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Dalla Bibbia all'oggi ecumenico

sintesi della relazione di Rinaldo Fabris
Verbania Pallanza, 29-30 aprile 1989

In un universo che diventa sempre più interdipendente, anche l'esperienza religiosa deve fare i conti con il confronto, con il dialogo. La parola greca ekumene - la terra abitata - è stata utilizzata per esprimere l'impegno a ritrovare l'unità spezzata lungo la storia.
Il testo biblico mostra la fecondità del metodo del confronto, del dialogo. Vi è differenza tra l'esperienza storica del popolo ebraico che si estende per 1500 anni e l'esperienza più limitata delle prime comunità cristiane. Nel primo caso l'esperienza religiosa è impastata con l'esperienza politica ed economica, con leggi, norme e disposizioni in ogni campo; nel secondo caso i primi piccoli gruppi dei cristiani non si pongono il problema della gestione della cosa pubblica, o dell'organizzazione dell'economia.

1. l'ecumenismo nel primo testamento

Vedremo l'ecumenismo sotto il profilo storico (dal libro della Genesi fino al dopo esilio), sotto l'aspetto culturale nell'esperienza dei sapienti, sotto l'aspetto teologico nei testi profetici. L'ecumenismo può essere inteso in due maniere, come desiderio di ritrovare una unità infranta o continuamente minacciata, o come rapporto con le culture altre.
La storia religiosa ebraica è caratterizzata dall'idea del Dio unico, che si affermerà in modo chiaro solo all'epoca dell'esilio. L'unicità di Dio comporta l'unicità del popolo, l'elezione di un popolo tra i molti, con l'esclusione dei molti. Di qui nasce il problema della relazione tra il popolo di Israele e gli altri popoli.
C'è poi anche la tendenza a considerare gli altri popoli non tanto come terreno di conquista ma come ambito della testimonianza dell'unica signoria di Dio. Dal Dio di mio padre si passa al Dio dei cieli. Questa visione universalistica farà sviluppare il fenomeno del proselitismo, dell'assimilazione dell'altro, fino al primo secolo dopo Cristo.

