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Crisi della politica oggi e nuove prospettive

sintesi della relazione di Franco Garelli
Verbania Pallanza, 16 novembre 1991

premessa: la politica tra idealità e sporcarsi le mani
Il discorso politico in questa relazione viene rapportato alla più ampia situazione dinamica sociale. Gli interventi sono suddivisi in una prima analisi della società per rilevare le ripercussioni e livello politico e in riflessioni su qualche possibile uscita.
Occorre premettere che c'è un rischio, quello di compiere una riflessione rituale: oggi vi sono molteplici scuole di politica messe in atto da varie realtà ecclesiali, circa duecento nel nostro paese che interessano un nucleo esteso di persone e che operano da alcuni anni. Esse rappresentano la presa di responsabilità di un certo mondo di area cattolica che avverte il distacco tra alcuni valori di riferimento ed il modo con cui questi vengono disattesi da parte di chi ha la responsabilità politica di fatto; c'è una sempre maggiore distanza fra l'impegno nel campo del volontariato e le possibilità di modificare le situazioni. Si ha l'impressione che queste scuole non siano adatte a preparare gente che si impegni in politica; siamo di fronte ancora una volta ad una domanda di formazione etica espressa da una certa area ecclesiale che però non ha alcuna intenzione di sporcarsi le mani con le politica, il motivo è che le tematiche sono troppo generali, per non dire generiche, si affrontano temi macro e non si tiene presente un'azione di mediazione di grandi istanze con le ordinarie, attuali condizioni di vita. Sono scuole di grande interesse, ma non sono scuole di politica, sono scuole di sensibilità sociale, di avvertenza etica, di sensibilizzazione.
La politica è il tentativo di governare una società pluralistica mediando fra molteplici interessi; la politica oggi, ancora meno che in passato, è ancorabile ad una grande progettualità. Non è che debba essere carente di progetti, ma quanto più il progetto è ampio, tanto più difficilmente sarà attuabile nella società. Si deve essere realisti, non per avallare la situazione in atto nella società, ma per far sì che non ci sia troppa distanza fra progetti e realtà. Il grosso rischio è che parlando di politica in senso astratto ci si rifà ad una serie di principi, ma esercitando la politica nel concreto prevale un pragmatismo totale. Per invertire la tendenza non basta alzare il tiro della idealità, ma vedere quanta idealità è calabile nella ordinaria condizione di mediazione di interessi, tipico del campo della politica, altrimenti si ha la pretesa di riversare in politica una serie di istanze che vanno bene per il volontariato. Il volontariato è un grande impegno sociale però questo è possibile perché si tratta di un'area omogenea; ma nella società le istanze sono complesse ed occorre un modello molto articolato e vario.

- I - la crisi della politica oggi

Un recente sondaggio dell'Eurisco rileva che la grande maggioranza degli italiani crede in Dio, si dichiara cattolica, ritiene che i vescovi non debbano dare indicazioni sulle preferenze politiche e vorrebbe posizioni molto più flessibili della chiesa nei confronti dei divorziati; inoltre il 73% ritiene che una donna possa abortire anche per problemi economici; questo dimostra l'ampia autonomia di giudizio presente nel nostro paese. La grande maggioranza degli italiani è per una scelta libera dell'ora di religione e però è disponibile a che i figli la scelgano, ma in un clima di grande libertà. Circa il giudizio sui politici emerge che circa il 70% non ritiene assolutamente che chi è ispirato cristianamente possa essere un politico migliore di altri e non ritiene affatto che sarebbe meglio che uomini religiosi si dedicassero alla politica.

