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Spirito Santo e libertà cristiana

sintesi della relazione di Michele Do
Verbania Pallanza, 14-15 marzo 1981

Mi sono accorto che entrare in queste due realtà, della libertà e dello Spirito, anche solo facendo riferimento al dato biblico, si incontrano una tale ricchezza di dati che occorrerebbe la presenza di un biblista o di qualcuno abituato a padroneggiare in modo più didattico la materia. Penso di annodare attorno ad alcune schegge di parole evangeliche alcune riflessioni, che più che riflessioni compiute, sono inviti a riflettere lungo certe linee, senza presumere di dare un'organicità alla conversazione e soprattutto delle pretese teologiche che non sono mie.
Articolerei gli incontri in tre momenti.
Il primo incontro, quello che stiamo svolgendo adesso, rifletterà a partire dalla parola che è stata citata, il testo di Giovanni 8,31-47:
Ai giudei che dunque avevano creduto in Lui, Gesù quindi disse: "Voi, se rimarrete nella mia parola, sarete davvero miei discepoli e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi.
Poi continua e c'è la contestazione dei farisei: noi non siamo schiavi di nessuno. Siamo stirpe di Abramo. E Gesù riprende: Se dunque il figlio vi farà liberi, sarete realmente liberi. Lo so che siete stirpe di Abramo, ma cercate di uccidermi, perché la mia parola non ha accesso in voi.
E qui tocchiamo uno dei punti nodali del cristianesimo, e anche della libertà e verità cristiana, e anche della speranza cristiana, perché si tratta di una verità crocifissa. Ed è anche una libertà crocifissa.
Io dico ciò che ho veduto presso il Padre; perciò anche voi fate ciò che avete udito dal Padre vostro. Voi invece cerate di uccidere me, che vi ho detto la verità, che ho udito da Dio. Da Dio sono uscito, da Dio vengo. Non sono venuto da me stesso, ma è stato lui a mandarmi. Perché non capite il mio linguaggio? Perché voi non potete ascoltare la mia parola. Poi parla del diavolo...

Un primo punto, a cui accenno questa sera come pista di riflessione, è quello della libertà, della libertà come fruttificazione della verità.

Nella seconda conversazione, vorrei vedere se è possibile esprimere ciò che ho dentro, su che cosa è l'esperienza cristiana, che cosa significa realmente essere cristiani. L'essere cristiano è una grossa esperienza della libertà dello Spirito. Ed è una grossa esperienza di spirito, come è stata quella di Gesù.
Nel terzo momento vedremo quali sono le costanti, le note dominanti dell'uomo, su cui riposa lo spirito di Dio.

1. la libertà come fruttificazione della verità

La letteratura è davvero molto estesa. Solo restando nel Vangelo ritroviamo molte pagine, come il dialogo con la Samaritana e l'adorazione in Spirito e verità... Il prologo del vangelo di Giovanni... C'è il discorso della cena, c'è la lettera ai Galati di Paolo e tante altre pagine.
C'è la prima lettera di Giovanni, che traduce quello che è l'esperienza religiosa: ciò che era dal principio, ciò che abbiamo sentito, veduto... ciò che con i nostri occhi contemplammo e le nostre mani toccarono quanto alla parola della vita... (1Giovanni1,1-4). Riannodando tutto attorno a questa parola: la verità che vi rende liberi.
E anche l'inizio del prologo dice: in principio cioè alle origini, nelle profondità ultime, alle radici dell'essere, dell'essere di Dio e dell'essere dell'uomo.
È come l'abisso insondabile di cui non riusciamo mai a toccare il fondo... È il senso del mistero che ci esplode proprio nella realtà dell'uomo. È un'esperienza che faccio sempre: tutte le volte che affronto un tema che tocca veramente le profondità dell'uomo, che è profondamente umano, ho l'impressione di non arrivare mai al fondo. È inesauribile, inesauribile come Dio.
Prendiamo le cose apparentemente più semplici. In questi giorni sta esplodendo il caso della prostituta francese Veronique, (venne girato un filmato che la ritraeva mentre riceveva a Roma alcuni clienti). Provate a dire quale è il significato del sesso nell'uomo? Possiamo avere delle soluzioni molto semplici sia da un punto di vista laico che religioso. Ma se si cerca di arrivare a cogliere in profondità il significato del sesso, della sessualità dell'uomo, si ha l'impressione di non arrivare mai a toccare il fondo, il mistero. C'è qualche cosa di più grande. Io credo che dobbiamo avere questo senso di fronte ad ogni grande tema della realtà religiosa.
Il timore di Dio non è la paura di Dio. Il timore di Dio è il rispetto delle profondità inaccessibili che ci sono nel cuore dell'uomo, per cui veramente l'uomo è a immagine e somiglianza di Dio. Come lui inafferrabile, come lui inaccessibile: non è possibile arrivare a toccare il fondo dell'uomo.
Il timore di Dio è il senso del mistero, del rispetto... è la paura di impoverire di immiserire quello che è grande. Questo è il timore di Dio.
Maria nel canto del Magnificat dice ha fatto in me grandi tutte le cose. Il rischio dell'uomo quando tocca il tema della libertà, dello spirito, quando tocca i temi grossi è quello di impoverirli. In fondo già il soffrire di questo è il timore di Dio, è il rispetto delle cose che sono grandi.
E non siamo di quella terribile razza, che si trova in tutti campi, in quello religioso, in quello laico, formata dai grandi riduttori, dai banalizzatori, che restringono, rimpiccioliscono le cose.
Dio è l'immenso. Non c'è tema, non c'è conversazione tra noi credenti, tra noi cristiani che non ci faccia avvertire le dimensioni infinitamente grandi della realtà. È il discorso della Samaritana. Quando la samaritana chiede a Gesù: Dov'è che noi possiamo trovare Dio? Dove lo possiamo sperimentare? Questo senso divino della vita dove lo troviamo? A Sion o sul Garizim. Gesù le risponde che noi ebrei adoriamo il Dio che conosciamo, perché a noi la tradizione profetica è giunta nella sua purezza maggiore e noi lo adoriamo sul monte Sion, mentre voi samaritani la cui tradizione profetica è stata un poco impoverita, dalla presenza di altre popolazioni, lo adorate sul Garizim. Ma viene l'ora o donna in cui i veri adoratori del Padre sconfinano da tutti i tempi, da tutti gli spazi, e adorano nelle profondità del loro cuore, in spirito e verità. Questi sono gli adoratori del padre. Ogni volta che il divino viene richiuso, imprigionato, lì abbiamo già un cadavere di Dio, l'ombra di Dio che ci sfugge.
Credo veramente che Dio è come l'amante del Cantico dei cantici, che è sempre sulla riva opposta, ulteriore, oltre. Non possiamo mai metterci le mani sopra. Noli me tangere, non mi trattenere: è la parola di Cristo alla Maddalena.
Questo mistero va toccato con la punta del cuore, più che con la punta dell'intelligenza. Va toccato con l'intelligenza del cuore, ma sapendo che non possiamo mai rinchiudere il divino in nessuna definizione, in nessuna frase, in nessun tempio, né su Sion né sul Garizim.
Io non accetto più di affrontare certi temi, come quello dell'aborto, in modo superficiale. Perché c'è una qualità di discorso, una qualità di linguaggio che fa parte essenziale del nostro accostarsi alla profondità di un problema.
Se noi non impoveriamo il modo di accostarci ai problemi, già rendiamo presente lo spirito. Non ci basta una vita per renderci coscienti di queste realtà di cui viviamo. Cristo lo ha detto. Ho altre cose da dirvi, ma non le potete capire... le capirete poi. C'è sempre un poi in tutte le cose. Fa parte dell'esperienza dello spirito il fatto che la verità cristiana non si raggiunge a tavolino, ma con una lunga esperienza in cui dobbiamo macinare compiutamente e totalmente, bruciando totalmente noi stessi. Altrimenti non è verità cristiana. Sarà una verità astratta, di razionalità pura, ma non è quello di cui parla il vangelo. Il prologo di Giovanni. "In principio, all'inizio, alle radici delle profondità ultime... e nel cuore della realtà, della realtà di Dio e della realtà dell'uomo, c'è il Logos. Logos è intraducibile. In italiano noi diciamo "la parola". Potremmo dire il senso, la verità interiore, la luce, la verità. Una verità positiva, il senso profondo. C'è un senso divino delle cose. Il nodo, il cuore ultimo della realtà, dice il prologo, è un nodo di luce.
in principio era il verbo, cioè il senso interiore divino, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. E tutte le cose per mezzo di lui vennero fatte e senza di lui nulla fu fatto di ciò che fu fatto. Vale a dire nel cuore di ogni realtà c'è il logos, nonostante gli spessori d'ombra, le tenebre. Lui era la vita , e la vita era luce degli uomini e la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno sopraffatta. Nessuno spessore di tenebra riesce mai a esorcizzare e a spegnere questo nodo di luce che è il cuore di tutta la realtà. Grande è il vangelo di Giovanni. In principio era la verità.
Io credo che una delle carenze maggiori del cristianesimo oggi sia proprio l'aver dimenticato che il cristianesimo è la religione del logos, è la religione della verità.
Nella lettera a Diogneto, ritorna continuamente questo pensiero. È scritto:

Ma quello che è veramente signore e creatore di tutto e Dio invisibile, egli stesso fece scendere dal cielo, tra gli uomini, la verità, la parola santa e incomprensibile e l'ha riposta nei loro cuori.

E poi ancora vi è scritto:

Non dico stranezze né cerco il falso, ma, divenuto discepolo degli apostoli, divento
maestro delle genti e trasmetto in maniera degna le cose tramandate a quelli che si son
fatti discepoli della verità.
Chi infatti, rettamente istruito e fattosi amico del Verbo, non cerca di imparare
saggiamente le cose che dal Verbo furono chiaramente mostrate ai discepoli? Non apparve
ad essi il Verbo, manifestandosi e parlando liberamente, quando dagli increduli non fu
compreso, ma guidando i discepoli che, da lui ritenuti fedeli, conobbero i misteri del
Padre?
Egli mandò il Verbo come sua grazia, perché si manifestasse al mondo. Disprezzato dal
popolo, annunziato dagli apostoli, fu creduto dai pagani.
''Egli fin dal principio apparve nuovo ed era antico, e ognora diviene nuovo nei cuori dei
fedeli.''

Non c'è infatti vita senza conoscenza. È la conoscenza il primo momento, è il Logos. Non c'è conoscenza sicura, ma senza vita

Non si ha vita senza conoscenza, né conoscenza sicura senza vita vera, perciò i due alberi furono piantati vicino.

La verità per i cristiani è un'esperienza, non è un fatto di razionalità astratta "perciò è stato piantato un albero accanto all'altro.
Il cristianesimo è un'esperienza, è un'esperienza piena di Logos, ma è esperienza.
Non conosce che dal serpente ingannato e non ama la vita, ma chi conosce con timore e cerca la vita pianta nella speranza, aspettando il frutto. Ti sia dunque a cuore la conoscenza, vita il parlar vero, che si comprende.

