La città della Bibbia
sintesi della relazione di Rinaldo Fabris
Verbania Pallanza, 8-9 gennaio 1994
Esiste un immaginario collettivo secondo cui la città per l'uomo è una comunità ideale dove si sta al sicuro, si vive in pace, non minacciati da agenti esterni e neppure divorati da lotte intestine. Il problema della prima e seconda relazione ci farà spaziare all'interno della storia biblica attorno al simbolo "città".
LE CITTÀ NELL'ANTICO MEDIO ORIENTE E NELLA BIBBIA
1)caratteristiche della città.
Antepongo una premessa riguardante la città nella storia del vicino-antico oriente, la Fenicia, il Canaan che confina con la Mesopotamia che però è già medio-oriente. La storia della città si colloca in questa fascia di territorio bagnata dai due grandi fiumi.
Nel terzo millennio le città stato (dal 4000 al 3000) rappresentano la prima forma di organizzazione umana; c'è il passaggio dalla vita nomadica alla vita sedentaria, alla coltivazione fino appunto alle città-stato. Nella zona dei Sumeri, nella parte bassa della Mesopotamia vi era la città di Uruk, la città in cui si colloca la vicenda di Gilgamesh ed altre come Kishel, Larsa, Lagash, Nippur e poi Accad; spesso queste città si identificano con la regione, il territorio coltivato a segale o miglio o grano, cereali tipici dal clima temperato, e comprendente i magazzini e tutto ciò che comporta la convivenza in una zona ristretta. La città controlla oltre al territorio il flusso di nomadi che pagano i tributi al tempio e al palazzo. La città si organizza come prima forma di insediamento sul territorio. Da questo modello dei Sumeri, che è noto anche attraverso il passaggio della scrittura, ideografica, pittografica e poi nei primi tentativi quasi alfabetici di scrittura cuneiforme, questo modello passerà nell'alta Siria. Le scoperte avvenute dagli anni sessanta fino alla scorsa estate di Paolo Matthieu a Ebla mostrano questa città-stato, a settanta kilometri da Aleppo, con un palazzo, i magazzini, i luoghi di controllo dei soldati, gli amministratori ecc.
È interessante l'ideologia che si sviluppa intorno alla città: il modello della città è mostrato al re secondo il modello della città celeste e perciò la città risulta non solo fondata dalla divinità, ma diventa il tramite tra gli umani e gli essere divini. C'è una interrelazione tra il mondo alto e il mondo basso per cui gli umani vengono divinizzati e i divini umanizzati. Il santuario sta al centro della città con una sopraelevazione quando non c'è un colle o una cittadella, c'è una torre tempio che serve da collegamento con il mondo celeste. I poemi che celebrano la storia delle città-stato, considerano la città come l'ombelico del mondo; non c'è capitale che non si consideri al centro del mondo. Ciò vale per Gerusalemme come per le altre capitali. È una lunga storia di cui la più nota attraverso i documenti è quella del secondo millennio. A questo sfondo è collegata la maniera biblica di considerare il rapporto con tale forma di convivenza umana. Gli ebrei hanno fatto la loro esperienza religiosa fondante nel deserto, da cui vengono, e quindi il rapporto con la città non è facile. Tutti i nomadi tendono verso le terre coltivate, sono affascinati dalle città che immaginano come luogo tranquillo e sicuro, protetto, non esposto alle razzie e alle incursioni, ma ne temono la minaccia rappresentata dalle scorribande dei soldati nei confronti dei nomadi stessi. Questo aspetto ambivalente attraversa tutta la storia biblica: l'aspetto positivo della sicurezza e l'aspetto negativo del potere che diventa controllo e spesso violenza. Nella prima parte vi propongo una rassegna del simbolo della città nei testi storici e profetici e poi nella seconda parte la idealizzazione della città come convivenza umana realizzata secondo il progetto di Dio.
2) Le città simbolo nella storia biblica: Antico Testamento.
Nella Bibbia vi sono alcune storie che ruotano attorno alla città simbolica.
a) La prima è la città di Caino.
È impressionante il passaggio dal racconto del peccato delle origini, ambientato in un giardino-parco, dove nascono i grandi fiumi mondiali in cui c'è l'albero della conoscenza, del potere e della vita, alla collocazione nella città della prima storia di violenza. È la lotta tra il
contadino e il pastore, tra le due culture. Nel cap.4 di Genesi, il peccato nella sua versione storica, non più nella visione simbolica ed idealizzata, assume la forma del fratricidio, l'uccisione violenta del concorrente. È la lotta nei confronti dell'altro, del diverso sentito come una minaccia. Non è casuale che questa lotta si manifesti all'interno delle relazioni fraterne perché è il vicino diverso che rappresenta una minaccia. Oltre alla diversità di cultura c'è la concorrenza nel rapporto con Dio. Caino non tollera che il fratello abbia maggior successo. C'è una seconda lettura possibile, di tipo psicologico, dell'aggressività come una bestia accovacciata alla porta. Dopo l'intervento di Dio che prende le difese della vittima, ma difende anche Caino perché non venga ucciso (vi è qui il primo istituto di regolamentazione della violenza perché non degeneri in una catena di vendette), al verso 17, questa storia carica di valenze simboliche, racconta la costruzione della prima città "Caino si unì alla moglie che concepì e partorì Enoc", la storia umana continua con la discendenza del fratricida "e poi divenne costruttore di una città che chiamò Enoc dal nome del figlio". Nella discendenza di Caino si sviluppa l'arte della musica, dice il testo
"Egli(Jubal) fu il padre di tutti i suonatori di cetra e di flauto... poi Tubalcain, il fabbro padre di quanti lavorano il rame e il ferro".
Per l'organizzazione della vita della città e l'uso della forza il rame ed il ferro sono indispensabili, al servizio di un potere centralizzato. Non a caso subito dopo questa rassegna con lo sviluppo della metallurgia, c'è il canto della spada, della violenza e della rappresaglia senza limiti. Infatti nella discendenza di Caino si parla di Lamec che si rivolge alle sue due mogli "Ada e Zilla ascoltate la mia voce, mogli di Lamec porgete orecchio al mio dire: ho ucciso un uomo per la mia scalfittura e un ragazzo per il mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settanta volte sette". Quest'ultima formula è ripresa dal Vangelo rovesciata nella logica del perdono che non ha limiti: settanta volte sette; è la fine della rappresaglia illimitata di questo discendente di Caino che ha a disposizione la tecnica di lavorazione dei metalli. Questa tecnica ha avuto uno sviluppo nella civiltà materiale al punto che questa storia è scandita, dopo la pietra nelle sue varie fasi: paleo, meso e neolitico, in antico, medio e nuovo bronzo e poi ferro e poi avanti sempre basandosi su questo principio della tecnica al servizio del potere centralizzato. La definizione di Max Weber che lo stato è l'istituzione che ha il diritto di usare la forza sul territorio è ancora valida, è descrittiva, ma di fatto coglie l'aspetto specifico. Quando un potere può servirsi di tecniche raffinate e superiori si ha il cambio delle civiltà. È una lettura pessimistica, ma la Bibbia comincia così e riflette la storia dell'umanità che abbiamo ancora davanti agli occhi nella convivenza conflittuale.
b) Babele.
La seconda città che si incontra nell'avventura umana ricostruita dalla Bibbia è la città del potere e del conflitto: Babele. Per noi è diventata il simbolo della confusione, ma il problema non è dovuto alla diversità linguistica e culturale, ma al tentativo di pianificare, di imporre una stessa cultura ai popoli, che nel modo di pensare concreto degli autori biblici diventa: una stessa lingua. Non a caso il racconto incomincia con la frase che si trova anche nelle incisioni di Sargon II dopo le sue campagne vittoriose nel vicino oriente "tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole": è il dominio completo, il sogno dei grandi della terra. Dentro il progetto di unificazione si colloca la città; il testo biblico la presenta come il frutto di una coalizione di popoli migranti, che vagano nelle steppe e che si mettono insieme per fare una grande organizzazione che ha il suo simbolo nella città. Il testo infatti continua "emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l'un l'altro: venite, facciamoci i mattoni e cuociamoli al fuoco". Nell'edilizia cananaica si usava la pietra mentre in quella mesopotamica il mattone cotto ed il bitume "poi dissero: venite, costruiamoci una città ed una torre la cui cima tocchi il cielo e facciamo un'unione per non disperderci su tutta la terra". È l'edizione politica del peccato primordiale, l'unificazione intesa come realtà concorrente con Dio e corrisponde nel racconto simbolico di genesi 3, alla promessa "sarete come dei, capaci di conoscere il bene ed il male". È il sogno di far coincidere la città con il mondo divino. Questa parabola si conclude con la discesa di Dio che viene a visitare la città e disperde i popoli facendo in modo che non si capiscano. In realtà la diversità linguistica viene utilizzata come elemento di conflitto quando il potere politico, invece di essere al servizio dei popoli, li utilizza per il proprio prestigio, per la propria assolutizzazione o divinizzazione. "Cessarono di costruire la città, per questo si chiamò Babele perché di là il Signore confuse" è un gioco di assonanze che consente l'accostamento fra balal, in ebraico confondere e Babel che significa: la porta di Dio. Babele diventa poi il simbolo di tutte le città del potere che genera il conflitto, in cui la diversità linguistica è incomunicabilità. È la pianificazione delle culture che impedisce la convivenza e non la diversità che invece fa parte del progetto di Dio. Qui è espresso il tentativo idolatrico di far coincidere il mondo divino con la costruzione umana.
