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Incontri di "Fine Settimana" percorsi su fede e cultura |
Corso Biblico 2025/2026 L'amore violato |
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Stato e soggettività socialesintesi della relazione di Gian Enrico RusconiVerbania Pallanza, 26 marzo 1994 Comunità di interessi e comunità di storiaLe grandi distinzioni fra cultura cattolica, di sinistra e laica erano forse autentiche all'inizio del secolo e fino agli anni quaranta e cinquanta, ma poi si sono dissolte, anche se gli intellettuali sono rimasti legati a questi concetti che in realtà sono andati in frantumi. La cultura cattolica originariamente è stata diffidente verso lo stato, per poi assumere un atteggiamento strumentale: non si è mai identificata con lo stato, lo ha usato; così ha fatto la cultura di sinistra, a parte le utopie sulla estinzione dello stato. Entrambe queste culture tradizionali non hanno mai declinato un'idea dello stato come insieme di cittadini che hanno tra loro vincoli che si traducono nelle leggi dello stato, non hanno avuto cioè un transito nella storia autentica della modernità e del liberalismo. Noi invece non possiamo deresponsabilizzarci dello stato perché ci appartiene in quanto cittadini. E' il concetto di cittadinanza che va reso centrale in questa fase di rinnovamento. Oggi vi è molta retorica sul nuovo, sul rinnovamento, ma tutti quanti abbiamo la percezione che qualcosa è cambiato in maniera irreversibile. Ecco quindi la necessità di rendere centrale il vincolo di cittadini. "Cittadinanza" tradizionalmente è un termine che viene distinto a tre livelli: cittadinanza politica, cittadinanza civile e cittadinanza sociale, che è la fase più espansiva, perché implica il diritto alla salute, alla casa, cosa inconcepibile in una concezione classica della cittadinanza. La novità dello stato sociale moderno è l'aver esteso il concetto di diritti di cittadinanza dall'ambito politico e civile a quello sociale. Noi tendiamo a concepire i diritti di cittadinanza come "un catalogo" di diritti e non come "un vincolo" di reciprocità tra i cittadini. Ho evitato di proposito di usare il termine "doveri" perché è un modo un po' moralistico, esortativo; invece il concetto di vincolo è più forte. Mentre vi sono compatibilità nei diritti di libertà reciproca, quando si passa dai diritti fondamentali a quelli sociali c'è un problema di costo dei diritti. Il concetto di cittadinanza oggi ha raggiunto la saturazione per quanto riguarda il catalogo dei diritti legittimi. Trascurata è invece l'idea dei vincoli di cittadinanza, l'idea che ci apparteniamo tutti in quanto cittadini e che abbiamo reciprocamente dei doveri, cioè dei vincoli, dei costi di produrre i beni sociali, i beni pubblici. Ad esempio, il tema del solidarismo è stato usato in maniera impropria anche nella recente campagna elettorale: non si è detto "perché", perché i settentrionali dovrebbero assumersi l'onere di mantenere i meridionali, "perché?" Dobbiamo rispondere a questa domanda. Se la politica è solo un patto, si rompe il patto quando non conviene più. Occorre cioè introdurre un'idea diversa, oltre un puro concetto pattizio di politica. Il discorso della cittadinanza, del vincolo deve avere suoi criteri interni, non serve la motivazione religiosa o etico-laica per aiutare i più deboli. E' il concetto di "civitas " come tale che ci vincola l'un l'altro. Non si tratta di fare un discorso religioso, di tipo trascendente. Quello di "civitas" è un concetto di totale immanenza, che come tale è un vincolo. Da dove viene questo vincolo? Dalla storia che ci ha fatto comunità, altro concetto immanente. Attraverso questi concetti introduttivi si giunge all'idea apparentemente obsoleta di nazione. L'idea del vincolo che nasce da una storia viene soltanto dal formarsi di una nazione. Se si cancella l'idea di nazione storica, si cancellano le ragioni del vincolo di questa cittadinanza. La cittadinanza democratica non si basa soltanto sulla concezione pattizia in funzione della reciprocità di interessi legittimamente scioglibile quando non conviene più, ma anche su una comunità di storia. E' un argomento fragilissimo, ma decisivo, perché se cade questo non vi è nessun argomento per impedire che una comunità si sfasci o con una secessione o con forme più sottili di disimpegno rispetto all'altro. Il ragionamento: "faccia lo stato, pago le tasse, ci