio e popolo rimarranno marchiati per sempre dalla realtà dell'esodo.

il Dio dell'esodo

Le poche tribù che esistevano in Egitto, pur avendo alcune idee religiose, non conoscevano sostanzialmente il Dio che poi si rivelerà. Queste tribù, trovando insostenibile la situazione, tentano di uscire e, attraverso esperienze limite quale quella del mare, riescono ad evadere, giungendo nel deserto. Sotto la guida di Mosè si fermano quarant'anni nel deserto, soprattutto nell'oasi di Kades, e ripensano la loro vicenda, la vicenda della schiavitù, dei tentativi di liberazione, del passaggio prodigioso del mare, del loro scampare dalla mano del Faraone. Ora in questo processo di rilettura e di reinterpretazione, condotto soprattutto da Mosè, la storia di queste tribù diventa una storia di rivelazione. Dio si scopre nelle pieghe della loro storia come un Dio solidale con gli schiavi in Egitto, con gli schiavi che tentano di uscire, con il popolo che va nel deserto. Dio è presente operativamente in questa vicenda, ma in modo nascosto. E questa presenza nascosta di Dio nel processo dell'esodo viene messa in luce dalla parola di Mosè. Il processo di rivelazione avviene alla fine, quando il popolo accoglie l'interpretazione di Mosè, crede alla presenza di questo Dio dell'esodo e si sente attualmente alla faccia di questo Dio.
Per questo nel libro del Deuteronomio c'è quell'avverbio che ritorna continuamente: "oggi". Mosè pronuncia i discorsi alla fine, quando il popolo sta per entrare nella terra promessa. Eppure in questi discorsi si dice: "Oggi, Dio ti ha liberato dalla schiavitù egiziana, con te ha fatto il patto al Sinai". E' presente questa attualizzazione.
Il processo della rivelazione divina nella storia è un processo complesso: da una parte l'azione di Dio nella storia, un'azione nascosta, dall'altra la parola profetica di Mosé che svela la presenza di Dio davanti al popolo. In questo disvelamento, quando la comunità crede, si opera l'incontro tra Dio e il suo popolo. Il processo di rivelazione termina nella fede della comunità che prende coscienza della presenza di Dio nella storia.

nell'Esodo e in Gesù Cristo appare il modo in cui Dio è presente in tutta la storia umana

La rivelazione di Dio nella storia è una realtà limitata nel tempo. Ha avuto degli inizi, perché Dio ha incominciato a manifestarsi nella storia dell'esodo. Ha avuto una continuazione in altri eventi colti come eventi rivelativi di Dio, ad esempio nell'entrata in Canaan, nella venuta di Davide, nell'esilio, nel ritorno dall'esilio. Ha avuto un punto culminante nella vicenda di Gesù. Ed avrà anche un termine nella rivelazione finale escatologica, quando Gesù apparirà nella sua chiarezza. E' una storia limitata, piccola, soprattutto se confrontata con la grande storia umana.
Ma questo frammento di storia rivela l'immagine di quel Dio che è presente in tutta la storia umana. La storia della rivelazione si distingue cioè dalla storia della salvezza o dalla storia della presen¬za di Dio. Dio è presente da sempre, ovunque e per sempre, nella sto¬ria umana, ma in modo nascosto, indecifrabile. E' presente nella storia cinese, nella storia indiana... Ma, nel frammento della storia israelitica, di Gesù e del suo primo movimento, c'è tutta l'immagine di Dio, c'è l'emergenza del volto di Dio presente in tutta la storia umana. Questo frammento mi dice come Dio è presente, secondo quali prospettive, come agisce nella storia. Dio è presente, ed è presente come il Dio dell'esodo, come Dio di Gesù Cristo. E quando noi nella nostra storia riusciamo a metterci di fronte a questo Dio, che non può non essere il Dio dell'esodo, il Dio di Gesù Cristo, si compie per noi, oggi, il processo di rivelazione. Dio si disvela a noi con gli stessi tratti, con la stessa identità che ha mostrato al Sinai e nell'evento di Gesù.

il Dio della creazione

Il primo luogo in cui Israele ha incontrato il suo Dio è stata la storia dell'esodo, storia complessiva di vicenda e di interpretazione, di ripensamento e di memoria. Solo in un secondo tempo è sorta la fede nel Dio creatore.
Israele, riflettendo sempre sulla sua vicenda, ha capito che questo Dio presente nella storia è anche il Dio del mondo, della natura. Nella stessa vicenda dell'esodo Israele ha avuto come momento culminante il passaggio del mare. Di qui la scoperta di Dio come dominatore degli elementi della natura, delle acque del mare. Quindi, in un secondo momento, Israele è approdato a cogliere l'immagine del Dio creatore. Ma questa immagine è emersa non tanto considerando la natura o il mondo in se stessi, ma in quanto legati alla propria storia, come quella del passaggio del mare. Cioè non è che Israele ad un dato momento si è messo a contemplare il cielo, le stelle, il sole, la luna e, a partire da questo, è arrivato attraverso una riflessione al Dio creatore. Erano i popoli vicini ad Israele ad adorare il sole, la lune e le stelle, e, abbagliati dal loro splendore, a cadere nell'idolatria. Israele, segnato dalla sua vicenda storica, ha avuto un aggancio chiaro e drammatico con la natura nel passaggio del mare. Se questo Dio lo ha fatto passare attraverso le acque del mare, vuol dire che è un Dio potente nella natura e nel mondo. Non solo signore della storia, ma anche signore della natura.
L'immagine del Dio creatore emerge in modo esemplare nelle prime pagine della bibbia.
Benché di fatto la prima immagine che Israele ha colto era quella del Dio dell'Esodo, nella bibbia si parte prima da uno sguardo più generale, per arrivare in un secondo momento al particolare. Si comincia quindi a parlare dapprima dell'immagine del Dio creatore.

Il racconto della creazione secondo il sacerdotale (Genesi 1)

E' il racconto della creazione più recente, appartenente alla tradizione sacerdotale. Mi limito ad indicare sommariamente quale immagine di Dio legato al mondo emerge, e anche quale immagine del mondo, e dell'uomo in quanto legato al mondo.