c) le città inospitali
Il terzo gruppo città io l'ho chiamato: "le città inospitali". Sono le città della valle della zona della fossa giordanica del Mar Morto, dall'anteLibano fino al lago Vittoria, nel contatto-spaccatura fra i due continenti, africano ed asiatico. Nella Bibbia i ricordi delle antiche catastrofi causate da terremoti o di carattere vulcanico che hanno formato questa fessura, sono utilizzati per dare una valutazione sulla convivenza umana. Siamo nella storia di Abram, il nomade che cerca di insediarsi nella terra di Canaan stabilendo contatti e alleanze con gli altri sceicchi che controllano la zona. Il contatto con la città appare in forma piuttosto negativa perché si tratta di due città, Sodoma e Gomorra che saranno condannate alla rovina. Si pensa alla corruzione secondo la visione culturale successiva ed il peccato dei sodomiti è inteso come peccato di immoralità sessuale, ma questo aspetto non è quello rilevante nel testo biblico. Il vero peccato è che gli inviati di Dio, gli angeli, non vengono accolti, ma sono insultati e questo è andare contro il diritto sacro dell'ospite. È questo il motivo che porterà alla rovina la città. Prima di raccontare il disastro che si abbatte sulle città della valle, il testo riporta un dialogo interessante che ci mette a contatto con un problema che attraversa tutta la storia biblica: Abramo davanti a Dio che gli espone il suo progetto di visitare le città la cui malvagità è arrivata fino a lui, chiede di risparmiare le città in considerazione di una minoranza di giusti. È una contrattazione che parte da cinquanta giusti fino ad arrivare al numero minimo per una comunità umana di dieci. Il testo del cap. 18 di Genesi dice. "Il grido di Sodoma e Gomorra è troppo grande ed il loro peccato molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me: lo voglio sapere". I tre amici che sono stati ospiti da Abramo si rivelano poi del mondo divino, dunque l'ospite è Dio; il peccato più che l'abuso sessuale, è l'insulto a Dio, l'ospite è sacro. La persona non accolta, non difesa e protetta nel deserto dei nomadi non ha possibilità di vivere. Prima di fare la visita a Sodoma Abramo sta davanti al Signore ed incomincia la contrattazione: se si trovassero nella città cinquanta giusti, tu li salveresti? Si pone il problema se è possibile salvare la maggioranza partendo da una minoranza. È un problema che verrà ripreso nella lettura cristiana dove l'unico giusto diventa la leva attraverso la quale Dio salva tutta la convivenza umana. È molto interessante il principio della salvezza a partire da un piccolo resto che alla fine si concentrerà nella discendenza di Davide in questo uomo fedele e giusto nel quale noi riconosciamo il volto stesso di Dio, per cui il giusto è Dio stesso. Si capisce la forza che ha l'ospite come rappresentante di Dio.
La storia prosegue con gli angeli che arrivano in questa città, vengono insultati, richiesti dagli abitanti della città. Di fatto i giusti che sono Lot e la sua famiglia non arrivano al numero di dieci e per poter salvarsi devono uscire dalla città che viene abbandonata alla sua rovina. La conclusione è tragica. "Abramo andò di buon mattino al luogo dove si era fermato davanti al Signore, contemplò dall'alto Sodoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide un fumo salire dalla terra, come un fumo di una fornace. Dio così distrusse le città della valle". Il ricordo delle catastrofi diventa simbolo del giudizio di Dio sulla convivenza umana; perché le città sono distrutte? la risposta è che sono le forze cosmiche, il destino, le disgrazie collettive, per il mondo biblico c'è la lettura morale religiosa: la radice della rovina è il peccato, in questo caso di inospitalità. L'ospitalità è la base per convivere; se una persona senza passaporto, senza carta di identità, senza libretto di lavoro non ha diritto di essere accolta come essere umano, non è possibile salvare la convivenza. La Bibbia, col suo linguaggio simbolico, dà intuizioni, offre dati di riferimento, come si vede in questo percorso che va dalla città del fratricidio, alle città del potere, alle città dell'inospitalità.
d) le città della conquista
Il quarto gruppo di città riguarda le città della conquista. Il giudizio biblico, con le città della conquista, è molto negativo sulla convivenza in esse rappresentata. Il racconto di Gerico, idealizzato nel libro di Giosuè, l'ho utilizzato come simbolo delle città stato nel Canaan. Quando gli ebrei entrano in questa zona uscendo dall'Egitto, dopo il cammino nel deserto, trovano un territorio controllato da città fortificate dipendenti dall'Egitto come vassalli, feudatari. La città di Gerico, quando arrivano gli ebrei, non esisteva come città fortificata, perché era già stata distrutta, però viene usata come simbolo della città imprendibile. Per questo si racconta la conquista di Gerico non attraverso un assedio regolare, ma attraverso un rito magico. C'è l'oracolo da parte di Dio, la città viene consegnata senza combattere:"Voi farete il giro della città con l'Arca in silenzio per sei giorni, il settimo giorno farete il giro per sette volte". La precisione del numero rimanda alla formula della magia, la magia è un modo di pensare e conoscere, la Bibbia non ha molti scrupoli su questi fatti culturali. "Il settimo giorno si alzarono all'aurora, girarono attorno alla città sette volte e poi al grido di guerra, al suono delle trombe, le mura di Gerico crollano". È il simbolo della città che si spalanca davanti all'azione di Dio. Gerico rappresenta tutte le città stato di cui noi oggi possiamo vedere almeno le fondamenta che sono impressionanti; le mura di Gerico sono bastioni dell'epoca del bronzo con pietre enormi in pendenza, e ci sono altre città, per esempio Megid che diventerà Armagedon il famoso luogo dello scontro finale secondo l'Apocalisse, il monte di Mageddo, tutta circondata di mura con le casematte per impedire l'attacco e la porta a tenaglia dove i carri dei cavalli sono costretti a frenare per girare ed è il momento in cui gli arcieri possono colpire.
C'è però un altro aspetto e qui entriamo nel problema biblico della città. Da parte di Giosuè c'è l'ordine, in nome di Dio, di votare allo sterminio tutto ciò che è vivo in Gerico: "votarono allo sterminio passando a fil di spada ogni essere che vi era nella città, uomo, donna, giovane, vecchio, perfino il bue, l'ariete e l'asino". Poi c'è un personaggio che non ha il coraggio di rinunciare ai lingotti d'oro trovati, Acar, e questo getta la maledizione sul popolo, devono fare il sorteggio per vedere chi ha trasgredito l'ordine sacro dell'herem, lo sterminio, l'anatema. Acar viene scoperto e con la sua famiglia e i suoi animali massacrato, poi si elevano tumuli di pietra "ricordo fino a oggi" come conclude il testo biblico.
La ragione religioso-culturale viene data nel cap. 20 del Deuteronomio a proposito della conquista della città. Qui si comprende il rapporto che ha il popolo di Dio con la cultura urbana. Vengono riportate alcune norme sulla conquista della terra promessa ai padri, regole per i combattenti: chi ha piantato una vigna deve stare a casa, non ha il cuore abbastanza libero per affrontare la guerra, chi si è sposato deve stare a casa un anno con la sposa perché se va in guerra e muore non potrà avere figli. Continua il testo "quando ti avvicinerai ad una città per attaccarla, le offrirai prima la pace. Se accetta la pace e ti apre le sue porte tutto il popolo che vi si troverà sarà tributario e ti servirà. Ma se non vorrà fare pace con te verrà la guerra, allora l'assedierai. Quando il Signore tuo Dio l'avrà data nelle tue mani, passerai a fil di spada tutti i maschi". "Così farai per tutte le città che sono molto lontane da te e che non sono città di queste nazioni. Soltanto nelle città di questi popoli che il tuo Dio ti dà in eredità non lascerai in vita alcun essere che respiri, ma li voterai allo sterminio, gli Ittiti, gli Amorei, i Cananei perché essi non vi insegnino a commettere tutti gli abomini che fanno per i loro dei, e voi non pecchiate contro il Signore vostro Dio": questi popoli pagani vi indurrebbero ad abbandonare la tradizione dei padri, l'abominio e l'idolatria. Essi non devono essere una trappola, una minaccia nei confronti della integrità, sia essa religiosa, etnica o culturale. Questa distinzione fra gli ambiti è frutto di una evoluzione storica a partire dal rinascimento ed in senso politico solo dopo la rivoluzione francese. Qui è un tutt'uno, l'identità nazionale è fatta coincidere con l'appartenenza religiosa, la città è vista come una minaccia. Il rapporto di Israele con la cultura e la civiltà urbana, con queste entità chiamate gli altri popoli si pone nei termini: "li voterai allo sterminio perché non siano al tuo fianco come una spina permanente", quindi eliminazione dei diversi oppure assimilazione, integrazione. Si capisce quindi lo statuto dello straniero che deve essere integrato, non può restare diverso. Questo pone problemi sulla convivenza delle etnie come realtà religiose e culturali diverse.