pensi lui", è una maniera pessima di essere cittadini, il non identificarsi con lo stato. Lo stato diventa solo un esattore fiscale, e il "va bè dia un po' di soldi a quei terroni lì che rompono l'anima", è una visione puramente funzionale, strumentale dello stato. Una definizione di nazionePer la maggioranza di noi il concetto di nazione desta sospetto, non è un concetto autoevidente come lo era per i nostri nonni, bisnonni; tre o quattro generazioni fa la nazione era la patria, ora è un concetto che noi italiani abbiamo dimenticato, non certo gli anglosassoni o i francesi, un po' meno i tedeschi. In tutta Europa da qualche anno ci si chiede cosa vuol dire essere nazione; non è solo un problema nostro per colpa della lega. Il fenomeno leghista con le sue provocazioni era già un sintomo di qualcosa. Praticamente è da cinquant'anni che in Italia la cultura che conta ha abbandonato l'idea di nazione confondendola con il nazionalismo. In certo senso è stato un bene questo lungo silenzio perché ci consente di ricominciare, di riaprire un discorso dopo una lunga decantazione delle cose più pesanti. Oggi possiamo affrontare da un punto di vista nuovo il problema, perché siamo davanti alla possibilità che questa nazione cessi di essere tale o scopra di non essere tale. Gli italiani si sono chiesti confusamente che cosa voglia dire essere italiani in questi ultimi tempi e sono stati abbandonati dagli intellettuali, nessuno ha trovato una risposta a questi interrogativi. C'è stato un nebuloso "sfasciamo tutto, non siamo mai stati nazione" a livello di subcultura e nessun intellettuale ha dato una risposta seria a questo interrogativo che circola; la campagna elettorale è stata piena di tricolore, ma nessuno sa bene cosa significhi essere nazione. Si tira fuori il tricolore per bloccare l'avversario; ma argomenti non ce ne sono. Si è parlato di federalismo, ma nel suo risvolto fiscale.
Corruzione e inefficienza come patologiaQuando la politica, poiché la nazione non è un concetto apolitico fatto di buoni sentimenti, produce inefficienza e corruzione si intaccano i vincoli stessi che tengono insieme una nazione. E' il senso di reciproca appartenenza che non è più sentito come valore, ma anzi come disvalore. Il momento della inefficienza politica e della corruzione è una patologia che va al cuore stesso di una comunità nazionale e vengono fuori fenomeni disgregativi fino all'estremo dell'ipotetica secessione. Uno stato efficiente non produce forme centrifughe. Una nazione democratica è fatta di radici etnoculturali e di ragioni politiche di convivenza. Ma le radici si possono seccare e strappare, le ragioni si possono smarrire. Tanto più in un paese come il nostro dove la democrazia è maturata faticosamente dopo aver tentato altrettanto faticosamente di diventare nazione. Quando il tessuto politico istituzionale di una nazione così costruita si sfilaccia non è strano che nasca la voglia di cercare o di inventare radici più originarie rispetto alla nazione storica e così vengono fuori le etnie, quella lombarda, piemontese, napoletana. Concetto di etnia
L'etnodemocrazia
Le proposte di macroregioni
Senso concreto di cittadinanzaTornando alle osservazioni di partenza, le riflessioni fatte fino adesso indicano come la democrazia per funzionare abbia bisogno di lealtà e virtù civiche. Le persone colte, intellettuali, fanno discendere il principio del solidarismo civico da un concetto di cittadinanza astratta; in realtà le persone civili normali hanno un'altra strategia, accettano la solidarietà e il solidarismo in quanto si identificano con un territorio, con una comunità per cui il civismo è semplicemente un modo di essere con gli altri concreto. La virtù civica non discende dal principio generale, ma da un processo di identificazione storica. Quando questa non ha più come referente la nazione, ma soltanto il piccolo paese, c'è il rischio che venga meno anche il senso civico; il riferimento alla nazione non è una ciliegina in più, è nella sostanza del concreto solidarismo. Anche la democrazia è nata storicamente dentro a una storia nazionale; la nazione, che viene spesso presentata come principio antiuniversalistico, in realtà è stata storicamente il veicolo della democrazia di fatto. Di qui lo stretto nesso tra i concetti di cittadinanza, di democrazia e di nazione. Storia e memoriaRicostruire una memoria comune
"Quanto indietro" si deve andare?
