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Nel mistero della sofferenza

sintesi della relazione di Michele Do
Verbania Pallanza, 22-23 maggio 1993

Nel mistero della sofferenza

Primo incontro
Pallanza, 22 maggio 1993

Sembra un'imperdonabile presunzione parlare di sofferenza, una realtà su cui ogni parola può essere di troppo. Affermava Paolo De Benedetti:174 "Il di più viene dal maligno, quando si parla della sofferenza". Ricordo una parola del cardinal Villot175 durante la sua dolorosissima agonia: "Noi sappiamo dire belle frasi sulla sofferenza. Io stesso ne ho parlato e ne ho parlato con passione. Ma dite ai miei sacerdoti di non parlarne. Non sappia­mo ciò che essa ha dentro".
Nella mia giovinezza nel seminario di Alba nella grande sacrestia c'era un cartello, ormai da anni scomparso: "Silenzio".
Quando poi si abbinano due temi, come quelli di Dio e della sofferenza, di ambedue, dell'ineffabile, non si dovrebbe parlare. sono due misteri nel cuore di tutta la realtà e nel cuore della nostra esperienza umana. E tuttavia, proprio per questo, non possiamo non parlarne, anche se quasi sotto forma di dialogo con noi stessi.
Siamo qui tra amici e proprio questo mi dà un po' di sollievo: parliamo, infatti, tra amici.
Il discorso più alto sulla sofferenza è quello avuto con padre Acchiappati176, anche se non ne ricordo neanche una parola. Era­vamo nel pejo177 della rettoria di Saint Jacques, nel cuore della notte l'avevo interrogato sulla sofferenza. L'avevo aggredito con violenza, come un mese prima avevo fatto con don Primo, nel­l'ultimo incontro con lui, in occasione delle grandi missioni di Ivrea. E ne erano venute parole alte, pacificatrici, ma non del tutto chiarificatrici.
Quella sera, parlando con P. Acchiappati, ho avuto il segno più alto dell'amicizia. Avevo l'impressione che su un tema così sofferto P. Acchiappati parlasse a me come ad una parte di sé. Era un monologo ed allo stesso tempo era un dialogo. Anche con voi vorrei parlare così. Come diceva Agostino: "Da me interrogato, a me rispondevo".
Non posso, d'altronde, proibire alla mia intelligenza di pensa­re, anche di fronte al tema della sofferenza che so essere mistero, né posso, né voglio proibire al mio cuore di sperare. Padre Davide178, due giorni prima di morire, abbracciandomi, mi disse: "Michele, aiutiamoci a sperare!".
Ognuno di noi deve aiutare a sperare; la nostra intelligenza lo deve al nostro cuore: dobbiamo dare al nostro cuore ragioni di speranza. "Siate sempre pronti a dare ragione della speranza che è in voi", dice Pietro.179
Sono personalmente convinto che quando c'è il pessimismo dell'intelligenza, l'ottimismo della volontà si spegne presto. An­che Bobbio,180 un'alta figura della coscienza laica, ultimamente ha detto: "Sono pessimista nella testa ed ho il pessimismo anche nel cuore".
Mi piace qui ricordare una parola molto bella di Bernanos,181 che ho ritrovato occasionalmente: "È nella mia ragione e non nel mio cuore che si trova il principio della mia invincibile speran­za". È che noi facciamo della speranza, semplicemente una spe­ranza emotiva, mentre occorre che la speranza sia una speranza "cum fundamento in re", fondata nelle cose. Ci vuole, infatti, un fondamento di verità, altrimenti rischiamo di fare come gli amici di Giobbe, che parlavano di Dio, parlavano del dolore ed anche della speranza senza fondamento. Non c'è consolazione, non c'è speranza senza verità, altrimenti le speranze sono solo illusorie e quante volte noi diventiamo i sacerdoti di colpevoli illusioni.

Se Dio c'è, da dove il male?

Dio ed il male sono i due massimi misteri, apparentemente inconciliabili, in evidente contrasto tra loro, anzi rappresentano la più evidente, radicale e terribile contraddizione. E tuttavia i due misteri non sono risolvibili l'uno senza l'altro; una fede in Dio che ignori lo scandalo del male non è fede. Aveva ragione Tommaso: "Se non vedo e se non tocco i segni, le stigmate del dolore, non credo".182 Parlava - questo era l'errore - di un vedere carnale. Ma aveva ragione: una fede che non porti le stigmate del dolore, che ignori il dolore, non è una fede radicata e fondata. Rimuove una verità, la nasconde, la vela, non l'affronta.
Ma, d'altro canto, una soluzione del mistero del male che ignori il mistero di Dio è un male senza orizzonti di speranza. Il problema e l'interrogativo perenne è, dunque, quello di come la
presenza di Dio si possa conciliare con la realtà del male. È que­sto il problema di fondo che tocca ogni religiosità nel suo fondamento, nella sua radice, nella sua sostanza. Questo è da sempre il mistero più angosciante e torturante del pensiero umano e della coscienza religiosa.
Primo Levi,183 con la sua incisività d'espressione, ha posto con radicalità il dilemma quando ha scritto: "C'è Auschwitz, quindi non ci può essere Dio". Non trovo soluzione al dilemma, la cerco, certo, ma non la trovo. Scrive Berdiajev184 in un suo testo molto bello: "Se Dio c'è ed è la fonte sorgiva dell'essere, da dove il male e perché?" Come si spiega e si giustifica il male, la sofferenza?
Sono mille i volti del male, ma essenzialmente sono due i fron­ti: il male morale, che si annida nel cuore dell'uomo, ed il male fisico, che è nella natura. "Dal cuore dell'uomo", dice Gesù, "vie­ne ogni cosa: il bene ed il male".185
Auschwitz porta la firma dell'uomo: è la nostra firma colletti­va. Ernesto Rossi186 diceva: "Non mi venite a dire che il fascismo è stato Benito Mussolini; il fascismo è stato 40 milioni di italia­ni". Lo stesso si può dire per Auschwitz. C'è la firma dell'uomo, c'è la firma degli abissi dell'uomo. Quella firma non l'abbiamo letta per tanto tempo ed ora la si vuole anche cancellare: c'è chi sostiene, infatti, che nessuno ne abbia colpa e c'è persino chi afferma che non ci sia mai stata nessuna Auschwitz.
C'è poi il male fisico, il male che è nella natura, il male che è nella creazione. Noi vediamo la creazione nei suoi momenti belli, la natura per la quale san Francesco canta il Cantico delle creature. Ma c'è un risvolto oscuro: la legge oscura che fa della creazione una Auschwitz a dimensione cosmica. La vita succhia e si nutre della vita altrui. È terribile! Qui non c'è la firma dell'uomo. Ma è anche stato detto che porterebbe la firma di Adamo.
È uno degli interrogativi da chiarire: perché il male, se Dio è buono?
Quando noi diciamo nel canone: "Hai creato il mondo e lo custodisci nel tuo infinito amore", pronunciamo parole che deb­bono essere vere, ma avvertiamo anche che non bisogna dirle con troppa superficialità, perché non possiamo ignorare la legge strutturale del mondo fisico, del mondo biologico, per cui la vita si nutre di morte.
Io porto dentro di me un'immagine che mi ha turbato e, a volte, le immagini contano di più di molti discorsi. Ero a Canale ed ero solo a pranzo; guardavo alla televisione un documentario splendido girato da due francesi, che riprendevano una gheparda che educava i piccoli alla caccia. Lontano passa una mandria di animali e la gheparda parte all'attacco: ne cattura uno e lo porta ai cuccioli. I piccoli giocano con l'animale catturato e poi viene un momento di grande violenza, violenza anche d'immagine: il morso della madre ed i ghepardini che, anche loro addentano l'animale. Segue, poi, una fotografia splendida, ma terribile: la gheparda, ad un certo momento, alza il muso imbrattato di san­gue, con frammenti di carne... è un'immagine che io ho anco­ra dentro e non posso esorcizzare. Di chi la firma? Dell'uomo? D'Adamo? Certo non è nostra! Ecco il mistero, davanti al quale dovremmo diventare non maestri di certezze, ma maestri, alti, del sospetto, maestri del forse, maestri del punto interrogativo.
Se Dio c'è da dove il male? E se Dio non c'è da dove la speran­za? A me pare che in questa alternativa, nella sua crudezza estre­ma, si apra il mistero; non il problema: il mistero. Il problema, infatti, è qualcosa che è staccato da noi: ha una risposta ed una soluzione. Il problema, non ci investe, è esterno a noi. Ma del mistero siamo parte; il mistero è dentro di noi. Il mistero non si aggredisce soltanto con la punta dell'intelligenza, ci sono altre vie, come quella dell'attenzione e della contemplazione: c'è un lasciare che il mistero riveli il proprio volto, che lasci trasparire il suo fondo. Nel mistero non ci sono soluzioni; il male non ha soluzioni: neanche Cristo ci fornisce una soluzione evidente di fronte al male.
Possiamo sperare che nella lunga fedeltà, nella lunga contem­plazione, nella lunga fatica dell'uomo, il mistero prenda luce, giunga a qualche chiarezza. A proposito del dolore, vediamo sof­ferenze chiarificate e sofferenze cupe.
Nel dramma del giovedì santo, quando Cristo è riunito con i discepoli per la cena, per l'addio ultimo, ci sono i vertici assoluti, divini, della vita. Gesù nel discorso della cena vede la vita, la morte, la sua sofferenza imminente: ha tutto davanti a sé. Tutto. È il momento della divina chiarezza. Vede tutto nella luce di Dio: c'è la più alta chiarezza. "Tra poco voi mi abbandonerete",187 dice ai suoi discepoli.
Ma quando a noi capita, talvolta all'improvviso, di essere im­mersi e sommersi dal dolore, amici, noi avvertiamo - o almeno io avverto - l'insofferenza, l'insopportabilità e quasi l'assurdità di ogni discorso sul dolore. Chi non ha provato questo? Allora le parole sono sempre di troppo. Meritano l'ironia di Giobbe: "Volete - dice agli amici - fare gli avvocati di Dio?"188 Cosa resta in quei momenti? Restano volti, e sono volti segnati dal dolore, immagini, gesti, frammenti di parole.
"Chi sono quelli che vestono di bianco?", chiede l'Apocalis­se. "Sono quelli che sono passati attraverso la grande tribolazio­ne".189 Sono uomini che "sanno" il dolore.'190 E le parole pronun­ciate sono parole che vengono dal frantoio. È una cosa singolare che il pane venga dalla macina; il vino venga dal torchio; l'olio venga dal frantoio. Le stesse parole del Vangelo, se non vengono dal frantoio della sofferenza, diventano piccole o grandi droghe. Solo poche sono le parole essenziali.
Gesù, sulla croce, dice: "Padre, nelle tue mani..."191 Parola fon­damentale: in quali altre mani?
Quando si va in montagna sui dossi, dove i sentieri si inter­rompono, ci sono gli "ometti", cumuli di pietre a piramide, che i primi pellegrini delle vette, cercando e rintracciando a fatica la strada, hanno deposto, e ognuno che passa, su quella traccia di cammino, aggiunge una pietra a conferma e convalida: "È lungo questa via che si va alla vetta". Ed il successivo ometto bisogna di nuovo stare attenti per riscoprilo. Camminiamo verso la vetta. Per questo penso sia bello, non dirvi parole mie, ma raccogliere le parole alte dell'esperienza profonda della sofferenza e del dolo­re umano, parole che riassumono tutta un'abissale esperienza di vita. Raccolgo queste parole per indicare la direzione di marcia, poi ad ognuno spetta la propria fatica, il proprio travaglio, per giungere alla vetta.
Anche nel patire e nel vivere la sofferenza non c'è un cammino, una meta unica, perché tutto è mistero.