una domanda di cambiamento politico e un calo di partecipazione
Una riflessione iniziale è volta a capire in che tipo di società stiamo vivendo. Mai come in questo momento storico e culturale gli avvenimenti della società sembrano sfuggire ad una attenta analisi perché vi sono molti elementi contraddittori. C'è una domanda di cambiamento politico generalizzata che nasce da una estesa insoddisfazione, però c'è anche la caduta della partecipazione. Vi sono nel nostro paese istanze che sembrerebbero generalizzate e potrebbero fare intravedere un nuovo modo di pensare la politica, come è il trovarsi sui bisogni detti postmaterialistici, postborghesi, che è una domanda di qualità della vita, di attenzione alla natura, di attenzione ai valori della pace e della pacifica convivenza e che fanno pensare ad un paese che evidenzia un certo grado di civiltà e poi, per altri versi si notano molti scadimenti rispetto a queste istanze.
In molti casi sembrano istanze velleitarie rispetto alla possibilità di realizzarle eppure gli indicatori sociali di queste istanze sono carenti perché siamo invece un paese di palazzinari, di gente che non rispetta la natura, un paese più rivolto al consumo e a non perdere privilegi piuttosto che a pagare certi costi dello sviluppo. C'è una grande denuncia di situazioni ormai insostenibili come l'evasione fiscale che però evidentemente ha una base molto allargata essendo così ampia. Non è sufficiente la denuncia per delineare una situazione di diversità.
Nel nostro paese ogni tanto si fanno le "scoperte"; ora agli inizi degli anni '90 si è scoperto che i concorsi per giornalisti sono truccati. Però il giornalista che ha fatto questa denuncia al TG1, TG2, TG3 non ha dichiarato di essere a sua volta entrato grazie all'onorevole tale, e neppure ammesso che chi lavora al canale 1 ha in una certa percentuale la tessera DC, al 2 la tessera PSI, al 3 la tessera PDS. Chi fa la denuncia sembra che viva fuori dal paese e purtroppo il paese reale è caratterizzato da tessere e tangenti, La politica è probabilmente in grado di plasmare molto il paese, c'è un grosso intreccio tra chi detiene il potere a livello politico e la base; spesso vi è identificazione con il sistema perché c'è interesse a non cambiare la situazione. Ecco qui la politica come negoziazione tra interessi.
Una forza politica che si presentasse oggi in termini di razionalizzazione non si sa che possibilità avrebbe nel paese. Ad esempio il settore della scuola è tipico; i guadagni degli insegnanti potrebbero essere molto superiori con una determinazione esatta dei compiti anziché lasciarli ad libitum; si dovrebbe quantificare il lavoro, il tempo, le prestazioni e prevedere un anno sabbatico o un part-time di un anno da dedicare a corsi di aggiornamento. Però immettere questi criteri di razionalizzazione significa scontentare una parte rilevante degli insegnanti. Vi sono interessi di fondo per mantenere la situazione come è, ma anche interessi individuali per cui non si opera di fatto una razionalizzazione dei problemi presenti nei vari sistemi sociali. A Napoli, dove ho insegnato 4 anni, non c'è mai stata una riunione in cui noi docenti del corso di laurea in sociologia dentro la facoltà di Lettere e Filosofia confrontassimo i corsi e condividessimo un minimo di attenzione didattica. Chi è più identificato fa, chi meno non fa e vi sono tutti i mezzi per scoraggiare gli allievi a venire a lezione o a prendere la tesi È una situazione non governata, dove è ovvio che in assenza di controlli il sistema si sfilaccia. Qualsiasi forza politica troverà molto duro modificare un sistema di questo genere, perché significa andare contro interessi ormai consolidati, contro una prassi allargata. Probabilmente viviamo una situazione di tale benessere per cui non si può neppure fare leva sull'aspetto del disagio. Anche al sud, che viene considerato non produttivo, c'è un flusso di denaro impressionante. Secondo i dati della banca d'Italia le famiglie del meridione mediamente guadagnano 26-27 milioni l'anno ed una del nord ne guadagna 36, però non c'è assolutamente divario economico tra nord e sud perché la vita al sud costa molto meno; tenendo conto che il denaro guadagnato al nord è improntato più alla produttività, e al sud molto meno, è evidente la sperequazione che emerge complessivamente nel paese. Gli enormi flussi di denaro che vengono erogati ad esempio per la futura ristrutturazione di Bagnoli, creano le condizioni perché la gente trovi interesse al mantenimento della situazione. Bisognerebbe ricuperare una progettualità o una qualche idealità dentro una situazione di questo genere.
L'ltalia è il paese politicamente più stabile, altrove si alternano maggioranza e minoranze, qui lo spostamento del 2-3% fa parlare di "crollo". Siamo di fronte ad un sistema che è in crisi da molti anni eppure non scoppia mai, c'è poca o nulla contestazione istituzionale, ma non c'è assoluta identificazione. Cercando di capire questi aspetti si può comprendere come ormai anche nelle analisi sociali noi guardiamo sempre meno alle singole configurazioni della società e siamo portati a interrogarci sul sistema sociale nel suo complesso. Non si considerano più i fenomeni parziali che compongono il mosaico del sistema, ma ci si applica a problemi di fondo che riguardano il funzionamento di questo tipo di società, la logica del suo sviluppo, i problemi di regolazione di equilibrio, i meccanismi del consenso o del conflitto. Questo mutamento di prospettiva è dovuto al fatto che ciò che fa problema da molti anni è la società ed il suo funzionamento dal momento che il nostro sistema sociale pare caratterizzato da uno strano ed instabile equilibrio, che sembra di difficile modificazione. Questa società che è sempre più problema a se stessa, complicata e varia, per certi versi estranea all'uomo e a molte istanze sociali, appare sempre più annebbiata nella propria identità, sempre più carente di mete collettive largamente condivise.
E difficile scorgere una idealità alla base dell'essere italiani; si è riscoperto un certo regionalismo, ma è difficile individuare un carattere nazionale, forse l'unico rimasto è quello cattolico, come fatto etnico-culturale di appartenenza.

