Incontri di "Fine Settimana"

chi siamo

relatori

don G. Giacomini

programma incontri
2018/2019

sede incontri

corso biblico
2018/2019

incontri anni precedenti
(archivio sintesi)

pubblicazioni

per sorridere

collegamenti

rassegna stampa

preghiere dei fedeli

ricordo di G. Barbaglio

album fotografico

come contattarci

Ebraismo ed islam - culture ed ecumenismo

sintesi delle relazioni di Paolo De Benedetti e Khaled Fouad Allam
Verbania Pallanza, 4-5 febbraio 1989

(Paolo De Benedetti)
Un cristiano interessato all'ecumenismo dovrebbe sapere quello che l'altro, in questo caso l'ebreo, pensa di sé.

che cosa pensa l'ebraismo del mondo religioso non ebraico

L'espressione "cosa pensa l'ebraismo" è sostanzialmente sbagliata. L'ebraismo non è una religione, una fede, una cultura con una voce ufficiale; non c'è papa, non ci sono concili, ma solo una tradizione orale, che esprime comunque delle convergenze.
Il cristianesimo e soprattutto il cattolicesimo da pochissimo tempo hanno sviluppato una teologia delle religioni non cristiane. Fino al Vaticano II si affermava con qualche correttivo che extra ecclesiam nulla salus, non attribuendo nessuna validità alle altre religioni.
Invece l'ebraismo fin dal tempo delle origini cristiane ha abbozzato una specie di teologia delle altre religioni.
A partire dall'esilio babilonese sino ad oggi si dovrebbe parlare più correttamente di giudaismo, per il quale centrale è la lettura della Torah, l'istituzione sinagogale che può essere dovunque e sulla categoria dei dottori (sono sempre meno importanti il tempio, il sacerdozio e il culto sacrificale).
la letteratura rabbinica
Si tratta della tradizione orale, Talmud, Midrashim, poi codificata per iscritto. Il Midrash è il commento omiletico o accademico della Scrittura, mentre il Talmud è la raccolta dei verbali delle discussioni che si facevano nelle accademie rabbiniche sulla legislazione religiosa, civile e rituale. Nel Talmud c'è di tutto e comprende 5 milioni di parole. Occorre tener presente poi che nella tradizione ebraica c'è l'abitudine a disputare e a trasmettere anche posizioni contraddittorie. Su questo tema nel Talmud la domanda è: come possono coesistere una fede universale e insieme particolare come quella ebraica e un'altra fede? Qual è il rapporto tra Israele e le Nazioni? Che cosa ha in mente Dio rivelandosi solo ad un piccolo popolo nei riguardi del resto dell'umanità?
La risposta: Dio ha scelto questo popolo perché lo ha amato; non per i suoi meriti (Deuteronomio), ma perché una volta ha detto di sì. Si racconta la parabola che Dio sul Sinai avrebbe offerto la Torah a tutti i grandi popoli prima di offrirla ad Israele. Tutti gli altri popoli l'ha rifiutarono (i discendenti di Esaù perché c'era il divieto di non uccidere, gli Ammoniti e Moabiti discendenti di Lot perché proibiva la fornicazione, i discendenti di Ismaele, beduini e predoni del deserto, perché proibiva di rubare). Invece i figli di Israele risposero: "Tutto ciò che il Signore ha detto, noi lo eseguiremo<i> (prima la pratica) e lo ascolteremo"</i>.
Un ulteriore passo ci sarà quando la tradizione rabbinica analizzerà il passo di Levitico 18,5 : "Voi dunque osserverete i miei statuti e le mie leggi, che se un uomo le metterà in pratica vivrà per essi". Secondo i rabbini un pagano che osserva la legge è uguale al sommo sacerdote: la legge è per tutti.
Nella festa dei Tabernacoli, quando il Tempio era ancora in piedi, si offrivano settanta giovenchi in favore delle settanta nazioni del mondo. Secondo la tradizione rabbinica i sacrifici per i popoli non sono sacrifici di espiazione, ma di lode o pacifici. Solo Israele espia con il sacrificio, gli altri popoli con la vita retta. Dio giudica le genti non sulla base della Torah, ma del comportamento retto.
Inoltre uno dei libri più importanti dell'AT ha come protagonista un non ebreo: Giobbe.