"L'anima mia anela al Dio vivente"

La prima grande parola, la prima pietra indicativa è il versetto del salmo: "L'anima mia anela al Dio vivente"192 E non è una domanda, una tensione, un bisogno, un grido sovrapposto al­l'uomo; costituisce, invece, l'uomo, è l'essenza dell'uomo. Tutto quello che c'è di più umano in me, di più alto, di più nobile, di più puro, tutto mi orienta verso Dio. "L'anima mia ha sete del Dio vivente. Quando vedrò il volto di Dio?" La speranza del cuore, infatti, sospira Dio.
Nei momenti oscuri, sono incerto, non so se Dio ci sia o non ci sia. E san Tommaso, all'inizio della Summa, esamina prima le ragioni del "sì" ed immediatamente dopo le ragioni del "no". E questi "sì" e "no" sono il dramma di Giobbe. So, però, di certez­za assoluta, di un'evidenza interiore, senza incrinature, che Dio è l'unico, possibile senso dell'esistenza. Non ho altre fedi. Ma questa fede è assoluta, non ha mai subito dubbi. Questa fede è l'unico possibile senso dell'esistenza. Allora, ecco, ripeto: "L'ani­ma mia anela".
Un'altra pietra indicativa è un breve scritto di AugustoValen­sin che sento essenziale per me. Valensin193 era un gesuita disce­polo di Blondel, una figura altissima, poco nota, ma che merita di essere conosciuta.

il torto di Dio di non esistere

"Se per assurdo - scrive - sul mio letto di morte, mi fosse rivelato con un'evidenza assoluta che io mi sono ingannato, ho sognato troppo alto, che non c'è un'altra vita, che non c'è neppu­re Dio, non rimpiangerei di averlo creduto e penserei che io mi sono onorato credendolo e che se l'universo è qualcosa di idiota e di spregevole, tanto peggio per lui. Il torto non sarebbe mio di aver creduto e pensato che Dio c'è, ma semmai di Dio di non esistere".
Questa pagina è uno di quegli ometti che mi sostengono lun­go i sentieri della ricerca, ho bisogno di rileggerla tante volte, perché mi aiuta più di tante professioni di fede, che sono fedi senza fondamenti o che sono spiritualità senza intelligenza.

Secondo incontro
Pallanza, 22 maggio 1993

il male come assenza di Dio

Alla ricerca del volto di Dio, ci si imbatte nello scandalo del male. Alla tensione dell'uomo verso Dio e verso la divina pienez­za si contrappone l'ostacolo del male. È questo l'unico grande argomento a favore dell'ateismo.
Guido Morselli, morto suicida, in un bellissimo suo libro Fede e critica195, ha scavato il problema del male ed ha scritto pagine molto alte in cui, tra l'altro, dice: "Schiere di pensatori lavorarono in altri tempi ad affilare gli argomenti filosofici del­l'esistenza di Dio, i più celebri dei quali consistono nella prova cosmologica, che risale ad Aristotele, e nella prova psicologica, che fu rimessa in voga da Rousseau. Stando al parere di Kant, queste prove sarebbero tutte controvertibili. È più probabile che siano semplicemente inutili. Presuppongono che si consideri sol­tanto ciò che vi è di più grande, di buono e di bello fuori e dentro di noi: e a questo patto non c'è bisogno di scomodare la filosofia, a convincerci che il mondo non può essere 'posto a caso', come Dante fa dire a Democrito. Basta non respingere le voci che si levano dalla nostra coscienza. Basta tenere gli occhi aperti in una giornata di sole. È chiaro che ove il male, per troppa buona sorte, non esistesse, Dio rientrerebbe nel novero di quelle verità che non si rifiutano se non per difetto di intelletto. Dio si identifi­cherebbe con l'anima del cosmo, con la Provvidenza (come Per­sona ce lo figuriamo in quanto gli attribuiamo una volontà, cioè anzitutto la facoltà di decidere - per le creature - fra il bene ed il male); ma di per sé la realtà di Dio sarebbe un'evidenza palmare, incontestabile come la luce o la vita".196
Ma il male c'è, il male esiste. Ed è l'ostacolo: ostacolo non solo che nasconde o muro che impedisce, ma scandalo che più radicalmente dice non Dio, dice negazione di Dio. Il male non è solo il silenzio di Dio, è assenza di Dio. Schopenhauer197 diceva: "Se il mondo è stato fatto da Dio, non vorrei essere questo Dio, perché la miseria del mondo mi lacererebbe il cuore". Un altro autore scriveva: "Dio ha una sola giustificazione ed è quella di non esistere".
Siamo nel nichilismo. Il Qohelet, nella splendida traduzione di Ceronetti, dice: "Un infinito vuoto, un infinito niente, tutto è vuoto niente. Tanto penare d'uomo sotto il sole che cosa vale?" 198 E continua: "Che cosa un uomo ricava da tutto il suo penare? Che cosa ricava dal torturarsi il cuore? Che cos'è il suo sforzo sotto il sole?"199
Specularmente, in contrapposizione al Qohelet, c'è il prolo­go di san Giovanni: "In principio è il logos". Credo che sia la negazione sia l'affermazione di Dio abbiano, in questi due testi,
raggiunto il loro vertice, anche come forza, come espressione let­teraria. Lo stesso Leopardi ha attinto da qui.
Prezzolini, nel suo Dio è un rischio,200 ha una pagina che tengo assieme al Prologo di san Giovanni, perché è un eco alta e bella del Qohelet.
"Eccomi dunque qui, - scrive Prezzolini - solo, disperato, senza verità, senza appoggio, senza nessuna voce che mi dica dove sono, dove vado, donde vengo. E non so chi interrogare. Quello che trovo oggi in me stesso è che nulla ha importanza, nulla ha un significato; non c'è nel mondo nessun mistero. Ecco la tremenda verità: le cose sono proprio quello che sono e la loro mancanza di valore è spaventosa. È possibile che la cara persona che lavora accanto a me e le immagini di coloro che ho incontra­to, non siano altro che accidenti meccanici di un mondo che si svolge senza requie in un silenzio spirituale assoluto, dove nulla conta, nulla vale, nulla ha senso". Che pagina! Badate che con Prezzolini papa Paolo VI ha avuto un lungo carteggio, c'era tra loro un'amicizia rispettosa.

la cultura dominante del nichilismo tranquillo

Questa pagina esprime una visione, una lettura atea, nichilista e credo che il nichilismo sia davvero oggi la cultura dominante: è scesa dalle cattedre ed è diventata un fatto di coscienza popolare. Il nichilismo è diffuso, è strisciante, è comune: è la corrosione di tutti i valori, di tutti i fondamenti, di tutte le profondità delle cose. Io lo sento molto: tocco, palpo questo appiattimento tran­quillo e rassegnato, questo ateismo soddisfatto e contento. Il car­dinal Biffi ha detto di Bologna che è una "città sazia e disperata", ma c'è di peggio ed è la città sazia e contenta. Vedo infatti molto più i segni della sazietà contenta, che non della sazietà disperata.
Gesù ha detto: "Guai ai sazi",201 perché la sazietà spegne ogni profondità spirituale.
Heidegger, nel suo libro I sentieri interrotti,202 fa una diagnosi dura, ma vera della nostra civiltà: "Noi siamo giunti ad una povertà talmente povera che non si accorge più della propria indigenza, siamo alla sazietà tranquilla e soddisfatta". Si è di fronte a un ateismo tranquillo, senza tragedia, che cancella le profondità spirituali dell'uomo e del cosmo, o a una fede super­ficiale che ignora e cancella il dolore. Occorre essere coerenti, se non c'è un assoluto, amici, allora non c'è nulla, né valori, né diritti, né doveri.
Albert Schweitzer ebbe come un'illuminazione e individuò nel "rispetto per la vita"203 il fondamento morale capace di unificare davvero tutti gli uomini. Ogni vita è sacra, ma come possiamo dire che la vita è sempre sacra, se non riconosciamo un fonda­mento assoluto?
Se non c'è un assoluto, se è vero il nichilismo, di fronte alla sofferenza umana, di fronte a certe vite crocefisse, che non han­no avuto nulla e sono nessuno per nessuno, allora siamo anche costretti a dire a noi stessi che la sofferenza è sterile, è inutile, è vana. Dovremmo avere il coraggio di dirlo, ma io questo corag­gio non ce l'ho.

non è possibile accettare la morte della persona amata

Di fronte alla morte di una persona cara, mi torna in mente una parola di Gabriel Marcel:204 'Amare significa dire: «Tu non morirai»". Possiamo accettare la morte per noi stessi, ma l'uo­mo che ama profondamente non può accettare la cancellazione della persona amata. Nella misura in cui l'accetta serenamente, tranquillamente, senza rivolte interiori, sento che lì qualcosa del­la nobiltà umana si oscura. Ricordo con quale peso di tristezza, Madame Curie, rientrando in casa dopo il funerale del marito, scriveva sul suo diario: "E adesso tutto è finito, tutto è davvero finito", parole in cui si sente il peso della disperazione.
Nelle mie ore di oscurità assoluta, di tenebra da venerdì santo, quando si oscura il volto di Dio, ripeto a me stesso un pensiero che Van Gogh scriveva205 a suo fratello: "Il nero assoluto non esi­ste in natura", ma il nero assoluto non esiste neanche nel mondo dello Spirito, perché nel momento in cui siamo risucchiati dal nichilismo, affiorano dentro di noi volti, immagini, frammenti, incontri, esistenze che dicono Dio, senso, significato, bellezza, e verità, che dicono valori e profondità spirituali. Ho bisogno di palpare questi frammenti di bellezza che ci sono nella vita e non chiudere gli occhi alla bellezza." Diceva Dostojevski: "È la bellezza che redimerà il mondo", ma la bellezza è anche quella che ci re­dime dai risucchi oscuri delle tentazioni nichiliste e atee, perché la bellezza alta, vera è la trasparenza della verità, di una raggiunta verità interiore. Occorre davvero toccare questi momenti lumi­nosi dell'essere e della vita.
Non dimenticherò mai una sera con padre Acchiappati,206 quando gli avevo posto questa drammatica domanda sul dolore umano. Non ricordo nulla di quello che mi disse quella sera, ma quando leggo la pagina dei discepoli dì Emmaus,207 immedia­tamente rivivo quella sera e sento il cuore ardere. Era lui ed era diverso da lui, era un volto illuminato; mi è parso ad un certo momento come un gigante dello spirito che avesse posto il piede sulla riva ulteriore e di là traguardasse l'altra faccia delle cose, il­luminata dalla luce di Dio e mi dicesse: "C'è luce". E quella sera, salutandomi, mi disse: - ed è per me un saluto incancellabile - "santa notte", non buona notte, ma santa notte. Veramente è stata per me una delle notti più sante, in assoluto. Ricordo tutti i particolari di quella sera: mettendo la mano sulla maniglia della mia camera da letto, mi dissi: "Come sarebbe bello morire questa notte, con questa luce". E per la prima volta nella mia vita, mi sono detto: "Ma allora se è così, posso accettare. Accetto, o mio Signore, accetto". È solo un frammento: ma quante volte nelle ore oscure, nelle ore dei cupi abbandoni, quel momento rivive, porta luce.

