Culture diverse nell'Antico Testamento
sintesi della relazione di Rinaldo Fabris
Verbania Pallanza, 25-26 maggio 1991
I - PLURALITÀ E DIVERSITÀ CULTURALE NELLA STORIA DI ISRAELE
Nel Primo Testamento o Testamento ebraico vi è una lunga storia di culture che si incrociano, documentate nei libri che sono stati raccolti e riconosciuti come testi sacri dal mondo ebraico verso la fine del periodo precedente alla venuta di Gesù, il 2° e 3) secolo, anche se il canone è definito verso gli anni 85-90 all'accademia o assemblea di Jamnia nella riorganizzazione dell'ebraismo dopo il disastro storico e nazionale conosciuto come guerra del 70 d.C.
Una prima panoramica riguarda questa presenza e poi uno spaccato storico del rapporto tra l'identità culturale del popolo di Israele e gli altri popoli.
Una precisazione sul termine cultura. Tra le possibili accezioni ho scelto l'accezione antropologica: cultura intesa non solo come attività intellettuale o artistica, neppure solo come processo oggettivo di produzione e neppure la prospettiva ideologica come visione del mondo o sistema di valori; l'accezione antropologica è quella che abbraccia l'insieme e quindi sia l'aspetto etnico, che dell'attività produttiva, prende lo spunto da quanto il concilio Vaticano II dice in un testo della "Gaudium et spes" parlando del rapporto fede cultura tutto quello che riguarda l'attività dell'uomo in rapporto all'ambiente. "Con il termine generico di cultura si vogliono indicare tutti quei mezzi coi quali l'uomo affina ed esplica le molteplici sue doti di anima e di corpo; procura con la sua attività di ridurre in suo potere il cosmo stesso con la conoscenza e il lavoro, rende più umana la vita sociale sia nella famiglia che in tutta la società civile mediante il progresso del costume e delle istituzioni, infine con l'andar del tempo esprime e comunica e conserva nelle sue opere le grandi esperienze ed aspirazioni spirituali". Qui arriviamo al livello dei sistemi di valore e la cultura dotta delle biblioteche, dei musei ove sono conservati i tesori e i prodotti di esperienze espresse in forma di linguaggio o artistica. E conclude: "affinché possano servire il progresso di molti, anzi di tutto il genere umano" (1493), quindi i prodotti della cultura che vengono consegnati alle altre generazioni.
La cosa che colpisce di più nella storia del "popolo di Dio" (termine di accezione militare) è la varietà e l'incrocio di esperienze culturali. Non deve meravigliare la presenza di culture plurime tenendo presente la collocazione geopolitica e storica del popolo di Dio in questa fascia che collega il continente africano e l'asiatico. Da una parte c'è il mondo egiziano con la sua cultura e storia sviluppata lungo il corso del Nilo e dall'altra parte la cultura di due fiumi della Mesopotamia, l'ambito di comunicazioni costituito dal nord della Siria e più in alto l'Anatolia. Il corridoio di collegamento si affaccia sul Mediterraneo da una parte, ma comunica con tutto il mondo asiatico caratterizzato dalla tendenza dei popoli dell'altopiano iranico a spostarsi prima verso la piana e poi alle zone calde. I sogni di tutti i grandi imperatori che si sono succeduti nella piana dei due fiumi, da Sargon ad Ammurabi e poi gli Assiri, era quello di bagnarsi nelle acque calde del Mediterraneo.
Si svolge in un periodo di 1500 anni, dal II millennio fino al l'epoca cristiana, la storia densa di vicende drammatiche, collegata con la tendenza di queste potenze culturali e politico-militari a controllare questo corridoio.
1) LE ALTRE CULTURE
a) cultura nomadica
Una prima storia riguarda la cultura dei nomadi, poi quella dei contadini e poi urbana. La storia biblica, i testi poetici, storici e religiosi riflettono questi tre strati. Il più arcaico è quello nomadico dei pastori a cui succede quello contadino che caratterizzano la cultura e la mentalità di Israele. Da Alessandro Magno in poi con l'Ellenismo, la cultura urbana è presente in alcuni testi storici ed anche nella visione che hanno alcuni profeti e nei Salmi. In seguito altre esperienze si sono succedute e sono state o assimilate oppure Israele ha reagito ad esse con forme di differenziazione.
Per quanto riguarda la cultura dei nomadi o meglio seminomadi, la presenza nella eredità biblica è legata ad alcuni riti oltre che a modelli e modi di pensare. In particolare il rito della Pasqua deriva dal rito nomadico dell'agnello. I pastori prima di lasciare i ricoveri invernali ed iniziare il pascolo primaverile facevano un sacrificio propiziatorio alla divinità per tenere lontano i flagelli dal gregge. Questo è il senso presente ancora nel rituale ricostruito nel capitolo dodici del libro dell'Esodo con il riferimento al sangue dell'agnello che deve contraddistinguere le porte degli israeliti.
Gli stipiti delle porte sono già una trasposizione nella cultura contadina sedentaria perché all'origine si trattava di contrassegnare l'incrocio dei pali della tenda. Anche la ritua lità di mangiare in fretta l'agnello con il bastone in mano, cinti i fianchi, con le erbe, e l'impegno a non lasciare resti fanno parte della cultura del sacrificio dell'agnello fatto in primavera. Gli arabi lo conservano ancora oggi come rito di primavera che segna l'inizio della transumanza dopo l'inverno. La lettura religiosa assumerà questo rito dandogli un significato nuovo. Nella lettura cristiana l'agnello di Dio non è l'agnello pasquale quanto l'offerta del fedele Abramo di suo figlio. Poi vi è il rito di iniziazione di appartenenza ad un gruppo religioso etnico, la circoncisione, praticato in tutta la zona che va dall'Egitto fino al Canaan; anch'esso è stato assunto come fatto religioso.
b) cultura fenicio-cananaica
La dicitura non rispecchia termini scientifici perché la cultura fenicia non esiste, è un vocabolo greco che significa rosso. Il termine esatto è cananaica perché si tratta di cananei, commercianti della costa di una zona del Libano attuale. Essa è una cultura indigena. La fascia di terra che va dal Libano fino al Neghev, la penisola sinaitica, un corridoio tra la zona giordanica ed il Mediterraneo è la terra di Canaan. La lingua, elemento caratterizzante che segna un ambito ben definito rispetto ad altri gruppi culturali, è per gli ebrei il cananaico. La lingua ebraica è una variante della lingua cananaica parlata nel II millennio fino al tempo dei persiani in questa zona; è un semitico occidentale. La cultura di Canaan è essenzialmente contadina e commerciale mentre Israele non ha una cultura commerciale e solo la storia costringerà gli ebrei a diventare esperti nel commercio pur aborrendo il commercio; la condanna dell'usura rispecchia questa mentalità che considera un furto l'interesse. Il termine cananeo vuol dire commerciante, canà significa comprare nelle lingue semitiche. Dal modo cananaico Israele prende i modelli culturali legati alla terra. Gli ebrei venuti dal deserto si insediano prima nelle zone limitrofe alle terre coltivate e poi imparano le tecniche dì coltivazione e prendono il posto dei cananei e tutta la cultura contadina la assumono dal paese dove si insediano con i problemi che essa comporta per es. il culto della fecondità, delle fertilità. Nel mondo cananaico vigeva il culto della dea madre e della virilità che creò un dramma al popolo che veniva dal deserto. Da questo mondo essi presero le tre feste stagionali di cui resta traccia nel testo dell'Esodo dove al cap.23 si dice "tre volte all'anno farai festa in mio onore, osserverai la festa degli azzimi": prima di mangiare il pane fatto con la farina nuova si faceva una settimana di astinenza ed il pane veniva cotto senza lievito perché il lievito richiama la corruzione. Il termine greco che significa non lievitato è appunto azzimo, ma in ebraico si dice massót.
Continua il testo dicendo di osservare la festa della mietitura (qasir) che corrisponde alla nostra Pentecoste e poi la festa del raccolto in autunno. Sono le tre feste agricole. Il massòt viene poi collegato con la festa dell'agnello e diventa unica: si mangia l'agnello alla sera e poi per una settimana il pane azzimo. Dopo cinquanta giorni ricorre la festa del raccolto ('asif) poi la festa delle capanne (sukkòt) e in autunno la festa della vendemmia e della raccolta delle olive. Queste feste ritmano la vita del popolo di Dio, poi verranno caricate di significati religiosi come abbiamo fatto noi con le feste ebraiche: la cena ebraica è diventata la messa e i riti ai iniziazione sono diventati nuovi riti con un significato nuovo.
Oltre alle tre grandi feste abbiamo anche la nomenclatura religiosa. Il termine che forma un elemento di molti nomi, Gabriele oppure Michele, cioè la finale "ele" è un adattamento di "el" che era la particella di un nome teoforico, l'eroe di Dio: Gabriele, oppure chi è come Dio; El è il Dio supremo dei cananei. Gli ebrei entrati in questa terra hanno assunto il nome El.
Invece si è lasciato perdere l'altro termine Da 'al che vuol dire signore e verrà usato solo nei rapporti profani; le moglie in casa dice al marito daali, signore mio, espressione di cortesia, ma anche di dipendenza. Invece l'uso religioso viene condannato perché collegato con il rito della fertilità primaverile quando la terra riprende la fioritura grazie alle piogge, un rapporto di fecondazione che mima l'esperienza umana. Nel rito di morte e risurrezione, senza pensare a mutuazioni per il dogma cristiano, il linguaggio viene da questo mondo agricolo di morte e rinascita stagionale. Il dio Ba'al è collegato con i riti della fecondità. A Damasco, ad Aleppo o in altri musei del medioriente è immancabile la figura del Giove tonante o Giove pluvio. Ba'al è sempre raffigurato con la folgore perché è dio del tuono e della tempesta, non solo perché terribile e potente, ma perché è dio della pioggia, condizione per la vita dei contadini.
Il salmo 29 riprende questa letteratura cananaica e secondo alcuni è un antico inno a Ba'al trasferito in chiave religiosa; "Il Signore tuona sulle acque, potente è la voce del Signore" e descrive la tempesta che si scatena al nord e scende fino al deserto di Cades. E' interessante anche la struttura architettonica. Salomone fa venire maestranze da Tiro per la costruzione del tempio. In Siria, gli scavi di Ebla hanno scoperto i tre templi, sulla collina, sull'Acropoli, che hanno la struttura del tempio di Salomone come o descritto nella Bibbia. Il popolo nomade ebreo ha infatti appreso da cananei la tecnica edilizia, essi non sono esperti in architettura, né in iconografia per ragioni religiose, l'unica specificità distintiva di Israele è l'esperienza religiosa e nella parola diventeranno grandi maestri. Tutto ciò che sappiamo del mondo culturale ebraico è reso in quella forma di comunicazione molto fragile che è la lingua. Per fortuna il segno grafico ha conservato questa ricchezza.
c) culture mesopotamiche
Israele ha due vicini superpotenti, da una parte le culture mesopotamiche e dall'altra gli egiziani. Nella zona dei due fiumi si succedono, dal IV millennio fino al primo, popoli diversi.
