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Una lettura "laica" di Isaia 1,10-20

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio
Verbania Pallanza, 12 novembre 1995

Una lettura storico-letteraria

Quest'anno vi propongo la lettura "laica" di un brano della Bibbia ebraica nella prospettiva di una lettura "storico-letteraria": "storica" nel senso di collocare questo testo nell'ambiente storico in cui è nato, in modo che la parola sia contestualizzata, e così possa assumere risonanze e riferimenti precisi; "letteraria", in quanto lettura attenta al testo così come è costruito.
"Testo" deriva dal latino textus, che vuol dire tessuto. Il testo è un tessuto unitario di parole, di proposizioni, di periodi, ben congegnato. Il testo è ben costruito quando i tessuti sono tutti al loro posto. Anzi, poiché nel tessuto c'è anche un disegno, formato dai diversi fili congegnati nei differenti colori, è importante metterlo in rilievo perché il testo parli a noi.
I testi delle scritture ebraiche sono testi antichi, hanno alle spalle più di 2000 anni e si riferiscono a situazioni e ambienti che risultano per noi lontani: c'è una evidente difficoltà nell'accostarli. Le analisi letterarie, storiche, stilistiche ci aiutano ad avvicinare il testo, in modo che diventi parola per noi. Come far sì che questa parola indirizzata ad altri sia indirizzata a noi: è lo sforzo che bisogna fare in una lettura attenta.

L'unità letteraria del brano del capitolo primo di Isaia riguarda i vv 1-18. Questo testo è stato scelto in quanto particolarmente significativo a proposito del tema dei "fine settimana" di quest'anno riguardante i ritorni del sacro.

Introduzione (Is 1,10)

Il testo ha una introduzione, al v. 10. I libri dei profeti sono raccolte dei detti del profeta elaborate dai discepoli. Il profeta è colui che parla, non colui che scrive. Si ha che fare con una parola pronunciata, messa poi per iscritto. Il profeta Isaia introduce il suo discorso con un appello ad ascoltare bene:

Udite la parola del Signore
Il profeta non ha una sua parola da dire. Sarebbe lungo dire come mai è convinto di dire la parola del Signore. È il tema dell'ispirazione profetica. Il profeta si è identificato in qualche modo in una esperienza mistica con il Signore, in modo che le sue parole diventano le parole del Signore, o le parole del Signore diventano le parole del profeta. Lui è il portavoce.

voi capi di Sodoma
ascoltate l'istruzione del nostro Dio, popolo di Gomorra
La "tôrâh" originariamente non significa "legge" ma "istruzione", ha un significato pedagogico: una parola data da Dio come maestro del popolo.
Ecco pertanto l'introduzione: "State bene attenti a quello che io sto dicendo. Sto dicendo una parola che è la parola del Signore ed è una parola istruttiva. Il Signore è il vostro maestro"
Il resto del brano è suddivisibile in due parti:

Prima parte: vv. 11-15

"Che m'importa dei vostri sacrifici senza
numero?" doce il Signore.
"Sono sazio degli olocausti di montoni
e del grasso di giovenchi;
il sangue di tori e di agnelli e di capri
io non lo gradisco.
Quando venite a presentarvi a me,
Nel testo ebraico si dice: "quando venite a vedere la mia faccia". Sarebbe la religione epifanica. Corrisponde al linguaggio religioso dei popoli confinanti con Israele, i quali andavano al tempio a vedere la statua del loro dio. Il tempio pagano era molto diverso dalle nostre chiese. Era la casa del Dio, identificabile con la cella centrale della costruzione, in cui c'era la statua del Dio. La gente non poteva accedere a questa cella. Il tempio non era la casa del popolo, ma del dio.
I grandi templi egiziani di Carnac sono una selva di colonne con al centro la cella: non c'è spazio per le persone. Lo stesso è visibile nei due tempietti che si trovano a Roma, sul lungo Tevere, nell'antica zona del Velabro. Anche il Pantheon non è il luogo dell'assemblea (mentre la chiesa è il luogo dell'assemblea, non il luogo della casa di Dio). E la gente stava fuori dal tempio. Il sacerdote prendeva le offerte della gente e le portava all'interno del tempio per metterle davanti alla statua.
Il culto Jahvistico non aveva la statua e pertanto il modo di esprimersi di Isaia assume il linguaggio della religione epifanica ma in un contesto diverso