una società complessa senza prospettive
Per descrivere questo tipo di società si usa sovente il termine di complessità, concetto che subentra a quello di contraddizione di chiara derivazione marxista che pensava che da possibili dinamiche potesse emergere una qualche soluzione positiva per le classi più marginate. Il termine complessità invece indica assenza di prospettiva, il venire meno della risoluzione. Venti o trenta anni fa era tutto molto più facile, in un quadro di rapporti sociali più netti, il concetto di complessità è collegato a quello di crisi perché la società complessa sembra avere nella crisi il suo punto di equilibrio senza grandi sbocchi. Società complessa però non significa che il sistema è disintegrato, pur perdendo la sua identità e fondandosi su una situazione congenita di crisi il sistema vive di una certa qual integrazione sociale. E' un equilibrio cercato più nella logica della sopravvivenza, della stagnazione, della capacità di mettere insieme interessi particolari ed immediati, che non nella condivisione di mete collettive di una comune identità; anche soltanto concreta. Nel passato la ricostruzione nazionale era una meta in grado di rappresentare il punto di riferimento alle linee di tendenza del sistema, ma anche di far maturare l'identificazione dei singoli soggetti perché lavorando per la ricostruzione nazionale il soggetto lavorava anche per sé. Oggi è difficile individuare interessi comuni, se non quello di far sì che i vari gruppi sociali non esagerino nelle richieste perché altrimenti c'è un tracollo del sistema. In questi mesi le battaglie fra imprenditori, sindacati, politici è volta a risolvere alcuni nodi strutturali relativi al costo del lavoro e alle modifiche istituzionali affinché il sistema non resti bloccato, avviandosi alla marginalità. Si crea il bisogno di individuare un obiettivo esterno, il famoso '92, per permettere al paese di ricompattarsi, di pensarsi in termini diversi, si parla di sacrifici, di costi per riuscire ad entrare in Europa.

una società corporativa
Oggi siamo in una società corporativa, ogni gruppo sociale tende ad ottenere il massimo dal sistema. Si tratta di un equilibrio precario ed instabile che permette al sistema di sopravvivere anche se non crea le condizioni di maggiore solidarietà e partecipazione. Nella società complessa il conflitto fra interessi e gruppi e settori diversi produce una situazione di stallo sociale che tende più alla sopravvivenza che al cambio e alla razionalizzazione del modello di sviluppo, in cui si producono più soluzioni intermedie che di ampio raggio, in cui è più arduo e difficile modificare la situazione, in cui si ottiene un consenso non per identificazione col progetto, ma per contrattazione, per interesse. La società complessa comporta tendenze ambivalenti che risultano tra di esse incompatibili, che uno stato di integrazione precaria costringe a scelte parziali di medio termine, caratterizzate da scarsa capacità previsiva. Società complessa non è solo quella italiana: tutto l'occidente, ed ora anche alcuni stati dell'est, presenta questo stadio di sviluppo della complessità.
Questo tipo di descrizione della situazione ha un riverbero nel concetto di differenziazione sociale. Il venir meno della fiducia nel capitalismo di cui si vedono tutti i guasti ed il venir meno della fiducia nella scienza e nella tecnica cui si guarda oggi in modo disincantato, fa cadere i punti di riferimento. La scomparsa del modello sovietico fa svanire anche una possibile alternativa. Questo aspetto della differenziazione sociale è pure individuabile nella crisi dei modelli assoluti, crisi delle ideologie e dei modelli di sviluppo che determina, da un punto di vista sociale e politico, un certo relativismo, o più in generale, la crisi di mete collettive largamente condivise. Non è che oggi ci sia insensibilità però non si capisce bene quale sia l'elemento trascinante, l'aspetto su cui si possa fare leva, l'elemento di identità collettiva. È chiaro che in questa situazione la dinamica degli interessi diventa quella più rilevante, poi ognuno l'idealità può giocarsela in altri campi. Si assiste ad un processo di settorializzazione degli interventi dei vari sottosistemi e ad una differenziazione dei vari sottosistemi fra di loro. Una conseguenza è dovuta al fatto che molte istituzioni o gruppi sociali rinunciano, sono impossibilitati a svolgere una funzione totalizzante, si avviano a operare scelte parziali che rispondono a specifiche competenze nel rispetto dell'intervento altrui. I gruppi che non abbiano fatto scelte di campo specifiche sono destinati a scomparire o ad avere grosse difficoltà. Ognuno di noi è stato costretto o spinto a limitare l'ambito di applicazione perché oggi non si possono più vivere nella società ruoli totalizzanti, sia in termini di individui che di gruppi sociali, ciò significa la specializzazione dei ruoli e delle funzioni. Così la funzione dello stato è la regolazione dello scambio politico ed economico perché ha l'incapacità di dare il senso della convivenza sociale, lo stato è un ambito predisposto a negoziare tra interessi diversi. Non esiste più da parte dello stato la capacità di produrre consenso sulla base di valori politici in grado di prefigurare un preciso modello di società. Lo stesso vale per i sindacati ed i partiti interessati ai processi di laicizzazione della politica e dell'azione sindacale, che hanno preso coscienza del carattere parziale del loro intervento e della necessità di salvarlo con quelle azioni ed interessi che caratterizzano la sfera della riproduzione sociale. La famiglia stessa non è più luogo di dialettica tra le generazioni o luogo totalizzante dove i membri vivevano in senso forte la loro esistenza, ma è uno tra i tanti ambiti in cui i soggetti vivono. La stessa chiesa è stata spinta a ridefinire la sua identità e presenza sociale superando una generica azione di supplenza. Di questa complessità tutti noi facciamo esperienza oggi anche in termini soggettivi. La dinamica della differenziazione sociale fa sì che da parte dei soggetti non ci sia identificazione nei partiti e nelle istituzioni: oggi viviamo situazioni di fedeltà passiva. La persona è presente per interessi ed obiettivi che sono propri e riesce a personalizzare il rapporto con una certa realtà, ma senza identificarsi del tutto con quella realtà.
E' ciò che vediamo da un punto di vista politico quando si dice che aumenta l'area del dissenso o che prevalgono le preferenze deboli piuttosto che le preferenze forti. Il grosso rischio è che in una situazione di questo genere prevalgano scelte di tipo adattivo. Prevale cioè la ricerca di senso o di significato negli spazi che il soggetto riesce autonomamente a determinare, secondo le prospettive personali o di piccolo gruppo che diventa per certi versi sostitutiva dell'appartenenza alla società più generale. Nel nostro paese ad esempio la famiglia è un luogo di produzione del senso in cui i soggetti si riconoscono, oppure i gruppi di amici o le varie realtà di appartenenza, l'associazionismo di tutti i tipi, in essi il soggetto si delinea, delimita un ambito che è funzionale a questa crisi degli ideali, delle ideologie e delle grandi identificazioni e che gli permette di vivere secondo una dinamica di piccolo cabotaggio. E' un soggetto che si compone di istanze molto diversificate, ha anche aspetti velleitari, ma che ritrova un equilibrio su spazi intermedi di realizzazione. In questo ambito c'è ancora il fenomeno della dissociazione o discontinuità fra grandi riferimenti ideali e scelte pratiche. Ognuno di noi quando è chiamato a definire se stesso a livello ideale dà di sé una grande immagine ed individua i propri valori di riferimento nella solidarietà, nell'eguaglianza sociale, nella giustizia, nell'importanza partecipativa, nella pace, nell'ecologia. Queste scelte ideali vengono utilizzate per rispondere in termini positivi al problema dell'identità, ma di fatto il soggetto nelle scelte pratiche opera ad altri livelli.
In questa discontinuità tra i grandi riferimenti e le scelte pratiche sta uno dei paradossi della complessità.

