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"Un tempo per nascere, un tempo per morire" Qohelet (3,2)

sintesi della relazione di Rinaldo Fabris
Verbania Pallanza, 16-17 gennaio 1993

I parte. La ricerca di senso e la proposta del Qohelet

l'autore e l'origine del libro del Qohelet
Il libro del Qohelet comprende dodici capitoli, è un piccolo poemetto che ha avuto difficoltà ad essere accolto nel canone prima ebraico e poi cristiano ed è passato attraverso una lettura monastica che ha cercato di dare un contenuto moralistico e devoto al termine "vanitas". L'autore si colloca dopo il dramma dell'esilio e quindi nel tempo della rinascita; si avverte il contatto con la cultura greca che a sua volta risente degli influssi culturali del vicino oriente: l'Egitto, che risolve il dramma della morte con l'aldilà e la Mesopotamia che crede in qualcosa di simile, ma in modo più pessimistico. Il mondo greco attinge a questi due universi e sviluppa il suo pensiero celebrando la vita. Nelle tragedie c'è il senso del destino ineluttabile a cui non ci si può sottrarre, però il mondo greco ama lo splendore, la bellezza. Il Qohelet si colloca nel terzo, quarto secolo; l'autore è un anonimo che si presenta con questa sigla: Qohelet, che nella lingua ebraica vuol dire il parlatore, colui che tiene la conferenza nella cerchia di amici, nell'assemblea dei discepoli. Nella tradizione prima greca e poi latina era l'Ecclesiaste, ed ecclesia è l'assemblea. E' l'uomo della parola o meglio che dà voce alle domande e perciò non si può tradurre "predicatore" il quale si serve di discorsi preconfezionati anziché rispondere agli interrogativi. li Qohelet è un rovello che non si dà pace, insegue l'essere umano in tutti gli angoli in cui cerca di rifugiarsi ed alla fine lo blocca dicendo: anche questo è vanità. E' lo scettico della Bibbia ed è di una grande modernità. Qualcuno lo ha accostato alla filosofia degli epicurei perché propone una soluzione come suggerimento personale: godi la vita, una forma di edonismo positivo. Si mette sotto l'ombra del magnifico re di Gerusalemme, Salomone, il patrono della tradizione sapienziale e per questo è entrato nel canone.
L'ammissione è dovuta ad una nota finale che lo garantisce: "Oltre ad essere saggio Qohelet insegnò anche la scienza al popolo, ascoltò, indagò, compose un gran numero di massime, cercò di trovare pregevoli detti, scrisse con esattezza parole di verità; le parole dei saggi sono come pungoli, come chiodi piantati le raccolte di autori, esse sono date da un solo pastore, l'unico la fonte del-la sapienza, Dio che guida. In più di questo figlio mio (si rivolge al discepolo) bada: i libri si moltiplicano senza fine, ma il molto studio affatica il corpo".
Questo è il tipico spirito del Qohelet: non esagerare nella sapienza, addirittura non esagerare nelle preghiere, sii moderato, non dire troppe cose a Dio, non fare in modo precipitoso i voti e i giuramenti, perché Dio sta su in cielo, tu sei qui e non sai se sei in grado di mantenere quello che prometti. Questa moderazione non è grettezza, ma è il senso del limite che è il grande tema della esperienza religiosa maturata nella coscienza data dalla esperienza della morte. Infine c'è una nota che è una specie di lasciapassare per entrare nei libri sacri: "temi Dio" - effettivamente il Qohelet dice questo - "e osserva i comandamenti" - ma il Qohelet non lo dice. Il Qohelet non sa nulla di Mosé, del Sinai, del Decalogo, di Abramo. C'è l'essere umano davanti a Dio con le sue domande, il bisogno di vivere felice e che si trova e fare l'esperienza della morte che annulla il suo desiderio di vivere. Della grande tradizione biblica il Qohelet conserva unicamente la fede nella presenza di Dio, ma un Dio che non interferisce nella storia, lascia che l'uomo cerchi ed organizzi il suo lavoro. La conclusione è: "temi Dio e osserva i suoi comandamenti perché questo per l'uomo è tutto, infatti Dio citerà in giudizio ogni azione, tutto ciò che è occulto, bene e male". Il Qohelet richiama cinque volte il tema del giudizio, sette volte il temere Dio nel significato biblico di avere il senso profondo della realtà di Dio.

la tesi del libro: il prologo (Qo 1,1-18)
La frase che ha reso celebre il testo è passata attraverso la lettura dei monaci che non hanno colto il senso sapienziale, ma solo quello devoto: vanità delle vanità, tutto è vanità. Sono i primi due versi e vengono ripetuti sette volte e posti a conclusione, secondo il ritmo della poesia ebraica. Il genitivo "delle vanità"' ha funzione di superlativo che nell'ebraico manca. Alla fine del capitolo 12 nell'addio alla vita la frase si ripete. Per il Qohelet non esiste aldilà; il cosmo ha i suoi ritmi, la primavera ritorna dopo l'inverno, i cicli ritornano, l'unico che non ritorna e perciò e irripetibile è l'essere umano quando scende nella polvere. Per il Qohelet l'aldilà non è una condizione, uno stato in cui noi proiettiamo i nostri problemi qui irrisolti, l'aldilà è Dio stesso. Il come è un problema di Dio, tutto il resto è fantasia. La parola hevel è la stessa del nome Abele e vuole dire soffio, inconsistenza, precarietà, si potrebbe anche tradurre nulla, che però non è il modo di esprimersi biblico, con un concetto inafferrabile. L'autore preferisce accostare l'idea di vanità all'immagine del vento oppure del soffio. Nel cap. 1 v.14, dice: "ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco, tutto è vanità, non inseguire vento"; noi facciamo molteplici esperienze, cerchiamo di dare consistenza al nostro vivere, ma è come stringere il vento oppure il fumo o la nebbia. E' una vanità che non corrisponde al senso attribuito al termine dai monaci che si erano chiusi in convento, riguardo le carriere, il successo, il denaro, ma è l'inconsistenza totale dell'essere umano. Di questo noi abbiamo esperienza nella morte. Il prologo prosegue: "Quale utilità ricava l'uomo da tutto l'affanno per cui fatica sotto il sole?" , anche questo ritornello scandisce in maniera quasi ossessiva tutte le riflessioni: la fatica. La vita è intesa come fatica non riguardo al lavorare che tutto sommato occupa l'uomo e lo libera dall'angoscia, ma la fatica del cercare. Continua coi confronto della storia umana sullo sfondo del cosmo: "una generazione va, una generazione viene, ma la terra resta sempre la stessa". Questo muoversi della storia umana nella stabilità della creazione sfida la riflessione del Qohelet; la stabilità del cosmo è apparente perché è inutile, senza, risultato: "il sole sorge, il sole tramonta, si affretta verso il luogo da dove risorgerà. Il vento soffia a mezzogiorno e poi gira a tramontana, gira e rigira e sopra i suoi giri il vento ritorna. Tutti i fiumi vanno al mare eppure il mare non è mai pieno, raggiunta la loro meta i fiumi riprendono la loro marcia, tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo, non si sazia l'occhio di guardare, né mai l'orecchio è sazio di udire (è la ricerca di senso, insita proprio nella precarietà dell'essere umano). Ciò che è stato sarà, ciò che si è fatto si rifarà. Non c'è niente di nuovo sotto il sole".
La lettura moralistica dei monaci era molto semplice, bisogna distaccarsi dalle vanità e cercare Dio solo. La lettura agostiniana è che nulla accontenta il nostro cuore, solo colui che l'ha fatto, Dio, può placare il nostro cuore inquieto. Il Qohelet invece è vicino all'essere umano che avverte l'inquietudine più che la meta, la meta è desiderata, auspicata, ma noi viviamo l'angoscia, l'esperienza della morte che sembra annullare tutti i progetti. L'autore passa in rassegna alcune delle esperienze tipiche del re di Gerusalemme dietro il quale si nasconde, immaginando che l'essere umano disponga della condizione ideale, quella del re magnifico Salomone che è anche il rappresentante dei sapienti.
"Io, Qohelet, sono stato re di Israele in Gerusalemme, mi sono proposto di ricercare, Investigare con saggezza tutto ciò che si è fatto sotto il cielo, e questo è l'occupazione penosa che Dio ha imposto agli uomini, perché essi fatichino. Ho visto tutte Ie cose che si fanno sotto sole tutto è vanità, inseguire vento" anche la ricerca della sapienza "la mia mente ha cercato molto la sapienza e le scienza, ho deciso allora di conoscere la scienza e la sapienza come anche la stoltezza e la follia ed ho compreso che anche questo è inseguire vento perché molta sapienza - molto affanno, che accresce il sapere aumenta il dolore. Ho detto in cuor mio; vieni dunque ti voglio mettere alla prova con la gioia. Ho voluto soddisfare il mio corpo con il vino, ho la pretesa di dedicarmi con la mente alla sapienza, ho Intrapreso grandi opere, ho fabbricato case, ho piantato vigneti, ho acquistato schiavi, ho accumulato argento, oro, ricchezze da re. mi sono procurato cantanti e cantatrici, insieme con le delizie dei figli dell'uomo, sono divenuto grande, più potente di tutti i miei predecessori di Gerusalemme, pur conservando la sapienza, non ho negato nulla ai miei occhi di ciò che bramavano, non ho rifiutato alcuna soddisfazione al mio cuore che godeva di ogni mia fatica; questa è stata la ricompensa di tutte le mie fatiche; ho considerato tutte le opere fatte dalle mie meni e tutta la fatica che avevo durato a farle, ecco, tutto mi è apparso vanità, un inseguire il vento, non c'è alcun vantaggio sotto il sole".

