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Etica e politica

sintesi della relazione di Giannino Piana
Verbania Pallanza, 2-3 maggio 1992

L'etica si muove in una posizione mediana tra il discorso teologico ed il discorso più specificatamente sociologico o socioculturale che è quello nel quale la politica viene dibattendosi concretamente nel contesto situato del nostro tempo. Qui il riferimento sarà il contesto occidentale, anche se la politica oggi ha una dimensione sempre più universalistica, mondiale, planetaria. Gli spunti di riflessione verranno articolati nel modo seguente: 1° analisi delle radici della crisi etica della politica. Non si deve dare per scontato che la crisi sia solo quella che si manifesta nei fenomeni eclatanti, ma occorre andare più in profondità; 2° una parte propositiva sul versante di una significazione etica della politica e ridefinizione in senso etico di essa.

I - Crisi etica della politica

La crisi della politica è certo anche crisi di assenza di formulazione di regole del gioco adeguate riguardanti il funzionamento del sistema in tutte le sue articolazioni; ad esempio vi è l'esigenza di appianare le difficoltà che emergono in ordine al rapporto corretto da istituire tra rappresentanza, consenso e governabilità. La crisi della politica è dovuta alle difficoltà che si incontrano sul terreno istituzionale a ricomprendere i processi di trasformazione della società, le nuove forme di aggregazione sociale che vengono emergendo, le nuove soggettività sociali. Tuttavia, a monte di questi aspetti della crisi che anch'essi toccano l'etica, c'è una crisi più radicale della politica che è da collegare con la crisi dei valori su cui la politica deve fondarsi ed ai quali deve fare riferimento se si vuole che abbia senso lo slogan abituale: politica al servizio dell'uomo, che assolva cioè al suo compito originario di dare uno sviluppo ordinato e pacifico alla polis, di governare in modo positivo. La presente analisi verte soprattutto sull'assenza o il venir meno di alcuni valori che tradizionalmente nel passato erano punti fissi su cui si costruiva la vita politica.
Che la crisi della politica sia soprattutto crisi di valori è testimoniato da innumerevoli fatti; la questione morale è divenuta centrale con la denuncia di episodi che evidenziano lo sfaldamento della politica come servizio all'uomo, alla sua crescita, alla collettività, alla città. Vi è il ripetersi di forme di clientelismo, vi sono processi di burocratizzazione che conducono alla paralisi delle istituzioni, fenomeni, peculiari in Italia, di partitocrazia. I partiti nati per essere luoghi di coagulo del consenso, per progettare in grande la politica, si sono ridotti a diventare centrali di potere ed al cui interno esistono vere alchimie di distribuzione del potere stesso. I partiti quindi hanno perso la loro funzione originaria ed hanno occupato le istituzioni; nel parlamento si va ad esercitare semplicemente un voto condizionato dai partiti. Ciò ha provocato il fenomeno di difficoltà ad elaborare correttamente la rappresentanza e a paralizzare le istituzioni non determinando più la possibilità di distinzione precisa tra i diversi compiti e funzioni ed ingenerando per un verso assenza di partecipazione e per altro verso una difficoltà di governabilità e possibilità di decidere. Questi dati mettono a fuoco la crisi etica che la politica attraversa nella nostra società.

assenza di valori comuni
Andando più in profondità ci si accorge che questa situazione di crisi di valori è legata anche ad un profondo cambiamento del tessuto sociale dentro il quale viviamo. Spesso si afferma che lo stato è corrotto e la società è sana; sono contrapposizioni troppo semplicistiche. Certamente vi è una sfasatura tra stato e società, ma la scollatura tra il cosiddetto paese legale, colto nella sua rappresentanza, ed il paese reale, non può essere totale. I processi di inquinamento etico della politica sono il riflesso di un inquinamento etico della società. Vi sono profonde convergenze, rapporti stretti che sussistono tra i diversi poteri, politico ed economico; emergono legami tra forme di gestione del potere in termini clientelari ed una società che è costituita spesso da un tessuto di clientele.
È importante interrogarsi sulla crisi etica della politica andando alle radici. Vi è una sorta di capovolgimento di prospettiva nei rapporti tra le aree culturali italiane che dall'immediato dopoguerra ad oggi sono tre: cattolica, laica, marxista. Esse hanno dato vita ai partiti politici. Il rapporto che sussisteva tra tali aree ed i rispettivi partiti era nel dopoguerra di forte tensione e conflittualità con divaricazione circa la progettualità politica sul terreno ideologico. Invece in quegli stessi anni fra le tre aree esisteva un rapporto di forte comunicazione sul terreno etico, tanto che esse sono riuscite ad elaborare insieme la carta costituzionale che fondamentalmente è una carta di valori su sui costruire la convivenza civile nel nostro paese, valori di grande significato, di grande portata. I grandi valori della costituzione non sono venuti meno anche se vi sono accentuazioni eccessive, per esempio ove si dice che la repubblica è fondata sul lavoro, manca una riflessione sul rapporto dell'uomo con l'ambiente e può essere integrata. Le grandi linee di solidarietà, di giustizia, di libertà, su cui si basa l'ordinamento del nostro paese sono ancora di attualità ed in parte ancora da realizzare.
Nell'ultimo ventennio fra le tre aree ed i partiti che le rappresentavano si è creato un processo di profonda comunicazione sul terreno ideologico. La crisi delle ideologie, soprattutto quelle più radicali e totalizzanti ha fatto sì che nessuno ritenesse più di avere il progetto politico vincente. Oggi c'è uno sforzo di dialogo tra progetti politici diversi, c'è la sensibilità a ricostruire la politica partendo dai dati, dai fatti, non interpretandola dall'alto in senso ideologico. Paradossalmente è cresciuta la difficoltà di comunicazione tra quelle aree sul versante etico. Le evidenze etiche si vanno sgretolando, non per mancanza di valori, ma per una forma di soggettivizzazione del sistema di valore. Spesso le difficoltà che nascono quando si affrontano problemi concreti non dipendono dal fatto che i valori siano da alcuni riconosciuti e da altri misconosciuti; nascono dal fatto che ciascuno ha un suo sistema che tende e gerarchizzare diversamente i valori e si privilegia la priorità di un valore piuttosto che di un altro a seconda dei punti di vista.
Vi è assenza di valori comuni, ma soprattutto essenza di sistemi di valore comuni. Nel nostro paese si sono create spaccature rilevanti tra le aree ed anche all'interno di esse stesse per alcune questioni fondamentali come l'aborto, il divorzio o più recentemente a causa del dibattito, che non è approdato a nulla, sulla legge circa il come penalizzare la violenza sessuale; sono affiorate le posizioni più differenti che facevano riferimento a sistemi di valori diversificati dove era in gioco un dato su cui tutti riconoscevano che si dovesse legiferare, ma le vie emerse erano così inconciliabili che non si è arrivati ad una conclusione. Nell'immediato dopoguerra esisteva una omogeneità etica in parte dovuta all'aver vissuto esperienze traumatiche; era emerso un "humus" generato da alcuni valori essenziali vissuti nel tessuto vivo della società e quindi si era creato un punto di riferimento. Oggi siamo in una società in cui è difficile vivere la solidarietà perché non esistono esperienze di aggregazione e di appartenenza collettiva che richiedano un insieme di valori comuni.