chi richiede da voi che veniate a calpestare i miei atri?
Gli atri erano i cortili circondanti il tempio. Il tempio era abbastanza piccolo, ma attorno c'erano i cortili, come il cortile delle donne, oltre il quale le donne non potevano andare, il cortile degli uomini e quello dei sacerdoti. Anche il tempio di Gerusalemme aveva due atri e la cella, il santo dei santi, che conteneva l'arca dell'alleanza, prima che venisse distrutta nell'assedio di Gerusalemme. Nel santo dei santi il sommo sacerdote entrava una volta all'anno. È il tempio.
Quando i cristiani hanno incominciato a costruire le chiese, nel quarto secolo, non si sono ispirati al tempio, ma alla basilica romana, che era un luogo pubblico di riunione.

Smettete di presentare offerte inutili,
l'incenso è un abominio per me;
non posso sopportare noviluni, Sabati, assemblee sacre,
delitto e solennità
I vostri noviluni e le vostre feste io odio
sono per me un peso;
sono stanco di sopportarli.
Quando stendete le mani (nella preghiera)
io distolgo gli occhi da voi.
Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto.
Le vostre mani grondano sangue.

Questa prima parte è incentrata sul no, sul no di Dio alla prassi cultuale, liturgica.

Seconda parte: vv. 16-17

Mentre la prima parte è contrassegnata da un insieme di indicativi presenti ("io odio", "io sono stanco", "io non tollero", "io volto la faccia dall'altra parte"), che indicano l'atteggiamento di Dio al presente, un atteggiamento volto al negativo, la seconda parte è un insieme di imperativi, la parola del Signore che diventa esigitiva, precettiva.

Lavatevi, purificatevi,
È una terminologia cultuale, ma con un significato diverso

togliete dalla mia vista il male delle vostre azioni.
Cessate di fare il male,
imparate a fare il bene
L'imparare rinvia all'istruzione. E' una cascata di innterrogativi.

ricercate la giustizia, soccorrete l'oppresso,
rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova"

Chiara è la divisione delle due parti.
Il disegno attorno a cui il tessuto è stato composto è il rapporto dialettico "io-voi": un io che dice no al voi, al voi cultuale della comunità che si reca al tempio. Il profeta impersona l'io di Dio. Nella prima parte l'io-voi è esplicito, nella seconda parte l'io è quello che pronuncia gli imperativi di seconda persona plurale, che riguardano il voi ma che escono dall'io ("Lavatevi, purificatevi...").
È un io che parla. È il sacro, il divino rivelativo che si rende presente per parlare, non quello epifanico che si rende presente per farsi vedere. È un io che parla in indicativo presente e in imperativo. È un primo sguardo alla struttura del testo, allo schema sottostante unitario "io-voi", che appare nel testo.

Un approccio intertestuale

È un approccio al testo attraverso il confronto con testi paralleli, simili. Ci sono due altri testi che favoriscono la lettura intertestuale.
Il primo è un testo anteriore.
Isaia con ogni probabilità ha avuto la vocazione profetica attorno al 740 a.C.. Amos invece è stato il primo profeta di cui sono stati raccolti gli oracoli della prima parte del secolo ottavo. L'intertestualità ci dice che la parola di Isaia è una parola che ha dei precedenti, che dipende in un certo qual modo dalla profezia di Amos 5,21-25:

Io odio, io respingo le vostre feste
Non c'è introduzione, ma si incontra subito lo stesso verbo "io odio"

e non gradisco le vostre riunioni
(le vostre assemblee liturgiche
anche se voi mi offrite olocausti,
Esistevano tanti tipi di sacrifici, tra questi quello di pace, di riconciliazione con Dio
io non gradisco i vostri doni
e le vittime grasse come sacrificio di pacificazione
io non le guardo.
Lontano da me il frastuono dei tuoi canti:
i canti che facevano parte della liturgia: lontano da me il baccano liturgico
il suono delle tue arpe non posso sentirlo!
Piuttosto...
i canti erano accompagnati da strumenti musicali
Qui il rapporto non è "no-sì", ma "sì-però piuttosto"
scorra come acqua il diritto
e la giustizia come un torrente perenne
In questo testo lo schema è leggermente diverso. C'è il rifiuto del culto da parte di Dio e la preferenza per il diritto e la giustizia.