la ricerca della felicità (Qo 2,1-26)
Dopo aver passato in rassegna varie esperienze incomincia ad indicare una soluzione in questo cercare il senso della vita e lo propone sette volte, una specie di ritornello che fa da contrappunto a "tutto è vanità". Alla fine del capitolo l si incontra per la prima volta e viene ripetuto alla fine di ogni inchiesta che fa intorno a sé, alle sue attività, all'ambiente sociale, alla vita culturale, alla vita religiosa. La prima conclusione si trova al v.24 del cap. II: "non c'è di meglio per l'uomo che mangiare, bere e godersela nelle sue fatiche"; se ci si fermasse qui saremmo alla edizione biblica dell'edonismo, più o meno scontato, dell'utilizzare quello che abbiamo, vivere nel presente, invece prosegue: "mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio. Infatti chi può mangiare e godere senza di lui? Egli concede a chi gli è gradito sapienza, scienza, gioia mentre al peccatore dà la pena di raccogliere e di ammassare per colui che è gradito a Dio" Nella precarietà noi cogliamo non solo il senso del limite, ma che tutto è dono e questa è la radice dell'esperienza religiosa, non siamo noi a dare senso alle cose, ma le cose acquistano senso dal riferimento a colui che sta alla loro origine ed anche la nostra vita. Per il Qohelet la vita è dono e ciò lo avvertiamo solo nella precarietà, noi abbiamo l'impressione che tutto questo ci appartiene, ne abbiamo diritto, ne siamo i padroni. L'esperienza religiosa nasce dalla coscienza della precarietà totale e della morte che ci fa capire che non siamo i costruttori della nostra vita. Il Qohelet però prosegue dicendo che anche questo è vanità, è un inseguire vento. E' importante renderci conto di questo fatto; anche quando a noi sembra di aver raggiunto finalmente un equilibrio, di avere organizzata bene la nostra vita in termini umani, religiosi, etici, se noi facciamo di questo equilibrio precario, instabile il senso ultimo noi non cogliamo il significato della nostra vita. Il senso ultimo è uno solo, tutto quello che sta sotto il cielo è vanità, rimanda oltre, anche l'esperienza religiosa non può sostituire Dio. Se noi facciamo un assoluto del nostro vivere e morire, il nascere come momento fondante del vivere ed anche il senso della vita come dono, noi veniamo meno a quello statuto fondamentale dell'esperienza di fede che riconosce come unico assoluto Dio.

inchiesta sul senso della vita (Qo 3,1-6-6,12)
Nel cap. III si passano in rassegna le situazioni ambivalenti: "per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C'è un tempo per nascere e un tempo per morire". Ogni esperienza chiusa in sé ha un suo significato, un suo valore, il dramma è cogliere il senso dell'insieme "c'è un tempo per piantare, un tempo per sradicare, un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire, un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare, un tempo per gettare i sassi e un tempo per raccoglierli" ed infine "un tempo per la guerra e un tempo per la pace". Dopo questa rassegna di tutto ciò che sta dentro fra il nascere e il morire, l'autore chiede che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica; tutto l'insieme di cose che impegnano l'uomo, costruire, abbattere, curare, perdere, stracciare, cucire, tacere, parlare, odiare, amare, tutto ciò che intesse la vita dell'uomo "ho considerato l'occupazione che Dio ha dato agli uomini, egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo" l'odiare e l'amare, la guerra e la pace (qui non ci sono valutazioni etiche, si fa una inchiesta per cercare il senso nelle esperienze contraddittorie), ogni cosa è bella a suo tempo, ma Dio ha messo la nozione dell'eternità nel loro cuore senza che gli uomini possano capire l'opera compiuta da Dio dal principio alla fine. L'insieme ci sfugge.
L'altro guaio che pur vivendo le singole esperienze non ci accontentiamo ed abbiamo il desiderio dell'eternità, dell'infinito. E' una situazione paradossale, creature limitate che non riescono ad abbracciare il tutto, hanno il desiderio del tutto. Le conclusione è ripetuta per la seconda volta "ho concluso che non c'è nulla di meglio per essi che godere e agire bene nella loro vita, che l'uomo mangi, beva e goda del suo lavoro è un dono di Dio. Riconosco che qualunque cosa fa Dio è immutabile, non c'è nulla da aggiungere e nulla da togliere, Dio agisce così perché si abbia timore di lui". Il senso di Dio è riconoscere che tutto quello che siamo e facciamo è dono suo; questo si fa solo nella precarietà, quella precarietà che viene evidenziata fino allo spasimo dalla esperienza di morte che sembra azzerare tutto. Non è solo lo scorrere continuo della vita che sembra una ruota che gira su se stessa senza produrre nulla di nuovo, è il finire che tronca tutti i grandi progetti. Dio sta su nel cielo, l'essere umano è qui sulla terra e l'esperienza finisce sulla terra. Parlando della vita sociale con le sue ingiustizie, critica il principio della retribuzione: non è vero che Dio premia i buoni e castiga i malvagi, guardatevi intorno dice il Qohelet, i malvagi sono trionfanti ed i buoni calpestati. Dio guarda, ma non cambia niente, le cose vanno avanti così. "la morte dell'uomo e quella delle bestie è la stessa, c'è un soffio vitale per tutti, non esiste una superiorità dell'uomo rispetto alle bestie perché tutto è vanità, tutti sono diretti verso la medesima dimora, tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna alla polvere. Chi sa se il soffio vitale dell'uomo salga in alto e quello della bestia scenda in basso sulla terra? Mi sono accorto che nulla c'è di meglio per l'uomo che godere delle sue opere perché questa è la sua sorte".
L'uomo ha un destino che va oltre perché è in rapporto con Dio e quindi l'unica risposta è: vivi la vita come dono; mangiare, bere, godere, sono le modalità concrete di funzioni e gratificazioni psicofisiche, questo è vivere, come dono di Dio, questa è la sorte che Dio ha affidato all'uomo. Alla fine vi è il canto alla vita che potrebbe anche essere l'addio alla vita; ha ripetuto per l'ultima volta, la settima, "i vivi vivi sanno che moriranno, ma i morti non sanno neppure questo, non c'è più salarlo per loro perché il loro ricordo svanisce; il loro amore, il loro odio, la loro invidia, tutto ormai è finito. Non avranno alcuna parte in tutto ciò che accade sotto il sola. Va, mangia con gioia il tuo pane, bevi tuo vino con cuore lieto perché Dio ha già gradito le tue opere, godi la vita con la sposa che ami per tutti i giorni della tua vita fugace che Dio ti concede sotto il sole. Tutto ciò che trovi da fare fallo finché sei in grado perché non ci sarà attività, né ragione, né scienza, né sapienza giù negli inferi dove stai per andare". Questa lettura che sa un po' di cinismo, di materialismo, alla fine si riscatta, ha un soprassalto, dal v.7 del cap.11 : "''dolce è la luce e agli occhi piace vedere il sole, anche se vive l'uomo per molti anni se li gode tutti e pensi ai giorni tenebrosi che saranno molti:
Sta lieto giovane nella tua giovinezza e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù. Segui pure le vie del tuo cuore e i desideri dei tuoi occhi, caccia la malinconia dai tuoi occhi, caccia la malinconia dal tuo cuore, allontana dal tuo corpo il dolore''".
Il cap.12 prosegue: "ricordati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni in cui dovrai dire: non ci trovo alcun gusto. Prima che si oscuri il sole e la luce e la luna e le stelle e ritornino le nubi dopo la pioggia, quando tremeranno i custodi della casa e si curveranno i gagliardi" i custodi possono essere quelli del palazzo reale, ma anche i denti, quindi l'immagine domestica e antropologica si sovrappongono "cesseranno di lavorare le donne che macinano e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre e si chiude la porta, non si sente più il rumore della mola, tutto tace, quando si attutirà il rumore della mola e si attenuerà cinguettio degli uccelli e si affievoliranno tutti i toni del canto, quando si avrà paura delle alture e degli spauracchi della strada, quando fiorirà il mandorlo e la locusta si trascinerà a stento e il cappero non avrà più effetto (il cappero è un afrodisiaco) poiché l'uomo va verso la dimora eterna. I piagnoni si aggirano per le strade, prima che si rompa il cordone d'argento e la lucerna d'oro si infranga e si rompa l'anfora alla fonte e la carrucola cada nel pozzo e ritorni la polvere alla terra come era prima e lo spirito torni a Dio che l'ha dato. Vanità delle vanità, tutto è vanità".
Notevole è la bellezza di questo testo poetico e si può intuire perché padre Davide è ritornato a questi brani poetici; in una poesia inedita dice: "lasciami un pertugio nella tomba perché io possa guardare il cielo perché fino a quando c'è questo desiderio e ci sono occhi c'è speranza".

II parte : Gli interrogativi l'angoscia e la speranza di Giobbe

il libri di Giobbe: origine e struttura
La proposta del Qohelet non è così laica come può sembrare, o dissacrante, o disincantata: vivi la vita con intensità sapendo che è dono di Dio e questa è la quintessenza dell'esperienza religiosa, più delle credenze, riti, pratiche o professione di fede, è vivere con intensità il luogo dove noi incontriamo Dio che è la nostra vita. E' un invito che noi accogliamo con entusiasmo, però esiste il problema di chi non può mangiare, bere o godere. A noi sembra un diritto vivere in salute, in modo equilibrato psicofisico, ma chi non può godere come vive la sua relazione con Dio? Di questo problema si fa interprete il libro di Giobbe.

