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Stato e soggettività sociale

sintesi della relazione di Gian Enrico Rusconi
Verbania Pallanza, 26 marzo 1994

Comunità di interessi e comunità di storia

Le grandi distinzioni fra cultura cattolica, di sinistra e laica erano forse autentiche all'inizio del secolo e fino agli anni quaranta e cinquanta, ma poi si sono dissolte, anche se gli intellettuali sono rimasti legati a questi concetti che in realtà sono andati in frantumi. La cultura cattolica originariamente è stata diffidente verso lo stato, per poi assumere un atteggiamento strumentale: non si è mai identificata con lo stato, lo ha usato; così ha fatto la cultura di sinistra, a parte le utopie sulla estinzione dello stato. Entrambe queste culture tradizionali non hanno mai declinato un'idea dello stato come insieme di cittadini che hanno tra loro vincoli che si traducono nelle leggi dello stato, non hanno avuto cioè un transito nella storia autentica della modernità e del liberalismo. Noi invece non possiamo deresponsabilizzarci dello stato perché ci appartiene in quanto cittadini. E' il concetto di cittadinanza che va reso centrale in questa fase di rinnovamento. Oggi vi è molta retorica sul nuovo, sul rinnovamento, ma tutti quanti abbiamo la percezione che qualcosa è cambiato in maniera irreversibile. Ecco quindi la necessità di rendere centrale il vincolo di cittadini. "Cittadinanza" tradizionalmente è un termine che viene distinto a tre livelli: cittadinanza politica, cittadinanza civile e cittadinanza sociale, che è la fase più espansiva, perché implica il diritto alla salute, alla casa, cosa inconcepibile in una concezione classica della cittadinanza. La novità dello stato sociale moderno è l'aver esteso il concetto di diritti di cittadinanza dall'ambito politico e civile a quello sociale. Noi tendiamo a concepire i diritti di cittadinanza come "un catalogo" di diritti e non come "un vincolo" di reciprocità tra i cittadini. Ho evitato di proposito di usare il termine "doveri" perché è un modo un po' moralistico, esortativo; invece il concetto di vincolo è più forte. Mentre vi sono compatibilità nei diritti di libertà reciproca, quando si passa dai diritti fondamentali a quelli sociali c'è un problema di costo dei diritti. Il concetto di cittadinanza oggi ha raggiunto la saturazione per quanto riguarda il catalogo dei diritti legittimi. Trascurata è invece l'idea dei vincoli di cittadinanza, l'idea che ci apparteniamo tutti in quanto cittadini e che abbiamo reciprocamente dei doveri, cioè dei vincoli, dei costi di produrre i beni sociali, i beni pubblici. Ad esempio, il tema del solidarismo è stato usato in maniera impropria anche nella recente campagna elettorale: non si è detto "perché", perché i settentrionali dovrebbero assumersi l'onere di mantenere i meridionali, "perché?" Dobbiamo rispondere a questa domanda. Se la politica è solo un patto, si rompe il patto quando non conviene più. Occorre cioè introdurre un'idea diversa, oltre un puro concetto pattizio di politica. Il discorso della cittadinanza, del vincolo deve avere suoi criteri interni, non serve la motivazione religiosa o etico-laica per aiutare i più deboli. E' il concetto di "civitas " come tale che ci vincola l'un l'altro. Non si tratta di fare un discorso religioso, di tipo trascendente. Quello di "civitas" è un concetto di totale immanenza, che come tale è un vincolo. Da dove viene questo vincolo? Dalla storia che ci ha fatto comunità, altro concetto immanente. Attraverso questi concetti introduttivi si giunge all'idea apparentemente obsoleta di nazione. L'idea del vincolo che nasce da una storia viene soltanto dal formarsi di una nazione. Se si cancella l'idea di nazione storica, si cancellano le ragioni del vincolo di questa cittadinanza. La cittadinanza democratica non si basa soltanto sulla concezione pattizia in funzione della reciprocità di interessi legittimamente scioglibile quando non conviene più, ma anche su una comunità di storia. E' un argomento fragilissimo, ma decisivo, perché se cade questo non vi è nessun argomento per impedire che una comunità si sfasci o con una secessione o con forme più sottili di disimpegno rispetto all'altro. Il ragionamento: "faccia lo stato, pago le tasse, ci pensi lui", è una maniera pessima di essere cittadini, il non identificarsi con lo stato. Lo stato diventa solo un esattore fiscale, e il "va bè dia un po' di soldi a quei terroni lì che rompono l'anima", è una visione puramente funzionale, strumentale dello stato.