l'ecumenismo storico

Dopo la morte di Salomone, per ragioni politiche ed economiche, il regno del Nord, sotto la guida di Geroboamo, si separa dal regno del Sud. Motivo immediato è il problema delle tasse, diventate particolarmente gravose con la costruzione del tempio, la reggia, il funzionamento dell'amministrazione, il mantenimento di un esercito non solo di difesa ma anche di conquista. Da questo momento avremo due tronconi, uno al nord che si richiama alla tradizione di Saul - il primo re che non è della tribù di Giuda - e l'altro al Sud. La storia di Israele sarà attraversata da questa separazione traumatica del regno e dall'aspirazione alla riunificazione.
Uno dei profeti che ha vissuto l'esperienza traumatica dell'esilio, Ezechiele, un sacerdote di Gerusalemme, che diventa profeta e accompagna i profughi in prigionia nella prima ondata di deportazione, quella del 597, toglie le false illusioni ai capi politici e intellettuali di una immunità storico religiosa di Gerusalemme e annuncia un nuovo esodo, una nuova alleanza, un nuovo tempio, la riunificazione.
In Ezechiele 37, 15-24 si dice che Ezechiele deve prendere un legno, dividerlo i due, scrivere i due nomi del regno del Sud e del Nord e farli combaciare: è l'aspirazione all'unità : "che formino una cosa sola nella tua mano" . L'unità è nella mano di Dio. "non saranno più due popoli, né più saranno divisi in due regni. Il mio servo Davide sarà su di loro e non vi sarà che un unico pastore. Seguiranno i miei comandamenti, osserveranno le mie leggi, le metteranno in pratica." È l'alleanza eterna, alleanza di pace: raccolta dei dispersi e riunificazione dei divisi.
Stessa immagine si ritrova in Geremia: "Verranno giorni - dice il signore - nei quali farò con la casa di Israele e con la casa di Giuda una nuova alleanza" (Ger, 31), e le condizioni per vivere un rapporto giusto con Dio non sono scritte sulle tavole di pietra ma nel cuore.
Lo stesso motivo si ritrova in Zaccaria, (11,14), all'epoca di Alessandro Magno: l'alleanza nuova, grazie all'intervento liberatore di Dio, comporta la riunificazione.
C'è un altro aspetto dell'ecumenismo, quello del rapporto di Israele con gli altri popoli, aspetto quanto mai importante per ripensare il rapporto tra i cristiani e le altre religioni o culture.
C'è anzitutto una concezione dell'elezione di Israele in seno fortemente etnocentrico nel cap. 7 del Deuteronomio. È un testo maturato e scritto al tempo dell'esilio, quando si avverte il bisogno di ritrovare la propria identità nei confronti degli altri popoli, ma che ha radici lontane, al tempo dell'occupazione della terra e poi nel disegno di restaurazione all'epoca di Giosia, nel settecento, quando un gruppo di sacerdoti e di profeti si impegna a rivedere l'intera storia di Israele. Nella storia deuteronomistica c'è l'idea di un solo centro a Gerusalemme con l'eliminazione di tutti gli altri luoghi di culto, di un solo sacerdozio, di un solo re, di un solo Dio. Su questa idea di unità vengono rivisti i rapporti con gli altri popoli, con l'idea di elezione che comporta l'eliminazione violenta degli altri popoli.
"Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrò scacciate davanti a te molte nazioni: gli Ittiti, i Gergesei, gli Amorrei, i Perizziti, gli Evei, i Cananei, i Gebusei, sette nazioni più grandi e più potenti di te, quando il Signore tuo Dio le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio, non farai con esse alleanza né farai loro grazia... Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio; il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato tra tutti i popoli che sono sulla terra".