Patriottismo costituzionaleUn altro modo di dire queste cose è il concetto di patriottismo costituzionale. Tale patriottismo ha di mira non i confini sacri della patria, ma una costituzione che è l'insieme delle regole dei cittadini. La costituzione diventa come il simbolo della cittadinanza, della sua storia. In questo senso la nostra patria è la costituzione (somiglianze con l'esperienza americana). Il patriottismo costituzionale è un bel concetto che va bene un po' per tutte le nazioni purché non sia visto contrapposto all'idea tradizionale di nazione. Il patriottismo costituzionale sussume sotto di sé l'idea tradizionale e la sublima, la sviluppa, l'articola; questo concetto può essere usato per certi aspetti per interpretare i sentimenti dei costituenti o di quella minoranza che dalla resistenza è passata alla costituzione seguendo anche un sentimento patriottico. Questa espressione non viene usata direttamente, ma ci sono tanti modi di esprimersi che assomigliano a questo concetto. Possiamo assumerlo per intendere il nostro senso di identificazione nazionale. Patriottismo costituzionale, definizione della nazione come vincolo dei cittadini su storia e memoria, oppure radici, sono tutti modi diversi di dire lo stesso concetto. DISCUSSIONE
Conosco Miglio da tanti anni ed ora noto che si è irrigidito su alcune componenti illiberali, che ci sono sempre state nel suo pensiero, anche quando faceva solo il professore. Bisogna allargare il discorso alla repubblica accademica nel senso che Miglio ha sempre esposto queste idee ai colleghi, i quali le consideravano come una esercitazione accademica da parte di uno studioso che non è passato attraverso la rivoluzione borghese, francese, ma salta dal seicento all'oggi. Quando è passato dall'esercizio accademico, in cui si può essere tanto machiavellici quanto hobbesiani, all'applicazione dellle teorie alla politica, nessuno è riuscito a tenergli testa nel senso che, ad es., Bobbio non è sceso in campo contro di lui; è come se ci fosse una complicità un po' imbarazzante tra gli accademici. Io non sopravvaluterei Miglio perché le sue idee non sono praticabili, non ha capacità propositive. C'è una certa irresponsabilità degli accademici italiani. Rimane la risonanza data dai giornali, il narcisismo indotto dai mass media. Complessivamente la sua figura non dovrebbe rappresentare un effettivo pericolo per una involuzione democratica. L'intellettuale italiano accede ai mass media più degli altri in Europa; in Germania i casi di universitari che scrivono sui giornali è rarissimo, in Francia sono un po' di più, in Italia su dieci editoriali sette sono scritti da professori universitari. Però o si scrive da professore universitario ed in tal caso occorre essere precisi, rigorosi, ma si subisce l'interferenza del direttore, oppure si scrive da pubblicista, come fa Panebianco che non è più in questa veste il professore, ma uno che ha scelto una certa strategia comunicativa. L'esperto, quando scrive sui giornali, deve sottoporsi ad una logica comunicativa. La classe politica poi usa gli intellettuali, ma non li prende sul serio. Ad esempio tutti gli intellettuali erano contrari all'attuale legge elettorale. Gli intellettuali hanno una immagine di prestigio, ma influiscono molto poco, anzi si fanno prendere in giro dai politici. Il dibattito istituzionale c'è stato, ma è stato dirottato, reso innocuo. Il nostro paese ha una bassa cultura istituzionale perché non ci siamo mai occupati di questo aspetto pensando che la democrazia sia un problema di buona volontà, invece è un meccanismo istituzionale. Stiamo scoprendo tardivamente l'importanza delle regole e delle istituzioni come tali. I francesi hanno una capacità di modifica istituzionale molto più sviluppata dela nostra e la classe politica si è assuefatta alla rilevanza del meccanismo istituzionale.