Un secondo testo è 1Samuele 15,22. È un testo che fa parte della tradizione deuteronomistica, quindi posteriore ad Isaia. Il detto di 1Sam 15,22 è stato tramandato come detto di Samuele, che era anche un profeta, anche se non sono stati raccolti i suoi oracoli. È un oracolo, ma non in prima persona: si usa la terza persona e non l'io di Dio. Tenue è il livello di coscienza profetica.

"Il Signore forse gradisce gli olocausti e i sacrifici
(è in terza persona)
come obbedire alla voce del Signore?
Sono messi a confronto il culto e l'ascolto della parola. Amos metteva a confronto il culto e la giustizia sociale.
Ecco, l'obbedire è meglio del sacrificio
"Obbedire" non è lontano dall'ascoltare. In greco ascoltare è akùo, ascolto, comprendo.
"Obbedire" è "up-akùo", sottometto il mio orecchio all'ascolto. Non è un ascolto solo materiale, o un ascolto solo di intelligenza, ma un ascolto che implica il sottomettersi alle cose ascoltate.
essere docili
è un ascolto docile, del "lasciarsi insegnare". Si ricollega alla tôrâh, all'istruzione di Isaia.
è più del grasso degli arieti
il grasso è una delle parti più preziose degli animali.

Questo detto probabilmente risale a due secoli prima di Isaia.
Isaia riprende questi discorsi ma con una maggiore radicalità. Il testo di Isaia non dice "è meglio" o "piuttosto", ma "no al culto vostro" e "sì alla purificazione, alla giustizia..." Il testo è costruito su una antitesi, su una contrapposizione. Invece quelli di Amos e di Samuele sono costruiti su un paragone, su una comparazione ("meglio, piuttosto l'uno che l'altro"). L'intertestualità aiuta a cogliere la forza del testo di Isaia.

Lettura più approfondita del testo di Isaia

una parola pedagogica

Le parole di Dio, come sono testimoniate nella Bibbia ebraica, sono varie.
C'è la parola promissoria di Dio, che è una parola al futuro, che fonda la speranza di una terra, di una discendenza, del messia, del regno di Dio (v. le parole rivolte da Dio ad Abramo: "io ti benedirò"; "ti farò diventare un grande popolo più numeroso delle stelle del cielo e della rena del mare..."; "io farò nascere un figlio da Sara, tornerò tra un anno e in questa ci sarà un bambino"). È una parola molto importante e che si fonda sulla fedeltà di Dio.
C'è la parola precettiva di Dio, esortativa, imperativa di fare o di non fare (come i comandamenti, chiamati le dieci parole: non sono dei precetti impersonali, come nella morale kantiana, per la quale ciò che definisce l'uomo è "il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me", per la quale la legge morale è l'imperativo che ci dice che il bene si deve fare e il male non si deve fare. Sono imperativi astratti. I dieci comandamenti sono parole personali di Dio).
C'è la parola minacciosa di Dio ("state attenti"; "guai a voi..."). Nei profeti ci sono le minacce rivolte al popolo perché incombe un pericolo mortale.
C'è la parola di condanna, che segue la minaccia non presa in considerazione. In genere è un futuro prossimo ("voi andrete esuli in esilio"). Ad esempio Amos 4: "E voi vacche di Basan (le signore di Samaria appartenenti alle grandi famiglie, oppressive dei servi della gleba) sarete prese con degli arpioni e sarete portate oltre la porta della vostra città in Mesopotamia". È il giudizio di Dio, come condanna.
C'è una parola memorativa, che vuol far ricordare al popolo quello che Dio ha fatto. È una parola narrativa dal punto di vista letterario. Narra una storia passata di Dio con il popolo. Ad esempio i due racconti metaforici di Ezechiele 16-22, in cui si racconta la storia di Dio che si è innamorato di questa trovatella, il popolo, che l'ha amata e sposata. Ma poiché ha risposto con il tradimento Dio l'ha mandata in esilio. È Dio che fa il racconto memorativo della sua fedeltà e della infedeltà del popolo.
C'è una parola sapienziale, che riflette sul senso dell'esistenza umana, da dove veniamo, dove andiamo, qual è il senso della nostra esistenza. La sapienza è l'arte di guidare la nostra vita nel porto della felicità.
C'è una parola pedagogica, la tôrâh, l'istruzione. È una parola pedagogica sul culto.