i momenti di Tabor, di luce

Sono i momenti del Tabor, nell'incontro dell'amicizia: "Dove due o tre sono riuniti nel mio nome - dice Gesù - Io sono in mezzo a loro".208 Quello è stato un momento di luce e quella luce c'è, non la posso cancellare. Mi accorgo che quando faccio un'affermazione nichilista, calpesto veramente tutto quello che di più alto mi porto dentro: le mie aspirazioni, i miei sogni, le mie tensioni più alte. Sento, infatti, che la parola nichilista an­nulla e cancella tutto, mi profana dentro. In quel momento in­sorge dentro di me questo pensiero: "Preferisco inabissarmi con intatto il più alto sogno della mia vita, piuttosto che sopravvivere con questo sogno infranto".
Certo, sento l'ostacolo, ma c'è un altro modo, quello della fede, di affrontare questo ostacolo, lo scandalo del male, che non si può ridurre, non si può negare, né dissolvere. Dostojevski di­ceva, quando qualcuno l'accusava di fideismo: "Imbecilli, non sanno che il mio osanna a Cristo è passato attraverso il crogiolo di tutti i dubbi".
Questa è stata anche la risposta di Giobbe. Giobbe è il creden­te lacerato e tormentato, così come è lacerata e contraddittoria la realtà in cui siamo immersi. Ci sono delle cose che dicono Dio e ci sono delle cose, eventi, avvenimenti, che dicono non Dio, come ci sono delle persone che dicono Dio e ci sono delle perso­ne che dicono non Dio.
Dio non si vede mai direttamente, ma certo si intuisce, si pal­pa dove Dio c'è e dove non c'è. La realtà è contraddittoria: dice Dio, ma dice anche il tremendo di Dio, il Dio oppressivo. Il sacro è connotato, infatti, da questi due sentimenti: il fascinans ed il tremendum.209 Ci sono delle immagini di Dio che hanno cancellato tutto il fascinans ed hanno invece conservato tutto il tremendum di una trascendenza oppressiva e cupa.
Nella religione c'è anche questo: quante paure di Dio, quante oppressioni di Dio abbiamo subito! Anche il nichilismo può es­sere stato considerato una liberazione di fronte a certe immagini di Dio che erano ancora più oppressive dell'assenza di Dio.
Giobbe è l'uomo, che nella sua intelligenza e nel suo cuore, è stigmatizzato e crocefisso da queste contraddizioni, come lo è d'altronde la realtà e la stessa esistenza dell'uomo. A questo riguardo papa Montini, nel suo Dialogo con la morte,210 che può es­sere considerato il suo testamento spirituale, ha avuto un'espres­sione altissima: "Questa meravigliosa e tragica avventura uma­na", - scrive parlando della vita.

il cammino attraverso il dubbio e la rivolta di Giobbe

Giobbe vive e soffre conflittualmente il problema dell'esisten­za di Dio e del male. Per giustificare la sua sofferenza i falsi amici di Giobbe gli dicono: "Tu hai peccato, confessa, ed allora Dio ti libererà dalla sofferenza".211 Dio dice loro: "Tacete, voi, consola­tori molesti, perché non dite la verità come il mio servo Giobbe, ma voi parlate senza fondamento".212
I falsi amici "teologi" di Giobbe hanno trovato, infatti, la spie­gazione razionale del mistero della sofferenza, collegando la sof­ferenza alla colpa e al peccato ed offendendo in questo modo la verità di Dio (però distorta), la verità del dolore umano (che fanno, appunto, dipendere dalla colpa) e la verità dell'innocenza di Giobbe e dell'uomo.
"Se anche tu mi ucciderai, io continuerò a sperare in Te, ma seguirò ugualmente le mie vie"213 (cioè riaffermo la mia innocen­za), dice ad un certo punto Giobbe. Che bello! L'ebraismo è ricco di questo grande dibattito con Dio. Credo che sia una delle espe­rienze religiose dove è più alta questa libertà di contestazione.
Giobbe è l'uomo in rivolta. In alcuni momenti dà delle staf­filate sul volto di Dio: "Tu ridi del dolore dell'uomo".214 E Dio, però, agli amici di Giobbe dirà: "Voi non dite la verità, come l'ha detta il mio servo Giobbe".
Giobbe maledice, si rivolta, bestemmia, ma la sua non è una bestemmia blasfema, è come la lotta di Giacobbe con l'angelo,215 è la lotta con Dio. E il cammino di Giobbe è un cammino attra­verso il dubbio e la rivolta.
Santa Teresina un giorno disse: "Preferisco tacere, altrimenti bestemmierei".216 Abbiamo purtroppo cancellato certe espressio­ni dalla vita dei santi. D'altronde la stessa Teresina di Lisieux diceva: "Quando io canto la bellezza, la pienezza e la gioia del regno, voi pensate che il velo per me si sia squarciato; ma non è un velo, è un muro che dalla terra si alza fino al cielo. Io canto quello in cui voglio credere".217
In fondo un certo tipo di bestemmia esprime e traduce sen­timenti profondi. Io l'ho sentita affiorare a Lourdes e mi veniva dal profondo. C'era accanto a me una mamma con il suo bambino in braccio. La traguardavo; avevo già avuto un momento di crisi, quasi di rivolta, mi ero detto, infatti: "Come è possibile convogliare tanta speranza che poi va delusa?". Quando passò il Santissimo, io non guardai la processione, guardai il volto di quella donna con il bambino in braccio. Dal profondo di me, in quel momento, veramente ho capito la bestemmia. E non era una bestemmia blasfema. Credo che Dio legga, sappia decodifi­care la voce: c'è in fondo un bisogno di adorare un'immagine del nostro Dio, che sia pura dal male che c'è nel mondo, che non lo ritenga responsabile del male che c'è nel mondo. È, dunque, una bestemmia, una rivolta nobile che, in qualche modo, vuole di­fendere Dio dalla sua caricatura, da una sua immagine distorta.

"O Dio, liberami da Dio"

Mi torna in mente a questo riguardo quella preghiera parados­sale di Eckhart,218 il grande mistico: "O Dio, liberami da Dio", cioè liberami da un'immagine impura di Dio. È una rivolta che
non nasce da meschinità, dalla parte oscura e mediocre di noi, ma nasce dalla parte più alta, più pura e più nobile di noi. È la nostra nobiltà che si rivolta, che non accetta.
Ed in fondo che cos'è il peccato originale? L'abbiamo fatto diventare il peccato dell'uomo. Secondo questa concezione è dal peccato dell'uomo che deriverebbe una caduta ontologica di tut­ta la creazione. La pagina del peccato originale, secondo me, non documenta il peccato dell'uomo, documenta, invece, la grandez­za e la nobiltà dell'uomo religioso, del credente nel suo Dio. Di fronte a tutto il male che c'è nel mondo e nella creazione, l'uomo dice: "Il nostro Dio deve essere puro da tutta questa infamia, da tutto questo male e da tutte queste sofferenze". Ed allora l'uomo assume su di sé la responsabilità del male. Ecco dove nasce, a mio parere, la concezione del peccato originale. Mi ritorna alla mente una pagina di una poetessa francese219: nel suo Diario racconta di una sera di fine d'anno: "Nella chiesa ci sono tante persone raccolte a cantare il Te Deum e dall'alto Dio vede queste creatu­re segnate, ferite, tutti i volti della sofferenza, dell'umiliazione e della solitudine; ed è da queste creature che sale l'inno a Dio: Te Deum laudamus. E dall'alto dei cieli Dio risponde: Te hominem laudamus".
Passando attraverso una fase di rivolta Giobbe giunge a placare la sua tempesta interiore. Quando Dio gli dice: "Giobbe dov'eri tu quando io facevo emergere dal nulla le cose, quando io semi­navo i cieli di stelle, quando facevo erompere i monti dalla terra, quando dividevo le acque, quando...",220 Giobbe, grado a grado, lentamente, curvando il capo, prende coscienza della sua creatu­ralità, del suo limite, coscienza che era stata velata dalla violenza, e dal suo dolore: non rinnega la sua intelligenza, ma l'intelligenza si fa umile. Come dice Simone Weil: "Quando l'intelligenza eser­cita se stessa, è umile, sente il proprio limite".

un conoscere più alto

C'è, dunque, un conoscere nuovo, un conoscere diverso, un conoscere più alto. Ora riconosco - dice Giobbe - che io non sono alle radici delle cose, che in principio è il logos; Dio e non l'uomo è la fonte sorgiva delle cose; le cose sono prima di noi e senza di noi; le radici delle cose affondano in un mistero più alto che ci trascende e che ci sfugge.
L'inesplicabile a questo punto diventa mistero: il mistero è una realtà che porta in sé una profondità nascosta e ignota, ma alta e divina. La realtà è contraddittoria e quindi noi dobbiamo do­verosamente dire anche nei confronti di Dio: "videtur quod sic, videtur quod non":221 vi sono delle cose che dicono di Te e vi sono delle cose che non dicono di Te, e non devo violentare me stesso per ignorare le cose che non dicono di Te. Ma non posso dire: "La realtà è assurda, la realtà è ingiusta", perché questa parola è impronunciabile per l'uomo.
Se, come l'esperienza di Giobbe insegna, non sono alla radice delle cose, se non ho la visione globale, totale e profonda di tutta la realtà che mi trascende infinitamente, allora la cifra nascosta e segreta delle cose non risiede nel mio cuore, ma risiede in un logos, in un cuore più alto che non è il mio. lo sono creatura: posso dire, dunque, che la realtà è contraddittoria, ma non posso dire che è assurda. Per poter dire che la realtà è assurda, dovrei, infatti, poter penetrare tutta la sconfinata profondità e tutte le dimensioni del reale.
Giobbe capisce questo e dice la grande parola, una delle parole sacre, fondanti, orientanti: "Ora mi rendo conto... ho parlato di cose troppo più grandi di me",222 prende coscienza, cioè, che il reale è più grande del nostro razionale e della fase attuale della nostra coscienza. Cristo stesso dirà: "Per ora non potete capire, capirete poi" ed ancora: "Quando avrete fatto l'esperienza del­lo Spirito, egli gradualmente vi introdurrà alla verità tutta intera".223
Giobbe capisce, dunque, che la ragione quando assolutizza se stessa, mortifica la profondità e l'ampiezza del reale e quindi commette un peccato contro la realtà, mistifica la realtà, la circo­scrive indebitamente.
Come bisogna distinguere la fede dal fideismo, così bisogna distinguere la ragione dal razionalismo che è, infatti, la circoscri­zione indebita della realtà. Giobbe lo ha capito e porta la mano alla bocca - ad os - da cui viene la parola alta e bella: "adorare".224 Adorare è il più alto momento di questo cammino verso Dio, è il silenzio riverente di fronte al mistero che ci trascende e che è infinitamente più grande del nostro pensiero e del nostro cuore.

"Dio è più grande del nostro cuore"

Anche Giovanni dirà: "Dio è più grande del nostro cuore"225 e anche della nostra intelligenza: non è contro, ma più grande della nostra intelligenza. Questa percezione è il primo dato es­senziale di ogni autentica religiosità; quando viene a mancare questa percezione del mistero, della profondità del reale, viene a spegnersi, ad essiccarsi, ogni autentica religiosità. Possiamo essere cattolici, protestanti, ortodossi, indù, buddisti, mussulmani, ma se ci manca questa percezione, manca una pura religiosità, e si spegne e si appiattisce ogni cosa.
Ora Giobbe può concludere, con un presentimento se pur oscuro: "Eppure so che il mio vendicatore esiste e lo conosce­rò";226 ed ancora: "Finora Ti ho conosciuto per sentito dire, ma sto accedendo ad un'esperienza più alta, in cui Ti conoscerò con un altro volto, attraverso un'altra esperienza, faccia a faccia".227 E non sarà più il volto del Dio che lui ha bestemmiato perché Dio ha un volto che consente un'esperienza più alta, più positiva e più luminosa di Lui.
Ed allora possiamo anche noi dire la grande parola di Léon Bloy,228 quando racconta di un sacerdote che vedendo una donna nella chiesa deserta che sta piangendo con lacrime silenziose, le si accosta e le dice: "Come dovete essere infelice!". Ma la don­na risponde: "No, non sono infelice, sono immensamente felice, perché non si entra in Paradiso domani o postdomani o fra dieci anni, ma oggi stesso, quando si soffre di una sofferenza illumina­ta". E poi soggiunge: "Tutto ciò che succede è adorabile".
Gesù, attraverso la sua esperienza, ci fa conoscere questo volto diverso di Dio, perché Gesù è il compimento di tutte le attese e di tutte le domande più segrete e più profonde dell'uomo. Ed oc­corre vederlo davvero così il volto del Padre: come il compimen­to, in pienezza, dei sogni più segreti dell'uomo, di ogni uomo, a qualunque religione appartenga.