Una definizione di nazione

Per la maggioranza di noi il concetto di nazione desta sospetto, non è un concetto autoevidente come lo era per i nostri nonni, bisnonni; tre o quattro generazioni fa la nazione era la patria, ora è un concetto che noi italiani abbiamo dimenticato, non certo gli anglosassoni o i francesi, un po' meno i tedeschi. In tutta Europa da qualche anno ci si chiede cosa vuol dire essere nazione; non è solo un problema nostro per colpa della lega. Il fenomeno leghista con le sue provocazioni era già un sintomo di qualcosa. Praticamente è da cinquant'anni che in Italia la cultura che conta ha abbandonato l'idea di nazione confondendola con il nazionalismo. In certo senso è stato un bene questo lungo silenzio perché ci consente di ricominciare, di riaprire un discorso dopo una lunga decantazione delle cose più pesanti. Oggi possiamo affrontare da un punto di vista nuovo il problema, perché siamo davanti alla possibilità che questa nazione cessi di essere tale o scopra di non essere tale. Gli italiani si sono chiesti confusamente che cosa voglia dire essere italiani in questi ultimi tempi e sono stati abbandonati dagli intellettuali, nessuno ha trovato una risposta a questi interrogativi. C'è stato un nebuloso "sfasciamo tutto, non siamo mai stati nazione" a livello di subcultura e nessun intellettuale ha dato una risposta seria a questo interrogativo che circola; la campagna elettorale è stata piena di tricolore, ma nessuno sa bene cosa significhi essere nazione. Si tira fuori il tricolore per bloccare l'avversario; ma argomenti non ce ne sono. Si è parlato di federalismo, ma nel suo risvolto fiscale.
Una nazione può cessare di esserlo perché non è una struttura statuale, fissa, indistruttibile, non è neppure un dato etnico disancorato dalle sue forme politiche, la nazione democratica è una costruzione storica complicata, fatta di cultura e di storia condivise, di consenso manifestato e corrisposto, basato sulla reciprocità fra i cittadini. La nazione non è un concetto facile, anche se può sembrare tale, come quando si ricorre alla formula "lo straniero" che automaticamente induce a tirare giù la saracinesca: noi e loro. Lo straniero è inteso come l'altro, il contro, il fuori, il non nazionale. La definizione di nazione è complicata, ma esiste: è il vincolo di cittadinanza motivato da lealtà e da memoria comune. Il dramma di oggi è che viene meno progressivamente la memoria storica e quindi il perché stiamo insieme. Soltanto attraverso questo intreccio di motivi si instaura la politica democratica, l'intelaiatura istituzionale di una nazione di cittadini che va distinta da una nazione di mezzi cittadini quale era, ad es., durante il fascismo. Durante il fascismo la nazione italiana in qualche modo c'era, ma non in senso forte; oggi è la prima volta che ci si presenta l'occasione per essere una nazione di cittadini. Non è il grande riflusso, il ritorno della religione, della famiglia ed allora anche della patria. Le parole sono vecchie, ma la concettualizzazione sta cambiando.

Corruzione e inefficienza come patologia

Quando la politica, poiché la nazione non è un concetto apolitico fatto di buoni sentimenti, produce inefficienza e corruzione si intaccano i vincoli stessi che tengono insieme una nazione. E' il senso di reciproca appartenenza che non è più sentito come valore, ma anzi come disvalore. Il momento della inefficienza politica e della corruzione è una patologia che va al cuore stesso di una comunità nazionale e vengono fuori fenomeni disgregativi fino all'estremo dell'ipotetica secessione. Uno stato efficiente non produce forme centrifughe. Una nazione democratica è fatta di radici etnoculturali e di ragioni politiche di convivenza. Ma le radici si possono seccare e strappare, le ragioni si possono smarrire. Tanto più in un paese come il nostro dove la democrazia è maturata faticosamente dopo aver tentato altrettanto faticosamente di diventare nazione. Quando il tessuto politico istituzionale di una nazione così costruita si sfilaccia non è strano che nasca la voglia di cercare o di inventare radici più originarie rispetto alla nazione storica e così vengono fuori le etnie, quella lombarda, piemontese, napoletana.