quando il profeta ha pronunciato l'oracolo

Il profeta chiama a raccolta, all'ascolto:"Udite la parola del Signore".
Chiama "voi capi di Sodoma, voi popolo di Gomorra". Sodoma e Gomorra (Gen 18) sono quelle due città la cui corruzione era divenuta così grande da essere incenerite da Dio, nonostante l'appassionata intercessione di Abramo.
Il patriarca, che segue l'arte della dialettica orientale, giunge per gradi e sinuosamente ad affrontare il problema: "Signore quello che fai tu è ottimo, però... se ci fossero cinquanta giusti nella città non risparmieresti..." Ma non si trovano. "Se fossero quaranta... trenta... dieci... cinque...". Abramo si arrende quando risulta che non ve ne sono neppure cinque. Dio non colpisce indiscriminatamente. Anche se ve ne fosse stato uno, nella massa, Dio avrebbe risparmiato la città.
La corruzione delle due città e la distruzione sono l'emblema della condanna divina della infedeltà. Sodoma e Gomorra erano diventate città simbolo. Anche Gesù le cita parlando alle città del lago: "Voi siete talmente infedeli che nel giudizio Dio sarà più compassionevole con Sodoma e Gomorra che non con voi".
Gesù le indica come un termine di paragone. Isaia invece no, ma identifica capi e popolo con Sodoma e Gomorra. "Voi capi di Sodoma", rivolgendosi ai magistrati di Gerusalemme, città dove Isaia ha pronunciato i suoi oracoli. Il cittadino Isaia doveva appartenere ad una classe abbastanza colta, non come il pecoraio Amos. Si rivolge ai capi, ai magistrati che vedeva entrare nel tempio, il luogo del raduno delle assemblee, il luogo dove i profeti andavano per parlare al popolo, chiamandoli capi di Sodoma. E i cittadini di Gerusalemme sono indicati come popolo di Gomorra. Sono espressioni violente, provocatorie, nei confronti di chi si ritiene il popolo di Dio, nei confronti di una città ritenuta santa, sacra, come Gerusalemme.
Oggi Gerusalemme nel mondo arabo è chiamata "El Kuts", la santa, cioè realtà separata dalle altre città, perché non è come le altre. È la città dove c'è il numinoso, il divino.
Nel brano siamo a Gerusalemme, con tutta probabilità nel primo periodo della attività profetica di Isaia, con una certa dipendenza di Isaia da Amos.
Siamo in un giorno di festa, durante l'entrata dei pellegrini nei cortili del tempio, per radunarsi. Siamo in un contesto popolare con una partecipazione delle rappresentanze politiche, civili e religiose della città, nella seconda metà del secolo ottavo.
L'oracolo del Signore li investe nel momento in cui vanno all'attività liturgica.

la struttura "io-voi"

Il faccia a faccia non è tra il profeta e il popolo, ma tra Dio e il popolo, che è diventato "Sodoma e Gomorra", che si è alienato, che ha perso la sua identità di popolo di Dio. Il popolo è l'incarnazione della città corrotta.
È una parola minacciosa, perché afferma che se siete come Sodoma e Gomorra siete destinati alla stessa fine.
L'io di Dio nella prima parte si esprime in indicativi presenti:
. Che m'importa, che me ne frega... ;
. Sono sazio: le offerte erano ritenute dall'immaginario religioso offerte che Dio consumava;
. Chi richiede da voi: io non ho mai chiesto...;
. Non posso sopportare;
. Io odio;
. Sono un peso per me;
. Sono stanco;
. Io distolgo gli occhi;
. Io non ascolto.
L'io indica l'atteggiamento di Dio al presente, un atteggiamento di rifiuto, spesso indicato dal "non", o da verbi di rifiuto. L' "Io" dice no al "voi".
L'io è l'io di Dio, ma nel concreto è il destinatario del culto. Nel culto l'uomo si rivolge a Dio, pregandolo, supplicandolo, lodandolo, ringraziandolo, acclamandolo. Dio è il destinatario. Ci sono dei donatori che portano i loro doni e il beneficiario dice di no, non li accetta. I doni cultuali del popolo sono irricevibili.
Il voi sono il popolo, i suoi capi, la società israelitica, in particolare quella gerosolimitana, in quanto comunità cultuale, che va al tempio a presentare i sacrifici.