Chi crede di sapere qualche cosa, senza la vera scienza testimoniata dalla vita, non sa:
viene ingannato dal serpente, non avendo amato la vita. Lui, invece, con timore conosce e
cerca la vita, pianta nella speranza aspettando il frutto.

religione come condizionamento

Nel pensiero di Gesù la libertà non è un fatto primario. La libertà è il frutto di una verità raggiunta e consumata nel proprio essere profondo. Realizzata, vissuta, sperimentata, macinata dentro di noi.
Nel discorso della Cena Gesù pregherà: Santificali, falli santi, consumali nella verità. Questo è il termine ultimo del cammino.
Qui c'è un grosso equivoco. Quando noi pensiamo alla religione noi non la pensiamo in termini di avventura aperta, di esperienza aperta nella verità, di un coraggioso cammino nella verità...
Religio viene da relegare... Le immagini prime che la religione evoca è sempre un fatto di oppressione e di proibito. Religione è condizionamento. Sono subito apparsi i condizionamenti. Mentre religio vuol dire mettere del limite in tutti i condizionamenti dell'uomo. Far rientrare il limite di Dio in tutti i limiti dell'uomo nell'esperienza religiosa.
Pertanto religio non viene da relegare , ma piuttosto viene da religere, cioè leggere di nuovo, leggere attentamente. Religione non è come spesso viene intesa. Pensiamo a Camus degli ultimi tempi. Per Camus religione è un salto, per sfuggire l'assurdo. Religere vuol dire che ogni cammino religioso autentico nasce dalla determinazione di non fuggire dalla realtà, ma di arrivare al cuore della realtà. In questa oscura persuasione, oscura certezza, ipotesi - tutte le ricerche, anche quelle scientifiche, nascono da una specie di intuizione Anche le ricerche scientifiche nascono così, da questa oscura intuizione che il cuore della realtà deve essere un nodo di luce.
Ed è una sperimentazione di questa verità, è il tentativo di arrivare alla verità ultima, alla cifra segreta, alla fiamma nascosta nel cuore delle cose. Questo è la religio, arrivare alla verità della vita, alla verità del proprio essere, alla verità delle cose, alla verità del cosmo.
Religio vuol dire questo cammino duro. Bisogna saper bruciare tutto se stessi in questo cammino.
Se qualcuno ama la tranquillità io lo scoraggio e gli dico di non intraprendere un cammino religioso. Se vuoi fare veramente un cammino religioso fino in fondo sarai continuamente macinato e crocifisso. Perché la ricerca della verità è davvero l'ascesi più dura, più costosa e più crocifiggente.
Quante libertà senza logos. Oggi noi viviamo a tutti i livelli, sia quello culturale che quello spicciolo, viviamo un vangelo senza logos, senza pensiero, senza contenuto. Lo si teorizza.
La distruzione di tutti gli assoluti.
Io credo che occorra ritrovare questa prima indicazione, questo spunto. Una libertà senza logos, senza pensiero, senza una positività e un senso positivo, è libertà, ma è la sconfinata libertà della pazzia, dove si è liberi, ma dove nulla ha senso. E la pazzia è proprio un mondo di parole e di gesti senza senso, di realtà senza senso. È il nichilismo.
Occorrerebbe ripensare a questo filone presente in Dostoevskij. Tutta la sua opera è una lotta a fondo contro il nichilismo. Definisce il nichilismo stupido e terribile, che corrode e dissecca le radici dell'esistenza e ha sempre inteso tutta la sua opera come un tentativo di sconfiggere il nichilismo. Leggete le sue lettere, dove questo emerge con estrema chiarezza.
In fondo nei fratelli Karamazov i grandi discorsi dello starec Zosima sono la risposta al nichilismo, dimostrando non attraverso un ragionamento la positività luminosa dell'esistenza. La risposta di Dostoevskij al nichilismo è nei discorsi dello starec Zosima.
C'è un nichilismo grande, il nichilismo che bestemmia, il nichilismo della rivolta, che io capisco... Ma nella cultura spicciola c'è un nichilismo strisciante, in cui i contenuti della vita si svuotano, si banalizzano. È un nichilismo presente nella cultura popolare...
C'è l'assenza di una sostanza interiore. Ci sono questi giocolieri del nulla, trapezisti del nulla.
È difficile che il letterato bruci se stesso nella ricerca della verità. Il letterato finisce sempre per girare attorno alla cosa. E chi gira attorno, mi prende in giro. In fondo si prende in giro la realtà. Non c'è il desiderio di arrivare fino in fondo al cuore della fiamma.
Allora divinizziamo l'irrazionale e deifichiamo l'istintività. E confondiamo la legge dell'istintività con la legge della libertà.
Nell'Evangelo, ma anche in ogni filosofia spiritualista, la radice ultima della nostra esistenza è veramente il logos, è la ricerca appassionata della verità fino in fondo, bruciandosi per raggiungere questa verità del nostro essere, della nostra vita.
Anche la bontà è seconda, non prima. Che cosa è l'amore, che cos'è la bontà? Gesù dice che "chi fa la verità viene alla luce". Diventa un essere luminoso, diventa buono.
Spesso intendiamo la verità come la testa, mentre la bontà come il cuore. Così abbiamo una bontà senza luce e una verità senza calore. Il vertice della sapienza nella bibbia è l'intelligenza del cuore. Donami o Signore l'intelligenza del cuore.
Divento buono non quando divento bonaccione, ma quando incarno nella mia vita, realizzo, il senso profondo intuito divino della mia vita. In quel momento io divento buono. In caso contrario è una bontà senza verità. E una bontà senza verità è un'illusione. La radice è sempre la verità.
Quando la bontà è realizzata consumata nel mio essere, io realizzo in me il logos incarnato. Ecco l'immagine della bontà. Quando la verità fa corpo con me, quando tutto il mio essere, lo sforzo, la tensione, quando tutto il senso dell'esistenza intuito fa corpo e il mio essere respira nella verità ecco che allora diventa l'uomo libero.
La forza delle parole di Gesù, del logos che si è incarnato in pienezza, macinato dalla verità fino in fondo: Vi è stato detto... ma io vi dico.... Io sono questa forza della parola di Cristo, dove la verità si incarna. È veramente l'incarnazione del logos di Dio, è la verità di Dio, fino in fondo.
Come quando Giovanni Battista dice: io sono niente, ma sono la voce... Che umile Giovanni... C'è ambizione più alta di essere la voce? Quando Cristo parla e parla come solo la coscienza sa parlare e diventa la voce di ogni coscienza, allora c'è questa identificazione con la verità. Allora è buono: Maestro buono Ma anche la bontà fruttifica sulla verità. Il logos è prima. In principio è il Logos. In principio è la verità. Quando c'è la verità che diventa bontà, perché si incarna, perché si materializza, prende corpo, perché fa corpo, allora c'è veramente la trasparenza della bellezza. La bellezza è il crisma della verità, è il crisma della bontà. È la visione cristiana.

la trasparenza della bellezza, sigillo della verità

È la trasparenza di una pienezza interiore, è la trasparenza di una luce di verità, ed è la trasparenza della bontà. È la vera bellezza, non la bellezza fatua.
Ho fatto in tempo a conoscere alcune grandi figure, Come padre Acchiappati, per dire un nome che mi è caro. Questo uomo così colmo di luce in cui veramente la bellezza della sua esistenza era diventata il sigillo della sua verità e sostanza interiore.
Io credo che veramente la bellezza è il sigillo della verità. Quando non è estetismo, che è la malattia della verità.
Ricordo quel mio amico di fede opposta e lontana, che mi diceva della sua paura di essere stregato dalla bellezza dell'evangelo, quante volte diciamo dello stupore dei discepoli nel giorno della risurrezione: troppo bello per essere vero.
C'è una qualità di verità così profonda che mi fa dire: è troppo bello per avere il diritto di non essere vero. È l'autenticità della verità. Io lo sento come il sigillo della verità. In questo senso Dostoevskij dice: È la bellezza che redimerà il mondo. In fondo la chiesa, nel senso autentico della parola, è il mondo redento e trasfigurato della bellezza. La bellezza è la luminosità della verità.
Nella chiesa d'oriente che vive dello Spirito è riscontrabile il fenomeno della luminosità del corpo e del volto. Io non dimenticherò mai il carissimo prof. Hausmann, un ortodosso, che dirigeva il centro ricerche agrarie di Lodi. Tre giorni prima che morisse sono andato a trovarlo. Fu un incontro che non dimenticherò più, e che mi ha fatto sentire anche la nostra povertà quando dopo un lungo abbraccio, Hausmann mi dice: "don Michele mi dica qualche cosa di buono". E allora ci si accorge che siamo poveri e si tenta di spremere da te stesso qualche cosa, e non viene fuori luce... siamo tenebre.
Ma non dimenticherò mai l'intensità del suo sguardo così luminoso, pieno di luce. Ce l'ho sempre davanti. Non ho mai visto uno sguardo così intenso e così pieno di luce. La bellezza è il sigillo di un uomo che ha realizzato l'essenzialità del suo essere che ha incarnato, che fa corpo. Allora diventa bellezza. E diventa anche gioia, perché - come dice Cristo al Getsemani - vi ho detto queste cose, perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
La gioia è il gaudium della verità. Quando l'uomo ha raggiunto la verità del suo essere, allora si dilata. È Maria, che ha incarnato in sé il divino, ha dato carne al divino.
Allora l'anima mia si dilata nel mio Signore, e canta il canto a noi proibito, quello del magnificat, che è il canto della gioia. Ha fatto grandi in me tutte le cose. Questo giubilo dell'essere che ha raggiunto la verità, la bontà, la bellezza. Allora è libero.
La libertà nasce da questo. È la conclusione finale di questo cammino, un cammino nella verità, un cammino nella bontà, verità che si incarna, verità che canta, verità che si dilata, che è gioia, e che allora è veramente libero.
È il volto festivo dell'uomo, signore delle cose. La domenica, il giorno del Signore, è anche il giorno in cui noi siamo signori.
E andiamo in chiesa per poterne uscire fuori e tornare, come Adamo nel primo giorno della creazione, ad essere signori delle cose e signori della nostra vita. Siamo signori.
Mettendo il volto festivo alla nostra giornata.
Allora l'uomo è libero. È l'uomo che è signore di se stesso, è l'uomo pacificato, è l'uomo pacificante. È l'uomo che ha raggiunto la sua libertà totale.
C'è una libertà iniziale nella nostra vita. È la libertà di scelta È la libertà povera, primitiva, grezza. Io nasco con la libertà di diventare uomo, ma non so se lo diventerò. Io nasco con la libertà di diventare intelligente, ma so se diventerò intelligente. È una libertà iniziale. È la libertas minor, come la chiamava Agostino.
È la libertà di scelta che mi fa sentire alle origini di me stesso. Io posso diventare me stesso.
Ma poi c'è la libertà terminale che è la libertà conclusiva, che è la libertà dell'uomo che ha raggiunto la sua pienezza, quando la sua vita è diventata tutto valore. È una vita piena di valori, di verità, di bellezza.
È l'uomo libero che non ha neanche più paura. Vince in sé la paura. Gandhi, forse uno degli uomini più liberi, e grandi, diceva: l'uomo non è mai compiutamente libero fino a quando non ha vinto la stessa paura della morte. Allora è veramente l'uomo senza paura, senza ombre. È l'uomo che ha consumato in sé la pienezza del senso divino della sua esistenza, della sua vita. Allora veramente è libero ed è signore, anche se poi è una libertà crocifissa.