Occorre rileggere le storie che già conosciamo in modo diverso. Per quanto riguarda la prima guerra mondiale occorre rivisitare le cose già studiate; ci è stata consegnata una storia difficilmente comprensibile, ci viene detto che il Parlamento è stato costretto a fare questa entrata però non c'è un giudizio negativo, perché nessuno osa, ci sono gli eroismi ecc. Basterebbe esplicitare, soprattutto narrare, raccontare in maniera diversa cose che in fondo sappiamo già, non servono nuovi documenti. Sulla resistenza mi ha aiutato molto il libro di Pavone "Una guerra civile", con la sua idea delle tre guerre. Spiega che la Resistenza era tante cose contemporaneamente. C'è l'intreccio delle motivazioni patriottiche e sociali dietro cui sta l'organizzazione partitica che gestisce questo complesso di motivi. Poi c'è anche la popolazione che sta ad ascoltare. Mettendo assieme queste cose si scopre che la resistenza dà luogo a idee diverse di costruzione democratica: la democrazia liberale, comunista, cristiana. Ciascuno mette in moto una sua idea di democrazia. Ma quello che succede è che lo scontro di queste idee di democrazia fa funzionare per la prima volta la democrazia senza aggettivi. Senza saperlo si impara a far funzionare la democrazia in un confronto fra diversità in cui ciascuno tiene ferma la propria idea. La resistenza perde il suo carattere mitico e diventa un convergere di impulsi apparentemente contraddittori che danno luogo a qualcosa che funziona nelle differenze. E' possibile mantenere il carattere fondativo della resistenza, sapendo che è stata minoritaria, che la popolazone stava a guardare e che quindi in qualche modo va ridimensionata, ma riconoscendo che è stato quel meccanismo che ha consentito la nascita della repubblica. Si va così all'essenziale perché attraverso quel meccanismo i diversi impulsi contraddittori, tendenzialmente distruttivi di una guerra civile, si combinano e viene fuori la democrazia senza aggettivi, sia pure gestita dai partiti. Si mantiene il riferimento ideale fondante, ma si rinuncia al mito. Così, per analogia, la guerra mondiale è una grande esperienza di un popolo che si ritrova, ma attraverso la rabbia, il sangue, le rivolte. Tanti impulsi apparentemente contraddittori nella loro interazione danno luogo ad un fenomeno positivo e noi assumiamo entrambi i passaggi. Non è il provvidenzialismo storicistico, ma la ricostruzione di una unità in cui ci identifichiamo perché ci riconosciamo dentro le nostre contraddizioni, le parti confliggenti che alla fine hanno prodotto qualcosa da cui siamo usciti. Più che una ricerca storiografica si tratta di riflessioni, di rielaborazione di quello che sappiamo già. Anche la storia europea è fatta di memorie divise, di inimicizie diventate cultura, di conflitti terribili. Il recente ritorno di ostilità franco-tedesche viene da radici profondissime, l'Europa è ancora divisa nonostante la retorica dei nostri burocrati. Una storia europea che tenga insieme le contraddizioni non esiste. Abbiamo cancellato gli insulti reciproci però restano sulle nostre lapidi perché non si potrà nascondere "la ferocia tedesca", le Fosse ardeatine, anche se i riferimenti spariscono nei discorsi ufficiali. Noi sappiamo cosa è successo in via Rasella, cosa è successo alle Fosse ardeatine, che è stato condannato Kappler e sappiamo pure che è scappato; chi riesce a mettere assieme tutto? questa è la sfida. Dobbiamo tentarlo perché i nostri ragazzi non potranno farlo essendo più ignoranti di noi, non hanno elementi. Non è un problema di ricerca, ma di rimemorizzazione, riflessione dal punto di vista a cui siamo arrivati. Ancora più difficile è affrontare il nodo della pubblica amministrazione, il luogo per eccellenza in cui il pubblico doveva esprimersi come servizio è il bubbone più scandaloso del nostro stato ed anche il luogo in cui il carattere degli italiani viene fuori in maniera più deteriore. Come si possa fare ad affrontare questi problemi non lo so, cominciamo a dirci che abbiamo trovato un elemento non artificioso per un compito trasversale che non è di destra nè di sinistra.