Il mondo come creatura

Il mondo è una creatura, non una divinità da cui tutto viene, verso cui tutto cammina, in cui tutto vive, come diceva Marco Aurelio, lo stoico. E se il mondo è una creatura, la legge fondamentale del suo essere, e quindi anche dell'essere dell'uomo in quanto parte di questo mondo, è la dipendenza dal Creatore.
Nel capitolo primo c'è poi un ritornello che unifica tutto il racconto: "E Dio vide che era buono". La parola buono non significa soltanto buono in senso morale, ma buono in senso ontologico: questo mondo cioè corrisponde al progetto di Dio, è ben riuscito. L'uomo biblico ha un ottimismo radicale sul mondo, in quanto creatura ben riuscita di Dio. Questa visione ottimistica, però, nella bibbia coesiste anche con concezioni molto diverse, come la concezione della corrente apocalittica tardiva, che è un sottoprodotto della profezia, che ha dominato il mondo giudaico due o tre secoli prima di Cristo e anche l'epoca di Cristo. La cultura apocalittica afferma che questo mondo è un mondo perduto, intriso di male e di morte, per cui l'unica speranza è l'incenerimento di questo mondo, perché nasca un mondo nuovo. La corrente apocalittica, in questo caso, costituisce una critica all'ottimismo del Sacerdotale e anche dello Jahvista. Nella bibbia sono apocalittici Daniele, alcune pagine dei profeti, il discorso apocalittico di Gesù, e tutta l'Apocalisse di Giovanni (due mondi ha fatto Dio: questo mondo che, essendosi corrotto radicalmente è da distruggere, e il nuovo mondo invece che scenderà dal cielo dove c'è la giustizia di Dio.) Però le pagine della fede creazionista di Israele sono pagine di un ottimismo radicale per cui la visione del mondo da parte di Israele è totalmente diversa dalla visione del dualismo spiritualista del mondo greco.

una visione antropocentrica e storica del mondo

Caratteristica poi di Israele è la concezione secondo la quale questo mondo non ha valore in se stesso, ma ha un valore subordinato, relativo all'uomo. L'uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio perché domini sui pesci dell'acqua, sugli uccelli del cielo, sugli animali, possibili concorrenti dell'uomo, e naturalmente sulle cose. Allora l'uomo è il vertice della creazione e il mondo la casa dell'uomo, il regno dell'uomo. Il mondo è stato creato da Dio e consegnato nelle mani dell'uomo. Il mondo appartiene all'uomo. E' una visione laica: l'unico signore del mondo è l'uomo e l'unico creatore del mondo è Dio.
Nel secondo capitolo, addirittura, praticamente tutto il racconto verte sulla creazione dell'uomo. Anche quando si parla del giardino, in cui l'uomo è posto come custode, l'attenzione è riposta sull'uomo. L'interesse è antropocentrico non cosmocentrico. Da questo punto di vista la bibbia si distingue da tutte le culture prima elencate. Nella cultura cananaica l'uomo si annulla nel mondo e nella natura, è ridotto a natura, deve sempre fare più parte della natura per ottenere le forze della fertilità. Nella concezione dualistica invece la natura è la fonte del male e della negatività, e l'uomo come anima deve separarsi assolutamente dalla natura. Nella concezione moderna infine il mondo è un insieme di cose che l'uomo manipola. La Bibbia pone invece al centro dell'attenzione l'uomo e il mondo in funzione dell'uomo, privilegiando dell'uomo l'aspetto della persona e quindi della storia.
La bibbia considera la creazione del mondo non come un qualcosa al di fuori della storia, ma come l'inizio della storia di Dio con il suo popolo. Non si ha solo una visione antropocentrica ma anche storica del mondo: il mondo è visto in funzione della storia dell'uomo. Questa visione non corrisponde allo schema della catechesi del passato in cui si diceva che Dio prima aveva fatto il mondo, poi l'uomo aveva peccato e quindi Dio l'aveva salvato. La salvezza era vista come un recupero. La visione della bibbia è che il progetto di Dio è il progetto del rapporto con l'uomo, del rapporto buono con l'uomo, che ha come inizio la creazione del mondo, prima tappa della storia della salvezza, una salvezza all'inizio non necessariamente come perdono, ma come un'azione di vita, come prima donazione di vita di Dio all'uomo. Non c'è quindi nella bibbia una valutazione del cosmo per se stesso, ma sempre in funzione dell'uomo e della storia dell'uomo. Si sbarra sin dall'inizio la porta ad ogni forma di idolatria del mondo. E' sintomatico che nel primo capitolo della Genesi si dica che Dio crea il cielo, il sole e la luna - il sole e la luna erano le divinità dominanti della religione babilonese - e che il sole serve a illuminare la vita dell'uomo di giorno e la luna di notte. Le stelle cioè sono puri strumenti. La creazione è così la prima tappa dalla storia della salvezza. Dio si rende presente per la prima volta nel mondo creando il mondo. E' la prima sua presenza che prelude a tutte le altre presenze della storia conosciute e non conosciute.
Sempre su questo argomento vi sono altri testi bellissimi che mostrano come Israele reagisce di fronte al mondo.

il salmo 8

Il salmo 8 è un canto di lode e, sembrerebbe a prima vista, un canto di lode a Dio per quanto ha creato nel mondo. Il salmo inizia così: "Jahvé nostro Signore, quant'è grande il tuo nome su tutta la terra. Al di sopra dei cieli sta la tua maestà e sono le labbra dei bambini, dei piccolissimi che ti cantano". I vagiti dei bambini sono interpretati come canto di lode al Dio creatore. E il salmista prosegue: "A vedere il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cos'è dunque l'uomo mortale perché tu ti ricordi di lui? Che cos'é il figlio d'Adamo perché tu te ne prenda cura?". L'attenzione è così posta nuovamente sull'uomo, piccolo di fronte alla grandezza del mondo, ma più importante del mondo perché Dio si cura di lui.
Il salmo prosegue: "L'hai fatto di poco inferiore ad un dio, l'hai coronato di gloria e di splendore, l'hai stabilito sopra l'opera delle tue mani. Tutto hai messo sotto i suoi piedi: pecore e buoi tutti insieme e anche le bestie selvagge, gli uccelli del cielo, i pesci del mare, tutto ciò che percorre i sentieri delle acque. Jahvé nostro Signore quanto grande è il tuo nome su tutta la terra". Sembra un inno di lode al Dio creatore, in realtà è un inno di lode al Dio che si cura dell'uomo, di quella creatura fragile ma grandissima perché è interlocutrice di Dio. L'interesse sembra rivolto sulla rivelazione di Dio nel mondo, in realtà è sulla rivelazione di Dio nella storia l'uomo, dell'intera umanità.