Terzo incontro
Pallanza, 23 maggio 1993

Ieri abbiamo visto prima la risposta nichilista, il rifiuto, la can­cellazione di Dio e poi l'atteggiamento lacerato di Giobbe che dopo il suo intimo travaglio giunge a uno degli atteggiamenti essenziali dello spirito religioso: l'adorazione. Adorazione che vuol dire il silenzio reverente di fronte al mistero che ci penetra e che ci trascende. Noi siamo dentro ad una vicenda di mistero ed il mistero non sopporta spiegazioni né soluzioni; possiamo solo sperare che gradualmente si chiarifichi e prenda luce.
Dobbiamo ora cercare di entrare nel mondo interiore di Gesù che ci aiuta, soprattutto nelle apparizioni pasquali, a capire come siamo sempre tardi e stolti di fronte all'immenso mistero della sofferenza umana.
Gesù, nel racconto di Emmaus, apre ai discepoli scorati il sen­so delle scritture, cominciando da Mosè e dai profeti, interpreta, cioè rilegge insieme a loro, tutte le grandi realtà religiose. Questo mi pare il senso stesso della Pasqua.
Quand'ero ragazzo, la festa della Resurrezione la si celebrava il mattino del sabato. E quando si scioglievano le campane nell'al­leluia, ricordo che la mamma ci prendeva per mano, si scendeva nel cortile, si pompava l'acqua dalla fonte e ci lavava gli occhi. Credo che davvero quello sia il gesto più significativo per cele­brare la Pasqua che è il vedere in una luce nuova.

Gesù ci aiuta a rileggere la creazione e la salvezza e il mistero della sofferenza

Le parole che Gesù pronunzia nelle apparizioni pasquali, sono appunto espressione di questo rileggere, di questo riconoscere, ad un livello e ad una dimensione più alta, tutta la sua vicenda passata, tutta la storia di Israele. Gesù ci aiuta, dunque, a rilegge­re tutte le grandi realtà religiose: la creazione, il peccato di Ada­mo, l'immagine di Dio e, soprattutto, l'eterna alleanza tra Dio e l'uomo, ci aiuta a rileggere la salvezza, la redenzione.
Ci dà anche un'altra lettura dell'esperienza del dolore e della sofferenza, non più legata alla colpa ed al peccato, lettura questa che era degli amici di Giobbe e che continua ad essere spesso la nostra lettura; anche noi infatti quando ci succede qualche disgrazia pensiamo: "Ma che cosa ho fatto?" C'è sempre questo vincolo tra sofferenza, colpa e peccato. Gesù ci libera appunto da questo vincolo: il dolore non è legato al peccato.
"Maestro, chi ha peccato? Lui o i suoi genitori per essere nato cieco?", chiedono a Gesù davanti al cieco nato. E Gesù risponde: "Né lui né i suoi genitori hanno peccato, ma ciò accade perché si manifestino in lui le meraviglie di Dio".229

fiore di campo, chicco di grano e granello di senape

E per dirci queste meraviglie, questi miracoli di Dio,- Gesù ci propone tre grandi immagini, non tratte da citazioni bibliche, ma raccolte dalla vita dei campi, dalla natura. Sono immagini che illuminano e riassumono anche tutto l'Evangelo come buo­na novella, che esprimono tutto il mistero di Gesù e della sua missione ed anche il mistero divino che deve compiersi nella vita di ognuno di noi.
1. La prima immagine è quella del fiore del campo.:
"Guardate il fiore del campo, - dice Gesù - non lavora, non tesse. È il Padre che lo veste di grazia e di bellezza, di tanta gra­zia e di tanta bellezza, quale neppure Salomone mai sognò di vestire".230
2. La seconda immagine è quella del chicco di grano:
"Se il chicco di grano non cade, se non si abbandona alla zolla e non muore, - afferma Gesù - rimane sterile ed infecondo. Ma se acconsente ad abbandonarsi alla zolla oscura, ma amica, allora porta frutto".231
3. La terza immagine è quella del granello di senape:
"Se voi aveste tanta fede quanto un pur piccolo granellino di senape, trasportereste anche le montagne".232 Noi, abitualmente, traduciamo: se voi aveste una fede tanto piccola, quanto è pic­colo un granellino di senape, se aveste, dunque, anche una pic­colissima fede, trasportereste le montagne. A me pare invece che altra sia la lettura di quanto vuol dirci Gesù: "Se voi aveste una fede tanto grande, quanta ne ha un pur piccolissimo granellino di senape, che è piccolo, ma è tutto fede, se voi foste tutta fede, allora trasportereste anche le montagne" e si compirebbe il mira­colo. Le stigmate dolorose possono, allora, diventare le stigmate luminose sulle quali Tommaso mette la sua mano tremante e dice: "Signore mio e Dio mio".233
Ecco, in queste tre immagini mi pare ci sia il succo di tutto l'Evangelo, del mistero cristiano e di tutto il Cristianesimo.
Padre Balducci,234 in quell'ultima, splendida intervista fatta alla televisione, dice in modo pacificato, sereno, fermo, chiaro:
"Questo Cristianesimo, nel suo involucro storico, dottrinale, deve morire per poter ritrovare la sua vena sorgiva e creativa".
Ci troviamo di fronte a due prospettive di lettura del Cristiane­simo, anche a proposito della creazione e del peccato originale.
Sono sei le grandi parole, che segnano l'approccio al mistero cristiano, che qui vorrei sintetizzare.
1. La prima grande parola è quella dell'adorazione: il silenzio reverente di fronte al mistero.
2. La seconda parola è riassunta nel fiore del campo. Nell'ac­cogliere in sé il mistero di Dio, nell'aprirsi al dono della luce, incomincia il cammino ascensionale dalla zolla oscura, fino alla pura bellezza del fiore. Questo è il cammino cristiano, questa è la salvezza cristiana, questa è la trasfigurazione cristiana. Il Cri­stianesimo va letto tutto nella luce della trasfigurazione più che in quella della salvezza. Il concetto centrale non è, infatti, tan­to quello della salvezza dalla nostra povertà originaria, quanto quello della nuova creazione che si opera in noi nell'accogliere lo Spirito di Dio.
3. La terza parola fondamentale, che ci introduce nel mistero, è quella del chicco di grano che caduto in terra produce frutto. È la parola dell'abbandono fiducioso a Dio. "Padre nelle tue mani abbandono me stesso", il mio spirito, il mio Vangelo, tutto, dice Gesù. E qui emerge una concezione davvero diversa del mi­stero. Ho concepito sempre il mistero come un muro. Il grande passaggio sta nel concepire il mistero, non come muro impene­trabile, ma come zolla in cui ci si abbandona ed in cui si compie il miracolo. Siamo momenti di un miracolo di trasfigurazione.
4. La quarta parola è ancora il chicco di grano, che caduto in terra si abbandona alla zolla, ma il suo abbandono non è un abbandono inerte. Una mia amica chiudeva una sua poesia con
questa parola bellissima: "Mi riposo nel mistero". Il riposarsi nel mistero non è un abbandono inerte, passivo; è una fedeltà crea­tiva alla luce ed all'immanenza di Dio dentro di noi. È la divina creatività che ci permette di trasportare le montagne.
5. La quinta parola è quella di Gesù sulla croce: "Padre, per­dona loro". È la capacità di assumere in sé il dolore del mon­do, di purificarlo, di chiarificarlo, di pacificarlo, sino a renderlo benedizione e forza nella comunione dei santi e delle cose sante. "Nelle tue mani, o Maria, la nostra croce germogli in ulivo di pace per noi e per tutti".235
6. E poi finalmente l'ultima parola: gloria Dei vivens homo. Gloria nel senso biblico, cioè splendore del manifestarsi di Dio. In un bel testo, Ireneo236 dice: "La manifestazione di Dio è l'uo­mo vivente e la vita dell'uomo è la manifestazione di Dio".
In fondo, amici, questa è la mia convinzione più profonda: che tutte le parole che noi diciamo su Dio, sono parole dell'uo­mo dette su Dio, anche quelle della Bibbia. Sono espressioni, certo, di una esperienza spirituale altissima e profonda, ma pur sempre parole dell'uomo dette su Dio. Ci si stupisce del silenzio di Dio dopo Auschwitz, ma ci si dimentica che Dio è silenzio.
Eraclito237 dice: "Dio non dice e non nasconde, Dio fa segno". L'unica vera parola di Dio è il Verbo che si è incarnato e che ha preso volto in Gesù. Dio può esprimersi, incarnarsi anche nella concretezza di un volto ed allora quel volto è parola di Dio. E dove c'è un volto trasfigurato dalla sofferenza e c'è una sofferenza trasfigurata, possiamo dire, con assoluta certezza: qui c'è Dio, questa è parola di Dio. È l'uomo vivente l'unica, la sola parola di Dio. Tutte le altre sono parole dette su Dio ed hanno tutta la precarietà, l'inconsistenza, la levità delle parole di uomini dette su Dio. Il seme, il piccolo seme che dalla zolla oscura giunge al miracolo, alla bellezza del fiore, ecco, quello è davvero parola di Dio. E, come il fiore, il Cristianesimo, nei suoi vertici alti, è mi­stero, miracolo, sacramento. È mistero che porta dentro la luce; è miracolo che obbedisce, nella sua fedeltà, alla luce e, nella misura in cui è miracolo, diventa sacramento di Dio. Non vediamo la luce, vediamo il sacramento della luce.
Come il fiore è mistero, miracolo e sacramento della luce, così l'uomo è mistero, miracolo, sacramento dell'invisibile. In Gesù, immagine visibile del Dio invisibile", icona di Dio, pura tra­sparenza di Dio, questo miracolo si è compiutamente realizzato. Questo è il cuore del sacramento cristiano.
Vi sono due prospettive di lettura della creazione, che danno origine a due diversi orizzonti religiosi. Penso che al termine di questo secolo, occorrerebbe riprendere quell'espressione molto bella di un libro di Tyrrell,239 uscito postumo nel 1910, che è titolato Cristianesimo al bivio.
C'è una lettura della creazione, quella consueta, ove la creazio­ne esce dalle mani di Dio nella sua pienezza, divina e paradisiaca. Esce perfetta, non conosce né dolore, né peccato, né malattia, né morte, né ignoranza, né vecchiaia. Tutto respira in una tra­sparenza, in una purezza, in un'innocenza divina: tutto respira nella luce.
Poi c'è la caduta: c'è la disobbedienza di Adamo e, attraverso il suo peccato, c'è la caduta ontologica di tutta la creazione. Il pec­cato dell'uomo provoca la caduta sia della creazione sia dell'uo­mo ed in quella colpa, il male ha la sua radice e la sua origine.
Ricordo una trasmissione di Radio Maria: Padre Livio com­mentava il ritardo nel dare il battesimo ai bambini, e diceva te­stualmente: "Un bambino senza battesimo è in uno stato di og­gettiva inimicizia con Dio". Vi potrei leggere infiniti testi in cui si parla di questa rottura, di questa caduta ontologica: la creazio­ne non è più la creazione di Dio, è la creazione guastata, alterata, decaduta per colpa del peccato dell'uomo.
In questa medesima prospettiva si muove il concetto della re­denzione: viene il Salvatore, Gesù muore sulla croce in un sa­crificio espiatorio e sostitutivo, fonda la chiesa, la quale applica i meriti, la salvezza e la giustificazione ottenuta da Cristo sulla croce, a tutti noi attraverso i sacramenti, in particolare attraverso il sacramento del battesimo, che ci restituisce alla primitiva pie­nezza. Questo, dunque, è uno schema di lettura.