I sumeri avviano il processo di urbanizzazione, le prime città stato si trovano al sud e poi saranno trasferite in Siria e di lì il modello di città, con tutte le culture urbane, passa nel medioriente. C'è una successione cronologica dai sumeri, agli assiri, ai babilonesi fino alla cultura di mediazione che è la cultura siriana. Oggi gli studi su Ebla hanno dimostrato che la Siria è una zona autonoma anche se è il collegamento tra il Canaan e il mondo mesopotanico, ed ha elaborato una sua propria cultura. Con questo mondo Israele vivrà un rapporto conflittuale perché i potenti vicini che sono una Minaccia diventano modelli di riferimento; usciti come gruppo originario dal mondo dei due fiumi con Abram, che viene da questa zona, resteranno legati con un cordone ombelicale a questa cultura mesopotamica, con le deportazioni, almeno quattro; noi ne conosciamo una, quella pià tragica del sesto secolo, ma un'altra si ebbe nell'ottavo e varie nel sesto secolo al tempo dei babilonesi. Le deportazioni che sono una esperienza traumatica, hanno costretto questo popolo a tornare alle proprie radici culturali della Mesopotamia. E' stata questa immersione forzata nella cultura mesopotamica che ha fatto ripensare le vecchie tradizioni; per esempio i miti delle origini, quello che noi chiamiamo racconto della creazione, e che è imparentato con i grandi miti teogonici della origine del mondo che si trova nel canto epopea di Ghilgamesh, della storia del diluvio, il problema vita e morte, la pianta della vita che l'eroe riesce ad avere dall'unico salvato dal diluvio e che gli viene strappata dal serpente. Nel momento in cui sono venute alla luce queste tavolette con i racconti di Ghildamesh, di Enuma Elish o l'Atrahasis - l'altro racconto teogonico - si pensò che la Bibbia non fosse che una riedizione ridotta per la terra di Canaan della grande cultura mesopotamica.
Quando si diffusero queste scoperte ebbe successo lo slogan "Bibel und Babel" che sintetizzava l'entusiasmo perché si pensava finalmente di avere chiarito quali erano le radici di questa storia religiosa che i cristiani ed ebrei leggevano nella raccolta dei libri sacri. Si deve riconoscere questo fondo culturale presante nei racconti iniziali della Genesi, ed in tutta la storia del popolo di Dio registrato nei libri storici, nei canti dei poeti, o nella riflessione dei sapienti e dei saggi si ritrovano queste radici del mondo mesopotamico. La legislazione di Hammurabi, ma anche l'aspetto sapienziale, il dramma e il lamento di Giobbe, ha i suoi precedenti in canti della zona mesopotamica; lo stesso vale per i salmi. Qualcuno resta sconcertato quando vede questa affinità ed è invece una esperienza consolante capire che la parola di Dio è immersa in questa cultura ed è nata dagli incroci e si può dire che è provvidenziale la testimonianza di questo piccolo popolo che attinge alle altre culture per quanto riguarda l'aspetto mate riale, quello politico, quel o tecnologico ed anche le formulazioni letterarie, il linguaggio religioso.
Si può continuare la lettura del rapporto tra Bibbia e culture mesopotamiche considerando la iconografia dei cherubini, come si trova in Isaia al cap.6 e nel racconto di vocazione di Ezechiele, figure in cui si concentrano i quattro aspetti del mondo vivente, l'essere umano, il vitello, l'aquila e il leone. Il cherubino non è altro che il Karibu (radice identica di cherubino) che si trova raffigurato alle porte dei palazzi ora non più nella terra dei due fiumi, ma a Berlino, 21 British Museum, oppure a Istanbul perché i resti sono stati esportati prima dai dominatori ottomani e poi dai colonialisti. La figura del Karibu viene ripresa nell'Apocalisse quando si parla dei quattro viventi.
d) cultura egiziana
Secondo alcuni il periodo di presenza ebraica nel mondo egiziano è stato non solo di schiavitù ma anche di arricchimento religioso-culturale. Il fenomeno della fede monoteistica non si spiega solo con un rapporto culturale perché l'idea di un dio supremo si trova in gran parte delle culture, anche in Canaan il dio El è il dio supremo, così nel mondo mesopotamico e greco-romano.
L'idea di un'unica fonte del mondo divino è presente nel mondo egiziano, probabilmente anche in funzione politica, nella tendenza a unificare i diversi distretti dell'Egitto, i due regni, l'alto e il basso Egitto in conflitto permanente; l'idea di un dio unico identificato con la fonte di energia che condiziona la vita, il sole, Achenaton, nome nuovo che viene dato al faraone, probabilmente è il punto di arrivo di questo sforzo di unificazione.
Il Salmo 104 che è un bellissimo canto alla creazione, in realtà è mutuato per molti aspetti dagli inni al dio Sole del mondo egiziano "benedici il Signore anima mia, Signore mio, Dio quanto sei grande, rivestito di maestà e di splendore, avvolto di luce come in un manto tu stendi il cielo", "sorge il sole, si ritirano le bestie, si accovacciano nelle loro tane, allora l'uomo esce al suo lavoro, alla sua fatica fino a sera".
Dal mondo egiziano la religione ebraica riprenderà soprattutto gli elementi sapienziali, ma'at.
Ci sono un paio di capitoli del libro dei Proverbi che sono identici alla sapienza di Amenemope IX-VIII secolo (Proverbi 22,17-24,22). Oltre a questo c'è la concezione dello stato, l'amministrazione, per i probabili rapporti tra la corte salomonica e il mondo egiziano dal momento che Salomone ha sposato una figlia del Faraone e l'attività amministrativa, con la formazione di diplomatici, è avvenuta sotto l'influsso del mondo egiziano. La storia dell'uscita dall'Egitto non è solo un ricordo del passato, ma riguarda un rapporto permanente anche se conflittuale, perché il piccolo stato di Israele organizzato come monarchia dall'epoca di Davide in poi, ha tentato di conservare la propria autonomia e indipendenza, ma questo non ha impedito non solo le relazioni commerciali ed economiche, ma che tutta la tecnica amministrativa, la capacità di organizzazione dello stato venisse ripresa dal mondo egiziano. E' interessante che l'organizzatore della religione ebraica porti un nome egiziano, Moses, che vuol dire figlio.
e) cultura hittita
Ci sono alcune frange. Nella terra di Canaan sono presenti gli hettei che vengono citati nella Bibbia. La scoperta di documenti in Anatolia ha portato alla luce il modello dell'alleanza. Noi, siamo abituati a parlare di testamento, alleanza, patto; sono termini presi dal mondo dei rapporti internazionali. Lo scontro tra il faraone e gli hittiti per il controllo del corridoio caldo del territorio cananaico, sfocia in un accordo o trattato. Vi è anche l'esempio di un patto tra il re degli hittiti ed i vassalli in Siria con alcune clausole che seguono uno schema analogo a quello del libro dell'Esodo sui comandamenti: io sono il Signore Dio tuo. Comincia così il trattato di Mursidis: io il re sole - titolo protocollare della corte hittita - ti ho liberato, ti ho salvato dunque tu mi amerai (non come termine affettivo, sentimentale, ma impegno a restare fedele al re, dare acqua, foraggio e alimenti all'esercito). La struttura dei comandamenti è la stessa: amerai il Signore Dio tuo; sono le clausole del rapporto con Dio. Questo non spiega niente; ma quando occorrono le parole della comunicazione umana, nessuna meraviglia nel trovare non solo i vocaboli aramaico, cananaico o ebreo, ma anche i modi di stabilire i rapporti e quindi anche i rapporti con la divinità. Questa è l'incarnazione della parola, il riprendere i modelli culturali dell'epoca. Sarebbero state evitate tante confusioni, trovando l'antidoto al fondamentalismo che diventa copertura all'aggressività umana, nella conoscenza di questo radicamento culturale molteplice e pluralistico della parola di Dio nella terra dove è nata. Questa è probabilmente la serietà dell'incarnazione, non una incursione rapida di Dio nel nostro mondo, ma un lento germogliare attraverso parole umane. Come distinguerlo? E' possibile, ma il diaframma tra il parlare degli esseri umani e la parola di Dio è molto tenue.
f) cultura persiana
E' il periodo dell'esilio, il polo viene deportato e mantiene rapporti anche dopo il ritorno con la cultura dei persiani. In queste zone si è sviluppata una visione dualistica del mondo. Due elementi soprattutto caratterizzano l'influsso persiano, l'idea di risurrezione e il concetto di angeli e demoni. Il proliferare di angeli, figure intermedie tra il mondo di Dio e il mondo umano si trova nei testi successivi all'esilio, dopo il contatto con il mondo persiano.
Anche l'idea di risurrezione nel senso pieno che si trova nel libro dei Maccabei e nel libro di Daniele, come formulazione, viene dal mondo persiano.
Anche l'idea di una fine e di un giudizio finale è ripresa dalla religione di Zarathustra. C'è stata dunque una influenza persiana in alcuni testi, nel modo di esprimersi e in correnti del mondo biblico.
g) cultura greco-ellenistica, IV-II secolo a.c.
Siamo alle soglie dell'era cristiana. Con Alessandro la lingua greca diventa non solo la lingua dell'amministrazione, ma della diffusione di un nuovo modo di pensare.
L'ellenismo è un fatto eccezionale nella storia dell'umanità perché il modo di pensare del mondo greco viene veicolato attraverso questa lingua internazionale legata a fattori politico-militari di Alessandro e portati ai popoli di altre culture.
