Incontri di "Fine Settimana"

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Persona e diritti dell'uomo nel Nuovo Testamento

sintesi della relazione di Rinaldo Fabris
Verbania Pallanza, 17 dicembre 1994

dignità personale e diritti umani nella prassi e parole di Gesù

In questo primo incontro ci si limiterà a presentare la parola e la prassi di Gesù che annuncia il regno di Dio ai poveri e che lo interpreta con parole e parabole. Si farà anche riferimento, in contrasto con l'opinione corrente che vede il negativo solo nel Primo Testamento, anche ad alcuni residui di violenza e di intolleranza presenti nei vangeli.
Nel preambolo della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (1948) ("Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti dell'uomo hanno portato ad atti di barbarie..." "considerato che i popoli delle N.U. hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti fondamentali dell'uomo, nella dignità e nel valore della ...".) si parla di diritti dell'uomo e di dignità e di valore della persona umana. L'espressione persona umana è tipica della cultura europea occidentale di matrice culturale cristiana, e affonda le proprie radici nella riflessione sul mistero dell'incarnazione e della Trinità (una persona in due nature e tre persone in una natura) e nella presa di coscienza della relazione tra Dio e umanità, del Dio presente nella carne, in Gesù.
A partire soprattutto dal Vaticano II è mutato l'atteggiamento della chiesa, particolarmente della gerarchia, sui diritti umani, dalla netta condanna della concezione affermatasi con la rivoluzione francese all'attuale posizione di pieno appoggio e sostegno.

Gesù annuncia il "regno di Dio" ai poveri

l'annuncio programmatico

Punto di partenza per fondare la dignità personale e i diritti umani è l'annuncio che Gesù fa ai poveri della regalità di Dio. Gesù sceglie i poveri senza aggettivi e senza limitazioni. Non fa una scelta preferenziale per i poveri. In linea con la grande tradizione biblica, sceglie i poveri e scegliendo i poveri sceglie tutti.
Nell'Esodo, cuore del Primo Testamento, Dio si mostra come colui che ascolta il grido del povero, che vede la miseria del suo popolo, che si prende cura del povero, degli oppressi. Cioè Dio si fa garante dell'orfano, della vedova, dello straniero. Nel codice dell'Alleanza si afferma: "Voi eravate stranieri in Egitto e vi ho fatti uscire, perciò vi comando di non ledere il diritto del povero". Questa visione è ripresa dai profeti e dai sapienti, come Gesù Ben-Sirah, il Siracide che equipara l'oppressione dei poveri all'omicidio: "Chi toglie la paga all'operaio è come colui che versa sangue". Il rapporto religioso con Dio passa attraverso la difesa del povero. L'annuncio programmatico di Gesù si colloca in questa linea. L'incarnazione comincia da lontano: il primo passo è l'incarnazione di Dio a favore degli oppressi, la sua identificazione con il loro destino.
Luca mette in bocca a Gesù le parole di Isaia: "Lo Spirito del Signore è su di me , mi ha consacrato con l'unzione, mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore" (Lc 4,18-19). Segue un commento attualizzante di stile profetico: "Oggi si è adempiuto questa scrittura che voi avete udito coi vostri orecchi" (Lc 4,21).
Il testo di Isaia qui ripreso (60, 1-2) è maturato in un momento di crisi della storia ebraica, dopo la distruzione del regno del nord e del sud, la deportazione e l'esilio per cinquanta anni, c'è bisogno di sostenere la speranza del piccolo gruppo di rimpatriati, di rimettere in libertà gli oppressi e di predicare un anno di grazia del Signore. In greco si usa il termine àfesin, che nel Levitico indica la liberazione degli schiavi e il riscatto della proprietà venduta.
Nella lettera apostolica Tertio millennio adveniente si fa riferimento a questa prassi di liberazione, proponendo il riconoscimento delle proprie colpe, dell'intolleranza e anche l'estinzione del debito internazionale che strangola i popoli del terzo mondo.
La liberazione degli oppressi vuol dire proclamare l'anno della liberazione: remissione dei debiti e attuazione delle condizioni che rendono possibile l'affermazione della dignità della persona.