l'itinerario spirituale di Giobbe
Il protagonista è lyyòbh, che si può tradurre "il contestatore". Noi conosciamo una versione addomesticata di Giobbe che è diventato il paziente per antonomasia; questa è una lettura riduttiva che già faceva Giacomo invitando i cristiani a non lamentarsi e dicendo che Giobbe dovette alla sua pazienza di essere alla fine riabilitato. Nel testo il Giobbe paziente è presente solo nel prologo, poi i primi due capitoli raccontano, con il gusto orientale della ripetizione e dei cambiamenti rapidissimi di scena, la situazione nella quale si trova Giobbe senza sapere che qualcuno ha scommesso sulla sua pelle; in essi è narrata la perdita di tutto quello che ha, la perdita della famiglia ed infine della salute. Solo nell'epilogo si ritrova il tema di Giobbe riabilitato in forza della sua fedeltà.
Chi legge per intero il libro dal cap.3 in poi fino agli ultimi versetti del cap.42 si rende conto che Giobbe non è per nulla paziente, ma sta davanti a Dio con tutta la sua libertà e dignità e audacia e franchezza e dice a Dio le sue ragioni e domanda a Dio il perché. Gli interrogativi di Giobbe interpretano la situazione umana nei suoi due aspetti estremi del nascere e del morire, e dentro c'è l'esistenza precaria, la vanità che Giobbe vive in modo drammatico trovandosi in una situazione inumana, insostenibile.
Probabilmente è un antico racconto che risale all'epoca monarchica dei sapienti, una storia che si trova anche in Mesopotamia e in Egitto; la protesta del contadino contro le ingiustizie oppure il dialogo del disperato con la sua anima sono modelli della cultura antica. L'edizione definitiva in forma di dibattito e lo scontro con il dogma tradizionale biblico probabilmente è avvenuto dopo l'esilio quando il popolo ebraico ha sperimentato sulla sua pelle la contraddizione fra la promessa di Dio, il dono della terra, l'impegno a restare fedele a questo popolo mantenendolo nella felicità, nel benessere, nella continuità della monarchia e del santuario e la smentita di tutto ciò.
Nel Giobbe si può vedere concentrata la storia della esperienza drammatica del popolo ebraico che si interroga sul senso della fedeltà di Dio: Dio promette, ma poi la storia sembra smentire le promesse. La parabola di Giobbe quindi è sintesi non solo dell'essere umano, ma della comunità ebraica. La composizione potrebbe risalire a dopo l'esilio, perché ci sono, come nel libro del Qohelet, oltre all'ebraico, influenze dell'aramaico che diventa la lingue parlata dopo l'esilio. Il dramma di Giobbe è il problema del senso della vita di fronte alla negazione del vivere che sono le disgrazie che toccano gli affetti e poi la propria consistenza fisica, la perdita della salute.
Il libro comincia con una presentazione ideale: "C'era nella terra di Huz un uomo chiamato Giobbe" il protagonista non è un ebreo ma uno straniero che diventa il modello della ricerca di Dio. "Era un uomo integro, retto, temeva Dio ed era alieno dal male"; accanto alla integrità spirituale e religiosa vi è la pienezza del vivere "Gli erano nati sette figli e tre figlie, possedeva settemila pecore, tremila cammelli, cinquecento paia di buoi, cinquecento asine e molto numerosa era la sua servitù". Poi si racconta la vita gioiosa, felice, armonica della sua famiglia; questo succede sulla terra. Improvvisamente si apre lo scenario e si assiste a qualcosa che si verifica nella corte celeste. C'è un'assemblea dei figli di Dio e tra questi c'è Satana, l'avversario che partecipa al consiglio di Dio. Dio domanda a Satana: hai visto il mio servo Giobbe, uomo integro, retto, che teme Dio, alieno dal male? Nel dialogo celeste nasce il problema della gratuità dell'esperienza religiosa: "Satana rispose al Signore e disse: forse che Giobbe teme Dio per nulla?" L'integrità morale e religiosa di Giobbe è il punto in cui si innesta il suo successo, Giobbe è interessato, serve Dio perché lo ha colmato di beni. "Tocca i suoi beni e vedrai come ti benedirà in faccia. I1 Signore disse a Satana: quanto possiede è in tuo potere, Ma non stendere la mano su di lui". Subito dopo si hanno le conseguenze di questa licenza a mettere Giobbe alla prova. Dio scommette su Giobbe perché è sicuro che gli rimarrà fedele. Viene descritto il dramma che si abbatte sulla famiglia di Giobbe, prima la proprietà, poi i figli, tutto gli viene tolto in un susseguirsi di disgrazie. Arriva un messaggero e racconta a Giobbe che mentre i suoi figli erano riuniti sono giunti i predoni del deserto, poi c'è stato un uragano, poi il fuoco dal cielo, poi ancora i predoni; sono quattro sequenze con un aspetto di irrazionalità. La conclusione è che: "Giobbe sì alzò, si stracciò le vesti, si rase capo, cadde a terra, si prostrò e disse: nudo uscii dal seno di mia madre e nudo vi ritornerò,. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore": È l'immagine del Giobbe eroico, impassibile che vive in modo integerrimo la sua fede. "In tutto questo Giobbe non peccò, non attribuì a Dio nulla di ingiusto". Vi è una seconda seduta nel consiglio divino, Dio si rivolge a Satana sottolineando l'integrità di Giobbe nella prova "tu mi hai spinto contro di lui, senza ragione, per rovinarlo". Segue una seconde parte della scommessa "pelle per pelle, tutta quello che l'uomo ha è pronto a darlo per la sua persona. Stendi un poco la mano e toccalo nell'osso e nella carne e vedrai come ti benedirà in faccia. I1 Signore disse a Satana: eccolo è nelle tue mani. Solo conservalo in vita".
Giobbe viene colpito dalla disgrazia e "si mise a sedere sulla cenere": è il cordoglio dell'uomo rovinato. Vi è un dialogo con una persona che non era stata menzionata nello splendore precedente, la moglie. A questo punto c'è anche la rottura della relazione di coppia. "Stava seduto in mezzo alla cenere con un coccio per grattarsi; colpito da una piaga maligna dalla pianta dei piedi alla cima del capo". Indipendentemente dalla diagnosi, Giobbe è un uomo colpito da Dio dunque è considerato contaminante, da tenere lontano. "La moglie disse: rimani ancora fermo nella tua integrità? Maledici Dio e muori".
Giobbe si trova ora in totale solitudine e di fronte alla proposta della moglie fa la sua scelta "come parlerebbe una stolta tu hai parlato. Se da Dio accettiamo bene, perché non dovremmo accettare il male? In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra". Termina questa parte perfettamente omogenea del Giobbe integro, dove la prova non fa altro che mettere in evidenza la sua granitica fedeltà.
Nella sua totale solitudine arrivano gli amici a compiangerlo; sono i rappresentanti della cultura, del diritto, della religione, vengono dall'oriente e si fermano per sette giorni in silenzio, nel pianto, perché troppo grande era il dolore di Giobbe. Il tacere è un suggerimento: di fronte alla disgrazia di cui non comprendiamo il senso perché dietro c'è qualcosa di misterioso, vi è la proposta del silenzio nella condivisione del dolore della persona che soffre senza sapere il perché.
La prima soluzione prospettata: da Dio abbiamo ricevuto il bene, dobbiamo accettare da lui anche il male, verrà contestata, perché non è Dio la fonte del male. Non è Dio che mette in moto il processo del dubbio, del sospetto, scatena questa serie di disgrazie per provare Giobbe; è Satana, la mano sinistra di Dio, il sospetto presente in Dio, Satana è una specie di estrapolazione del male. L'autore attraverso questa figura simbolica ha tentato di distinguere Dio che dà il bene dalle situazioni di limite anche assurdo.

l'angoscia di Giobbe
Dal cap.3 in poi si delinea un'altra immagine di Giobbe che normalmente non è proposta nella catechesi, perché è complicata e crea disagi. Dopo i sette giorni dl silenzio, del cordoglio degli amici "Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno e prese a dire: perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: è stato concepito un uomo. Quel giorno sia tenebra, non lo ricerchi Dio dall'alto, né brilli mai su di esso la luce, lo rivendichi tenebre e morte, gli si stenda sopra una nube e lo facciano spaventoso gli uragani del giorno".
E' il caos primitivo e sullo sfondo c'è la creazione, la luce che emerge dalle tenebre, perché così comincia il processo creativo.
"Quel giorno possieda il buio, non si aggiunga ai giorni dell'anno, non entri nel conto dei mesi Quella notte sia lugubre e non entri giubilo in essa. La maledicano quelli che imprecano al giorno e sono pronti ad evocare il leviatan. Si oscurino le stelle del suo crepuscolo, speri la luce e non venga, non veda schiudersi le palpebre l'aurora".
Qui si apre una serie di perché che sono i grandi interrogativi di Giobbe che si fa interprete del dramma dell'umanità. Con insistenza Giobbe domanda il perché dare la vita a una persona che ha in essa la sorgente del dolore.
"Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? Perché due ginocchia mi hanno accolto? Perché due mammelle mi hanno allattato? Ora giacerei tranquillo, avrei pace con i re e governanti della terra che si sono costruiti i mausolei, con i principi che hanno oro e riempiono le loro case di argento. Oppure come un aborto nascosto più non sarei o come bimbi che non hanno mai visto la luce. Laggiù i malvagi cessano di agitarsi. laggiù riposano gli sfiniti di forze, i prigionieri hanno pace e non sentono più la voce dell'aguzzino. Laggiù è il piccolo e il grande, e lo schiavo è libero dal suo padrone": vi è una combinazione dell'esperienza del nascere e del morire, il morire è avvertito come la conclusione più logica di una nascita che non è per la vita, di una nascita inumana come quella di chi ha perso tutte le ragioni del vivere. "Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha l'amarezza nel cuore? A quelli che aspettano la morte e non viene, che la cercano più di un tesoro, che godono alla vista di un sepolcro?".

