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Israele e le forme del sacro

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio
Verbania Pallanza, 11 novembre 1995

Più che di ritorni del sacro si tratta del ritorno degli dei al mondo, e con gli dei ritornano i pontefici e quindi le liturgie. Sono ritorni parziali e in gran parte spuri.
Le forme del sacro sono molto antiche, sono schematismi culturali radicati nell'archeologia umana, che accompagnano l'uomo in tutto il corso della sua storia.
Sacro indica una sfera separata della realtà, intoccabile e fonte di energie misteriose. È la sfera per mezzo della quale il divino (e il demoniaco) viene a contatto con il mondo e con l'uomo.
Nella bibbia (i libri) sono compresenti differenti e talvolta divergenti esperienze religiose: occorre individuare un filone interpretativo centrale, per poter poi confrontare le attuali esperienze del sacro con quelle testimoniate dalle scritture ebraiche e poi cristiane.

sacro epifanico e sacro rivelativo

Una forma molta diffusa di sacro, e che oggi ritorna, è quella del sacro epifanico. Il divino, che per definizione è il nascosto, il mysterium, si manifesta facendosi vedere, si rende presente agli occhi. È una forma impressionante di sacro, che stupisce, che abbaglia, che ammutolisce, che si fa spettacolo (esemplare è il caso della statua della madonna di Civitavecchia che versa lacrime di sangue...). È una forma di sacro priva di parola, che può significare tutto e il contrario di tutto. È una forma molto diffusa di sacro, frequente nell'antichità e che oggi ritorna.
La tradizione biblica è abbastanza costante, nel suo nucleo centrale, nell'asserire che Dio si rende presente non in forma epifanica ma rivelativa. La rivelazione è il disvelamento tramite la parola. Il Dio ebraico entra in contatto con le persone non facendosi vedere ma comunicando la parola. L'organo coinvolto non è l'occhio ma l'orecchio. La religione ebraico-cristiana è la religione della parola, dell'ascolto, dell'orecchio.
Mentre nella visione ciò che si vede è qualcosa di misterioso, di strano, di abbacinante, nell'ascolto vi è solo una parola umana attestata come parola divina. Non c'è un megafono divino, ma una parola umana che si testimonia come parola di Dio. È una parola umana che è accolta come parola di Dio nella fede.
Mentre nel sacro epifanico il divino si impone, con i colori abbaglianti della visione, nel sacro rivelativo Dio non si impone ma può essere accolto come tale solo per mezzo della fede.
Molti sono i brani che testimoniano come la religione ebraica e poi cristiana sia una religione dell'ascolto, della parola.
In Deuteronomio 4,10 si polemizza contro i tentativi di fare della religione sinaitica una religione epifanica.
Mentre nella religione epifanica si è indotti alla passività della ricezione di uno spettacolo, tutt'al più fonte di stupore, nella religione rivelativa della parola il destinatario è coinvolto nella comunicazione. La religione rivelativa coinvolge le persone in quanto persone, perché le coinvolge nella parola, nella comunicazione tipicamente personale. Dio parla e l'uomo risponde. È una parola che posso respingere o fare mia in un processo dialogico.
La caratteristica della religione ebraico-cristiana è la profezia. Il profeta è il portatore della parola di Dio, di una parola che è sempre parola del profeta e che il profeta testimonia essere parola espressiva del mondo di Dio. È ciò che emerge nel racconto della vocazione dei profeti (Geremia, Isaia, Ezechiele). Gesù stesso si presenta come la parola che disvela Dio, ma una parola che è diventata carne, uomo fragile.
Testo riassuntivo del sacro rivelativo in opposizione al sacro epifanico è Ebrei 1,1-2.

sacralizzazione del mondo

Un'altra forma molto tradizionale di manifestarsi del sacro è la sacralizzazione del mondo. In questo caso il divino non si presenta solo sporadicamente, solo in alcuni momenti in cui si fa vedere (sacro epifanico) o si comunica nella parola (sacro rivelativo). Qui si tratta di sequestri di parti del mondo e dell'uomo ad opera del divino. Alcune sezioni del mondo (luoghi, tempi, persone, gesti) sono strappate dalla loro mondanità per diventare zone sacre, ripiene di divino. E queste fette del mondo che Dio invade non sono più disponibili alla libera volontà o fruibilità umana. Chi ne dispone è il divino.
Esempio di questa concezione è la sacralizzazione della malattia. La malattia non è una disfunzione fisica o psichica, ma è castigo divino legato ad una colpa. Il binomio colpa-pena è un binomio fondamentale della religiosità, nonostante colpa e pena si collochino su due livelli diversi, l'uno sul piano morale l'altro sul piano fisico. Il divino, garante dell'ordine morale, sanziona il trasgressore infliggendo la pena. È un'importante funzione sociale della religione. Le Scritture ebraiche ed in parte anche cristiane sono ricolme di questa sacralizzazione della malattia. Molti salmi sono invocazioni di infermi a Dio perché col perdono della colpa possano ottenere la guarigione. Esemplare è il salmo 38. Anche nelle lettere di Paolo (1Cor 11,30) o nei vangeli ogni tanto traspare questa concezione.
Altro esempio è la sacralizzazione della guerra. La guerra non è un'impresa umana ma divina. La tradizione deuteronomistica è nella linea della sacralizzazione della guerra. È evidente a questo proposito il capitolo 20 del Deuteronomio, in cui vengono sacralizati tutti gli aspetti della guerra. A questa tradizione si è rifatto l'uccisore di Rabin. Gesù rifiuterà la guerra santa.
Nelle tradizioni extrabibliche è invece molto presente la sacralizzazione della sessualità. La sessualità, come forza creativa, era ritenuta una zona riservata al divino, sotratta all'uomo. E pertanto l'uomo può impetrare la forza procreativa della sessualità attraverso dei riti anche a sfondo sessuale. I profeti si scaglieranno con violenza contro la sacralizzazione della sessualità, perché erano implicati direttamente gli dei della fecondità e quindi l'idolatria.
Nella religione ebraico-cristiana il rapporto tra Dio e il mondo non è un rapporto di confusione, ma di creazione. Dio è altro dal mondo e il mondo è altro da Dio, proprio perché è da Dio creato. L'esperienza religiosa degli uomini della bibbia si fonda su questa alterità: non c'è nessuna zona di questo mondo che è sequestrata dal divino, non ci sono i luoghi sacri, i tempi sacri, le persone sacre, i gesti sacri pieni del divino. La fede creazionistica salva la mondanità del mondo e scaccia gli dei. Ecco perché molti teologi hanno valutato positivamente la secolarizzazione, come possibilità per il cristianesimo di riscoprire la sua esperienza religiosa, che non è un'esperienza epifanica, sacralizzante il mondo, ma l'esperienza dell'uomo che cammina sulle vie del mondo di fronte al suo Dio che non appartiene al mondo.
Esemplare di questo processo di desacralizzazione dell'esperienza religiosa è il testo di Romani 12,1-2: il culto gradito a Dio è la nostra esistenza mondana.

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