il salmo 136

Salmo 136 è un salmo litanico, in cui c'è un ritornello che si ripete. Il ritornello era recitato da tutto il popolo dentro il tempio, mentre il coro declamava la parte variante.
"Lodate Jahvé perché è buono",
e il popolo rispondeva: "Eterno è il suo amore"
"Lodate il Dio degli dei,
eterno è il suo amore.
Lodate il Signore dei signori,
eterno è il suo amore".
E' l'introduzione dell'inno, l'invito alla lode. Ora vengono esposti i motivi per cui lodare Dio.
"Lui solo ha fatto delle meraviglie,
eterno è il suo amore.
Ha fatto i cieli con sapienza,
eterno è il suo amore.
Ha reso solida la terra sulle acque,
eterno è il suo amore.
Ha fatto i grandi luminari,
eterno è il suo amore.
Il sole per governare il giorno,
eterno è il suo amore.
La luna e le altre stelle per governare la notte,
eterno è il suo amore".
E' la prima parte dell'inno. Le lodi sono rivolte al Dio in quanto creatore. Nella seconda parte l'attenzione è al Dio della storia.
"Egli colpì l'Egitto nei suoi primogeniti,
eterno è il suo amore.
Di là ha fatto uscire Israele,
eterno è il suo amore.
Con mano forte e braccio esteso,
eterno è il suo amore.
Ha separato in due parti il mare dei giunchi,
eterno è il suo amore,
ha fatto passare Israele in mezzo al mare,
eterno è il suo amore,
vi ha capovolto dentro il Faraone e il suo esercito.
Egli condusse il suo popolo nel deserto,
eterno è il suo amore.
Egli colpì i re,
eterno è il suo amore. Fece perire i re,
eterno è il suo amore.
Egli donò la terra in eredità, in eredità a Israele,
eterno è il suo amore.
Egli si ricordò di noi nella nostra miseria,
eterno è il suo amore.
Egli ci salvò,
eterno è il suo amore".
Con il "ci" si passa alla storia presente.
"Ci salvò dalla mano degli oppressori,
eterno è il suo amore.
Ad ogni essere vivente dona il pane,
eterno è il suo amore.
Lodate il Dio del cielo,
eterno è il Suo amore".
In questo inno sono accostati in uno stesso quadro il Dio che si manifesta nella creazione e il Dio che si manifesta nella storia. Il ritornello dà unità a tutto il salmo, e l'amore di cui si parla significa la lealtà di Dio al patto. Conseguentemente la lealtà di Dio al patto è vista nell'atto stesso della creazione. Israele non ha separato la sapienza e la potenza del Dio creatore dalla misericordia e dall'amore del Dio salvatore. Il Dio creatore è già il Dio leale al patto con l'uomo, al patto di camminare insieme verso la vita. La creazione è fagocitata dalla storia. Non c'è mai un interesse sul mondo in quanto tale, o anche solo nel suo rapporto con il Dio creatore, ma tutto è visto in funzione della storia.

Sapienza 13 e 15.

Sino ad, ora abbiamo visto la valutazione positiva del mondo come creatura di Dio e come prima tappa della storia della salvezza. In Sapienza invece troviamo la valutazione sul mondo pagano da parte degli israeliti della diaspora di Alessandria d'Egitto. In Egitto vi era una presenza consistente e qualificata di ebrei. Questi israeliti della diaspora vedono il mondo pagano come un mondo idolatra, perché adora il mondo dimenticandosi del creatore. E' una presentazione polemica e anche apologetica, di difesa della superiore visione di Israele.
Gli israeliti qualificano come fondamentalmente stupidi, stolti gli uomini del mondo pagano. In un mondo in cui il grande valore è la sapienza, la sapienza greca, Israele qualifica come fondamentalmente stupidi tutti gli uomini che hanno ignorato Dio e che attraverso i beni visibili, la natura, il mondo, non sono stati capaci di riconoscere l'artefice. Hanno visto la bellezza del fuoco, del vento, dell'aria sottile (sono gli elementi fondamentali della filosofia greca), e, affascinati dal loro splendore, li hanno ritenuti delle divinità. Sono stupidi perché certamente valutano la bellezza e la bontà del mondo, ma non pensano che chi ha fatto questo mondo deve essere molto più bello e buono. Non colgono per analogia la bontà, la beltà, la grandezza del loro autore. Gli israeliti della diaspora pertanto esprimono un duro giudizio sulla cultura greca contemplativa della bellezza del mondo, idolatra della natura.

Romani 1, 18 ss.

Paolo sviluppa un ragionamento simile: "Il mondo pagano ha conosciuto Dio, perché questo Dio è accessibile alla ragione umana. Si può risalire dalla bellezza del mondo al suo artefice. Ma il mondo pagano non lo ha riconosciuto. La mente di questi uomini si è ottenebrata ed ha adorato il mondo. Così gli uomini si sono corrotti."
Il mondo biblico, anche in dialogo con la cultura del tempo, esprime un pesante giudizio sul paganesimo in quanto idolatra, in quanto non considera il mondo come creatura in funzione degli uomini.