Concetto di etnia
Bisogna stare molto attenti, il concetto di etnia che è entrato nel nostro linguaggio colto era stato sviluppato nelle scienze antropologiche come surrogato di un'altra parola diventata oscena: razza. Sostanzialmente si tratta della stessa cosa, un insieme di dati che segnano profondamente la differenza rispetto ad altri, perché le differenze ci sono. E' patetico sentire i nostri ragazzi che dicono: non esistono le razze; esistono, ma il problema è non metterle una sopra, una sotto, una superiore, una inferiore. Il concetto di etnia, allontanandosi dalla scienza antropologica, ha assunto un significato di culture diverse, di linguaggi diversi, di costumi diversi. Si può infatti parlare di etnia fiamminga nel senso che lo stato belga è un paese inventato dalle potenze di allora per ragioni di equilibrio geopolitico che hanno messo assieme due popoli (valloni e fiamminghi) con lingue, esperienze, culture diverse, solo la religione in comune. Per centocinquanta anni questi due popoli hanno convissuto abbastanza bene, anche se in realtà la parte francofona ha prevalso sulla parte fiamminga. Poi la demografia ha giocato a favore dei fiamminghi, i quali si sono dimostrati più attivi dei valloni e, dopo aver imposto la parità delle lingue, stanno ora spingendo verso una virtuale, se non separazione, almeno trasformazione dello stato in confederazione, cioè di due stati che stanno assieme. Questa storia molto istruttiva viene usata in maniera scorretta da noi, quando i nostri leghisti dicono di fare come il Belgio; la Lombardia non è la Fiandra. L'esempio del Belgio è molto importante, in Belgio c'è la più grande università cattolica a Lovanio che è spaccata in due, una fiamminga, una francofona, con un rettore ed una biblioteca fiamminghi ed un rettore e una biblioteca francesi. E' una cosa scandalosa trattandosi di una università cattolica, ma esprime la potenza di identificazione etnolinguistica. Noi italiani sottovalutiamo la potenza della lingua perché siamo monolingui non ostante i nostri dialetti e vogliamo fare gli universalisti perché non riusciamo a capire, ad esempio, l'esigenza del Quebec che sta sfasciando il Canada perché vuole promuovere e rendere esclusivo nel suo territorio il francese; a noi sembrano fenomeni aberranti eppure il Quebec è uno dei paesi più avanzati del mondo. Bisogna prendere atto di questi indicatori etnolinguistici. Possiamo scandalizzarci, ma è un fatto che non segue la logica economica, è solo una autoaffermazione identitaria. L'etnia è una cosa seria, il riferimento alla Bosnia non è pertinente, perché la terribile storia della Jugoslavia si spiega con tante altre cose e non soltanto con la riemergenza delle etnie. Quando una nazione storica per varie ragioni si indebolisce ecco che viene fuori qualcosa di più originario.

L'etnodemocrazia
Dietro all'autoaffermazione etnica spesso si hanno forme etnodemocratiche: democrazia a casa mia e con chi voglio io. In Italia si vogliono formare regioni chiuse in sé che sono obiettivamente forme di limitazione del principio universalistico della democrazia, non negazione; ci sono già alcune etnodemocrazie in atto nel nostro paese. Noi stiamo vivendo, tradotti in italiano, fenomeni che sono presenti in altre parti del mondo. Non sono nazionalismi di tipo fascistoide come negli anni trenta e quaranta nell'Europa orientale, in Polonia, in Ungheria, in Jugoslavia; ora il principio democratico c'è, ma è un principio che limita. Laddove i confini sono netti questo problema non viene fuori, per es. in Polonia, dove c'è stata la pulizia etnica con l'eliminazione dell'unica minoranza, gli ebrei, attraverso l'olocausto. Invece la Lituania, che non dà i diritti alla consistente minoranza di cittadini russi, è una tipica forma di etnodemocrazia; tutti sono democratici in Lituania salvo i russi che vi abitano. Un altro esempio è Israele. In Italia l'eventualità da scongiurare è che si formino forme etnodemocratiche regionali, di chiusura, limitative. Per certi aspetti vi sono nel nostro paese componenti etnocentriche molto camuffate. In una regione che può sembrare assolutamente innocua come il Trentino vi sono norme secondo cui possono votare solo coloro che ivi risiedono da tre o cinque anni, oppure che nelle scuole devono insegnare professori trentini e che i programmi di storia devono dedicare un certo numero di pagine alla storia locale. Sono cose ragionevoli, ma che rischiano di introdurre meccanismi etnocentrici. E' un discorso giusto il riappropriazione della propria storia, ma tra questo e che ciascuno decida di fare ciò che vuole, ne corre. Il problema è ricostituire un momento unificante di queste differenze. Si deve superare uno statalismo nazionale di centro che ormai è giunto alla fine della sua capacità senza creare una pura e semplice controtendenza.

Le proposte di macroregioni
Le macroregioni di cui si parla impongono che si trovi un giusto equilibrio fra il momento nazionale ed il momento regionale. Il leghismo può generare una sorta di trinceramento ("volete la nazione? tenetevela!; volete il meridione? tenetevelo; noi ci chiudiamo in casa nostra) una iperautonomizzazione, l'etnocentrismo. Non è una cosa che si possa contestare, dato che ci sono dei cittadini che hanno deciso così: la democrazia è una cosa seria. Bisogna convincere i cittadini, far vedere che i fenomeni di separatismo sono dannosi per i lombardi stessi.