In questo rimescolamento culturale si viene a trovare coinvolto anche il piccolo popolo di Israele. Negli ultimi libri si trova l'influenza ellenistica in un rapporto sempre di odio e amore. Il rapporto con le culture infatti non è indolore, è come un parto, è una gestazione faticosa perché venga fuori un equilibrio nuovo. C'è l'aspetto di rispetto, di autodifesa e poi l'assimilazione o il ripensamento di alcuni elementi. Riguardo all'ellenismo c'è la lotta che non è solo ideale e culturale, ma anche armata del gruppo di resistenti di famiglia sacerdotale che fanno capo alla famiglia di Malachia e poi di Giuda chiamato il Maccabeo. La lotta dei Maccabei è lotta di resistenza, nel II secolo, contro l'omogeneizzazione, l'imposizione dei costumi dell'ellenismo. Il libro dei Maccabei, scritto in aramaico è stato tradotto in greco; la lingua dei dominatori era anche uno strumento di difesa, non solo una minaccia che poteva espropriare della propria lingua e cultura. L'ultimo libro accolto nel canone cristiano, il libro della Sapienza è scritto in greco e usa i termini greci per trascrivere le concezioni e le tradizioni ebraiche. Nel libro della Sapienza l'idea della vita eterna o della morte viene espressa con il linguaggio caratteristico del mondo greco, il linguaggio di Platone; l'anima indistruttibile, l'elemento spirituale e immortale è estraneo alla cultura dell'antropologia ebraica che pensa l'essere umano in modo unitario e non può parlare di immortalità se non come reintegrazione di tutto l'essere. Si usa il termine incorruzione, immortalità per parlare della vita dei giusti, con termini e concezioni ripresi dai greci. Lo stesso vale per l'autore del libro chiamato Siracide nella lingua greco-latina, Gesù ben Sirah che ripensa alle pagine della Genesi secondo il modello della libertà, della conoscenza del mondo greco-ellenistico nei cap.15 e 17 del libro del Siracide. Anche il libero pensatore della Bibbia il Qohelet ha attinto da questa cultura.
2) L'IDENTITÀ CULTURALE DI ISRAELE IN RAPPORTO CON LE ALTRE CULTURE
a) Un testo poetico del Deuteronomio pone in termini espliciti il rapporto tra Israele e gli altri popoli. Il rapporto è conflittuale, l'interferenza è avvertita come una minaccia, ma per vivere in quella terra percorsa dagli eserciti, dalle carovane del commercio, che comunicano beni materiali, ma anche i modi di pensare spesso in tensione con la identità religiosa e culturale di Israele, si devono stabilire rapporti con l'ambiente. Dice il testo del Deuteronomio 32,8-9, in una riflessione religiosa: "quando l'Altissimo divideva i popoli, quando disperdeva i figli dell'uomo. Egli stabilì i confini delle genti secondo il numero gli israeliti (dice il testo ebraico "secondo il numero dei figli di Dio, che sono gli angeli, perché ogni popolo ha il suo angelo che lo protegge, destinato a identificare l'etnia culturale), poiché porzione del Signore è il suo popolo, Giacobbe è sua eredità". In mezzo ai popoli (che sono settanta, secondo l'elenco di Genesi, 10) Israele è la porzione che appartiene a Dio. E' il cantico di Mosè, un testo arcaico anche se inscritto in un libro tardivo.
b) Questo piccolo gruppo non ha un potere politico, non ha identità, ma ha un credo, un rapporto con Dio e si definirà, dal mille in poi, dall'epoca monarchica con questa formula "il popolo di Dio", originariamente "cam Jhwh", era l'esercito, o popolo in armi convocato dal re, poi questa terminologia militare, politica e amministrativa è stata trasferita per indicare il popolo religioso e il gruppo, l'assemblea sacra. Anche il termine Israele è religioso perché è il nome dato a Giacobbe, colui che ha visto Dio, per indicare questa organizzazione con una identità di natura religiosa, questa fede nel Dio unico, che pure c'è anche in Egitto, in Mesopotamia, in Canaan come dio supremo, ma in una sensibilità religiosa per cui tutti gli altri elementi spariscono.
c) Israele non si identifica come popolo di contadini o di pastori, non militare perché l'esercito non avrà più un ruolo, una storia militare perché dopo Davide e Salomone sarà tutto un disastro
di invasioni e deportazioni; resta la maniera di pensare il suo rapporto con Dio.
Circa il rapporto tra questo popolo e gli altri popoli sono tre possibili ipotesi :
1-Conflitto-opposizione. In alcuni momenti Israele ha tentato di chiudersi a riccio in autodifesa, scomunicando tutti gli altri popoli che sono idolatri, perduti.
2-Assimilazione, avvertita come rischio; essa si è già verificata dal II millennio in poi; assimilazione ai cananei e alla grande cultura egemone. Assimilazione però anche sotto un altro aspetto, il fare propaganda in modo da diffondere il credo religioso ebraico presso gli altri popoli che diventeranno un unico popolo di Dio; è il problema della missione e questa sarà la linea seguita dal movimento cristiano che invece di identificarsi come gruppo separato parte alla evangelizzazione.
Questo pone dei problemi, l'espansione che avrà una grande fortuna sotto il profilo militare, economico e politico con l'Islam, obbedisce allo stesso impulso, il problema religioso di conquista, di esportazione. Israele ha vissuto un periodo di missione, dopo l'esilio con la disseminazione dei gruppi ebraici, in tutta la zona del Medioriente, dalla Mesopotamia all'Egitto. Il libro della Sapienza è nato in terra di missione, in un tentativo di dialogo culturale con l'ambiente in difesa della minoranza ebraica, per impedire che i giovani lascino la sinagoga per andare al gymnasio e alle attività sportive che erano concorrenti e nello stesso tempo utilizzando gli strumenti di comunicazione del mondo ellenistico.
3-Scambio. E' la sfida del rapporto con la fede ebraica sulla quale si innesta poi l'esperienza cristiana.
II - STRANIERI E DIVERSI NEI LIBRI STORICI DELL'ANTICO TESTAMENTO
La parola di Dio e la fede nel Dio dei padri è maturata lentamente; la parola di Dio non solo è maturata dentro le parole umane, ma non aveva altra possibilità di esprimersi se non attraverso la maniera umana di parlare. Il Concilio Vaticano II, la "Dei Verbum" dice: "Dio parla a noi nella Bibbia per mezzo di uomini e alla maniera umana", ma è una informazione puramente teorica per chi percorre con attenzione le tracce della presenza culturale dei popoli, religioni, nazioni nella Bibbia. La questione più delicata non è tanto l'intreccio dei rapporti, quanto il rapporto di Israele come popolo di Dio che ha la sua specificità religiosa più che etnica e culturale, anzi sotto questo profilo è solo una porzione del mondo cananaico, appartiene al gruppo semitico occidentale. Invece l'elemento religioso definisce Israele, ma è anche ragione di conflitto e di tensioni.
Il rapporto di Israele con gli stranieri o i diversi (anche all'interno del popolo di Israele vi è tensione con l'elemento non assimilabile o avvertito come estraneo). La prima cosa da esaminare in una ricerca che prenda come documento base il canone delle scritture ebraiche è il linguaggio. L'esame dei termini adoperati nella Bibbia per parlare di stranieri e dei diversi ci aiuta a formulare questo rapporto di Israele con gli altri. Si identificano tre gruppi di vocaboli o campi semantici:
a)la prima è zàr /zarim che compare una settantina di volte nei testi biblici complessivi ed indica lo straniero in senso etnico politico, colui che non appartiene alla comunità definita per la sua struttura amministrativa e nei rapporti economici e sociali; è il non israelita e in questa categoria rientrano tutti gli altri popoli chiamati "le nazioni". C'è anche il termine "goim" utilizzato in senso religioso di "non credenti". Qui in vece c'è la diversità etnico-culturale. Nella tradizione sacerdotale, che ha redatto il libro del Levitico e ha rivisto gli altri libri del Pentateuco, zar: zarim sono i non addetti al culto, i "laici": laici deriva dall'Antico Testamento. Clemente Romano, autore di una lettera scritta alla comunità di Corinto, riferendosi al popolo di Dio della prima alleanza, parla di sacerdoti, di leviti, addetti al culto di primo e secondo grado, e poi di non addetti, ed usa il termine laikos, i laici, non addetti ai lavori. Anche nella nomenclatura successiva c'è il clero, i chierici, che sono gli acculturati, ed i laici sono i non addetti.
b)Il secondo vocabolo è nekar/nokrì (plurale), meno usato rispettivamente 45 e 36 volte): è l'estraneo al gruppo sociale, visto come una minaccia, pericoloso, verso cui c'è un primo atteggiamento di rifiuto e successivamente c'è un processo di integrazione per motivi di carattere economico-sociale. Si avverte il bisogno di controllare questa presenza minacciosa sul territorio integrandola. Nel libro dei Proverbi si mette in guardia il giovane che incomincia a fare le esperienze nei confronti della prostituta, nel cap.7, la prostituta è chiamata la straniera; è un termine anche presente nel mondo greco: eteroi. L'ideale di un padre, di una madre o di un maestro è quello di dare al giovane la scelta di una donna del suo clan, del suo gruppo etnico culturale. Il vero conflitto con lo straniero, il diverso in termini culturali è il problema della relazione parentale e matrimoniale.
L'integrazione avverrà quando incomincia la relazione sponsale.
c) ghèr (92 volte): è l'ospite. E' lo straniero residente per il quale si prevede uno statuto regolamentato. E' il forestiero che viene assimilato al povero, all'orfano, alla vedova, cioè figura debole che viene protetta. Alla fine lo straniero residente è pienamente integrato al popolo di Dio al punto che può partecipare al culto, alla Pasqua e alla vita di famiglia ed è soggetto alle leggi del popolo di Dio.
Il rapporto che si conclude con l'integrazione non è l'ideale; il problema è di creare una relazione con l'altro nella sua diversità. E' una questione molto attuale nel nostro contesto di grande mobilità e di rapporti continuamente rimescolati. Anche nel mondo antico vi erano grandi ondate migratorie che sconvolgevano la politica e la geografia sociale e culturale di intere regioni, ma non paragonabili alla mobilità e possibilità di scambio del nostro ambiente.
Abramo e Mosé
Vi sono nella Bibbia alcune figure che diventano il modello per gli stranieri. Due personaggi rappresentativi della storia ebraica, Abramo e Mosè sono stranieri. Abramo lascia il suo paese, la sua patria, la casa di suo padre e diventa emigrante, straniero in una terra che ha solo ricevuto in promessa, ma della quale possederà soltanto il sepolcro per sé e la sua sposa Sara, il sepolcro di famiglia che è una specie di garanzia o anticipazione del possesso della terra. Su quella terra lui sarà straniero, nomade, seminomade che sposta le tende da un pozzo all'altro. Simile è la figura di Mosè che lascia la terra di Egitto e diventa ospite, straniero presso i madianiti dove troverà la sposa Zipora e avrà un figlio, oltre agli altri, di nome Gherson, "gero son", figlio straniero, colui che vive nella diaspora, nella dispersione.
Dunque Abramo e Mosè sono figure ideali degli itineranti, degli stranieri che vivono lo statuto di sradicati che cercano un giusto rapporto in una cultura o gruppo sociale ed etnico che non è il proprio.