Anche la ricca tradizione profetica afferma che tutte le genti andranno a Gerusalemme a offrire i loro sacrifici. In alcune sinagoghe c'è scritto: "La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti"
Già in epoca rabbinica è detto ripetutamente che la conversione all'ebraismo non è ritenuta una via necessaria alla salvezza. C'è stato un periodo in cui gli ebrei hanno fatto proselitismo, però con questa precisazione. "I timorati del Signore" erano coloro che abbandonavano il paganesimo, accettavano il Dio di Israele, frequentavano le sinagoghe, ma senza farsi circoncidere. L'obiettivo dei farisei era di diffondere il monoteismo e la morale monoteistica senza pretendere che tutti diventassero ebrei.
Vi sono due leggi, una per gli ebrei e una per i non ebrei, contenuta nei "precetti di Noé", il codice che Dio ha rivelato a Noè per la salvezza di tutto il mondo. (normalmente vengono identificati in 7 precetti di cui uno positivo e cioè l'avere dei giudici, avere una società basata sulla giustizia. I negativi sono: non essere idolatri, non bestemmiare il nome di Dio, non rubare, non spargere sangue, non praticare unioni illecite, non mangiare carni di animali soffocati o non mangiare sangue).
Nel concilio di Gerusalemme (Atti degli Apostoli) per i cristiani provenienti dal paganesimo si assume questa posizione rabbinica ("È parso bene allo Spirito santo e a noi di non imporvi altro peso all'infuori di queste cose necessarie, di astenervi cioè dalle carni immolate agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati, dalla fornicazione"). Per questo dagli ebrei, mentre la chiesa giudeo-cristiana era considerata eretica, quella di lingua greca era considerata una forma di noachismo (Noè) perfettamente legittima.
La posizione è che non possono esserci eretici tra i non ebrei, perché non hanno nulla da rifiutare e devono osservare solo i sette precetti.
Nel Medioevo Maimonide e prima Giuda Levita devono confrontarsi non solo con il Cristianesimo ma anche con l'islam. Gesù e Maometto sono considerati come preparatori alla venuta del re messia. Cristianesimo e Islam estendono il noachismo a tutte le genti. Tra i 7 precetti c'è l'obbligo di non essere politeisti. Nessun problema con l'islam, ma la concezione trinitaria del cristianesimo? La risposta comune è che il cristianesimo non è politeismo, ma "shittuf" (al Dio unico viene associato qualcosa). Si ritiene che un cristiano che crede nella Trinità è monoteista, e che un ebreo che diventa cristiano è politeista. L'ebreo considera fratelli i monoteisti, mentre tiene le distanze dai politeisti, in quanto l'idolatria è sempre stata considerata dalla tradizione ebraica fonte di immoralità.
Tutto questo sarà sistematizzato da un ebreo italiano dello scorso secolo, Elia Benamozegh (1822-1900). Nell'opera Israele e l'umanità riprende la dottrina noachide e sviluppa la teologia delle due fedi. L'ebraismo ha una legge che Dio gli ha imposto e che deve accettare. La Torah è stata data ad Israele con lo scopo di creare un popolo sacerdotale a servizio di tutte le genti per portare al mondo il Dio unico e la legge morale. La complicata legge ebraica non è imposta agli altri popoli. Benamozegh concilia così particolarismo e universalismo.
Altri pensatori hanno ripreso questa problematica come Franz Rosenzweig (1886-1929) e Martin Buber (1878-1965) per i quali agli occhi di Dio ebraismo e cristianesimo sono entrambi predisposti per la salvezza del genere umano e ognuno ha bisogno dell'altro, anche se l'ebreo non potrà mai accettare alcuni principi del cristianesimo (se un ebreo diventa musulmano non diventa idolatra, se diventa cristiano sì). Alla fine dei tempi le due posizioni inconciliabili, entrambe provvidenziali, si fonderanno in qualcosa d'altro, che non sarà più né ebraismo né cristianesimo.