Conclusioni

Il mondo biblico coglie la natura come fondamentalmente ambigua. La ricchezza, la bellezza, la fertilità, la fecondità della natura possono essere colte come doni del Dio creatore, come manifestazione della prima tappa del Dio leale verso il mondo. E' la visione di Israele. Ma, dall'altra parte, la bellezza e la prodigalità della natura possono condurre all'idolatria, alla chiusura dell'uomo nel mondo, e far sì che l'uomo adori il mondo.
Inoltre la terra non è solo madre prodiga ma anche matrigna. Solo un'apologetica facile può impegnarsi, oggi, alla scoperta delle tracce del Dio creatore, del Dio benevolo, nella natura e nel mondo. Le riserve del discorso biblico sull'incontro dell'uomo con Dio nella natura indicano come poco percorribile tale via.
Un'altra osservazione conclusiva è che la visione biblica mette in primo piano il valore della umanizzazione della natura. Se il mondo è in funzione dell'uomo, allora deve essere una casa abitabile per l'uomo. La natura, in quanto ha aspetti di madre matrigna, deve essere dominata, subordinata ai bisogni fondamentali dell'uomo. L'uomo è insieme signore e custode. Signore perché è il valore principale, custode del giardino perché non deve fare il predatore della natura.
Una terza conclusione riguarda il discorso critico della bibbia nei confronti dell' idolatria del mondo, del bruciare l'incenso di fronte alle cose del mondo. E' urgente, oggi, un'acquisizione di coscienza critica circa il rapporto tra l'uomo e la natura. L'uomo è insieme predatore e adoratore delle cose. Si sacrifica per le cose proprio perché il possesso delle cose è il grande valore. Nello straordinario libro di Erich Fromm "Essere e avere" la nostra civiltà moderna è vista come una civiltà dell'avere a discapito della civiltà dell'essere. E' l'idolatria. L'uomo per avere è pronto a sacrificare il suo essere, la sua genuinità, i suoi sentimenti.
La sottolineatura che la bibbia fa della creaturalità dell'uomo costituisce un motivo critico per i sogni di onnipotenza dell'uomo moderno - l'uomo moderno che è dentro di noi - dell'uomo 'faber', fabbricatore, che ha scoperto le leggi segrete del mondo e lo domina, e così si crede onnipotente. Il discorso biblico fa tramontare i sogni di onnipotenza e fa prendere coscienza della dipendenza, dei limiti radicali, della creaturalità dell'uomo e del mondo.

Dio è presente nelle pieghe della storia

Ho già sottolineato che la storia è il luogo privilegiato della rivelazione, dell'incontro, del dialogo, della comunicazione del Dio biblico con l'uomo.
Nella bibbia abbiamo l'immagine simbolica dell'uomo nel giardino terrestre, dell'uomo che fa parte della natura. Anche nelle altre culture mesopotamiche c'è l'immagine dell'uomo primitivo che fa parte della natura ("Enkidu"), in cui è felice, va a bere con le gazzelle all'abbeveratoio e scorazza con loro nella foresta, cogliendo con la mano i frutti degli alberi. Poi, finalmente, attratto da una prostituta, lascia il parco degli animali, esce dalla foresta e va nella città. L'uomo cioè si storicizza, diventa persona, lascia lo stadio primitivo in cui è identificato totalmente con la natura e non è ancora persona. Mentre nella foresta il suo destino dipende dalla natura prodiga e dai suoi frutti e vive felice senza nessuno sforzo, entrando nella città l'uomo entra nella storia, ha in mano il suo destino.

l'uomo ha nelle mani il proprio destino

Il destino non è più qualcosa di dato una volta per tutte, ma è qualcosa da costruire. E da questo
punto di vista non c'è niente di più drammatico del motivo ricorrente nel Deuteronomio, in cui il predicatore dice al popolo israelitico: "In nome di Dio, io pongo Dio davanti a te, oggi". Dio entra nella storia e pone davanti all'uomo il cammino della vita e il cammino della morte: "Sta a te decidere". Il destino di vita o di morte l'uomo se lo crea con le sue decisioni, con le sue scelte, con la sua prassi.
La storia è il campo del dinamismo, è il campo di una lotta drammatica, perché l'uomo è posto di fronte ad un bivio. Ci sono forze che lo spingono verso la vita, ci sono forze che lo spingono verso la morte. La scelta è drammatica. E la storia è il luogo dove avviene la salvezza o la condanna. dell'uomo. Il destino non è dato dall'alto, non piove addosso, ma è il prodotto delle scelte dell'uomo come persona e come collettività, come popolo di diverse persone.
Il concetto anche moderno dell'uomo come persona, come libertà, decisionalità, responsabilità, prassi impegnata è un concetto tipicamente biblico.
Ma nella nostra cultura, accanto alla forte sottolineatura della persona e dei suoi diritti, c'è anche il senso della manipolazione dell'uomo da parte dei mass-media, dei meccanismi internazionali, dei
meccanismi economici e politici. Il destino, affidato nelle mani dell'uomo, sembra che gli venga tolto. La tentazione, oggi, è abdicare di fronte alle forze potenti e spesso anche misteriose che si arrogano il diritto di decidere dei destini delle persone, dei popoli. E abdicare vuol dire venir meno ai compiti dell'uomo in quanto persona che costruisce il suo destino.
Del resto sia l'ottimismo della cultura del progresso che quello della cultura marxista, che ritenevano l'umanità capace con le proprie mani di costruire il paradiso in terra, è entrato in crisi. Le spaventose e atroci guerre mondiali hanno cancellato i sogni di un'umanità pacifica, di una storia di riconciliazione. Noi stessi, oggi, viviamo gli spaventosi drammi della storia, continuamente documentati dai mass media.