Senso concreto di cittadinanza

Tornando alle osservazioni di partenza, le riflessioni fatte fino adesso indicano come la democrazia per funzionare abbia bisogno di lealtà e virtù civiche. Le persone colte, intellettuali, fanno discendere il principio del solidarismo civico da un concetto di cittadinanza astratta; in realtà le persone civili normali hanno un'altra strategia, accettano la solidarietà e il solidarismo in quanto si identificano con un territorio, con una comunità per cui il civismo è semplicemente un modo di essere con gli altri concreto. La virtù civica non discende dal principio generale, ma da un processo di identificazione storica. Quando questa non ha più come referente la nazione, ma soltanto il piccolo paese, c'è il rischio che venga meno anche il senso civico; il riferimento alla nazione non è una ciliegina in più, è nella sostanza del concreto solidarismo. Anche la democrazia è nata storicamente dentro a una storia nazionale; la nazione, che viene spesso presentata come principio antiuniversalistico, in realtà è stata storicamente il veicolo della democrazia di fatto. Di qui lo stretto nesso tra i concetti di cittadinanza, di democrazia e di nazione.

Storia e memoria

Ricostruire una memoria comune
Storia e memoria sono parti integranti del sentirsi e del riconoscersi nazione. Nella cultura italiana di oggi una delle lacune più evidenti è l'incapacità di raccontare la storia nazionale in modo convincente tale da creare identificazione pur nelle immense contraddizioni della nostra storia. La storia comune non è diventata un momento costitutivo del "discorso pubblico". Così non era evidentemente nelle generazioni passate, quando per la prima volta l'élite intellettuale liberale ha tentato di fare gli italiani, come diceva d'Azeglio, facendo riferimento alla storia e trovando l'opposizione delle due grandi subculture socialista e cattolica. Poi il fascismo ha abusato di questo processo ed è facile dire che, per contraccolpo, con la repubblica nessuno ha osato più raccontare la storia. Ci sono naturalmente bellissimi libri di storia, i nostri storici sanno analizzare il risorgimento in tutte le sue parti, ufficiali e non, le contraddizioni della prima guerra mondiale - noi abbiamo una storiografia di prima qualità - ma nessuno è riuscito a raccontare complessivamente queste storie; e soprattutto il vero problema è a livello di scuola e di mass media. Negli Stati Uniti ci sono fortissime contraddizioni sociali ed etniche che col passare degli anni si accentuano, ciascun americano è qualcosa d'altro, italo, afro, latino, tedesco, indiano-americano, i più americani discendono dagli inglesi, però esiste contemporaneamente un grandissimo senso di identità nazionale, il sentirsi americani e l'orgoglio di esserlo, di cui è simbolo la bandiera. Una della cose che colpiscono noi quando andiamo in America è non solo la presenza, ma il rispetto della bandiera simbolo della costituzione e la costituzione è il fondamento sacro della repubblica americana. Il processo di identificazione deriva dal fatto che il voler diventare americani era una scelta. Uno dei segreti è Hollywood, l'enorme capacità della macchina cinematografica di mandare messaggi di autoidentificazione. La storia del West, uno dei grandi miti fondanti, è stata inventata al cinema; la narrazione della guerra civile ha prodotto fumettoni che sono splendidi nel comunicare la storia privata e la storia pubblica ed il loro intrecciarsi nel fare la nazione. Noi ridicolizziamo questi films, come "Via col vento", eppure sono fondamentali nel creare il meccanismo dell'identificazione. Così pure la guerra del Vietnam, feroce, sballata, in dieci films è stata raccontata in ogni suo risvolto: le tragedie, gli eroismi, le vergogne di quell'esperienza. In Italia i grandi registi, gli scrittori, i grandi filosofi non hanno mai affrontato il problema del senso della nazione, la cultura non ha preso in considerazione questo concetto, questa problematica. Ecco perché facciamo così fatica a mettere in moto meccanismi di civismo. Ci mancano gli strumenti culturali. Non so se debba essere lo storico, o lo scrittore, o il regista a raccontare una storia di comunanza fatta non soltanto di letteratura, di armi e di sangue, ma di lavoro e di fatiche comuni, di migrazioni, di rimescolamenti interni da cui si sono prodotti legami che non possono essere spezzati senza ferire l'identità storica degli italiani del nord come del sud. La memoria storica deve essere critica, senza abbellimenti, ma solidale perché noi ci portiamo dentro questa storia. Non è un appello patrio di retorica: dobbiamo assumerci le nostre contraddizioni. Senza la ricostruzione di un senso comune, in Italia non si creerà alcun senso di appartenenza.