2. - Il significato dell'esperienza cristiana

In fondo, trattando della libertà, finora non abbiamo fatto un discorso specificatamente cristiano. Il cristiano è colui che si interroga e dice dove è il logos ultimo della vita, dell'essere, dell'esistenza. Per il cristiano il logos si è espresso nella sua pienezza in Gesù, dove lo spirito di Dio è entrato totalmente, e se c'è un'emergenza nella storia millenaria della spiritualità del divino lo sentiamo in Gesù di Nazareth.
Allora ci chiediamo chi è il cristiano e che cosa è l'esperienza cristiana. Potremmo dirlo con delle parole difficili o teologiche, ma mi torna sempre in mente quando penso al mio essere cristiano e all'essere cristiano di tanta gente, quella parola di Unamuno - che io amo molto, anche se non è strettamente della cittadella cristiana però ha tanti accenti, timbri di verità cristiane - dove dice: chi è cristiano? È colui che pronuncia con rispetto e con amore il nome di Cristo. Ed è davvero tanto. Io penso che se alle soglie d'ogni nostra giornata, l'orientiamo nella novità e nella santità di una giornata nuova pronunciando con rispetto e con amore il nome di Cristo, vuol dire che io in quella giornata obbedirò a una ispirazione che mi viene da lui. E vivrò la mia giornata nel suo spirito, nella sua luce, con la forza che mi viene dalla sua immagine dalla sua presenza.
Io penso che essere cristiano vuol dire vivere, sperimentare, entrare, esplorare la propria vita nello spirito mosso come Gesù è stato mosso dallo spirito di Dio, quello stesso spirito che si è incarnato in Gesù e che Gesù ci ha comunicato e viviamo e sperimentiamo la vita con la forza e con la luce che viene dallo spirito di Gesù che abita in noi e che ci ha lasciato come sua presenza in noi.
Ci sono due modi di leggere il cristianesimo.
maniera dottrinaria
C'è una maniera dottrinaria di leggere il cristianesimo e di sentire il cristianesimo. E spesso questa maniera, che ha una sua ragione, rischia di far diventare il cristianesimouna specie di prigione di dogmi teologici e morali, per cui essere cristiano per molta gente vuol dire un sottoscrivere un certo numero di verità dogmatiche e di verità morali. Accetto, sottoscrivo, consento e una volta che ho accettato, sono un cristiano ortodosso. Anche la gente quando vuole distinguere tra noi e i fratelli protestanti "non credono nella Madonna, non credono nei santi,". Praticamente il cristianesimo è spesso inteso in questa forma dottrinaria, così come un complesso, una struttura teologica, che finisce facilmente per essere una ideologia, facilmente noi sovrapponiamo tante cose, che si sottoscrive e una volta sottoscritta noi portiamo dentro di noi questo cumulo di verità. Siamo più uomini di una teologia, che non uomini dello Spirito vivente.
C'è questa maniera dottrinaria.
pentecoste
Oppure un'altra maniera, quella della manifestazione dello Spirito, è la pentecoste. Nella pentecoste non ci viene dato un'altra legge, o un'altra verità più perfetta, più raffinata, più colta, più alta. A Pentecoste succede un terremoto, uno sconvolgimento radicale. Non abbiamo più la legge, ma lo spirito.
All'uomo viene data una libertà sconfinatamente grande di vivere la vita nello spirito di Gesù. Come dice Giovanni della Croce, quando si arriva ad un certo punto non c'è più strada, non ci sono più sentieri. C'è solo Dio, il suo spirito. Questa è la pentecoste.
Vivere il cristianesimo è fare questa esperienza della vita nello spirito di Gesù. Perché nello spirito di Gesù e in Gesù?
Traduco un pochino quelle che sono le mie scelte, il mio modo di essere e di sentire. Non so se riesco a dirlo, a tradurlo. Quando devo far delle cose schematiche sono sempre più confuso del solito.
Mi ricordo che quando padre Acchiappati diceva: "adesso vi spiego con chiarezza" era la volta in cui non si capiva niente. Sono un buon discepolo di padre Acchiappati.
Ogni risveglio, ogni giornata in cui entro lo percepisco come tutta una vita. Tento di non proiettarmi nel domani o nel passato, che è la tentazione del torcicollo, di chi sta già invecchiando male. Tento di vivere ogni giornata come se fosse una vita consumata e compiuta in se stessa, che abbia in se il suo senso.
E in ogni risveglio, quando entro, per me sono quattro le grandi esperienze di vita, di logos, di logos oscuro o di logos pieno di luce. Sono 4 le grandi parole dei vangeli, dette sull'esistenza e sulla vita dell'uomo. Sono quelle che sento veramente come radici di me stesso, che hanno una consonanza, una rispondenza dentro di me.
Sono esperienze abissali, assolute, radicali, al limite. E queste esperienze hanno avuto una loro traduzione, in parole, con una forza assoluta.
In queste 4 esperienze c'è una assolutezza di esperienza totale ultima, che è un'assolutezza di linguaggio non più superato. Tocchiamo dei vertici o tocchiamo degli abissi. Ci muoviamo entro queste grosse 4 intuizioni. Il possibile logos dell'esistenza, la possibile verità ultima dell'esistenza.
C'è una complicità dentro di noi, ci sentiamo tradotti quando accostiamo questi testi, li sentiamo nostri. Sono personaggi, volti, voci oscure di un mondo lontano però non straniero. Sono presenze domestiche poste nel cuore di ognuno di noi.

il Qoelet

La prima è quella che si esprime in quel grande libro che è il Qoelet. La traduzione di Ceronetti è di una grande bellezza. È uno dei capolavori di traduzione.
In Qoelet abbiamo il vangelo della disperazione, il vangelo del non senso assoluto della vita, il vangelo del vuoto, il vangelo dell'assurdo.
In queste pagine del Qoelet Dio sembra entrare come qualcosa di appiccicato, che non viene dal profondo. Dio è estraneo. Il mondo del Qoelet è il mondo della ragione atea, senza illusioni. È una realtà consapevolmente ateizzata, consapevolmente e lucidamente disperata. Tutto è assoluto nelle espressioni del Qoelet. Tutto è essenziale, tutto è ultimo. Tutti prenderanno di lì. Anche Leopardi.
Lì non c'è gioco letterario. Tutto è assoluto e tutto è vero.
Questo oscuro Qoelet è proprio l'uomo di sempre, l'uomo che è ognuno di noi di certe ore, dell'ora della tenebra. È l'ora in cui si fa notte, in cui le cose perdono il loro significato e si svuotano di luce.
L'uomo che ascolta la voce che sale dalle profondità delle cose. È il grido delle cose. Ed è il grido della disperazione. Ceronetti traduce con più intensità il vanitas vanitatum, Vanità di vanità, infinito vuoto, infinito niente. Il cuore si torce per via di tanta disperazione. Infinito vuoto, infinito niente.
È la disperazione lucida che rifiuta tutti i narcotici, tutte le illusioni, tutti i miti. Il libro del Qoelet li fa passare tutti. È come il volto della medusa che pietrifica tutto e tutto distrugge. Non c'è libro più disseccante e distruttivo di tutti i miti, di tutte le illusioni, di tutti i sogni che l'uomo può dare a se stesso, per darsi una ragione di vita. Non c'è libro più radicale.
Ed è bello perché rifiuta tutte le narcosi, come Cristo in croce.
L'uomo religioso è veramente quello che ha il coraggio di rifiutare tutte le narcosi e vuole arrivare spietatamente, con durezza, alla verità ultima.
L'equivoco più grosso di concepire la religione è ritenerla come un salto nella pace, un salto per consolarsi dell'assurdo. È il grande errore, la grande lettura sbagliata che Camus ha fatto del cristianesimo. Camus, che lo sento così fratello, così dentro di me, qui ha letto male. Per lui fede è saltare, è infrangere in qualche maniera la luce della intelligenza per concedersi alle dolci e care illusioni, che aiutano a vivere.
È proprio la falsificazione radicale dello spirito religioso. Cristo in croce non ha voluto narcosi. Ha gridato la sua disperazione "Padre, perché mi hai abbandonato".
Occorre reagire contro queste droghe che ampiamente usiamo. Quante droghe culturali, letterarie, che sono le più colpevoli e le più vili. Ecco perché io non sopporto i letterati che giocano.
In religione non c'è letteratura La letteratura ammazza e uccide la religiosità. Non voglio essere sacerdote di colpevoli illusioni, anche di quelle vestite letterariamente. Occorre avere il coraggio di guardare con occhi freddi e lucidi la verità fino in fondo.
Gandhi, mentre prima diceva che Dio è la verità, successivamente è giunto a dire che la verità è Dio. C'è il rifiuto dell'alienazione.
L'uomo religioso è quello che ha questa dura determinazione di arrivare alla verità per quanto gli è possibile. Non è detto che io ci arrivi, ma il cammino religioso è l'audace tormentarsi che costa sangue e sudore per arrivare all'ultima verità che ci è possibile raggiungere, senza narcosi, senza cedere agli incantesimi, senza attraccare la nostra navicella ai porti facili delle facili paci, di tutti i generi.
E c'è anche la narcosi, l'intossicazione più facile, quella che viene dall'azione. Diventiamo trottole agitate, che non hanno il coraggio di fermarsi per rimanere nello stordimento.
Su questo Malraux ha una pagina molto bella, dove raffigura un uomo su di un treno con due pesantissime valigie , che se le tiene strette e va avanti e indietro agitato E Malraux dice: perché se le tiene così strette? Per il valore della merce che portano oppure perché lo distolgono dal pensare alla meta del suo viaggio? È la droga dell'azione.
E ci possono essere le droghe volgari, come ci può essere anche una droga nobile. Come l'impegno sociale, quando esclude dal proprio orizzonte la prospettiva di fondo. È una droga. Non posso risolvere tutto nella socialità, nell'impegno sociale o politico. C'è qualcosa che in me va oltre. Nessuno mai riuscirà a consumarsi senza residui soltanto nel suo impegno sociale. Questo impegno aiuta a vivere, ma è droga. Ho avuto questi demoni, demoni facili, ma li ho esorcizzati.
Durante il periodo della liberazione, durante la guerra di liberazione, a cui presi parte con un gruppo di partigiani di Canale, ad un certo momento mi sono accorto di poter essere risucchiato dentro senza residui, con una identificazione totale. E fu un lampo di luce su me stesso, e di rifiuto di questo totale assorbimento.
Era stato proprio un mio compagno prete, che aveva aderito alla resistenza e che era entrato dentro, risolvendosi totalmente dentro al movimento partigiano, identificandosi totalmente.
È stata decisiva per me quella reazione. In quel momento ho giurato a me stesso di non essere mai più compiutamente di nessuna patria, di nessun partito, di nessuna chiesa, (chiesa come patria carnale non come patria dello spirito, come vangelo).
Il momento sociale è importante ma non è tutto nell'uomo. Può addormentare certi interrogativi, senza risolverli. Ed è ancora Malraux ricorda quella parola che Stalin rivolse un giorno a De Gaule con tristezza: Alla fine vince soltanto la morte.
Il Qoelet è un libro veramente distruttivo.

Giobbe

Poi c'è un'altra grossa esperienza che per me conta ed incide ed è l'esperienza di Giobbe.
Siamo ad un'altra esperienza ultima, assoluta, radicale, espressa con un assolutezza anche letteraria insuperabile. Tocchiamo dei vertici. Si prende sempre qualcosa da Giobbe. Sono momenti essenziali, al vertice dello spirito.
Giobbe è un'altra parola, fa un passo avanti. Non è più l'assurdo, la disperazione. In Giobbe c'è il superamento della parola "assurdo". Giobbe non lo dice. È tentato di dirlo, maledice i suoi giorni, maledice la sua vita, lo grida... Nel testo ci sono i teologi esperti, molto scaltriti, che gli spiegano il mistero, la lacrima dell'innocente. È qualche cosa di ancor più scandaloso sotto certi aspetti.
Giobbe è il buono che soffre. È la santità crocifissa. Non è soltanto l'innocenza, ma è la santità positiva che viene crocifissa, viene flagellata, viene distrutta.
I teologi tentano di dare una spiegazione razionale, mentre Giobbe protesta... Cosa servono le spiegazioni teologiche di fronte al grido? Giobbe è un grido, puro grido, come Cristo in croce sarà un puro grido dello spirito.
A cosa possono servire le ragioni dei teologi che tentano di inquadrare lo sconfinato mistero? Tanto è vero che Dio interviene a favore di Giobbe e dice basta e cerca di consolarlo.. Ma poi chiama Giobbe e dopo averlo difeso gli dice: adesso ci confrontiamo.
E allora per primo è Giobbe a dire i suoi "perché". È davvero stupenda la bibbia, con i suoi terribili "perché" che ci portiamo dentro.
Dio nel Genesi ad Adamo dice Dove sei?. Mentre qui è Giobbe a chiedere a Dio: Dove sei?. È l'uomo che lo chiede a Dio. Quanta forza in questa protesta di Giobbe.
E poi è Dio che si rivolge a Giobbe: Quando io gettavo le fondamenta della terra, quando facevo emergere i monti, quando seminavo i cieli di stelle, eri tu che mi davi consiglio? Eri tu che presiedievi all'opera? È c'è questo accavallarsi di domande di Dio a Giobbe...
E allora Giobbe si porta la mano alla bocca, adora in silenzio. adorare non vuol dire accettare, capire, consentire con facilità, ma portare la mano alla bocca, "ad os", in silenzio. È il silenzio adorante il mistero di dio, che è più grande, sconfinatamente grande, non penetrabile. Giobbe porta la mano alla bocca e dice: sì, ho capito di aver parlato di cose troppo più grandi di me.
Camus che dice, come tutto l'esistenzialismo, che la vita è un assurdo. Giobbe è la contestazione di questa visione. Nessun uomo, mai, questo è l'insegnamento di Giobbe, ha diritto di pronunciare la parola impronunciabile che la vita è un assurdo. Perché le sorgenti della vita non sono in te, dice Iddio a Giobbe. E se le sorgenti della vita non sono in te tu non puoi avere la chiave del mistero. Se non sei alla radice della vita non puoi mai dire di essere arrivato all'ultima cifra, al nodo ultimo della realtà. E se dici questa parola, la dice indebitamente e in fondo tradisci la tua intelligenza. Pecchi contro la tua intelligenza. Non puoi dire che la vita è assurdo, semmai che è contraddittoria. Questa è la parola di Giobbe.
Ci sono trasparenze di luce nella vita e c'è un'emergenza di tenebre opaca oscura. È la parola mistero.
Siamo veramente alle radici. No si tratta di cose astratte, lontane.
Quando la nostra amica, la Celestina, colpita da un tumore, che l'aveva totalmente consumata, prima di andare a Milano per un ultimo controllo, lucidamente consapevole della propria condizione (non voleva narcosi: "io voglio sapere la verità fino in fondo prima e dopo") mi dice: Don Michele, preghi perché io abbia l'anima, il cuore sufficientemente grande per accogliere in me il mistero di Dio". È il mistero che le era entrato nelle carni, mangiandogliele, come Giobbe. Qui c'è una parola alta. È la parola di Giobbe. Non si superano queste cose, non si va oltre. Sono dentro di noi questi momenti dello spirito.