L'idea di elezione è stata mutuata dal cristianesimo dove l'universalismo non si è congiunto spesso ad un vero ecumenismo: universalismo come diritto alla conquista, missione come estensione della propria esperienza religiosa o come fare entrare gli altri nel proprio gruppo. Si può arrivare al fanatismo, all'etnocentrismo, al mettere al centro la propria etnia in nome di Dio.
Nonostante questa visione è presente anche un'altra prospettiva che cerca di conciliare il ruolo unico del popolo eletto con gli altri popoli. "Voi sarete per me un regno di sacerdoti, una nazione santa". È il ruolo di mediatore tra Dio e gli altri popoli.
Nella bibbia si trova un universalismo più dichiarato proprio di altre scuole (jahvista e sacerdotale). Nei primi 11 capitoli di Genesi è narrata la storia dell'umanità, dentro la quale si collocano le storie dei popoli e da cui deriva la storia di Israele, che inizia con Abramo, a cui Dio promette la terra e la discendenza: "Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra".
Già nel cap. 10 si dà una visione della diversità e della pluralità culturale in termini positivi, rispetto a quella del cap. 11 riguardante la torre di Babele: "Questa è la discendenza dei figli di Noè: Sem, Cam e Jafet... Da costoro derivarono le nazioni disperse per le isole nei loro territori, ciascuno secondo la propria lingua..." La diversità culturale e linguistica deriva non da un peccato ma dalla volontà di Dio. È una visione molto positiva dell'universalità.
Al cap. 11 c'è l'ultima versione del peccato primordiale: prima la lotta tra fratelli, poi la corruzione dilagante prima del diluvio, ora il peccato politico di Babilonia. "Tutta la terra aveva una sola lingua, le stesse parole": questo è contro la volontà di Dio che vuole diversità e pluralità. La torre alta fino al cielo viene costruita per non disperderci sulla terra (l'ordine di Dio era di abitare tutta la terra).
Dopo la torre di Babele c'è la chiamata di Abramo e i popoli saranno unificati in un altro modo, saranno benedetti nella benedizione di Abramo.
In questa storia dell'umanità c'è l'aspirazione all'universalità, ma nella diversità. L'eco di questa aspirazione la si ritroverà a Pentecoste quando i vari popoli ascoltano Pietro e gli altri apostoli ciascuno nella propria lingua.
Dentro questa storia etnocentrica con aperture universalistiche va collocata un'altra storia, Ruth, che è un esempio di ecumenismo come dialogo tra i diversi per estrazione etnica, religiosa all'interno di una famiglia (è una risposta all'etnocenrismo esasperato di Esdra che aveva imposto ai rimpatriati il ripudio delle mogli straniere). È la storia di Ruth la moabita, che decide di seguire la suocera Noemi, che dopo una decina di anni decide di ritornare in terra di Israele: dove ti fermerai mi fermerò, il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio sarà il mio Dio. Sarà riscattata da Booz - il vecchio parente della famiglia di Noemi. Questa straniera entrerà nell'albero genealogico del messia, grazie all'ostinata volontà di restare fedele ad una famiglia straniera superando le discriminazioni dettate da motivi culturali ed etnici.