"Quanto indietro" si deve andare?
Un altro problema del ricostruire la memoria storica comune è quanto indietro si debba andare: al Risorgimento? Alla cesura della Grande Guerra? Alla Resistenza e quindi alla nascita della repubblica? Oppure agli anni della ricostruzione postbellica e della modernizzazione selvaggia degli anni '50 e '60 e '70 che in genere sono studiati soltanto sotto il profilo socioeconomico e dello scontro partitico, mai nel venir meno di residui di vincolo? Non sono domande retoriche. Non so se si debba cominciare dal Risorgimento; l'unica obiezione che si fa è che è stato fatto da un'élite, ma era inevitabile in una popolazione costituita da un novanta per cento di analfabeti. Il sottolineare il sentimento del popolo è pura retorica. Le discriminanti erano repubblica o monarchia, non il fatto che fosse imposta dall'alto. L'occasione mancata è stata piuttosto una struttura meno centralista e statalistica anziché regionale e federale, anche se, nella tradizione cavouriana c'era questa ipotesi; il governo Minghetti aveva sul tavolo un progetto regionale più moderno di quello attuato nei nostri anni settanta. In realtà la classe politica era spaventata dalle difficoltà enormi (c'era stata un'unificazione accelerata, incontrollata), temeva a torto o a ragione che dando più autonomia, in particolare al sud, si disfacesse quello che si era appena fatto; non solo, mentre in Europa lo sviluppo industriale aveva raggiunto livelli clamorosi noi non producevamo ancora niente. L'idea che il centro dovesse modernizzare in maniera forzosa il paese era un'ipotesi, una sorta di giacobinismo economico, che ha fatto disastri. Il forzare un'unità centrale aveva una sua logica, era una storia complicata che non si può risolvere con battute contro il Piemonte o contro il meridione. Anche la Grande Guerra per certi aspetti fu un errore tragico però da esso nacque un effetto di solidarismo nazionale prodigioso; si devono mettere assieme due cose contraddittorie, un errore politico ed un effetto di coesione. La retorica della trincea che metteva assieme piemontesi e siciliani, quanto ci è costata? Sono cose di cui non dobbiamo vergognarci, che vanno dette, non sono né di destra, né di sinistra. Un discorso analogo vale per la Resistenza attraverso cui, con la costituente e la costituzione, per la prima volta si è arrivati alla nazione democratica e quindi ci sono state le condizioni politiche per essere finalmente nazione. Se non che proprio fra il 1945 e il 1948 l'idea di nazione sparisce. La causa è la nascita della repubblica dei partiti. Le appartenenze partitiche diventano l'unico referente identitario. Non si devono però demonizzare i partiti perché erano anch'esse una necessità inevitabile. La mediazione partitica con la sua dialettica ha trasmesso una unitarietà e ha salvato qualcosa dell'unità statale. In quel triennio la Resistenza, che pure aveva una componente nazionale e patriottica, viene meno; da una parte c'era il peso del fascismo che ritorna per cui sembrava che il riferimento alla nazione, una volta cacciato il nemico tedesco, non fosse più una risorsa spendibile nella democrazia. La nazione non fu negata, ma non era più un valore di riferimento rilevante, mentre era rilevante il contrasto delle ideologie. Questo è storicamente comprensibile, ma non è un caso che la fine delle ideologie e il tracollo di quel sistema dei partiti faccia riemergere il problema della nazione. C'è una certa coerenza nel bisogno di affermare un vincolo tra cittadini nel momento in cui il sistema dei partiti si è dissolto, è come un ciclo che si chiude. Una nazione può anche cessare di essere. Il modo di essere assieme, di capirsi, di parlare può essere tranquillamente rinnegato.

Patriottismo costituzionale

Un altro modo di dire queste cose è il concetto di patriottismo costituzionale. Tale patriottismo ha di mira non i confini sacri della patria, ma una costituzione che è l'insieme delle regole dei cittadini. La costituzione diventa come il simbolo della cittadinanza, della sua storia. In questo senso la nostra patria è la costituzione (somiglianze con l'esperienza americana). Il patriottismo costituzionale è un bel concetto che va bene un po' per tutte le nazioni purché non sia visto contrapposto all'idea tradizionale di nazione. Il patriottismo costituzionale sussume sotto di sé l'idea tradizionale e la sublima, la sviluppa, l'articola; questo concetto può essere usato per certi aspetti per interpretare i sentimenti dei costituenti o di quella minoranza che dalla resistenza è passata alla costituzione seguendo anche un sentimento patriottico. Questa espressione non viene usata direttamente, ma ci sono tanti modi di esprimersi che assomigliano a questo concetto. Possiamo assumerlo per intendere il nostro senso di identificazione nazionale. Patriottismo costituzionale, definizione della nazione come vincolo dei cittadini su storia e memoria, oppure radici, sono tutti modi diversi di dire lo stesso concetto.