la creazione nasce povera: dal caos al cosmo, dal nulla alla pienezza

Ma c'è anche una seconda lettura: Dio non crea il mondo e l'uomo nella sua divina pienezza; lo crea come il fiore del cam­po che nasce dalla povertà originaria della zolla. Mi diceva un contadino di Challant tanti anni fa: "Quando vado nel campo a lavorare, vedo i fiori, ma se io prendo la terra, questa non ha né bellezza, né profumo, nulla; come mai da questa terra viene il profumo, la grazia, la bellezza del fiore? Come mai?" Ecco il miracolo. La creazione, dunque, nasce povera.
All'inizio del Genesi si dice: "Dio creò il cielo e la terra, ma la terra era vacua, informe, tenebrosa".240 In questa lettura non c'è un peccato originale ed originario, c'è una povertà originaria. E su questa terra povera, vacua, informe e tenebrosa aleggia lo Spi­rito. E mano a mano che la terra si apre e lo Spirito la penetra e la intride, lì incomincia il cammino ascensionale: dal caos origina­rio, alla bellezza ed al miracolo del cosmo, così come dalla zolla oscura il piccolo seme, aprendosi alla luce ed interiorizzando la luce, incomincia il suo cammino ascensionale: rompe la crosta, sale oltre, fino a giungere a pura bellezza.
Ricordate il prologo di Giovanni: "E la luce venne e le tenebre non l'hanno accolta... ma a coloro che l'hanno accolta, ha dato il potere di diventare figli di Dio".241 Ecco il miracolo: compiere questo cammino ed essendo figli di Dio poter fare cose che Dio solo sa fare; questo è il potere che ci è stato dato, non il potere che noi abbiamo impoverito interpretandolo carnalmente. Perdonare i nemici, trasfigurare il dolore, immedesimarsi nel pros­simo, queste sono cose divine: qui c'è, infatti, un salto oltre il biologico, oltre l'umano.
A chi interiorizza lo Spirito di Dio, Gesù dice: "Farete cose an­che più grandi di quelle che ho fatto io"242. Il potere di perdonare i peccati non è il potere giuridico dell'assoluzione, è il potere di diventare una presenza trasfigurante anche nelle esperienze più squallide e più impure e direi più alterate dell'uomo. È questo il cammino verso una divina pienezza, per essere immagine e somiglianza di Dio. Interiorizzare Dio e fare le cose di Dio: questa è la salvezza.
La cecità del nato cieco, la cecità originaria, l'oscurità, la tene­bra, non è colpa di nessuno, così come l'oscura povertà originaria non è colpa dell'uomo e neppure di Dio. Dio è puro. Ma allora da dove viene il male?
Penso che il male sia una situazione originaria ed iniziale ed è ciò a cui Gesù allude quando ci parla della cecità del cieco nato.
Dio ha tratto, infatti, il mondo dal nulla. Un grande mistico nordico Böhme,243 da cui poi ha attinto un altro mistico, Sile­sio244, diceva che il mondo è stato tratto "dalla grande tenebra del nulla", mentre al Centro di fisica di Ginevra i visitatori sono accolti con queste parole molto belle: "In principio era l'energia, e l'energia ha fecondato il mondo". Sul piano metafisico pos­siamo dire: "In principio era il logos ed il logos interiorizzandosi feconda il nulla".
Incomincia così questo cammino dal nulla verso la divina pie­nezza: il grande, il vero esodo, che non è quello biblico, che è solo il simbolo storico di questo grande esodo metafisico. È que­sto infatti il cammino che dall'emergere dal nulla, sotto l'azione dello Spirito, è orientato verso la divina pienezza sino a farci di­ventare una cosa sola con Dio, sino a poter dire anche noi con Gesù: "Tutte le cose tue, o Padre, sono mie, tutte le cose mie, o Padre, sono tue"; "Io ed il Padre siamo uno"; "Tu in me, Padre, io in Te, noi in loro, loro in noi".245

E già fin da ora siamo in cammino per attingere quella vita assoluta, che si compirà in pienezza oltre la soglia del visibile, quando Dio sarà tutto in tutte le cose. Ricordo il travaglio di Dom Le Saux246 negli ultimi anni, per cercare di armonizzare la visione cristiana con la visione advaita, della non-dualità. In Cristo, davvero, la non-dualità si è consumata, in Lui si è com­piuto in pienezza l'in-esse di Dio nella creatura e della creatura in Dio, l'essere una cosa sola con Dio. Questi sono i vertici assoluti del Cristianesimo. Se togliamo questi vertici, il Cristia­nesimo si appiattisce nella morale; togliamo veramente l'anima del Cristianesimo.
La creazione, che emerge dal nulla è una necessità, non è un atto di imperio intriso di negatività e di male. La radice del male originario non è una radice morale, il peccato dell'uomo o il peccato di Dio, ma è una radice metafisica. La creazione non è segnata dalla colpa né dell'uomo né di Dio; è segnata ontologi­camente dal suo nulla originario. Questa, mi pare, è la radice del male che è nella creazione e che è presente anche nell'uomo.

siamo degli itineranti

L'imperfezione è la nota costitutiva, è l'essenza della creatura. Creatura è qualcosa in via di creazione, in divenire; è, direi, una realtà in cammino, siamo tutti in itinere, siamo degli itineranti, non dei passanti. Nella visione nichilista, invece, noi siamo dei passanti; veniamo da un nulla e torniamo nel nulla, fuochi fatui nella notte, momenti effimeri dell'effimero, siamo pura incon­sistenza. Nella visione religiosa cristiana, veniamo, sì, dal nulla, ma siamo pellegrini verso una patria e verso una pienezza. "Homo viator, spe herectus",247 noi siamo ontologicamente tensione verso Dio, in cammino verso Dio.
Si dice che il male è lontananza da Dio, il figliol prodigo è an­dato - dice il Vangelo - nella regione della lontananza, Agostino dice nella regione della dissomiglianza: in questa lontananza me­tafisica da Dio, c'è anche la nostra non-somiglianza. Ad immagi­ne e somiglianza di Dio è la meta, non l'origine. La lontananza da Dio, anche moralmente, vuol dire non essere uno con Dio ed è lì la radice del male.
Il vero grande esodo, è l'esodo dal nulla alla divina pienezza, e, in fondo, alla radice di ogni religiosità, c'è la grande preghiera indù: "Guidami luce benigna dall'irreale (dal nulla originario) al reale, dalla tenebra alla luce".
Giovanni Vannucci248 pregava il Signore perché lo aiutasse a discernere "ciò che è effimero e ciò che è eterno, ciò che è illu­sorio e ciò che è permanente, ciò che è insignificante e ciò che è essenziale". Quello che Vannucci ci indica è il cammino dal­l'inessenziale all'essenziale, dall'irreale al reale, dalla vita segnata dal peccato e dalla morte alla vita eterna assoluta, all'infinita vita di Dio, quell'infinita vita di cui parla Giovanni nella prima lette­ra: "L'infinita vita che è nel Padre, la comunichiamo anche a voi perché siate in comunione con noi"249.
Nella creazione, dunque, non c'è una originaria pienezza, poi una caduta, infine una redenzione, ma c'è una povertà originaria e un cammino che va dal caos verso una divina pienezza.
Oggi è festa dell'ascensione: è una festa centrale, è una festa, direi, ontologica dell'uomo. Noi siamo in un cammino ascen­sionale; è la legge dell'essere. Questo cammino ascensionale dal nulla, impregnato di negatività, non può essere consumato mira­colisticamente. Dio non può fare il miracolo istantaneo che dal seme fa sorgere immediatamente la pianta: c'è tutto un cammi­no, è necessario che il seme marcisca. "Non doveva forse (il Cri­sto) passare", dice Gesù ai discepoli di Emmaus...250 Quante volte nel Vangelo c'è questo non doveva, il Figlio dell'uomo deve.
Questo cammino ascensionale dal vacuum, dal caos che è in noi si compie nella lotta, nella fatica, nel dolore e nel travaglio. Diceva Paolo VI: "La vita dell'uomo è anche tragedia".251 In fon­do il Cristianesimo è agonia, è lotta e Paolo dice che "tutta la creazione geme, lotta ed anela verso la redenzione".252
Questo cammino e questa fatica non possono essere annullati, né abbreviati, neppure da Dio. La pienezza divina, l'interiorizza­zione di Dio, il diventare uno con Dio, è come il pane che deve essere guadagnato con il sudore della nostra fronte. Leonardo diceva: "Dio cede tutti i suoi beni a prezzo di fatica ed il sommo bene, che è Dio, a prezzo di somma fatica".253 Non si salta a piedi giunti nel regno di Dio e neanche a colpi di miracoli e di sacra­menti, neanche con quello del battesimo.
Gandhi diceva: "Le cose di Dio camminano a piedi" e Tei­lhard de Chardin254 del cammino dell'uomo diceva che "è in alto ed in avanti". In alto, perché, come dice Gesù: "Se fate queste cose, potete ora essere beati"255, potete attingere già ora, pur nelle situazioni di tristezza e di dolore e di sofferenza, qualcosa dell'in­finita vita di Dio, qualcosa di quell'assoluto di senso, di consi­stenza, di comunione.
Noi, sovente, pensiamo all'escatologia come a qualcosa di tem­porale, a qualcosa che riguarda la vita dopo la morte. Ma il cuore del Vangelo ci dice che possiamo attingere già ora una vita che ha in sé qualcosa dell'assoluto di Dio: assoluto di senso, assoluto di consistenza e di durata, assoluto di comunione. Questa è la vita eterna, promessa da Cristo ai discepoli, e Paolo dice: "Né vita, né morte, nulla ci può separare ormai da questo assoluto dell'amore di Dio e dell'amore di Dio che è immanente dentro di noi".256 È un cammino, un'ascesa verso lo Spirito e verso la libertà.
La vita è ancora, per tanta parte, vacua, inanis et tenebrosa. Si­mone Weil257 vede una "dura legge della necessità", che domina, nella vita domina la negatività, e dunque il non-Dio. Ma siamo in cammino.
Dio non è, come spesso intendiamo, la provvidenza, la grande fata che possa cambiare le pietre in pane, che possa toglierci da questo cammino che passa attraverso la croce. Non è possibile, perché anche Dio è con noi dentro questo cammino. Anche Gesù ha capito qual era il suo cammino e l'ha capito e riconfermato sul Monte Tabor, a colloquio con le grandi esperienze spirituali dell'ebraismo: Mosè ed Elia."' Non c'è strada di circonvallazione che possa evitare la strada che porta al calvario. Il caos, l' inanis, il vacuum è legge strutturale.
A questo riguardo, in fondo anche il nichilismo ha una sua ve­rità. Dove infatti nella storia vediamo così facilmente la provvi­denza? Tanta parte della storia, della realtà è ancora questo nihil iniziale, questo nulla originario. Ci sono ancora le impronte di questo nulla, un nulla di senso, di consistenza, di comunione.
Occorre salire. L'ascensione è legge fondamentale dell'essere, costitutiva dell'essere: salendo conosco, salendo capisco, ma se non salgo non capisco e non conosco. Pensate che cammino dal pasto di una belva ad un banchetto tra amici. Pensate al banchet­to di Cristo nell'ultima cena. Lì davvero ci si nutre di luce, senza più consumare, senza più distruggere. "Tu in me Padre, io in Te, noi in loro, loro in noi, consumati nell'unità".
Ma questo cammino, amici, è fatica nostra, è conquista no­stra, certo in sinergia con la luce.
In questo senso, ma solo in questo senso, accetto quella teo­logia che parla dell'impotenza di Dio, che è impotenza di fronte alla verità delle cose. Dio è sottoposto alla verità delle cose, ma essere sottoposti alla verità, non è una debolezza. San Paolo dice di Gesù che, attraverso tutte le cose che patì e che subì, imparò l'obbedienza al reale, e reso perfetto da questa scuola del reale (non fuggiamo nel sogno, negli spiritualismi disincarnati), venne costituito Signore e Messia.'"
Non è che Dio non sia onnipotente: è l'immagine che ci sia­mo fatti dell'onnipotenza che è sbagliata. È un'immagine distor­ta di Dio quella che lo concepisce come un immenso faraone dispotico ed arbitrario e proprio questo è il peccato originale. Il peccato originale non è, infatti, il sogno di Adamo di voler essere uguale a Dio: non è questo il peccato. Adamo, all'inizio, sentiva la presenza di Dio come una presenza amica, l'aspettava ogni sera, quando Dio scendeva a camminare con lui. Com'è bello questo "passeggiare" con Adamo: segno alto dell'amicizia e del dialogo. Ma quando Adamo introietta l'immagine di un Dio che è esterno all'uomo, che addirittura è geloso dell'uomo, introietta un'immagine distorta, un'immagine satanica di Dio, in un deli­rio di onnipotenza, che è presente nel cuore di tutti gli uomini.