le varie attività cultuali

Sono presentate nel brano varie attività cultuali.
"Che m'importa dei vostri sacrifici".
Per gli ebrei c'erano diversi tipi di sacrifici: mentre nel sacrificio dell'olocausto tutta la vittima veniva bruciata a onore di Dio, nel sacrificio conviviale le vittime si bruciavano solo parzialmente. La parte grassa, la più preziosa, era offerta, mentre il resto veniva mangiato nel banchetto religioso. Si facevano banchetti sacri dentro l'area del tempio.
Se, ad esempio, uno faceva un voto, di solito portava al tempio un capretto, che veniva sgozzato dal sacerdote. La parte grassa era offerta a Dio e il resto veniva mangiato con allegria e gioia nel tempio.
C'è una prescrizione che dice: quando vai a fare un'offerta al tempio, porta con te anche lo schiavo, lo straniero, perché gioisca con te. Paolo, nella prima lettera ai Corinti, deve affrontare il problema sorto dal fatto che i cristiani di Corinto andavano nei templi pagani, nella zona che fungeva da ristorante sacro. A Pompei si sono rinvenute le numerose celle dove si mangiava. Si offriva al tempio il sacrificio, una parte della vittima era per la divinità, una parte per il sacerdote e con il restante l'offerente con i suoi amici faceva un bel banchetto. Paolo chiama questa la mensa dei demoni. "Come voi che partecipate alla tavola del Signore". Paolo ha utilizzato il termine originale (trapezes Kuriou) per indicare l'eucarestia, ma prendendolo in prestito dalla terminologia pagana.
La mensa degli dei non era il sacrificio, ma una parte, che si svolgeva vicino all'altare. Sull'altare si sgozzava la vittima e poi le carni si mettevano sulla tavola come cibo per i sacerdoti e quello che restava veniva consumato sulle tavole attigue dei ristoranti dentro l'area sacra. Invece l'eucaristia è la tavola del Signore.
Il primo sacrificio: (sacrificio conviviale) vittime ammazzate, che venivano mangiate nell'area del tempio tra offerenti e sacerdoti.
Nel secondo sacrificio (l'olocausto), si bruciava tutto in onore di Dio.
Il grasso dei giovenchi. La parte più grassa era ritenuta quella più preziosa (gli orientali prediligono le donne grassottelle...).
Il sangue di tori, di agnelli e di capri. Il sangue non veniva bevuto, a differenza dei sacrifici pagani. Nei sacrifici al Dio Mitra si beveva il sangue dei tori, per introiettare l'energia del Dio, la vitalità del Dio. In Israele il sangue non poteva essere bevuto. Le stesse carni dovevano essere macellate secondo una certa procedura che facesse defluire tutto il sangue (pratica diffusa ancora oggi tra gli ebrei ortodossi, che mangiano "kashèr"). Dio è sazio di questo sangue che gli viene offerto.
Le offerte dei cereali, del grano, della farina, dell'olio. Sono offerte non cruente.
L'incenso. Si bruciava l'incenso, come sacrificio.
Quindi si indicano le festività durante le quali si facevano i sacrifici: i noviluni (la luna nuova), i Sabati, le assemblee sacre (i giorni consacrati al culto), la solennità.
Altra forma: le preghiere, le suppliche.
Allora esistevano oltre i due tipi di sacrifici (olocausto, sacrificio conviviale), le offerte dei cereali e l'offerta dell'incenso che veniva bruciato, del fumo che veniva "aspirato" dal Dio. Nella mitologia dell'Antico Medio Oriente, quando Utanapistim, che si era salvato dal diluvio, il Noè extrabiblico, aveva fatto il sacrificio dopo l'interminabile pioggia, gli dei, come mosche, tutti contenti erano venuti ad odorare questo sacrificio.
Quinto, le preghiere. Sono così presentate tutte le forme cultuali della liturgia pubblica. Non sono le preghiere che gli ebrei recitano quando sono a casa, ma la liturgia, il culto pubblico nelle festività, nei giorni consacrati a Dio. Tutta la liturgia pubblica del popolo di Israele viene rifiutata. È il no di Dio al voi, che compie la liturgia pubblica nel tempio, negli atri.
Il tempio di Gerusalemme aveva tre stanze, di quattro metri ciascuna, cubiche: era lungo 16 metri, alto 4 metri. Le tre stanze di quattro metri fino all'ultima stanza, il santo dei santi. Fuori avvenivano i sacrifici. L'altare degli olocausti era in mezzo al cortile perché la gente potesse partecipare. Solo il sacrificio dell'espiazione si faceva una sola volta all'anno nel santo dei santi. La maggior parte del culto si svolgeva nei cortili dove la gente poteva assistere.

la causa del rifiuto è la liturgia.