l'ecumenismo dei sapienti

La tendenza a definire a mantenere la propria identità e ad avere un'apertura all'universalità, accogliendo tutti, sono due principi che qualche volta entrano in contraddizione e devono convivere, ed esprimono la via tortuosa dell'ecumenismo del popolo della bibbia.
Una esperienza fondamentale in questo cammino ecumenico di unità e apertura è la riflessione dei sapienti.
La riflessione sapienziale, quando arriva in Israele, ha già alle spalle uno o due millenni di ricerca in Egitto e in Mesopotamia. La sapienza aveva alle origini un carattere astratto, metafisico, riguardava il problema dell'ordine e della giustizia, aveva come ideale il re sapiente che è il legislatore in quanto rappresentante della sapienza divina. La sapienza, quando arriva in Israele, è già calata dal cielo sulla terra come contraddizione dell'essere umano che vuole la vita e va verso la morte, vuole essere felice e si trova nei guai.
La riflessione sul senso della vita, sul problema della felicità, sul valore dell'amicizia, sull'uso dei beni, ha come centro la corte salomonica. La visita della regina di Saba a Salomone, ammirato per la sua sapienza, sta ad indicare il contatto di Israele con la sapienza internazionale, mesopotamica, egiziana, arabica. Un riflesso di questi contatti si trova nel libro dei Proverbi (22,17) in una composizione che ha un suo perfetto corrispondente, in alcuni casi letterale, in una raccolta di proverbi egiziani: "Porgi l'orecchio e ascolta la parola dei sapienti" e segue un elenco di istruzioni. È significativo che nella raccolta della parola di Dio sia inserito un brano di sapienza non ebraica. Nei salmi sono inserite delle composizioni religiose di Canaan, come il salmo 29, l'inno alla tempesta. O ancora sempre nei Proverbi si attribuisce esplicitamente l'origine dei proverbi ad un re straniero (30,1; 31,1).
Sono forme di ecumenismo culturale l'assumere, il raccogliere il manifestarsi di Dio in queste esperienze culturali.
L'esempio ecumenico per eccellenza è il libro di Giobbe. Il protagonista è uno straniero ed esprime una posizione diversa dal dogmatismo dei tre amici. Alla fine Dio dà ragione a Giobbe e Giobbe interviene a favore dei tre amici rappresentanti della tradizione ortodossa che difendono Dio.
Anche il libro di Qoelet è espressione della reciproca fecondazione tra esperienza religiosa e cultura internazionale. Per ben 5 volte ripete quel ritornello di sapore epicureo: "mi sono accorto che tutto è vento, vanità ed ho concluso che non vi è nulla di meglio per l'uomo che mangiare, bere, godere della vita, però sapendo che tutto è dono di Dio". Risuona in questi testi la riflessione della filosofia del mondo greco ellenistico.