le beatitudini

Luca (6,20-24) e Matteo (5,3-12) riassumono l'annuncio programmatico di Gesù nella forma gioiosa della beatitudine. Mentre Luca è più attento alla dimensione sociale e materiale (Beati i poveri perché vostro è il regno di Dio) Matteo dà una colorazione più spiritualistica (Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli). Il regno dei cieli non si identifica con una realtà ultraterrena e non riguarda solo la sfera dell'intimità, come spesso viene detto nel linguaggio catechistico. La regalità di Dio si attua nella liberazione degli oppressi dall'Egitto, nello ristabilire la giustizia nel mondo, preludio alla totale liberazione escatologica. Gesù invita i poveri a rallegrarsi non perché un giorno andranno in paradiso, ma perché nei suoi gesti e nelle sue parole Dio si rende presente come il loro difensore e liberatore.

l'evangelo per i poveri

Alla domanda dei discepoli inviati da Giovanni sulla sua messianicità, Gesù risponde indicando sei gesti di guarigione e di liberazione, come conferma che il regno di Dio è presente in quello che lui compie a favore dei malati, dei ciechi, dei sordi, dei lebbrosi, dei morti e dei poveri (Mt 11,3-6). La buona notizia ai poveri è l'annuncio dell'intervento liberatore di Dio in loro favore, in favore di chi è privo di dignità umana, di diritti umani quali la salute, il cibo, la cultura...

Dio sceglie gratuitamente i piccoli

L'intervento liberatore di Dio dipende esclusivamente dalla sua decisione di prendersi cura dei non aventi diritto. "Ti benedico, o Padre Signore del cielo e della terra perché hai tenuto nascosto queste cose ai sapienti (gli scribi e i farisei, gli osservanti del movimento integrista di riforma) e agli intelligenti (polemica contro gli esperti religiosi che si considerano gli unici interpreti affidabili della volontà di Dio) e le hai rivelate ai piccoli" (Mt 11, 25-27). I piccoli non sono i bambini, ma i poveri, i malati disabili, i peccatori, i non osservanti, il popolo della terra. I bambini sono oggetto della scelta del Padre non perché innocenti o onesti, ma perché privi di diritti.

il Figlio dell'uomo si identifica con i suoi fratelli più piccoli

Il celebre testo della parabola del giudizio (MT 25,40-45) afferma che Dio farà un discernimento non in base alla appartenenza etnica o religiosa ma in base alla prassi morale quotidiana che consiste nell'accogliere il forestiero, chi è senza vestiti, l'ammalato, il carcerato, perché il figlio dell'uomo si identifica con i suoi fratelli più piccoli. Qui i piccoli non sono solo i non addetti ai lavori (intelligenti e sapienti) ma gli esseri umani privi dell'indispensabile per avere dignità. La condizione per entrare nel regno di Dio è il gesto di solidarietà con gli ultimi dell'umanità, con i quali si identifica il figlio dell'uomo. La dignità umana non si fonda sulla appartenenza etnica, religiosa, culturale e neppure sull'onestà, ma semplicemente sull'essere umano stesso, anche privo dei beni indispensabili per essere umano.

Gesù interpreta i suoi gesti a favore dei poveri

Mentre il gruppo dei riformati si tiene lontano dal popolo privo di cultura religiosa, inosservante dei tabù alimentari e sociali e pertanto maledetto, Gesù compie gesti provocatori, condividendo la mensa con i peccatori, realizzando così l'annuncio programmatico del regno di Dio per i poveri.
In Mc 2,15-17 Dio è presentato come il medico che si prende cura di chi ha bisogno. Si prende cura dei malati e dei peccatori non perché si sono convertiti, o perché fanno le preghiere, ma perché sono malati o peccatori. "Non sono i sani che hanno bisogno del medico ma i malati".
Nel cap. 15 di Luca, il capitolo della misericordia, Dio è presentato come un pastore sollecito per l'unica pecora smarrita, come la donna che si preoccupa della moneta smarrita, come un padre che ristabilisce le relazioni giuste con i suoi figli.
Gesù condivide la mensa dei peccatori perché così fa Dio. Dio non accoglie le persone perché sono buone, umili, osservanti, ma solo perché Dio si prende cura di chi ha bisogno.
La mia dignità non si fonda sui miei meriti, ma solo sul fatto di essere un essere umano e pertanto bisognoso.
L'etica del discorso della montagna, la proposta dell'amore attivo anche in situazioni ingiuste, è la conseguenza logica dell'annuncio del regno di Dio ai poveri. la non resistenza al malvagio e l'amore del nemico non valgono solo per i rapporti interpersonali. Si giustificherebbe altrimenti una doppia morale, manifestando una scarsa coerenza con la buona notizia.
Infine Gesù interpreta la sua morte (Mc 10,45) come un atto di fedeltà per riscattare quelli che sono oppressi: "Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti". L'immagine dello stabilire il rapporto, di fondare una comunità di liberi, la si ritrova nel contesto della cena in occasione della terza coppa. Gesù alla fine sceglie di restare fedele all'annuncio del regno di Dio ai poveri, all'identificazione del suo destino con gli ultimi, al prendersi cura di coloro che hanno bisogno, anche dei nemici. L'atto finale di Gesù conferma la scelta dell'amore solidale e attivo, anche nella condivisione della malvagità, della violenza gestita dal potere, della non resistenza al malvagio.