DISCUSSIONE

  • ???Ruolo degli intellettuali'''

Conosco Miglio da tanti anni ed ora noto che si è irrigidito su alcune componenti illiberali, che ci sono sempre state nel suo pensiero, anche quando faceva solo il professore. Bisogna allargare il discorso alla repubblica accademica nel senso che Miglio ha sempre esposto queste idee ai colleghi, i quali le consideravano come una esercitazione accademica da parte di uno studioso che non è passato attraverso la rivoluzione borghese, francese, ma salta dal seicento all'oggi. Quando è passato dall'esercizio accademico, in cui si può essere tanto machiavellici quanto hobbesiani, all'applicazione dellle teorie alla politica, nessuno è riuscito a tenergli testa nel senso che, ad es., Bobbio non è sceso in campo contro di lui; è come se ci fosse una complicità un po' imbarazzante tra gli accademici. Io non sopravvaluterei Miglio perché le sue idee non sono praticabili, non ha capacità propositive. C'è una certa irresponsabilità degli accademici italiani. Rimane la risonanza data dai giornali, il narcisismo indotto dai mass media. Complessivamente la sua figura non dovrebbe rappresentare un effettivo pericolo per una involuzione democratica. L'intellettuale italiano accede ai mass media più degli altri in Europa; in Germania i casi di universitari che scrivono sui giornali è rarissimo, in Francia sono un po' di più, in Italia su dieci editoriali sette sono scritti da professori universitari. Però o si scrive da professore universitario ed in tal caso occorre essere precisi, rigorosi, ma si subisce l'interferenza del direttore, oppure si scrive da pubblicista, come fa Panebianco che non è più in questa veste il professore, ma uno che ha scelto una certa strategia comunicativa. L'esperto, quando scrive sui giornali, deve sottoporsi ad una logica comunicativa. La classe politica poi usa gli intellettuali, ma non li prende sul serio. Ad esempio tutti gli intellettuali erano contrari all'attuale legge elettorale. Gli intellettuali hanno una immagine di prestigio, ma influiscono molto poco, anzi si fanno prendere in giro dai politici. Il dibattito istituzionale c'è stato, ma è stato dirottato, reso innocuo. Il nostro paese ha una bassa cultura istituzionale perché non ci siamo mai occupati di questo aspetto pensando che la democrazia sia un problema di buona volontà, invece è un meccanismo istituzionale. Stiamo scoprendo tardivamente l'importanza delle regole e delle istituzioni come tali. I francesi hanno una capacità di modifica istituzionale molto più sviluppata dela nostra e la classe politica si è assuefatta alla rilevanza del meccanismo istituzionale.

  • Come raccontare la storia perché alimenti una memoria comune, un sentimento di apparternenza nazionale?

Occorre rileggere le storie che già conosciamo in modo diverso. Per quanto riguarda la prima guerra mondiale occorre rivisitare le cose già studiate; ci è stata consegnata una storia difficilmente comprensibile, ci viene detto che il Parlamento è stato costretto a fare questa entrata però non c'è un giudizio negativo, perché nessuno osa, ci sono gli eroismi ecc. Basterebbe esplicitare, soprattutto narrare, raccontare in maniera diversa cose che in fondo sappiamo già, non servono nuovi documenti. Sulla resistenza mi ha aiutato molto il libro di Pavone "Una guerra civile", con la sua idea delle tre guerre. Spiega che la Resistenza era tante cose contemporaneamente. C'è l'intreccio delle motivazioni patriottiche e sociali dietro cui sta l'organizzazione partitica che gestisce questo complesso di motivi. Poi c'è anche la popolazione che sta ad ascoltare. Mettendo assieme queste cose si scopre che la resistenza dà luogo a idee diverse di costruzione democratica: la democrazia liberale, comunista, cristiana. Ciascuno mette in moto una sua idea di democrazia. Ma quello che succede è che lo scontro di queste idee di democrazia fa funzionare per la prima volta la democrazia senza aggettivi. Senza saperlo si impara a far funzionare la democrazia in un confronto fra diversità in cui ciascuno tiene ferma la propria idea. La resistenza perde il suo carattere mitico e diventa un convergere di impulsi apparentemente contraddittori che danno luogo a qualcosa che funziona nelle differenze. E' possibile mantenere il carattere fondativo della resistenza, sapendo che è stata minoritaria, che la popolazone stava a guardare e che quindi in qualche modo va ridimensionata, ma riconoscendo che è stato quel meccanismo che ha consentito la nascita della repubblica. Si va così all'essenziale perché attraverso quel meccanismo i diversi impulsi contraddittori, tendenzialmente distruttivi di una guerra civile, si combinano e viene fuori la democrazia senza aggettivi, sia pure gestita dai partiti. Si mantiene il riferimento ideale fondante, ma si rinuncia al mito. Così, per analogia, la guerra mondiale è una grande esperienza di un popolo che si ritrova, ma attraverso la rabbia, il sangue, le rivolte. Tanti impulsi apparentemente contraddittori nella loro interazione danno luogo ad un fenomeno positivo e noi assumiamo entrambi i passaggi. Non è il provvidenzialismo storicistico, ma la ricostruzione di una unità in cui ci identifichiamo perché ci riconosciamo dentro le nostre contraddizioni, le parti confliggenti che alla fine hanno prodotto qualcosa da cui siamo usciti. Più che una ricerca storiografica si tratta di riflessioni, di rielaborazione di quello che sappiamo già. Anche la storia europea è fatta di memorie divise, di inimicizie diventate cultura, di conflitti terribili. Il recente ritorno di ostilità franco-tedesche viene da radici profondissime, l'Europa è ancora divisa nonostante la retorica dei nostri burocrati. Una storia europea che tenga insieme le contraddizioni non esiste. Abbiamo cancellato gli insulti reciproci però restano sulle nostre lapidi perché non si potrà nascondere "la ferocia tedesca", le Fosse ardeatine, anche se i riferimenti spariscono nei discorsi ufficiali. Noi sappiamo cosa è successo in via Rasella, cosa è successo alle Fosse ardeatine, che è stato condannato Kappler e sappiamo pure che è scappato; chi riesce a mettere assieme tutto? questa è la sfida. Dobbiamo tentarlo perché i nostri ragazzi non potranno farlo essendo più ignoranti di noi, non hanno elementi. Non è un problema di ricerca, ma di rimemorizzazione, riflessione dal punto di vista a cui siamo arrivati. Ancora più difficile è affrontare il nodo della pubblica amministrazione, il luogo per eccellenza in cui il pubblico doveva esprimersi come servizio è il bubbone più scandaloso del nostro stato ed anche il luogo in cui il carattere degli italiani viene fuori in maniera più deteriore. Come si possa fare ad affrontare questi problemi non lo so, cominciamo a dirci che abbiamo trovato un elemento non artificioso per un compito trasversale che non è di destra nè di sinistra.