la posizione degli amici
La risposta viene dai tre convocati per una grande apologia di Dio: il giurista, il sapiente e il profeta, il rivelatore. I tre amici di Giobbe di fronte a questo sfogo blasfemo che mette in discussione tutta la tradizione biblica, fanno leva sul principio fondamentale che si trova all'interno del Pentateuco, ripreso dai profeti, dalle raccolte dei salmisti e che percorre tutta la storia cristiana fino ai nostri giorni e che sembra il principio dell'etica, il principio della giustizia o della retribuzione: Dio premia i buoni, Dio castiga i malvagi, se fai il bene avrai il bene, se fai il male avrai il male. Tutti gli esseri umani hanno cercato di costruire un codice etico e un codice religioso sono partiti da questo principio, che se apparentemente il malvagio può trionfare alla fine i conti torneranno, se non qui in una situazione di giudizio oltre: i buoni saranno premiati con la vita eterna, i malvagi avranno la condanna eterna. Dio nonostante le contraddizioni della vita si rivela giusto, sapiente, saggio, buono, santo. Sono i titoli che i tre amici, Elifaz il 'profeta', Bildad il `giurista', Zofar il 'sapiente', ripetono in tre turni e tre volte. Giobbe risponderà a questi tre portavoce della tradizione, del dogma, della quintessenza della fede biblica. Il libro di Giobbe sembra la negazione di quel principio sul quale si regge l'alleanza il cui schema è questo: io vi ho liberati, vi ho condotti nella terra, se voi osservate le Dieci Parole avrete la benedizione, ma se trasgredirete avrete la maledizione. I tre amici con gli argomenti tratti dall'esperienza, dalla tradizione, dalla rivelazione profetica cercano di dire che Dio è giusto, è buono, santo, sapiente: se tu Giobbe sei colpito dal male, vuoi dire che c'è un peccato nella tua vita che devi scontare. Di fronte alla protesta di Giobbe, sono innocente, i tre amici dicono che Dio vuole provarti per educarti, formarti attraverso la sofferenza. Giobbe a questo punto perde veramente la pazienza, lascia perdere gli amici e si appella a Dio. Gli amici parlano di Dio come di un teorema, una specie di equazione in cui i conti devono tornare fra sapienza, giustizia, santità e realtà, esperienza storica, Dio come oggetto sia pure infinito, verità religiosa o principio astratto da difendere; l'unico che parla a Dio è Giobbe.

la risposta e il lamento di Giobbe davanti a Dio
Giobbe incomincia a sfogarsi dicendo che Dio ce l'ha con lui, Dio è come una bestia "sei come un orso, come un leone, mi hai preso a bersaglio. Ti diverti a prendermi come tirassegno delle frecce del male": è l'immagine di un Dio avversario, ostile, malvagio, collerico, l'insieme di tutte le immagini negative che in una persona suscita l'esperienza traumatica del male e della morte. Dopo il primo intervento Giobbe risponde con lamentazioni "le saette dell'Alto mi stanno infitte sì che mio spirito ne beve il veleno, terrori immani mi si schierano contro" "volesse Dio schiacciarmi, stendere la mano e sopprimermi. Ciò sarebbe per me un qualche conforto, gioirei pur nell'angoscia senza pietà per non aver rinnegato gli effetti del Santo" Giobbe proclama la sua innocenza, chiede di conoscere in che cosa ha sbagliato, portatemi le prove. Dopo questo sfogo incomincia la sua preghiera davanti a Dio e descrive il vivere umano compreso fra il nascere e il morire. Giobbe non può accettare il nascere e il morire perché non c'è in mezzo la vita quando essa sia vita inumana. Giobbe protesta: avete un bel dire che Dio è creatore, è giusto, saggio, sapiente, ma io di fatto vivo qui esperienze che non mi consentono di avvertire la relazione col Dio giusto, saggio, buono. "Non ha forse un duro lavoro l'uomo sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli di un mercenario? Come lo schiavo sospira l'ombra e come il mercenario aspetta il salario, così a me sono toccati mesi di illusione e notti di dolore mi sono state assegnate. Se mi corico dico: quando mi alzerò? Si allungano le ombre, sono stanco di rigirarmi fino all'alba Ricoperta di putredine e di croste la mia carne, raggrinzita /a mia pelle si disfa, i miei giorni sono stati più veloci di una spola, sono finiti senza speranza. Ricordati che un soffio è la mia vita, il mio occhio non vedrà più il bene, non mi scorgerà più l'occhio di chi mi vede, i tuoi occhi saranno su di me, tu verrai a cercarmi ed io sarò sparito". Giobbe immagina che Dio lo tenga d'occhio per fargli scontare le colpe più segrete, commesse nella ignoranza giovanile, ma Dio sarà deluso perché Gobbe non ci sarà più perché sarà morto.

Giobbe si appella a Dio, suo "go'el"
Come per il Qohelet la morte per Giobbe è la fine di tutto; l'unica possibilità di fare esperienza di Dio è questa vita. Il malato Giobbe è privato di tutto quello che dà senso e sapore alla vita, relazioni, salute e così si prospetta la conclusione "Una nube svanisce e se ne va. Così chi scende agli inferi più non risale, non ritornerà più nella sua casa, mai più lo rivedrà la sua dimora"; la morte è qualcosa di irreversibile, e perciò Giobbe domanda di poter avere un incontro con Dio ora, non proiettato nell'aldilà "lasciami perché un soffio sono i miei giorni. Che è questo uomo che tu ne fai tanto conto? A lui rivolgi la tua attenzione, lo scruti ogni mattina, e ogni istante lo metti alla prova fino a quando da me non toglierai lo sguardo, e non mi lascerai inghiottire la saliva? Se ho peccato, che cosa ti ho fatto, o custode dell'uomo? Perché mi hai preso a bersaglio e ti sono diventato di peso?" Giobbe a questo punto ha una intuizione, ammettendo che i mali colpiscano l'uomo a causa dei suoi peccati, come gli hanno prospettato gli amici attingendo alla tradizione, possibile che Dio se la prenda con questa foglia, questo essere fragile, non sarebbe più da Dio perdonare? "perché non cancelli il mio peccato e non dimentichi la mia iniquità? Presto giacerò nella polvere, mi cercherai, ma più non ci sarò".
Più avanti, in una pagina meravigliosa si trova il tema del nascere, del morire, ed in mezzo questa vita che Giobbe rivendica come l'unica possibilità per fare un incontro umano con il creatore. "Sono stanco della mia vita darò libero sfogo al mio lamento, parlerò nell'amarezza del mio cuore. Dirò a Dio: non condannarmi. Fammi sapere perché mi sei avversario. E' forse bene per te opprimermi, disprezzare l'opera delle tue mani, favorire il progetto dei malvagi?". Quando gli amici ripetevano che Dio provvede ai buoni, li protegge, li salva, mentre i malvagi vanno in rovina, Giobbe aveva invitato a guardare la realtà e c'è una pagina impressionante quanto i perché iniziali: perché dare una vita a un infelice? Che senso ha l'opera di Dio creatore quando si riduce alla contraddizione di un desiderio di vivere frustrato?
Al cap.9 si parla della sofferenza dell'innocente, Giobbe dice di essere innocente e che potrebbe provarlo, ma Dio trova le macchie anche negli angeli e nelle persone più pure, per questo è lo stesso che abbia ragione o torto, che sia giusto o ingiusto, perché Dio è indifferente alla giustizia "Egli lascia perire l'innocente e il reo. Se un flagello uccide all'improvviso, della sciagura degli innocenti egli ride". Giobbe prende in considerazione la storia umana, in un'altra pagina descrive le ingiustizie, i poveri che lavorano i campi, raccolgono l'uva e soffrono la fame, la sete "si alza il grido dalle città e lui non presta ascolto elle loro preghiere". Nel capitolo 10 Giobbe dice "tu hai forse occhi di carne, vedi come vedono gli uomini? Sono forse i tuoi giorni come giorni di un uomo, i tuoi anni come anni di un mortale perché tu debba scrutare la mia colpa e frugare il mio peccato pur sapendo che non sono colpevole e che nessuno mi può liberare dalla tua mano? Le tue mani mi hanno plasmato, mi hai fatto integro in ogni parte, vorresti ora distruggermi? Ricordati che come argilla mi hai plasmato e in polvere mi farai ritornare. Non mi hai forse colato come latte e fatto cagliare come cacio? Di pelle e di carne mi hai rivestito, di ossa e di tendini mi hai intessuto, vita e benevolenza mi hai concesso e la tua premura ha costruito il mio spirito. Eppure questo nascondevi nel cuore, so che questo era nel tuo pensiero. Tu mi sorvegli se pecco, non lasci impunita la mia colpa, se sono colpevole guai a me, se sono giusto non oso sollevare la testa, sazio di ignominia come sono ed ebbro di miseria" "perché mi hai tratto dal seno materno?".
Giobbe pone la domanda in modo drammatico; il tema non è diverso da quello di Qohelet, ma posto in situazione diversa. Il re di Gerusalemme che poteva concedersi vino, costruzioni, cantanti, cantatrici poteva dire: mangia, bevi, godi; ma chi vive una situazione di sofferenza, e Giobbe rappresenta tutti i derelitti, si pone il problema del vivere e del morire davanti a Dio. Se si cancella Dio e si parla solo di caso è più tollerabile che un bambino venga generato per essere massacrato, pur restando una cosa assurda, perché non c'è ordine, significato od orientamento.
"Fossi morto e nessun occhio mi avesse visto! Come se non fossi mai esistito dal ventre sarei stato portato alla tomba. Lasciami sì che io possa respirare un poco, prima che me ne vada senza ritornare verso la terra delle tenebre e dell'ombra di morte, terra di caligine e di disordine, dove la luce è come le tenebre".
Giobbe è un grande credente, come Gesù: anche Gesù si pone questa domanda "Perché mi hai abbandonato?". La soluzione che tutto si sistemerà nell'aldilà, in quel supplemento di vita, è troppo comoda e semplice. Bisogna dare la risposta qui, davanti a Dio. Giobbe è tormentato perché sa che Dio è creatore, sa che Dio vuole il bene eppure lui sta sperimentando l'immagine del Dio malvagio, di un Dio ostile, tutta la sua esperienza lo conduce a fare questa costatazione e la morte non è l'ingresso nel mondo di Dio, è la fine, fine della creazione e quindi fine del legame con Dio. Giobbe chiede di avere un appuntamento con Dio ed esprime la sicurezza di avere un incontro prima di morire. Per Giobbe non c'è resurrezione ed immortalità, per Giobbe c'è Dio. Giobbe non può fare disquisizioni dotte su Dio come fanno i tre amici, perché Dio per lui passa attraverso la sofferenza della sua carne, non è il Dio dei teoremi, è il Dio della sua umanità che è la sola con cui può fare esperienza di Dio
"Pietà, pietà di me almeno voi amici perché la mano di Dio mi ha percosso, non infierite su di me" Se le mie parole si scrivessero e si fissassero su un libro, se fossero impresse con stilo di ferro sul piombo, per sempre si incidessero sulla roccia, io so che il mio liberatore, il mio vendicatore è vivo, il mio «go'el» e che ultimo si ergerà sulla polvere. Anche se questa mia pelle sarà distrutta, con la mia carne vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso. I miei occhi lo contempleranno non da straniero''".