3) Le città corrotte e malvagie
L'ultima parte è dedicata alle città corrotte, malvagie.
Sono rappresentate dalle capitali dei popoli. Io ne ho menzionate tre che vengono a coincidere con i grandi imperi: Ninive, Assur, l'Assiria; Babilonia, i Caldei; e Tiro, i fenici che sono della stessa cultura degli ebrei che hanno come terra di appartenenza il Canaan, anche se sono emigranti hanno radice mesopotamica. Il giudizio è negativo nei confronti di queste tre città (anche Sidone).
Ninive e Babilonia
I testi se la prendono subito con Tiro, l'imprendibile città costruita in mezzo al mare; solo Alessandro Magno riuscirà a conquistare Tiro. I profeti Isaia ed Ezechiele parlano di Tiro, ma vorrei soffermarmi su Ninive e su Babilonia, perché questi simboli verranno ripresi nel Nuovo Testamento per parlare della città empia simbolo della convivenza umana concorrente con la realtà di Dio e vista come una minaccia da parte dei credenti. Da queste città, prima da Ninive e poi da Babilonia partiranno le spedizioni militari che conquisteranno prima il Nord Israele, il regno di Samaria e poi, un paio di secoli dopo, il regno del Sud, Giuda. Quindi non è gratuita questa denuncia nei confronti delle città empie e malvagie, è un ricordo storico delle conquiste, e la conquista non era una trattativa politica, era la distruzione, il pagamento del tributo, diventare popoli sottoposti ai grandi imperi.
Vi leggo il testo di Sofonia che dice a proposito di questa città, al cap 2: "Stenderà la mano anche a settentrione e distruggerà Assur, farà di Ninive una desolazione, arida come il deserto". La descrizione è uno specie di stereotipo che verrà ripetuto fino all'Apocalisse, la città è il simbolo del potere politico assolutizzato, bestia, prostituta. "Questa è la città gaudente che si sentiva sicura e pensava: io e non altri all'infuori di me" essa diventerà poi un cumulo di rovine. Questo discorso si trova anche nel testo di Naum, in questo periodo delle campagne di conquista che partono da Ninive a cui succederà nel 612 Babilonia. Nel cap.3 di Naum, piccolo profeta "guai alla città sanguinaria, piena di menzogne, colma di rapina che non cessa di depredare... Per le tante seduzioni della prostituta, della bella maliarda, maestra d'incanti che faceva mercato dei popoli per le sue tresche e delle nazioni per le sue malie" qui vi è sovrapposizione fra l'idolatria, l'arte di seduzione, il far entrare i popoli nella propria orbita. "Allora chiunque ti vedrà fuggirà da te e dirà: Ninive è distrutta, chi la compiangerà? dove cercherò chi la consoli?" Si annuncia anche qui la rovina della città di Ninive a causa della sua empietà che in questo caso non è solo religiosa, ma ha anche come risvolto l'ingiustizia, la violenza, il dominio dei popoli.
Prima di concludere la lettura sulle città simbolo di città negativa voglio ricordare lo splendido testo di Giona. La parabola di Giona nei suoi quattro capitoletti racconta l'avventura di questo profeta inviato da Dio a Ninive, la grande città per proclamare il giudizio di Dio. Giona invece scappa, fugge lontano all'estremo occidente, ma Dio lo ripesca dal fondo dell'abisso marino, lo fa rigettare dal mostro sulla spiaggia, scontro di morte e di vita, e lo rimanda di nuovo: "alzati e va a Ninive". È l'uomo di Dio che deve andare ad annunciare il giudizio e spera che sia pari al suo odio, solo ha un sospetto. Dio è misericordioso e se quelli si convertono io non sono più il profeta che annuncia la rovina perché Dio si lascia prendere da compassione, c'è il rischio che essi si salvino. Per la prima volta nella storia ebraica si propone una parabola in cui la rappresentante delle città empie, la superconcentrazione dell'idolatria e della malvagità si converte e si salva. Non c'è più un privilegio per il popolo di Dio, per la città di Gerusalemme se Dio può salvare anche i pagani. "Va nella grande città e annunzia loro quanto dirò. Giona si alzò, la città era molto grande e cominciò "quaranta giorni ancora e Ninive sarà distrutta". Ma poi ci fu la conversione e dal re fino all'ultimo degli animali, Dio salva tutti i viventi contro la legge dello sterminio. In questo testo Dio si preoccupa di tutti i viventi. Giona si costruisce una capanna in attesa della catastrofe che non viene ed allora si arrabbia con Dio. Dio gli fa una lezione "tu ti preoccupi per una pianta di ricino ed io non dovrei preoccuparmi di una grande città dove ci sono centoventimila viventi che non sanno quello che è bene e quello che è male, non sanno distinguere la destra dalla sinistra". È interessante questa parabola perché è la lettura rovesciata rispetto al cliché che vede le città empie condannate alla rovina, è la prima volta nella storia biblica che si annuncia la salvezza per i pagani a partire non dalla conversione, ma dalla compassione di Dio.
Noti sono i giudizi di condanna nei confronti delle due capitali Samaria e Gerusalemme. Samaria è sottoposta al giudizio lucido coraggioso di Amos, il contadino che conosce la corruzione della città e la denuncia nei testi 3,9-12 e 4,1-3. La causa per cui Samaria, simbolo del regno del Nord, andrà in rovina è perché ha tradito l'alleanza.
g) Gerusalemme
Lo stesso vale per la città capitale del sud, Gerusalemme. Qui vi è la descrizione di un cittadino che ama la sua città, la conosce nei suoi punti vitali, il tempio e il palazzo, l'amministrazione, la magistratura. È interessante la lettura che fa Isaia della corruzione di Gerusalemme, motivo per cui la città sarà condannata alla rovina: Isaia 1,10-21-23; 3,1-4-6; 24,7-16. Lo stesso schema, da Caino, passando attraverso ai grandi imperi, viene applicato anche alle due città simbolo della presenza di Dio, soprattutto Gerusalemme, la città santuario. La lettura non è sociologica o politica, è squisitamente etico-religiosa; l'idolatria ha come effetto la corruzione dei rapporti e diventa violenza. La città come simbolo del potere umano idolatrico genera violenza al suo interno e che si esercita poi come imperialismo sul territorio.
4) La città di Davide Sion-Gerusalemme capitale del regno di Giuda.
La collina occidentale si svilupperà come tessuto urbano solo successivamente, dove attualmente sorge il santuario del Santo Sepolcro; invece l'attuale spianata del tempio di Omar, della roccia e la moschea e l'antica collina orientale che si estendeva a sud dove sorgeranno le tombe reali, degrada verso la vallata Inon e dall'altra parte c'è il Cebron, lo sperone sopraelevato che ha una funzione strategica, separato da una valle dall'altra collina, fortificato al nord diventa una cittadella imprendibile. È santuario dei Gebusei, il generale di Davide Joab penetra nella cittadella percorrendo il tunnel dell'acqua perché l'unica fonte è ai piedi della collina e per accedere vi sono scalini interni. Scoprono questo tunnel e conquistano la cittadella che si chiamerà Sion, la collina del Sion, la città di Davide, che diventa proprietà personale del re. Lì egli insedia il suo palazzo e pensa di legittimare il tutto facendo trasportare il simbolo religioso dell'esodo e dell'alleanza, l'Arca. Inoltre Davide vuole costruire un tempio in modo che palazzo e tempio sorgano accanto in perfetta sintonia tra trono e altare. Questo modello verrà ripreso nella tradizione cristiana con il IV secolo e poi nel medioevo. Il modello del rapporto tra religione e politica fino ai nostri giorni deriva da questo modello davidico. Il trasporto dell'Arca è solennizzato dal re che danza davanti all'Arca inimicandosi la principessa Mikal della famiglia di Saul, da cui non avrà più figli. In questo contesto Davide propone la costruzione del tempio a Natan che in un primo momento approva, poi invece viene visitato da Dio che gli affida un messaggio: non sarà Davide a costruire il tempio, ma un suo figlio e il tempio non è materiale, ma la perpetuità della stirpe.
È il famoso annuncio di un discendente e da questa speranza di un regno che dura per sempre, che è il vero luogo dove abita Dio, il santuario, la casa di Dio: nasce il messianismo. Il messianismo, nel senso di re ideale scelto da Dio per realizzare la sua sovranità nella storia, nasce in questo contesto di politica. Nel rapporto tra religione e potere, Davide rappresenta il momento in cui scatta il meccanismo della utilizzazione della simbologia religiosa in funzione del potere politico.