elementi dello stallo della situazione
Le cause di questa situazione sono anche politiche; una di esse può essere il fatto che viviamo in un paese dove non c'è una alternanza politica, anche per l'incapacità di chi sta all'opposizione di proporsi come soggetto in grado di governare. In Italia vi è l'area politicamente omogenea ed anche abbastanza ben governata, quella della regione Emilia-Romagna e della regione veneta, dove nelle amministrazioni locali vi sono due governi opposti. Si può sostenere che siano ben governate perché altrimenti non si avrebbe l'alto consenso elettorale che vi si riscontra e per tanto tempo.
Le aree invece più problematiche sono quelle che hanno visto negli ultimi 20-30 anni l'alternanza di partiti politici, tenendo però conto che sono anche le aree del paese più complicate a causa delle tensioni sociali esplosive dovute all'immigrazione. La mancanza di alternanza politica è anche imputabile all'incapacità dell'opposizione di proporsi in termini forti.
Un secondo elemento che produce lo stallo della situazione è l'intreccio fra gli interessi di certe forze sociali e politiche e gli interessi individuali. La tenuta di certe formazioni politiche nel nostro paese è dovuta al fatto che la gente sostanzialmente vede in questo tipo di sistema dei vantaggi per sé ed ha paura di perderli. Qui entra tutto il discorso clientelare, di un certo modo di fare politica per cui il soggetto rimane agganciato, non tanto al partito, ma al sistema. Non dobbiamo farci ingannare dalle facili denunce, cui non fa seguito la disponibilità a pagare i costi.
Un terzo elemento è dovuto al fatto che le dinamiche politiche e sociali sono molto meno chiare che nel passato. Oggi c'è molta più difficoltà ad intravedere la strada di soluzione dei problemi, ma anche di individuare chi detiene il potere e chi non ce l'ha, chi sono i marginali e chi sono gli avvantaggiati. Ad esempio, ciò che è alla base alla crisi del sindacato dipende dal fatto che, mentre negli anni settanta i padroni, l'industria venivano individuati come un certo tipo di potere politico e quindi come nemici da combattere, c'era la società polarizzata, oggi il venir meno della produttività significa perdere il posto di lavoro e quindi svantaggi per le classi sociali più basse.
Il quarto elemento è la complessità della situazione economica e politica in rapporto anche a dinamiche internazionali. Inoltre in Italia manca un ricambio della classe politica; oggi i giovani migliori non vanno in politica. Anche l'area cattolica che è molto vivace, deve porsi il problema della politica seriamente, mentre la tendenza è di adire al volontariato che forse è più congeniale ed un certo tipo di gratificazione o di risposta immediata.