La nota della Bibbia di Gerusalemme ("Come Amos 5,21-27, il profeta se la prende con un ritualismo al quale non corrisponde un sentimento interiore") rispecchia il classico approccio del secolo scorso, quando si contrapponeva la religione interiore alla religione esteriore. Dio invece non se la prende per il formalismo del popolo di Israele.
Il motivo appare anzitutto al v. 13: "non posso sopportare delitto e solennità". Non posso sopportare l'abbinamento tra liturgia e comportamento delittuoso. Quindi il motivo risiede nel metter insieme la liturgia e una prassi delittuosa fuori dal tempio. Che cosa denuncia Dio? La dissociazione tra la prassi liturgica e la prassi mondana: una prassi mondana all'insegna del delitto, di violenza nei confronti degli altri, una prassi contro la fraternità, la solidarietà del popolo. Anche nella comunità cristiana ci si chiamerà fratelli.
Paolo al capitolo 8 di 1Corinzi si chiede quale sia l'enormità commessa dai cristiani "forti", che si sedevano nei ristoranti dentro al tempio, non perché volessero fare i sacrifici pagani. Ma poiché non credevano agli dei partecipavano ai banchetti come atto di civiltà e di cortesia nei confronti degli amici pagani. C'erano dei cristiani, i "deboli", che erano scandalizzati, perché ritenevano quella pratica un'idolatria. A costoro rispondevano che non ci sono idoli a questo mondo, poiché esiste un solo Dio. Non c'è niente di impuro a questo mondo. Anche "i deboli" erano così invogliati a sedersi e a partecipare al banchetto, con il conseguente rimorso per l'azione svolta. Paolo, pur ritenendosi d'accordo con le argomentazioni teoriche dei "forti", li accusa di scandalizzare i deboli. Scandalizzare significa erigere davanti al cammino di una persona un ostacolo a causa del quale la persona cade. "Voi erigete davanti al fratello una barriera che lo fa cadere, proprio quel fratello per il quale Cristo è morto". Si usa in questo brano la preposizione greca dià, ma non seguita dal genitivo. Tutte le espressioni che riguardano il significato soteriologico della morte di Gesù sono rette da Ûper e il genitivo: è morto "a favore nostro", "per i nostri peccati". In questo brano si trova (1Cor 8,11) di'on, cioè dià con l'accusativo. Il significato cambia: non più il valore soteriologico della morte di Gesù, ma l'espressione di amore: "per amore del quale Cristo è morto". Paolo non sottolinea tanto il valore salvifico della morte, quanto la dimensione dell'amore. "Voi operate per la morte del fratello, quel fratello per amore del quale Cristo è morto".
La causa del rifiuto è la scissione nella vita del popolo tra la vita cultuale e la vita di ogni giorno, la vita mondana, la vita fuori del tempio.
Che questa sia la ragione del rifiuto appare confrontando la prima parte del testo di Isaia con la seconda. Voi volete portare i sacrifici e io non li voglio perché sono dissociati. Io, Dio, voglio questo: "Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia". Sono tutte attività extraliturgiche, extratemplari, extracultuali.
Allora la causa del rifiuto è la schizofrenia. Schizo significa dividere violentemente. La psicanalisi ha ripreso questa parola per parlare della schizofrenia interna. La nostra psiche è fratturata, è tagliata in due parti contrapposte. Così ha fatto il popolo gerosolimitano, ha tagliato la propria vita, che doveva essere un tessuto continuo, l'ha separata violentemente, buttando il culto da una parte ( un culto comunque molto vissuto, anche esteriore, con partecipazione del cuore) e dall'altra la vita condotta in modo delittuoso sul piano dei rapporti sociali.
Noi diremmo l'opposizione tra un culto rituale e la vita profana, tra culto e morale e responsabilità etica, tra il culto rituale come momento separato festivo e il culto che consiste nella vita mondana. Come Paolo: "offrite la vostra esistenza mondana".
Nella seconda parte abbiamo l'io di Dio che pronuncia degli imperativi al "voi": che cosa dovete fare. Voi fate la liturgia e io la odio, la rifiuto. È un rifiuto profondo. "Voi venite nei miei atrii a rendere il culto, in realtà venite solo a calpestare i miei pavimenti". Vi è anche l'ironia. Questa liturgia, molto partecipata, molto seguita, molto frequentata, si riduce ad un calpestare i pavimenti di Dio.
Nella seconda parte si indica che cosa si deve fare affinché il "voi" incontri l'"io" di Dio. È una parola provocatoria, che chiama a delle scelte, a delle decisioni contrastanti. Gli imperativi sono di due tipi.
"Lavatevi e purificatevi". Il vocabolario è cultuale, ma quello che Dio vuole non è la purificazione cultuale. Prima di entrare al tempio si lavavano le mani, i piedi, si indossavano vestiti puliti. Il linguaggio cultuale è qui usato in senso metaforico. Non il rito della purificazione, ma la purificazione profonda della vita mondana, che consiste nel togliere il male dalle vostre azioni. Non tanto le intenzioni ma le azioni, il fare. Aspetto fondamentale nella cultura ebraica. Togliete il fare cattivo dalla mia vista. Voi venite nel tempio per vedere la mia faccia, per incontrare me, io rifiuto l'incontro cultuale. Se voi volete l'incontro, la piattaforma dell'incontro può essere sulla base del male che voi dovete togliere e del bene da compiere.