Lo stesso vale per Israele in Egitto, Israele deportato. All'interno del popolo di Dio c'è un gruppo che vive stabilmente la condizione dello straniero, del non integrato, del non assimilato, sono i leviti che non hanno una propria terra, ma sono ospiti presso gli altri israeliti. Secondo alcuni anche la figura dei presbiteri nella condizione della chiesa è assimilata a quella dell'ospite. Il termine parroco viene da "paroicos" che è colui che è vicino alla casa, l'avventizio, non lo stabile residente, ma una specie di itinerante. Il problema è quello religioso del diverso nel mondo biblico.
Babele
Quali sono le regioni storiche e quali sono i criteri utilizzati nella Bibbia per valutare il rapporto tra il popolo di Dio identificato dal rapporto religioso con l'unico Signore e gli altri popoli? Partiamo da una pagina famosa per la rilettura cristiana fatta a Pentecoste, la storia della torre di Babele, della dispersione che pone fin dall'inizio la questione della diversità linguistica, elemento caratterizzante dei gruppi culturali. La storia di proliferazione del peccato, il peccato delle origini, culmina con la dispersione dei popoli dove la diversità linguistica viene fatta risalire a una specie di sanzione divina nei confronti del tentativo umano di coalizzarsi per fare una città stato dove si parla una sola lingua. Per capire questa pagina biblica, cap.11,1-9 del libro della Genesi, dobbiamo considerare il capitolo precedente successivo alla storia del diluvio raccontata nel cap.6, 7, 8, 9 della Genesi, diluvio che è la edizione cosmica del peccato primordiale, la corruzione dell'umanità a causa della violenza trascina con sè anche la catastrofe cosmica; il diluvio è collegato con la violenza umana. Dopo il diluvio i tre figli di Noè: Sem, Cam e Jafet, identificati con i tre gruppi etnico-culturali, diventano i capostipiti dei settanta popoli. Nel cap.10 c'è la tavola dei popoli che è una specie di sintesi geopolitica-culturale del periodo monarchico, dell'epoca di Davide o Salomone quando è stato stilato questa specie di catasto, o elenco-mappa dei popoli, ma il termine ebrei è ancora inspiegato, non si sa da dove deriva, sembra che sia da collegarsi non con un capostipite personaggio preciso, ma con un nome dato ai seminomadi, gli apiru delle iscrizioni egiziane. Apiru é il vocabolo usato per indicare i popoli marginali, pericolosi che vivono ai confini e fanno incursioni. Corrisponde più o meno ai nostri zingari o rom; non è un indicativo linguistico o etnico, quanto sociale, indica un gruppo non integrato con i sedentari.
Nella tavola dei popoli successiva alla storia del diluvio, col quale riprende l'atto creativo di Dio e la sua azione per ripopolare la terra, il capitolo si conclude con questa indicazione: al v.5 cap.10 "da costoro derivano le nazioni disperse per le isole nei loro territori ciascuno secondo la propria lingua, le loro famiglie, nelle loro nazioni".
Corrisponde al disegno di Dio creatore, dopo il caos, la catastrofe del diluvio, che le varie famiglie dei popoli abitino le regioni con la propria identità etnico-culturale. La diversità linguistica risale alla volontà di Dio. Si conclude il cap.10 con la nota riassuntiva: "questi sono i figli di Sem (a cui appartengono anche gli ebrei) secondo le loro famiglie, le loro lingue, nei loro territori, secondo i loro popoli. Queste furono le famiglie dei figli di Noè secondo le loro generazioni e i loro popoli. Da costoro si dispersero le nazioni su tutta la terra dopo il diluvio". Dunque si parla di abitare tutta la terra nella diversità, questa è una visione ideale. Al cap.11 incomincia il racconto della torre di Babele, con una frase programmatica. Sono nove versetti, il testo arcaico fa riferimento alle torri del tempio che erano simbolo della città stato, soprattutto la famosa torre santuario di Babel, la capitale dell'impero babilonese. "Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole, sembra una condizione ottimale e tale era il sogno di tutti i grandi imperatori. Quando Sargon descrive le sue vittorie e le sue conquiste militari e politiche dichiara: tutti i popoli parlano una sola lingua; lingua vuoi dire identità culturale, uniformità. E' la fine della diversità culturale che è una ricchezza e risale alla iniziativa di Dio che fa ripartire la storia dell'umanità dopo il diluvio, e ognuno abita una regione secondo la propria identità. L'autore ha sfruttato l'assonanza fra la parola Babele che nella lingua mesopotamica vuol dire "porta di Dio", e la parola babel della lingua ebraica che vuol dire confusione e collega la diversità linguistica con questo tentativo di dare la scalata al cielo e costituirsi in un popolo unico. Questo piccolo quadro che utilizza racconti popolari, ricordi di grandi imperi, della pianificazione della uniformità linguistica in funzione di un potere politico dice subito come la visione religiosa nata dalla fede in Dio creatore, la diversità, la pluralità culturale e linguistica fa parte del progetto creativo di Dio. Il contrario è il tentativo di creare una uniformità nell'appiattimento linguistico culturale, L'unità non deve avvenire con la omogeneizzazione, ma nella diversità. Il progetto di Dio è quello di convocare di nuovo i popoli attraverso l'obbediente Abram. Dio gli assicura in futuro un nome facendolo padre di molti popoli. Resta aperto il problema di come i popoli possano formare una unità senza cadere nella tentazione del peccato primordiale in edizione politica realizzato dai grandi imperi mesopotamici o da altri imperi che si sono succeduti; infatti l'ideale delle superpotenze dal mondo mesopotamico, ai persiani, agli ellenisti di Alessandro fino ai romani, è la grande potenza che impone un unico modello culturale. Anche nel Sacro romano impero si può rilevare questa tendenza. La confusione non nasce dalla diversità, ma dalla mancanza di una unità profonda dove la lingua non è più strumento di comunicazione e la diversità culturale diventa opposizione e conflitto e non invece ricchezza che può risalire al progetto creatore.
la diversità nell'unità
Affrontiamo il problema di come il popolo di Dio pensa il suo rapporto con gli altri popoli. Questo quadro è una specie di grande cornice teologica della diversità come parte del progetto creatore di Dio in alternativa ad un potere totalitario che pianifica le culture. C'è la soluzione che salvi la diversità nell'unità? Passiamo in rassegna alcune fasi della riflessione biblica. La prima è quella deuteronomista. E' utile per noi ripensare un momento al rapporto Israele-popoli come lo ha pensato questo testo, questa grande corrente culturale che ha influenzato parte del Pentateuco e i libri storici: il libro dei re, il I e Il Samuele e che rappresenta la fase culturale della riflessione religiosa ebraica, del VII secolo fino al V-IV cioè fino a dopo l'esilio quando viene pubblicato il libro del Deuteronomio e vengono rivisti i libri storici.
l'intolleranza religiosa
L'idea del fondamentalismo come intolleranza religiosa è da collegarsi con la scuola deuteronomistica. Alcune espressioni del cap.7 del Deuteronomio mostrano l'influenza di questo modello ove si riporta uno spezzone del discorso di Mo-sè idealmente tenuto al popolo prima di entrare nella terra promessa. Mosè alle soglie del Giordano richiama le condizioni: "Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese di cui vai a prendere possesso e ne avrai scacciato davanti a te molte nazioni, gli ittiti, i gergesri, gli amorrei, i perizziti, gli evei, i cananei e gebusei, sette nazioni più grandi e più potenti di te". Il piccolo popolo con complesso di inferiorità che non ha una statura economica, nè militare e politica per contrastare le grandi nazioni, si appella a Dio e con la potenza di Dio può imporsi agli altri popoli "non per la forza del mio braccio, non per I spada, ma nel nome del Signore abbiamo vinto". E' pericolosa questa ideologia in quanto identifica un gruppo con la superpotenza. Il testo continua "quando il Signore tuo Dio le avrà messo in tuo potere e le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio. Non fare con esse alleanza, né farai loro grazia, non ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché allontanerebbero i tuoi figli da me per farli seguire i loro dei e l'ira del Signore si accenderebbe contro di voi e ben presto vi distruggerebbero". Il motivo della separazione è l'identità religiosa, per conservarsi come popolo che aderisce al Dio unico e non farsi trascinare nella idolatria dei popoli indigeni occorre una barriera. "Ma voi vi comporterete così, demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco i loro idoli. Sei stato consacrato dal Signore tuo Dio che ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra". (Anche per noi si pone il rapporto con le altre culture cioè i sistemi di valore, di credenze. Il rapporto con il diverso non è lo scambio di informazioni, ma è legato a questi due elementi che definiscono la realtà nelle relazioni con gli altri). La conclusione è: Signore vi ha scelti non perché siete numerosi, sei il più piccolo fra tutti i popoli ma perché il Signore ti ama; sterminerai tutti i popoli che il Signore tuo Dio sta per consegnare a te, il tuo occhio non li compianga, non servire i loro dei perché ciò è una trappola per te". Deut. cap.7,1-16.
Nel VII secolo il re Giosia prende lo spunto dal ritrovamento di un rotolo manoscritto nel tempio per dare avvio ad una riforma religiosa di accentramento. Giosia, re di Giuda, elimina tutti i santuari locali con i sacerdoti ed il solo santuario che resta vuole corrispondere al solo Dio con un solo popolo. Tutti devono andare a Gerusalemme: è un accentramento in funzione di un progetto di riconquista del Nord. Giosia ha bisogno di un popolo unito per rioccuperare il Nord di Israele. Questa visione verrà ripresa al tempo dell'esilio quando il testo verrà edito in forma definitiva, poiché si avverte una minaccia del popolo disperso che deve ritrovare l'identità e l'ideologia deuteronomistica della elezione, della rottura con gli stranieri, trappola per la fedeltà religiosa. Questo discorso, fondamentale per capire l'intolleranza e i fanatismi, si può completare con la lettura di Esdra, il sacerdote scriba che impone la rottura dei matrimoni misti. Al ritorno dall'esilio nel 538 con l'editto di Ciro, molte famiglie anche benestanti rientrano con Esdra per ricompattare questa comunità che ha problemi perché vi sono conflitti con quelli che sono rimasti in Palestina ed hanno occupato le loro terre, le loro case e avanzano le loro rivendicazioni. Esdra impone la rottura dei matrimoni misti ritenendo che tutti gli elementi stranieri devono essere espulsi perché impediscono la coesione di una comunità dove religione ed etnia e cultura coincidono. Cap.9 di Esdra. "Terminate queste cose sono venuti alcuni capi di Israele per dirmi: il popolo di Israele, i sacerdoti e i leviti non si sono separati dalle popolazioni locali nonostante i loro abomini, ma hanno preso in moglie le loro figlie per sé e per i loro figli così hanno profanato la stirpe santa con popolazioni locali"; è una ripresa del principio dal Deuteronomio "non darai le tue figlie..." C'è un riferimento esplicito: "abbiamo abbandonato i tuoi comandi che avevi dato per mezzo dei profeti dicendo: il paese di cui andate a prendere possesso è un paese immondo per immondezza dei popoli indigeni." La spiegazione di questa intolleranza fanatica è storica, culturale e politica; la funzione ideologica del popolo unificato sul tema religioso sotto Giosia, ed il progetto di Esdra di ricompattare il popolo dopo l'esilio eliminando tutti gli elementi di disturbo che possono favorire assimilazione con i popoli indigeni.