Dio è accanto, senza sostituirsi: un Dio nascosto e leale

Di fronte ai facili ottimismi e ai pessimismi altrettanto radicali, di fronte ad un uomo consapevole di essere persona, il cui destino è nelle sue mani, ma sempre più soggetto alla tentazione dell'abdicazione, la bibbia afferma che Dio è presente nella storia universale dall'inizio e dovunque e per sempre, nelle pieghe nascoste della storia cinese, indiana, africana... Dio è leale con l'umanità, è presente accanto all'uomo. Dio non si sostituisce all'uomo, ma mette l'uomo continuamente di fronte al bivio: "Io oggi pongo davanti a te la vita e la morte". Questo Dio provoca l'uomo alla scelta e, naturalmente, alla scelta positiva, anche se l'uomo può scegliere diversamente.
E' un Dio nascosto. Nella scena del giudizio, in Matteo 25, gli uomini sono chiamati al rendiconto ultimo e collocati, divisi, alla destra o alla sinistra. Se la storia è il campo del gioco drammatico delle scelte, il giudizio è il resoconto delle scelte fatte. Per questo la reincarnazione è assolutamente contraria a tutta la prospettiva biblica. Nel corso della vita ci giochiamo tutto. Gesù dice a quelli il cui bilancio è tutto negativo: "Andate nel fuoco eterno perché avevo fame e non mi avete dato da mangiare, avevo sete e non mi avete dato da bere, ecc.". E quelli a sgranare gli occhi: "Non ti abbiamo mai visto!" E Gesù: "Quando voi avete visto affamato, assetato uno di questi piccoli miei fratelli, è a me che non l'avete fatto". Agli altri invece: "Voi venite, perché quando avevo fame e sete mi avete dato da mangiare e bere...". E quelli: "Ma noi non ti abbiamo mai visto". E Gesù: "Quando l'avete fatto, l'avete fatto a me".
La presenza di Dio nelle pieghe della storia, delle vicende di ogni uomo e in ogni tempo, è nascosta ma profonda e reale. Dio è leale, provoca l'uomo alla scelta di vita, cammina accanto a quelli che si mettono sulla sua strada, e giudica anche la storia. Nella storia dell'esodo c'è il volto di Dio che libera il suo popolo, ma c'è anche il Dio che giudica il Faraone, simbolo delle forze della morte che vivono nella storia.

Dio è accanto a tutti gli uomini in modo leale e nascosto

Questo Dio nascosto e leale Israele l'ha accolto nella propria storia, nella storia dell'esodo. Quel Dio, che emerge dalla storia dell'esodo, è lo stesso Dio presente nascostamente nella storia. Ciò che è tipico di Israele e delle prime comunità cristiane è che il Dio presente nascostamente nella storia emerge nella chiarezza, si rivela, prende nome, mostra la sua carta d'identità. La storia di Israele, come storia di rivelazione, è una storia funzionale alla storia della salvezza che Dio conduce presso tutti i popoli, funzionale perché porta a livello di consapevolezza, attraverso la parola profetica, quello che è nascosto.
Ma la salvezza dell'uomo non dipende principalmente dalla consapevolezza, ma dalla solidarietà nascosta. I giochi fondamentali dell'uomo nella storia non si fanno in funzione della conoscenza dell'immagine di Dio, ma si fanno sul vissuto. Non si fanno in base al sapere o non sapere che dando da mangiare, da vestire..., ma in base al vivere o non vivere la solidarietà tra gli uomini, al fare o non fare. Nel giudizio emergeranno i veri giochi che sono stati fatti. E quello che emergerà di fronte a tutti è ciò che è emerso di fronte ad alcuni nella storia particolare di Israele, nella storia di Gesù, nella nostra storia cristiana.

non portare Dio, ma confessarlo

Non è che i cristiani sono coloro che unici hanno una storia di salvezza con Dio. Dio è accanto a tutti gli uomini come il Dio leale. Ciò che è tipico dei cristiani è la coscienza che Dio è presente. E' l'unica cosa che li qualifica e che dovrebbe aiutarli all'incontro con Dio. A parità di altre condizioni, è una condizione favorevole. Ma i giochi definitivi si fanno sull'incontro col Dio nascosto. La missione dei credenti nel mondo consiste nel dare nome a una realtà che già vivono, nell'esprimere una parola su ciò che già c'è, nel dare nome al Dio nascosto. Non è certamente poco, ma non è tutto. Il tutto è l'incontro di ogni uomo e di ogni popolo con Dio nella storia.

Gesù, rivelazione definitiva di Dio

Gesù Cristo è la parola definitiva, ultima, su Dio presente nel mondo, nella storia, dall'inizio alla fine. In questo senso Gesù ha una posizione unica, è il rivelatore. Il rivelatore però di un Dio già presente. Gesù non porta Dio ad un mondo che ne è privo, ma dà parola al Dio nascosto, silenzioso, non detto. Dice chi è Dio, lo confessa, lo proclama, lo ringrazia, lo narra. Questa è la missione: non tanto portare Dio, dato che è già presente, ma confessarlo, dirlo, cantare le sue meraviglie, data la consapevolezza acquisita. La specifica dimensione cristiana è sul versante del dire, del dire però una parola vera, una parola credibile che nasce dall'esperienza di chi dice: "Noi abbiamo incontrato quello stesso Dio che anche voi avete incontrato senza saperlo".

il volto di Gesù è il volto di Dio

Abbiamo sin ad ora introdotto il discorso sulla rivelazione di Dio nella natura, con le numerose precisazione e delimitazioni. Poi si è iniziato il discorso sul luogo privilegiato della manifestazione di Dio, sulla storia. Tale rivelazione giunge al suo compimento quando l'uomo l'accoglie nella fede. Si è fatta l'importante distinzione tra storia della rivelazione e storia della salvezza, sottolineando poi che la storia della rivelazione di Dio, iniziata con la vicenda dell'esodo, raggiunge il suo culmine nella vicenda di Gesù. Gesù è la rivelazione definitiva, ultima, sul piano storico. Ci sarà, oltre la storia, la rivelazione escatologica. Il volto di Gesù è il volto di Dio.

un cammino a ritroso: si parte dalla fine

Come i credenti sono arrivati a capire che il volto di Gesù costituisce il volto visibile del Dio invisibile? Il punto di partenza è alla fine, perché solo alla fine si riesce a recuperare il senso della storia precedente. Il senso dell'esodo è colto alla fine, al Sinai, per mezzo di Mosè, il quale spiega e interpreta la storia come storia della presenza liberatrice e giudicatrice di Jahvé. Allo stesso modo, il senso rivelativo della vicenda di Gesù è colto alla fine da parte della prima comunità cristiana, durante una settantina d'anni.
I discepoli storici di Gesù avevano sicuramente una certa fede in Gesù come profeta, come rabbi, come taumaturgo, come esorcista. Ma questa fede crolla con la morte di Gesù in croce. La croce, nella cultura religiosa del tempo, aveva una pessima reputazione, significava la maledizione di Dio. Nel Deuteronomio sta scritto: "Maledetto da Dio colui che pende dal legno". La croce così ha significato il tramonto di ogni illusione a suo riguardo.