da una società delle classi ad una società complessa
Alcuni dati culturali vanno presi in considerazione per capire che cos'è cambiato; il primo è di natura strutturale. A determinare questo processo ha concorso l'affermarsi del fenomeno della complessità sociale, il passaggio da una società delle classi ad una società in cui esiste un moltiplicarsi delle appartenenze ed una marcata differenziazione sociale al tempo stesso. La società uscita dall'esperienza fascista e poi dalla resistenza era connotata dalla presenza delle classi anche se non rigidamente suddivise secondo lo schema marxista in classe padronale e classe operaia; era una società dicotomica, contrapposta e l'esplodere delle contraddizioni si è avuto negli anni settanta. Segue il declino di questa società ed il passaggio ad una società caratterizzata dalla complessità.
La complessità determina la nascita, come sostitutivo della classe sociale, del fenomeno corporativo; le aggregazioni non avvengono più in base ed interessi collettivi, ma ad interessi parziali, limitati. Le aggregazioni non si costituiscono in nome di ideali, per quanto perversi, ma di motivazioni utilitaristiche. Dietro alle classe c'è una tensione verso il bene comune, l'interesse collettivo. La corporazione invece ricerca l'occupazione di uno spazio funzionale alla tutela del proprio interesse; si concepisce una società a macchia di leopardo dentro la quale ciascuno deve trovare la propria collocazione per riuscire a tutelare il proprio interesse o ad espanderlo anche a scapito di interessi di altre corporazioni.
Ciò porta ad assenza di interesse collettivo e quindi di progettualità politica e manca la tensione verso la crescita di una società giusta ed una concezione della politica come servizio alla polis. C'è invece un tutelarsi nei confronti della società, un ritagliarsi uno spazio e conservarlo. Si finisce per identificare l'interesse collettivo col proprio interesse. Questo è avvenuto anche all'interno della gestione della politica. L'occupazione dello stato da parte dei partiti è avvenuta secondo una logica di occupazione del pubblico secondo criteri privatistici. La politica risente di questa situazione legata alla trasformazione sociale e non solo ai singoli soggetti.
La crisi delle ideologie ha rivelato la non esistenza di forti tensioni morali. Se la caduta delle ideologie ha provocato automaticamente un ripiegamento di tipo individualistico, un affermarsi della logica spartitoria all'interno dei partiti è perché l'ideologia costituiva una sorta di alibi dietro cui non si nascondevano valori veri.

cultura della soggettività
Un secondo dato riguardante l'analisi della crisi è rappresentato dalla cultura della soggettività. Nel primo ventennio della nostra repubblica esisteva anche una forte tensione all'impegno sociale culminata con la sua esplosione negli anni settanta; le parole d'ordine di quella cultura erano partecipazione, impegno, rivoluzione, ribaltamento delle strutture esistenti per edificarne di nuove, militanza politica. Nell'ultimo ventennio si è passati dalla crisi di quella cultura all'emergere di una cultura della soggettività il cui referente è l'individuo. La cultura di oggi, soprattutto giovanile, ma non solo, ha parole d'ordine come autorealizzazione, identità, bisogno, desiderio, piacere, felicità, corpo, eros, sessualità. Non sono termini negativi perché il ritorno al soggetto può provocare individualismo, privatizzazione, ma anche ricupero della persona e quindi della relazionalità sociale, dei bisogni veri da coinvolgere in un processo di progettualità politica. E' una situazione ambivalente che ha certamente accanto alle valenze negative, valenze positive. E' una cultura che produce individualismo, ripiegamento del soggetto sui propri bisogni, sul proprio desiderio ed in quanto tale questa cultura produce assenza di tensione al sociale e al politico. Essa ha questo risvolto che non possiamo dimenticare e che peraltro constatiamo per molti aspetti come la crisi di partecipazione.
Negli anni settanta la partecipazione era stata mitizzata, era fortemente ideologica. Il rifluire nel privato con l'assenza di spinta verso il sociale ed il politico ha come ulteriore esito la privatizzazione di comportamenti, delle scelte, dei progetti di valore. Ciascuno tende a farsi il suo sistema di valori che sono talmente distanti da non riuscire spesso a comunicare. La soggettivizzazione spesso avviene all'insegna di una sorta di identificazione che si viene facendo tra bisogni e valore, la cultura consumistica alimenta costantemente i bisogni, enfatizza il desiderio e c'è il rischio che anche i bisogni puramente indotti prendano il sopravvento e vengano scambiati per bisogni e desideri veri fino a non sapere più distinguere gli uni dagli altri. Oltre al rischio di essere guidati dalla logica dell'interesse vi è quello di essere guidati dalla logica del desiderio o del piacere e di assumere ciò che piace come criterio di giudizio di ciò che vale. Questo è un altro elemento di mortificazione del senso etico della società in cui viviamo. Laddove si va verso assenza di tensione collettiva, verso la soddisfazione attraverso il proprio agire del desiderio individuale e laddove ciò viene letto in chiave di principio del piacere come criterio esclusivo, viene a mancare la progettualità politica.

una secolarizzazione pienamente realizzata: crisi del senso
E' un fenomeno che si può chiamare della secolarizzazione compiuta, pienamente realizzata. Secolarizzazione è un termine qui usato non secondo l'accezione che ha nella riflessione teologica di crisi del sacro. Negli anni sessanta in Italia si assiste al diffondersi di una mentalità di massa, secolarizzata che coincide con l'avvento degli strumenti di comunicazione sociale, con il farsi strada della cultura di massa. La secolarizzazione che era iniziata con l'era moderna, ma restando fenomeno elitario, negli anni sessanta diventa fenomeno di massa. La mentalità secolare vede l'autonomia dell'uomo nel mondo, l'emancipazione dell'universo da una interpretazione rigidamente religiosa e sacrale. La chiesa del concilio in quegli anni saluta con ottimismo perfino eccessivo il processo di secolarizzazione perché intravede in esso il cammino per restituire alla fede la sua autenticità, liberarla di incrostazioni magico-sacrali e restituirla all'interno delle nostre società assumendo fino in fondo le provocazioni della modernità.
Le secolarizzazione come si intende oggi non è più la crisi del sacro, ma è un processo molto più profondo e finisce per coincidere con la crisi del senso, del fondamento. E' la destituzione di significato delle grandi domande di senso. La crisi delle ideologie come la crisi delle grandi metafisiche di interpretazioni filosofiche del mondo, della vita, della storia, la crisi delle grandi interpretazioni religiose, del cristianesimo in occidente è crisi di tutte quelle realtà che hanno da sempre costituito tentativi di rispondere da parte dell'uomo alle grandi ed inquietanti domande del senso. La crisi di tutto questo porta con sé, come conseguenza, la crisi della stessa domanda. Emerge nella nostra cultura la convinzione che non ha senso porsi la domanda di senso, che è sufficiente accontentarsi di significati immediati, quotidiani, feriali, che è sufficiente vivere alla giornata senza progettare in grande. La realtà va accettata così come emerge immediatamente per cui col ripiegamento sulla soggettività si intreccia un ripiegamento dell'uomo sulla quotidianità, sull'immediato, sul "qui e ora" con la tentazione di scollegarsi dal passato per la perdita della memoria storica che avviene nella nostra società anche come conseguenza del ritmo accelerato della vita. I processi si sviluppano con una rapidità sconcertante e portano in poco tempo a vedere superate certe concezioni della vita e di qui nasce la difficoltà a ricuperare il presente in un rapporto vivo col passato come luogo in cui fare creativamente memoria.
Così pure si ha difficoltà a proiettarsi nel futuro progettualmente. Incombe la paura del futuro più che l'attesa, la speranza nel futuro. Il ripiegamento sull'oggi, questa sorta di presentismo per cui la realtà viene definita anche filosoficamente un succedersi di attimi separati l'uno dall'altro costituisce la concezione del pensiero debole che ha trovato espressione in Italia nella filosofia di Vattimo. L'assenza di progettualità per la politica significa un indulgere verso l'immediato, il quotidiano o andare verso una politica del fattuale, di ciò che si può fare immediatamente rincorrendo i bisogni piuttosto che progettando in grande. L'aspetto di profonda verità nella crisi delle ideologie procura anche un aspetto di limite; il limite è dato dalla concezione della politica in termini di ripiegamento sull'immediato. Il rischio è una concezione aprogettuale della politica. Dove si afferma questa visione della realtà c'è un'essenza di quell'humus fondamentale su cui si regge il discorso dei valori capaci di interpretare le vita sia personale che collettiva.