Dio protettore degli stranieri
Concludiamo questo capitolo con un accenno alla piccola storia conservata nella raccolta dei libri sacri, probabilmente in polemica con questa linea integrista. E' il libro di Rut che parla di una straniera integrata nel popolo di Dio. Il meraviglioso della storia biblica è che accanto alla intolleranza coesistono aperture che possono controbilanciare. La storia di Rut è inserita alla fine del libro dei Giudici e prima del libro di Samuele; è la storia di una straniera moabita che sceglie di abbandonare il suo popolo, dopo la morte del marito per seguire la suocera Noemi "il tuo Dio sarà il mio Dio, dove vivrai tu vivrò anch'io, dove sarai tu sepolta sarò sepolta anch'io". Sono due donne sole, senza i mariti; Rut per diritto matrimoniale viene sposata ad un parente, Booz, di Betlemme e diventerà una antenata della stirpe di Davide, menzionata poi nel libro di Matteo, antenata del Messia, una straniera nel popolo di Dio. Contro il divieto dei matrimoni misti c'è la voce di un altro autore che considera Rut membro del popolo di Dio e sceglie la linea della solidarietà in uno stato di miseria con la suocera che non ha più nessuno.
La parte conclusiva affronta la nuova immagine di Dio che potrebbe controbilanciare la interpretazione integrista ed intollerante: Dio protettore degli stranieri. Probabilmente è la categoria dell'esodo che serve a ripensare la situazione degli stranieri nel popolo di Dio. Il popolo ebraico come identità religiosa è nato essendo minoranza, straniero, oppresso, perseguitato, minacciato di sterminio nell'ambiente egiziano. E' in questo stato di pericolo che ha scoperto il volto di Dio "il Signore ascoltò il loro grido e guardò, se ne prese pensiero". E' questa immagine originaria che accompagna la coscienza del popolo. Lo straniero come figura debole, esposta a tutti i possibili ricatti, a minacce, richiama la storia del popolo nato come popolo di Dio nello stato di oppressione. Nella raccolta di leggi a favore degli stranieri la motivazione è sempre quella dell'Esodo. Vi sono due testi esemplificativi di carattere legislativo: nel libro dell'Esodo, cap.22,20 e ss. si dice: "non molesterai il forestiero né lo opprimerai perché voi siete stati stranieri nel paese di Egitto". Qui il forestiero non è l'indigeno con la sua religione che può diventare una minaccia, coi suoi idoli e culti agrari e naturistici, ma è il debole, l'esposto, la figura sociale non protetta.
Dio si fa garante dello straniero perché è il Dio degli oppressi; oggi è colui che continua a fare una storia di esodo con gli stranieri nella terra di Canaan, subito dopo si richiama il quadro dell'Esodo "non maltratterai l'orfano e la vedova, se tu la maltratti quando invocherà da me aiuto io ascolterò il suo grido". Questa immagine viene ripresa in un testo del codice di santità, il codice sacerdotale del libro del Levitico al cap.19 laddove si trova la sintesi etica ripresa dai cristiani: amerai il prossimo tuo come te stesso. Prossimo è il membro del popolo appartenente allo stesso gruppo etnico-religiosa, prossimo oppure fratello; il testo di Levitico 19 dice: "non conserverai odio contro tuo fratello, non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso, io sono il Signore", il testo incominciava: siate santi perché io sono santo; la santità si vive attraverso questa prassi di solidarietà, nei confronti dei fratelli che sono membri della comunità. Ora lo straniero viene assimilato al prossimo.
Levitico 19,33-34 "quando un forestiero dimorerà presso di voi nel vostro paese non gli farete torto, il forestiero dimorante tra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi, tu lo amerai come te stesso". Lo straniero è perfettamente assimilato al fratello membro dell'alleanza. Qui vi è un altro schema interpretativo, è il modello dell'Esodo dove Dio ha costituito un popolo partendo da un gruppo di stranieri oppressi. Ora il destinatario di questa attenzione di amore di Dio è lo straniero in mezzo ad Israele. Il motivo: "perché anche voi siete stati stranieri nel paese di Egitto, io sono il Signore vostro Dio", non perché voi avete dei diritti, ma perché io vi ho scelti per compassione, per amore. La gratuità dell'agire di Dio fonda lo statuto di Israele, ma questo dà diritto a tutti quelli che sono stranieri deboli ed esposti, a partecipare dello statuto di popolo che prende avvio da questa iniziativa di Dio.
Ritroviamo questa giustificazione o motivo nel Deuteronomio, nel testo di grande apertura ed umanità del cap.24. Il Deuteronomio reca l'ideologia della elezione, al tempo di Giosia, della concentrazione ed unificazione per motivi politico-militari, la riconquista del Nord, il ritrovare la propria identità utilizzando lo schema della separazione; ebbene nel Deuteronomio si ritrovano anche altri elementi a favore degli stranieri assimilati ai poveri. Nel cap.24, nella serie di disposizioni a favore dei deboli si dice al verso 7: "non ledere il diritto dello straniero e dell'orfano, non prenderai in pegno la veste della vedova, ma ti ricorderai che sei stato schiavo in Egitto e che di là ti ha liberato il Signore tuo Dio, perciò ti comando di fare questa cosa"; il motivo è l'agire libero, gratuito di Dio che ha portato fuori gli ebrei stranieri dalla schiavitù, perciò Dio stesso si fa garante del diritto dello straniero nella terra del popolo di Dio.
Possiamo concludere qui la ricerca sulla questione degli israeliti in rapporto agli stranieri. Vedremo poi il rapporto con coloro che stanno al di fuori ed i motivi che porteranno ad una visione ecumenica che potrebbe valorizzare la diversità cercando di sfuggire alla doppia tentazione della assimilazione e della scomunica: l'integrazione che fa sparire la diversità oppure la rottura con il diverso per conservare la propria identità. Tra questi due estremi è possibile una soluzione intravista nella riflessione dei profe ti ed in parte dei sapienti. E' questa linea che potrebbe stare nello sfondo dell'esperienza della prima chiesa che nella Pentecoste sviluppa il quadro di Genesi, ma rovesciato: le culture, le lingue che valorizzano le diversità; la possibilità di capirsi nelle altre lingue, nelle altre culture è l'elemento nuovo intuito da Luca e posto come programma del rapporto del popolo di Dio fondato sul dono dello Spirito e le altre culture. Un altro elemento per quanto riguarda lo straniero che diventa protetto da Dio, figura nella quale noi incontriamo Dio, è presente nel testo di Matteo al cap.25 dove, non solo Dio si fa garante dello straniero, ma Dio diventa lo straniero "ero forestiero e mi avete accolto". Questo, nella visione cristiana, dell'incarnazione di Dio, sembra scontato, ma dobbiamo collocarlo sullo sfondo dal rapporto con il diverso, lo straniero, avvertito come minaccia, pericoloso, nei confronti del quale si tenta o l'assimilazione o la separazione. Il modello dell'esodo che prepara il modello dell'incarnazione: non un Dio che ci dà diritto a dominare o a scomunicare, ma un Dio che entra nelle relazioni umane fino ad assumersi la condizione di debole, dell'esposto per dare diritto ad una relazione umana a tutti gli esseri umani, a partire dalla figura più debole quale è lo straniero.
DIBATTITO
(solo le risposte)
E' possibile tracciare un confine netto tra i modelli culturali?
La lettura proposta di Deutenonomio è un aspetto perché c'è anche una lettura positiva del termine di elezione, l'idea di grazia, di iniziativa gratuita e libera di Dio. Quest'idea di grazia
è un elemento caratterizzante dell'esperienza deuteronomistica che viene ripresa da Paolo. La formulazione giustificata dal contesto politico di Giosia potrebbe riprendere il modello della guerra sacra e perciò si deve parlare di ambivalenza nel senso che, se Dio usa parole umane, esse hanno un aspetto positivo e negativo.
Ci sono parole inquinate dal limite non solo quantitativo per cui non riusciamo a dire tutto, ma limiti morali. Non è solo un limite culturale, ma morale, in una struttura di peccato. La cultura porta dentro germi di peccato. Le parole umane sono sempre condizionate al punto che Paolo può dire, senza essere fuori della ortodossia cristiana "mandò il suo Figlio in una carne simile alla carne di peccato". Romani 8,3. Il Vaticano II al n°13 dice che vi sono elementi provvisori e temporanei in progressione. Ma non si devono creare illusioni quasi che quei beduini, contadini non potessero pensare finezze nei rapporti coi diritti umani, sulla libertà di coscienza; questo modo di leggere, tipico del progressivismo illuminista e dell'evoluzione darwiniana applicata alla storia ritiene che noi siamo in una fase più progredita rispetto ai primitivi, incolti, peccatori. In realtà i grandi progressi riguardano aspetti materiali. L'incarnazione è un vertice raggiunto da parte di Dio, ma non da parte nostra. Il cammino dell'incarnazione è lento e faticoso. Abbiamo visto in Deuteronomio Dio protettore degli stranieri e Dio che collabora allo sterminio dei pericolosi idolatri che vivono accanto al popolo eletto. Si deve parlare per ciò di ambivalenza compresente, sempre col rischio di vivere la parola di Dio in parola umane che portano il segno del peccata. Con Gesù Cristo c'è la pienezza di relazione, ma il nostro modo di conoscere e di attuare la volontà di Dio è ancora pesantemente segnata dall'ambivalenza, cioè da potenzialità enormi di bene, ma col rischio del male. I fatti di intolleranza che riprendono i modelli di Deuteronomio sono presenti nella storia cristiana.
Le lettura del Dio violento che ha tentato Barbaglio è una ricerca su questa problematica da ripensare attentamente in chiave culturale. - Vi sono stati studi sulle leggi di guerra del Deuteronomio; i cap.7 e 20 parlano di guerra sacra utilizzata per proporre l'idea del Dio unico corrispondente all'idea di popolo unico, popolo eletto. L'idea del Dio unico è un valore come è un valore l'idea della gratuità, della grazia, ma nel limite. In termini umani noi lo intendiamo come contrapposizione agli altri. Secondo alcuni la violenza e
l'intolleranza è implicita nel monoteismo. Il modello della fede cristiana a partire da Gesù che vive il rapporto con Dio attraverso il Padre nello Spirito, la relazione trinitaria è la pluralità, l'essere in comunione fra persone.