l'ecumenismo teologico

L'ecumenismo teologico, nei testi profetici, permette di raccogliere i poli dell'identità e dell'universalità mantenendoli distinti.
Amos, che opera al Nord nel regno di Israele, ex amministratore degli orti regali del regno di Giuda, nel cap 9,7 ha una sentenza di grande peso ecumenico nell'applicare alla storia di altri gruppi nazionali l'esperienza religiosa di Israele: "Non siete per me come gli etiopi, o Israeliti - dice il Signore - Non io ho fatto uscire Israele dal paese d'Egitto, i Filistei da Caftòr e gli Aramei da Kir?". Lo stesso Dio che è all'origine dell'esodo di Israele, è all'origine dell'esodo di altri popoli. Israele è amato da Dio, ma questo non costituisce un privilegio, ma una responsabilità.
Il momento più alto di coniugazione tra ricerca di identità e affermazione dell'universalità lo si ha al tempo dell'esilio. Quei 50 anni, in cui gli intellettuali sono concentrati nei campi di prigionia, sono stati fertili nel raccogliere le tradizioni che poi formeranno la bibbia, edita in forma definitiva dopo l'esilio. Sono costretti a confrontarsi con un'altra cultura e con un'altra religione. Il deutero Isaia si preoccupa di mostrare che Dio in ogni caso rimane fedele. Con tutto quello che è successo (distruzione del tempio, la deportazione...) c'è bisogno di ritrovare l'identità. Risuona nel II Isaia: Io l'ho detto, io sono, il Dio unico, il Dio fedele... Questo Dio però non è limitato alla storia di Israele, ma è il Dio che guida la storia dei popoli.
Al cap 45 si parla poi di un Messia straniero, Ciro medio persiano: "Io dico a Ciro mio pastore e soddisferà tutti i miei desideri dicendo a Gerusalemme: sarai riedificata, e al tempio: sarai riedificato dalle fondamenta; dice il Signore del suo eletto consacrato". È vero che Ciro con l'editto di libertà voleva il consenso dei Giudei e il loro appoggio, ma è interessante questa lettura laica, ecumenica, internazionale, che vede in questa politica un agire di Dio: è il Messia, quello che Dio ha scelto per realizzare i suoi piani. "Per amore di Giacobbe mio servo, di Israele mio eletto,ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo sebbene tu non mi conosca, ti ho preso per mano, ti renderò spedito nell'agire perché sappiano dall'oriente all'occidente che non esiste Dio fuori di me, io sono il Signore, non ve ne è alcun altro, io formo la luce e creo".
La fede in Dio creatore è stata elaborata in questo ambiente della scuola di Isaia, poi proiettata nel racconto delle origini. In questo contesto nascono i testi di maggiore apertura ecumenica.
Uno di tali testi è quello del servo del Signore. Se Ciro è il messia laico, il servo del Signore è il rappresentante religioso. L'investitura e la missione del servo del Signore è presentata al cap. 42.
"Ecco il mio servo che sostengo... egli porterà il diritto alle nazioni". Il servo è probabilmente l'animatore della comunità dei prigionieri, quello che mantiene viva la speranza, il cui compito non è limitato a rincuorare gli ebrei deportati ma a far conoscere Dio ai popoli. "Io il Signore ti ho chiamato per la giustizia, ti ho preso per mano, ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo, luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi, faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre".
Ancora al cap 49: "Tu sei mio servo non solo per restaurare le tribù di Giacobbe, ma io ti renderò luce delle nazioni perché tu porti la mia salvezza fino alle estremità della terra". Questa frase verrà ripresa dall'autore degli Atti per indicare la missione cristiana di portare la luce di Dio a tutte le nazioni.
L'apertura universale si proietta anche oltre l'esilio, proprio quando Esdra impone ai capi, ai sacerdoti di ripudiare le mogli straniere. Il terzo Isaia (cap. 56) annuncia un futuro per lo straniero: "Gli stranieri che hanno aderito al Signore per servirlo, per amare il Signore nostro Dio, per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato, li condurrò sul mio monte santo, li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera poiché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli".
Nel cap 2 di Isaia si annuncia un pellegrinaggio di tutti i popoli al monte santo, perché da Sion viene la legge, la rivelazione e non ci sarà più bisogno di addestrarsi alla guerra. Nel cap. 25 emerge questa linea ecumenica universale, della convivialità dei popoli senza più barriere.
Uno splendido esempio di ecumenismo sofferto lo si ha nella parabola di Giona, una parabola costruita in forma dialettica nei confronti di chi si considerava destinatario esclusivo della salvezza. Giona riceve l'ordine di andare ad annunciare la conversione a Ninive, città che rappresenta il mondo ribelle e lontano da Dio. Nonostante la ribellione e i tentativi di fuga, Giona è portato sulla spiaggia e fa la sua predicazione, invitando i Niniviti alla penitenza, invito che viene accolto. Dio annuncia il perdono, con grande indignazione di Giona. Si ripara dal solleone sotto una pianta di ricino che però il Signore fa seccare. Di fronte alle accese proteste di Giona Dio dice: "Ti sembra giusto essere così sdegnato per una pianta di ricino?... Tu ti dai pena per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita, ed io non dovrei avere pietà di Ninive, della grande città nella quale sono più di centoventimila persone che non sanno distinguere la mano destra dalla sinistra e una grande quantità di animali?". Dio si interessa dei viventi al di là delle divisioni religiose, culturali, storiche.
Le basi teologiche del doppio ecumenismo (quello interno e quello con le culture e religioni altre) sono anzitutto nella fede in Dio creatore: Dio sta all'origine di tutti gli esseri viventi, Dio è il Signore della storia e ha il diritto di provvedere alla storia di tutti gli esseri umani.
Dio inoltre è redentore, interviene in maniera gratuita e libera: la liberazione di Israele, l'alleanza, la legge sono un dono, non possono costituire un diritto di proprietà esclusiva (Dio ha scelto Israele per amore, gratuitamente, e tutti possono essere scelti e amati da Dio). L'intervento libero e gratuito di Dio fonda l'universalità. Dio agisce a favore di tutti, a partire da quelli che hanno più bisogno.
Sul piano storico l'ecumenismo biblico è sorto grazie alle vicissitudini delle divisioni, dell'esilio. Si scopre che l'unità è dono e che si realizza nella diversità: i popoli si muovono in pellegrinaggio verso il monte santo, luogo di convivialità e di pace. Non è ancora l'apertura cristiana che al posto del pellegrinaggio dei popoli pensa ad un cammino della chiesa in compagnia dei popoli, però c'è già il motivo della gratuità e universalità.