le religioni cosmiche dell'oriente

Poi c'è un'altra esperienza che ha l'assolutezza dell'esperienza radicale, ultima. È l'esperienza dell'oriente, delle religioni cosmiche, dell'induismo, del buddismo, che hanno tanto fascino, ma spesso c'è più attrattiva che conoscenza. È un mondo lontano, difficile da penetrare e da capire. Occorre essere cauti. Solo uomini, come il nostro amico pastore anglicano padre Rogers, che ha vissuto per 25 anni un dialogo approfondito con il mondo induista, potrebbero dire qualche cosa di bello.
Vi si afferma, per quanto riesco a capire, la vanità delle cose, la irrealtà del reale, ma la salvezza proposta soprattutto nel buddismo non è la salvezza della vita e nella vita, ma la salvezza dalla vita. Sono molto perplesso, non riesco a sentirla mia fino in fondo questa visione.
È un'altra grande esperienza che oggi affascina molti, forse in modo superficiale.
Ma bisogna essere prudenti nell'esprimere valutazioni di realtà non facili da accostare. Pensiamo ai libri di Panikkar, un uomo che ha letto in positivo, venendo dal di dentro di quel mondo. Dobbiamo avere grande rispetto.
Ricordo una professoressa che aveva visitato molti monasteri buddisti, e che aveva scattato molte fotografie. Una cosa che mi aveva colpito vedendo la galleria di monaci buddisti, erano i loro volti su cui c'era un innegabile pace. Ho avuto però anche l'impressione, vedendo in successione volti sempre identici, che si trattasse di una pace immobile, di una pace un po' assente, di una pace di non partecipazione, di una pace enigmatica. Cosa c'era dietro quel volto e quel sorriso appena abbozzato? Preferivo i volti degli induisti, così espressivi, così caldi e vivi.
In fondo il grande mito, la grande verità centrale del buddismo, la grande notte del buddismo è la notte della fuga, mentre per il cristianesimo è la notte dell'incarnazione.
Nel cristianesimo abbiamo tutti i grandi simboli cristiani: il simbolo dell'incarnazione, il simbolo della croce, il simbolo dell'eucaristia. Sono simboli reali, sono simboli di un logos che entra dentro nel cuore della cose, non fugge, non scappa. In fondo il Dio cristiano è un dio crocifisso dalla realtà delle cose. Porta tutte le stigmate della vita, anche dell'assurdo, della contraddizione della vita. Ci sono tutte le stigmate del dolore. La trasfigurazione avviene, ma dal di dentro delle cose, non fuggendo. La mia è un impressione sul buddismo, un'impressione non del tutto infondata. I volti parlano, come parlano i simboli, che sono espressivi.

l'esperienza cristiana

E poi c'è l'esperienza cristiana, l'esperienza del logos, di un logos crocifisso in Gesù di Nazaret. Il logos è il senso che si incarna in questa nostra dimensione di esistenza e di vita. Gesù è veramente una vita, un essere irradiante senso, luce, in modo sconfinato. Quando noi ci accostiamo a Gesù ci troviamo di fronte a un assoluto di senso, che trova le sue espressioni più alte, come silenziose esplosioni di luce, in Giovanni e in Paolo.
Di Giovanni soprattutto il prologo, il discorso della cena e la prima lettera di Giovanni.
Di che cosa è fatta questa esperienza? Non è l'infinito vuoto, non è l'infinito niente.
Ma di che cosa è fatto questa esperienza di Gesù così come ce la traduce Giovanni, dopo averla macinata a lungo nel corso degli anni? Giovanni quando tradurrà l'intraducibile di questa esperienza dirà "In principio". Ecco il nodo, il fondo ultimo del reale. Il cuore è luce, è un mistero di luce. Il nodo ultimo delle cose è luce. E le parole che scandiscono questa esperienza di Gesù e che scandiscono l'esperienza di Giovanni sono: "niente senza di lui fu fatto..." Nulla è senza senso. Ricordo la stupenda preghiera di Hammarskjold, in cui dice:
O signore, Tu sei al di sopra di noi,
Tu che sei anche in noi.
Tu che io non conosco, ma a cui appartengo.
Tu che io non comprendo, ma che costruisci il mio destino,
fa' che io segua fino in fondo
la via delle tue segnalazioni interiori,
in amore e pazienza, in fedeltà e coraggio,
in rettitudine e umiltà, in quiete.
Fa' che io non disperi mai,
perché sono sotto la tua mano.
E in Te è ogni forza e bontà.
Nella tua mano,o Signore,
ogni ora ha un suo senso e grazia,
elevatezza e pace e consistenza".

È la traduzione in preghiera del testo di Giovanni
"E lui era vita e la vita era la luce..."
Guardate la vita che è luce. La verità cristiana è un'esperienza, non è un concetto astratto, non è un'idea.
"Chi fa la verità viene alla luce."
Nel concetto cristiano la verità non è la verità della ragione ragionante, ma è sapienza del cuore, dove tutto è coinvolto in una grossa esperienza di verità autobiografica.
Gandhi ha intitolato la sua autobiografia: "esperienza di verità". Tutta la vita è un'esperienza di verità. Questa è la verità cristiana.
"E la vita era la luce degli uomini, e la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno sopraffatto."
"vi fu un uomo mandato da Dio il cui nome era Giovanni, venne come testimone per dar testimonianza alla luce".
Ci sono figure amiche come sorella Maria, come padre Acchiappati, che sono testimoni e profeti che mi hanno fatto entrare dentro. Se non c'erano loro per me il vangelo sarebbe stato anestetizzato, l'esperienza di Gesù sarebbe stata qualcosa di sigillato, oppure sentita carnalmente. Anche il vangelo può essere sentito carnalmente. Anche Cristo può diventare un'idolatria, se non è colto nello spirito..
"non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce, la luce vera che illumina ogni uomo.
Era nel mondo e il mondo fu fatto per mezzo di lei, ma il mondo non lo riconobbe. Venne nella sua casa, ma non l'hanno accolto"
È tutto il dramma della crocifissione. Non dimentichiamo che il cristianesimo è la religione di una verità crocifissa, di una bellezza crocifissa, di una bontà crocifissa, di una comunione crocifissa. È ottimismo, ottimismo tragico.
La speranza cristiana è una speranza fragile. "Pianta nella speranza aspettando il suo frutto", come scrive Diogneto, ma è fragile.
Noi siamo i discepoli di un logos crocifisso. Non facciamo delle facili illusioni, altrimenti predichiamo gli ottimismi inconsistenti, vuoti, senza radici.
Quando penso alla messa durante la quale dico queste cose e al fatto che dei preti non concelebrano più con te!
La messa è la commemorazione della morte di Cristo. Certo. Ma sulla croce non è morto soltanto un amico. Ci sono state tante altre morti, forse più crocifisse di quella di Cristo. Ma il venerdì santo era andato in frantumi il mondo spirituale di Gesù, il logos divino era stato crocifisso dentro la storia. È questo il tragico del venerdì santo. Non che Gesù di Nazaret sia morto, ma che è morto il logos che lui rappresentava, che incarnava, che faceva corpo con lui. Il senso divino della vita e delle cose, in quel momento, era in frantumi, ed era crocifisso. Poi c'è la pasqua.
Bando agli ottimismi facilil e alle facili speranze, alle facili teologie della speranza!
Quando Dio nel mondo tornerà, troverà ancora amici della verità sulla terra? Non ci ha ingannati. Quando la speranza cristiana getta queste radici profonde, allora non c'è più alcuna smentita della storia che riesca a prendere e a spezzare. E il divino della fede in quel momento è lui. Chi di noi è capace? È cogliere il senso divino. Ogni cosa ha il suo senso, la sua grazia (Hammarskjold). Anche l'ora della croce.
"Scendi dalla croce e noi ti crederemo". È il miracolo facile. È la saggezza di Pietro, che ritiene assurda la crocifissione. "Pietro mettiti dietro di me. Tu ragioni alla maniera dell'uomo, non con la sapienza di Dio" (Marco 8,33)
È cogliere nell'ora della croce, nel logos crocifisso, il senso divino dell'esistenza.
cogliere il senso del divino nella croce
Chi la visto? tutti hanno perso la fede, anche quelli che come Pietro avevano riconosciuto il divino in Gesù. Ad eccezione di due persone: il buon ladrone "ricordati di me quando sarai nel tuo regno" e il centurione: "Veramente quest'uomo era figlio di Dio". Solo loro due hanno visto che sulla croce si è rivelato l'agape di Dio, il senso ultimo, divino, divinamente grande. Dio si è rivelato sulla croce. Lì c'è la dismisura di Dio.
L'hanno vista solo due che non erano dei discepoli. Avevano l'occhio dello spirito. Segnati dallo spirito, toccati dallo spirito hanno colto il senso di Dio di Gesù di Nazaret, quando tutti hanno smarrito questo senso di Dio.
"A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di vivere il senso divino della vita"
"A quelli che credono nel suo nome, che non da sangue né da voler di carne sono nati..."
Qui siamo nella sapienza che viene dall'alto. È la sapienza dello spirito. Occorre questo cammino dalla carne allo spirito.
"ma da Dio sono nati e il verbo si è fatto carne e ha piantato la sua tenda tra noi e abbiamo contemplato la sua gloria, come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità"
Si pensi all'infinito vuoto, all'infinito niente, si pensi al dramma di Giobbe.
"È pieno di grazia e di verità."
E Giovanni dà testimonianza e grida: "questi è colui di cui dicevo che verrà dopo di me, che dalla sua pienezza tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia"
La parola occorre caricarla del suo significato più grande, non devozionale. Rischiamo di impoverire le cose, le sporchiamo rimpicciolendole.
"perché la legge fu data per mezzo di Mosé, ma grazia e verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo. Nessuno mai ha visto Dio, ma l'unigenito nel senso del Padre ce lo ha narrato..."
Lasciamo queste parole nella sua indefinitezza. Vogliamo stringere sempre troppo. vogliamo definire. Non sappiamo definire noi stessi e vogliamo definire Gesù.
Sentite queste parole, "grazia, bellezza, pienezza"... Non l'infinito vuoto, l'infinito niente, ma la pienezza di tutte le pienezze. E grazia e verità e pace e gioia e bellezza...

Che cosa vuol dire essere cristiano?
Ogni giorno io ho l'evangelo nero del Qoelet, questo evangelo oscuro che ha tutti i succhi della disperazione del vuoto. Come entro nella vita? Quale esperienza voglio fare nella vita?
A coloro che vogliono fare questa esperienza di vita, di grazia, di verità, di gioia, di pienezza, di verità ultima e positiva, a chi vuole tentare di arrivare, nonostante tutti gli spessori d'ombra, a fare l'esperienza di luce e di fiamma, Gesù dice: non siete soli, sono con voi. Vi do il mio spirito. Questa è la Pentecoste. Io voglio fare questa esperienza, bruciando tutto me stesso, perché la legge dell'esperienza religiosa è questa.
Gesù l'ha detto, sempre: chi getta la propria vita allora la troverà, chi non la getta non la tenta neanche... e fa bene a non seguirlo.
La legge dell'esperienza religiosa è un bruciarsi totalmente nella luce, senza residui. Allora fai luce. Davvero si è come il fiore, come l'olivo... L'olivo questa pianta così contorta, che affonda le radici nel terreno sassoso, che fa la fatica del crescere, e poi le olive che vanno frante e poi l'olio che va consumato tutto e deve consumarsi per essere legge.
L'esperienza dello spirito, l'esperienza religiosa è questa.
Non c'è da stupirsi che molti da quel giorno, dopo che Gesù aveva parlato di queste cose, non andavano più con lui.