In parole semplici S.Bernardino diceva: Dio è uno, ma il Dio del quale io parlo è un'altra cosa. E' sempre un uomo che parla di Dio. Ci si identifica poi con Dio, se ne fa una cosa o un principio o una definizione.
Matrimoni misti.
C'è un testo che prepara il Vangelo; anche questo risalente all'esilio, epoca in cui la comunità era minacciata e cercava di difendersi. Oltre al libro di Rut c'è il testo di Malachia, cap.2 che parla contro l'imposizione della rottura di matrimonio da parte di Esdra. "Non fece egli (Dio) un essere solo dotato di soffio vitale?". Si riferisce a Genesi. Il matrimonio del mondo antico era l'incontro di due famiglie e dunque di due culture; "che cosa cerca quest'unico essere se non prole donata da Dio? Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza perché io detesto il ripudio, dice il Signore Dio di Israele e chi copre di iniquità la propria veste. Custodite dunque la vostra vita e non vogliate agire con perfidia". Qui viene condannato il ripudio, e c'è il richiamo a Genesi, non è il problema puro o non puro, ebreo-non ebreo, razza santa o razza contaminata; si è posta un'unità che non può essere più spezzata perché risale al progetto creatore di Dio. E' l'unico testo chiaro dell'AT ripreso da Gesù che condanna il ripudio riproponendo il testo della creazione.
III - CONFRONTO CON LE CULTURE NELLE TRADIZIONI PROFETICHE E SAPIENZALI
Con il profetismo c'è un salto di qualità sul modo di pensare il rapporto Israele-cultura e popoli perché c'è abbastanza autonomia e libertà nei confronti del potere politico e delle istituzioni religiose. Il potere ha paura della diversità perché la diversità non si lascia governare, il potere ha bisogno di controllare, assimilare, unificare. I profeti non sono alleati del potere, non sono legati al tempio, sono laici in senso globale, non addetti ai lavori. La cosa nuova che emerge nella riflessione di questi uomini che sono la coscienza critica del popolo di Dio è la storia presa nella sua corposità come elemento per valutare il cammino del popolo di Dio e poi vi è il riferimento all'azione creatrice di Dio, all'esodo e all'alleanza, quindi storia ed esperienza religiosa. La storia riguarda le invasioni a partire dall'VIII secolo fino all'esilio e poi il dopo esilio con l'analisi delle tendenze che privilegiano il ruolo della comunità ricostituita, ma sfruttando anche l'elemento dirompente che ha rappresentato l'esilio come contatto, confronto, rimescolamento di culture e di popoli, una sorta di bagno nella diversità culturale in una prospettiva di apertura ecumenica.
Partiamo dalla riflessione teologica agganciata alla storia che è storia di invasioni, di deportazioni sempre però col tentativo di questo piccolo popolo di conservare l'autonomia politica e religiosa. Anche nel l° millenio a.C., nonostante questa lettura che fanno i profeti di dissociazione fra l'azione di Dio e la storia umana, è impossibile separare politica e religione, identità etnica e identità religiosa.
la denuncia dell'infedeltà di Israele
La prima riflessione riguarda la denuncia della infedeltà di Israele. Israele è il popolo eletto col quale Dio ha stabilito un patto, una alleanza, è il popolo che Dio ha fatto uscire dall'Egitto, però questo non diventa fonte di un privilegio indiscutibile, ma diventa il motivo per una esigenza più intensa. Nel cap.II e III del libro di Amos, per mettere in evidenza la deformazione religiosa della comunità del Nord di Israele, il profeta richiama l'azione di Dio "voi avete calpestato i poveri, li avete sfruttati"; "su vesti prese loro in pegno si stendono presso i miei altari, bevono vino confiscato come ammenda nella casa di Dio", non è solo corruzione sociale, ma è un peccato religioso perché contraddice l'agire di Dio "eppure io vi ho fatto uscire dal paese d'Egitto". L'uscita dall'Egitto non è un titolo di privilegio, ma viene richiamato proprio per valutare la corruzione religioso-sociale. Ancora nel cap.III: "Ascoltate questa parola che il Signore ha detto riguardo a voi ed a tutta la stirpe che ha fatto uscire dall'Egitto: soltanto voi ho eletto fra tutte le figure della terra, perciò vi farò scontare tutte le vostre iniquità": quindi il titolo di elezione non comporta l'immunità, ma una più grave responsabilità e proprio questo viene fatto rimarcare nel testo di Amos: Non siete padroni della terra in cui vi ho condotto e non potete sfruttare i poveri. E' interessante questa idea della gratuità della iniziativa di Dio che mette allo scoperto l'infedeltà radicale, religiosa della comunità ebraica. Accanto a questa denuncia la frase isolata di Amos, poi ripresa dai profeti successivi, è di una potenzialità ecumenica eccezionale, nel cap.9, dove annuncia la caduta del regno del Nord, fa un confronto fra Israele e gli altri popoli, cap.9,7 "non siete voi per me come gli etiopi, o israeliti ? parola del Signore, non io ho fatto uscire Israele dal paese d'Egitto i filistei da Greta e gli aramei da Kir?"; Dio ha condotto anche gli altri popoli a fare il loro esodo. E' la prima volta che si incontra una dichiarazione così esplicita di un'azione universale di Dio; Israele è un popolo tra gli altri. Il suo esodo è simile alle grandi emigrazioni, spostamenti degli altri popoli del medio-oriente alla ricerca di spazi vitali.
separazione tra identità etnica e identità religiosa
Accanto a questa immagine della fedeltà di Dio sullo sfondo della infedeltà di Israele si capisce un secondo elemento della teologia dei profeti, la salvezza riservata al resto. Per la prima volta si ha una separazione tra identità etnica culturale e identità religiosa. Non si salva il popolo in quanto gruppo etnico, gli appartenenti alla stessa razza, alla stessa cultura, ma si salvano quelli che aderiscono all'iniziativa di Dio. Il tema del resto è una affermazione della fedeltà dell'agire di Dio e della gratuità; non esistono diritti acquisiti in base all'appartenenza etnica.
Paolo riprende l'argomento in Romani,9 "non tutti i discendenti di Abramo sono figli di Abramo e non tutti i discendenti di Israele sono figli di Israele" nel senso che non si salvano perché appartenenti alla cultura europea, ma perché credenti. Il principio si applica a tutti i popoli. La fedeltà di Dio ed il tema del resto e l'infedeltà di Israele sono gli elementi che utilizzano i profeti per ripensare il rapporto fra identità etnica culturale e appartenenza al popolo dei salvati.
il confronto con gli stranieri
Un secondo elemento sulla riflessione dei profeti è il confronto con gli stranieri. Tutta la storia che va dall'8° secolo fino al 6° è una storia di rapporti con le superpotenze, prima con gli assiri e poi i babilonesi. È una storia di invasioni, deportazioni e distruzioni, prima con la caduta del regno del Nord, di Samaria nel 721-72 e poi la caduta di Giuda nel 586. L'intervento dei profeti è su due fronti. Il primo è quello di difendere l'identità religiosa prima con Amos per il Nord e poi per
il Sud con Isaia, Geremia, Ezechiele ed i profeti minori. L'autonomia, la libertà, l'indipendenza vanno fondate sulla politica; Isaia propone la politica di non difesa armata e propone la fede come soluzione politica all'invasione del regno di Giuda da parte dei due re coalizzati di Siria e del Nord.
Isaia, col figlioletto per mano si reca dal re che sta ispezionando le fortificazioni nella parte sud della città di Gerusalemme, dove c'è l'approvvigionamento dell'acqua ed ha già mandato un'ambasciata per fare intervenire il generale assiro contro i due re che sono coalizzati; Isaia propone la politica della fede: non temere i due re, fidati di Dio, senza fede non c'è stabilità. Acaz rifiuta e non chiede un segno a Dio, ma il Signore stesso dà un segno: la giovane sposa ti darà un figlio che sarà chiamato col nome Emanuele, Dio con noi. E' in questo contesto che viene annunciato un discendente davidico che mostrerà la fedeltà di Dio, ma smascherando la pretesa di Acaz di salvarsi con la politica militare. L'azione profetica, da Amos in poi, vuole salvare l'identità religiosa del popolo di Israele senza cedere alla politica del potere che cerca di sfruttare le relazioni diplomatiche o le alleanze militari. I quattro grandi profeti, più Amos, dedicano una sezione dei loro interventi alla politica internazionale, sono i cosiddetti oracoli contro le nazioni. I primi due capitoli di Amos sono una rassegna della politica internazionale; parte da Damasco, scende verso la costa, tocca i flitistei fino a Gaza, poi sale dal sud, gli edomiti, gli amoniti, i moabiti, sono tutti i popoli limitrofi.
Dentro questa lettura della politica internazionale colloca il suo giudizio su Israele. Lo stesso si trova in Isaia cap.13-21, sono la raccolta degli oracoli non solo contro i popoli vicini, ma si aggiungono anche l'Egitto e la Siria. In Geremia dal 46 al 51 i capitoli sono gli oracoli contro le nazioni. Anche Ezechiele, profeta dell'esilio, prima di annunciare l'azione di Dio a favore del popolo ricostituito, si riferisce all'azione di Dio nei confronti dei grandi popoli.
C'è un testo celebre per la sua inusitata attenzione all'ecumenismo. Nel cap.19 di Isaia è inserita questa speranza di una riconciliazione tra Egitto e Assiria ed addirittura dell'inserimento dell'Egitto in una storia religiosa: Dio chiamerà l'Egitto alla conversione e stabilisce una relazione analoga a quella che aveva stabilito con il popolo di Dio; l'Egitto è rappresentante del popolo idolatrico. I profeti so no preoccupati della difesa religiosa e propongono la fede anziché le alleanze militari, Geremia ed Isaia temevano che le alleanze militari comportassero una svendita della identità spirituale e religiosa con l'assimilazione di Israele a queste grandi potenze e con la venerazione della deità straniera. Geremia lo dice chiaramente nei suoi oracoli: Voi venerate la regina del cielo; è il culto mesopotamico, il culto idolatrico a Gerusalemme, perché le alleanze militari e politiche vogliono dire anche assimilazione culturale e religiosa. Isaia cap.19,18 e segg.: è l'oracolo contro l'Egitto. Il capitolo inizia: "Il Signore cavalca una nube leggera, entra in Egitto. Crollano gli dei di Egitto davanti a lui ed agli egiziani viene meno il cuore" poi il profeta annuncia la fine dell'Egitto, dal 18 una speranza, l'annuncio di una svolta nelle relazioni di Dio con queste nazioni idolatriche: "in quel giorno ci saranno cinque città nell'Egitto che parleranno la lingua di Canaan e giureranno che è il Signore degli eserciti. Una di esse si chiamerà città del Sole. Ci sarà un altare dedicato al Signore in mezzo al paese d'Egitto e una stele in onore del Signore presso la frontiera. Saranno un segno a testimonianza della presenza del Signore degli eserciti nel paese d'Egitto. Quando di fronte agli avversari invocheranno il Signore egli manderà loro un salvatore che li difenderà e li libererà, e gli egiziani riconosceranno in quel giorno il Signore, lo serviranno con sacrifici e offerte, faranno voti al Signore e li adempiranno. Il Signore punirà ancora gli egiziani, essi fanno ritorno al Signore ed egli si placherà e li salverà".