Rielaborare il passato significa non conservare una memoria in senso passivo perché altrimenti, mantenendo le memorie nazionali non verrà fuori nessuna Europa. Dobbiamo rivedere le nostre memorie tenendo conto che nel frattempo abbiamo guadagnato il livello di cittadinanza europea. Non possiamo ricordarci semplicemente della nostra guerra, ma ricordarcene assieme agli austriaci. Bisogna ritornare sul passato per correggere il momento antagonistico, etnocentrico, rivederne i limiti, perché nel frattempo ti allei con l'ex nemico. Il ritorno sulla storia in una memoria elaborata che poi diventa comunicazione, narrazione, pone una sfida più difficile, non perché si falsifichi, ma poichè la memoria europea è una memoria divisa. Dobbiamo fare una elaborazione che non rinneghi i momenti nazionali, ma superi il conflitto in una visione superiore, senza nascondere ciò che è stato. E' un processo lunghissimo che non so se faremo, può darsi che dimenticheremo. Uno dei libri più interessanti scritti sulla nazione che si avvicinano in parte a quanto ho detto è stato scritto da Ernest Renan "Che cosa è una nazione", un saggio uscito anche in Italia da Donzelli, in cui accanto alla contingente retorica francese del secolo scorso, l'autore fa alcune considerazioni molto affascinanti, fra cui la celebre frase "la nazione è un plebiscito di tutti i giorni", che esprime il concetto civico della volontà di essere nazione. Il contesto della frase è molto sofisticato, vi entrano la memoria e l'oblio. In alcune osservazioni dice che le nazioni diventano tali se si dimenticano certi massacri (si riferisce alla notte di San Bartolomeo). Più che dimenticare occorre rielaborare il trauma; trasferendo il concetto in Italia si tratta di rielaborare ad esempio la lotta selvaggia al banditismo del sud o la criminalizzazione della rivolta del sud. Si crea così un rapporto più critico verso la storia. Per tornare all'Europa, se manca questo processo di rielaborazione si avrà un'Europa magari efficiente sul piano economico, ma molto Eurodisneyland, molto agenzia di viaggio. Possiamo anche non farlo perché le civiltà possono anche morire ed una strada per esaurirsi è perdere questa memoria, non elaborare più il passato, che è poi il destino che hanno i nostri ragazzi perché nessuno riesce più a comunicare loro il senso di continuità storica. Quando una nazione può cessare di esserlo, rimane una bella associazione di interessi, tanti bei supermarkets ed una sopravvivenza tutta artificiosa del passato, turistica appunto. La cultura di massa apparentemente distribuisce conoscenze storiche, ma in realtà fa l'opposto di quanto diciamo qui.
Il recupero della dimensione nazionale non ha nulla a che vedere con un processo di allontanamento dall'Europa. Le nazioni europee per ragioni diverse stano facendo un lavoro simile a quello qui tracciato. La cultura francese, la cultura tedesca, motivate da stimoli diversi, si stanno interrogando sulla loro stessa identità. In Francia c'è la sfida dell'immigrazione di carattere islamico, le contraddizioni della storia di Vichy (è in atto la scoperta di questo capitolo completamente rimosso del collaborazionismo dei francesi con i tedeschi). In Germania c'è il problema del passato terribile. In entrambi i casi è il passato che viene addosso al presente e costringe le culture a riflettere su loro stesse. Il nostro discorso tipicamente italiano ha queste assonanze con le altre culture nazionali europee, perché tutti hanno simili problemi stimolati da questioni diverse e tutti hanno gli stessi paradigmi: salvare il momento nazionale e non perdere di vista l'obiettivo comune. Lungi dal pensare che un ripensamento del momento nazionale sia una chiusura all'Europa. Anzi è una maniera di confermare l'importanza dell'opzione europea purchè non sia soltanto un'operazione puramente tecnocratica, economica o politica per quanto importante, ma anche culturale, e questo non è una cosa automatica. E' un'operazione da costruire in base alla sintonizzazione delle proprie storie e delle proprie culture. Non si può pensare che basti andare a Parigi, che i francesi vengano in Italia, si scambino le scuole e tutto diventa Europa. Se non c'è un momento riflessivo rimane turismo.