resurrezione: Dio ha dato ragione al crocifisso, Dio è con Gesù crocifisso

Ora la storia di Gesù ha cominciato veramente ad essere significativa alla luce della resurrezione. I discepoli cioè, attraverso un'espe¬rienza abbastanza misteriosa ma per loro molto persuasiva, si trovano di fronte a Gesù, vivo nuovamente nella loro vita.
I vangeli e San Paolo parlano di apparizioni. Ma le apparizioni non sono tanto da intendersi come esperienze visuali. Accanto al termine "apparizione" vi sono nel Nuovo Testamento altre espressioni per indicare la presenza di Gesù. Ad esempio, in Matteo 28, si dice che Gesù risorto è "andato incontro" alle donne. Pertanto le apparizioni di Gesù sono probabilmente della stessa natura di quelle di Dio sul monte Sinai, che, sfrondate dagli elementi plastici della descrizione teofanica, stanno ad indicare l'esperienza profonda di Dio che entra nella storia.
Nelle apparizioni Gesù si rende presente non come era presente prima, non come un soggetto storico, ma come risorto. Tant'è vero che nei famosi racconti delle apparizioni c'è un ondeggiamento tra il riconoscere Gesù e il non riconoscerlo, tra presenza e assenza. Gesù dopo la sua morte è, allo stesso tempo, presente e assente.
La resurrezione significa che Gesù ha avuto ragione, che Dio gli ha dato ragione, che Dio era presente in Gesù. Per la cultura religiosa del tempo la crocifissione significava la separazione netta tra Dio e Gesù. La resurrezione capovolge la prospettiva: Dio ha resuscitato Gesù e allora Dio è con Gesù. Ed è con Gesù non solo nella resurrezione, ma anche nella morte di croce: Dio ha resuscitato il crocifisso. Dio si è rivelato, è stato presente nella morte e nella resurrezione di Gesù.
La morte in croce e la resurrezione di Gesù sono il luogo privilegiato della manifestazione visibile di Dio, di una presenza palpabile a cui è possibile dare una parola, un'immagine, l'immagine del Dio crocifisso in Gesù. Gesù crocifisso è l'immagine visibile di un Dio crocifisso e Gesù risorto è l'immagine di un Dio risuscitato

Tutta la vita di Gesù è specchio di Dio

Così i discepoli, a partire dall'esperienza della resurrezione, retrocedono verso la morte di Gesù per capirne il significato, e poi pian piano retrocedono sul Gesù storico. Se Dio era presente nella morte di Gesù, significa che Dio era presente anche prima, dato che la morte di Gesù è solo il punto di arrivo di tutta una vicenda. Non per caso Gesù è stato messo in croce, ma perché ha rappresentato un'istanza critica all'interno della religione del suo tempo, all'interno del giudaismo, ha sconvolto simboli e pratiche religiose. Ha assunto un atteggiamento estremamente libero nei confronti delle categorie più disprezzate: le prostitute, i pubblicani cioè gli odiatissimi appaltatori di tasse considerati impuri per il loro frequente contatto con i romani, i samaritani ritenuti scismatici, il popolino della campagna non osservante delle complesse prescrizioni della legge e pertanto disprezzato dall'élite spirituale del tempo.
Certamente anche il giudaismo ufficiale, il fariseismo, riteneva possibile il perdono e la successiva accettazione di queste categorie di persone, ma solo dopo un cambiamento di vita e congrue opere di penitenza. Gesù invece previene, all'inizio enuncia il perdono.
Questo comportamento traspare nella vicenda dell'usuraio e pertanto odiatissimo Zaccheo, che sentendo che Gesù sta per passare, incuriosito, senza nessun travaglio interiore, va a vederlo come tutti gli altri. Ma capita l'imprevisto: Gesù si autoinvita. Non Zaccheo invita Gesù, manifestando in tal modo un'iniziale buona volontà data la fama di Gesù come uomo di prassi assolutamente ineccepibile. Ed è proprio l'autoinvitarsi di Gesù che prende in contropiede Zaccheo e lo conduce alla conversione. Gesù apre sin dall'inizio una linea di credito, compromettendosi di fronte a tutti, ai farisei che lo criticavano perché entrava nella casa dei perduti. La grande accusa rivolta a Gesù era di essere l'amico dei perduti, dei pubblicani, dei peccatori, degli strozzini. Gesù anticipa, si fa amico dello strozzino, mostra a questa persona che c'è ancora una carta possibile da giocare nella storia, dà fiducia a chi si ritiene fallito sul piano della salvezza.
Questa fatto sconvolge i quadri religiosi e la stessa immagine di Dio, perché Gesù si rivolge a Zaccheo non come un uomo privato qualsiasi, ma come il rappresentante di Dio. Per questo è stato ritenuto un eretico.
L'iniziativa inaspettata di Gesù provoca la conversione, la decisione del cambiamento: "Smetto di fare lo strozzino, la metà dei beni che ho accumulato la dò ai poveri e l'altra metà risarcisco quattro volte tanto". Gesù risponde: "La grazia di Dio, la salvezza di Dio è entrata nella casa di questo uomo, perché anche lui è figlio di Abramo". E' la lealtà incondizionata di Dio, che offre l'ultima possibilità, la grazia, attraverso la persona di Gesù.
In Luca 15, nelle tre famose parabole della misericordia, Gesù si giustifica, di fronte alle accuse di quanti lo criticavano perché amico dei pubblicani e dei peccatori e quindi connivente dei nemici di Dio, affermando di fare la volontà di Dio, di rappresentare Dio, di essere la storicizzazione dell'iniziativa di grazia di Dio, che fa più festa in cielo per un peccatore che si converte che non per novantanove giusti.