"Cessate di fare il male e imparate a fare il bene". Non dice di fare il bene adesso, momentaneamente, magari sotto l'impulso di un entusiamo, ma dice di imparare a fare il bene, è un'arte. L'istruzione deve essere efficace, deve diventare un ammaestramento, in modo tale che il bene sia sempre fatto.
È un criterio generale. Non si dice in che consista il male e il bene. Si suppone che lo si sappia. L'uomo, come dice Kant, ha questa legge della coscienza dentro di sé, è consapevole di ciò che è il bene, anche se poi non lo compie. È un'opzione fondamentale generale. È un fare come orientamento generale che copre tutti gli aspetti della vita.
C'è però un campo specifico, in cui questo fare è determinato, ricercato.
"Ricercate la giustizia". Non dice "Fate la giustizia", ma "Ricercate". La giustizia è come un tesoro da cercare e da trovare. La giustizia deve essere la meta di una vostra opera di indefessa ricerca, di ricerca insonne.
In che consiste la giustizia da ricercare notte e giorno? "Soccorrete l'oppresso". Togliete l'oppresso dall'oppressione. "Rendete giustizia all'orfano, difendete la causa (giudiziaria) della vedova". In altri testi all'orfano e alla vedova si aggiunge lo straniero. Gli stranieri non erano i turisti di passaggio, ma le minoranze etniche che vivevano in Israele.
Erano le categorie non protette della società. L'orfano, che era abbandonato dai genitori; la vedova, che non aveva la pensione di reversibilità del marito morto; lo straniero senza diritti: erano tutte persone lasciate alla solidarietà.
La giustizia non è una giustizia retributiva, dell'a ciascuno il suo, del garantismo. È una giustizia liberatrice, a favore della parte debole della società. Non a difesa del diritto dei forti: i forti si difendono abbondantemente da soli, fin troppo. Il problema è la giustizia dei deboli, la giustizia resa ai deboli.
Nell'area orientale questa dimensione era così sentita, che era compito del re. La giustizia dei tribunali era spesso manipolata, addomesticata. Forse tante campagne oggi garantiste ci sono perché i tribunali finalmente non difendono più solo i forti. I deboli così perdevano sempre.
Qui si parla della causa della vedova. La vedova, trascinata in tribunale, avrebbe perso sicuramente. L'orfano lo stesso.
Rendere giustizia è difendere il debole, l'oppresso. La giustizia del re non era la giustizia dei tribunali, ma una giustizia a senso unico. Lui che è forte deve difendere il debole contro i forti oppressori. Salmo 72: Il re difende i deboli e col bastone colpisce i forti oppressori.
Il tema della giustizia ad Isaia proviene da Amos.
Amos: "Non i vostri sacrifici, ma piuttosto il diritto". Il diritto è il diritto dei deboli che deve essere fatto valere e non calpestato. La giustizia significa far valere il diritto dei deboli, dato che in una società il diritto dei forti è già rispettato.
La novità di Isaia. Oltre alla contrapposizione c'è l'allargamento, al di là del piano della giustizia, al piano generale di tutta la vita mondana, come espressione del fare il bene e non fare il male.
Dove stanno le forme del sacro, le forme dell'incontro con Dio? La forma dell'incontro con Dio di tipo liturgico è una forma molto relativa dell'incontro con Dio.
Per alcuni Isaia addirittura rifiuterebbe in toto la liturgia, il culto. Invece non rifiuta le feste: ma la coniugazione tra delitto e liturgia. La liturgia, come incontro relativo con Dio, è un incontro che avviene solo ad una condizione: che la vita mondana fuori dal tempio sia espressione di bene, di giustizia, di solidarietà nei confronti delle classi deboli.
C'è una desacralizzazione: la piattaforma dell'incontro col divino, con la sfera del sacro, del numinoso, è il mondo, non i templi costruiti nel mondo, nelle riserve sacre, nei giorni sacri. Il mondo è il grande tempio da cui sale a Dio il culto della vita, della nostra vita mondana, della vita sociale nella giustizia, nella solidarietà.
Naturalmente questo culto mondano che sale a Dio, poiché siamo esseri poetici simbolici, abbiamo bisogno di simbolizzarlo, di farne la rappresentazione teatrale. La liturgia è la rappresentazione teatrale del culto della vita. Le chiese sono il palcoscenico in cui mimiamo una vita di incontro con Dio, attraverso dei gesti particolari, delle scenografie particolari, degli attori particolari. In questo teatro sono tutti coinvolti: gli attori devono impersonare se stessi: una vita di incontro con Dio, di ascolto della parola poeticamente rappresentata, mimata. Se noi mimiamo il nulla, se noi non abbiamo avuto un incontro con Dio nella fedeltà alla parola nella vita mondana, noi celebriamo il nulla. Nel teatro della liturgia noi dobbiamo rappresentare ciò che siamo, ciò che abbiamo fatto, una storia vissuta. Se rappresentiamo il non vissuto, facciamo un gioco. La liturgia deve mimare la nostra storia.