la risposta di Dio e la reazione di Giobbe
Gli ultimi capitoli sono l'incontro di Dio con Giobbe. Dio gli fa passare tutto il mondo creato a partire dal cosmo, il sole, la luna, le stelle, le piogge, il ghiaccio, il vento e poi il mondo degli animali, i quadrupedi, gli uccelli e gli domanda: dov'è Dio? Quando ho posto in essere tutte queste cose che cosa hai fatto? Sei in grado di dire dove si trova la regione della luce? Dov'eri quando ho fissato le stelle? Giobbe di fronte al mistero di Dio creatore si ritrae e dice: avverto di essere una semplice creatura e non posso indagare, né pretendere di consigliare Dio.
Poi c'è un secondo discorso di Dio che fa leva sulle meraviglie della creazione sui suoi aspetti più impressionanti e sul fatto che Dio guida tutte la storie e alla fine vi è la dichiarazione di Giobbe: "Allora Giobbe rispose al Signore e disse: comprendo che puoi tutto e che nessuna cosa è impossibile a te". Giobbe riconosce che Dio è libero perché creatore, ha assoluta libertà e perciò non può chiedere conto a Dio del suo agire "ho esposto senza discernimento cose troppo superiori a me che non comprendo. Io ti conoscevo per sentito dire, ore i miei occhi ti vedono".
L'incontro con Dio c'è stato, con gli occhi non con l'anima e avviene nello splendore e nel mistero della creazione. La creazione è il segno della libertà radicale di Dio e in questa libertà di Dio anche Giobbe può porre le sue domande, chiedere il perché di una vita umanamente invivibile. Questo stare davanti e Dio ponendo la domanda è la religiosità di Giobbe. La libertà sovrana di Dio non può essere chiamata a giudizio per le contraddizioni della storia, consente all'essere umano di vivere anche se non capisce il senso della sua sofferenza. Ritenere che il male esista perché Dio ha creato un mondo limitato o che il male nasca dal peccato sono risposte teologiche. Non esiste una spiegazione da dove e perché viene il male. Dio ha agito liberamente, ha creato il mondo in modo sovranamente libero ed in questa libertà di Dio sta anche la libertà umana, libertà di porre domande e di vivere la libertà in questo dialogo. Questa posizione di Giobbe è quella che Dio alla fine approva sconfessando i teologi che volevano difendere d'ufficio Dio: "solo Giobbe ha detto cose buone di me". Giobbe sta davanti a Dio anche se il male, il limite, la sofferenza rimangono un enigma, un mistero. Stando davanti a Dio senza la pretesa di definire l'agire di Dio e di proiettare in lui il male si può vivere anche con quel limite che attraversa l'esistenza umana ed ha forma estrema nella morte. La libertà di Dio creatore è la condizione per una relazione di fede, di una fede intesa non come una credulità che dà per scontate le risposte, ma come diritto di vivere in piena relazione vitale con Dio la propria libertà umana.

Discussione

(vengono riportate solo le risposte dei relatore)

valore della sofferenza?

  • lo ho difficoltà a dire secondo stereotipi che la sofferenza è un valore, un dono, che la sofferenza serve a comunicare, ad assimilare Cristo. Noi qui non abbiamo affrontato il problema cristiano, siamo in un contesto di umanità che cerca di capire. Gli amici di Giobbe dicono che il male è il modo per esercitare la giustizia che trionfa con la punizione dei peccatori, ma Giobbe protesta dicendo che quando muoiono gli innocenti nelle catastrofi Dio se ne disinteressa, è lontano dalle tragedie umane. Quando Giobbe chiede: perché mi stai tormentando, perché mi hai preso a bersaglio, che cosa ti ho fatto? Giobbe non sa che cosa sia avvenuto nella corte celeste, ma l'autore fa chiaramente capire che non è Dio che manda il male. Giobbe scopre la sua creaturalità in questa situazione drammatica, capisce che Dio è creatore e quindi si rende conto del limite, che una vita non riuscita fa parte della situazione creaturale senza collegamento diretto - e Dio in questo gli dà ragione - fra peccato e sofferenza. Si deve partire dall'esperienza di privazione che alla fine è la morte per tutti, per avvertire che siamo creature, che la vita non ci è dovuta, che non abbiamo diritto proprietario sulla vita: è la scoperta della relazione religiosa. La sofferenza e poi la morte, ha una funzione pedagogica perché ci permette di scoprire il rapporto con Dio nel senso di portare la propria causa davanti a Dio. Però questo non è scontato, presuppone che esista relazione con Dio, e può avvenire che il dolore sia vissuto nella solitudine e provochi la bestemmia, l'imprecazione contro un Dio assurdo e lontano che è meglio non esista. Per accettare il male bisogna arrivare all'incontro, come Giobbe che porta a Dio le sue domande, anziché eluderle o insabbiarle come facevano gli amici. La sofferenza e la morte sono male, possono far dire come a Giobbe: non è un Dio giusto e sapiente che me le manda, ma possono diventare il contesto nel quale vivere l'esperienza con Dio. La sofferenza dell'altro intesa come contesto nel quale realizzo la mia umanità può a sua volta essere un tramite. Ciò che nega il libro di Giobbe è che Dio stia all'origine di un male programmato per torturare la creatura: il male c'è perché è la situazione creaturale. In questo limite rientra anche la sofferenza dell'altro che è la mia sofferenza soprattutto quando più mi interpella in forza del legame affettivo o della solidarietà umana. Il problema è dare un senso alla sofferenza nella relazione religiosa non in quanto sofferenza ma in quanto situazione di limite in cui noi scopriamo la libertà e gratuità del rapporto con Dio.

ombre e luci: la vita come dono

  • E' la domanda: perché trarmi dal seno materno? E la può porre solo chi avverte lo scarto tra il bisogno di vivere e la negazione. Fino a quando non esiste l'ombra, lo sfondo negativo, non si può avere la percezione di cosa vuol dire bene, libertà, amore. C'era un'isola in cui non esisteva più la morte e da essa era scomparsa la pietà, la compassione, lo stupore, la meraviglia perché dove non c'è contrasto non ci si rende più conto del bene. L'esistenza umana come unica occasione irripetibile viene apprezzata solo perché non c'è altra possibilità. Se l'esistenza fosse ripetuta all'infinito, amare, odiare, lottare, impegnarsi non avrebbe senso. Se si immagina che la morte sia un furto che strappa ciò che si ha, dovremmo avere un diritto di proprietà mentre la vita è un dono. La morte è l'ultimo atto della vita come atto di consegnarci all'altro e ci consente di capire che la vita è un continuo consegnarci avendo ricevuto la vita come dono. In questo si inserisce il rispetto della vita, col divieto dì sopprimerla o manipolarla, con l'idea che l'essere umano è irripetibile, unico, è un dono totale e non solo un prodotto della società, é legato a questa esperienza. Viene a mancare l'esperienza, non solo religiosa, ma proprio umana profonda quando il vivere ed li morire sono reificati, ridotti a un processo biochimico da controllare e manipolare. Il singolo è unico e irripetibile coi suoi tratti fisiognomici,

caratteriali, anche se nella specie è un individuo, come persona è unico. E' un mistero di luce, per questo abbaglia.

  • Credo che lo schema dell'aldilà sia legittimo; l'incontro con Dio, la comunione sono linguaggi simbolici per parlare del compimento. L'esperienza religiosa non si può vivere rimandandola, sospendendo la riflessione in attesa che tutto ci venga svelato. Giobbe ci dice: voglio vedere con miei occhi e quando ho visto mi metto la mano sulla bocca, accetto il mistero. Se non si arriva a questo non si fa esperienza di Dio, si può avere un'idea di Dio come grande energia, grande potenza, ma non si coglie il mistero che è intrecciato col nostro mistero. Il mistero di Dio lo cogliamo in questo frammento di mistero, qui c'è ombra e luce. Il mistero di Dio passa attraverso questo filtro intricato che è la creatura limitata. Noi avvertiamo il limite come scandalo e deve essere scandalo perché possiamo fare il salto della scoperta del dono.