la persona di Gesù è la parola di Dio

Allora tutta la vita di Gesù è uno specchio di Dio. I suoi discepoli scoprono che non solo la resurrezione ma anche la morte e tutta la vita di Gesù sono la rivelazione di Dio. Anche la vita più umile e nascosta, anche il periodo trascorso a Nazareth. I discepoli, cioé, alla luce della resurrezione, illuminati dallo spirito, capiscono che Gesù non ha detto solo delle parole rivelatrici di Dio, non ha manifestato Dio solo in alcuni momenti della sua vicenda, ma che la persona di Gesù è la parola di Dio, la rivelazione. Gesù, ancora prima di parlare e di agire, rivela il volto di Dio.
Oggi ci meravigliamo perché le fonti storiche del tempo, se si prescinde dal vangeli, praticamente ignorano la presenza di Gesù. Gesù, visto con gli occhi della cronaca, del giornale, era un uomo qualunque, trascurabile, uno dei tanti ribelli finito in malo modo, che aveva, in un ambito ristretto, una certa notorietà, come un rabbi, un taumaturgo. Di rabbi ce n'erano anche altri.
Dio ha proprio il volto di questo uomo qualunque, povero, semplice, senza potere. Quest'uomo umile rappresenta la faccia visibile del Dio invisibile.
In Giovanni cap. 1 si dice: "Dio nessuno l'ha mai visto". E' la grande fede dell'antico testamento sul Dio inaccessibile, nonostante le sue manifestazioni. E Giovanni continua: "Ma il figlio suo ce ne ha parlato". Ce ne ha parlato non solo dicendo delle parole, ma vivendo, essendo, esistendo. Il suo essere è rivelativo. Ciò che noi possiamo vedere di Dio è un volto umano: è l'incarnazione. Dio si è fatto carne, cioè si è fatto uomo non glorioso e potente, ma debole, fragile, caduco, mortale, esposto. Si è fatto Gesù.
La vera peculiarità del cristianesimo non consiste in un Dio particolare, ma in Gesù volto visibile del Dio invisibile, nell'umanizzazione di Dio. Dio, secondo una bella immagine biblica, ha sposato l'uomo, ha sposato l'umanità, ha sposato il mondo una volta per sempre in Gesù.

Gesù è il luogo dell'incontro di Dio con l'uomo

La lealtà assoluta, incondizionata, aprioristica di Dio in Gesù raggiunge il suo culmine perché Dio condivide la nostra stessa esistenza. Non è solo, ed è già molto, un "Deus pro nobis", un Dio per noi. La grande esperienza religiosa di Lutero è stata quella di ritrovare un "Deus pro nobis", un Dio favorevole all'uomo, amico dell'uomo. E' lo stessa problema di Giobbe che ricerca affannosamente il volto del Dio amico, stante l'esperienza che sembrava affermare il contrario. Anche Lutero, angustiato soprattutto della cosiddetta giustizia vendicativa di Dio, consapevole che di fronte a un Dio vendicativo per l'uomo non c'è scampo, scopre che il Dio giusto di cui parlava tanto San Paolo, non vuol dire "giusto" nel senso di vendicativo, ma "giusto" nel senso di fedele all'uomo nonostante tutto.
Ma Dio non è soltanto un Dio per noi, favorevole a noi, amico nostro. Dio è con noi. Matteo, cap. 1, dice che il nome di Gesù è Emmanuele, cioè Dio con noi, sempre, incondizionatamente con noi. Dio in Gesù condivide la nostra vicenda fino alla croce. E' un Dio crocifisso con l'uomo crocifisso, debole con l'uomo debole, esposto con l'uomo esposto, vinto come l'uomo vinto.
Inoltre Gesù non è solo lo specchio di Dio, non è solo il volto visibile, palpabile, sperimentabile di Dio, non è solo l'umanizzazione e la storicizzazione di Dio. Gesù è anche il luogo dell'incontro di Dio con l'uomo. In lui, nell'unità della sua persona, c'è l'iniziativa
gratuita di Dio verso l'uomo e la risposta dell'uomo verso l'iniziativa gratuita di Dio.
In Gesù la rivelazione è un processo compiuto non solo sul versante dell'iniziativa di Dio, ma anche su quello della risposta e dell'accettazione dell'uomo. L'uomo Gesù ha accolto questo Dio. E' non solo il viso visibile di Dio ma anche il volto di tutta l'umanità di fronte a Dio. In lui lo sposalizio tra Dio e l'uomo si compie. In lui siamo chiamati a sposare Dio, ad accoglierlo, a credergli, ad accettare Dio come compagno della nostra vita e a fare con lui anche il cammino della croce. Gesù è Dio con noi e noi con Dio.

non è un Dio vincente nella storia

Molti sono i testi in cui Gesù afferma di fare la volontà di Dio, anche nel momento dell'orto degli ulivi, quando tutto sembra congiurare contro i suoi desideri. Il desiderio di Gesù non era certo quello di morire crocifisso, ma semmai di condurre tutto il giudaismo del suo tempo ad una profonda riforma e conversione. E Gesù, umanamente, desiderava avere al proprio fianco un Dio più potente vittorioso. Non è stato facile accogliere un Dio pronto a salire con lui sulla croce. Avrebbe preferito un Dio che gli risparmiasse la croce.
Ciò che soprattutto scandalizzava i discepoli e Gesù stesso non era tanto la croce come esperienza di sofferenza e di dolore, ma in quanto simbolo della debolezza, dell'impotenza e anche dell'infamia. La croce era ritenuta tanto infamante da essere riservata solo ai ribelli e ai criminali. I cittadini romani, come Paolo, di regola non potevano essere condannati alla croce. La tentazione dell'orto degli ulivi - "se è possibile passi da me questo calice" - allude allo scandalo della croce come simbolo di impotenza, sconfitta, infamia.
Noi ci aspetteremmo un Dio forte, potente, vincente nella storia. E invece non lo è, perché in Gesù, la definitiva manifestazione di Dio, non lo è stato. Se Dio non ha risparmiato a suo figlio Gesù la croce, il fallimento, la sconfitta, l'infamia, vuol dire che non poteva farlo. Non interviene perché non può intervenire. Condivide, questo sì, fino in fondo la nostra storia. Diventa carne, uomo debole. Non è un Dio vincente nella storia.
Dio non ce l'ha fatta a risparmiare a milioni di ebrei l'olocausto, i lager, la passione, la croce. Era però, alla luce della vicenda di Cristo, accanto a loro, ha subito l'olocausto con loro, l'ha condiviso. E' il Dio di Gesù Cristo.