L'Egitto alla pari del popolo con cui Dio ha fatto il patto. E' vero che si parla di conversione, ma il termine è ambivalente, conversione di un popolo, il popolo non è lasciato alla sua diversità, ma viene assimilato.
Questo problema si pone anche a noi nei rapporti con le altre culture, in particolare nei confronti del mondo musulmano ed ebraico. Quando noi parliamo di conversione intendiamo che riconoscano il Vangelo, Gesù Cristo, aderiscano alla Chiesa. C'è una possibilità diversa? Prendiamo atto di questa intuizione di Isaia che immagina il culto del Signore in terra di Egitto con un rapporto analogo a quello tra il Signore e il suo popolo. Sullo sfondo di questa conversione ideale dell'Egitto c'è la rappacificazione fra le due potenze avversarie "in quel giorno ci sarà una strada dall'Egitto verso la Siria e l'assiro entrerà in Egitto e l'egiziano in Siria: gli egiziani serviranno il Signore insieme con gli assiri. In quei giorni Israele sarà il terzo con l'Egitto e la Siria, benedirà il Signore i tre popoli dicendo: Benedetto sia l'egiziano mio popolo, l'assiro popolo delle mie mani ed Israele mia eredità.
Pellegrinaggio dei popoli al monte Sion
Nel cap.2 di Isaia è riportato un testo che si trova anche al cap.4 di Michea
"Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore sarà elevato sulla cima dei monti e sarà il più alto dei colli, ad esso affluiranno tutte le genti"
è la collina su cui sorgeva il tempio di Gerusalemme però accanto al tempio c'era il palazzo, i due simboli di Dio e del potere. L'immagine della montagna e degli alberi sono archetipi usati dai profeti per indicare il potere politico;
"verranno molti popoli e diranno: venite, saliamo sul monte del Signore"
è un pellegrinaggio religioso o politico di assimilazione
"perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri, poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Allora Dio sarà giudice fra le genti, sarà arbitro fra molti popoli"
lo sfondo è potenzialmente ecumenico, ma con un rischio di sionismo e di integrismo. Il messianismo ebraico utilizza questa immagine, il tempo messianico coincide con il trionfo di Israele e la conversione dei popoli. La conseguenza di questa azione di Dio che guida i popoli è espressa nei famosi versetti:
"forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci, il popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra. Casa di Giacobbe vieni, camminiamo nella luce del Signore".
Se non ci fosse stato questo riferimento a Gerusalemme si sarebbe trattato di un ecumenismo non minacciato di etnocentrismo; forse non si poteva chiedere di più alla tradizione ebraica. In questa linea si collocano anche gli altri testi che si trovano nel Deuteroisaia, in cui vi è un ripensamento, nel dopo esilio, del rapporto di Israele con gli altri popoli, ma sempre mettendo al centro l'azione di Dio nei confronti del popolo di Isaele, mettendo in evidenza l'unicità dell'agire di Dio a favore dell'unico popolo con cui ha fatto l'alleanza. Le dichiarazioni molto aperte del Deuteroisaia nei cap.40 e 55 sono testi in funzione dell'apologia della fede nel Dio unico; l'unico Signore di Israele guida la storia; voi piccolo popolo deportato, che avete fatto una figura meschina di fronte ai popoli potenti, non dovete abbattervi perché il Signore ristabilirà le vostre sorti. In questo contesto si colloca la politica di tolleranza, in funzione puramente dei propri interessi, di Ciro. Ciro che dà via libera ai deportati è lo strumento nelle mani di Dio. E' una visione aperta questa di utilizzare uno straniero per realizzare il progetto di Dio. Dice il testo:
"Io dico a Ciro, mio pastore, dice il Signore del suo eletto, io marcerò davanti a te, spianerò le asperità del terreno, io ti ho dato un titolo sebbene tu non mi conosca, io sono il Signore, fuori di me non c'è altro Dio, ti ho fatto trionfare perché tutti sappiano che non esiste Dio al di fuori di me, io sono il Signore, non v'è alcun altro".
Il motivo per cui ha scelto Ciro, lo ha chiamato per nome è "per amore di Giacobbe mio servo, di Israele mio re", quindi per favorire Israele Dio passa sopra alle differenze etniche, perché Ciro serva ai suoi bisogni. In questa prospettiva teologica del Deuteroisaia, si può capire la discreta apertura, anche se inficiata da tendenza etnocentrica, del cap. 56, dove viene annunciata una salvezza anche per gli stranieri e i diversi. Questo testo richiama una presa di posizione di Deuteronomio molto dura nei confronti degli stranieri, ripreso da Gesù nella sua azione nei confronti del tempio di Gerusalemme "sarà casa di preghiera per tutte le genti". Il testo cap.56 è scritto dopo l'esilio ed immagina che Gerusalemme ed il tempio siano luogo ideale di aggregazione anche degli stranieri e dei lontani e dei diversi esclusi dalla integrazione culturale; esso annuncia un rovesciamento
"non dica lo straniero che ha aderito al Signore: certo mi escluderà il Signore dal suo popolo; non dica l'eunuco (colui che non può generare) sono un albero secco, agli eunuchi che osservano sabati, preferiscono le cose di mio gradimento e restano fedeli alla alleanza io concederò nella mia casa, dentro alle mie mura, un posto, un nome migliore che ai figli ed alle figlie, darò loro un nome eterno e non sarà mai cancellato. Così gli stranieri che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fedeli alla mia alleanza li condurrò sul mio monte santo, li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera; i loro olocausti, i loro sacrifici saliranno graditi sul mio altare perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli".
È un tempio aperto, ma con la premessa della conversione. Per cogliere la novità di questo testo si ponga il confronto con un altro testo di Deuteronomio che è il contrario di questa immagine di un popolo dilatata fino ad accogliere gli stranieri.
Nel cap.23 di Deuteronomio si legge al v.2 "non entrerà nella comunità del Signore chi ha il membro contuso o mutilato, il bastardo non entrerà nella comunità del Signore, nessuno dei suoi neppure alla decima generazione; l'ammonita e il moabita (popoli della Transgiordania) non entreranno nella comunità del Signore, nessuno dei loro discendenti nemmeno alla decima generazione. Non vi entreranno mai perché non vi vennero incontro con il pane e con l'acqua nel vostro cammino quando uscivate dall'Egitto ed hanno prezzolato contro di te Balaam"; questi popoli secondo il deuteronomista sono esclusi per sempre perché non hanno accolto Israele nel suo cammino attraverso i loro territori. Invece si fa eccezione per gli edomei "non avrai in abominio l'edomeo perché è tuo fratello, non avrai in abominio l'egiziano perché sei stato forestiero nel suo paese. I figli che nasceranno da loro alla terza generazione potranno entrare nella comunità del Signore". Alcuni popoli possono far parte del popolo di Dio, ma convertendosi, venendo assimilati tramite il proselitismo. Qui è enunciato il grande principio del proselitismo che mobiliterà per un secolo e mezzo la nazione ebraica per renderla testimone della fede nel Dio unico nei territori della dispersione.
Vi è un testo alla fine del libro di Isaia cap. 66, 18-22 in cui si immagina che la diaspora, che con l'esilio è diventato un fenomeno acquisito di presenza di colonie ebraiche in Babilonia, in Egitto, nella zona dell'Anatolia, fino a Roma nel 20 secolo, sia un vessillo che può favorire la conversione dei popoli per il grande pellegrinaggio messianico. Dice il testo
"Io verrò a radunare tutti i popoli di tutte le lingue, essi verranno e vedranno la mia gloria, io farò un segno, manderò i loro superstiti fra le genti di Tarsis (Spagna), Pul, Lud, Mesec, Tubal di Grecia, ai lidi lontani dove non hanno mai udito parlare di me, nè visto la mia gloria. Essi annunceranno la mia gloria alle nazioni. Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutti i popoli come offerta al Signore, su cavalli, su carri, su portantine, su muli e dromedari fino al mio santo monte a Gerusalemme - dice il Signore - come i figli di Israele portano le offerte su vasi puri al tempio del Signore".
E' una immagine di corteo sacro, di processione offertuale dei popoli che riportano i figli di Israele; è una speranza che accompagna Israele nei secoli della dispersione e che è stata riproposta nel 1948 con il ritorno. Alla fine c'è una apertura culturale perché i sacerdoti venivano presi unicamente dalla tribù di Levi, la famiglia di Aronne e si dice "anche tra di essi mi prenderò sacerdoti e leviti".
Ora si può comprendere un testo celebre della tradizione profetica, la parabola di Giona. E' un testo scritto sullo sfondo di questa tendenza ecumenica. La crisi di quest'uomo rappresenta la crisi di alcuni: come è possibile che il Signore converta gli empi, che in questo caso sono rappresentati dalla città degli Assiri, Ninive, capitale del regno del Nord da dove sono venute le invasioni. Giona viene mandato a predicare la conversione a Ninive ed ha la tentazione di sottrarsi a questo incarico per lui assurdo e tenta la fuga, ma Dio lo ripesca e lo rimanda sulla strada della sua missione ed alla fine Giona fa la missione e Ninive si converte e Giona per protesta chiede disperato a Dio di lasciarlo morire, non riesce a capire l'azione di Dio che propone la salvezza alla città empia, dal re fino all'ultimo degli animali. Dio lo conquista all'ecumenismo con una piccola parabola; Giona si ripara sotto l'ombra di un ricino, Dio fa seccare la pianta e Giona protesta. "Dio gli chiese: perchè protesti tanto per il ricino? Tu ti dai pena per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica, tu che non l'hai fatta spuntare, che in una notte cresce va e che in una notte è perita. Ed io non dovrei avere pietà di Ninive, una grande città nella quale sono più di centoventimila persone che non sanno distinguere la mano destra dalla mano sinistra ed una grande quantità di animali" Giona 4,11.