tentativi laici di ricucire il rapporto etica-politica: la politica come mediazione di interessi
E' de questo insieme di fattori che deriva una visione sempre più critica della politica sul terreno strettamente etico. Dovremmo seriamente interrogarci sui tentativi che si vanno facendo sul terreno laico di fare fronte alla crisi etica della politica. Sono i tentativi fatti soprattutto nel mondo angloamericano di rielaborare il rapporto tra etica e politica e che hanno trovato una loro codificazione nel nostro paese attraverso il pensiero di alcuni autori il più noto dei quali è Veca con "La società giusta". La teoria della giustizia che l'area angloamericana ha per prima elaborata sono il tentativo di ricucire il rapporto etica-politica, di ripensare a come reintrodurre l'etica nella politica. Dobbiamo riflettere su questi tentativi che manifestano per molti aspetti orientamenti estremamente positivi ed interessanti per sciogliere alcuni nodi critici della vita politica nella società complessa in cui siamo, ma che nascondono anche limiti non tanto legati alla mancanza di robustezza di pensiero quanto alla riflessione che questi autori conducono su un contesto sociale preciso nel quale viviamo. Dietro a queste teorie della giustizia che sono una ripresa delle concezioni contrattualistiche ed utilitariste c'è un ritorno a concepire l'uomo come singolo individuo, a vederlo in funzione della tutela o dell'espansione dei propri interessi, aggregantesi corporativisticamente per potere meglio tutelare questi interessi e pertanto la politica viene concepita come puro scambio, pura mediazione fra interessi corporativi. Di fatto è ciò che sta avvenendo: esistono singoli individui, guidati dalla logica dell'interesse individuale per perseguire il quale si riuniscono in corporazioni per cui la società è un tessuto di corporazioni ed in questo quadro la politica agisce come mediazione di interessi.

rischi di disuguaglianza crescente e neoautoritarismo
I rischi fondamentali sono due, il primo è che lo scambio non realizzandosi sulla base di alcuni punti fermi assoluti, di alcuni valori imprescindibili, porti alla penalizzazione delle corporazioni deboli e alla enfatizzazione dei diritti delle corporazioni forti. La mediazione è importante, ma se non esistono parametri oggettivi di valore su cui costruirla e che si traducono in diritti fondamentali da salvaguardare per tutti in nome di una uguaglianza che non è egualitarismo demagogico, ma è fondata sulla dignità di ogni soggetto umano, è inevitabile che si promuovano le corporazioni forti a scapito di quelle deboli.
Il rischio ancora più sottile che forse non avvertiamo sufficientemente è di addivenire a forme di neoautoritarismo. Dentro a queste situazioni di complessità in cui la politica si gioca come scambio, ad avere il sopravvento è il carisma del capo, è l'abilità decisionistica di chi è in grado di fare la mediazione, di tenere in equilibrio la situazione. Vi è il pericolo di un ritorno ad una sostanziale concezione neonominalistica o volontaristica della politica. Nel tempo si sono ripetutamente manifestate forme di autoritarismo tradizionale come quello degli stati assoluti che si reggevano sulla base di una concezione contrattualistica e possono ritornare laddove non esiste un presupposto oggettivo su cui fondare la politica rappresentato da valori con i quali tutti devono fare i conti e che si traducono in diritti fondamentali che vanno rispettati nei confronti di tutti se si vuole che la politica sia un effettivo servizio alle persone ed alla collettività umana.

Il - Per una significazione etica della politica

E' importante, per mettere a fuoco correttamente il rapporto tra etica e politica, affrontare il discorso dal punto di vista metodologico. Si deve tenere conto che etica e politica sono due grandezze che devono poter godere ciascuna di una propria autonomia anche se si tratta al tempo stesso di stabilire fra loro una corretta correlazione.

l'assorbimento della politica nell'etica e nella fede
Sul terreno storico i rapporti fra etica e politica hanno oscillato fra poli opposti; all'interno della cultura occidentale e poi specificamente della cultura cristiana, un modello che è stato a lungo prevalente era quello dell'assorbimento della politica nell'etica o, più radicalmente ancora, della politica nella fede. La politica veniva letta come una variabile dipendente dell'etica, addirittura in una concezione teocratica che è affiorata anche all'interno del cristianesimo, come nella concezione agostiniana. Questo modello che è monistico, di riduzione della politica all'etica, trova le sue radici nel pensiero greco e non soltanto in quello platonico. Si assiste ad una lettura dell'etica nella prospettiva della politica dove il momento politico rappresenta il culmine dell'attività etica; anche la concezione aristotelica è di questo tipo, l'etica trova la sua piena realizzazione nella politica. Il momento politico è quindi momento etico per eccellenza. Questa concezione non rispetta l'autonomia della politica, non la considera una realtà dotata di significato caratterizzata da proprie logiche interne, qualificata da presenza di leggi e caratterizzata da fini specifici. Questa concezione ha trovato nella prospettiva cristiana una ulteriore accentuazione fino ad una sacralizzazione totale della politica, una teologizzazione e in Agostino la politica diventa uno strumento in funzione della Città di Dio o in funzione della costruzione di un progetto di vita che trova il suo referente ultimo nella visione cristiana della realtà.

l'etica assorbita dalla politica
L'epoca moderna invece è costituita fin dall'inizio da una posizione di radicale superamento di questa visione e dal processo di autonomizzazione della politica che trova avvio in una serie di fatti storici che hanno prodotto l'emancipazione della politica da una realtà religioso-sacrale, ma che trova una sua affermazione concreta anche sul piano teorico attraverso il pensiero occidentale partendo da Machiavelli. Machiavelli è il laicizzatore della politica che non solo la considera separata da una concezione religiosa della vita, ma anche separata dall'etica. Machiavelli per primo dice che la politica non si basa sui valori, ma sulle cose concrete, e si fa politica governando, decidendo e realizzando. Questo processo di distanziazione della politica dall'etica che viene assumendo sempre maggiore significato lungo l'arco della cultura moderna sfocia addirittura in una sorta di monismo capovolto.
Nella concezione moderna più radicale l'etica è del tutto assorbita dalla politica. Nel pensiero hegeliano si ha una identificazione totale dell'etica con la politica: non deve più esistere un'etica al di fuori della politica, è la politica l'etica.