fa scaturire la vita dalla morte

Il Dio di Gesù Cristo, contrariamente a quanto noi spesso ci raffiguriamo, non è l'onnipotente nella storia, ma debole e impotente. Condivide le vicende anche tragiche dell'uomo nella storia.
Bisogna aggiungere però che il Dio che condivide la vicenda di Gesù e di tutti i crocifissi della storia è anche il Dio che fa risorgere Gesù.
Cosa vuol dire che Dio fa risorgere? Innanzitutto che il Dio che fa risorgere Gesù è il Dio che risusciterà alla fine coloro che sono a immagine di Gesù, gli uomini crocifissi. Ma la resurrezione, che è stata anticipata nella vicenda di Gesù, è anche anticipata, parzialmente ma realmente, nella nostra storia, nella vicenda dell'umanità.
Resurrezione allora vuol dire la vita che scaturisce dalla morte. E' un paradosso, perché la morte sarebbe di per sé la negazione della vita. Ebbene, Dio fa scaturire la vita dalla morte. Non per niente, in Romani 4, 18, Paolo, riflettendo sulla vicenda di Gesù, dice: "Dio è colui che chiama le cose che non sono all'essere ed è colui che resuscita i morti". Resusciterà alla fine, ma anche resuscita, è già presente ad anticipare nella storia i germi di resurrezione, che sostengono la speranza della resurrezione ultima.
La vita che scaturisce dalla morte vuol dire che proprio là dove l'uomo ha perduto tutto, nel deserto arido e sterile, nasce la vita. Zaccheo era un deserto e Gesù con il suo gesto, che incarna il gesto di Dio, fa risorgere la vita, la decisione di Zaccheo di dare la metà ai poveri e di rendere agli sfruttati quattro volte tanto. Là dove c'è l'impotenza più assoluta da parte degli uomini, c'è una possibilità di vita.
Dio non farà, con un colpo di bacchetta magica, rifiorire il deserto alla fine. La fioritura già viene anticipata. Le pianticelle nel deserto sono i segni della fioritura ultima. Dio condivide la nostra storia nel deserto, e suscita vita là dove umanamente sembrerebbe impossibile. Non ci risparmia le tragedie della storia, ma le condivide con noi e ci provoca a far germinare i semi della resurrezione nel deserto come anticipazione della fioritura ultima.

chiamati a leggere i segni dei tempi nel grande segno che è Gesù

Ciascuno di noi, personalmente e come comunità cristiana, siamo chiamati a leggere i segni dei tempi nel grande segno del tempo che è Gesù. Gesù stesso prendendo l'esempio dei segni della natura, l'aveva detto ai suoi avversari: "Voi siete ciechi. Sapete decifrare i segni atmosferici, che un tramonto roseo preannuncia una bella giornata, ma non sapete decifrare i segni del tempo di Dio, del tempo della storia della salvezza, perché non decifrate Me come segno. Io sono il segno che Dio si è incarnato, che ha sposato l'umanità per sempre, che condivide il suo destino fin sulla croce, fino alla resurrezione".
Gesù di Nazareth, l'uomo qualunque, il crocifisso resuscitato da Dio, è il grande segno. Ma in questo grande segno ci sono i piccoli segni nella nostra vita, nella vita del mondo. Soprattutto ci sono i segni limite, sia nella tragedia che nella pienezza, nell'esultanza, nella gioia.
Anche Gesù ha avuto momenti euforici. Mentre le guide spirituali del tempo, i farisei, non decifravano il segno che lui era, il popolino della campagna, gli ignoranti, i non praticanti, le donne che lo seguivano, credevano in lui. E allora pieno di euforia Gesù esclama: "Padre, ti ringrazio perché hai nascosto questo mistero mio e tuo ai sapiente e lo hai rivelato a questi poveracci".
In queste esperienze limite della nostra vita e della vita del mondo emerge la presenza nascosta di Dio ed emerge con quell'immagine venuta alla luce nella vicenda di Gesù.
L'occhio profetico è l'occhio chiaro della fede che riesce a decifrare i segni dei tempi nel segno che è Gesù, sia i grandi segni che i piccoli segni dell'esistenza personale. La comunità cristiana, che è una comunità profetica, cerca di decifrare questi segni, prega lo Spirito perché la illumini e le faccia vedere il volto di Dio, in modo che l'incontro con Dio sia un incontro altamente consapevole e personale, anche e soprattutto nei momenti drammatici.
Dentro di noi e attorno a noi ci sono voci profetiche che ci possono sempre indicare, con molta modestia e sempre ammettendo un margine d'errore, i momenti di emergenza perché l'incontro col Dio che si è disvelato in Gesù si realizzi pienamente e consapevolmente. E questo incontro si realizza se le scelte di Gesù, che sono insieme le scelte di Dio, diventano un po' anche le nostre scelte. Gesù è insieme il volto disvelativo di Dio e dell'uomo di fronte a Dio.
In Gesù viene alla luce il "Deus absconditus" e anche l' "homo absconditus", l'autentico uomo che si nasconde nella nostra vita. E' l'uomo nascosto, genuino, pieno di nuove possibilità, seppellito in Zaccheo, e che Gesù ha fatto emergere col suo gesto.
Il tema, dell'homo absconditus è sviluppato da Ernst Bloch, un autore ateo, il quale sostiene che occorre lasciar perdere, come un'illusione, il "Deus absconditus". Gesù avrebbe annullato Dio ponendo invece in rilievo l'homo absconditus, e cioé Gesù stesso e l'umanità inte¬ra. E' un'interpretazione di Gesù tipicamente atea e che fa ingiustizia alla storia di Gesù, al suo rapporto con Dio. Corretta invece l'intuizione dell'homo absconditus, che è nascosto nel nostro futuro, che deve essere rivelato, che deve prendere piede in noi, anticipandosi nella storia sempre di più.
Gesù è colui che fa emergere il "Deus absconditus" e l' "homo absconditus" dentro di noi. Per questo motivo, ogni riflessione, ogni esame autocritico deve sempre prendere come punto di partenza e come metro di giudizio quel segno dei tempi che è Gesù di Nazareth. Lui è la parola. La parola di Dio rivolta a noi e la parola dell'uomo rivolta a Dio. La parola dell'iniziativa di Dio e la parola della risposta dell'uomo.

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