III parte: La condizione dell'essere umano davanti a Dio. La ricerca di senso nel Siracide, Sapienza e Salmi.

il libro del Siracide
E' un'opera attribuita ad un maestro che si presenta alla fine del suo lavoro, nel cap.50 come Gesù ben Sira, figlio di Eleazaro di Gerusalemme. E' un personaggio che ha viaggiato, conosce la cultura greca ed è incaricato al compito di educare le nuove generazioni delle famiglie aristocratiche di Gerusalemme, i candidati a diventare dirigenti, responsabili, magistrati. E' il tempo del cambiamento culturale introdotto dai successori di Alessandro; non c'è ancora la rivolta militante delle famiglia dei Maccabei, ma è la vigilia di essa. Il nipote che traduce in lingua greca l'opera del nonno precisa nel prologo le date. I giovani sono affascinati dalla nuova cultura ellenistica.
L'autore richiama gli elementi tradizionali della fede ebraica, non solo il monoteismo e la fedeltà alle tradizioni, ma i valori etici collegati con l'esperienza religiosa. li Siracide è una raccolta di trattati, di meditazioni, di istruzioni che passano in rassegna i vari aspetti della vita: l'amicizia, l'uso dei beni, la vita sociale, la famiglia, come trovare la moglie da parte dei giovani che finiscono la scuola. In questo contesto si presentano le due alternative della donna malvagia e della donna saggia; è l'unico testo che rilegge Genesi in chiave negativa: il peccato ha avuto origine dalla donna e per causa sua tutti moriamo. E' un precedente di antifemminismo ripreso dall'autore che ha scritto la prima lettera a Timoteo e poi dagli apocalittici.
Nella sua riflessione sulla vita religiosa, il Siracide esprime ammirazione per la liturgia, ma mette in guardia contro il rischio di un uso strumentale della ricchezza per fare bella figura, di un culto formalistico. La sua opera può essere suddivisa in due grandi unità: prima la raccolta di sei trattati sulla sapienza come arte del vivere in modo equilibrato e felice e poi una rilettura della creazione e della storia come luogo in cui si manifesta lo splendore di Dio. L'autore passa in rassegna alcuni medaglioni da Adamo fino al sommo sacerdote Simone.

l'ambivalenza della condizione umana secondo il Siracide
Un primo testo rilegge il brano di Genesi e qui si ha modo di vedere come gli ebrei del Il secolo interpretavano quella pagina "ascoltami figlio, sii attento nel tuo cuore alle mie parole, manifesterò con esattezza la mia dottrina, con cura annuncerò la scienza. Nella creazione del Signore le sue opere sono fin da principio e nelle loro origine ne separò le parti". È la lettura della prima pagina, la creazione come separazione del caos dall'ordine, della luce dalle tenebre e poi la divisione dei vari ambiti in cui Dio colloca gli astri e poi i viventi fino al vivente. All'essere umano è dedicata la prima parte del cap.17 "Il Signore creò dalla terra e ad essa lo fa ritornare. Egli assegnò agli uomini giorni contati e un tempo fissato perché il cuore umano è incline al male fin dall'adolescenza". Il tempo fissato fa riferimento al testo di Genesi sui 120 anni che Dio assegna agli esseri umani dopo il diluvio. Il limite è desunto dal computo del massimo di carriera per un funzionario secondo la cultura egiziana. Nei Salmi si dice che gli anni dell'uomo sono settanta e ottanta per i più robusti. Il problema però non è il tempo materiale, ma la qualità dell'esistenza. A questo l'autore dedica una riflessione "a sua immagine li formò ed egli infuse ad ogni essere vivente il timore dell'uomo perché l'uomo dominasse sulle bestie e sugli uccelli. Discernimento, lingua, occhio, orecchie, cuore diede loro perché ragionassero".
L'essere immagine di Dio è la capacità di interrogarsi, di domandare, di riflettere. "Li riempì di dottrina e di intelligenza, indicò loro anche il bene e il male, pose lo sguardo nei loro cuori per mostrare loro la grandezza delle sue opere. Loderanno il suo nome santo per narrare la grandezza delle sue opere". Poi si giunge al momento del dono della legge che è compimento dell'opera della creazione "Inoltre pose davanti a loro la scienza e diede loro in verità la legge della vita (la torah). Stabilì con loro un'alleanza eterna, fece conoscere i suoi decreti, i loro occhi contemplarono la grandezza della sua gloria, i loro orecchi sentirono la magnificenza della sua voce". E' la teofania del Sinai; l'autore ha riletto l'esperienza del decalogo, la coscienza etica, il senso del vivere e l'ha collegata con l'atto iniziale che noi riviviamo nella nostra nascita. Disse loro: guardatevi da ogni ingiustizia e diede loro a ciascuno precetti verso il prossimo".
Un'altra pagina è dedicata al vivere la condizione precaria dell'essere umano. Il Siracide non ha la libertà di ricerca disincantata fino allo scetticismo del Qohelet e non ha la passione tormentata di Giobbe però in modo molto sereno fa da raccordo fra tradizione e novità e raccoglie le riflessioni degli ambienti intellettuali di Gerusalemme che cercano di vivere il cambiamento culturale attraverso la meditazione sulle cose essenziali della tradizione religiosa.
Nel cap.18 vi è una meditazione sulla condizione umana; l'interrogativo iniziale è: che cosa è l'uomo? Dapprima celebra l'opera creatrice di Dio "ha creato l'universo intero, il Signore soltanto è riconosciuto giusto, a nessuno è possibile svelare le sue opere, la potenza della sua maestà chi può misurarla? Chi può riuscire a narrare la sua misericordia? Quando uno ha finito allora comincia, quando si ferma allora rimane perplesso".
Poi si pone l'interrogativo: rispetto a tutte le opere di Dio quale è il luogo di quest'opera per eccellenza che è l'essere umano? "che cos'è l'uomo? A cosa può servire? Qual è il suo bene, quale è il suo male?" la domanda non è metafisica, ma è etica. Poi vi è il tema della precarietà che non è sentita come cosa fatale, tragica, ma rientra nel processo del cammino di fede che è un cammino sapienziale. "Quanto al numero dei giorni dell'uomo cento anni sono già molti. Come una goccia d'acqua nel mare e un grano di sabbia, cosi questi pochi anni in un giorno dell'eternità". Ammettendo che un uomo possa realizzare il massimo della sua vitalità, la sua manciata di giorni non è nulla rispetto alla pienezza del tempo. I giorni dell'uomo rispetto alla potenza, all'immensità, all'infinito di Dio sono una cosa fragile, piccola, insignificante "per questo il Signore è paziente con gli uomini e riversa su di essi la sua misericordia." Questo divario è la difficoltà di chi si interroga: possibile che Dio prepari un'eternità di rovina per l'essere umano che è così fragile, per scelte che noi facciamo nel tempo, condizionate, limitate, possibile che questa esistenza possa essere giudicata e condannata ad una eternità di rovina? Il paradiso, la vita eterna in questo caso è la relazione con Dio che consente all'essere umano di vivere in pienezza. L'autore afferma le cose in positivo dicendo che Dio è misericordioso.
Continua su questo tema "vede e conosce che la loro sorte è misera, per questo moltiplica il perdono". L'autore ripropone la tradizione biblica del Dio pietoso, lento all'ira, ricco di grazia. "Egli rimprovera, corregge, ammaestra e guida come un pastore il suo gregge. Ha pietà di quanti accettano la dottrina e di quanti sono zelanti per le sue decisioni".
Qui si trova la tipica maniera biblica, e poi ebraica, della riflessione sull'esistenza umana; su questa fragilità si innesta l'intuizione della misericordia di Dio.
"Potete indagare tutte le cose, domandare: perché questo, perché quello? Tutte le cose saranno indagate a suo tempo, alla sua parola l'acqua si ferma come un cumulo, a un suo detto si aprono i serbatoi delle acque, al suo comando si realizza quanto egli vuole, tutte le cose sono state create per un fine, la sua benedizione si diffonde come un fiume ed irriga come una inondazione la terra. Così le genti sperimenteranno la sua ira come passarono le acque in un deserto sanato; i beni sono per i buoni e i mali per i peccatori; le cose di prima necessità per la vita del-l'uomo sono acqua, fuoco, ferro, sale, farina, latte, miele, succo d'uva, olio e vestito. Tutte queste cose sono per i pii e sono bene, ma per i peccatori diventano male". Il male non dipende dalle cose create ma dalla relazione. "Ci sono venti creati per castigo e con la loro furia rafforzano i flagelli, quando verrà la fine scateneranno la violenza. Fuoco, grandine, fame, morte sono creati per il castigo, denti delle fiere, scorpioni, vipere, spade vendicatrici. Tutte le opere del Signore sono buone egli provvederà tutto a suo tempo. Cantate inni con tutto il cuore e benedite il nome del Signore". L'ambivalenza del mondo dipende non dalle cose in sé, ma dal modo di comportarsi dell'uomo davanti all'opera creatrice. La questione è: cosa è l'uomo, il suo nascere è bene, la sua vita è una cosa che vale la pena accogliere come bene e dono di Dio? E la morte? Questa è la cornice nella quale si colloca il cap.40. "Una sorte penosa disposta per ogni uomo, un giogo pesante grava sui figli di Adamo dal giorno della loro nascita dal grembo materno al giorno del loro ritorno alla madre comune. Materia alle loro riflessioni e ansietà per i loro cuori offre il pensiero di ciò che li attende il giorno della fine"; il pensiero della fine corrode ogni esperienza positiva. "Questa sorte penosa vale per tutti, da chi siede su un trono glorioso fino al misero che giace sulle terra e sulla cenere, da chi indossa porpora e corona fino a chi è coperto di panno grossolano. Non c'è che sdegno, invidia, spavento, agitazione, paura della morte, contese e liti". L'aspetto angosciante della morte sta all'origine di tutte le vicende umane, è la nostra precarietà che alimenta l'aggressività distruttiva e violenta.
Un giusto rapporto con la morte ci consentirebbe di vivere in maniera umana. Questa esperienza si placa ogni giorno durante l'incoscienza del sonno, ma vi possono essere gli incubi anche nella notte "per un poco, un istante egli riposa, cui viene il sonno come in un giorno di guardia e sconvolto dai fantasmi del suo cuore come chi è scampato da battaglia. Mentre sta per mettersi in salvo si sveglia meravigliandosi dell'irreale timore. E' sorte di ogni essere vivente, dall'uomo alla bestia, ma per i peccatori sette volte tante".
Poi si comincia a intravedere una soluzione: la morte è per tutti senza distinzioni, ma per il peccatore la morte è morte, invece per il sapiente può diventare il trampolino di un nuovo rapporto, la piattaforma per una nuova relazione con Dio. Per il peccatore "morte, sangue, contesa, spada, disgrazia, fame, calamità e flagelli. Questi mali sono stati creati per i malvagi, per loro causa si ebbe anche il diluvio; quanto è della terra alla terra ritorna, quanto è delle acque rifluisce nel mare". Segue una seconda riflessione che vede l'aspetto positivo della morte comune al di là del suo significato per i giusti e per gli empi. Nel cap.41 "o morte come è amaro il tuo pensiero per l'uomo che vive sereno nella sua agiatezza, per l'uomo senza assilli e fortunato in tutto ancora in grado di gustare il cibo! O morte è gradita la tua sentenza all'uomo indigente e privo di forze, vecchio decrepito e preoccupato di tutto".
Anche questa è parola di Dio, sarà integrata con l'invito a trovare un senso anche a una esistenza drammatica, ma non dimentichiamo il grido del Crocifisso che diceva "perché mi hai abbandonato" ed è la domanda del tribolato, dell'ammalato, "al ribelle che ha perduto la pazienza. Non temere la sentenza della morte, ricordati dei tuoi predecessori e successori, questo è il decreto del Signore per ogni uomo, perché ribellarsi al volere dell'Altissimo?".
Anche questo autore non ha coscienza di un aldilà, la morte è la fine di tutti i lamenti, di tutte le recriminazioni, di tutti i desideri, il rapporto con Dio va organizzato in questa vita. L'autore non dà risposta circa l'esistenza di una vita che va oltre, sa che c'è Dio, creatore e fedele, ma non si pone il problema di un prolungamento della vita oltre la barriera fisica del morire.
"Una stirpe empia è nella dimora dei malvagi. L'eredità dei figli dei peccatori andrà in rovina, con la loro discendenza continuerà il disonore. Contro un padre empio imprecano i figli perché sono disprezzati a causa sua. Guai a voi uomini empi che avete abbandonato la legge dell'Altissimo! Quando nascete, nascete per la maledizione, quando morite erediterete la maledizione. Quanto è della terra tornerà alla terra così gli empi dalla maledizione alla distruzione, il lutto degli uomini riguarda i loro cadaveri, il nome non buono dei peccatori sarà cancellato, abbi cura del tuo nome perché varrà per chi resterà più di mille grandi tesori d'oro. I giorni di una vita felice sono contati, ma un buon nome dura per sempre". Questa è l'eredità per il Siracide: il buon nome; che sia un buon nome nella memoria dei figli e discendenti o anche presso Dio è un problema che l'autore non si pone, perché si preoccupa solo della continuità nella storia, infatti passa in rassegna gli uomini egregi di cui si tesse l'elogio nella assemblea. La vita continua nel ricordo del nome dei giusti e dei saggi.