dibattito (dopo la seconda riflessione)

avvertire il miracolo delle cose

La facile consolazione, le facili paci, il salto della pace non ha nulla a che vedere con l'esperienza religiosa. L'esperienza religiosa per me è la promessa di Gesù: non sarete soli, vi mando il mio spirito. Sarò con voi. L'esperienza religiosa è vivere la propria vita nello spirito di Gesù.
Non posso vivere la vita di Gesù. Non posso imitare Gesù. Abitualmente diamo una lettura ripetitiva dell'esperienza cristiana, perché abbiamo fatto del cristianesimo una lettura dottrinale, ripetiamo i dogmi, li cambiamo, li sillabiamo. E quando noi abbiamo cantato i dogmi pensiamo di essere cristiani.
Se io dico che credo nel Padre, se io faccio il segno della croce... vuol dire che entro nella vita nel nome del Padre. Non vuol dire solo che il Padre c'è, ma che devo fare l'esperienza. Vivo l'esperienza religiosa se entro nella giornata e faccio questa esperienza del tutto come dono, del gratuito della vita e dell'esistenza. È l'esperienza di Giobbe, l'esperienza che le radici non sono in noi e che noi non siamo alle radici. Quando tu fai l'esperienza religiosa vivi la tua giornata come mistero, rispettosamente attento alla grandezza di ogni cosa, perché tutto è santo, perché tutto è grande, perché non c'è niente di piccolo, perché le cose sono piene di Dio e sono sacramenti di Dio. Tu devi camminare nella tua giornata con questo senso della grandezza di tutte le cose, di tutte le creature. Vivi l'esperienza religiosa quando tu avverti il miracolo delle cose. Il miracolo non c'è bisogno di andare a vederlo a Lourdes. Quando io mi palpo e mi tocco, io tocco e palpo il miracolo. È l'emergere delle creature vestite di miracolo. Come dice Gesù: "Guardate il fiore del campo". Gesù parla con molta semplicità. "guardate i fiori del campo, non lavorano, non faticano, non fanno sforzi ascetici. Accolgono lo spirito di Dio, il dono della luce e dello spirito di Dio che li veste di bellezza e di grazia.
In fondo l'essere cristiano non è altro che l'essere come un fiore che si apre ad accogliere... "A coloro che hanno accolto...".
Veramente sono parole abissali.
"A coloro a cui ha dato il potere di diventare figli di Dio" cioè creature di miracolo. Quando io faccio questa esperienza, io faccio un'esperienza del padre. Nella misura in cui arricchisco la vita, do vita, faccio crescere (non nel senso del movimento per la vita) nel senso più alto, di qualità di vita, di ricchezza di vita.
Ogni volta che io alimento vita, io divento pane per il mio fratello. "Siate pane l'uno per l'altro". Allora faccio un'esperienza del padre, del dare vita. Io faccio un'esperienza di Dio.
Fare l'esperienza cristiana non è un'esperienza ripetitiva, è entrare ognuno nella propria vita, a percorrere la propria vita e non quella degli altri e neppure quella di Gesù e neanche quella di Francesco, ma la mia vita, la mia giornata nello spirito di Gesù.
Allora l'essere cristiano vuol dire accogliere in noi lo spirito di Gesù e inventare nella libertà la propria vita, danzando con Dio la propria vita, o gridarla di dolore con Dio nel momento dell'agonia del Getsemani. Questo è essere cristiano.
Io non so quello che sarà la mia vita. È un'avventura aperta. Non so quale volto avrà la mia vita cristiana. E la mia vita deve essere diversa dalla vostra. Non ci sono ripetizioni, slogan, che rimbalzano da Roma, a Milano, a Torino, a Genova. Il cristianesimo non è un supermercato dove tutto è preconfezionato di oggetti religiosi. Ma è un vivere creativamente la propria vita, nella libertà dello spirito.
Perché abbiamo uno spirito e non più una legge. Per noi vivere è Cristo. E la pentecoste è una troppo sconfinata libertà dello spirito. Vivi nello spirito di Gesù e inventa la tua vita, creala, dagli un volto, che abbia il volto di dio, del senso di Dio. E nella misura in cui lo spirito è in te penetrato allora la tua vita qualunque essa sia si illumina... Ogni volta che tu ti trovi di fronte a queste povere e grandi creature, risuona in me la parola che mi veniva in mente quanto ho assistito la nostra amica Celestina: i santi sono tra noi e non lo sapevamo. Questa terra è santa e io non lo sapevo. Quante volte ci sono questi miracoli dello spirito.
Proprio oggi è stato seppellito lassù a Saint Jacques, in Val d'Ayas, un mio povero amico. Era un non credente. E la sua vita è stata un lungo calvario. Da giovane ha avuto problemi ai polmoni, a causa di uno pneumotorace. È stata veramente un lungo calvario.
Ha perso una fede di tipo popolare e non ha saputo trovarne un'altra. Il dolore gli aveva velato il volto, il senso divino dell'esistenza. Mi ricordo l'altro giorno quando, nel tentativo ultimo di curarlo, lo abbiamo accompagnato da un professore di Torino. Io stupidamente parto da Saint Jacques dimenticando tutti gli incartamenti delle sue degenze in ospedale e me ne accorgo solo quando sono nei pressi di Ivrea, dove lui viveva in casa della figlia. Dico allora ai familiari di accompagnarlo loro a Torino mentre io cerco di recuperare gli incartamenti facendomeli portare da Saint Jacques al fondovalle, a Verres. Con la mia auto a 140 all'ora vado a Verres a prendere la documentazione per poi altrettanto velocemente andare a Torino. Riesco ad arrivare in tempo. Entro nel luogo dove è prevista la visita e con passi affrettati percorro un corridoio per cercarlo. Insieme alla moglie mi viene incontro e vedo quest'uomo con gli occhi che gli si inumidiscono di lacrime. E in quelle lacrime c'era la paura dissolta per quello che mi poteva succedere avendomi visto com'ero agitato e conoscendo il mio carattere. E nella gioia dell'avermi rivisto per essere arrivato senza incidenti, sano, mi dice con la voce rotta: "Ho avuto molta paura". E i nostri sguardi si sono incrociati. Come ha detto Simone Weil, nell'incrociarsi di due sguardi, lì Dio è presente. E ho sentito quella presenza divina, anche se non era un credente. E mi sono detto dentro: "Dio, come è bello. Vorrei che quando sarà la mia ora Dio mi guardi con quello sguardo e abbia quel volto." Io credo a questa realtà. Chi può dire che non c'era la fede?
Il Verbo che illumina il cuore di ogni uomo e che emerge nella trasparenza di luce di uno sguardo trepido che ama, io credo che questa è la religione dello spirito.
Mentre certe altre volte, possono essere anche volti di preti, vorrei poterli cancellare dentro di me, ma non per cancellare quei preti, ma perché non vorrei che Dio avesse quella loro faccia, né quel loro sguardo.

Sul Battesimo

In età adulta si conferma la scelta fatta dai nostri genitori il giorno del Battesimo.
Io sono favorevole al Battesimo dei bambini, non tanto perché il battesimo sia un fatto che tocchi e faccia del bambino un figlio di Dio, perché senza battesimo non lo è.
Ma il battesimo dei bambini da parte dei genitori e della comunità degli amici è l'impegno a far crescere il bambino con questo grande segno nell'animo. È trasmettere l'impegno a farlo crescere in questa linea di luce e di bellezza, che per noi è l'evangelo. Non coinvolge il bambino, ma noi. È un impegno che riguarda l'adulto, non il bambino.
Il battesimo dei bambini non trasforma il bambino, ma mette in luce un impegno della comunità dei genitori e degli amici a farlo crescere con questo segno nell'anima. E quindi a battezzarlo... Corriamo sempre il rischio di farne un rito magico, un momento con un prima e un poi. Con il battesimo non muta niente, se non l'impegno a battezzare quotidianamente il bambino lungo il filo dei giorni, aiutandolo a crescere, a vedere, a sentire la vita così come Cristo l'ha sentita, l'ha affrontata, l'ha vissuta. Questo per me è il Battesimo.
E' un battesimo che dura tutto una vita. Non è l'episodio di un momento. È il costruire lungo il filo dei giorni una sensibilità spirituale, evangelica così come Cristo ha fatto con i suoi discepoli., che lungo il filo di una convivenza giorno dopo giorno, andava loro insegnando il modo di vivere secondo il Regno dei cieli. Tanto è vero che lui stesso lo dice: Il regno dei cieli è simile a... Per vivere divinamente la vita vivila così. L'ho scopriva e lo rivelava. Lo scopriva gradualmente Gesù nella sua esistenza e mano a mano che lo scopriva, lo rivelava ai discepoli
Il battesimo è proprio questo. È il segno, è l'impegno da parte degli adulti a far crescere il bambino in questa linea evangelica, costruendolo, educandolo a leggere, a vedere, a sentire la vita così come un discepolo di Gesù la vive e la sente.
Quando il ragazzo è diventato adulto può veramente scegliere, allora il battesimo diventa la Confermazione. Io accetto di vivere la vita in questo senso.
Come dicevamo questa sera, voglio sperimentare la vita nelle scelte, nella sensibilità di Gesù. Quindi riconfermo il mio Battesimo e scelgo di vivere da amico e da discepolo di Gesù di Nazaret. Oppure scelgo diversamente. Ringrazio i miei genitori e se sono intelligente devo riconoscere che i miei genitori non mi hanno dato delle cose piccole e banali, m'hanno dato delle cose grandi, anche se la mia scelta è un'altra. E io cammino per un'altra strada.
Dovrebbe esserci un congruo periodo, magari di un anno, in cui ci si incontra per fare un discorso religioso serio, al termine del quale il giovane sceglierà se essere cristiano o meno. Questa per me è la Confermazione. Purtroppo noi siamo in una realtà di chiesa, non parlo solo dei papi e dei vescovi ma della gente, in cui noi preti siamo costretti a fare un compromesso con noi stessi. C'è un 5 o 10 per cento in cui sono costretto a fare lo stregone del villaggio. Per il rimanente tento di non farlo. . Purtroppo si è costretti a dei compromessi.
Io non vorrei più fare il parroco, mi costa fare il parroco, mi pesa, per questa mancanza di libertà e per essere costretto in fondo a questo compromesso con me stesso per cui devo in alcuni momenti mettere le penne dello stregone.

Io sono persuaso che non c'è amore senza eucaristia, senza sacramenti, come non ci sono sacramenti senza amore.
Ricordo una mia carissima amica, credente e non credente, che porta con sé delle attese, dei nodi di luce...
Quando viene a Saint Jacques partecipa alla mia messa e partecipa all'eucaristia. E io gliela do.
Non mi sembra di profanare, perché in questo suo tender la mano per raccogliere questo pane con molto rispetto, seppure con una fede incerta, c'è qualcosa di autentico, forse un desiderio profondo. E io sento molto di più la verità di quella eucaristia rispetto a molte altre eucaristie di chi viene, a prendere con una disinvoltura e una certa facilità.
Per fortuna lo spirito non è geometrico, non si misura, non ci sono dei confini. È difficile stabilire delle limitazioni precise, delle norme. Però se qualcuno tende la mano e si sente mendico della verità, per me è qualcosa di molto caro. E ogni volta che quell'amica partecipa all'eucaristia, devo dire che è con molta gioia che io gliela do. Se l'eucaristia è il pane che sostiene i poveri in cammino io penso che uno che cerca ha l'atteggiamento più vero, quello del mendico, che cerca il pane di Elia perché lo sostenga nel suo cammino.
Non ho una formula. Però questo spirito mi pare che vada rispettato.

La differenza tra esperienza cristiana dello spirito e altre esperienze religiose.