cosa pensa il cristianesimo dell'ebraismo

Una posizione inversa è stata sviluppata da tutte le chiese cristiane.
Si ritiene che Dio non ha mai revocato l'alleanza e l'elezione di Israele; l'ebraismo (sono parole del papa) ci è intrinseco, ossia non si può avere un'autocoscienza cristiana che non sia contemporaneamente un'autocoscienza ebraica. È vitale per la chiesa interrogarsi sull'ebraismo (cardinal Martini) e la stessa idea di chiesa, di liturgia, di popolo di Dio non hanno giustificazione se non mediante l'ebraismo.
La relazione ebraismo - cristianesimo viene spesso definita asimmetrica: l'ebraismo non ha bisogno del cristianesimo per definirsi (viene prima), mentre il cristianesimo non può definirsi senza includerlo.
Nel documento del Vaticano del 1984 (Sussidi per la corretta presentazione di ebrei ed ebraismo nell'insegnamento e nella predicazione della chiesa cattolica) si sostiene che Gesù è ebreo e lo è per sempre.
L'ebraismo e il cristianesimo non sono una sola religione, ma non sono neanche due; non solo hanno una radice comune, ma anche questo non essere due vale per ogni generazione. Nel commentare l'episodio di Gedeone (nel libro dei Giudici) che chiede una prova a Dio (far scendere la rugiada solo sul vello steso nell'aia e poi sull'aia ma non sul vello) il padre benedettino Standaert belga suggerisce che la rugiada è il simbolo della benedizione di Dio che prima bagna solo il vello, cioè Israele, mentre tutto il resto del mondo è immerso nella secchezza, successivamente la benedizione si riversa su tutto il genere umano, ma non è che Israele venga escluso, ma in qualche misura si priva della propria linfa per la salvezza del mondo. È un po' l'immagine dei rapporti tra Israele e cristianesimo: Dio non ha bagnato l'aia e il vello nello stesso tempo, però è presente come salvatore sia nella via di Israele, sia nella via delle genti, dei cristiani.
C'è quasi identità tra la concezione islamica e quella ebraica della parola di Dio: la bibbia viene anche chiamata Micrà, che ha la stessa radice di carà, che vuol dire proclamare, recitare (come kur'an). È scorretto parlare di Sacra Scrittura, si dovrebbe parlare di Sacra Lettura.
È vero anche che le disparità e le opposizioni sono vitali e non sono da proscrivere nelle fedi ebraica e islamica (Fouad parlava del giardino delle differenze). Questo era vero anche per il cristianesimo, per esempio nel medioevo, ed è una cosa positiva per l'ecumenismo.
L'ebraismo non si identifica con una serie di articoli di fede, ma con la prassi, che è oggetto poi di discussioni e di commenti: come mettere in pratica la parola di Dio? La concordia dell'agire presuppone la massima libertà nel pensare. Classica era la discordanza tra la scuola di Hillel e quella di Shammai (più rigorista) ai tempi di Gesù.

le polarità nell'ebraismo

L'ebraismo vive di diversità, di dialettica: ci sono una serie di polarità che ci lasciano perplessi.
Innanzitutto tra particolare e universale. Secondo Stefano Levi della Torre l'ebraismo è un modo particolare di guardare all'universale, nel senso che gli ebrei hanno il comando divino di essere specifici (non immediatamente universali), ma anche l'obbligo di guardare continuamente all'universale. L'universalità prospettica sta alla base della concezione di Benamozegh sul rapporto tra fedi, tra noachidi e mosaici, (per Benamozegh sono conciliabili, invece per Rosenzweig e Buber no, sarà Dio a riconciliarle: è la stessa visione presente nel Corano secondo la quale l'assenza di unità rientra nel disegno divino).
Poi la polarità tra centro e diaspora. La terra di Israele è sempre stato uno dei due poli dell'ebraismo. Il rapporto del popolo con la terra è percepito come un rapporto nuziale (gli altri popoli parlano di madre patria). La terra di Israele è essenziale per l'adempimento di certi precetti della Torah (come quelli agricoli). Per usare una terminologia cristiana, la terra di Israele è un sacramento degli ebrei. Ma anche la diaspora ha una sua giustificazione divina, per acquistare proseliti. La diaspora ha prodotto una cultura ebraica all'insegna della diversità, ha diffuso l'ebraismo al di là della fede ebraica. È riduttivo considerare le culture religiose solo nei confini della loro ufficiale tensione di fede.
C'è poi la tensione tra il ricordo e l'attesa. Non c'è ebraismo senza il racconto delle cose ricordate, che suscitano l'attesa. L'ebraismo ha una tensione messianica, ma la figura del messia non è centrale come credono i cristiani. Lapide sostiene che mentre l'ebraismo è la religione del regno, del messianismo, il cristianesimo è la religione del re, del messia. Il messianismo è la fiducia che predicando la Torah si avvicina l'era messianica. La divergenza su Gesù riguarda sì la sua divinità, ma più profondamente l'assenza di un vero cambiamento implicato dall'avvento dell'era messianica. ("Non è cambiato nulla, il messia non è venuto"). Oggi i teologi cristiani dell'ebraismo dicono che un cristiano dovrebbe affermare che il messia è venuto, ma non ancora l'età messianica, che è attesa comune, nella convinzione che è grazia di Dio condizionata dall'azione degli uomini.
L'attesa messianica è vista nell'ebraismo in varie forme. A livello religioso e laico si insiste su una situazione finale di giustizia e di libertà.
Nella mistica ebraica (vista con poco favore) ci sono due concezioni di Dio. Dio per un verso è assolutamente inconoscibile e non possiamo dire niente di lui, per un altro verso è il creatore e il redentore in rapporto con l'uomo. È insieme trascendenza (santo) e immanenza nel mondo (shekinah). La redenzione dell'uomo e di Dio si avrà quando santo e shekinah saranno uniti di nuovo nuzialmente.
Si può riassumere tutto nel versetto del Levitico 19,18: "Amerai il prossimo tuo come te stesso". Ma il versetto non finisce qui e continua: "Io sono il Signore". La prima parte è comune alle religioni (e anche alle non religioni), ma è proprio dell'ebraismo avere un comando vincolante. Tutto nell'ebraismo proviene da Dio.