DIBATTITO

(vengono (vengono riportate soltanto le risposte del relatore)

  • Luciano Gallina, rispondendo in un ironico articolo alle critiche rivolte all'Italia dai giornalisti stranieri rileva che il debito pubblico non solo è vertiginoso, ma è anche speso male. Ad esempio in Italia vi sono un milione e duecentomila studenti universitari contro i quattrocentomila dell'Inghilterra. Negli Usa l'università costa dai dieci ai venti milioni all'anno, mentre da noi le tasse sono molto basse. Da noi la spesa pubblica si enfatizza perché non siamo in un sistema selettivo; il nostro sistema elargisce o per il criterio del consenso o di aiuto alle varie classi sociali. In Francia anche nella istruzione primaria e secondaria, se lo studente non raggiunge certi risultati ha le opportunità bloccate già da giovanissimo. In Italia c'è una precisa filosofia di intervento sociale che è quella di dare più opportunità possibili, di non vincolare mai, mentre altri paesi sono molto più selettivi.
  • La situazione occupazionale verso cui vi è una politica molto allentata è tipica del nostro paese. Da noi è vero che i disoccupati sono tanti ed è vero che la maggior parte sono giovani, ma si tratta di una situazione molto complessa per la presenza del lavoro nero e del lavoro sommerso. in Italia molte situazioni della realtà pubblica sono peculiari; per esempio da dieci anni a questa parte la scuola italiana conosce un processo di forte diminuzione del numero degli allievi per la forte contrazione della natalità. A fronte di questo decremento degli allievi, secondo le statistiche del ministero della pubblica istruzione, è corrisposto un costante aumento del numero degli insegnanti. ciò comporta la sottrazione di risorse da altri settori, anche scolastici. Così il ricorso alla cassa integrazione, dopo anni di altre logiche, comporta costi sociali che dovranno essere comunque pagati. Siamo in un sistema che riversa sul pubblico, sullo stato, ogni problema. Dietro c'è una filosofia che deve essere verificata dalla proposta politica. Non si tratta di irrazionalità, ma di una precisa filosofia da individuare.
  • Noi abbiamo mass media schizofrenici perché per certi versi informano poco, ma giudicano e denunciano molto, secondo il rituale di essere fuori dal sistema. Si tende ad enfatizzare il dato ideale delle questioni. Così nell'ultimo contratto del giornalisti l'accento era sempre e solo sulla libertà d'informazione tacendo le richieste economiche. Il guaio dei mass media è quello di voler dare l'idea che sia sufficiente una denuncia per "salvarsi l'anima", mentre i problemi sono molto più complessi ed intrecciati.
  • Il discorso della scuola è complicato. La scolarizzazione di massa può aver fatto sì che una parte rilevante degli insegnanti acceda alla scuola per mestiere più che come professione, c'è stata una dequalificazione della professione di insegnante, una demotivazione per la difficoltà di fare una proposta significativa in una scuola così pluralista. Però la scuola riflette le dinamiche del sistema e non si può pretendere che sia quella che le risolve o che riesca a contrastare un certo processo sociale o squilibri che arrivano da altri livelli. Circa l'integrazione fra paese reale e paese ufficiale, il paese reale per lo più non legge i giornali; non è molto informato o comunque sceglie secondo altre sensibilità, perché in molti casi l'eccedenza dei mass media provoca il relativismo culturale. Però nelle forme più rilevanti l'intreccio c'è. Gli anziani non sono una eccezione alla integrazione. Essi non hanno interesse ad andare contro il sistema perché comunque ricevono la pensione, spesso neanche dovuta e che in altri paesi non esiste. Anche qui si nota la discontinuità tra il paese della informazione e il paese reale; l'informazione proclama che ci sono cinque milioni di pensioni sociali chiedendosi come facciano i titolari a vivere con 500 mila lire ai mese. In realtà buona parte di quelle pensioni vanno ad accumularsi con altri redditi ed erano pensioni non previste nell'ordinamento occupazionale del nostro paese. Non dobbiamo pensare che siano l'unica fonte di sostentamento altrimenti ci sarebbe davvero una rivoluzione dei pensionati. Analogo è il caso dei giovani che sono ufficialmente disoccupati, ma non è vero che siano veramente impossibilitati ad entrare nel mercato del lavoro. Una indagine sui dati Istat ha rilevato che tra gli affacciati al mercato del lavoro, ai 15 anni il 47% già lavora, ai 18 il 57%, ai 21 il 67%, ai 24 l'85%. Ciò significa che dai 24 anni in poi solo il 15% dei giovani ha problema occupazionale, la metà dei quali ha un titolo di studio casi alto che è in attesa di una occupazione congruente col proprio titolo di studio. Il sistema italiano è vischioso perché il giovane medio deve attendere tre o quattro anni prima di risolvere il suo problema occupazionale passando per una fase temporanea di lavoretti o lavoro nero: paradossalmente i dati Istat dicono che i soggetti che hanno più problemi occupazionali non sono quelli che accedono tardi al lavoro, ma quelli che vi hanno avuto accesso subito perché non hanno una qualificazione. Anche in rapporto ai problemi della sanità, degli insegnanti, c'è il timore di modificare il quadro di riferimento perché non si sa cosa possa comportare la razionalizzazione in termini personali e collettivi. Chi intende cambiare o immettersi nell'arena politica deve essere propositivo di una certa filosofie di vita che colga i problemi reali ed offra una soluzione che non disturbi troppo i soggetti, altrimenti la proposta si depotenzia. Così il ruolo della casalinga non può essere considerato come soggetto economico staccato, ma è invece facente parte del soggetto economico famiglia. Tra le giovani dai 15 ai 24 anni vi è un 20% di ragazze che si dichiara casalinga, vale a dire non studia più e non si affaccia al mercato del lavoro. Nel quadro della organizzazione domestica una quota di famiglia impiega la ragazza come risorsa per la riproduzione domestica. In una ricerca sul doppio lavoro si è trovato che dal 16 al 20% dei soggetti con un lavoro svolgono una seconda attività ricavando da essa un reddito pari a metà di quello del primo lavoro pur dedicandovi un terzo delle ore; in molti casi il capofamiglia ha due o tre lavori e i due figli nessuno; questa situazione permette alla famiglia di vivere pur alimentando gli squilibri sociali. Anche la casalinga facente parte di una famiglia così organizzata può essere attenta a difendere il sistema che permette il secondo lavoro al marito.
  • Il mito è un tributo ideale che la persona deve pagare a se stessa. I miti spesso convivono con i compromessi. L'episodio delle navi dei veleni con le scorie industriali è significativo; le navi che erano state rifiutate in Africa avevano fatto rotta verso l'Italia e tutti i sindaci delle città costiere hanno intimato l'alt come se il progressismo comportasse che le scorie possano approdare in Africa, ma non devono andare a giacere nel nostro sottosuolo. E' mancanza di coscienza civica, vogliamo fare istanze ecologiche e non pagare il costo del modello di sviluppo.