Salomone, figlio di Davide, costruirà effettivamente il tempio e nel libro dei Re è narrata la solenne inaugurazione che si conclude con una grande preghiera nel cap. 8,29: "Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa (vait in ebraico casa è anche tempio e discendenza, la stirpe); il re è anche pontefice, l'inaugurazione del tempio non viene fatta dal sacerdote, ma da Salomone che fa i sacrifici e la preghiera. Questa sovrapposizione si troverà nella figura che eredita il potere politico e religioso a Roma; il modello della chiesa nella Roma del rinascimento, quella della Sistina, è ripresa dall'Antico Testamento. La preghiera di Salomone si conclude: "verso il luogo di cui hai detto: lì sarà il mio nome". Dio abita a Gerusalemme però la collina era proprietà di Davide ove aveva costruito il palazzo, la famosa foresta di cedro perché aveva fatto venire il legno e le maestranze dal Libano. La costruzione del tempio conclude questo disegno: altare e trono. Questo è fondamentale per capire la storia biblica e il riferimento dei Salmi: Dio abita a Gerusalemme, non solo nel tempio, ma perché c'è il palazzo, il re, la continuità della stirpe davidica. La scelta di Gerusalemme nella politica di Davide può attingere alle radici storiche e culturali perché questo era l'antico santuario dei Gebusei ed il nome è collegato con il culto della divinità Salem; Salem vuol dire salute o integrità ed ha lo stesso radicale di shalom. Jerushalàjim è la città di Salem o Ir-shalòm "città della pace". Sono elementi che verranno sfruttati nella idealizzazione della città dove è costruito il palazzo, il tempio dove abita Dio e Dio abita nella stirpe e nel santuario, nella città della pace, del benessere, della pienezza. A partire da questa visione della città si sviluppa l'ideologia che si trova anche nei profeti.
5) La città di Gerusalemme simbolo della comunità universale.
L'Isaia storico vive la tensione fra il suo sogno di una comunità fondata nella relazione con Dio e la logica politica che obbedisce ad altri criteri. Tutto questo viene rappresentato nel momento critico in cui il piccolo regno di Giuda (il regno del nord era ormai scomparso sotto il dominio assiro nel 721-722), con Gerusalemme che rappresenta, come in tutta la concezione del vicino oriente antico, l'intero popolo e la nazione. I piccoli regni della zona di Canaan tentano di fare una coalizione contro la potenza assira, e vogliono coinvolgere anche il regno di Giuda dove c'è il discendente di Davide Acaz. Questi sta ispezionando le fortificazioni ed Isaia, col figlioletto per mano va incontro al re e gli propone la scelta politica religiosa. Il testo fa parte del gruppo degli oracoli dell'Emanuele, il Dio con noi, inteso non in senso spirituale, ma reale, Dio in mezzo a noi rende la nostra città imprendibile, sicura. Isaia si fa forte della promessa di Dio sulla stirpe e si presenta al re che sta esaminando il punto più debole della fortificazione, là dove declina la collina ed è facile l'attacco (ha già mandato un ambasciatore in Assiria per chiedere l'intervento contro la coalizione che vorrebbe eliminare Acaz e mettere un re favorevole alla politica anti-assira). "Così dice il Signore Dio: ciò non avverrà, perché capitale di Aram è Damasco e capo di Damasco è Razin, capitale di Efraim è Samaria e capo Pecach, ancora 65 anni ed Efram cesserà di essere un popolo, ma se non crederete non avrete stabilità". Questa è la proposta di Isaia: non il tempio, non la stirpe davidica, ma è la fede in Dio che dà sicurezza. La parola ebraica per dire stabilità e fede è la stessa: amen, da cui viene il nostro amen, fidarsi, trovare sicurezza. L'aspetto più concreto della sicurezza è dato dalla città con le mura, gli approvvigionamenti di acqua; invece dice non la città, non l'esercito, non le fortificazioni, ma se non crederete non avrete stabilità. Cosa vuol dire credere in una situazione in cui c'è la minaccia dei re vicini che vorrebbero assediare Gerusalemme? cosa vuol dire fidarsi di Dio che garantisce a questa un futuro politico o solamente religioso? Il colloquio continua a Palazzo quando Isaia propone ad Acaz di chiedere a Dio un segno, una prova della fedeltà, ma Acaz dice di non voler tentare il Signore. Isaia dice: Dio stesso vi darà un segno, la giovane sposa (tradotta con vergine nella versione greca dei settanta, da cui prenderà lo spunto la lettura cristiana) (Almar) ti darà un figlio che si chiamerà Emmanuel, Dio con noi". È interessante questa linea di Isaia che avrà un suo seguito perché su questo poi si sviluppa tutta la concezione cristiana della società fondata su Dio, Isaia riprende questo linguaggio immagine che si trova al cap. 28; il contesto è il rapporto con il vicino Egitto, altro potere imperiale che minaccia l'indipendenza del piccolo regno di Giuda. I consiglieri politico militari invitano a fare un'alleanza con l'Egitto ed Isaia ironizza "voi dite, abbiamo concluso un'alleanza con la morte e con gli inferi abbiamo fatto lega; il flagello del distruttore quando passerà non ci raggiungerà perché ci siamo fatti della menzogna un rifugio e nella falsità ci siamo nascosti. Dice il Signore Dio: "Ecco, io pongo una pietra in Sion"; la pietra angolare è la base dell'edificio, ma qui è il problema di una comunità, la convivenza "una pietra saldamente fondata, chi crede non vacillerà, porrò il diritto come misura e la giustizia come livella; la grandine spazzerà via il vostro rifugio fallace, le acque travolgeranno il vostro riparo, sarà cancellata la vostra alleanza con la morte e la vostra lega con gli inferi non reggerà, quando passerà il flagello distruttore voi sarete una massa da lui calpestata".
Questa immagine è ripresa da Gesù nel Vangelo di Matteo e di Luca attenuata, nella contrapposizione fra chi costruisce sulla roccia e chi costruisce sulla sabbia. L'immagine si ritrova quando Gesù parla della comunità futura: tu sei la roccia e su questa roccia io fonderò la mia comunità (ecclesia). Roccia ha senso di saldo fondamento in quanto è credente, ma è Dio stesso che ha rivelato a Pietro, carne e sangue, fragilità umana, chi è Gesù. È su questa fede che l'inviato di Dio, il Figlio, può costruire la comunità.
La fase finale del sogno di Isaia, un sogno proposto in tempi difficili, l'idea di una comunità futura stabile, sicura, verrà travolto dalle vicende politiche militari. Il regno di Giuda con la stirpe davidica, il santuario, il tempio, i simboli della fedeltà di Dio verranno spazzati via, vi è l'invasione di Sennacherib e poi Nabucodonosor con le ondate di deportazioni che elimineranno il nerbo religioso, culturale e politico del regno di Giuda. Il tempio verrà distrutto, gli arredi sacri portati in Babilonia, il re Sedecia viene fatto prigioniero, gli uccidono i figli davanti agli occhi e poi gli occhi gli vengono tolti. Questa è la storia drammatica del regno di Giuda.
È nei campi di prigionia, dopo la deportazione che riprende il sogno della città, non solo con il ritorno a Gerusalemme, ma con la ricostruzione della comunità. Nella 2° parte del libro di Isaia, dal cap 40 fino al 55, conosciuto come Deuteroisaia, il cuore della speranza dei rimpatriati è il Sion. Nel secolo scorso e all'inizio dei questo la parola Sion è divenuta lo slogan del ritorno nella terra dei padri; non a caso Israele dopo quasi venti secoli di dispersione si ricostruisce come stato. L'ideologia del Sion però è nata nella cittadella di Davide. Dopo la crisi dell'esilio che si può considerare momento di purificazione delle vecchie ideologie idolatriche per cui anche il tempio e la monarchia diventavano un sostituto della fede, si può riparlare di Gerusalemme e del Sion. Il testo è molto bello ed è stato predicato in termini poetici nei campi di prigionia quando Gerusalemme era solo nei ricordi e davanti agli occhi gli esiliati avevano soltanto le rovine, la distruzione, il fuoco, i massacri. Attraverso questa memoria del passato essi costruiscono un futuro di comunità dove al centro c'è l'iniziativa di Dio. "Sion ha detto: il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato. Si dimentica forse una donna del suo bambino così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?; io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnata sul palmo delle mie mani"; qui torna l'idea della città che ha il suo modello nel progetto di Dio. "Le tue mura sono sempre davanti a me, i tuoi costruttori accorrano, i tuoi distruttori si allontanino da te. Alza gli occhi attorno e guarda, tutti si radunano". Nel cap. 51 si trova un altro accenno e nel 52 "Svegliati, rivestiti di magnificenza Sion indossa la tua veste più bella, Gerusalemme città santa, perché mai più entrerà in te il non circonciso e l'impuro"; nella città lo straniero può entrare, ma non sarà più l'invasore che distrugge la città "scuotiti la polvere, alzati Gerusalemme schiava, sciogli dal collo i legami, schiava figlia di Sion". Poi vi è l'annuncio della carovana che ritorna, preceduta dai corrieri che proclamano la bella notizia "quanto sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace e dice a Sion: Regna il tuo Dio". È l'invito ad uscire da Babilonia e dare il via alla ricostruzione ideale.