Discussione

D. Non esiste solo una direzione vita mondana - liturgia. Anche "la rappresentazione teatrale" ha una ricaduta sulla vita...
R. La realtà mondana va sul palcoscenico della liturgia. La realtà, rappresentata nella liturgia, ritorna al vissuto con più calore ed energia. Non è soltanto una rappresentazione fine a se stessa. La parola greca "poeta" da poižw (poièo) vuol dire fare, creare. La rappresentazione è creativa, ma creativa non sul nulla. Assume la realtà, il culto della vita, e lo trasfigura poeticamente, ma poi chiede che si ritorni al culto della vita con più forza. Il culto della vita dà verità alla liturgia e la liturgia dà plasticità al culto della vita. Il teatro dà anche coscienza, perché noi nelle preghiere ci rivolgiamo a Dio direttamente. Abbiamo bisogno di esplicitare tutto quello che è sotteso in tutta la nostra vita.
La relatività della liturgia al culto della vita: il culto della liturgia prende tutta la sua verità dal culto della vita e lo esprime nella liturgia. Così come il fare l'amore prende tutta la verità del gesto che si fa dall'amore vissuto. Se dietro non c'è amore c'è alienazione, cosificazione del sesso, è come bere un bicchiere d'acqua, è come mangiare qualcosa che entra nello stomaco e se ne va. È il rapporto sessuale con le prostitute: non c'è un rapporto, come dice Paolo nella 1 Corinti. Il rapporto sessuale non è come mangiare un cibo, non è un rapporto tra me e la cosa. Il rapporto personale ha la profondità della relazionalità.
Balestro ha scritto un libro molto bello Sesso e persona. Io ho intolato un mio commento, fatto nel 1980, al sesto capitolo della prima lettera ai Corinti: "sesso e persona". La deviazione dei cristiani di Corinto era la cosificazione del sesso, la riduzione del sesso a cosa. Per Paolo il sesso è un rapporto interpersonale, investe la persona nel rapporto. Se non c'è questo investimento della persona, il sesso è negativo. È un atto di fornicazione. Voi tradite l'unione con Cristo. La liturgia è un momento celebrativo che prende tutta la sua verità, tutto il suo spessore, dal culto profano.
Non è inutile, come non è inutile il fare all'amore tra maschio e femmina. Ha una sua profondità: il teatro ha un coinvolgimento fortissimo. L'elemento emozionale, poetico è fondamentale nella nostra vita, anche se è relativo all'esistenza. I nostri sacramenti sono delle rappresentazioni teatrali. Non è poca cosa. Se li si caricano di un valore a sè si diventa come i capi di Sodoma e il popolo di Gomorra, che hanno dissociato la domenica dai giorni feriali.

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