peccato originale non è voler essere come Dio, ma come una immagine distorta di Dio

Il peccato di Adamo è quello di voler diventare simile a quel Dio di cui si è fatto un'immagine sbagliata, quella appunto di un'onnipotenza dispotica. Vuole diventare come Lui attraverso la magia, attraverso il sacramentalismo facile. "Mangia la mela e sarai come Lui", come gli suggerisce il serpente. "Se sei il figlio di Dio, comanda a queste pietre che diventino pane", come dirà Satana nel deserto a Gesù o ancora, come suggeriranno a Gesù schernendolo i soldati ai piedi della croce, "Se sei figlio di Dio scendi dalla croce".260 È il miracolo facile, è il provvidenzialismo facile, è pensare Dio come la grande fata: questo è il peccato di Adamo.
Quando Cristo verrà, scardinerà questa immagine distorta, questa maschera atroce di Dio, raccoglierà, dice Buber261, dal fango della terra l'immagine di Dio, la ripulirà e la ricollocherà nel cuore dell'uomo: immagine alta, amabile ed amata di Dio, del Padre nostro che è nei cieli. Diventare una cosa sola con que­st'immagine: questo è il cammino dell'uomo e questo è il mira­colo cristiano.

l'impotenza di Dio

Vorrei ora ritornare ancora sulla "impotenza" di Dio. È un'im­potenza che deriva, secondo Jonas,262 ma anche secondo tanti teologi cattolici, dal fatto che Dio si ritrae, si allontana, si limita, perché l'uomo e la creazione possano essere liberi.
Se Dio c'è - dicono - Dio opprime la nostra libertà: se esiste Dio, non esiste l'uomo. Se il peccato di idolatria è sostituire al vero Dio un idolo, l'idolatria peggiore è fare di Dio stesso l'idolo, cioè fare di Dio una cosa tra cose, una persona tra perso­ne, una realtà tra realtà, un oggetto tra oggetti. Se Dio diventa l'idolo, allora è logico che Dio venga considerato in concorrenza con l'uomo. Se un oggetto occupa quello spazio, non posso oc­cuparlo io. Ed allora nasce questo concetto: Dio si ritrae, perché l'uomo possa essere.
Ma, amici, tornando sempre all'immagine del fiore del campo di cui ci parla Gesù, la luce può ritrarsi perché il fiore possa essere? Non è il ritrarsi di Dio che consente all'uomo libertà e pienezza di vita, ma è l'interiorizzarsi di Dio nel cuore di tutte le creature. È l'immanenza di Dio che si fa presenza silenziosa, trasfigurante, forza di verticalità, trascendenza che si fa immanente nel cuore
dell'uomo, che consente all'uomo la sua divina creatività, la sua trascendenza. Dio crea dei creatori, Dio rende l'uomo creatore, capace di divina poiesis, di fare cose che Dio solo sa fare.
Questa immanenza di Dio nel cuore delle creature purtroppo è stata impoverita ed immiserita dal Cristianesimo che le ha sovrapposto una lettura giuridica, moralistica del miracolo cri­stiano. La luce non si ritrae per fare spazio al fiore, ma si interio­rizza per farlo essere e crescere: senza la luce le cose cadrebbero nel nulla.
E l'amore che cos'è? È l'inserirsi di Dio alle radici dell'essere, nel cuore più segreto delle creature, per rendere possibile il grande miracolo divino, quello del seme che diventa fiore. Questo è il divino miracolo di cui noi abbiamo esperienza anche nelle no­stre più alte amicizie umane, quando un volto, una presenza, un mondo interiore si interiorizza dentro dì noi e diventa silenziosa­mente, senza violenza, una presenza trasformante e creativa.

Non padrone - servo, ma maestro - discepolo

L'immagine di Dio è stata per lungo tempo quella del padrone, ma c'è un rapporto più alto: quello del maestro e del discepolo.
Un rapporto più alto ancora è costituito dal linguaggio dell'amo­re, quando non c'è più alcuna estraneità, c'è l'interiorizzarsi del­l'uno nell'altro, di un volto e di un mondo interiore di valori.
Voi ricordate il bellissimo saluto indù, che dice: "Saluto reve­rente il Dio che è in te". Quando c'è questo scambio di presenze che si interiorizzano, qui davvero abbiamo l'immagine più alta di Dio. La luce si interiorizza in ogni fiore, ma trascende il fiore stesso, altrimenti il mondo sarebbe statico.
Gregorio di Nissa263 ha queste parole di sconfinata bellezza: "L'eterna vita va di cominciamento in cominciamento, di ripresa in ripresa, senza fine". È un salire sempre più in alto, verso la pe­renne creatività di Dio: è il riposo, non il riposo dell'inerzia, ma il riposo dell'artista, dell'artista che riposa quando crea.
E vorrei qui, ora, ricordare quella preghiera ritrovata accanto al corpo di un bambino nel campo di sterminio di Ravensbriìck:

Signore, ricordati non solo degli uomini di buona volontà,
ma anche di quelli di cattiva volontà.
Non ricordarti di tutte le sofferenze che ci hanno inflitto,
ricordati invece dei frutti che noi abbiamo portato
grazie al nostro soffrire:
la lealtà, l'umiltà, il coraggio, la generosità,
la grandezza di cuore
che sono fioriti da tutto ciò che abbiamo patito.
E quando questi uomini giungeranno al giudizio,
fa' che tutti questi frutti che abbiamo fatto nascere,
siano il loro perdono".

Mai testo mi ha detto con più alta, trasparente e pura verità il significato della morte di Cristo, più di tutte le teologie. Di questo testo posso dire: "Questa è parola di Dio". Pensate quanto sono lontane tutte quelle letture teologiche terribili del sacrificio di Cristo per placare il Padre! Questo anonimo, non so se ebreo o cristiano, ha in sé quella religiosità pura, in Spirito e verità, che trascende tutte le circoncisioni, tutti i Sion, tutti i Garitzim, tutti battesimi, tutte le paratie assurde che ci impediscono di giungere a questa purezza assoluta. Qui possiamo dire: Dio è presente e questa preghiera è sacramento.
Questa che ho comunicato a voi non è una risposta al pro­blema della sofferenza e del male, è la linea nella quale cerco, rifiutandone altre. La radice del male non è nel cuore dell'uomo e non può essere nel cuore di Dio. Dio deve essere puro ed innocente ed anche l'uomo è innocente. Rifiuto l'ipotesi secon­do cui l'uomo al primo albeggiare di intelligenza, di coscienza, di sensibilità, di libertà, ha commesso una colpa che avrebbe provocato la rovina, la caduta ontologica di tutta la creazione. Questa è follia.
Io non ho altra pista che cercare in questa linea, seguendo la bellissima preghiera di Newman:264

Guidami luce benigna nel buio che mi circonda:
nera è la notte ed ancor lontana la casa.
Nell'oscurità del cammino, guidami tu,
Non ti chiedo di vedere oltre e lontano, solo passo per passo
ove posare il piede.
Non fu sempre così.
Non sempre pregai perché tu mi guidassi.
Amavo, un tempo, scegliere da me il mio cammino.
Amavo il giorno chiaro, disprezzavo la paura.
Svanisca l'errore del mio passato.
Il tuo potere, che ormai io conosco,
mi guidi fino all'estremo,
fra lande e paludi, per monti e torrenti,
finché, passata la notte, mi sorridano all'alba i volti angelici amati un tempo, perduti ora, che amerò per sempre".

La logica evangelica è: sali e conosci. La conoscenza è all'inter­no di questa esperienza dello Spirito, è dentro questo cammino ascensionale. Allora il compito è di ascendere aspettando il giorno in cui non ci sarà più bisogno di piccole luci, perché, come dice l'Apocalisse, "Tutto sarà luce e Dio sarà tutto in tutte le cose".265 Lungo questa linea sono attento come le sentinelle nella notte ad ogni piccola luce che può apparire all'orizzonte, dicendo, come nel verso stupendo del salmo, "Destati, o mia arpa, perché voglio risvegliare l'aurora''.266
Non so se sia vera o no questa immagine cristiana che ho cer­cato di condividere oggi con voi; però so una cosa, che mi dà una grande pace, una grande serenità e me l'ha data anche l'anno scor­so nei giorni in cui ero proprio lì, alla svolta,267 ed avevo nel cuore questo pensiero, questa interiore sicurezza: che varcando la soglia non ci sarà la paura di Dio. Il volto di Dio, infatti, è infinitamente più grande e del cuore e del sogno dell'uomo, ma non contro, né il mio cuore, né il mio sogno.268 Per quest'immagine di Dio allora, amici, lietamente do la vita.
Cerco in questa direzione. Cerco, perché, in fondo, è una ri­cerca: non ho soluzioni. Di cominciamento in cominciamento, di ripresa in ripresa, di "cominciamenti" e riprese senza fine.
Ed ancora, e per concludere, ricordo questa parola di Blondel:269 "Partout on marche, Dieu il y est. Partout on reste, Dieu n'est plus".270 Al momento in cui pensiamo di arrestarci, perché l'abbia­mo trovato, non c'è più Dio, abbiamo in mano l'idolo. Mentre siamo in cammino, Dio è sulla nostra strada.