Dio non è razzista. Dio non è legato ad un popolo, ma si interessa anche di Ninive, simbolo dei lontani per eccellenza, ma non solo dei niniviti, ma anche degli animali, la città si salva tutta intera. Giona rappresenta i contestatori della politica internazionale che persegue l'ecumenismo: per la prima volta si ha una conversione non secondo la formula: venite a Gerusalemme a portare offerte ed a costituire l'unico popolo assimilato. Ninive, restando Ninive, aderisce al Signore. Anche nel nel cap.19 di Isaia si immaginava un tempio nell'Egitto, non gli egiziani che vengono a Gerusalemme.
Questa visione della Bibbia si potrebbe applicare ai problemi del rapporto tra mondo cristiano e mondo pagano o non cristiano; la diversità non come motivo di conflitto o di separazione, ma come possibilità di un nuovo rapporto tra i popoli e la conversione al Signore non come assimilazione o integrazione, ma scoperta di Dio nella propria diversità.
Completiamo questa ricerca sui Profeti con un testo che fa la sintesi di questa idea di apertura alle nazioni, anche se permane l'ambivalenza di un etnocentrismo di un unico Dio che abita a Gerusalemme ed ha il suo tempio nella capitale del regno di Giuda. E' il Salmo 87 intitolato "Sion, madre dei popoli". Gerusalemme diventa "città aperta", la cittadinanza universale è estesa ai popoli, tutti dovranno essere cittadini onorari di questa città ideale. Prima si celebra la figura ideale della città, il suo fondamento sui monti santi.
"Il Signore ama le porte di Sion, di te dicono cose stupende, ricorderò Rab (l'Egitto) e Babilonia fra quelli che mi conoscono, ecco Palestina, Tiro, Etiopia: tutti là sono nati. Di Sion si dirà, l'uno e l'altro è nato in essa e l'Altissimo la tiene salda, il Signore scriverà nel libro dei popoli: là costui è nato, e danzando canteranno: sono in te tutte le mie sorgenti".
Questa ideologia di Gerusalemme, del tempio come centro di aggregazione dei popoli è diventato patrimonio non solo di una corrente ideologica di Isaia, ma faceva parte del culto ufficiale.
Concludiamo con una ricerca sui sapienti.
Essi non si occupano del tempio, di Sion e neppure molto della signoria di Dio che danno per scontata, ma valorizzano gli elementi umani, cioè ciò che rende possibile uno scambio, un rapporto fecondo e l'insieme dei valori che Israele condivide con gli altri popoli. La sapienza è un elemento internazionale, al di là delle aggregazioni politico-religiose del medioriente, che circola e non ha etichette di monopolio, circola con i proverbi, i racconti, le parabole, le riflessioni sulle esperienze della vita, che viene comunicata e tramandata fra le generazioni e poi condivisa tra i popoli.
a-Il libro poetico di Giobbe esprime il clima di comunicazione fra i diversi; Giobbe non è un ebreo, neppure un palestinese, è figlio di Oriente, di questa sapienza degli arabi, gli edomiti; è uno sceicco, un beduino potente che viene colpito nei suoi beni e nelle sue relazioni familiari e ritrova, attraverso la macerazione della sua carne, un nuovo rapporto con Dio nella libertà. È il modello del credente; non l'ebreo ma uno straniero. Giobbe 1,13 "C'era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe, un uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male. Gli erano nati sette figli e tre figlie... quest'uomo era il più grande fra tutti i figli di oriente".
Questo è il modello della sapienza internazionale che svolge una riflessione sulla vita senza grandi coperture religiose e sacrali e che unisce gli esseri umani.
b-Anche il raccoglitore dei Proverbi aveva utilizzato testi profani: ad es. nel cap.30 si fa una citazione di detti di Agur figlio di Iaké da Massa e nel cap.31 del re Lemuel di Massa appresi dalla madre; il testo del cap.21-22 è un riferimento alla tradizione egiziana ma non citata, qui invece esplicitamente si cita la fonte, è la testimonianza dello scambio coraggioso, perché incluso nel testo sacro, tra la fede ebraica e la cultura sapienziale.
c-Il Qoelet è un libero pensatore che riflette con grande libertà, fino a rasentare la bestemmia, senza alcuna censura. Il suo ragionamento può essere accostato a quello degli stoici, dei cinici greci e degli epicurei. C'è un salto di qualità quando di Qohelet rimanda alla relazione con l'unico che viene messa in evidenza dalla provvisorietà e dalla inconsistenza radicale di tutta l'esperienza. Tutto è vuoto, è un aggrappare il vento: mangiare, bere, costruire, vivere esperienze affettive, di successo, anche la preghiera e l'impegno eccessivo con Dio. Eppure gli uomini come il Qohelet hanno una intensa religiosità, liberata da tutte le incrostazioni del formalismo.
d-Il Siracide rilegge i testi di Genesi secondo l'antropologia greca (Sir 15,11-20; 17,1-12).
I sapienti, i Proverbi, il Qohelet ed il Siracide consentono di trarre alcune conclusioni; la vera universalità non è solo una dilatare lo statuto di Israele agli altri popoli assimilandoli, allargando i confini di Israele, ma il vero principio della universalità è la creazione nel senso di libero agire di Dio. Bisogna ritornare alle prime pagine degli undici capitoli di Genesi per trovare la chiave della potenziale universalità presente nei testi profetici, ma minacciati da subdolo etnocentrismo. L'universalità si trova nei Sapienti di cui Giobbe è il massimo rappresentante, in Qohelet, nel Siracide, nel libro della Sapienza e dei Proverbi: Dio creatore, colui che ha fatto tutti gli esseri umani, che ha cura di tutte le sue creature, che ha posto al centro, non Israele, ma l'essere umano fatto ad immagine e somiglianza sua, questo è il principio della universalità, ma congiunto con la gratuità. Creatore è colui che fa esistere in forza di un dono totale che non fonda diritti nella persona creata. L'idea di Dio creatore si ritrova quando i profeti vogliono descrivere l'azione liberante di Dio: ti ha scelto non perché eri importante, ma perché ti ha voluto bene, ti ha plasmato come fa il vasaio con la creta. Creazione e gratuità sono le due chiavi per capire l'universalità, per sconfiggere in radice l'etnocentrismo cioè la tendenza ad identificarsi con Dio. Il secondo principio è quello della diversità e della identità; universalità non vuole dire appiattimento, assimilazione omogeneizzante, ma l'universalità è data dalla azione creatrice gratuita di Dio secondo la diversità, l'identità. Il rapporto tra queste due potenzialità culturali è in tensione: è possibile formare una unità senza diventare piatto uniformismo culturale e religioso? E' possibile una reale conversione al Signore senza che gli asiatici, gli africani diventino europei ? La diversità e l'identità sono doni da scambiare, non barriere, impedimenti alla comunicazione. La diversità è possibile se si applica il principio della ricevuta alleanza, come aveva intuito Amos, a tutti i popoli: tutti hanno il loro esodo, tutti hanno la loro alleanza, tutti i popoli possono richiamarsi a questa iniziativa di Dio che li fa diversi, ma non contrapposti agli altri. Solo nella diversità è possibile lo scambio, la ricchezza che deriva dalla diversità culturale e religiosa che si fonda sulla iniziativa di Dio che fa percorrere a tutti i popoli il loro esodo e statilisce con loro un rapporto di alleanza.
DIBATTITO
1° - La tendenza integralista ha buon gioco perché si rivela vincente nel senso che il crollo dei muri e la crisi dei sistemi dell'est alla insegna dell'ateismo viene utilizzato come conferma della verità della religione o di un sistema legato più o meno alla religione dove i diritti umani vengono fatti coincidere con i diritti della Chiesa, che spesso sono stati privilegi. La riflessione del magistero sui diritti umani arriva alla conclusione che il diritto della verità religiosa è fondamento agli altri diritti; è vero, ma anche rischioso perché si finisce nell'integrismo. La fede nel Dio creatore e dell'esodo è la radice della vera unità nella diversità, ma il Dio della creazione e dell'esodo nessuno lo possiede. L'integrismo gioca sull'ambivalenza: Dio è fondamento dell'essere umano, della convivenza dei popoli, ma questo Dio di chi è? Mio, tuo, vostro. Bisogna tornare al Dio della creazione e dell'esodo, esodo che per noi ha come punto di riferimento la croce, la croce è la fine di ogni tentativo di identificare Dio con il potere. E' la immagine della potenza di Dio rovesciata. Nella creazione c'è l'orizzonte per dire che Dio non è quello dell'Europa, dei cattolici, dei cristiani, è il Dio dell'universo.
Bisogna approfondire la teologia della creazione superando anche l'antropocentrismo.
2°-La teologia dell'esodo. L'idea di una ecologia fondata sulla creazione sarebbe la carta vincente di una prospettiva non più centrata su qualcuno che si accaparra la potenza e la realtà di Dio. L'altro principio dell'esodo o della croce; Dio fa la storia con i piccoli avanzi, il resto, per cui non si può mai chiamare Dio a benedire i successi, le potenze perché Dio si mostra come un Dio non di potenza, ma di amore. Questa logica della grazia, della gratuità è un antidoto all'etnocentrismo, al trionfalismo. Che cosa fare ? Più che denunciare, combattere, creare forme alternative, promuovere una sana laicità fondata sulla creazione e sulla croce. L'Europa aveva scoperto una laicità in polemica col clericocentrismo rivendicando l'autonomia della scienza, della politica; non è più in polemica con Dio, Gesù Cristo, la chiesa. Non è condivisibile con le altre culture. La laicità è estranea al mondo islamico, perché è nata in terra europea illuministica. Nel dialogo con queste altre religioni e culture bisogna giocare un'altra carta, lo scambio nella diversità. In questo caso di laicità è una possibilità che noi offriamo di disintossicare i rapporti economico-politico-militari dal fondamentalismo religioso. Purtroppo per il mondo islamico, la laicità rappresenta la corruzione, la prepotenza, l'arroganza dell'occidente che ha fatto coincidere la sua verità religiosa con la verità tecnologica ed il potere economico-tecnologico. Bisogna invece offrire questa capacità che ha il mondo europeo come la possibilità di vivere l'esperienza islamica, un po' meno l'induista perché aperta alla visione universale, purché sia vera laicità non più mascherata da potere tecnologico ed economico.
N.B. = Sintesi delle relazioni tenuta a Pallanza da Rinaldo Fabris nei giorni 25-26 maggio 1991, non revisionate dal relatore.