posizioni intermedie: distinzione tra etica individuale ed etica pubblica
Tra queste due posizioni limite si fanno strada nel corso della storia del pensiero occidentale altre posizioni intermedie. Nasce una sorta di distinzione tra l'etica individuale, soggettiva e l'etica pubblica. Questa distinzione fa leva sui punti di riferimento diversi nel senso che l'etica privata viene vista come etica di pura testimonianza, del santo, dell'eroe che si sente chiamato a dare testimonianza in senso forte dei valori, mentre l'etica della politica deve fare i conti con l'efficacia storica, con ciò che si produce. E' l'assunzione della lezione di Machiavelli in un contesto moderato con l'esigenza di distinguere fra queste due etiche. Per l'etica privata, personale conta esclusivamente l'attestazione dei valori; per l'etica sociale si devono fare i conti con i risultati, fare politica vuol dire modificare la realtà. Questo modello è esposto da Weber nella distinzione fra etica della coscienza ed etica della responsabilità; la prima è un'etica di testimonianza e può essere perdente, è un assenso a valori. L'etica della responsabilità fa anch'essa riferimento ad un quadro di valori, ma ciò che conta è la capacità di mediare sul terreno storico e può comportare rinunce ai valori stessi in casi complessi caratterizzati dal conflitto. Questa etica è propria della politica che deve confrontarsi con la realtà essendo un'arte del possibile che sta fra l'ideale ed il reale. La logica del compromesso nasce come logica interpretativa della politica e non è amorale, non è un cedimento, ma una capacità di mediare nella realtà. Il discorso legislativo e più in generale di elaborazione di interventi anche sul terreno strutturale per concorrere, attraverso la modificazione degli assetti sociali, a costruire una società più giusta, a rendere un servizio effettivo alla collettività, è contrassegnato da questa opera di compromissione che di fatto serve a rendere vivibili i valori in rapporto alle situazioni complesse.

dallo stato di diritto allo stato sociale
A fronte delle posizioni moniste nascono questi tentativi di interpretazione che si sviluppano sia sul versante dell'etica che della politica. Nella concezione illuministica i diritti del soggetto non sono più minimali, come era per il Machiavelli che partiva dal diritto alla vita, ma sono diritti più ampi; secondo la concezione politica di Locke i diritti sono alla vita, alla libertà e alla proprietà. Si tratta di una politica costruita negativamente sulla tutela di alcuni diritti di base. Locke è il padre fondatore dello stato liberale, stato chiamato a tutelare il diritto di libertà dei singoli e che interviene soltanto laddove questi diritti entrano in conflitto. Si va verso la presa di coscienza che, pur partendo dalla politica come strumento per operare grandi cose, occorrono contenuti che in qualche modo chiamano in causa l'etica. Sul versante dell'etica nasce l'attenzione allo specifico della politica e sul versante della politica nasce l'attenzione a differenziare il significato strumentale da un riferimento ad un minimo di valori che vanno dalla tutela della vita fino ad arrivare, con la concezione dello stato sociale, allo stato promotore di giustizia e di solidarietà. Il grande passaggio dallo stato di diritto allo stato sociale consiste in questo, che lo stato non agisce più soltanto in occasione del venir meno di alcuni diritti di libertà, ma agisce positivamente per tutelare i diritti di giustizia.
Si può fuoriuscire dalle due prospettive radicali monistiche ricuperando un rapporto di correlazione per il quale occorre da un lato rispettare la politica nella sua autonomia e da un altro lato coniugare politica e etica in quanto la politica è una scienza storica ed umana ed il fine intrinseco alla politica è la crescita della società civile ed il servizio dell'uomo. Alla luce di questo modello rispettoso dell'autonomia, ma insieme aperto alla dimensione etica che non si aggiunge dall'esterno, ma è implicita alla stessa politica e va obiettivata e tematizzata, si deve pervenire ad una rifondazione etica della politica.
Oggi l'esigenza di eticità all'interno della politica emerge non soltanto dalla constatazione dei guasti di una politica che ha tenuto fuori l'etica, ma anche da una analisi interna alla politica nel suo condursi di scienza votata al servizio dell'uomo. C'è un emergere di domanda etica all'interno della politica per far funzionare la politica stessa.

ricaricare la politica di un'istanza forte di liberazione
Una prima riflessione in termini operativi riguarda la necessità di ricaricare la politica di un'istanza forte di liberazione e di emancipazione. Non è possibile restituire eticità alla politica oggi ricorrendo ad una ridefinizione delle regole del gioco. Certamente le regole del gioco sono importanti ed hanno a che fare con l'etica, però senza un'istanza etica forte anche le regole del gioco finiscono per essere solo un elemento tendente ad oleare un sistema che se è oggettivamente ingiusto non cessa di essere ingiusto per il fatto che funzioni bene. Le regole del gioco sono importanti se si inseriscono nel contesto di un discorso incentrato su valori di fondo irrinunciabili, ma diventano pericolose se utilizzate al di fuori di una fondazione profonda. Senza una istanza etica forte la politica - per usare le parole care ad Adorno - diventa una pura tecnica. Adorno dice che senza un "principio di redenzione del mondo" la politica diventa tecnica asservita alla gestione del potere da parte di chi già ce l'ha. La riflessione di Adorno è laica, ma l'espressione usata è di tipo religioso, quasi a dire che quando si toccano i problemi ultimi il linguaggio più significativo ed espressivo è metaetico, è assoluto. Anche Horkheimer parla di fondare eticamente la vita personale e sociale dell'uomo in "Nostalgia del totalmente altro" e dice che l'esito ultimo a cui approda la scuola di Francoforte è proprio il bisogno di un assoluto che fondi la stessa possibilità di articolare correttamente la vita personale e la vita sociale.
Le teologie postconciliari che hanno riflettuto sulla politica a partire dalla posizione del concilio che affermava per un verso l'autonomia della politica e per altro verso di ricaricare di senso etico la politica, hanno voluto richiamare l'attenzione su questa istanza etica forte che deve caratterizzare la condizione della vita politica. Per le teologie neopolitiche è l'istanza di emancipazione e per la teologia della liberazione è l'istanza di liberazione. In assenza di un'istanza etica forte la politica non soltanto diventa puro scambio tra interessi corporativi, ma le stesse regole del gioco rischiano di avere esiti eticamente negativi; tutta la politica ha come regola centrale il principio di maggioranza. Una applicazione acritica di questo principio, ad esempio in una società come la nostra, porterebbe ad un funzionamento perfetto del sistema continuando a penalizzare un terzo delle persone perché è solo la democrazia dei due terzi. Non basta affermare formalmente la necessità di un'istanza etica forte, occorre dare ad essa contenuti di valore, occorre rintracciare un tessuto effettivo di elaborazione contestuale dei valori in modo che diventino indirizzi concreti su cui esercitare la vita politica all'interno di un sistema di valori il più possibile accettato partendo dalla costatazione che noi viviamo in una società pluralistica e che la democrazia impone il rispetto del pluralismo.