2. il nuovo testamento radice e stimolo di ecumenismo

Oggi il cammino ecumenico, dopo l'entusiasmo del periodo postconciliare, sta segnando il passo. È utile approfondire le ragioni, anche evangeliche, del cammino ecumenico. Quale unità tra i cristiani? Oggi non si parla più di fratelli separati, ma di cristiani di altre chiese. L'unità nella diversità, accettando la diversità non come una disgrazia ma come un dono di Dio, è la prospettiva ecumenica futura: l'unità non come salto di ritorno al passato, ma come salto in avanti con un arricchimento reciproco.
Questo suggerimento viene dalla lettura dei testi evangelici e dall'esperienza della prima chiesa e può sostenere un cammino ecumenico, che deve far parte della spiritualità di qualsiasi battezzato.

la diversità e l'unità nella prima chiesa

È bene ricordare anzitutto che i 27 scritti che formano il canone del NT sono espressione di tre differenti teologie, quella delle chiese dei sinottici, la tradizione paolina, poi la scuola giovannea.
Quando il cristianesimo da Gerusalemme approda ad Antiochia di Siria inizia la sua avventura internazionale. Antiochia, centro amministrativo dell'impero dei Seleucidi prima e dei romani poi, è un incrocio di culture. Da Antiochia parte la strada romana che conduce all'Eufrate, dal porto di Antiochia partono le navi per l'occidente. I cristiani cacciati da Gerusalemme al tempo della persecuzione di Stefano annunciano la buona notizia ai pagani di Antiochia e sorge una comunità mista di ebrei-cristiani e etnico-pagani divenuti cristiani (Atti 11, 24-26). Questa comunità mista riceve il benestare da parte della comunità di Gerusalemme, che ad Antiochia invia Barnaba, un ellenista diventato cristiano, che incoraggia l'esperienza facendosi accompagnare da Paolo. Secondo gli Atti la chiesa antiochena vive armonicamente con la chiesa madre e pacificamente al proprio interno tra i vari gruppi. La fondazione e il riconoscimento della chiesa di Antiochia sono avvenuti dopo la scelta programmatica di Pietro in occasione dell'episodio di Cornelio: "Voi sapete che per un giudeo non è lecito unirsi od incontrarsi con persone di altra razza, ma Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano e immondo nessun uomo". È la fine delle barriere etnico-religiose di cui i tabù alimentari erano il segno. Dopo aver accolto Cornelio nella chiesa con il battesimo, Pietro deve rispondere delle sue scelte agli apostoli, i quali, sentito il racconto, riconoscono che "Dio ha aperto una porta ai pagani perché si salvino". Dio non tiene conto delle discriminazioni. Dopo questo episodio nasce la chiesa di Antiochia. Questo è il racconto unitario di Luca.
Paolo invece, nella lettera ai Galati, fornisce altri elementi meno concilianti. Racconta di un incontro avuto con le colonne della chiesa (Giacomo, Cefa e Giovanni): "Non mi imposero nulla...". La verità del vangelo è che siamo salvi per la fede in Gesù senza bisogno di integrazioni ebraiche.
Poi c'è un fatto, noto come la controversia di Antiochia: "Ma quando Cefa venne ad Antiochia mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto" (Gal 2,11). Pietro aveva modificato il proprio comportamento, infatti mentre prima faceva il pasto in comune senza scrupoli "dopo la loro venuta (inviati di Giacomo) cominciò ad evitarli e a tenersi in disparte per timore degli Ebrei e anche gli altri giudei cristiani di Antiochia lo imitarono nella simulazione". Pietro disattende l'accordo di Gerusalemme, che basta la fede in Gesù e pertanto "quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo dissi a Cefa alla presenza di tutti: se tu che sei Giudeo vivi come i pagani, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera giudaica?".
Luca ha taciuto questo episodio: i rapporti nella chiesa primitiva non erano idilliaci, ma anche pieni di tensione ad alto livello.