(Khaled Fouad Allam)
Tra ebraismo e islam c'è una continuità antropologica dovuta alla comune matrice semitica. C'è molta ignoranza in occidente sull'islam, che è diventato un mondo presente. Non è giunta solo una diversa mano d'opera ma anche uomini con una antropologia religiosa diversa che pone problemi di ecumenismo.

ambivalenze dell'islam

La religione islamica è poco aperta all'ecumenismo. Bisogna però distinguere tra ciò che è la religione nel diritto e ciò che è nei fatti. Gli ulema (una specie di clero) rappresentanti della ortodossia islamica, sono decisamente contrari alla mistica, la cui storia è spesso segnata dal sangue del martirio. C'è ambivalenza nel mondo islamico. Non c'è una razionalità cartesiana, ma c'è una razionalità in cui non è mai tutto sì e tutto no, ma insieme sì e no. C'è spesso contraddizione e opposizione tra il testo e la vita.
È difficile dire che cosa costituisce la cultura islamica: solo il Corano? solo Muhammad? solo la Sunna? solo la mistica? solo ciò che si esprime in lingua araba? Da una parte c'è l'islam ortodosso del mondo arabo dall'altra l'islam più periferico con diversi riferimenti al testo.
La cultura musulmana non è del tutto autonoma, ma affonda le proprie radici nella cultura ebraica in quella cristiana e nella cultura pagana politeistica. L'islam ritiene positiva l'eredità ebraica, cristiana, ma dà una nuova dinamicità ponendosi come il sigillo finale delle verità precedenti.
Per un altro verso l'islam si pone come rottura nei confronti del proprio passato politeista, definito come mondo delle tenebre.
Ma anche in questo atteggiamento nei confronti del proprio passato politeista vi è una ambivalenza: per un verso è considerato come totalmente negativo, per un altro verso si mantengono forme politeistiche, come la Kaaba, il cubo, il tempio in cui una volta all'anno gli arabi preislamici si radunavano e facevano le lodi ai loro dei e dee. Con Muhammad la Kaaba diventa l'antitempio del politeismo preislamico ma anche tempio simbolico dell'islam. Uno dei culti fondamentali dell'islam è il pellegrinaggio a questo tempio che si conclude nel baciarlo.