ricercare nel confronto e nel dialogo un minimo denominatore comune etico
Non si può imporre un sistema di valori, ma si devono cercare strade per elaborare un sistema con un minimo denominatore comune etico su cui costruire in termini di ampia partecipazione il bene collettivo. Qui nascono le difficoltà perché non si può più pensare che il minimo comune denominatore etico, ma già storicizzato in diritti in un sistema omogeneo, possa essere dedotto da una sorta di visione dell'eticità che dall'alto si configura come irrinunciabile. Non è più possibile fare un discorso di ricupero dei valori comuni attraverso il procedimento kantiano. Kant riteneva che l'etica fosse un fatto universale perché fondata sulla ragione umana che riteneva unica. Kant apparteneva ad una cultura ed a una società molto più omogenea della nostra dove erano immediatamente percepite le evidenze etiche come deducibili dalla ragione ritenuta universale, unica ed avente in sé, come ricaduta, la possibilità della formulazione di alcune istanze etiche. Ora noi ci troviamo di fronte ad una società differenziata, complessa, pluralistica, articolata nella quale non esiste più la ragione universale, ma esistono le ragioni particolari, tante quante sono le appartenenze dei soggetti o ancora più esasperatamente quanti sono i soggetti. In questa situazione è possibile fare confluire le ragioni in una ragione, ma non in un processo discendente deduttivo, bensì in un processo induttivo. Si tratta di mettere a confronto i diversi sistemi morali o ragioni per ricuperare un minimo comune denominatore di volta in volta stimolati dalla emergenza di problemi così drammatici, così gravi che si avverte da tutti non essere risolvibile soltanto sul terreno tecnico, ma reclamano una soluzione a partire da un minimo di riferimento etico. E' il caso dei problemi ecologici, delle manipolazioni genetiche, ed anche i problemi di conduzione della vita associata.
Emerge sempre più la convinzione che non bastano soluzioni tecniche, occorre interrogarsi a monte sul modello di uomo, di società, dunque sui valori a cui fare riferimento per riuscire a districarsi, a dare risposte plausibili. C'è il pluralismo dei sistemi, ma c'è l'urgenza di domanda etica. Si tratta di mettere in comunicazione sistemi diversi attraverso un dialogo; il momento della comunicazione è fondamentale. Ha ragione Haberrnas quando dice che l'etica è la comunicazione, che la comunicazione è forse il più, grande valore etico oggi. Il comunicare, anche a prescindere dai risultati che si ottengono, in una società che rischia di disgregarsi, è un grande compito etico. Si deve perseguire una volontà di comunicazione, trovare luoghi, spazi, possibilità nella speranza di addivenire a quel minimo di ragione che sta al di là delle singole ragioni. Il confronto oggi diventa estremamente fecondo, ben al di là del minimo comune denominatore; le esperienze storiche passate hanno rivelato i valori, ma anche i limiti dei diversi sistemi politici quali quello liberale e quello marxista. Diventa perciò estremamente costruttivo mettere a confronto ed in comunicazione sistemi così diversi. Si potrebbe arrivare ad un'etica alta, capace di integrare i valori presenti nei diversi sistemi. Questa prospettiva è la strada se si vuole restituire alla politica una dimensione etica di fatto creando le condizioni perché questa etica diventi produttiva.

+alcune piste per riscoprire i valori+
i movimenti
Per camminare in questa direzione di riscoperta dei valori occorre identificare alcune piste. Da questo punto di vista è significativo lo stimolo che viene dai diversi movimenti che caratterizzano la nostra società: movimenti per la pace, per i diritti umani, per l'emancipazione e liberazione della donna, per la difesa dei diritti civili, movimenti ecologici. Parimenti importante è la testimonianza resa a certi valori dal volontariato. La società quindi reca al suo interno processi di dequalificazione sul terreno dei valori, ma anche la codificazione di valori e l'esperienza reale di come possano e debbano essere vissuti. Il valore del rispetto della natura ed il suo uso diverso da quello dominativo, il valore della pace come costruzione in positivo di forme di elaborazione della conflittualità, i valori di solidarietà del volontariato, i valori di giustizia e di libertà che vengono dai movimenti per i diritti dei singoli, delle nazioni e dei popoli: sono presenze nella società, non solo come bisogni astrattamente definiti, ma concretamente elaborati.

il personale è politico
Un'altra strada per il ricupero dei valori è il ripensamento della politica come luogo della mediazione fra il personale ed il sociale. In questi ultimi anni si sono resi evidenti non solo i limiti di un certo sistema politico, quello a conduzione collettivistica, dell'economia pianificata, del totalitarismo, ma anche i limiti del sistema occidentale di matrice capitalistica dove la politica diventa variabile dipendente dal potere economico. C'è una crisi per un verso di una concezione totalizzante della società e per altro verso di una concezione individualistica dell'uomo. Questi sistemi sono in crisi nelle loro radici; nei paesi dell'est la crisi, tramutatasi in crollo, è stata determinata dall'assorbimento totale della persona nella società. Anche il sistema occidentale è in crisi in quanto radicato in una concezione rigidamente individualistica. Ritorna di estrema attualità la lezione del personalismo sociale che era il tentativo di riuscire a rimettere in rapporto persona e società, pensando alla persona come essere che si apre alla società e pensando alla società non come massa omogenea, ma realtà costituita da altrettanti soggetti ciascuno con una identità da salvaguardare e promuovere nella sua unicità ed irripetibilità. Vi è l'esigenza di riproporre all'interno della politica i bisogni soggettivi e nello stesso tempo di caricarli di valenza sociale. Lo slogan del femminismo il personale è politico, è di grande attualità. Occorre riproporre all'interno della politica il personale, ma anche fuoriuscire da una logica secondo cui il personale veniva letto in chiave puramente individualistica. Si deve personalizzare la politica e socializzare il personale, cioè ripensare il rapporto tra persona e società. E' un discorso che ha molte ricadute. Le nostra politica ha oscillato tra tentazioni verso la privatizzazione e tentazioni verso la pubblicizzazione. Il rapporto tra privato e pubblico va ripensato in questa ottica, della relazione che deve sussistere tra il personale e il sociale. Una certa politica si è inaridita perché puntava tutto soltanto sul versante strutturale dimenticandosi delle persone. Il rischio opposto è puntare sui soggetti come individui che tendono alla pura soddisfazione dei loro bisogni secondo logiche utilitaristiche dimenticando l'interesse collettivo. Il ripensamento dei valori va fatto alla luce di questo intreccio tra persona e società, ricuperando una dimensione sociale della persona e una dimensione della società come realtà costituita da persone e finalizzata a persone, quindi ricuperando i bisogni soggettivi e mediandoli sul terreno sociopolitico e per altro verso ricuperando una lettura dei bisogni soggettivi che non sia privatistico, ma si apra al terreno della politica.