  • Rielaborare criticamente il passato

Rielaborare il passato significa non conservare una memoria in senso passivo perché altrimenti, mantenendo le memorie nazionali non verrà fuori nessuna Europa. Dobbiamo rivedere le nostre memorie tenendo conto che nel frattempo abbiamo guadagnato il livello di cittadinanza europea. Non possiamo ricordarci semplicemente della nostra guerra, ma ricordarcene assieme agli austriaci. Bisogna ritornare sul passato per correggere il momento antagonistico, etnocentrico, rivederne i limiti, perché nel frattempo ti allei con l'ex nemico. Il ritorno sulla storia in una memoria elaborata che poi diventa comunicazione, narrazione, pone una sfida più difficile, non perché si falsifichi, ma poichè la memoria europea è una memoria divisa. Dobbiamo fare una elaborazione che non rinneghi i momenti nazionali, ma superi il conflitto in una visione superiore, senza nascondere ciò che è stato. E' un processo lunghissimo che non so se faremo, può darsi che dimenticheremo. Uno dei libri più interessanti scritti sulla nazione che si avvicinano in parte a quanto ho detto è stato scritto da Ernest Renan "Che cosa è una nazione", un saggio uscito anche in Italia da Donzelli, in cui accanto alla contingente retorica francese del secolo scorso, l'autore fa alcune considerazioni molto affascinanti, fra cui la celebre frase "la nazione è un plebiscito di tutti i giorni", che esprime il concetto civico della volontà di essere nazione. Il contesto della frase è molto sofisticato, vi entrano la memoria e l'oblio. In alcune osservazioni dice che le nazioni diventano tali se si dimenticano certi massacri (si riferisce alla notte di San Bartolomeo). Più che dimenticare occorre rielaborare il trauma; trasferendo il concetto in Italia si tratta di rielaborare ad esempio la lotta selvaggia al banditismo del sud o la criminalizzazione della rivolta del sud. Si crea così un rapporto più critico verso la storia. Per tornare all'Europa, se manca questo processo di rielaborazione si avrà un'Europa magari efficiente sul piano economico, ma molto Eurodisneyland, molto agenzia di viaggio. Possiamo anche non farlo perché le civiltà possono anche morire ed una strada per esaurirsi è perdere questa memoria, non elaborare più il passato, che è poi il destino che hanno i nostri ragazzi perché nessuno riesce più a comunicare loro il senso di continuità storica. Quando una nazione può cessare di esserlo, rimane una bella associazione di interessi, tanti bei supermarkets ed una sopravvivenza tutta artificiosa del passato, turistica appunto. La cultura di massa apparentemente distribuisce conoscenze storiche, ma in realtà fa l'opposto di quanto diciamo qui.