La ricerca di senso nel libro della Sapienza
La Sapienza è un piccolo libro che chiude il canone del Primo Testamento, scritto in greco ad Alessandria d'Egitto, alle soglie del Nuovo Testamento o nel I secolo a.C. oppure anche negli anni 5O dell'era cristiana. Questo autore, maestro di sapienza, si preoccupa di inculcare ai giovani la fedeltà alle tradizioni soprattutto di fronte al fascino che esercita la cultura greca. La comunità ebraica della città leggeva la Bibbia in greco nella traduzione dei Settanta risalente ad un paio di secoli prima. Secondo la leggenda settanta traduttori divisi avrebbero fatto una versione uguale e ciò a dimostrare che questo avvenimento era voluto da Dio per tradurre il messaggio biblico nella cultura emergente greco-ellenistica.
Alcuni avevano già lasciato la tradizione rabbinica, come il celebre personaggio, nipote di Filone di Alessandria, Tiberio Alessandro che aveva abbandonato l'ebraismo, fatto carriera politica ed era diventato governatore della Palestina.
La Sapienza, raccolta di riflessioni, istruzioni ed esortazioni, affronta il problema del vivere in rapporto all'esperienza dell'ambiente greco che aveva dato una risposta al nascere e al morire nella prospettiva dualistica. Secondo la filosofia greca le anime sono da sempre esistenti presso Dio e vengono a contatto con la materia in un corpo, poi si liberano per tornare al mondo di Dio. E' l'immagine platonica, ripresa dal neoplatonismo che noi abbiamo ereditato. Anche Filone accetta questa antropologia per porre il problema del nascere e morire e quindi il significato dei vivere non è altro che un progressivo purificarsi dai tentacoli della materia per tornare al mondo della riflessione, della preghiera, dell'ascesa degli spiriti, delle anime. Gran parte della spiritualità cristiana è stata concepita così: salvare l'anima vuol dire liberarla da tutte le contaminazioni per entrare, attraverso l'ultima purificazione nel mondo di Dio e la vita non è altro che una specie di grande sala di attesa tra il nascere e il morire. E' una impostazione totalmente diversa da Qohelet, Giobbe, Siracide secondo cui l'incontro con Dio avviene qui, nella vita; secondo quest'altra concezione l'anima percorre una sua via lasciando l'involucro inutile del corpo. La visione dualistica sta sullo sfondo dell'autore del libro della Sapienza, ma contemperata alla fede biblica del Dio creatore che fa dell'essere umano una totalità. La vita è coscienza, vi sono gli "occhi del cuore", si cerca il sapere con l'interrogarsi sul senso del vivere, del morire ma non negando lo spessore vitale in cui si vive la relazione col mondo e con il Creatore, il Vivente.

destino degli empi e quello dei giusti
Il libro della Sapienza tratta nei primi cinque capitoli del destino degli empi contrapposto a quello dei giusti; dal sesto in poi rilegge la storia del popolo di Dio uscito dall'Egitto in chiave di attualità per incoraggiare i giovani a non lasciarsi affascinare dalla prestigiosa cultura ellenista, invitandoli a ricercare la sapienza.
"Amate la giustizia voi che governate sulla terra, rettamente pensate del Signore, cercatelo con cuore semplice. Egli si lascia trovare da quelli che lo cercano; la sapienza non entra in un'anima che opere il male, né abita in un corpo schiavo del peccato, il Santo Spirito ammaestra, rifugge dalla finzione, se ne sta lontano dai discorsi insensati ed è cacciato dal sopraggiungere dell'ingiustizia. La sapienza è uno spirito amico degli uomini non lascia impunito chi insulta con labbra perché Dio è testimone dei suoi sentimenti, difatti lo spirito di Dio riempie l'universo" "Guardatevi dall'insultare Dio, dal mormorare perché una bocca menzognera uccide l'anima".
A questo punto si innesta il concetto che la morte non sia solo un fatto biologico fisico, ma un problema antropologico, è il troncamento della relazione con Dio. "Non provocate la morte con gli errori della vostra vita, non attiratevi la rovina con le opere delle vostre mani. Dio non ha creato la morte e non vuole la rovina dei viventi"
E' la lettura di Genesi, ma non con quello schema meccanico di tipo retributivo, come se senza peccato non ci fosse la morte; la morte biologica fa parte del destino delle creature e muoiono anche gli animali che non hanno peccato. Qui si intende la morte come azzeramento dei progetti e desideri di vita felice. Per il sapiente c'è un aldilà meraviglioso per i giusti. Siamo alle soglie del Nuovo Testamento, ma questa non è una scoperta cristiana, è la rilettura della intuizione dei filosofi greci filtrata attraverso il principio di Dio creatore che è il Vivente e non può produrre né volere la morte, Dio genera e comunica solo la vita, i suoi figli sono per la vita. "Egli infatti ha creato tutto per l'esistenza, le creature del mondo sono sane, in esse non c'è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra perché la giustizia è immortale". L'immortalità non è un problema strutturale dello spirito indistruttibile che torna al mondo di Dio come pensava Platone o come appare nel dialogo del Fedone dove Socrate dice: finalmente lascerò questa prigionia e tornerò al mondo che ho sempre desiderato; l'immortalità dipende dalla giustizia che vuol dire rapporti sani, buoni o sapienti.
L'autore presenta un dittico, due pannelli antitetici, la vicenda degli empi che finiscono nella morte e la storia del giusto che approda alla pienezza di vita senza che questo lo sottragga a quel passaggio angoscioso che è l'esperienza di morte. Per il giusto però la morte è solo il momento per vivere la vita in pienezza, non è un impedimento alla sua autorealizzazione.
"Gli empi invocano su di sé la morte con gesti e con parole, ritenendola amica si consumano per essa, con essa concludono l'alleanza perché sono degni di appartenerle. Dicono fra loro ragionando: la nostra vita è breve e triste, non c'è rimedio quando l'uomo muore. Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati, è un fumo il soffio delle nostre narici : il pensiero è una scintilla nel palpito del nostro cuore Una volta spentasi questa scintilla il corpo diventerà cenere, lo spirito si dissiperà come aria leggera, il nostro nome sarà dimenticato con il tempo e nessuno si ricorderà delle nostre opere. La nostra vita passerà come la traccia di una nube, si disperderà come nebbia scacciata dai raggi del sole, disciolta dal calare la nostra esistenza e il passare di un'ombra, non c'è ritorno dalla nostra morte perché il sigillo è posto e nessuno torno indietro". La costatazione della precarietà dell'esistenza e di una vita senza futuro diventa lo stimolo per un edonismo esasperato che diviene l'unica ragione obiettiva della vita, e questa insipienza che si trasforma in ingiustizia. "Su godiamoci i beni presenti, facciamo uso delle creature con l'ardore giovanile, inebriamoci di vino squisito e di profumi non lasciamoci sfuggire il fiore della primavera, coroniamoci di boccioli di rose prima che avvizziscano. Nessuno di noi manchi- alla nostra intemperanza. lasciamo dovunque i segni della nostra gioia perché questo ci spetta, questa è la nostra parte". E' l'invito del Qohelet a vivere con intensità seguendo i desideri del cuore, affinché nulla ci sfugga di quello che Dio dà, ma la prospettiva di questi empi è la concezione di proprietà ossessiva del bene presente senza prospettiva. Manca a questo ragionamento stolto o ingiusto, il, riferimento al dono: questa vita ci appartiene perché questo ci spetta. La conseguenza dell'esistenza concentrata nel presente in une concezione proprietaria che stimola l'uso esasperato di quello che la vita dà sono rapporti pervertiti il cui criterio è prevalere sui deboli: "spadroneggiamo sul povero, non risparmiamo le vedove, nessun riguardo per la canizie ricca d'anni del vecchio". E' una visione immanente che ha come conseguenza l'ingiustizia totale. "La nostra forza sia regola della giustizia perché la debolezza risulta inutile. Tendiamo insidie al giusto perché ci è di imbarazzo, proclama possedere la conoscenza di Dio, si dichiara figlio del Signore. è diventato per noi una condanna, ci è insopportabile solo al vederlo perché la sua vita è diversa da quella degli altri", "Vediamo se le sue, parole sono vere, studiamolo, mettiamolo alla prova". La pensano così ma si sbagliano. La loro malizia li ha accecati, non conoscono i segreti di Dio, non sperano salario per la santità né credono alla ricompensa delle anime pure. Sì, Dio ha creato per l'immortalità, lo fece a immagine della propria natura, ma la morte è entrata nel mondo per l'invidia del diavolo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono. Le anime dei giusti invece sono nelle mani di Dio". Le anime dei giusti non sono solo i morti, per noi anima significa elemento impalpabile spirituale invisibile che esce dai corpo, invece le anime sono i giusti in tutta la loro esistenza, anche nella loro umanità fisica. il nostro autore non risolve il problema del rapporto armonico, totale tra corpo e anima, che è trattato nel libro dei Maccabei e di Daniele ove si parla di risvegliarsi o risorgere o di Dio creatore che darà di nuovo la vita agli esseri umani. Dice in Maccabei la madre all'ultimo dei figli che sta per affrontare la morte "io non so come voi avete preso forma nel mio seno, ma quel Dio che vi ha creati vi darà un corpo" (2 Maccabei 7,22). Prosegue la Sapienza 3, 1-19: "Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà. Agli occhi degli stolti- parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza una rovina, ma essi sono nella pace". 4, 7-18: "il giusto, anche se muore prematuramente, troverà riposo, vecchiaia veneranda non è la longevità, né si calcola dal numero degli anni, ma la canizie degli uomini sta nella sapienza e l'età senile è una vita senza macchia. Divenuto caro a Dio fu amato da lui, poiché viveva tra i peccatori fu trasferito". Questa soluzione era già fatta intuire nel libro della Genesi quando si parla di Enoch. Questo linguaggio viene poi applicato a Gesù, Luca dice "mentre stavano guardando verso il cielo una nube lo sottrasse ai loro occhi" "mentre era rapito verso il cielo li benediceva"; il giusto non muore, viene trasfigurato anche nella sua umanità.