III - Prospettive diverse

principio di solidarietà e principio di sussidiarietà
Vi è una esigenza di ripensare all'interno del magistero sociale della chiesa, come è avvenuto in gran parte con le ultime encicliche "Sollecitudo rei socialis", Centesimus annus", il rapporto tra il principio di sussidiarità e il principio di solidarietà. C'è stata nella dottrina sociale della chiesa, in una prima fase ottocentesca e del primo novecento, la messa a fuco del principio di sussidiarietà in quanto il contesto poneva un'urgenza di tutelare la società come singoli e gruppi intermedi nei confronti di un potere statale che sembrava dilagare in modo eccessivo. Questa sorta di posizione difensiva che nasceva da una concezione liberale dello stato, stato carabiniere, è venuta stemperandosi per una maggiore presa di coscienza dell'importanza che ha il principio di solidarietà. Quanto più cresce la consapevolezza della interdipendenza che esiste tra i diversi settori nei quali si sviluppa la vita associata, della interdipendenza che lega i diversi popoli della terra, tanto più viene facendosi strada anche all'interno della dottrina sociale della chiesa la presa di coscienza della importanza che ha, come principio primario, il principio di solidarietà. Questo suo affermarsi non porta automaticamente il rinnegamento del principio di sussidiarietà, ma al loro contemperamento. La logica generale non può che essere quella che scaturisce dal principio di solidarietà, purché rechi in esso il principio di sussidiarietà se si vuole sollecitare la società nel suo insieme a farsi carico delle proprie responsabilità. Solo una società solidale è capace di interpretare i bisogni dell'uomo, ma l'autentica solidarietà non cala dall'alto deresponsabilizzando i singoli, ma stimola dal basso l'intervento di ognuno e lo canalizza versa un interesse più generale. E ancora una volta in gioco il rapporto personale e sociale e c'è l'esigenza di fuoriuscire tanto da tentazioni di rigido individualismo, quanto da tentazioni collettivistiche per rielaborare una costruzione della politica capace di rispondere ai bisogni collettivi nel rispetto del bisogni dei singoli non concependo la collettività come massa, ma come risultanza della interazione di soggetti che devono essere rispettati nella propria identità personale. Un'etica che risponda alle esigenze oggettive della società e sia in sintonia con le domande è un altro elemento di riflessione collegato con la definizione del bene collettivo.

ridefinire il bene comune
Emergono una serie di domande e sono in parte quelle sollecitate dai movimenti. Nel pensiero occidentale delle origini, quello greco, si accentuava il concetto di bene comune in ogni caso indipendentemente dalla definizione che si dà di questo oggetto: quello che conta è l'oggetto. Qui va facendosi strada l'esigenza di ridefinire il bene comune secondo un'ottica molto più allargata che nel passato. Le stesse encicliche sociali prima citate fanno intravedere il superamento del modo con cui si pensava al bene comune; bene comune non è più soltanto definibile in un rapporto dell'uomo con gli altri uomini, ma come bene della persona nella sua integralità o bene della famiglia umana nella sua totalità (la "Populorum progressio'' di Paolo VI definiva il bene comune: tutto l'uomo e tutti gli uomini).
Occorre l'attenzione alla ridistribuzione delle ricchezze e l'attenzione alla creazione perché il bene collettivo non si esaurisce nel bene economico, e quindi ridistribuzione di tutte le risorse comprese quelle culturali ed intellettuali a favore di tutti.
Un altro elemento si fa strada all'interno della ridefinizione del bene comune in conseguenza di spinte che vengono oggi dai movimenti sociali o dalla drammaticità della situazione in cui viviamo ed è l'attenzione a ricuperare il rapporto ad esempio dell'uomo con l'ambiente uscendo da una logica antropocentrica, non per entrare automaticamente in una prospettiva biocentrica, ma per tener conto della collocazione costitutiva dell'uomo nel mondo. Il bene collettivo non è più solo il bene di chi vive oggi sulla terra, ma il bene della specie umana, delle future generazioni alle quali dobbiamo consegnare un mondo abitabile; questa definizione del bene comune ci obbliga e ripensare il concetto in una prospettiva storico-dinamica, inserendo in essa non soltanto il futuro, ma anche il passato.
Oggi occorre più che mai fare memoria storica di ciò che l'umanità è stata, del bagaglio di valori che l'umanità è venuta producendo nel corso del tempo, delle differenziazioni che a livello culturale si sono instaurate. Se vogliamo uscire da una logica appiattente e massificante quale è quella a cui può condurre l'attuale universalismo se male percepito, dobbiamo rivalorizzare le differenze culturali interpretandole dinamicamente come espressioni di possibilità e quindi ricchezze che la famiglia umana è venuta esprimendo e dobbiamo avviare il ricupero della tradizione, del passato, delle diversità culturali per costruire un bene comune incentrato sulla visione della realtà dell'uomo.
Bisogna ridefinire il bene comune anche nella prospettiva del futuro, il rapporto uomo-ambiente apre ad una definizione storica del bene comune che rispetta le tappe, il farsi dell'umanità nel suo insieme dentro ad una storia che va letta in profondità come un cammino, un divenire.

rapporto partiti e volontariato: né strumentalizzazione né separazione
Un momento della riflessione nel rapporto etica politica riguarda la restituzione alla politica di fondamento etico e passa attraverso un ripensamento globale della politica. La situazione di complessità sociale, il frantumarsi della società porta con sé la polarizzazione di interessi diversificati, l'emergere di una serie di nuove soggettività che non sono chiuse, ma sociali, aperte. Siamo in presenza di un articolarsi della soggettività dovuto alla situazione di complessità e questo obbliga la politica a ripensare se stessa.
Oggi la presenza nel sociale assume forme molto diverse rispetto al passato; il decentramento amministrativo con la nascita delle regioni, la distribuzione di servizi sul territorio ha fatto nascere possibilità di presenza all'interno della realtà sociale di impegno, di partecipazione (anche se pure in questo ambito c'è stata una occupazione da parte dei partiti che ha sottratto alle forze sociali la possibilità di inserirsi in questi spazi). La presenza nel sociale si è allargata con la nascita di nuove soggettività, come il volontariato o il privato sociale. Le aree di impegno sono molto più articolate che in passato per cui non si fa politica soltanto attraverso i canali tradizionali che sono i partiti, i sindacati o le istituzioni dello stato, ma anche tramite la presenza nell'ambito del volontariato in associazioni che tentano di rispondere ai bisogni che nascono dalla società. Va crescendo la percezione che la politica si articola in aree differenziate fra loro e tutte significative e hanno tutte a che fare con l'impegno di costruzione della polis. Questo dato di fatto obbliga a ripensare la politica nel segno di una articolazione dei rapporti tra queste aree perché vi è il rischio che esse agiscano per conto proprio in parallelismo o in contrapposizione. Ad esempio i partiti hanno dovuto tener conto della presenza del volontariato, ma lo hanno fatto in modo utilitaristico e funzionale, anche nella controparte c'è la tentazione della chiusura, dell'arroccamento o di pensarsi radicalmente alternativa. Il volontariato fa politica, ma non può esaurire al proprio interno la politica, non può pensarsi in termini alternativi rispetto alla politica fatta attraverso le istituzioni tradizionali. Ritorna il discorso della comunicazione fra le diverse aree che devono conservare la rispettiva autonomia, ma confrontarsi e dialogare fra loro in vista della ricerca di obiettivi più grandi verso cui tendere in vista dell'elaborazione di un progetto complessivo di società in cui ciascuno porti il suo contributo in una convergenza che sta oltre, che è il bene di tutti al cui servizio occorre muoversi. Si deve uscire tanto dalla logica della strumentalizzazione quanto dalla tentazione di agire in parallelo o in contrapposizione.