Nel cap 54 di Isaia, nei canti maturati nei campi profughi, c'è il lamento della comunità, come quello di una giovane donna che si crede abbandonata dallo sposo il quale rinnova il suo impegno. "per breve tempo ti ho abbandonata, ma ti riprenderò con immenso amore" questa metafora si trasforma nel rapporto Dio e la città. "Afflitta, percossa dal turbine, sconsolata, ecco io fondo sulla malachite le tue pietre e sugli zaffiri le tue fondamenta, farò di rubini la tua merlatura, le tue porte saranno di carbonchi", è una descrizione che si ritrova proiettata nell'ultimo capitolo dell'Apocalisse. I testi sono venuti da questo sogno dei deportati che vivevano nella miseria ed immaginano una città costruita con le pietre preziose "Tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore, grande sarà la prosperità dei tuoi figli. Sarai fondata sulla giustizia." Torna l'idea del fondamento dove le pietre preziose non sono solo un bisogno di ricchezza, ma le relazioni basate sulla giustizia. "Nessuna arma affilata contro di te avrà successo, farai condannare ogni lingua che si alzerà contro di te in giudizio". È l'annuncio del trionfo dei rimpatriati identificato con la città ricostruita. Possiamo concludere questa lettura dei testi di Isaia con alcuni accenni al pellegrinaggio dei popoli verso la città posta in alto, illuminata dalla luce e dalla gloria di Dio. Nella festa della Epifania sono questi i testi utilizzati per parlare della convocazione dei popoli. È un aspetto positivo anche se vedo il rischio dell'ambivalenza perché l'idea che Gerusalemme sia il centro di convocazione dei popoli può diventare strumento di dominio fatto in nome di Dio. Noi immaginiamo al posto della Gerusalemme ebraica la chiesa, Gerusalemme ideale e i popoli che vi convergono danno l'idea che gli altri sono soggetti dipendenti da questa comunità sacra.
Nel cap.61-62 del terzo Isaia, nel momento della ricostruzione con le difficoltà non solo di rimettere in piedi il tempio, le mura, le fortificazioni, ma soprattutto le relazioni di una comunità stabile, si proietta il sogno della città ideale, costruita da Dio stesso che diventa centro di convocazione dei popoli. Il profeta parla nel nome di Dio "Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto nel manto della giustizia". "per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi darò pace finchè non sorga come stella la mia giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada". Salvezza e giustizia vengono da Dio che ricostruisce, fa tornare in patria i deportati e fa ripartire la storia della comunità ebraica; si utilizza ancora l'immagine architettonica "sulle tue mura Gerusalemme ho posto sentinelle, per tutto il giorno e tutta la notte non taceranno mai". "Passate, passate da quelle porte, sgombrate la via al popolo, spianate, spianate la strada, liberatela dalle pietre, innalzate un vessillo per i popoli"; si immagina a questo punto che la città non sia più la piccola collina di Davide, ma sia ormai una città universale che guida il cammino dei popoli. Nella liturgia della manifestazione del Signore si dice "alzati, rivestiti di luce, la gloria del Signore brilla sopra di te, le tenebre ricoprono la terra e i popoli camminano alla tua luce". La collina dove sorge il santuario sarà sollevata sopra tutti i monti ed affluiranno ad essa tutti i figli", è il famoso pellegrinaggio dei popoli che smetteranno di farsi la guerra, trasformeranno gli strumenti di guerra in strumenti di coltivazione e di pace perché il Signore sarà arbitro, Is. 2,1-5 e Mic. 4,1-3.
6) Gerusalemme città di Dio nei Salmi.
I Salmi di pellegrinaggio di salita al Sion erano canti che accompagnavano i pellegrini durante le feste stagionali della Pasqua, Pentecoste, festa delle capanne in cui si manifesta la piena realizzazione di questa città simbolo della comunità costruita, ricostruita, protetta, salvata da Dio. Il primo testo è il Salmo ecumenico che ci dà un'immagine della città aperta. Gerusalemme è posta al centro, ma non come città ove confluiscono i popoli per fare i servitori, i sudditi del popolo ebraico, ma ove tutti sono accolti a pieno titolo in questa comunità universale, veramente ecumenica. È un piccolo testo che è nato dentro la prospettiva di idealizzazione del Sion, ma che si libera dall'etnocentrismo centripeto che tende a fagocitare gli altri. Salmo 87, il titolo nella Bibbia di Gerusalemme è "Sion madre dei popoli", la cittadinanza universale, la città di Dio che diventa città degli umani, non più stranieri o pericolosi nemici, ma cittadini della città santa "le sue fondamenta sono sui monti santi, il Signore ama le porte di Sion più di tutte le dimore di Giacobbe. Di te si dicono cose stupende, città di Dio. Ricorderò Raab". Raab è l'Egitto, nel linguaggio poetico il mostro primordiale identificato con il Nilo e con il coccodrillo; si stila un elenco si potrebbe dire di cittadini onorari della città santa "e Babilonia fra quelli che mi conoscono. Ecco Palestina (Canaan), Tiro ed Etiopia. Tutti là sono nati. Si dirà di Sion: l'uno e l'altro è nato in essa e l'Altissimo la tiene salda". Nella città di Dio tutti i popoli hanno diritto di cittadinanza. Qui la città non è più la nazione, lo stato, il colore ideologico politico; senza arrivare alla coscienza planetaria, vi è l'intuizione all'apertura e questa testo è molto più efficace che non quello del pellegrinaggio dei popoli che portano ricchezza a Gerusalemme che invece si presta ad una lettura etnocentrica e di dominio teocratico. "Il Signore scriverà nel libro dei popoli: là costui è nato, e danzando canteranno: sono in te tutte le mie sorgenti". È un testo di apertura eccezionale per l'accoglienza ai grandi nemici distruttori che sono sempre stati una minaccia.
Vi è un altro testo molto bello che rimane ancora un sogno per noi, il Salmo 122 "città della pace". "Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore! E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte Gerusalemme. Gerusalemme è costruita come città salda e compatta, là salgono insieme le tribù, le tribù del Signore, secondo la legge di Israele, per lodare il nome del Signore. Là sono posti i seggi del giudizio, i seggi della casa di Davide", di Davide è rimasto solo questo ruolo giudiziario, "Domandate shalom per Jerushalàjim, sia shalom a quelli che ti amano, sia shalom sulle tue mura; per i miei fratelli ed i miei amici io dirò: su di te sia shalom, per la casa del Signore nostro Dio chiederò per te il bene"
In questa seconda parte possiamo notare come già ci sia l'intuizione che si può superare l'etnocentrismo una volta che Dio non è sequestrato al servizio del potere, ma libero di dispensare shalom a tutti gli esseri umani che diventano membri dell'unico popolo che ha come sovrano il Signore, il Dio della creazione e della storia.
DISCUSSIONE.
comunità ideale
- L'impasto fra fede in Dio, dimensione religiosa e le contorsioni di una storia dove è difficile districare il bene dal male è una ambivalenza che viviamo nel quotidiano. L'ambivalenza è nella città, non si può vivere se non aggregandosi con istituzioni, giustizia, i tribunali, il mercato, ma c'è la città costruita da Caino, il fratricida che usa la tecnologia per esercitare il potere. Non esistono città pulite e città sporche, città giuste e città malvagie, ma l'intreccio inestricabile vale anche per la città chiesa. L'esilio è stata una purificazione; liberati dal sogno idolatrico del potere imposto in nome di Dio, si immagina questa città preziosa. È possibile costruire una città umana senza ricorrere al potere? Il potere può essere esercitato senza diventare il potere di Caino? È interessante l'idea che ci presenta la Bibbia come parabola del popolo ebraico, simbolo della storia dell'umanità, che quando vive come esperienza concreta la vicenda di Abele può intuire qual è la comunità ideale.
credenti e gestione della cosa pubblica
- I primi cristiani non avevano il problema di affrontare in modo diretto la costruzione di una città. Il problema si pone nel quarto secolo con il medioevo, dove il modello è quello di Davide, il papa imperatore. Quando anche come credenti si deve gestire la cosa pubblica se ne avvertono tutte le difficoltà, è una sfida alla quale non ci si può sottrarre se si vuole vivere la fede dentro la storia. C'è anche la scelta dei quaccheri, gli anabattisti, ma anche questa soluzione arriverà alla proposta americana del fondamentalismo, perché il fondamentalismo è una esperienza evangelica e cristiana che poi verrà proiettata nell'Islam. Il fondamentalismo è : creiamo una società per credenti, fondata direttamente sulla parola di Dio eliminando l'ambivalenza. Noi non riusciamo a distillare una esperienza politica che non abbia anche l'aspetto perverso del potere che genera distruzione.
Don Giacomini. - Nella realtà concreta di tutti i giorni, anche solo nella ricerca di determinati valori, ci si incontra sempre con ombre e luci. Siamo impastati a questo modo ed è un lavoro quotidiano da fare e si è sempre all'inizio.
La tentazione forte di alcuni gruppi cristiani che hanno fatto questa scelta è che il rapporto con Dio e la fede si vive nell'ambito personale e privato e la laicità, la storia è lasciata alla sua legge, alla sua logica. È il rischio della dicotomia. Il contrario sarebbe la teocrazia dove la città dell'uomo è uguale a città di Dio. Oggi non sono carenti le grandi indicazioni di fede che possono essere vissute in forma cristiana o ebraica o islamica facendo riferimento ai grandi valori etici e non manca neppure la capacità di analisi economica, sociale, manca una fascia intermedia
tra i grandi principi e l'analisi molto dettagliata, professionale della realtà, manca cioè la progettualità che faccia da ponte tra l'analisi realistica e i grandi orientamenti.
7) La città di Gerusalemme nel Nuovo Testamento.
a) La città di Gerusalemme "meta" del viaggio di Gesù.