"residuo" di violenza e intolleranza nel vangelo

Ci sono gesti e parole di Gesù (perlomeno attribuiti a lui) che legittimano la violenza in nome di Dio:<ul> <li>La distruzione della città di Gerusalemme come "vendetta" in nome di Dio contro quelli che hanno rifiutato il messia Gesù e i suoi inviati. Si parla di giorni di vendetta, emèrai ekdikèseos (Lc 21,22). Questa visione farà scuola: ebrei visti come perfidi (non credenti)... <li>L'esclusione del fratello che non si converte: "Sia per te come un pagano o un pubblicano" (Mt 18,15-18). È la scomunica. Ciò che sarà deciso avrà la conferma divina. <li>La condanna finale ed irreversibile degli empi (scenario apocalittico). "E quei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e sgozzateli davanti a me" (Lc 12,11-27) . Le espressioni "pianto" "stridor di denti" sembrano indicare rappresaglia, vendetta. Sono immagini che sembrano contraddire quelle del Dio che si prende cura dei poveri e per mezzo di loro di tutti gli esseri umani.</ul>Questa prospettiva religiosa, comprensibile nella sua intenzione (confermare con lo schema del "giudizio" la serietà della scelta religiosa ed etica) è condizionata dal modello religioso (tradizione apocalittica)? È frutto di incoerenza e contraddizioni non superate? È il tentativo di integrare il "negativo" (male storico) nel quadro dell'azione sovrana di Dio signore e giudice della storia?
Quale è il criterio per distinguere proiezioni in Dio della nostra violenza e rivelazione?

dignità personale e diritti umani nella prima chiesa (Paolo di Tarso)

Paolo ha svolto un ruolo importante nel sistematizzare l'esperienza di fede della prime comunità cristiane in Gesù riconosciuto come figlio di Dio.

la gratuità dell'autocomunicazione di Dio in Gesù Cristo

sintesi del vangelo di Paolo

Paolo presenta il suo vangelo in modo sintetico in apertura della lettera ai Romani.
Il vangelo è la buona notizia come potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del giudeo come del pagano. Unica condizione è la fede, cioè la libera apertura dell'essere umano alla iniziativa gratuita di Dio, che Paolo chiama giustizia di Dio. Rom 1,16-17: "Nel vangelo si rivela la giustizia di Dio di fede in fede, come sta scritto: il giusto vivrà mediante la fede." Per Paolo la giustizia promessa dai profeti si realizza in Gesù, che rivela e comunica l'amore di Dio a chiunque abbia fede, senza distinzioni tra pagani ed ebrei. Tutti sono peccatori e tutti sono giustificati gratuitamente in base all'iniziativa gratuita di Dio in Gesù. In Gesù è offerta la possibilità di eliminare il peccato che impedisce l'incontro con Dio, cioè la giustizia di Dio. Gesù diventa giustizia di Dio per noi, è l'amore di Dio divenuto carne nell'umanità crocefissa.