ripensare il concetto di partecipazione
Si deve ripensare il concetto stesso di partecipazione; noi siamo usciti da una stagione in cui la partecipazione era percepita in termini fortemente ideologici, totalizzanti. La crisi di tale modello di partecipazione ha segnato un venir meno delle partecipazioni tout court. Nella situazione di complessità la partecipazione deve tenere conto dell'articolarsi delle aree o anche non sottovalutando le logiche presenti di individualismo e corporativismo, ma ricuperando le spinte utilitaristiche che guidano le aggregazioni partecipative per indirizzarle verso interessi più collettivi. Uno dei problemi è come partire dalle spinte soggettivistiche, utilitaristiche, per creare le condizioni per obiettivi più generali. Alcune letture condotte dal neoutilitarismo sono interessanti e dimostrano che l'utile personale può diventare utile per tutti se chi ha il compito di mediare all'interno della società riesce ad esercitare correttamente la canalizzazione delle spinte. La spinta morale non può esaurirsi, ma si può utilizzare anche ciò che si muove nella società nel solco dell'utile. La prospettiva del rapporto tra personale e sociale è un'area culturale all'interno della quale è possibile ridefinire il rapporto tra interesse per me e interesse per tutti. Anche il volontariato non è solo guidato da logiche ideali che prescindono da qualsiasi dinamica soggettiva di interesse per il soggetto che vi opera; se si analizza dal punto di vista psicologico la motivazione di partenza ci si accorge che dietro c'è una ricerca molto interessata di autogratificazione, di autorealizzazione che non è per nulla da disprezzare. Il problema è come far diventare questa ricerca di identità un modo per riuscire a portare dei servizi educando ad una apertura verso l'altro.

ripensare i valori
Nella logica di ridefinizione della politica secondo questa visione più ampia è importante ripensare i valori, come la giustizia, la libertà, l'uguaglianza, la solidarietà. Ad esempio in una logica totalitaria l'uguaglianza diventa ugualitarismo anche in senso demagogico. Oggi il rischio è quello di negare l'uguaglianza in nome di una esagerazione della diversità intesa come differenza di responsabilità o come differenziazione professionale o come rivendicazione di diritti. Dietro alle polemiche nei confronti dello stato sociale c'è anche la negazione dell'uguaglianza. Analogamente il discorso si può fare per gli altri valori, ripensando ad esempio il rapporto tra libertà e giustizia.

fare i conti non solo con i fini ma anche con i mezzi
Non si risolve la questione morale della politica semplicemente modificando le regole del gioco, è necessario un ripensamento più globale della politica. E anche sbagliato però pensare che il problema delle regole del gioco sia un falso problema, perché la modifica delle regole del gioco è un elemento essenziale, imprescindibile del superamento della crisi etica della politica. Elaborare una corretta cultura della politica non significa soltanto elaborare una cultura dei fini, dei grandi valori, ma significa fare i conti con i mezzi, con gli strumenti. Questo è uno degli elementi di maggiore debolezza, l'assenza di una cultura dei mezzi, del mondo cattolico che l'ha portato spesso a teorizzare dal punto di vista ideale grandi prospettive, ma a non fare i conti con la necessità di rintracciare i mezzi capaci di dare corso efficacemente a quei fini. L'etica è certo legata ai fini buoni, ma è legata anche al mezzo che non è indifferente, ma è essenziale. il problema, prima ancora che tecnico è di cultura, cultura degli strumenti. Le regole del gioco sono l'insieme degli strumenti attraverso i quali si fa politica e che definiscono correttamente i modi di agire delle varie istituzioni ed i rapporti fra esse e fra i diversi poteri. Da questo punto di vista è importante la riforma della costituzione del nostro paese, non nel suoi principi fondamentali, ma nella parte applicativa. Scoppola, Pasquino ed altri hanno fatto in questi anni riflessioni importanti circa i rapporti fra le istituzioni e la costituzione. La costituzione è nata in un clima fortemente garantista poiché si era usciti dalla esperienza dittatoriale fascista, si era fatta una esperienza forte di libertà nella resistenza e si era entrati in una società fortemente conflittuale per la presenza di classi sociali contrapposte. La situazione quindi esigeva che si andasse nella direzione di un massimo di garantismo che ha favorito l'acquisizione alla democrazia di forze sociali che erano in una posizione contrapposta nei confronti della società in atto e che ponevano seri problemi allo sviluppo. Il garantismo si è tradotto di fatto nella elaborazione delle regole costituzionali in un eccesso di proporzionalismo che ha poi talvolta inceppato la governabilità. I meccanismi di partecipazione sviluppatisi hanno creato lo spappolamento dei partiti, la frantumazione accentuata della contrapposizione ideologica che ha paralizzato non solo la vita politica, ma anche la vita amministrativa.

la riforma delle regole
Anche i rapporti tra il potere legislativo ed il potere esecutivo nel nostro paese presentano aberrazioni: il fatto che un parlamentare diventato ministro continui a rivestire la doppia carica è una incongruenza sul piano della possibilità effettiva di esercizio delle due funzioni, ma anche in sede teorica perché di fatto il governo è controllato dal parlamento. Il parlamentare ministro è nello stesso tempo colui che controlla e colui che è controllato. Vi è inoltre una paralisi di governabilità creata da una non sufficiente distinzione fra il legislativo e l'esecutivo. Inoltre occorre ripensare il rapporto fra i partiti e le istituzioni. I partiti hanno valore ed importanza, ma non possono diventare un luogo di pura spartizione del potere, devono essere luogo di acquisizione del consenso, di partecipazione e di elaborazione di progettualità politica. Il fatto che non siano tutto questo dipende anche dal cattivo funzionamento delle regole e dalla insufficiente possibilità di controllo dei partiti da parte della società, da una chiusura dei partiti su se stessi che si è creata per il fatto che le regole di partenza sono diventate anacronistiche. Spesso la paralisi della vita politica nasce dal cattivo funzionamento delle regole e si determinano anche processi di inquinamento della vita politica. La riforma delle regole non deve riguardare soltanto la macrostruttura, le istituzioni dello stato a livello verticistico, i partiti, ma anche il governo periferico, l'amministrazione pubblica in tutti i suoi aspetti. Il nostro paese non ha mai fatto una seria riforma burocratica, e noi siamo ancora eredi di una burocrazia di epoca fascista o addirittura borbonica.
Tutto questo crea impacci enormi e crea le condizioni perché si sviluppino le clientele, l'assenza di snellezza burocratica fa sì che per riuscire ad avere determinati risultati si ricorra alla persona influente. Il clientelismo è un disvalore morale e quindi la riforma istituzionale delle regole ha una consistenza etica. La possibilità di un rapporto eticamente corretto tra cittadino ed enti pubblici passa anche attraverso l'agilità delle procedure. All'interno della stessa vita amministrativa locale i meccanismi burocratici superati favoriscono anche qui processi che conducono all'inquinamento morale della politica, partendo magari da semplici scorrettezze fino al clientelismo, le bustarelle ... Il cambiamento delle regole anche attraverso i referendum prospettati, verificandosi l'incapacità di autoriforma delle istituzioni, dei partiti, dello stato, ha a che fare con l'etica, ha risvolti etici importanti perché è attraverso il corretto utilizzo degli strumenti che si addiviene a rendere davvero efficace l'azione politica che ha come obiettivo ultimo il servizio all'uomo e alla collettività umana.