Rimane inteso che il concetto di nazione è strettamente legato all'idea di democrazia, che non è un dato acquisito di per sé, anche la democrazia può tornare indietro. Il vincolo di cittadinanza vuol dire che in una comunità con squilibri o geografici o sociali,il superamento dello squilibrio appartiene all'idea stessa di cittadinanza; non ci si può sentire cittadini se il proprio concittadino è in condizioni sociali inaccettabili. Non c'è bisogno di ricorrere all'idea del socialismo o del solidarismo per dire che se si appartiene ad una comunità storica si è vincolati moralmente a superare le differenze. Il riaffermare il momento unitario nazionale non vuol dire affermare un sistema di governo o statale centralistico. La nazione di cui abbiamo parlato può benissimo coesitere con un sistema federale o regionale. La Germania è una repubblica federale e nessuno si sogna di negare il momento unificante. Sia ben chiaro che non si può usare il federalismo come arma punitiva della nazione; una nazione che si riconosce come tale al suo interno si dà la struttura che vuole. E' probabile che la struttura federale serva di più a far sentire la cittadinanza. Il federalismo non è neppure un modo di sottrarsi alla responsabilità nei confronti di regioni diverse; nel principio federale tedesco parlando dei Länder che sono autonomi la costituzione tedesca dice che deve valere l'omogeneità dei livelli di vita di tutti i cittadini; nel momento in cui viene affermato il principio federale si afferma contemporaneamente il diritto e il dovere dello stato centrale di intervenire a correggere sperequazioni tra i Länder. Il federalismo non è l'ultimo trucco per arroccarsi e non correggere gli squilibri.
Lo storico Silvio Lanaro ha scritto "Italia nuova" qualche anno fa e poi "Storia dell'Italia repubblicana" che cerca di riproporre la storia republicana in chiave di cittadinanza ecc. C'è stato un convegno a Trieste nel settembre 93 con Spadolini, De Felice, Galli della Loggia intitolato "Nazione e nazionalità in Italia", di cui usciranno gli atti da Laterza; in esso si è evidenziato l'imbarazzo di questo problema perché nessuno vuole ricostruire un nuovo mito della nazione sia pure democratica. Lo snodo storico forse più importante è l'8 settembre che è la data chiave della catastrofe di questa nazione; il punto più basso della nazione, ma anche il punto in cui alcuni reagiscono e vanno in montagna anche per la vergogna del crollo. Lo studio dell'8 settembre, anche come fatto simbolico, è molto interessante per capire la catastrofe della nazione precedente e il barlume di una nuova nazione che poi si perde per strada. La storia non si fa raccontando i fatti, ma a partire da alcuni assunti ricostruttivi. L'8 settembre è la fine del grande ciclo risorgimentale e però contiene gli spunti per una nuova idea di nazione. Pavone è l'unico che ha capito di avere in mano uno strumento che poteva essere rivoluzionario, ma ha avuto paura; Pavone è uno storico che potrebbe aiutare a fare questo processo di ricostruzione. Oggi gli storici si stanno interrogando su come invertire una storiografia puramente lamentosa sulla storia nazionale. Da tanti sintomi si capisce che gli storici più attenti stanno cercando di avviare un discorso in grado di mandare indicatori non puramente autodenigratori, ma in qualche modo propositivi. |