il corano e i problemi ecumenici

La religione islamica nasce in un universo tribale abbastanza violento con una solidarietà di tipo individualistico. Il monoteismo inaugura una nuova era e una nuova salvezza e crea, grazie alla parola di Dio, una nuova solidarietà che supera le differenze tribali, la "umma", la comunità.
La parola di Dio rompe con l'universo preislamico e inaugura una nuova era con un modo nuovo di vedere l'altro, l'ebraismo, il cristianesimo, il politeismo pagano. La parola di Dio è il Corano, la recitazione. Il rapporto tra musulmano e Corano è diverso da quello dell'ebreo con la Torah o del cristiano con il vangelo. Il Corano non è un libro, anche se oggi lo è diventato, ma è una parola atemporale, valida per tutti i tempi. Il Corano non obbedisce alla struttura del racconto, non esiste una relazione logica del racconto tra un sura e l'altra. Addirittura ci sono contraddizioni all'interno della stessa sura. Per il musulmano il senso della parola non può obbedire ad una logica umana, ad una razionalità umana, ma ubbidisce ad altri criteri, ad un'altra razionalità che ci supera. La parola coranica ha un senso apparente e un senso nascosto.
Essendo il Corano parola il problema per il musulmano è di trovare il senso ottimale ad un versetto, attraverso la grammatica, per scoprire ciò che ha veramente voluto dire Dio.
La grammatica nell'islam è considerata una scienza sacra perché Dio si è espresso in lingua araba. Ecco perché il Corano di per sé è intraducibile: nel Corano si dice più volte che Dio ha scelto la lingua araba per inviare il suo messaggio. La lingua araba è lingua sacra, come tutto ciò che vi è connesso come la grammatica, la sintassi, la morfologia, la grafia.
La Parola di Dio è inimitabile, soprattutto perché è una parola globale che esprime ciò che la volontà divina ha fatto o vorrà fare. È una Parola di cui il musulmano non è mai sazio. A differenza della cultura occidentale in cui c'è stato un lungo dibattito tra scienza ragione e fede, nella cultura islamica no, perché il Corano non pone divisioni tra ciò che è divino e il piano della ragione umana.
L'islam è religione e mondo: ciò significa che il mondo come aspetto comunitario e sociale è l'espressione della fede e viceversa.
Del miliardo di musulmani esistenti solo duecentomila sono di origine araba. Tutti gli altri, dall'Europa alla Indonesia non sono arabi, e hanno espresso altre forme di culture islamiche con differenze anche significative sul piano interpretativo. La prima differenza risale alle origini tra sunniti e sciiti (non si misero d'accordo su chi dovesse avere il potere nella comunità). La cultura sciita ha profonde radici persiane, manichee, zoroastriane.
La Parola di Dio è assoluta, ma ha bisogno di essere rappresentata in esempi, modelli da seguire. I musulmani vedono il modello in Muhammad. La vita di Muhammad non è stata solo quella di un mistico. Dapprima ha avuto una vita mondana, si è sposato e solo tardivamente ha ricevuto la predicazione coranica. Inoltre è un messaggero che insieme è un uomo particolare e che assume poteri specifici come capo della prima comunità.
La predicazione coranica è di due tipi: la prima è quella della Mecca, più mistica, individualistica, più breve, più escatologica, la seconda è quella di Medina più ricca di dimensione sociale e giuridica, con sure più lunghe. Il Profeta non ha visto il passaggio alla scrittura che è avvenuto 20 anni dopo la sua morte. Ha prevalso l'attenzione alla dimensione sociale e giuridica. Oggi nel Corano ci sono al primo posto le sure Medinesi e poi quelle meccane.
Oggi in alcuni paesi musulmani si dibatte sull'applicazione della legge islamica, la "shari'a". La legge islamica fa riferimento alle sure medinesi e c'è stato chi, in Sudan, ha ritenuto che queste sure non dovessero mai essere inserite nel Corano. Questo pensatore, Mohammad Taah, è stato condannato a morte e impiccato nel 1985. Per i pensatori musulmani è un problema l'analisi storico critica del Corano.
Questo costituisce un problema sul piano ecumenico, perché un musulmano non può utilizzare il Corano come un cristiano utilizza il Vangelo. L'ecumenismo dovrebbe mettere su uno stesso piano i monoteismi. Sono difficili i tentativi di lettura critica del testo.
Nei confronti dell'ecumenismo vi sono molte difficoltà. Ci sono idee e preconcetti che i musulmani non possono superare nei confronti dei cristiani, come per il concetto di Trinità, visto come espressione politeista.