Gerusalemme città di Dio è presente nel Nuovo Testamento nel testo di Matteo al cap.5 con le due immagini per definire la presenza dei discepoli fedeli nel mondo "voi siete il sale della terra, siete la luce del mondo" e subito dopo solo Matteo usa l'immagine "una città posta sul monte in alto non può restare nascosta". Luca e Marco invece usano l'espressione: la lucerna viene posta in alto sul candeliere perché faccia luce a tutti quelli che entrano nella casa. L'idea della città posta sul monte è un riferimento a Gerusalemme. La comunità dei credenti è come Gerusalemme punto di convergenza del cammino dei popoli. Matteo poi precisa che questa città posta in alto come la luce non è altro che lo stile di vita dei discepoli: si devono vedere le vostre opere buone. La città è un simbolo che non ha niente a che fare con un sogno teocratico di una città cristiana, è una pura immagine.
Matteo conosce un'altra immagine della visione missionaria, quella dell'andare presso tutti i popoli per farne discepoli di Gesù. Questo serve solo per stabilire il collegamento con il tema della città nel Deuteroisaia e nel Tritoisaia che verrà invece sviluppato nella tradizione apocalittica ed è in questo ambiente, che ha vissuto il dramma della distruzione di Gerusalemme nel 70, che il simbolo della città ideale viene proiettato in un futuro di gloria per contrastare il presente della città distrutta. Gerusalemme non avrà più un ruolo dopo il 70, diventerà centro dei musulmani, i cristiani la contenderanno per un secolo con il regno latino e poi fino al 48 di questo secolo resterà la città santa del mondo arabo islamico e chiamata El Kutz: la santa.
Nel Nuovo Testamento attraverso la città si definisce lo statuto dei cristiani nel mondo, come organizzazione religiosa nel rapporto con le istituzioni politiche.
Il Vangelo di Luca ama questa collocazione spaziotemporale, la connessione con le coordinate storiche internazionali che fa di Gerusalemme il centro ideale della missione di Gesù ed il centro di partenza della missione cristiana. Gerusalemme è il punto di arrivo della attività pubblica del Messia e da Gerusalemme parte la missione dei discepoli che con la forza dello Spirito sono inviati a rendere testimonianza a Gesù davanti a tutti i popoli. Luca ha di Gerusalemme l'idea di simbolo d'Israele, concentrazione di tutta la storia ebraica e quindi Luca fa arrivare Gesù a Gerusalemme, cancella dal suo orizzonte i riferimenti alla Galilea, non ci sono apparizioni dei risorto in Galilea, solo a Gerusalemme, a Gerusalemme devono aspettare lo Spirito, da Gerusalemme devono partire per un altro centro, Roma, perché secondo Luca un arco ideale collega Gerusalemme a Roma. Non è una intuizione del tutto fuori dalla storia reale perché di fatto il ruolo di Gerusalemme si trasferirà alla capitale dell'impero. Vediamo come Luca concepisce il ruolo della città nella missione di Gesù. Nel suo Vangelo delle origini i due primi capitoli ruotano attorno a questa immagine di Gerusalemme. Zaccaria, il padre di Giovanni, il profeta, riceve l'annuncio della nascita del figlio e al termine del Vangelo dell'infanzia vi è la presentazione di Gesù al tempio dove il vecchio Simeone accoglie fra le sue braccia il bambino che è salvezza per tutti i popoli, gloria di Israele e luce delle nazioni. A Gerusalemme Gesù, quando varca la soglia dell'età adulta lasciando l'adolescenza, fa la scelta di stare nella casa del Padre. La cosiddetta perdita di Gesù fra i dottori è la manifestazione di Gesù sapienza di Dio nel tempio. Il Vangelo delle origini quindi comincia a Gerusalemme nel tempio e finisce a Gerusalemme nel tempio. Questo in miniatura è il quadro ideale nel quale si colloca la missione di Gesù e poi quella della chiesa. Gesù comincia a trent'anni circa, come dice Luca, l'attività in Galilea, ma poi intraprende un viaggio ideale che lo porterà a Gerusalemme per dare compimento alla sua missione. I Vangeli sinottici hanno cancellato tutti gli altri viaggi ed hanno concentrato nel solo ultimo viaggio il suo pellegrinaggio e con questo si conclude tragicamente la sua missione con l'arresto e la condanna. Scrive Luca al cap.9,51: "Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme" è la scelta di andare nella città santa dove si compie il disegno di Dio "mandò avanti dei messaggeri, questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di samaritani per fare i preparativi per lui, ma essi non vollero riceverlo perché era diretto verso Gerusalemme". Tutta la seconda parte, dieci capitoli fino al 19, sono scanditi da questo cammino di Gesù. I testi nel cap.12-13 parlano del percorso verso Gerusalemme e poi finalmente Gesù arriva nella capitale dove viene accolto dai pellegrini ed entra trionfalmente nella città. La seconda parte dell'opera di Luca che non ha un titolo ed è impropriamente chiamata dal II secolo "Atti degli Apostoli", in realtà è ancora la storia di Gesù risorto che guida con lo Spirito la missione dei discepoli. Questa è annunciata in forma programmatica nel cap.24 all'ultimo incontro di Gesù con i discepoli che li prepara alla missione indicando quali sono i destinatari, il contenuto ed il metodo; Luca 24,44-53. "Cristo doveva patire e risuscitare dai morti, e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione ed il perdono, di questo voi sarete testimoni, manderò su di voi lo Spirito promesso dal Padre mio. Voi restate in città". Gerusalemme è lo snodo, il cardine sul quale ruota tutta la storia precedente che qui arriva da tutti i confini della terra. Questa è la visione teologica di Luca che scrive dopo trenta anni ed ha davanti questo quadro. Subito dopo Luca racconta l'Ascensione di Gesù, la sua assunzione celeste "mentre li benediceva si staccò da loro e fu portato verso il cielo ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio". Nel centro del centro attendono lo Spirito e da lì partiranno per la missione. È chiara questa impostazione ideale di Luca: tutta la storia biblica concentrata nella città santa da cui parte la missione cristiana.
b) La città di Gerusalemme uccide i profeti.
Un secondo aspetto di Gerusalemme importante per capire lo statuto della chiesa che prende il posto della città santa, è il suo rifiuto del messia. Gerusalemme oltre che meta ideale del camino di Gesù e punto di partenza della missione è la città, rappresentante di Israele, che rifiuta il suo Messia, è la città dell'infedeltà. In alcuni testi dei sinottici si trova la parola profetica di Gerusalemme che uccide i profeti e lapida gli inviati. È la parola profetica che si trova in due testi paralleli che dipendono da una antica tradizione aramaica palestinese, la fonte Q. L'edizione di Luca riporta una sentenza al cap 13, quando i Farisei invitano Gesù ad allontanarsi dal territorio perché Erode lo sta minacciando e Gesù risponde: andate a dire a quella volpe che io vado per la mia strada "non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme" Luca 13,33. È chiaro che Gerusalemme in questa visione è anche la città degli omicidi, dell'infedeltà, del rifiuto dell'incontro con Dio, della rottura dell'Alleanza. Subito dopo c'è la sentenza riportata anche da Matteo nel cap 23 "Gerusalemme, Gerusalemme che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati" Luca 13,34. Nel cap 19 di Lucam11,28 c'è l'annuncio della distruzione della città; Gesù lascia Gerico, sale per trenta chilometri dalla fossa giudaica fino agli ottocento metri di Gerusalemme e dal monte degli ulivi incomincia la discesa nella città santa. Era la via seguita da tutti i conquistatori del tempo degli assiri, dei babilonesi, di Alessandro Magno, dei romani con Pompeo. Gesù non arriva da conquistatore a dorso di cavallo, ma scegliendo la cavalcatura pacifica dei patriarchi e del figlio di Davide Salomone, l'asino. Luca premette "mentre stavano ad ascoltare queste cose Gesù disse ancora una parabola perché era vicino a Gerusalemme ed essi credevano che Dio dovesse manifestarsi da un momento all'altro". Il sogno era l'intervento di Dio per liberare la città dai pagani ed instaurare la teocrazia, v.28 "Dette queste cose Gesù proseguì davanti a tutti scendendo verso Gerusalemme". Il testo di Luca 19 dal verso 41 è importante per capire il rapporto di Gesù con la sua patria, e quindi il rapporto dei cristiani con questa appartenenza etnico istituzionale che è la città simbolo di Israele "Quando fu vicino alla vista della città pianse su di essa dicendo: se avessi compreso anche tu in questo giorno la via della pace!" Quando Luca scrive queste cose la città di Gerusalemme è distrutta, il tempio è stato incendiato, sono rimasti pochi superstiti ed una settantina di anni dopo nel 135 ci sarà una seconda devastazione e la città cambierà nome, sarà chiamata Elia Capitolina dopo che Adriano l'ha distrutta ed ha impedito agli ebrei di metterci piede. Continua il testo di Luca "giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno, ti stringeranno da ogni parte, abbatteranno te ed i tuoi figli dentro di te, non lasceranno in te pietra su pietra perché tu non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata". Il Messia di pace non è stato accolto e riconosciuto da Israele. Luca ha interpretato l'infedeltà al Messia come la ragione storico ideologica della rovina che si abbatte sulla città; è la lettura che faranno i cristiani. Gerusalemme è stata distrutta perché non ha accolto l'inviato di Dio, ma è una lettura religiosa che non spiega le ragioni storiche vere del conflitto fra ebrei ed i dominatori romani.
c) Gerusalemme nella prima chiesa.