Questione dell'uscita imprevista. Qualche anno fa l'uscita imprevista per il nostro sistema economico è stata individuata nel fatto che noi abbiamo un sistema flessibile per cui, mentre in altri paesi più rigidi c'è stata una serie di conversioni, e da noi no, alla fine ci siamo trovati in una posizione avvantaggiata. Così potrebbe essere per l'energia nucleare di cui noi non abbiamo programmato la produzione, ed ora può risultare che si è risparmiato negli investimenti perché si trova qualche cosa d'altro.

  • Il mondo giovanile è una realtà che galleggia sulla complessità perché è in grado di ritrovare un senso intermedio nella situazione non ponendosi grandi prospettive perché sa che bisogna essere realisti e cerca di risolvere il qui ed ora con la filosofia della vita quotidiana. E' peculiare del mondo giovanile la discontinuità tra riferimenti ideali e scelte pratiche. Un dato interessante riguarda il volontariato giovanile; da una serie di indagini risulta che i giovani non sono la quota di popolazione che più si dedica al volontariato. Infatti al volontariato non si può arrivare con mozione veloce, ma si arriva con una costruzione di atteggiamenti dura, forte; il volontariato, al di fuori delle situazioni catastrofiche, come in una emergenza terremoto che mobilita anche senza maturazione, richiede un impegno continuativo e va deciso ponderatamente.