Intanto direi che bisogna provare la gioia del sentirci tesi in una stessa ricerca. Con gioia io scopro di essere fratello e compagno di strada con tantissima gente, perché ognuno di noi cerca per strade diverse lo stesso Dio. Se siamo adoratori in spirito e verità allora possiamo partire da tante strade. E in fondo adoriamo lo stesso Dio con nomi diversi. E quindi avverto la gioia del sentirmi in un comune cammino.
Siamo tutti mendichi: beati gli accattoni dello spirito, Beati i pellegrini dello spirito. Questa è la beatitudine della povertà.
Io mi sentirei di pregare in un tempio buddista o in una sinagoga ebraica o in un tempio Zen. È bello che ognuno abbia il suo volto e che nel proprio volto si senta in comunione e così arricchirsi.
Ma sono anche convinto, e questa è anche la linea di Gesù, che se veramente noi acconsentiamo andare oltre il Sion e oltre il Garizim, noi arriviamo al punto in cui adoriamo in spirito e verità e non siamo così lontani gli uni dagli altri come le nostre teologie possono farci supporre.
Porto un'esperienza molto concreta.
Una delle mie più grosse amicizie è proprio quella con un pastore anglicano, padre Rogers. Abbiamo fatto un cammino insieme, lentamente, progressivamente. Ricordo i giorni in cui per la prima volta è venuto a Saint Jacques, dopo esserci incontrati all'eremo umbro di sorella Maria. Abbiamo fatto una gita lungo il canale di Saint Vincent, durante la quale, mentre eravamo tutti seduti col volto rivolto verso le montagne, le vette del Rosa lui ci tenne una meditazione stupenda, di fronte a quelle che chiamava le immense cattedrali di silenzio. Ebbene in quella occasione non abbiamo condiviso il pane, per rispetto. Sentivamo che ancor non era maturo il momento... Successivamente, ci propose una meditazione durante una mezza giornata di ritiro. Avvertimmo con intensità la realtà di comunione consumata nei nostri cuori. Ci siamo davvero guardati dicendo: ma se non facciamo l'eucaristia insieme davvero laceriamo qualche cosa, distruggiamo qualche cosa. E allora senza sforzo, senza scandali, senza ostentazioni, senza proclami, abbiamo condiviso il pane. Ricordo una domenica quando gli chiesi se voleva celebrare l'eucaristia, mi rispose: Io celebro con lei attraverso di lei. Abbiamo concelebrato senza alcun stupore, ad eccezione di un prete, che poi fece anche il delatore. Una volta invitai don Carlo Carnevalis , un prete operaio, a celebrare con noi.
Dopo un po' di tempo il cardinale Pellegrino lo manda a chiamare e gli chiede se avesse concelebrato con un pastore protestante, e si ricordò di quell'amico di don Michele a Saint Jacques.
Mai ci siamo interrogati e mai abbiamo sentito il bisogno di interrogarci perché lui era anglicano e io cattolico. Lui diceva: "io mi sento con una consonanza totale con don Michele, non così invece con tanti miei confratelli anglicani."
Come già accennavo, con grande rispetto devo dire che c'è qualcosa nel mondo buddista che mi fa problema.
Il momento religioso cristiano, coglie la realtà, la trasfigura ma non la cancella.
È il momento alto della sacramentalità, che può essere ridotta a magia,
sacramentalità: cattolici e protestanti
il momento religioso cristiano che assume il quotidiano, che coglie la realtà, che la trasfigura, ma non la cancella... La categoria centrale del cristianesimo è la trasfigurazione del reale. E abbiamo il momento più alto nella sacramentalità, che può essere ridotta a magia, ma può essere invece la realtà della creazione che sale allo spirito e diventa linguaggio dello spirito... questo è molto bello.
Non mi sento di rinunciare al concetto di sacramento. Perché il sacramento è uno dei momenti più alti della trasfigurazione di tutta la creazione. In questo senso il cattolicesimo ha custodito il senso della sacramentalità... mentre il protestantesimo tende a contenere il senso sacramentale. Toccare il senso sacramentale è toccare la bellezza del mondo.. La tentazione protestante è quella della cupezza, è la non grazia, e non a caso la presenza di Maria è presenza di grazia e di bellezza, nel senso più ampio e ricco della parola... Questo senso di cupezza si esprime a volte anche nelle loro costruzioni. Con tutto il rispetto per gli amici valdesi, le costruzioni di Prali mi opprimono come un incubo. Mentre quando vado a san Remigio, colgo la misura, l'armonia del linguaggio del romanico in cui la terra è trasfigurata, e diventa sacramento.
Credo che il cattolicesimo ha custodito il senso della sacramentalità, il momento della sacralità delle cose, la grandezza sacra di tutte le cose. Dio è collocato nelle cose. Il mio chinarmi sulle cose diventa un atto di liturgia. Allora io amo la bellezza della creazione, anche se poi ci saranno momenti in cui le cose cadono, si oscurano, perdono significati, dove neanche la bellezza appare più. Allora è l'agonia del Getsemani. Tutto si oscura. Sono momenti agonici che non intaccano il significato profondo del valore. Poi nel momento in cui lo ritrovo, saranno cieli nuovi e terre nuove. Ma il concetto di sacramento è altissimo. Per tanto tempo sono stato tentato di rifiutare il sacramento come magia. Quando ho scoperto che il sacramento è il divino che si comunica attraverso l'umano e le cose dell'uomo, mi sono convinto che il sacramento è alla radice della poesia. Cancelliamo il sacramento, cancelliamo una poesia reale che segna e trasfigura le cose. È la carne trasfigurata, è la carne che diventa spirito, è la carne che ha un suo linguaggio e un suo cammino. Allora c'è il travaglio della creazione che attende gemendo la liberazione dei figli di Dio. In fondo anche la poesia inizia già questa trasfigurazione in bellezza.
Il regno di dio finale è il mondo redento della bellezza. Il senso della bellezza redenta è fondamentale. È il crisma ontologico della verità. È il segno della verità.
La bellezza vera che è la trasparenza di una pienezza è il sigillo della verità. La verità sprizza bellezza. Non esiste la verità deforme, la verità è logos, e allora è armonia, è bellezza, è passaggio dal caos al cosmo. È il cammino della creazione. È luce, è trasfigurazione di tutto l'essere.
Di dubbi su Dio ne ho tanti, ma io sono convinto che il vero ateo non è quello che nega Dio con la ragione, come anch'io lo nego tante volte. A volte anche la mia ragione è atea. Non ci posso fare niente. L'ateo non è colui che nega Dio con la testa, ma è colui che nega Dio con il cuore. Negarlo col cuore vuol dire che si è contenti che Dio non esista. Questo per me è l'assurdo. Allora è lì l'insipiens, l'insipiente che dice: non c'è Dio e sono contento che non c'è. Questo è il peccato contro lo spirito. Perché Dio è l'unico possibile senso dell'esistenza e delle cose. Quanti amici, quante figure nobili, hanno negato Dio con la testa, ma hanno un cuore che va oltre. Come il male non è fare il male, ma amare il male, il peccato è questo, così l'ateismo non è negare Dio con la testa, ma negare Dio con il cuore. È l'empio che è contento che Dio non esista. È il peccato contro lo spirito. Ho la certezza assoluta che Dio è l'unico senso possibile della mia vita e delle cose. Non giocherelliamo e non facciamo i letterati, i trapezisti e i giocolieri del nulla. Sono uomini di carta che hanno problemi di carta, un'anima di carta e una sensibilità di carta. Non è da queste cattedre che viene luce sul mistero della vita. Cristo ha parlato da un'altra cattedra... Allora capisco anche il grido di Cristo: Padre perché mi hai abbandonato. È un'affermazione atea. Ma da quella cattedra non dalle altre. Il mondo è pieno. Anche quando sembrano uomini spirituali il letterato, la letteratura è un virus indebellabile. Ho parlato di letterati, i poeti sono un'altra cosa.
Cristo ha dialogato con Pilato, uno scettico, ma con Erode, il giocoliere, non l'ha degnato di una parola, ha mantenuto il silenzio, un silenzio sprezzante. Con Erode non è entrato in dialogo.
Sono disposto ad accettare tutte le bestemmie, ma non mi sento dentro questo loro gioco di letterati. Sono incapaci di un grido autentico. Non affrontano mai il problema della vita.

(terza relazione)
Quando l'uomo fa corpo con l'attività di Dio, allora ha raggiunto la pienezza della vita umana. Gesù è l'uomo veramente libero ("Io e il Padre siamo una cosa sola"). Ed è l'immagine della totale libertà. Della sconfinata libertà. "La verità vi farà liberi."
Un secondo passo tratto dalla prima lettera di Giovanni... Abbiamo visto che cos'è l'esperienza cristiana della vera libertà. È il vivere quel senso divino che il cristiano trova realizzato in Gesù di Nazareth. Gesù è il logos, è il senso ultimo, è il mistero di Dio che si disvela nella concretezza della vita, del quotidiano e della storia. E Gesù è venuto ad insegnarci tutto l'evangelo.
Gesù scopre giorno dopo giorno il senso divino della sua esistenza e dice ai discepoli che il Regno dei cieli non è lontano: è dentro di voi, è vicino a voi, ed è possibile viverlo sempre. Ogni situazione può essere lo spazio dell'incontro con il senso divino della vostra vita.
Giovanni e Paolo, dopo avere a lungo macinato l'esperienza del vangelo, in forme diverse ci hanno dato le formule più folgoranti, che sono come esplosioni di luce.
Paolo è come un fabbro che batte le parole, le forza e le sforza perché facciano trapelare qualcosa dell'esperienza incandescente che ha fatto e che va chiarendo lungo il corso della sua esistenza.
Giovanni invece è un contemplatore. Nel vangelo di Giovanni, nel prologo, nel discorso della cena è come il contadino che parla della sua terra, delle cose che ha visto e che tradurrà poi nella prima lettera di Giovanni.
prima lettera di Giovanni
"ciò che era da principio, ciò che abbiamo sentito, quello che abbiamo con i nostri occhi, quello che contemplammo e le nostre mani toccarono quanto alla Parola della vita - e la vita fu manifestata, e abbiamo visto e siamo stati testimoni e vi annunciamo la vita eterna che era presso il Padre e fu manifestata a noi" (1 Gv 1,1-2)
E insiste:
"Quello che abbiamo visto e abbiamo ascoltato, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi abbiate comunione con noi. La nostra comunione e poi con il Padre e con li Figlio suo Gesù Cristo: E noi scriviamo queste cose perché la nostra gioia sia piena, completa." (1Gv 1,3-4)

"L'annuncio che abbiamo sentito da lui noi annunciamo a voi. Dio è luce, e in lui non vi sono affatto tenebre"
Ma di che cosa viviamo, qual è la nostra speranza?
A me basta sapere che il fondo dell'essere sia luce, e allora consento a camminare nelle tenebre, ma nella consapevolezza che il cuore dell'essere è luce, e non tenebre .
"Come lui è nella luce, così siamo in reciproca comunione, il sangue di lui ci purifica da ogni peccato..."
E poi dice di voler camminare come egli camminò...
Essere cristiano vuol dire proprio sperimentare la vita...
A coloro che vogliono viverla secondo il vangelo oscuro del Qohelet, Gesù ci dice che non sono soli. Questa è l'originalità del cristianesimo. Gesù diventa spirito vivificante nella coscienza del credente. Gesù è presente nel suo Spirito. Il suo Spirito diventa la coscienza profonda del credente. E dice: se voi lo vivete, e obbedendo a questa ispirazione della mia presenza in voi, a tratti farete l'esperienza della luce, farete l'esperienza del senso divino delle cose, della pienezza, della grazia, della bellezza, della verità, della gioia, che sono le grandi realtà dell'esperienza cristiana. In attesa di entrare nella pienezza di tutte le pienezze.
La parola del vangelo non è vanitas vanitatum ma pienezza di tutte le pienezze. È grazia, è verità, è bellezza, è pace, è gioia, è gaudio, è canto. ...Non pensando di piantar le tende in questo mondo ma con la consapevolezza che questo non è lontano, ma è dentro la nostra esperienza quotidiana, che è dentro il cuore delle cose e a tratti traspare...
Lampi sul Tabor, momenti di trasfigurazione... e allora se noi viviamo la vita dei cristiani in questa prospettiva, ogni giorno può essere lo spazio del miracolo. E può essere lo spazio in cui il roveto si incendia, prende luce. Non so quando e come... Magari mai o ma magari oggi. Questo è quello che ci dice Gesù.
il fiore del campo
L'esperienza cristiana non è frutto di sforzo muscolare, non sarà il termine di una ascesi, Il cristiano, dice ancora Giovanni ripetutamente, è colui che accoglie, che si apre. La parola di fondo del cristianesimo è questa: a coloro che l'hanno accolto, ha dato il potere di diventare figlio di Dio. È la parola che ci è stata detta alle soglie della nostra vita, nel battesimo, è la parola che Cristo ha pronunciato sospirando. È l'unico miracolo che Gesù fa sospirando: effeta, apriti. E Gesù che ci dice: Guardate i gigli del campo, non faticano, non lavorano, non si dannano. Solo si aprono. Accolgono in sé il miracolo della luce, e il miracolo della luce scende alle loro radici e dalle radici diventa la forza, la spinta di verticalità, la forza creativa che veste il fiore di grazia, di bellezza, di profumo. Questa è il cristiano. Siate come il fiore. È un'indicazione semplice, ma ultima però. Qui è tutto il cristianesimo.
E allora Gesù che si comunica a noi non come un maestro che ci comunica delle idee, che ci comunica una dottrina, ma come colui che ci comunica la sua presenza nello Spirito, una presenza alle nostre radici con le quali costruiamo.
Paolo farà questa esperienza e dirà: per me oramai vivere è Cristo.
Qualcuno ieri, dopo cena, chiedeva quale fosse la differenza tra il cristianesimo e altre esperienze religiose. Forse la differenza sta proprio qui.
Pensate al Budda morente, circondato dai suoi discepoli, e pensate anche al Socrate morente, circondato dai suoi discepoli, e la domanda dei discepoli è la stessa è la stessa dei discepoli di Gesù: che faremo quando tu non sarai più con noi?
La parola del Budda, la parola di Socrate: siate fedeli alla luce che avete dentro di voi. Siate lampada a voi stessi, dicono Budda e Socrate.
Gesù non dice così. Gesù dice ai suoi discepoli che non sono loro la lampada: "senza di me non potete nulla, sono io la luce, sono io il pane, sono io la vita. Se voi non siete innestati in me, non potete nulla". La coscienza del cristiano è lo spirito di Gesù, ed è lui che costruisce. Se docili, ci lasciamo costruire, lo spirito di Gesù entrerà sempre più nelle profondità della nostra carne e del nostro spirito, della nostra coscienza. Questa è la grande originalità del cristiano. Gesù non dice "siate lampada a voi stessi", ma è lui la presenza.
Il cristiano è l'uomo che accoglie questa presenza dentro di sé, e che ha lo spirito di Gesù dentro di sé, e che fa l'esperienza della vita. E Gesù ci fa questa promessa che nella misura in cui siamo fedeli a questa presenza, siamo fedeli alle parole che ha deposto in noi, ci sarà un rimanere reciproco: "voi in me, io in voi", e allora faremo l'esperienza misteriosa di questo Regno, dove finalmente rimanendo in Dio ogni cuore trova la sua pace e ogni vita il suo senso.
È un' esperienza di senso e di pace crocifissa, perché, come abbiamo già detto, l'ottimismo cristiano è un ottimismo tragico, non è un ottimismo ingenuo né facile.