la carta costituzionale della libertà cristiana

In questo contesto è possibile cogliere il senso della dichiarazione dei diritti fatta da Paolo ai contadini della Galazia. Nella sua lettura midrashica, attualizzante, su Abramo, padre dei credenti, sostiene che come Abramo riceve la giustizia solo in forza della fede, non in quanto ebreo circonciso o in quanto osservante della legge che ancora non c'era, così anche i Galati, non ebrei, sono giusti perché hanno accolto l'evangelo, divenendo così partecipi della condizione di figli associati al destino di Gesù, mediante il battesimo: (Gal 3,26-27) "Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo" (l'abito indica la dignità di una persona: avere la dignità di Cristo) "Non c'è più giudeo né greco (discriminazione religiosa) non c'è più né schiavo né libero (discriminazione sociale: la divisione del mondo antico tra gli aventi diritto e i non aventi diritto) non c'è più né uomo né donna" (discriminazione antropologica). Con la fede che ci rende tutti figli di Dio sono tolte tutte le le differenze discriminanti. È questo l'unico testo dottrinale sulla eliminazione delle differenze discriminanti ed è il punto di arrivo di una lunga meditazione biblica volta a ricostruire lo stile dell'azione di Dio da Abramo a Gesù.

la libertà e l'amore come strutture portanti dell'etica cristiana

L'etica di Paolo è fondata su due principi: la libertà e l'amore, la libertà di amare, come Dio ci ha amati in Gesù Cristo, donata dallo Spirito Santo. È la libertà che si attua nell'amore reciproco:
"Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e no lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù (attraverso l'osservanza di precetti o di regole) ...Fratelli siete stati chiamati a libertà. Poiché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge trova la sua pienezza in un solo precetto amerai il prossimo tuo come te stesso" (Gal 5,1.13-14). La buona notizia è che l'amore è reso possibile: la libertà non è licenza, ma possibilità di mettersi in un atteggiamento di servizio reciproco.
In Rom 12,1 - 13,10 è presentato un progetto di vita per quelli che hanno fatto l'esperienza della liberazione cristiana dal peccato, dalla legge, dalla morte. Bisogna compiere la volontà di Dio offrendo la vita come un culto, e la volontà di Dio è l'amore ("amerai il prossimo tuo come te stesso". Non è solo un comandamento (tu devi) ma un dono (tu puoi).
Questo vivere secondo la volontà di Dio si esplicita in tre ambiti.

  • ognuno deve vivere secondo il proprio carisma (ministero, profezia, insegnamento...);
  • nei rapporti interpersonali la carità non abbia finzioni, ma sia accoglienza solidale e partecipe delle necessità altrui;
  • occorre vivere l'amore anche nelle situazioni di ostilità ("Benedite quelli che vi perseguitano" "non rendete a nessuno male per male" "non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all'ira di Dio. Sta scritto infatti: a me la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore. Al contrario se il tuo nemico ha fame dagli da mangiare..." La violenza è qui delegata a Dio (ma chi mi garantisce che qualcuno in nome di Dio eserciti la violenza?).

Il brano termina con il piccolo codice dei doveri civili, con l'invito ad essere sottomesso all'autorità costituita ("tutte le autorità vengono da Dio"). Si riconosce all'autorità il diritto di usare la spada (diritto di vita o di morte): sembra che il testo giustifichi l'apparato giuridico repressivo fino alla pena capitale.
È problematico questo affidare all'uomo la possibilità di contrastare il male anche con la violenza estrema del dare la morte.

residui di violenza e di intolleranza nella prima chiesa

  • La condizione precaria delle donne nelle chiese paoline. Un discepolo di Paolo affermerà che "la donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all'uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia" (1Tim 2,11-15). È certamente un residuo di violenza discriminante.
  • La rappresaglia divina nei confronti della coppia che non versa tutti i soldi nella cassa comune: è una sanzione sproporzionata, è una violenza gratuita (At 5,1-11).
  • Lo sterminio degli empi nel giudizio finale di Dio secondo l'Apocalisse (Apc 19,11-21; 20,7-10).

Si tratta di un inevitabile condizionamento culturale? Fino a che punto la proiezione della violenza distruttiva nella prospettiva escatologica la sottrae alla storia umana e alla legittimazione del suo uso mondano?
La scoperta e la valorizzazione della dignità dell'essere umano, sulla quale si innestano tutti i diritti, trovano un momento decisivo nell'esperienza di fede che riconosce l'incarnazione di Dio in Gesù Cristo. Questa esperienza di fede è storica, cioè vissuta e formulata da uomini e donne con la propria cultura e modelli religiosi.

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