II - possibili vie di uscita dallo stallo

Vi sono alcuni criteri da tenere presente in rapporto ad una possibile uscita dalla situazione di stallo.
In primo luogo occorre riconoscere l'importanza della filosofia del modello Italia per uscire a capire come ha operato, che tipo di identificazione ha creato nel sistema, che tipo di legame è presente nel paese reale e istituzionale, per potere introdurre un diverso modello di intervento. Dobbiamo misurarci con i rapporti sociali reali che sono costruiti attorno e dei fuochi. Qualsiasi proposta diversa deve fare i conti con gli interessi consolidati perché il nuovo non risulti perdita di vantaggi e possibilità da parte del soggetto. Un modello di sviluppo diverso potrebbe essere, ad esempio, un'idea di razionalizzaziene secondo il presupposto che andando avanti di questo passo il sistema dovrà scontare grossi costi e che comunque un sistema basato sulla irrazionalità non è mai un buon sistema. Può darsi che con un maggior livello di istruzione, con un aumento della sensibilità pubblica, diminuiscano le persone che pensano alla cosa pubblica in termini di familismo o di piccolo gruppo, o di classe.
Un secondo aspetto importante consiste nel ricostruire le precondizioni del fatto politico. Oggi mancano i fondamentali della partecipazione politica; bisogna ricreare le condizioni di fiducia sociale, di cui non facciamo più esperienza nelle ordinarie dinamiche. L'impressione che si ha, ad esempio studiando il mondo giovanile, è che i giovani, già nell'esperienza che fanno a scuola ed in famiglia, non si orientano in termini positivi nei confronti della partecipazione. Ci dovrebbe essere un input nella comunità, a livello istituzionale, per ricostituire un senso del collettivo, una coscienza della partecipazione, delle dimensioni della tolleranza e dello scambio. Oggi queste agenzie formative, che certamente si scontrano col sistema, sono troppo rassegnate nei confronti del dato di fatto per cui non emerge un contrasto e di conseguenza, automaticamente, i soggetti oscillano verso la sfiducia. In termini scolastici, i giovani fanno esperienza di norme, di rapporti, di professionalità del docente e quindi occorre un minimo di tenuta del sistema scolastico, così come del sistema famiglia. In situazioni adattive i giovani acquisiscono un atteggiamento anti-istituzionale. Ricreare le precondizioni del fatto politico significa fare emergere alcuni atteggiamenti di fondo, riconoscere che è una costruzione in tempi lunghi, ma educativa, che va in profondità e non si limita a denunciare, ma si pone il problema di pagare di persona le prese di posizione.
Una terza questione riguarda l'importanza di recuperare a livello sociale e collettivo i gruppi di associazioni che permettono di fare esperienza di mediazione della politica. C'è un motivo alla base della refrattarietà della gente nei confronti della politica, il fatto che in questo ultimo decennio molti gruppi sociali ed anche movimenti giovanili non hanno più svolto una funzione di mediazione fra le istanze ed i bisogni di giovani da un lato e quelle della partecipazione sociale e collettiva. Nel passato c'erano una serie di movimenti e di realtà che svolgevano questo difficile ruolo di mediazione, oggi non è più così, perché se anche si è corrisposto ai bisogni dei giovani si è dimenticato l'altro polo, di immetterli in un contesto di riferimento più ampio. Le due aree culturali che nel nostro paese hanno una larga base popolare, l'area cattolica e l'area comunista, sono la prima priva di realtà in grado di operare una mediazione tra le istanze del singolo e quelle della collettività, la seconda sta vivendo nell'Arci, che è preposta a questi compiti, una grossa crisi poiché ha perso del tutto il carattere propositivo dal punto di vista politico. Non è solo un fatto associativo, si tratta del venir meno di una tensione, non si avverte più l'importanza di una istanza di fondo. C'è un maggiore spontaneismo, o c'è la risposta ai bisogni o c'è l'orientarsi su ambiti di partecipazione diversi da quelli della politica o antipolitici. Il volontariato non sfocerà mai nella politica, è etico, si tratta di un tipo di formazione che sottolinea molto le motivazioni, ma è basato su un gruppo omogeneo e selettivo, di scelte radicali, in soluzioni parallele, è separato.
quarto punto: l'importanza oggi di far fare esperienze di politica. In questa dinamica formativa ci può essere la necessità di cercare in queste aree il passaggio dal personale al sociale, ricuperando il curriculum formativo. A livello giovanile non troviamo esperienze che orientino i soggetti in un domani all'impegno politico, a questo si potrebbe arrivare costituendo per esempio un gruppo che, con grande serietà e professionalità, faccia una mobilitazione ecologica. Onesto ipotetico gruppo dovrebbe incominciare con lo studiare il fenomeno, leggendo, seguendo conferenze, studiando e procedere a schedare l'ambiente da un punto di vista ecologico, facendo una mappa del territorio, annotando cosa funziona, cosa inquina, in rapporto a questo, esso comincia a diventare un gruppo di pressione nell'ambiente e comincia ad avere contatti con i polittici, si mobilita, fa un'azione di sensibilizzazione, il tutto giocato sull'ecologia. Questa è la condizione per una assunzione di professionalità in quel campo e per misurarsi con le difficoltà di fare un'azione in quel campo, perché va a scontrarsi con interessi, mobilita gente, impegna se stesso con un'attività continuativa nel tempo e non una tantum, perché già la schedatura di una realtà e l'opera di sensibilizzazione richiede tempo. Soltanto dopo 5 o 6 anni di un simile impegno può scattare in quei soggetti la preparazione base, gli atteggiamenti di fondo per buttarsi in un campo politico esplicito. Lo stesso può valere per il discorso della pace e degli stranieri, su tematiche vicine alla sensibilità giovanile. Sono esperienze in chiave formativa al punto che un soggetto convinto acquisisce competenza ed atteggiamenti che può spendere in politica e non solo motivazioni e valori da spendere in ambito separato.