3.- Le costanti della presenza di Dio nell'uomo

Ora, vorrei questa mattina dire quali sono le costanti, quali sono i doni dello Spirito. Quali sono le costanti della presenza dello Spirito dentro di noi. Quando c'è un uomo abitato dallo Spirito, ci sono veramente sempre delle costanti permanenti.

la libertà creativa del credente

Anzitutto la libertà creativa del credente. L'immagine di Gesù, l'immagine più alta, più profonda, più semplice, ma più vera, è quella dello Spirito che non mortifica niente. Siate come il fiore... E lo spirito di Gesù è veramente come il miracolo della luce: "io sono la luce" aveva detto. "Io sono il pane..." "Io sono l'acqua..." Sono simboli che dicono l'essenzialità di Gesù nella coscienza del credente.
La luce penetra, entra nelle profondità e nelle radici di un fiore, e lo fa crescere. Lo fa crescere nella linea di Gesù, del suo spirito, ma anche nella fedeltà a quello che siamo noi, al volto dell'uomo, e al volto di ogni singolo uomo. E allora la luce, come vediamo in primavera, renderà possibile l'esplosione dei fiori. È il miracolo della luce che entra, tocca, penetra e fa crescere in bellezza. Per me uno dei momenti più alti, più belli, è l'andare nei boschi nei boschi in primavera, o anche in autunno quando c'è un fiammeggiare dei colori. È lo spirito che fiammeggia in ogni creatura. Lo spirito è la presenza cosmica, che porta a compimento la creazione del primo giorno quando aleggiava sulle acque per iniziare il cammino dal caos al cosmo, dal caos alla bellezza. E questo cammino verso la bellezza non è mai terminato. Siamo ancora in cammino, siamo tutti in formazione, in costruzione.
La luce dello spirito diventa la verità del bucaneve, diventa la verità della primula, diventa la verità della violetta, diventa la verità del larice, del pino, del rododendro. Ogni cosa diventa se stessa. Lo spirito personalizza, non altera, è il vertice della personalizzazione, fa essere se stessi.
È fedeltà allo spirito di Gesù e fedeltà a se stessi.
E quando lo spirito non fa essere se stessi, quando ci impoveriamo, dobbiamo sospettare: qui non c'è lo spirito di Dio.
L'uomo dello Spirito credo porta avanti sempre questa triplice fedeltà.
fedeltà allo spirito di Gesù
La fedeltà alla luce, la fedeltà a Dio, la fedeltà allo Spirito di Gesù che vive dentro di noi. È una fedeltà costosa.
Nella misura in cui siamo fedeli a questa presenza, che è in noi e che diventa la nostra coscienza, nella misura in cui noi siamo fedeli veramente allo spirito di Gesù e ci apriamo docili come la vela al vento, siamo fedeli a noi stessi.
fedeltà a noi stessi
Non possiamo cancellarci, non possiamo annullarci, non possiamo metterci le maschere, neppure maschere religiose per assomigliare tutti.
Per essere la comunione dello spirito e nello spirito non è che dobbiamo avere tutti la stessa maschera, ma è nella varietà dei volti e dei doni che esprimiamo la sconfinata ricchezza dello spirito di Dio.
E la luce che diventa il miracolo della bellezza della viola, è anche la luce che diventa il miracolo della bellezza del larice, e bisogna senza invidia riconoscerci nei doni diversi. Perché il giorno in cui una violetta volesse essere, guardandolo con invidia, il larice che svetta, pensate che mostro diventerebbe! Non sarebbe se stessa, altererebbe se stessa, e diventerebbe un mostro, non un miracolo. Io penso che lo spirito è colui che veste di miracolo ogni creatura. E quindi obbedienza a noi stessi. Ognuno ha il suo volto, un volto che Cristo ama.
Quando Maria di Magdala, al momento della resurrezione incontra Gesù nell'orto, lo riconoscere dall'accento, dal timbro della sua voce. "Maria..." e lei: "Rabbunì". Questo dialogo breve, dove tutto è detto, dove nulla va aggiunto, dove le profondità di due esseri si incontrano, e si riconoscono. Come possiamo cancellare il volto dell'uomo?
"Vivere sola gloria Dei": abbiamo elaborato tutta una mistica sospetta, equivoca, ambigua. Ognuno di noi lo sente, quando è fedele al meglio di sé, all'immagine alta di sé, o quando è fedele invece al personaggio che si costruisce, alla statua che coltiva.
Ci coltiviamo tutti una statua, e ci coltiviamo tutti un personaggio. Ma questa è un'altra cosa, lo sentiamo anche noi.
Dobbiamo togliere il personaggio, che non è opera dello Spirito, ma semmai è opera dell'altro spirito, del maligno. Il maligno è la maschera.
Lo Spirito ci fa essere veri, nella verità profonda del nostro essere, e ci fa crescere.
fedeltà agli avvenimenti
E fedeli anche agli avvenimenti, alle circostanze, alle situazioni, agli incontri. Tutto è una permanente novità, tutto è una scoperta, tutto è un possibile roveto. Occorre essere docili, liberi. Questa è libertà dello Spirito. O siamo uomini paralizzati, bloccati, spezzati, rotti, o siamo uomini che lo Spirito spinge avanti.
O siamo come la moglie di Lot con la tentazione di voltarci indietro, in questa permanente contemplazione di un sogno che è andato spezzato, rimanendo delle statue di sale, o siamo delle presenze vive vivificate dallo Spirito. Il profeta è colui che guarda avanti, che costruisce nell'oggi il suo domani.
L'obbedienza vuol dire l'intelligente lettura delle situazioni, degli avvenimenti, delle cose. Non possiamo anche qui essere ripetitivi. Le cose, le situazioni chiedono da noi una risposta creativa, non ripetitiva. Neanche i santi vanno ripetuti. Non è possibile ripetere il miracolo unico di san Francesco. Occorrerà coglierne la fiamma e poi viverlo secondo le nostre limitatissime capacità e possibilità, inventando la nostra vita in questo spirito.
Il cristiano è una presenza che è creativa, che non ha risposte prefabbricate. Non c'è mai nel cristiano il "già detto", il già fatto, non ci sono gli schemi di comportamento prefissati, al limite - lo dice anche Paolo - non c'è neanche più una morale. E non c'è neanche più la legge. Diventiamo forse degli immoralisti? No. La morale non è più la costruzione di un dogma morale appiccicato sulla persona o sulla vita, ma diventa la libera creatività dello spirito cristiano creatore di valori permanentemente nuovi nel nome di Dio. Quando c'è questo, c'è lo Spirito di Dio, c'è un uomo abitato dallo Spirito di Dio. Qui c'è il segno della sua presenza. E quest'uomo diventa un sacramento dello Spirito.
Lo spirito è anche quello che penetra nel buio della zolla, è come il seme che si disfa. È sempre un morire per un passaggio qualitativo da una forma a un'altra forma di vita. La vita per arricchirsi muore, e il morire ad uno stadio per entrare in un altro stadio più ricco, più alto. Lo spirito è veramente questa forza della luce che entra, penetra, nel fitto e nel buio della zolla, dove il seme sembra disfarsi, ma per germogliare ad una nuova forma di vita.
Forse qui è il mistero del dolore. Il seme che attecchisce nella zolla, che cresce, che rompe la crosta, che sale, e che poi diventa spiga, per diventare profumo, bellezza, fiore. E dal fiore noi possiamo intuire la forza e la qualità del seme.
Quando c'è lo spirito di Dio c'è sempre questa spinta di verticalità. Sempre, in ogni religiosità, non soltanto nella religione cristiana.
Paolo propone una distinzione sostanziale, quando parla di uomo "sarkicos", l'uomo della carne (sarcs), di uomo "psychicos", cioè l'uomo della cultura, l'uomo della razionalità, l'uomo dell'intelligenza, l'uomo della creatività umana, e poi finalmente c'è l'uomo "pneumatikos", l'uomo toccato, abitato, segnato dallo Spirito, e qui le radici sono in alto, come dice ancora Giovanni, le radici sono in Dio. Dove c'è lo Spirito del Signore, quando entra nella vita di un uomo, c'è questa legge di verticalità.
L'uomo carnale, animalis homo, come dice Paolo, non percepisce nulla delle cose di Dio. È incapace di comunicare, di dire, di far sentire, di percepire,... "anche se un morto resuscitasse" dice Gesù capirebbe. È un mondo in cui non c'è niente che parli... e niente che comunichi, niente... È l'uomo dell'animalità, un mondo triste di volti senza luce. Non c'è nulla di più triste, quando la carne non comunica. La carne non comunica. È il dramma della prostituzione, che non è comunione. È il mondo dello spirito che intristisce e diventa cosa, senza luce.
Vico parlava di tre stadi
Il primo stadio è quello del bestione tutto senso.
Poi c'è lo stadio dell'animo conturbato e commosso. È il secondo momento, il momento dell'uomo psichico, come dice Paolo. È il momento della cultura, è il momento bello, dove tutto muta, gli orizzonti sono diversi. È tutta la creazione dello spirito. Mentre nel primo stadio c'è l'uomo "volgarmente pagano", qui c'è l'uomo "nobilmente pagano", che cosa grande, diceva. Qui c'è la cultura autentica, c'è il segno dello Spirito, c'è creatività, c'è bellezza. Dobbiamo con mani tremanti toccare questi segni dello Spirito dell'uomo.
È grande questo momento. Eppure ci accorgiamo con l'esperienza che facciamo ognuno di noi che l'uomo psichico, l'uomo della cultura, l'uomo dell'intelligenza, l'uomo della razionalità, l'uomo anche dell'intuizione geniale, dice delle parole grandi, ma non dice mai le parole ultime, mai. È come noi, di fronte al muro d'ombra che resta invalicabile. È puro grido, grido nobile.
C'è tutta la tristezza dell'intelligenza che resta incapace di andare oltre al nodo del mistero.. E più cresce la conoscenza e più cresce il mistero. Q.uesta è la parola dell'uomo del pensiero e della cultura.
E ci accorgiamo invece della parola misteriosa di Cristo: "ti ringrazio Padre, che le cose ultime, non le hai rivelate ai dotti, ma ai semplici". E il più piccolo del Regno dei cieli è più grande del più grande tra di noi. Veramente l'uomo dello Spirito, dice Paolo, penetra nelle ultime profondità di Dio e penetra anche nelle ultime profondità dell'uomo. Questa lettura in profondità delle cose, di se stessi...da parte della gente semplice.
Sono andato da un amico a Trofarello, che mi parla di una donna anziana (è ancora viva), con la terza elementare, che era andata a trovare in una casa di riposo una sua vecchia compagna morente.
Torna a casa e sente il bisogno di scriverle questa lettera, il 17 settembre del 1974. Sentitela. Terza elementare, una donna di 80 anni.