NOTE

174 Paolo De Benedetti è docente di Giudaismo presso la Facoltà teologica dell'Ita­lia settentrionale di Milano e di Antico Testamento presso gli Istituti di scienze religiose delle università di Urbino e Trento. È membro della Commissione ecumenica per il dialogo interreligioso della diocesi di Asti. Tra i suoi scritti se­gnaliamo: La morte di Mosè e altri esempi (Bompiani, 1978, 2a ed.); La chiamata di Samuele (Morcelliana, 1976); Ciò che tarda avverrà (Qiqajon, 1992); Quale Dio? (Morcelliana, 1997, 2 ed).
175 Jean-Marie Villot (1905-1979) fu arcivescovo di Lione dal 1965 al 1967 e fu segretario di Stato di Paolo VI dal 1969 sino alla sua morte nel 1979.
17( Su padre Acchiappati e su questo dialogo di don Michele con lui si veda il secondo incontro di La trascendenza di Dio p. 151, nota 80.
177 Il pelo, o pejo, nella casa valdostana è la sala centrale della casa, dove la famiglia si riunisce per mangiare e per stare insieme. Nella rettoria di Saint Jacques nel pejo ci si riuniva per le liturgie, talora per l'Eucarestia e per incontri di piccoli gruppi.
178 Don Michele si riferisce a Davide Turoldo sul quale si può vedere la nota 58 di p. 144 del testo Le radici del Regno di Dio.
179 Prima lettera di Pietro, cap. 3, v. 15.
180 Norberto Bobbio (Tirino, 1909-2004), filosofo del diritto e della politica e sto­rico del pensiero politico. Sulla rivista Micromega nel 2000 intervenne anche sul tenia fede e ragione in Religione e religiosità, scritto che don Michele aveva letto con interesse. Su tematiche che si misuravano con la visione religiosa Bobbio scrisse alcuni articoli apparsi su riviste e quotidiani Pro e contro un'etica laica; Morale e religione e Gli dei che hanno fallito. Alcune domande sul problema del male, raccolti poi in libretto da Bobbio, Elogio della mitezza, edito nel 1994 da Linea d'ombra, Milano, 1994.
181 Su Bernanos vedi il testo Pellegrinaggio alle sorgenti, secondo incontro, nota 34, p. 131.
182 Vangelo secondo Giovanni, cap. 20, v, 25.
183 Su Primo Levi vedi il testo La trascendenza di Dio, primo incontro, nota 48, p. 139.
184 Su Berdiajev vedi il testo Le radici del Regno di Dio, nota 164, p. 184.
185 Vangelo secondo Marco, cap. 7, vv. 15; 18-23.
186 Ernesto Rossi (1897-1967). Uomo politico, antifascista, in esilio in Francia fondò insieme con i fratelli Rosselli, con Gaetano Salvemini e con Parri il movi­mento "Giustizia e Libertà". Rientrato in Italia e confinato a Ventotene redasse con Altiero Spinelli il Manifesto di Ventotene, testo base del federalismo europeo. Negli anni del dopoguerra collaborò alle riviste "Il Mondo" e "Il Ponte" e fu impegnato a combattere gruppi pubblici e privati responsabili di distorsioni monopolistiche, dannose per lo sviluppo dell'economia e fonte di malgoverno.
187 Nel Vangelo secondo Matteo al cap. 26, v. 31 Gesù dice "Voi tutti vi scanda­lizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge", versetto che don Michele cita libera­mente.
188 Libro di Giobbe, cap. 13, v. 8, nella traduzione Cei della Bibbia il termine usate è quello di "difensori di Dio".
I89 Apocalisse cap. 7, vv. 13-14.
190 Isaia, cap. 53, v. 3.
191 Vangelo secondo Luca, cap. 23, v. 46.
192 Salmo 42, v. 2.
193 Filosofo e teologo gesuita (1879-1953), allievo prediletto di Blondel fu so­spettato di essere modernista e non ebbe pertanto vita facile nella Chiesa. Ebbe una grande influenza su padre Henri D-e Lubac, che l'ebbe per maestro. Fu in rapporto con Teilhard de Chardin e Con i grandi teologi francesi del suo tempo. fra le sue opere più note tradotte in italiano si ricorda La gioia della fede edita da Vita e pensiero.
194 Guido Morselli (1912-1973), romanziere originalissimo e atipico, fu autore di numerosi romanzi: Un dramma borghese; Roma senza papa. Cronache romane di fine secolo ventesimo; Dissipatio H.G; Contropassato prossimo. La casa editrice Adelphi, che ha pubblicato i suoi romanzi, li ha raccolti nel 2002 in un unico volume nella sua collana di classici moderni La nave Argo.
195 Guido Morselli, Fede e critica, Milano, Adelphi, 1977.
196 Fede e critica cit., pp. 70-71.
197 Arthur Schopenhauer (1788-1860) fu uno dei più eminenti filosofi tedeschi. Nella sua opera più nota, Il mondo come volontà e rappresentazione, il filosofo considera il dolore come l'elemento costitutivo dell'essere umano.
198 Qohélet o l'Ecclesiaste a cura di G. Ceronetti, Torino, Einaudi, 1980, cap. 1, vv. 2-3.
199Qohélet cit., cap. 2, v. 22.
200 Giuseppe Prezzolini (1882-1982) letterato e critico, ebbe una parte di rilievo nella storia culturale del primo Novecento. Fu direttore della Voce (1908-1915), divulgatore e organizzatore culturale. Il passo citato da don Michele si trova nel libro Dio è un rischio, che uscì presso la casa editrice Vallecchi nel 1969, ma è stato ora riedito, sempre presso la stessa casa editrice, nel 2004.
201 Vangelo secondo Luca, cap. 6, v. 25.
202 Don Michele cita liberamente il passo di Heidegger che scrive precisamente: "Ma nella mancanza di Dio si manifesta qualcosa di peggiore ancora. Non solo gli Dei e Dio sono fuggiti, ma si è spento lo splendore di Dio nella storia uni­versale. Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà perché diviene sempre più povero. (Martin Heidegger, Sentieri interrotti, trad. it. di P. Chiodi, Firenze, La Nuova Italia, 1984, pp. 247-249). Martin Heidegger (1889-1976) fu un grande filosofo tedesco, che segnò profondamente la filosofia del Nove­cento.
203 Su Schweitzer si veda nota 32, p. 130 del testo Pellegrinaggio alle sorgenti, se­condo incontro.
204Gabriel Marcel (1889-1973), filosofo francese, che si mosse sulla linea della ricerca di Bergson. Nel 1929 si convertì dall'ebraismo al cattolicesimo. Nella sua ricerca intendeva ricondurre alla dimensione dell'esperienza personale il ricono­scimento del sacro. Tra le sue opere vanno ricordate Essere o avere; Dal rifiuto al­l'invocazione; Il mistero dell'essere; Homo viator; In cammino verso quale risveglio?, che è la sua autobiografia.
205 Vincent Van Gogh, Lettere a Theo, Milano, Guanda editore, riedito nel 2006.
206 Don Michele aveva già fatto cenno di questo dialogo con padre Acchiappati nel primo incontro di questa conferenza. Si vedano le pp. 151.
207 Vangelo secondo Luca, cap. 24, vv. 13-35. 205 Vangelo secondo Matteo, cap. 18, v. 20.
209 Don Michele fa riferimento ad una famosa definizione che Rudolph Otto dà del sacro per cui si può vedere nota 86, p. 153 del testo La trascendenza di Dio, secondo incontro.
210 Si tratta in realtà di alcune notazioni al suo testamento scritte da papa Paolo VI e note come Pensiero alla morte in cui il pontefice scrive esattamente: "Ora che la giornata tramonta, e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e dramma­tica scena temporale e terrena, come ancora ringraziare Te, Signore...". Questo testamento e queste notazioni sono state pubblicate dalla Morcelliana di Brescia nel 2000 con il titolo Nell'intimità di Paolo VI: Pensiero alla morte - testamento - Meditazioni.
211 È quanto osservano, con diverse sottolineature, gli amici di Giobbe nei loro discorsi.
212 Libro di Giobbe, citato a memoria da don Michele, cap. 42, v. 8. Il testo dice: "Non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe". L'espressione con­solatori molesti non è in realtà usata da Dio, che pure ne condivide il giudizio, ma da Giobbe stesso al cap. 16, v. 2, che dice esattamente dei suoi amici: "Siete tutti consolatori molesti".
213 Forse cita liberamente queste parole di Giobbe che si trovano al cap. 13, vv. 15­18. Giobbe dice: "Mi uccida pure, non me ne dolgo; voglio solo difendere da­vanti a lui la mia condotta! Questo mi sarà pegno di vittoria, perché un empio non si presenterebbe davanti a lui. Ascoltate bene le mie parole e il mio esposto sia nei vostri orecchi. Ecco, tutto ho preparato per il giudizio, son convinto che sarò dichiarato innocente".
214 Libro di Giobbe, cap. 9, v. 23. Giobbe dice "della sciagura degli innocenti Egli si ride".
215 riferimento è al libro del Genesi, cap. 32, vv. 25-30.
216 Non sono riuscita a trovare questo passo. Mi sono rivolta ai nostri amici frati carmelitani Ennio e Giuliano Bettati, che ringrazio, che non hanno trovato neanche loro nelle opere di Teresina questa espressione, ma hanno rintracciato vari passi, in cui Teresina parla della sua "notte oscura". Le citazioni sono trat­te dalla nuova edizione critica Opere complete di santa Teresina di Lisieux, Ed. Vaticana - Ed. ocd del 1997. "Suppongo d'esser nata in un paese circondato da una bruma spessa... - scrive - ma ad un tratto le nebbie che mi circondano diventano più spesse... Mi pare che le tenebre assumendo la voce dei peccatori mi dicano, facendosi beffe di me: Tu sogni la luce... credi di uscire un giorno dalle brume che ti circondano. Vai avanti! vai avanti! Rallegrati della morte che ti darà non già ciò che tu speri, ma una notte più profonda, la notte del niente" (C 278). Ed ancora: "Ecco guarda là quel buco nero (sotto i castagni vicino al cimitero) dove non si vede più niente; io col corpo e con lo spirito sto in un buco così. Oh! Sì, che oscurità! Eppure ci sto in pace" (28.8.97). E in un'altra notazione: Mi chiedo proprio come faccia il buon Dio a trattenersi così a lungo dal venirmi a prendere... E poi si direbbe quasi che si diverte a darmi a intendere che il ciclo non c'è...E allora tutti i santi che amo tanto, dove mai si sono cac­ciati?... Ah, non fingo per niente, è vero che non ci vedo chiaro. Però è proprio necessario che canti con forza nel mio cuore: "Dopo la morte la vita è immorta­le!", diversamente, infatti la cosa si metterebbe proprio male"...(15.8.97).
217 Il passo citato da don Michele dice precisamente: "Madre amata, il velo della fede... non è più un velo per me, è un muro che si alza fino ai cieli e copre le stelle. Quando canto la felicità del Cielo, il possesso eterno di Dio, non provo gioia alcuna, perché canto semplicemente ciò che voglio credere" (C 280).
218 Eckhart (1260 circa-1327). Filosofo e mistico tedesco. Entrato nell'ordine do­menicano insegnò a Parigi e poi nello Studio generale di Colonia. L'arcivescovo di questa città gl'intentò nel 1326 un processo di eresia. Una bolla di Giovanni XXII nel 1329 condannò 26 sue proposizioni contenute nei suoi scritti. Eckhart fu l'iniziatore del grande movimento della mistica tedesca, in particolare della zona renana. Attraverso i suoi discepoli, Enrico Suso e Tauler, Eckhart influì sulla vita religiosa e intellettuale centro-europea.
219 M. .Noël (1883-1967), nome d'arte di Marie Rouget, fu una poetessa francese La sua poesia fu una poesia religiosa. Tra le sue opere più note ricordo Les chansons et les Heures, 1920; Le Rosaire des joies 1929; Les chants de la merci 1930, Il suo Diario segreto, tradotto in italiano da Adriana Zarri fu edito dalla Sei; Società editrice internazionale, nel 1961. Don Michele qui ricorda e sintetizzo con parole sue una lunga pagina di questo Diario. La Noël attribuisce a Dio, che si rivolge agli Angeli, queste parole: "Gli uomini non sanno ciò che io faccio né a qual bene io lavori. Tuttavia eccoli che mi lodano e mi ringraziano come se avessi protetto tutte le loro piccole esistenze secondo la loro povera preghiera. In verità la loro fede è grande... Allora il buon Dio intonò: Te hominem laudamus e gli Angeli cantarono e lodarono l'Uomo". Tutto il passo in questione si trovo a pp. 217-219 del Diario della Noël.
220 Don Michele sintetizza in modo libero il lungo discorso che il Signore rivolge a Giobbe e che si trova nei capitoli 38-39 del libro di Giobbe.