Il secondo libro di Luca "Gli Atti degli Apostoli" fa iniziare la chiesa, la santa convocazione o assemblea dei credenti, nella città di Gerusalemme. I discepoli aspettano nella città la promessa di Gesù del dono dello Spirito perché da Gerusalemme fino agli estremi confini della terra saranno suoi testimoni. Non sono i sogni di restaurazione monarchica che Gesù risorto, nell'ultimo incontro, dissipa quando gli chiedono "Signore questo è il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele?" e Gesù risponde "non spetta a voi conoscere il tempo e i momenti che il Padre mio ha riservato alla sua scelta". Il compito dei discepoli non è l'organizzazione della monarchia davidica, ma la testimonianza a partire da Gerusalemme attraverso la Giudea, la Samaria, fino ai confini della terra, nella traiettoria che dalla Palestina va verso il centro dell'impero. Questo appare chiaro nella ricostruzione di Luca che trascura il cristianesimo africano, mesopotamico, del nord e segue la linea diretta Gerusalemme Roma e la tappa intermedia è Antiochia di Siria, città che fa da ponte fra oriente ed occidente, da cui parte una grande strada che arriva sull'Eufrate e lì giungono le navi che attraversano il Mediterraneo nel grande porto di Seleucia. Tra Antiochia e Roma vi sono le città nelle quali Paolo ha impiantato il cristianesimo: Efeso, Filippi, Tessalonica, Corinto. È interessante la strategia di Paolo che rispetto alla tradizione palestinese di Gesù ed anche degli ebrei, insedia il cristianesimo nel tessuto romano. La fede ebraica è nata tra i nomadi, popolo del deserto, poi con Davide assurgerà ai sogni di monarchia, di potere politico, il modello davidico verrà ripreso nei secoli cristiani nel momento di esaltazione religioso politico quando trono e altare sono di nuovo uniti. L'esperienza ebraica è nata fra pastori nomadi usciti dalla schiavitù, plasmati da Dio nel cammino del deserto i quali poi occupano le città ed in qualche maniera sposano l'ideologia urbana: istituzioni, potere, amministrazione, mercato. Il cristianesimo è nato nell'ambiente contadino artigiano in Galilea; Gesù è nato in un villaggio, ha girato per i villaggi, non ha mai messo piede a Tiberiade, neppure a Cesarea, La missione ebraica invece toccherà le città e di questa collocazione urbana del cristianesimo il responsabile, l'organizzatore, l'ideologo è Paolo di Tarso, cittadino di una grande città della diaspora che ha fatto le scuole superiori a Gerusalemme ed immagina l'espansione del cristianesimo attraverso le metropoli dell'impero. Inoltre è orgoglioso della sua appartenenza ebraica, è israelita della tribù di Beniamino, osservante della legge e si sente ebreo anche da cristiano, non ha rinunciato alle sue radici. Il cristianesimo è una forma di risveglio spirituale e per un paio di secoli è giudaismo; la rottura definitiva avverrà con Costantino nel IV secolo: da una parte la storia ebraica diverrà rabbinismo e dall'altra cristianesimo, due religioni ormai divise, ma prima avevano camminato a fianco pur fra tensioni e conflitti. Oltre ad appartenere al mondo ebraico Paolo si sente cittadino romano. È questa sua duplice appartenenza che gli consente di organizzare la missione urbana nei grandi centri dell'amministrazione dell'impero: Filippi, Tessalonica, Corinto, Efeso, Antiochia dove fece il tirocinio con Barnaba. Il suo sogno non è l'Asia, l'India, l'Africa, ma è Roma. Luca scrive negli Atti 19,21, nel momento critico in cui Paolo lascia l'Asia, Efeso "dopo essere stato là (a Gerusalemme) devo vedere anche Roma". Nel cap 23 Gesù gli conferma "Coraggio, come hai testimoniato per me a Gerusalemme così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma".
Per Luca il viaggio di Paolo a Roma è guidato da Dio. Nel cap 15,19 della lettera ai Romani vi è il testo di Paolo che precisa il suo disegno ed è importante per capire il passaggio dal mondo mediorientale asiatico ebraico al mondo ellenistico romano. "Da Gerusalemme e dintorni, fino all'Illiria ho portato a termine la predicazione del Vangelo di Cristo. Per questo fui impedito di venire da voi, ora però non trovando più campo di azione in queste regioni ed avendo già da parecchi anni un vivo desiderio di venire da voi, quando andrò in Spagna, passando spero di vedervi e di essere da voi aiutato a recarmi in quella regione dopo aver goduto un poco della vostra presenza".
8. -La città terrena e la città celeste.
Vi sono un paio di testi di Paolo molto importanti per capire lo statuto dei cristiani nella loro duplice appartenenza: non hanno una città stabile, ma sono cittadini di una istituzione. È un movimento che non si identifica con una nazione e Paolo si batte per questo "non c'è più giudeo, né greco, né schiavo e libero, non c'è più uomo e donna, ma noi siamo uno in Cristo". Qui si avverte quasi il linguaggio degli stoici. Il discorso nostro sulla mondialità, il cosmopolitismo è la filosofia stoica. Paolo utilizza questo linguaggio per esprimere la coscienza che egli ha elaborato nella fede cristiana: il credente non appartiene a un popolo, non appartiene a una classe, neppure ha una collocazione antropologica, sono sparite le barriere discriminanti, però questo non vuol dire che manchino le radici storiche e culturali.
a) Cittadini degni del Vangelo.
A questo riguardo vi è un testo importante scritto per i cittadini di una colonia romana, Filippi in Macedonia; Paolo sta per essere condannato, non sa come si risolverà il processo, però ha manifestato la ragione per cui è prigioniero, non per sospetto di crimini, ma per la sua militanza religiosa. Anche nel pretorio, sede del governatore, dove Paolo è detenuto, si comincia a dargli credito "soltanto però vi prego, comportatevi da cittadini degni del Vangelo" Fil.1,27. I criteri per definire la correttezza dei rapporti dei credenti è il Vangelo; poi prosegue: non lasciatevi abbattere dall'ostilità del mondo esterno, voi sapete quale dura lotta io ho dovuto affrontare, vogliatevi bene, il modello è il Crocifisso risorto. Nel cap 3 vi è la frase fondamentale per capire lo statuto strano dei cristiani che sono dentro una struttura politica, sociale però non è la loro unica appartenenza ed identità. Nel cap 3 Paolo in polemica con i giudaizzanti che vorrebbero sottoporre i cristiani al rito di appartenenza religiosa e sociale della circoncisione, dice: noi abbiamo un altro contrassegno ed è la croce di Gesù, condannato dall'impero romano e quindi figura pericolosa per le strutture dell'impero. Questi si vergognano della croce, sono nemici della croce di Cristo perché hanno un'altra divinità, il culto delle pratiche ebraiche, essi hanno come Dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra. Non è l'edonismo facile delle esortazioni moralistiche, ma i riti, le appartenenze umane collegate al rito della circoncisione "La nostra patria" contrapposta a costoro tutti intenti al nazionalismo ebraico definito dalla ritualità della circoncisione "è nei cieli perché il nostro Kyrios, Soter (titolo dato all'imperatore) non è a Roma, ma è a Gerusalemme, è Gesù risorto" e noi siamo colonia della madrepatria. È un altro criterio per definire il modo di essere cittadini a Filippi senza dipendere da Roma o dall'imperatore. Paolo continua "la nostra patria è nei cieli, di là aspettiamo il nostro Soter e il nostro Kyrios Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso in virtù del potere di sottomettere a sé tutte le cose" è il Signore universale che ci configurerà la sua condizione di risorto. Paolo non nega il suo essere cittadino romano, la sua appartenenza etnica storica all'ebraismo, nello stesso tempo la sua identità profonda spirituale dipende dal Signore risorto.
b) Le due città di Gerusalemme e le due madri.
Paolo parla ancora dell'appartenenza dei cristiani nel cap.4 di Galati dove, utilizzando il linguaggio apocalittico parla della città celeste e della città terrena . La città celeste è la nostra madrepatria, noi siamo figli di quella città rappresentata da Sara, mentre gli ebrei sono cittadini della città terrena rappresentata da Agar, la schiava di Abramo, madre di Ismaele che eponimo degli arabi. Il monte Sinai sta in Arabia e Paolo fa un collegamento fra la legge, il Sinai, gli ebrei, i discendenti nella linea di Ismaele e non di Isacco figlio di Sara, la donna libera che ha concepito in forza della promessa dello Spirito. Le due donne sono una allegoria, rappresentano le due alleanze: una del monte Sinai nell'Arabia, che genera nella schiavitù, rappresentata da Agar. Paolo scrive ai Galati 4,21-23: "Essa corrisponde alla Gerusalemme attuale che di fatto è schiava insieme ai suoi figli. Invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la nostra madre". È il linguaggio apocalittico perché gli ebrei immaginano che la vera città cui noi siamo candidati è quella città celeste.
c) Il cammino dei credenti verso la città futura.