"Carissima Maddalena, impareggiabile amica, ieri ti ho vista, e ti ho voluto vedere, per salutarti una volta ancora, e forse per l'ultima volta su questa terra. Ti ho visto, senza fare nessuna illusione ottimista, ma la tua serenità di anima in pace pervasa da Dio, ho visto la tua serena gioia in attesa del tuo soave incontro con l'eterno. Così dirai tu pure a noi tutte, come la Maddalena agli apostoli: "Ho visto il Signore". Ma io non potrò piangere la tua dipartita perché già fin da ora una gioia serena mi pervade l'anima e il corpo. Pregherai per me perché possa perseverare fino alla fine. Perdonami se non ho potuto seguire i tuoi esempi così equilibrati, pii e santi. Grazie di tutto il bene che mi hai voluto e prega che possiamo ritrovarci presto liberi e felici nel regno beato dello sposo dei puri. Beati i puri di cuore perché vedranno Iddio. E noi lo abbiamo cercato, anzi corso dietro lungo tutto una lunga vita di oltre 80 anni. Non è forse bello? Ciao ... "

Io posso mettere questa lettera nel vangelo d Giovanni e non ci stona. "Dirai a noi «Ho visto il Signore»". È il cuore del vangelo di Giovanni. Questo vedere torna frequentemente in tutte le pagine, soprattutto nella resurrezione. Tutta la resurrezione in Giovanni è nella qualità del vedere. "Abbiamo visto..." Perché in Giovanni c'è questo vedere di chi vede senza vedere, di chi coglie dall'esterno come spesso noi vediamo. Gesù dirà: Hanno occhi e non vedono. Hanno orecchi e non sentono... è solo registrare un fatto. C'è un altro vedere, indicato in Giovanni con un altro verbo greco. C'è un vedere con animo conturbato e commosso, come dice Vico, cioè interrogando, sospettando che c'è dietro un mistero. È l'attenzione che scruta, che è attenta, che interroga, l'attenzione interrogante, è il sospetto del mistero che ci sta dietro. È il vedere finalmente il fondo del mistero, che è luce, risurrezione, pace. "Ho visto il Signore... E lo dirai a noi", come la Maddalena che annuncia ai discepoli di aver visto il Signore.
Terza elementare, 80 anni, senza cultura. Una donna che forse ha letto e meditato il Vangelo. Lo Spirito di Dio non annulla la nostra fatica. Lo spirito di Dio è come il pane che è dono di Dio, ma che va conquistato attraverso la nostra fatica. L'intuizione dello Spirito non avviene mai anche senza l'intuizione della nostra intelligenza, della nostra creatività. Sarebbe triste pensare lo Spirito cancelli l'uomo.
È l'intelligenza dello spirito che legge, vede, coglie il senso del logos nascosto nel cuore delle cose, come veniva bene espresso nella preghiera di Hammarskjold, là dove non è facile vederlo e come il buon ladrone ha letto. Come Maria,la cui vita è tutta mistero. Mistero vuol dire una realtà colma di Dio.
Un senso nascosto, ma un senso divino. Ogni ora ha la sua grazia, la sua parte, la sua elevatezza, la sua consistenza. Ci sono i misteri del gaudio, i misteri del successo, i misteri del dolore, dove tutto è colmo, e allora l'uomo dello Spirito è quello che sa veramente leggere in chiave religiosa. L'uomo dello spirito non è quello che opera il miracolo, perché non è lo spirito giusto.
"Gettati dal tempio, e gli angeli ti sosterranno", così la difficoltà è tolta, e piano piano la gente ti correrà dietro... "Scendi dalla croce e noi ti crederemo". Questa è la nostra tentazione.
Ma non è questo il senso divino delle cose...
Io lascio certo lo spazio al possibile miracolo, e il cristiano vive nella legge del permanente miracolo, ma a partire dal miracolo che sono io, dal miracolo che sono le cose... perché tutto è miracolo. Occorre avere questo sguardo che coglie le cose come miracoli.
Però chi ha lo spirito di Dio non è che presume che pretenda di comprendere facilmente tutto. Anche lo spirito di Gesù ha fatto fatica anche lui a capirla questa cosa. Ha fatto una terribile fatica. Nel racconto della trasfigurazione che oggi la liturgia ci propone non ci dice di questo salire sul monte di Gesù per confrontarsi con gli uomini che hanno avuto la grande esperienza dello spirito, con le grandi guide spirituali di Israele, Elia e Mosè, per il profilarsi della croce. Rispetto alla umanissima parola di Pietro Gesù intuisce che la strada di Dio è quella del sevo sofferente, dove tutto si frange, tutto si spezza, tutto fallisce. Si è confrontato con gli amici, ed è prezioso avere qualche volta degli amici, ed intuisce che la sua strada non è quella del "scendi dalla croce", del "gettati dal tempio..." il miracolo che non ha voluto fare, ma quella di un miracolo più grande, di dare un senso positivo alle cose negative.

la morte è cosa di Dio

Questa è la provvidenza. E con questo bisogna fare i conti. E Gesù ci dice di pregare. E la tua preghiera viene esaudita se tu chiedi lo spirito di Dio. Se tu hai lo spirito di Dio, se dici a questa montagna do spostarsi, quella montagna non ti schiaccia più.
La malattia viene per l'uno e per l'altro, la morte viene per l'uno e per l'altro, l'insuccesso viene per l'uno e per l'altro, le crocifissioni vengono per l'uno e per l'altro. Però invece di schiacciarti, di romperti, di infrangerti, di dilaniarti, ti accorgi che c'è qualche cosa che cresce, che prende un senso. È l'uomo dello spirito che si rafforza e cresce dentro di te. E allora tu leggi positivamente anche là dove le cose non è possibile leggerle umanamente, con gli occhi della carne, in modo positivo. Ma c'è soltanto la disperazione.
Se ho lo spirito di Dio anche la realtà della sofferenza prende un senso positivo e non mi schiaccia, ma mi costruisce, mi fa crescere. E forse l'abbiamo avuta questa esperienza e da certe ore di dolore siamo emersi diversi.
E non diciamo che la morte è la conseguenza del peccato originale... Io queste cose non riesco a dirle. Occorre che arriviamo a dire che anche la morte, e mi bruciano le labbra nel dirlo, è cosa di Dio. E non è conseguenza del peccato dell'uomo. Non è il costo del peccato dell'uomo. Di certe cose mi sento innocente e diamo a Dio le sue responsabilità, come Giobbe. Non parlo di cose più grandi di me, non sono le radici della vita, non ho le chiavi dell'esistenza, non posso dire l'assurdo. Anche la religione non spiega e neanche l'evangelo dà delle risposte su tutto.
Però accolgo la parola di questa donna che ha il cuore abbastanza grande per accogliere il mistero di Dio dentro di lei. Non capirlo, ma per accoglierlo.
Però la morte non è cosa mia. La morte non è cosa dell'uomo. La morte non viene dal peccato dell'uomo, la morte è cosa di Dio.
Poi può succedere che l'uomo abitato dallo spirito, come san Francesco, possa in alcuni momenti cogliere un significato positivo nella nuda morte, chiamandola sorella.
Ma in Cristo non è stato così. In Cristo c'è stata l'agonia, la sofferenza, il sudare sangue. C'è stato il il sentimento del respingere di fronte a quel mistero: "Padre se possibile, allontana da me questo calice. Però non la mia ma la tua volontà sia fatta".
Alla fine ancora una volta accoglie e colloca tutto nelle mani del Padre: "Non ho altre mani, e preferisco di inabissarmi collocando tutto il mio essere nelle tue mani con questo vangelo intatto, piuttosto che sopravvivere con un vangelo in frantumi, e rinnegando questo concetto di Dio e del mio vangelo".
Ma andiamoci cauti, però. Non è nello spirito di Dio trovare le soluzioni facili. In chi, di fronte al mistero del dolore, al mistero della sofferenza, all'inesplicabile di questo grumo oscuro, non sente la tentazione della rivolta, non venite a dirmi che lì c'è lo spirito di Dio. Solo il crocifisso ha il diritto di parlare e solo gli uomini crocifissi hanno diritto di parlare del mistero del dolore. Però anzitutto silenzio. Infatti Cristo tace il sabato santo, il giorno del silenzio del verbo. Nel sabato santo il verbo tace, la liturgia tace, tutto tace. E noi (La passione secondo san Matteo), inginocchiati sulla tua tomba diciamo con lacrime: pace soave, soave pace, Signore. Non c'è altro. Il sabato santo è il Verbo che tace. ...Lì c'è lo Spirito di Dio. Mentre nelle spiegazioni facili degli amici di Giobbe non c'è lo spirito di Dio.

la presenza consolatrice

Questa esperienza l'ho fatta in alcuni casi, quando con grumi di rivolta dentro il cuore, ho accostato una creatura di Dio, come questa donna. Una mano vi passa sul cuore, e la tempesta è sedata. C'è qualche cosa che ci placa e ci chiarifica, e diventa presenza consolatrice, dove c'è lo spirito di Dio. Non è la presenza caritatevole di chi sta accanto. Consolazione vuol dire "cum sole", con sole. Mentre desolazione senza sole. Consolare è la cosa più alta, è l'opera più divina. Non c'è opera più alta e divina dell'essere presenza con-solatrice. che sa mettere sole, luce. Una partecipazione è certo importante, però il mettere sole, consolare lo spirito affranto e lo spirito spezzato, restituisce forza, lì diciamo che c'è lo spirito di Dio. Sulla consolazione c'è quel bellissimo testo poetico di Emily Dickinson:
"Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano.
Se potrò alleviare il dolore di una vita
o placare una pena,
o aiutare un pettirosso caduto
a rientrare nel suo nido,
non avrò vissuto invano."
C'è lo spirito di Dio.
Non possiamo sezionare l'azione dello spirito... è come la luce che scende alle radici e dalle radici penetra tutto e aiuta a crescere. È l'evangelo, è l'esperienza che aiuta a vivere, a ritrovare in noi l'abissale esperienza umana e religiosa di Cristo, in modo nuovo, in modo personale e nostro. Lo spirito ci aiuta a rivivere la vita, a ritrovarla, a rifarla.

il dono dello spirito è l'amore

Un'ultima cosa. Il dono dello spirito è l'amore. Lo spirito che è diffuso nei nostri cuori è l'amore, e l'uomo dello spirito ama oltre la misura breve del proprio cuore.
Ci accorgiamo che i nostri amori sono davvero brevi, sono inconsistenti, sono fragili. E don Primo su questo ha detto una grande parola: noi abbiamo un bisogno infinito di essere amati, ma una limitatissima capacità di amare.
Siamo brevi anche nell'amore. Tocchiamo con mano subito i limiti e dove c'è lo spirito di Dio c'è quello che Agostino chiamava il dilatare gli spazi caritatis. la sconfinata misura dell'amore con cui Dio ama. E sulla croce Gesù ha amato come solo Dio sa amare. Lì ha consumato la sua vicenda umana, ed è diventato figlio di Dio, ha toccato Dio anche nella sua natura umana.
La dismisura di Dio, il logos di Dio, si è rivelato sulla croce ... Paolo dirà che non conoscere altro che il Cristo e il Cristo crocifisso .
Concludo con la lettura di u testo di Isacco il Siro (o di Ninive). È uno dei testi più belli e più alti, dove veramente c'è lo spirito di Dio e lo spirito di perdono, lo spirito di consolazione, lo spirito compassionevole, lo spirito di amore.

Solo l'amore è creatura. Non cercare di distinguere colui che è degno da colui che non lo è. Che tutti gli uomini siano eguali ai tuoi occhi per amarli e per servirli. Così tu potrai condurli tutti al bene. Il Signore non ha forse condiviso la tavola con pubblicani e con le meretrici, senza allontanare da sé gli indegni? Così tu accorderai gli stessi benefici, gli stessi onori all'infedele e all'assassino, tanto più che lui è anche un fratello per te, partecipe dell'unica natura umana. Ecco figlio mio, un comandamento che io ti do: che la misericordia prevalga sempre sulla tua bilancia, fino al momento in cui, tu sentirai in te la misericordia che Dio prova verso il mondo. Quando l'uomo può riconoscere che il suo cuore ha raggiunto la purità? Quando considera tutti gli uomini come buoni, senza che alcuno gli appaia impuro o sporco. Allora, in verità, egli è puro di cuore.
E che cos'è la purità? In poche parole, è la misericordia del cuore a riguardo dell'universo intero. E che cos'è la misericordia del cuore? È l'amore bruciante per la creazione tutta, per i luoghi, per gli uccelli, per gli animali, per i deboli, per ogni essere creato. Quando pensa a loro e quando li guarda l'uomo sente i suoi occhi riempirsi di lacrime, di una profonda e intensa pietà che gli stringe il cuore e lo rende capace di sopportare anche il più piccolo torto, la più piccola afflizione data ad una creatura. Per questo, la preghiera accompagnata da lacrime si estende in ogni ora sia sugli esseri sprovvisti di parola che sui nemici della verità, e su quelli che gli fanno del male, perché siano custoditi e purificati, tutti. Una compassione immensa e senza misura nasce nel cuore dell'uomo e lo affida a Dio.

E l'opera dello spirito è consumata.

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