unità e diversità all'interno delle chiese

Innanzitutto per quanto riguarda la comunità storica di Gerusalemme occorre dire che l'immagine che ce ne dà Luca è fortemente idealizzata, non è proprio del tutto vero che la moltitudine dei credenti aveva un cuor solo ed un'anima sola. C'erano tensioni e conflitti come indica l'episodio di Anania e Saffira. C'è tensione nell'organizzazione dell'assistenza ai poveri tra ellenisti ed ebrei che porterà alla nascita della chiesa fuori dalla Giudea. I cristiani di lingua greca si sentono trascurati nell'assistenza delle vedove e dei poveri. I dodici riescono a risolvere il problema nominando un comitato presieduto da Stefano. Dopo la condanna a morte di Stefano, tutto il gruppo degli ellenisti sarà allontanato da Gerusalemme e porterà il vangelo ad Antiochia.
Il problema del rapporto tra ebrei ed ellenisti si riproporrà con il concilio di Gerusalemme in cui per un verso si difende la libertà del vangelo che non deve imporre ai convertiti le osservanze ebraiche e per un altro verso accoglie il compromesso di Giacomo, con una serie di prescrizioni disciplinari.
Il problema si ripropone quando Paolo ritorna per l'ultima volta a Gerusalemme e accetta il compromesso propostogli da Giacomo di pagare il sacrificio di quattro giudeo-cristiani poveri perché tutti sappiano che non è contrario alle istituzioni ebraiche. Le tensioni quindi non vengono placate con il concilio di Gerusalemme. Ci sono conflitti, tensioni però il cristianesimo convive tra giudeo-cristiani, ellenistico-cristiani, e pagano-cristiani.
Per le chiese paoline abbiamo una documentazione di prima mano. Nella comunità di Corinto si contrappongono progressisti e tradizionalisti, sia sul problema della partecipazione ai banchetti ufficiali offerti alle divinità per i quali ricevevano l'invito come cittadini, sia sulla licenziosità motivata da una visione dualistica. Paolo inviterà i progressisti, pur condividendo sul piano teorico la loro posizione ne partecipare ai banchetti, a non creare problemi di coscienza ai tradizionalisti.
Paolo, mentre quando scrive ai suoi cristiani è di una tenerezza infinita, diventa addirittura furente quando si tratta della verità del Vangelo e della libertà che abbiamo in Cristo. Paolo nella lettera ai Filippesi dice: "Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno circoncidere": sono coloro che propongono un cristianesimo trionfalistico, entusiastico, spiritualista, sono coloro che sono nemici della croce di Cristo. La salvezza che noi abbiamo non consiste in una fuga spiritualistica, in un'autoesaltazione emotiva, ma solo nell'aderire con tutto il cuore all'amore di Dio che si è rivelato nel crocifisso.
Lo stesso tono polemico si ritrova nella seconda lettera ai Corinzi contro i "ministri di satana", giudei-cristiani che contestano il metodo missionario di Paolo e probabilmente anche il contenuto dell'evangelo, la scelta della croce. La fedeltà a Gesù nella croce che vuol dire non far valere l'entusiasmo, i miracoli, il prestigio, il successo, quanto invece la fedeltà, l'amore, la pazienza seguendo il Cristo crocifisso.
I contrasti non dipendono dal carattere focoso di Paolo, li si ritrovano anche nella chiesa di Matteo e in quella di Giovanni.
Nella chiesa di Matteo ci sono due gruppi, uno legalista e uno entusiasta e carismatico. Matteo mette in guardia contro un cristianesimo puramente entusiasta che si affida al prestigio dei miracoli o dei successi carismatici: "Non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi farà la volontà del Padre mio". Il criterio per valutare la bontà della vita cristiana è la prassi, il fare la volontà di Dio, la pratica dell'amore di Dio e dell'amore del prossimo. Anche nel giudizio finale saremo giudicati su questo, sull'accoglienza di Gesù nel bisognoso, nel più piccolo dei fratelli.
C'è però un altro gruppo di osservanti legalisti, che vorrebbero una comunità di puri, allontanando i non osservanti. La parabola della zizzania e quella della rete rispondono a questo problema proponendo l'attesa, l'aiuto al fratello bisognoso attraverso la correzione e il perdono. Il fariseismo contro cui Matteo si scaglia non è solo all'esterno ma anche all'interno della comunità.
Anche nella chiesa di Giovanni ci sono tensioni e conflitti. Probabilmente all'origine c'è un movimento cristiano sorto in Palestina, passato per Antiochia di Siria e poi insediatosi a Efeso, come stanno a testimoniare il Vangelo di Giovanni, le lettere di Giovanni e l'Apocalisse.
Nel vangelo è molto insistito l'appello all'unità. Si parla dell'unificazione non solo dei dispersi attorno alla croce. In Giovanni c'è questo ecumenismo dilatato in termini universalistici.
Ci sono però tensioni con l'ambiente giudaico che butta fuori i cristiani dalla sinagoga (v. il cieco nato). E ci sono tensioni all'interno della comunità come testimonia l'insistenza del tema unità nel discorso del testamento d'addio.
Dalla prima lettera di Giovanni appare la presenza dello scisma. Probabilmente c'era un gruppo che metteva in dubbio l'umanità di Gesù, negava la sua venuta nella carne. Vengono definiti gli anticristi.
Un conflitto diverso lo troviamo nelle chiese dell'Asia sulla questione del rapporto con l'autorità politica, probabilmente sul culto all'imperatore Domiziano. Coloro che propongono un compromesso sono definiti "sinagoga di Satana". Lo scisma è presente sin dalla comunità delle origini.

conclusioni
Le diversità tra le chiese e nelle chiese sono di carattere storico e culturale, e diventano poi anche di carattere teologico ed etico. Fino a che punto la diversità è legittima senza compromettere l'unità fondamentale nella fede in Cristo?
Alcuni criteri dell'unità:
1. L'unità è fondata nella fede in Gesù Cristo, riconosciuto come Figlio di Dio e Signore nell'Evangelo da accogliere.
2. Il sacramento che esprime e rende efficace la fede in Gesù: il battesimo e la cena: l'immersione in Gesù e condividere il pane nel suo nome rivivendo il suo dono sino all'effusione del sangue.
3. Il dono dello Spirito. I discepoli sono quelli che, credendo in Gesù e vivendo il sacramento, ricevono il dono dello Spirito e si amano di amore fraterno. Però questo non elimina le diversità culturali, che possono essere anche storiche, teologiche, etiche, disciplinari. Quale diversità è compatibile anche all'interno di una chiesa cattolica?
Dobbiamo non solo riconoscere, ma promuovere le diversità che sono espressione e attuazione della parola di Dio incarnata.

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