Un autore cristiano di altissimo livello teologico e spirituale anonimo scrive una lettera ai cristiani per esortarli nelle loro difficoltà, persecuzioni, lettera che dal secondo secolo si chiama "lettera agli Ebrei". È una omelia, meditazione che nel cap. 11 è dedicata ad Abramo, padre e modello dei credenti. Abramo parte per un luogo senza sapere dove andare, si fida di Dio. Dice il testo "Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta" non è una città storica, ma è il futuro, il discendente, il Messia "Tutti i patriarchi sono stranieri e pellegrini sopra la terra. Patria è quella che Dio ha promesso. Se avessero pensato a quella da cui erano usciti avrebbero potuto tornarvi, essi invece aspirano ad una patria migliore, quella celeste. Per questo Dio, che non disdegna di essere chiamato loro Dio, ha preparato per loro una città". Al cap 12,22 si parla della chiesa convocata da Dio attorno al Sion; a differenza di Mosè che ha ricevuto la legge dal Sinai in un contesto di paura, di terrore per la potenza di Dio "Voi invece vi siete accostati al monte di Sion" non è più la collina di Davide, ma un simbolo "alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste, a miriadi di angeli". È un linguaggio per definire la statuto dei cristiani, la patria futura verso la quale sono incamminati.
d) Contrapposizione delle città nell'Apocalisse.
Dalla città di Caino, alle città empie, Ninive, Babele, Tiro, fino alla città di Dio Gerusalemme esistono due filoni che sono utilizzati per descrivere il conflitto dei cristiani dell'Asia con l'impero. I cristiani sono candidati alla città celeste futura e la città empia, malvagia, destinata alla distruzione si identifica con Roma. L'Apocalisse utilizza il linguaggio della città per esprimere il conflitto che non è solo religioso è anche politico culturale. I cristiani come minoranza religiosa non accettano di allinearsi con l'ideologia del culto dell'imperatore che serve da collante politico. L'autore dell'Apocalisse è contro quelli che propongono un compromesso per non rimetterci la vita e la sicurezza sociale e propone invece un conflitto aperto: chi deve morire muoia di spada, chi deve andare in prigione, vada in prigione, in questo sta la costanza dei santi, la proposta del martirio. Di fronte a coloro che sono spaventati da questa prospettiva annuncia quale sarà l'esito: la grande città sarà distrutta, la città costruita sui colli che ha trescato con tutti i re della terra è destinata alla rovina. Qui l'autore riprende i canti di Isaia e di Geremia contro Babilonia"è caduta, è caduta Babilonia la grande, è diventata covo di demoni, carcere di ogni spirito immondo, esci popolo mio da Babilonia". È interessante il giudizio che viene dato sulla città empia, la colpa non è solo il culto imperiale, l'idolatria, ma è l'ingiustizia il cui culmine è il commercio infame "i mercanti gemono su di lei perché nessuno più compra le loro merci... fior di farina, frumento, bestiame, greggi, cavalli, cocchi, schiavi e vite umane". Sullo sfondo di questa città destinata alla rovina "Guai, guai immensa città del cui lusso arricchirono tanti che avevano navi sul mare" c'è l'ideale della città celeste. I cristiani si trovano in una strana condizione per cui non possono identificarsi con una struttura soprattutto quando essa sia empia, idolatrica, ingiusta. Dopo il giudizio sugli agenti del male, la bestia, il falso profeta, il dragone c'è la visione nuova 21,1-2 "Vidi un cielo nuovo ed una terra nuova - i primi erano scomparsi e il mare non c'era più - e vidi la città santa, la nuova Gerusalemme scendere dal cielo, da Dio pronta come una sposa per il suo sposo" l'immagine di città si trasforma subito in immagine di relazioni. La descrizione della fidanzata dell'Agnello riprende il linguaggio della Gerusalemme ideale, città aperta ai quattro punti cardinali dove entrano tutti i popoli, ma città costruita con pietre preziose, come era il sogno dei profeti ed alla fine, al centro della città c'è l'albero della vita e l'acqua della vita. Finalmente il sogno di vivere senza più la minaccia della morte è realizzato, la città non ha più bisogno di chiudere le porte perché non ci sono più assedi ed ostilità. Attraverso questa descrizione appare il sogno di una convivenza umana pienamente realizzata: non c'è il tempio, non c'è più il santuario, non c'è il palazzo, c'è il trono di Dio e dell'agnello da cui scaturisce il fiume d'acqua viva, cioè la vita finalmente accessibile agli esseri umani raccolti attorno alla realtà di Dio Signore.
In conclusione abbiamo visto come la città sia ambivalente, non sono due città, quella empia di Caino e quella di Dio. Tutta la storia umana è intessuta di due dimensioni. Come possiamo discernere nella nostra esperienza la duplice dimensione della città? Il criterio che ci offre la parola di Dio del primo Testamento è la fedeltà a Dio unico Signore. L'idolatria, il potere assolutizzato diventa anche ingiustizia, dominio, controllo. I profeti propongono la solidarietà, l'apertura universale, Gerusalemme aperta ai popoli. Nel Nuovo Testamento Paolo, in maniera più lucida rispetto a tutti gli altri autori, esprime il paradosso dell'essere nella città senza identificarsi con una struttura terrena. Dice Giovanni: nel mondo, ma non del mondo. Il problema più delicato è quello della chiesa; come singoli possiamo essere dentro la struttura con spirito critico, con una tensione positiva. La chiesa come aggregazione è anche struttura di potere e qui nasce il conflitto. Gesù si esprime in termini teorici dicendo: date a Cesare quello che è di Cesare, date a Dio quello che è di Dio. Il grosso equivoco perpetuato nella storia consiste nella identificazione tra Dio e chiesa. La difficoltà sta nei rapporti tra la struttura organizzata dei cristiani, cioè la chiesa e la città terrena e in rapporto a Dio. I cristiani singoli possono trovare una soluzione di equilibrio tra la libertà nei rapporti con Dio e l'appartenenza ad una città. Il contrasto riguarda le chiese, le aggregazioni di cristiani nel modo di organizzare la loro presenza nella storia. La soluzione cattolica è lo stato Vaticano che è testimonianza della Gerusalemme celeste ma c'è l'ambivalenza concreta perché la stessa persona che è a capo dello stato è testimone della fede e della carità, figura di Pietro. Il problema sta nel conciliare i due ambiti. Per i cattolici la cosa è più delicata rispetto ad altre organizzazioni che teoricamente hanno ambiti separati però il problema si pone anche per loro, il patriarcato di Mosca, il consiglio delle chiese che deve fare scelte politiche ad es. se finanziare il movimento di rivolta sudafricano o sudamericano, oppure sopportare chiese perfettamente allineate col governo. Il problema è storico, da quando Paolo ha scelto di portare il centro della fede cristiana a Roma; finché i cristiani sono rimasti minoranza non era avvertito, ma poi con Costantino le due cose si sono identificate e l'intreccio non si è mai risolto neppure con la questione romana di fine secolo e ne abbiamo ancora strascichi.
DISCUSSIONE
chiesa e politica
- Il rapporto tra Vaticano e Santa Sede, che sono frutto di una storia potrebbe, sotto l'aspetto giuridico, arrivare ad una istituzione internazionale che non è stato, ma con uno statuto senza problematica di corpo diplomatico, si può pensare ad una configurazione diversa tipo Croce Rossa. Il Vaticano nel contesto italiano ha avuto un peso, sia la scomunica, sia gli interventi di Pio XII ed inoltre la CEI ha come presidente il papa e questo condiziona la scelta politica. Tra le cose irrinunciabili secondo la chiesa CEI nell'interferenza con la politica ci sono la questione aborto-vita, scuola e matrimonio-divorzio. Sono tre capitoli etico morali, ma sono anche problematiche politiche. Un altro capitolo riguarda la pace, la giustizia sociale, la solidarietà internazionale, il volontariato che genera aggregazioni su cui spesso il mondo dell'episcopato è poco sensibile. Sono elementi caratterizzanti del Vangelo: la pace, la giustizia, la scelta dei poveri. Vi sono due orientamenti di cui uno pare la scelta politica della chiesa gerarchica ed una progettualità politica di un mondo cattolico. Questo nodo non viene affrontato, mentre in tutti i documenti si parla della vita, della famiglia, della scuola privata.
Don Giacomini. - Storicamente le situazioni sono state diversificate, per es. di fronte al nazismo quale l'atteggiamento della chiesa di Roma? C'è stata l'enciclica e la chiesa ufficiale ne ha tenuto ben poco conto. Quando si è trattato invece dei comunisti allora il Sant'uffizio si è mosso minacciando. Sono due pesi e due misure ed è vergognoso; quando si tratta di rimetterci qualche cosa allora si misura: siate prudenti; quando si è al sicuro la prudenza va a farsi benedire. Bisogna passare in una posizione molto diversificata, ad una posizione che richiede a me uomo un atteggiamento umano prima ancora che cristiano. Il senso della giustizia, della onestà elementare, della verità, cose che mancano e manca troppo spesso riferendola all'atteggiamento della ufficialità della chiesa. È inutile continuare a giocare sui due piani, non è corretto, dobbiamo tutti fare un esame di coscienza e porre un atto di conversione, di penitenza.