Dibattito

(vengono riportate solo le risposte del relatore)

  • La difficoltà a ricomprendere il particolare dentro all'universale cresce con l'affermarsi di una situazione di complessità. L'accentuarsi della diversificazione rende meno facili i processi di universalizzazione compatta, omogenea e quindi, anche dal punto di vista culturale ha luogo una possibilità che forse in passato non c'era, di determinare processi di cambiamento a partire anche dal locale. I processi di accentramento che negli anni sessanta/settanta erano molto forti, ora sono meno forti; anche la polarizzazione secondo più assi della situazione internazionale sia a livello economico, sociale e politico e non più secondo la contrapposizione est-ovest crea nuovi problemi, ma anche nuove possibilità di interazione. Alla fine di dicembre ad Assisi presso la "Pro civitate christiana" partecipò ad una tavola rotonda un russo, Ghevin, accademico delle scienze di Mosca, uno degli artefici della svolta gorbacioviana, il quale faceva osservare come l'asse dei rapporti mondiali va modificandosi e metteva a fuoco i rischi. Citava il formarsi dell'asse Ucraina-Germania che avrà in prospettiva conseguenze anche nella vita europea essendo l'Ucraina la quarta potenza mondiale sul piano nucleare ed anche per le potenzialità delle sue risorse agricole ed industriali. Un altro asse diceva, si va creando tra il sud della Russia ed i paesi arabi: l'asse islamico; poi vi è l'asse asiatico tra il Giappone e gli ex stati dell'Unione Sovietica orientali che, per quanto poveri, posseggono molte materie prime ed in futuro l'asse potrebbe allargarsi alla Cina. Questo sorgere di assi nuovi crea anche condizioni diverse a livello mondiale soprattutto per la gestione mondiale della politica attraverso l'Onu o altre istituzioni. Ora vi sono centri forti che prendono le decisioni e permane una certa compattezza nell'assumerle sia sul terreno economico che politico, ma c'è una situazione di fluidità per ragioni sia politiche che sociali legate alla complessità.
  • La spazialità va giocata in rapporto alla temporalità. Il discorso sul bene collettivo inteso anche come il bene delle generazioni future o come ricupero della memoria deve intrecciarsi con la dimensione spaziale che a sua volta deve essere sempre più concepita con attenzione al rispetto della territorialità sulla quale si vive, ma anche in una visione più generale.
  • Il neo-contrattualismo di Rols ha al fondo una forte istanza etica di matrice kantiana. Il punto di partenza non è l'individuo guidato dalla logica di interesse, ma vi è uno sfondo di forte tensione ideale. Però i rischi dell'autoritarismo non sono solo legati all'uso del contrattualismo e dell'utilitarismo, ma ad una situazione della società. La stessa rinascita di teorie neocontrattualiste è motivata dal fatto che la società in cui siamo è caratterizzata da queste spinte corporativistiche, utilitaristiche. I filosofi della politica si chiedono come trovare elementi di aggregazione, di mediazione che consentono di dare risposte ai problemi della società in termini di interessi generali. Da una parte vi è la chiusura individualistica dei soggetti, dall'altro la reazione dei movimenti che manifestano una debolezza, una incapacità di operare mediazioni partendo dagli ideali, ma giungendo a renderli operativi con scelte storiche. L'efficientismo porta all'autoritarismo. Certe preoccupazioni per la governabilità, le forme di decisionismo sono pericolose. C'è un problema di corretta dialettica positiva tra partecipazione e governabilità, tra ricerca effettiva di un consenso reale e possibilità di decisione. Il sistema autoritario garantisce la governabilità, ma è per definizione una politica scorretta, e la peggiore delle democrazie è meglio della migliore delle dittature in quanto partecipazione, sviluppo dei diritti dei singoli e dei gruppi, è luogo di effettiva edificazione della società a partire dai soggetti e non di qualcosa che si impone dall'alto.
  • Sul piano dell'analisi della situazione il consenso è clientelare. Vi è l'esigenza del superamento di questa situazione; bisogna ripensare in termini teorici questo problema partendo dalla costatazione che per fuoriuscire da questa situazione è necessario andare oltre le dinamiche con cui tradizionalmente si è pensata la vita politica. Il neocontrattualismo si è posto il problema, non contemplato dal personalismo tradizionale, del chiunque che non è l'anonimo, è il soggetto umano con cui non posso mai entrare in un rapporto diretto ed immediato, ma di cui devo preoccuparmi. L'attenzione alla collettività può partire da un motivo utilitaristico; Veca ha sottolineato la correlazione che molto spesso esiste tra utile per me ed utile per tutti, interesse soggettivo ed interesse generale. Il personalismo passava da persona a comunità concependo la società come comunità; invece persona e comunità sono elementi essenziali, ma la società va pensata come un tertium. L'etica va ripensata su tre livelli che vanno intrecciati: il primo è la responsabilità soggettiva, il secondo la realizzazione di relazioni vere intersoggettive, il terzo la promozione di strutture giuste. La struttura giusta è la struttura per il chiunque, è il preoccuparsi non solo di coloro che vivono accanto in rapporti intersoggettivi, ma degli uomini che in quanto tali hanno diritti fondamentali che vanno salvaguardati chiunque essi siano. La società non si risolve nella comunità, ma è qualcosa di altro, di oltre, che deve essere fatto oggetto di attenzione.
  • Il rapporto fra le microdecisioni e le macrodecisioni va ripensato in termini di circolarità. Vi sono spazi diversificati dentro i quali si costruisce una società sempre più articolata.
  • Il problema della economia aziendale è diventato centrale nella situazione mondiale. Caduto il sistema economico collettivistico è diventato egemone quello capitalistico pur essendo per alcuni aspetti in crisi e fatto oggetto di ripensamento. il rischio è che la politica diventi una variabile dipendente dell'economia, che le grandi decisioni vengano assunte a livello economico. Nei paesi dell'est vi era un assorbimento totale dell'economia dentro alla politica, e nei paesi dell'ovest c'è il rischio opposto. L'attenzione agli scenari futuri che vanno determinandosi all'interno del mondo economico è fondamentale per capire il corso della storia, dove si sta andando, si devono creare le condizioni perché la politica abbia una incidenza su questo, politica in senso nobile del termine, come luogo di ripensamento complessivo del bene umano.
  • Le iniziative di politica dal basso in questi anni sono state attivate; vi sono stati esempi di collegamento tra le associazioni del volontariato a Novara. In tal modo sono riuscite a diventare forza politica e a stabilire un rapporto di contrattazione con l'ente pubblico. Deve maturare la consapevolezza del peso politico che può avere la partecipazione in aree diverse da quelle tradizionali e delle esigenze per esercitare il peso politico di stabilire collegamenti pur conservando la propria autonomia e rivendicando i propri spazi di potere, ed in ragione di questo articolarsi differenziato della politica, di conseguire una ridistribuzione del potere. La partecipazione nei servizi sociali o nelle aree create dal decentramento non è decollata sia per l'occupazione degli spazi da parte del potere politico tradizionale, sia perché c'è stata una assenza di preparazione dal basso. La possibilità di modificare la situazione è legata alla creazione di nuove condizioni come il riconoscimento che queste aree partecipative vanno rispettate ed è legata alla esigenza di chi milita in queste aree, di rafforzare la propria presenza in termini di impegno a darsi una professionalità o ad esercitare la propria presenza in modo non alternativo rispetto ad altre realtà che devono operare sul territorio, ma integrativo di esso o quale elemento nuovo per un contributo al funzionamento complessivo. Il volontariato deve professionalizzarsi ed evitare di diventare sostitutivo di funzioni proprie di altri.
  • Si deve giungere alla consapevolezza che queste aree sono portatrici di potere e che il potere centrale deve arretrare. Il movimento dei diritti del cittadino o il movimento federativo democratico del sesto potere fanno un discorso sul potere, sulla possibilità di esercitarlo nell'ambito delle aree in cui operano, altrimenti la frustrazione nasce anche sul terreno partecipativo; il ripensamento della politica esige lo sforzo di decentramento del potere.

NB. Sintesi delle relazioni, tenute a Pallanza da Giannino Piana nei giorni 2-3 maggio 1992, non revisionate dal relatore

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