la ricerca di senso nei salmi sapienziali
Nei Salmi sapienziali vi sono testi sul significato del vivere e del morire in rapporto al giusto e all'empio. I testi Sal. 16, 49, 73, 139 sono piccole perle nel Salterio che fanno intuire la speranza di una vita che non finisce con la morte "Dio mi prenderà per la mano destra, mi introdurrà nella comunione con sé". Chi è tormentato dalla contraddizione perché gli empi trionfano e i piccoli giusti vengono calpestati e ciò sembra smentire la fedeltà di Dio, se ha la pazienza di aspettare il compiersi dell'opera di Dio, troverà una soluzione. E' un tentativo di superare lo scandalo delle contraddizioni della storia umana già rilevate da Giobbe, nella prospettiva di Dio creatore che rimane fedele alla sua creatura.
Su questi problemi non esistono conclusioni, si può solo fare una sintesi e si deve continuare la riflessione ponendosi due interrogativi: l'esperienza del limite, che alla fine è il morire, con la precarietà dell'esistenza che è continuamente alimentata dalla coscienza della morte, è la condizione per accogliere la vita come dono di Dio?
La seconda questione su cui riflettere: qual è il fondamento e il contenuto delle speranza umana nella prospettiva religiosa? Se l'esperienza religiosa nasce dalla precarietà ci si deve chiedere qual è il contenuto della relazione con Dio che fonda la nostra speranza. E' la pienezza di vita che noi attendiamo oppure è la sapienza, vivere con intensità i rapporti buoni che dipendono dalla relazione con Dio e con le cose accolte come dono?
II contenuto della speranza non è solo in una vita che incomincerà dopo la morte, ma è la relazione con il vivente che dà senso e sapore al vivere qui per quanto precario e limitato, continuamente contrastato dalle perdite. La relazione col vivente si prolunga e va oltre il nostro vivere terreno, oltre la cornice dell'esistenza umana. Non è immaginabile una vita piena con Dio, il Dio della creazione e della risurrezione, se questa comunione non si innesta già nell'esperienza frammentaria e limitata che egli ci ha donato con la nascita, che è la nostra creazione in attesa della creazione ultima che passa attraverso la trasformazione del morire intesa non come fine tragica, traumatica, ma come necessaria condizione per accedere alla pienezza della relazione e comunione con Dio.

Discussione

(vengono riportate solo le risposte del relatore)

  • il confronto con altre culture e religioni è il frutto del modo di vivere l'esperienza cristiana; non si può affrontare il problema del vivere e del morire senza misurarsi col palcoscenico culturale che è variopinto, pluralista. E un suggerimento di metodologia.
  • Circa i deuterocanonici, la linea ecumenica ci invita a leggere questi testi tenendo conto di come sono utilizzati dagli altri fratelli di fede. Per i protestanti i deuterocanonici non sono privi di messaggio, ma vanno usati con una certa gerarchia; anche per la tradizione cattolica non tutta la Bibbia ha lo stesso spessore, ci sono vertici, cammini, progressioni. Questo non significa che noi possiamo censurare, ritenere che manchi un messaggio importante a ciò che ha meno valore. Ci sono aspetti secondari che vanno integrati con il nucleo centrale che è la fede in Dio creatore e in Dio signore della vita. Il testo del Siracide e il libro della Sapienza riprendono la grande tradizione e sono inseriti nei libri protocanonici. Gli inglesi chiamano questi testi apocrlfi o pseudoepigrafici, è un modo per indicare che sono entrati successivamente ed hanno una minore rilevanza teologica rispetto ai testi canonici. Per gli ebrei vale lo stesso discorso; anche se non sono accolti nel canone dei libri ispirati sono testi che vengono letti e meditati per cogliere il messaggio nel suo insieme. Si potrebbero leggere anche i testi apocrifi che non sono parola di Dio confermata nella tradizione cristiana cattolica per capire il messaggio dei testi biblici; è un apporto culturale da non trascurare. La canonicità dipende dalle decisioni prese dalla comunità ebraica prima e poi cristiana. Per gli ebrei questi testi non sono fondanti la fede perché sono entrati dopo o sono fuori dalla prospettiva in cui si è creato il canone nel I secolo, però non sono irrilevanti per capire la fede ebraica e stanno dentro la grande tradizione ebraica. Si deve distinguere una lettura ecclesiastica da una lettura storica.
  • Per il Qohelet è stato fatto il confronto con il buddismo che parla di illusione da cui noi dobbiamo liberarci per accedere alla verità. Nel buddismo c'è anche la concezione dei vari cicli di reincarnazione in cui si ha il processo progressivo di purificazione o di caduta in stadi negativi. Concepire l'essere umano unitario armonico nelle sue parti anima, corpo, spirito, materia è un problema culturale nel senso che anche l'ebraismo che afferma l'unità dell'essere umano distingue spirito, soffio vitale e corpo, carne; non è una separazione, solo distinzione. La novità che consentirebbe un eventuale dialogo religioso è la fede in Dio creatore. Questo non è un problema solo culturale, ma è l'intuizione, la relazione scoperta nella precarietà, la fede. E' vero che la cultura può condizionare la fede, ma non la fa sorgere. Il senso della creazione è l'inizio gratuito e libero, perché il mondo non è una realtà inglobante l'essere che sta alla sua origine. Dio è fuori dai sistema. Questo è il grande principio della fede religiosa. Nella concezione buddista o anche induista Dio fa parte del tutto, anzi è il tutto inglobante. La concezione biblica è presente anche nelle riflessioni presocratiche e poi soprattutto in Platone e Aristotele con l'idea del principio però senza la relazione gratuita dell'atto di amore. La creazione non è spiegazione metafisica, filosofica di come è sorto il tutto. L'esperienza di fede in Dio creatore contraddistingue l'esperienza religiosa biblica cristiana. Noi parliamo di risurrezione come la conseguenza ultima dell'atto creatore. La risurrezione parte dalla creazione che si manifesta in pienezza nel frammento del mondo assunto da Dio in Gesù; è l'atto di amore iniziale consumato. La creatura non è lasciata nella finitudine della morte e dell'annullamento, ma è assunta nella pienezza di Dio, ma in termini di relazione non di assorbimento o fagocitamento nella totalità per cui non c'è più soggetto cosciente, libero, che sta davanti a un altro, un io davanti a un tu. Nella concezione buddista c'è la dispersione nella totalità, nella pacificazione del nirvana, in cui non c'è relazione di libertà o di comunione.
  • Il problema della conciliabilità tra reincarnazione e Bibbia non è legato al problema della cultura. Si potrebbe esprimere la fede cristiana anche nella cultura reincarnazionistica o dualistica, ma vi è il rischio che comporti la svendita dell'unico elemento distintivo che è l'atto creativo di libertà, la coscienza libera che sta davanti a Dio. Il problema è la corporeità intesa non come elemento pleonastico dell'essere umano; secondo la reincarnazione l'anima viaggia da un corpo ad un altro che può essere umano o di animale. L'essere umano è un tutto non per una ragione antropologica, ma per la relazione con il creatore. Il preambolo dei diritti umani del '48, presenti in tutti i documenti firmati di islamici, buddisti, cristiani, ebrei è la dignità della persona. La dignità della persona è incompatibile con un migrare fra i corpi in attesa della purificazione finale. La dignità della persona è molto più vicina all'antropologia che nasce dalla fede di Giobbe, del Qohelet e dei sapienti che non alla visione dualistica di anima e corpo oppure di una ciclicità ripetitiva. L'essere umano è unico e irripetibile, ha tutti i diritti di vivere, di essere istruito, alimentato, curato; è il principio della dignità sulla quale si fondano tutti i diritti umani.

NB. Sintesi delle relazioni, tenute a Pallanza da Rinaldo Fabris nei giorni 16-17 gennaio 1993, non revisionate dal relatore

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