DIBATTITO

Molti soggetti che si impegnano nel volontariato avvertono la difficoltà di realizzare quei tipi di valori in cui credono nell'ambito istituzione, e preferiscono realtà in cui è possibile una maggiore trasparenza ed un maggiore impegno.

Galli:
Vorrei far notare che nella istituzione del volontariato c'è qualcosa di più di ciò che è stato rilevato. Faccio un esempio concreto: i problemi che abbiamo affrontato non li abbiamo semplicemente proposti secondo la nostra ottica all'interno delle istituzioni, ma sono stati prima discussi con le stesse parti e gruppi di interesse che potevano confluire; noi abbiamo discusso con i medici, con i sindacati e sapevamo che la nostra proposta, se fosse stata solo una proposta esprimente il nostro punto: di vista avrebbe poi comunque incontrato altre e differenti proposte. Abbiamo fatto, non dico una mediazione, ma cercato di elaborare una proposta in modo che arrivasse quanto più possibile mediata.

Garelli:
Se capita questo, se questo è l'iter, è un'esperienza politica. il volontariato se viene vissuto cosi è politico perché spingerà qualcuno ad assumersi le responsabilità politiche.

Pera:
E' un dato politico che spesso il volontariato supplisce alle carenze del sistema. Ritengo che un sistema complesso, per uscire dalla staticità sua propria, deve avere delle perturbazioni ed il volontariato è appunto una perturbazione. La sfiducia che si ha nelle istituzioni e nei partiti porta la gente ad aggregarsi, per esempio nel volontariato. E' corretto che ci sia poi una ricaduta nel politico, ma l'idealità deve sorreggere il lavoro di mediazione. Nel concreto delle cose ci si può misurare con le idealità; ad esempio la crisi delle ideologie ha consentito a persone di storia, cultura, provenienza diversa di sedere allo stesso tavolo e parlano ed agiscono poi nel territorio. Questa è una perturbazione perché sino a ieri i ruoli erano predeterminati da partiti ed istituzioni. Un secondo esempio è l'attività dei giovani che si aggregano per tenere viva la memoria storica dei deportati nei lager e questo ha impatto politico pur essendo volontariato puro. E' una fase indispensabile perché altrimenti la perturbazione del sistema non può avvenire se non in modo solamente casuale.

Garelli:
Questa estate sono stato ad un seminario internazionale in Perù. Vi ero andato con la preoccupazione del colera, ma il colera è il male minore del Perù, che si trova in una situazione spaventosa. In dieci anni la popolazione è passata da undici milioni a ventitré; il 65% della popolazione ha meno di 15 anni, Lima ha 7 milioni di abitanti, di cui almeno 5 milioni in favelas. Inoltre c'è la violenza di Sendero Luminoso con più di cinquemila uomini in armi e della polizia che è amara peggio. Il tema del seminario era sul volontariato internazionale; in Perù la chiesa ha un peso rilevante, c'è un'università cattolica con diecimila studenti dell'alta borghesia, c'è una sinistra frastagliata, c'è una associazione interna delle favelas, però non si ha una spinta, non si arriva alla rappresentanza politica. Anche in Italia c'è qualcosa che non quadra; c'è molto volontariato, c'è un'area cattolica vivace, ci sono segni positivi di tolleranza, di integrazione sociale però le istanze che ci sono alla base come la scontentezza, l'esigenza di maggiore razionalità, il desiderio di opporsi al clientelismo, non si concretizzano in responsabilità politica.
La chiesa ed il papa costituiscono oggi una funzione di riferimento sociale e rappresentano un richiamo etico in senso lato; ciò è fortemente enfatizzato dai mass media e riconosciuto dalla popolazione. La popolazione però fa parte del paese reale che arriva alla stessa conclusione dei mass media, ma per altre vie, non per loro diretto influsso. Il vero punto di riferimento sociale la chiesa l'ha nella realtà dì base, nelle parrocchie, nella capillare presenza, nei servizi socio-assistenziali, nel contatto della gente col personale religioso disponibile in alcune circostanze e che rappresenta dei punti di riferimento. Se la chiesa del sud si pone contro la camorra, a livello locale questo viene recepito. I richiami dei vescovi hanno poco peso, l'appello alla unità dei cattolici non condiziona il voto perché ormai siamo in una realtà disincantata da questo punto di vista. Oggi l'atteggiamento è molto selettivo anche verso la chiesa; si accetta la chiesa per alcune funzioni, ad esempio le si chiede di avere una funzione attiva contro la camorra e la mafia, ma poi non si accetta che si interessi di politica.

NB. Sintesi delle relazioni, tenute a Pallanza da Franco Garelli nei giorni 16-17 novembre 1991, non revisionate dal relatore

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