221 Sono i termini che vengono usati nelle dispute teologiche medievali a favore (videtur quod sic) o contro una certa tesi (videtur quod non).
222 Libro di Giobbe cap. 42, v. 3. Giobbe dice precisamente: "Ho esposto senza discernimento cose troppo superiori a me, che io non comprendo".
223 Vangelo secondo Giovanni, cap. 16, vv. 12-13, che don Michele cita in modo libero. Il passo dice infatti "Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future".
224 Giobbe, cap. 40, v. 4. Don Michele cita la versione latina, la Vulgata, forse per mettere in evidenza come la parola adorazione deriverebbe, a suo parere, da "portare la mano alla bocca". Nella Vulgata il passo si trova nel cap. 39, v. 34.
225 Prima lettera di Giovanni, cap. 3, v. 20.
226 Libro di Giobbe, cap. 19, v. 24
227 Libro di Giobbe, cap. 42, v. 5, che don Michele cita in modo libero, accostan­dolo ad un altro passo, quello del capitolo 19, già precedentemente ricordato, ai vv. 24-27. "Io lo so - dice Giobbe - che il mio Vendicatore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. lo lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero".
228 Su Léon Bloy vedi nota 142 di p. 177 del testo Le radici del Regno di Dio.
229 Vangelo secondo Giovanni cap. 9, vv. 2-3.
230 Vangelo secondo Matteo, cap. 6, vv. 28-29.
231 Vangelo secondo Giovanni, cap. 12, v. 24.
232 Vangelo secondo Matteo cap. 17, v. 6.
233 Vangelo secondo Giovanni, cap. 20, v. 28.
234 Ernesto Balducci. (1922-1992 ). Sacerdote cattolico dell'ordine degli Scolopi, fu una delle personalità di maggior spicco nella cultura del mondo cattolico italia­no nel periodo che accompagnò e seguì il Concilio Vaticano 11. Nel 1958 fondò la rivista Testimonianze. Uomo di grande cultura e di profonda spiritualità, teo­logo, si misurò con le grandi problematiche del mondo contemporaneo dan­done una lettura cristiana. Negli anni Settanta fu uno degli artefici del dialogo e dell'abbattimento di ogni frontiera culturale e politica. Negli anni Ottanta fu in prima fila nella battaglia per il disarmo, promosse con "Testimonianze" i convegni "Se vuoi la pace prepara la pace" e fondò nel 1986 le Edizioni Cultura della Pace. La sua riflessione divenne sempre più complessa e articolata, tesa a fondare un nuovo umanesimo planetario (si vedano gli ultimi volumi: L'uomo planetario, Camunia, Milano 1985, Le tribù della terra, ECP, San Domenico di Fiesole 1991, La terra del tramonto, ECP San Domenico di Fiesole 1992).
235 Questa breve preghiera è stata scritta da don Michele su un'assicella posta ai piedi di una statua della Madonna di Lourdes, che si trova nella piazza di Saint Jacques ed è stata ispirata da una parola di sorella Maria.
236 Su Ireneo di Lione vedi nota 91 di p. 156 del testo »ascendenza di Dio, secondo incontro.
237 Eraclito di Efeso (Efeso, 535 a.C.-475 a.C.) è un filosofo greco, presocratico. La frase che don Michele riferisce letteralmente dice: "Il Signore, il cui oracolo è a Delfi, non dice né nasconde, ma indica". Nella raccolta classica dei pensieri di Eraclito a cura di Diels-Kranz, raccolta a cui tutti gli studiosi si riferiscono, il pensiero porta il numero di 93
238 Lettera ai Colossesi, cap. 1, v. 15.
239 George Tyrrell (1861-1909). Teologo irlandese; di famiglia calvinista, entrò nel­la Compagnia di Gesù nel 1879. Svolse attività di predicatore, conferenziere, pubblicista. Fu espulso nel 1906 dalla Compagnia e condannato come moder­nista. Tra le opere più note oltre Cristianesimo al bivio, si possono ricordare Lex orandi e Lex credendi, in cui esponeva il suo pensiero contrario alle rigidità del pensiero dogmatico.
240 Genesi, cap. 1, v. 2
241 Vangelo secondo Giovanni, cap. 1, vv. 9-12.
242 Vangelo secondo Giovanni, cap. 14, v. 12.
243 Jacob Böhme (1575-1624), fu un grande mistico tedesco. Ma le sue opere si ricordano L'aurora che sorge e La via al Cristo. Il suo pensiero molto complesso ha risentito della riflessione di un altro grande mistico tedesco del XIV secolo, Meister Eckhart, e della filosofia naturale del XVI secolo, fortemente intrisa di alchimia. La diffusione della sua prima opera, ['aurora che sorge, gli attirò l'attenzione persecutoria del pastore di Görlitz, Gregorius Richter. Nel 1624 Böhme venne chiamato a Dresda a giustificare le proprie opere dinanzi ad un consesso di religiosi. Il risultato fu che tutti i suoi scritti vennero colpiti da interdetto. Solo la morte, avvenuta in quello stesso anno, gli risparmiò ulteriori persecuzioni.
244 Johannes Scheffler (1624 -1677), grande mistico tedesco; nato in una famiglia luterana, all'età di 29, anni si convertì al cattolicesimo assumendo il nome di Angelo Silesio. La sua opera più famosa, il Pellegrino Cherubico (1675), com­posta di 6 libri scritti in versi, è considerato un autentico capolavori) di mistica e poesia.
245 Vangelo secondo Giovanni, cap. 17, v. 21. "Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato".
246 Henry Le Saux (1910-1973). Monaco benedettino francese, avverti il fasci­no della ricerca religiosa indù insieme a, un altro monaco, Jules Monchanin (1895-1957), fondò nel 1950 in India nei pressi di Madras un ashram, luogo di meditazione e di preghiera. Il suo ideale come quello dell'abate Monchanin fu la contemplazione silenziosa del mistero della Trinità, alla luce dell'esperienza advaita della "non-dualità" tra Dio e l'uomo, tra Dio e la creatura. Padre Mur­ray Rogers scrisse una prefazione al libretto di Le Saux, Una Messa alle sorgenti del Gange, tradotto in italiano dalla casa editrice Morcelliana nel 1968, testo riedito poi dalla casa editrice Cens nel 1994, che ripubblica questo testo in un libretto intitolato Alle sorgenti del Gange. Pellegrinaggio spirituale, che riporta. anche testi di O. Baumer e di R. Pannikar.
247 Espressione che significa "Uomo in cammino sorretto dalla speranza", espres­sione molto amata da don Michele.
248 Su Vannucci vedi il testo La trascendenza di Dio, primo incontro, nota 58, p.144.
249 Prima lettera di Giovanni, cap. 1, v. 3.
250 Vangelo secondo Luca, cap. 24, v. 26.
251 Vedi nota 210 del secondo incontro sul Mistero della sofferenza.
252 Lettera di Paolo ai Romani, cap. 8, vv. 22-23.
253 II pensiero di Leonardo compare in uno spazio libero di un manoscritto di Windsor e dice precisamente così "Idio ci vende tutti li beni a prezo di faticha", che é elaborazione di un verso di Orazio dalla decima Satira (vv. 59-60) che dice che "la vita non diede ai mortali nulla senza grande fatica". Il pensiero viene reso nell'edizione Bur a cura di A. Martinoni, Leonardo da Vinci, Scritti letterari, Milano 1952, così: "Orazio: Iddio ci vende tutti li beni per prezzo di fatica" (pp. 73-74).
254 Per Teilhard de Chardin vedi nota 133 di p. 175 del testo Le radici del Regno di Dio.
255 11 riferimento naturalmente è alla pagina delle beatitudini, che si può leggere sia nella versione di Matteo, al cap. 5, vv. 3 e seguenti sia in quella di Luca, cap. 6, vv. 20 e segg.
255 Don Michele cita liberamente il cap. 8 della lettera ai Romani ai vv. 38-39: "lo sono infatti persuaso - scrive Paolo che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù., no­stro Signore".
257 Sulla Weil vedi nota 18 di p. 121 del testo Pellegrinaggio alle sorgenti, primo incontro.
258 Don Michele si riferisce qui alla Trasfigurazione di Gesù, che si può leggere nel Vangelo di Luca, cap. 9, vv. 30-31.
259 Lettera agli Ebrei, cap. 5, vv. 8-10.
260 Don Michele cita accostandoli vari passi della Scrittura che hanno per lui un uguale significato: quello di un Dio che viene esortato a ricorrere ad un miraco­lismo magico. Il passo famosissimo dell'invito del serpente a mangiare il frutto proibito si trova in Genesi, cap. 3, vv. 4-5; il passo delle tentazioni si può leggere nel Vangelo secondo Matteo al cap. 4, v. 3; per il passo relativo agli scherni su­biti dal Cristo sulla croce si vedano il Vangelo secondo Matteo al cap. 27, v. 40 e quello di Marco al cap. 15, v. 30.
261 Martin Buber (1878-1965.) Filosofo ebreo tedesco, professore di etica e di religione all'università di Francoforte, nel 1938 si trasferì in Palestina, dove insegnò filosofia sociale all'Università ebraica di Gerusalemme. La sua filosofia approfondì le tematiche del misticismo ebraico - il chassidismo - e elaborò una concezione dialogica sia nel rapporto di Dio con il popolo eletto, sia in quello dell'uomo con gli altri uomini e con la natura, come rapporto tra lo e Tu. Tra le sue opere più note vi sono I racconti dei Chassidim (1949) e Il principio dialogico..
262 Hans Jonas (1903-1993). Filosofo e storico tedesco delle religioni, rifugiatosi in Inghilterra negli anni del nazismo, emigrò nel 1935 in Palestina. Ila insegnato in Israele, in Canada e negli Stati Uniti. Tra le opere sue più note si ricordano Il principio di responsabilità del 1979 e Il concetto di Dio dopo Auschwitz del 1987.
263 Gregorio di Nissa o Gregorio Nisseno (335 circa-395 circa). Padre della Chiesa, scrittore ecclesiastico di lingua greca, fratello minore di san Basilio, fu vescovo di Nissa (371) e in seguito del Punto (378). Impegnato contro l'arianesimo, fu con san Basilio e con Gregorio di Nazianzio uno dei maggiori teologi della Chiesa orientale. Molti i suoi scritti tra cui si possono ricordare Sulla vita di Mosè, che più che un'opera esegetica considera la vita del grande legislatore ebreo come allegoria del progresso dell'anima verso la compartecipazione del divino, con una trasparente derivazione anche dalla teoria dell'amore di Platone; il Dialogo sull'anima e la Resurrezione e la Vita di Macrina, sorella di Gregorio e di Basilio, libro che costituisce un'apologia della vita monastica.
254 John Henry Newman (1801-1890). "teologo e filosofo inglese, dopo un periodo di studi ad Oxford divenne nel 1824 pastore anglicano. Ebbe l'incarico di segui­re gli studenti universitari e nel frattempo si dedicava a studi filosofici e teologi­ci. In questo periodo della sua vita fondò il "Movimento di Oxford", il cui sco­po era quello di costituire una coscienza critica all'interno dell'anglicanesimo. Dopo una lunga crisi religiosa si convertì nel 1845 al cattolicesimo. Fu ordinate sacerdote e nel 1879 Leone XIII lo chiamò al cardinalato. Molto ricca fu la pro­duzione filosofica e teologica di Newman, che fu uomo di profonda spiritualità. Tra le sue opere la più nota è Saggio per una grammatica dell'assenso.
265 Don Michele cita liberamente il v. 5 del cap. 22 dell'Apocalisse: "Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, per­ché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli".
(6 Salmo 57. v. 9.
267 Don Michele fa riferimento ad una gravissima crisi cardiaca nella quale aveva rischiato di morire.
È un pensiero questo di don Michele, che è presente nel suo "ricordino", come lui stesso, in un dialogo con Nerina, aveva suggerito, ritenendolo espressione essenziale del suo sentire.
269 Maurice Blondel (1861-1949). Filosofo francese. Nel 1893 presentò alla Sor­bona per l'esame di dottorato la sua tesi L'action, in cui sono esposti i capisaldi della sua filosofia sull'azione e che rimane la sua opera più significativa. La sua opera Storia e Dogma ebbe un rilievo molto notevole per la storia del moderni­smo. Il pensiero di Blondel che fu da lui esposto nell'opera Il pensiero del 1934 ebbe notevole influenza sul movimento dell'esistenzialismo francese.
270 "Dovunque si cammina, là c'è Dio, dovunque ci si ferma, lì Dio non c'è".

(Testo e note a cura di Clara Gennaro)

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