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"L'Azione" di don Giacomini

La politica via maestra del rinnovamento

testo dell'intervento inviato da Lidia Menapace
Verbania Pallanza, 12 ottobre 2002

Non mi è proprio possibile - per impegni di assistenza a una anziana parente che vive con noi e che non prevedevo - partecipare alla presentazione del primo volume pubblicato dall'"Associazione don Giacomini"; ma cerco di non venir meno del tutto all'impegno che avevo assunto con gioia quando mi fu proposto, inviando alcune righe da leggere se lo si ritiene utile.
Voglio dire innanzitutto che il libro assolve egregiamente a una attenta costruzione di memoria, passo necessario e insostituibile per trasmettere materiali bene elaborati a una successiva scrittura storica: in un momento nel quale sembra esserci addirittura una volontà esplicita di cancellare la memoria, questo è un gesto seriamente critico che a don Giacomini sarebbe molto piaciuto e che gli assomiglia. Aver cominciato dal settimanale di cui don Gec fu direttore per dieci difficili anni è una scelta importante: quasi quasi svela a chi - come capitò a me - è stata contemporanea di quella vicenda, la sua importanza grandezza e originalità.
È giusto infatti riconoscere a don Giacomini il merito di aver dato al giornale l'impostazione qui ben documentata dalla pur difficile scelta tra gli articoli e dalla partizione contestualizzata nei vari periodi. Impostazione che prima il settimanale non aveva davvero e per la quale non erano del resto nemmeno frequenti esempi contemporanei.
L'opera illustra un lato importante della sua persona: una sorta di abbandono alle cose che gli venivano richieste, o imposte dagli eventi o gli capitavano e insieme l'impegno totale nello svolgerle senza alcuna ostentazione. Nessuno avrebbe mai potuto pensare che don Giacomini non avesse una passione divorante per il giornalismo: eppure vi fu trascinato si direbbe a caso; e bruscamente ne fu allontanato. Le vicende spesso tumultuose della sua vita hanno più d'una volta questo timbro di accettazione e di impegno. Ci vedo un segno dei più profondi di quella sua fede semplice, di chi si fa bambino ("non però rimbambisce", come usava dire con l'ironia, sempre usata nelle relazioni personali e formative anche come assistente della Fuci). L'abbandono alle cose e alle vicende era una sua forma di accettazione fiduciosa e senza paura: mi ricordo di un mio corsivetto nel quale, cercando quali potessero essere i segni psicologici della fede, citavo il brano evangelico della tempesta che spaventa gli apostoli in barca e Cristo li rimprovera "uomini di poca fede", rimprovero apparentemente assurdo dato che stavano per naufragare: e mi veniva spontaneo osservare che il non avere paura era l'unico segno psicologico della fede. A don Giacomini questo tratto apparteneva molto bene e profondamente: non che fosse un temerario, affatto, anche intellettualmente aveva giuste prudenze e gradualità: ma nei momenti difficili, di rischio, di patimento era come un bambino che dorme anche nel pericolo se è in braccio alla mamma.
Se Carlo Berrini era un argomentatore e un analista sottile a don Gec apparteneva piuttosto uno stile lapidario, a frasi brevi, e a salti emotivi: i suoi articoli più belli hanno questo accento, che in parte gli veniva anche dalla frequentazione della amatissima cultura francese e anche da ciò che giustamente Traniello nell'introduzione chiama un paio di volte "ingenuità" e "utopia": eravamo davvero ingenui, anche in conseguenza di una segregazione e forzata estraneità dalle vicende del mondo durante tutto il fascismo, e utopici perché ci si attendeva di poter mettere mano alla ricostruzione del mondo e di un futuro del tutto diverso: le grandi speranze maturate negli anni terribili della guerra e durante la lotta partigiana si incarnavano in don Giacomini appunto anche nello stile rapido sintetico spesso a corti circuiti. E tuttavia che spazio di visione aperta! Che intelligenza delle cose, che tenace attenzione a chi soffre nell'ingiustizia, che capacità di vedere lontano! Tutto ciò che successivamente ci mostra un prete impegnato anche a sostegno delle lotte operaie a Pallanza viene da lì.
Mi piace sottolineare l'attenzione alle vicende internazionali che davvero non era frequente nei giornali diocesani e nemmeno nella grande o minore stampa laica. La politica estera italiana era e in parte ancora è molto ancella di quella interna. Ma soprattutto è importante lo sguardo non clericale, non confessionale con il quale si osservano gli eventi internazionali: la morte di Gandhi, la questione mediorientale, la bomba H, le due Coree. Non un cenno di sostegno o di rivendicazione di privilegi cattolici, basta ricordare quel che viene detto sulle missioni rovinate dal cattivo esempio degli affaristi "cristiani". Per fare un esempio: il giornale di don Gec mai avrebbe dato un rilievo esclusivo agli attacchi cui sono state sottoposte in Agfanistan alcune comunità cristiane, senza una panoramica generale sulle violazioni dei diritti umani nel paese...
Non me ne ricordavo, ma era parte dell'ambiente culturale che don Giacomini costruiva intorno a sé, persino il nominare le donne: è davvero un anticipato "segno dei tempi".
Una avventura culturale religiosa politica della quale merito e debito va riconosciuto a don Giacomini, anche per andare oltre quella sua quasi rustica riservatezza di sé, quella noncuranza della sua persona.
Forse accanto ai modi della passione politica e culturale andrebbe subito dopo indagata la sua acuta sensibilità estetica, un altro momento importante del suo itinerario e anche un altro terreno di svecchiamento nell'ambito della formazione spirituale.

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