  • Recupero della dimensione nazionale e apertura all'Europa

Il recupero della dimensione nazionale non ha nulla a che vedere con un processo di allontanamento dall'Europa. Le nazioni europee per ragioni diverse stano facendo un lavoro simile a quello qui tracciato. La cultura francese, la cultura tedesca, motivate da stimoli diversi, si stanno interrogando sulla loro stessa identità. In Francia c'è la sfida dell'immigrazione di carattere islamico, le contraddizioni della storia di Vichy (è in atto la scoperta di questo capitolo completamente rimosso del collaborazionismo dei francesi con i tedeschi). In Germania c'è il problema del passato terribile. In entrambi i casi è il passato che viene addosso al presente e costringe le culture a riflettere su loro stesse. Il nostro discorso tipicamente italiano ha queste assonanze con le altre culture nazionali europee, perché tutti hanno simili problemi stimolati da questioni diverse e tutti hanno gli stessi paradigmi: salvare il momento nazionale e non perdere di vista l'obiettivo comune. Lungi dal pensare che un ripensamento del momento nazionale sia una chiusura all'Europa. Anzi è una maniera di confermare l'importanza dell'opzione europea purchè non sia soltanto un'operazione puramente tecnocratica, economica o politica per quanto importante, ma anche culturale, e questo non è una cosa automatica. E' un'operazione da costruire in base alla sintonizzazione delle proprie storie e delle proprie culture. Non si può pensare che basti andare a Parigi, che i francesi vengano in Italia, si scambino le scuole e tutto diventa Europa. Se non c'è un momento riflessivo rimane turismo.

  • Nazione e democrazia

Rimane inteso che il concetto di nazione è strettamente legato all'idea di democrazia, che non è un dato acquisito di per sé, anche la democrazia può tornare indietro. Il vincolo di cittadinanza vuol dire che in una comunità con squilibri o geografici o sociali,il superamento dello squilibrio appartiene all'idea stessa di cittadinanza; non ci si può sentire cittadini se il proprio concittadino è in condizioni sociali inaccettabili. Non c'è bisogno di ricorrere all'idea del socialismo o del solidarismo per dire che se si appartiene ad una comunità storica si è vincolati moralmente a superare le differenze. Il riaffermare il momento unitario nazionale non vuol dire affermare un sistema di governo o statale centralistico. La nazione di cui abbiamo parlato può benissimo coesitere con un sistema federale o regionale. La Germania è una repubblica federale e nessuno si sogna di negare il momento unificante. Sia ben chiaro che non si può usare il federalismo come arma punitiva della nazione; una nazione che si riconosce come tale al suo interno si dà la struttura che vuole. E' probabile che la struttura federale serva di più a far sentire la cittadinanza. Il federalismo non è neppure un modo di sottrarsi alla responsabilità nei confronti di regioni diverse; nel principio federale tedesco parlando dei Länder che sono autonomi la costituzione tedesca dice che deve valere l'omogeneità dei livelli di vita di tutti i cittadini; nel momento in cui viene affermato il principio federale si afferma contemporaneamente il diritto e il dovere dello stato centrale di intervenire a correggere sperequazioni tra i Länder. Il federalismo non è l'ultimo trucco per arroccarsi e non correggere gli squilibri.

  • Quali storici stanno lavorando nella direzione indicata?

Lo storico Silvio Lanaro ha scritto "Italia nuova" qualche anno fa e poi "Storia dell'Italia repubblicana" che cerca di riproporre la storia republicana in chiave di cittadinanza ecc. C'è stato un convegno a Trieste nel settembre 93 con Spadolini, De Felice, Galli della Loggia intitolato "Nazione e nazionalità in Italia", di cui usciranno gli atti da Laterza; in esso si è evidenziato l'imbarazzo di questo problema perché nessuno vuole ricostruire un nuovo mito della nazione sia pure democratica. Lo snodo storico forse più importante è l'8 settembre che è la data chiave della catastrofe di questa nazione; il punto più basso della nazione, ma anche il punto in cui alcuni reagiscono e vanno in montagna anche per la vergogna del crollo. Lo studio dell'8 settembre, anche come fatto simbolico, è molto interessante per capire la catastrofe della nazione precedente e il barlume di una nuova nazione che poi si perde per strada. La storia non si fa raccontando i fatti, ma a partire da alcuni assunti ricostruttivi. L'8 settembre è la fine del grande ciclo risorgimentale e però contiene gli spunti per una nuova idea di nazione. Pavone è l'unico che ha capito di avere in mano uno strumento che poteva essere rivoluzionario, ma ha avuto paura; Pavone è uno storico che potrebbe aiutare a fare questo processo di ricostruzione. Oggi gli storici si stanno interrogando su come invertire una storiografia puramente lamentosa sulla storia nazionale. Da tanti sintomi si capisce che gli storici più attenti stanno cercando di avviare un discorso in grado di mandare indicatori non puramente autodenigratori, ma in qualche modo propositivi.

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