un ecumenismo non di vertice

È difficile poi per un non islamico focalizzare in modo univoco ciò che è islam. L'insorgenza di stati nazionali ha fatto sorgere anche nazionalismi religiosi. L'islam è quasi ovunque religione dello stato secondo le varie costituzioni che però intendono l'islam in modo diverso ( l'Algeria riconosce come fonte giuridica di legislazione il Corano, la Sunna e la giurisprudenza delle scuole, in Libia invece solo il Corano).
Alle difficoltà di dialogo a livello di vertice corrispondono forme crescenti di dialogo basate sull'amicizia, sugli scambi interpersonali. Già l'ebreo Maimonide aveva profondi legami di amicizia con musulmani. C'è un ecumenismo di vita.
Il Corano si recita e ciò che Dio ha detto lo si vive intensamente. Molto importante per il musulmano è la sura aprente: è presente in ogni preghiera, in ogni momento di gioia o di dolore. È ripresa dall'arte islamica, si trova scritta nelle case, occupa uno spazio enorme. È la più importante sotto l'aspetto rituale, ma anche pedagogico. Qualunque formula religiosa inizia con Bismillah, con Dio clemente e misericordioso: "Nel nome di Dio clemente e misericordioso, il padrone del dì del giudizio che noi adoriamo, che invochiamo in aiuto, guidaci per la retta via, la via di coloro sui quali hai effuso la tua grazia, la via di coloro coi quali non sei adirato, la via di quelli che non vagolano nell'errore".
Importante in questa sura è l'idea di via, non solo come via che introduce alla conoscenza di Dio, ma anche come etica, come comportamento fondati sul Corano.
Il Corano si pone a conclusione del discorso delle religioni del libro. Mentre buddhismo e induismo non sono religioni storiche (non hanno un preciso inizio) le religioni del libro sono religioni storiche e religioni della verità. Ciascuna religione monoteistica porta in sé una verità e l'islam vuole essere il discorso finale di ciò che Dio ha detto agli uomini. Muhammad è considerato colui che ha sigillato definitivamente il discorso delle religioni del libro.
Nel diritto musulmano non è ammesso che un musulmano possa cambiare religione, viene considerato apostata, non perché si ritiene superiore la religione islamica, ma perché farsi ebreo o cristiano significa tornare indietro, rinunciare alla completezza della verità.
È un aspetto molto dibattuto tra ortodossia e corrente mistica, anche perché nel Corano ci sono versetti che glorificano la diversità religiosa ("Se Dio avesse voluto fare di voi un unico popolo l'avrebbe fatto") e versi che indicano nell'islam l'unica definitiva via di salvezza.
Tutto a questo punto dipende dall'interpretazione che può essere quella rigida dell'ortodossia o quella più elastica e aperta della mistica. Ad Istanbul dei musulmani vanno ad assistere alla messa nella chiesa di S.Antonio per "respirare l'odore del sacro".
Il discorso sulle altre religioni è presente nel testo coranico nella sura della mensa, v. 45: "e nella Torah prescrivemmo a voi anima per anima, occhio per occhio, naso per naso, orecchio per orecchio, dente per dente e per le ferite la legge del taglione e a chi dà in elemosina il prezzo del sangue ciò sarà per lui di purificazione, e coloro che non giudicano con la rivelazione di Dio sono gli iniqui e facemmo seguire loro Gesù, figlio di Maria, a confermare la Torah rivelata prima di lui, e gli demmo il vangelo pieno di retta guida e di luce confermante la Torah rivelata prima di esso, retta guida e ammonimento ai timorati di Dio. Giudichi dunque la gente del Vangelo secondo quel che Dio ha ivi rivelato e non seguire i loro desideri a preferenza di quella verità che ti è giunta. Ad ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre se Dio avesse voluto avrebbe fatto di voi una verità unica, ma ciò non ha fatto per provarvi in quel che vi ha dato. Gareggiate dunque nelle opere buone, che a Dio tutti tornerete e allora Egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in discordia". Vi è questa prospettiva escatologia del superamento finale della discordia.
C'è poi un altro brano che non parla solo del punto finale e che contiene l'idea di una parola che va al di là delle identità religiose, con l'immagine della luce che illumina, nella sura della luce: "Dio è la luce dei cieli e della terra e rassomiglia la sua luce a una nicchia in cui è una lampada e la lampada è in un cristallo e il cristallo è come una stella lucente e arde la lampada dell'olio in un albero benedetto, un olivo né orientale, né occidentale, il cui olio per poco non brilla anche se non lo tocchi fuoco. È luce su luce; e Iddio guida alla sua luce chi egli vuole, e Dio narra parabole agli uomini e Dio è su tutte le cose sapiente. In case che Dio ha permesso che vengano elevate e vi si menzioni il suo nome, cantino le sue lodi all'alba e al tramonto uomini che né commerci, né vendite distolgano dalla menzione di Dio, dal compir la preghiera, dal pagare la decima, uomini che paventano il giorno in cui verranno sconvolti i cuori e gli sguardi, perché Dio li possa ricompensare per quel che di meglio avran fatto e accresce a loro il suo favore". Qui si va al di là delle religioni del libro.
Alla fine del primo secolo dell'islam la mistica islamica, ispirandosi anche alla tradizione dei padri del deserto, cerca di togliere l'idea di un islam giuridico e politico. Nonostante l'opposizione dell'autorità del califfo, ci sono uomini che si riuniscono e si vestono in modo particolare con vestiti di lana, di qui il termine sufi (suf = lana). Questo gruppo sceglie la via della povertà e quella dell'approfondimento della conoscenza di Dio. Mentre l'ortodossia sostiene che Dio è misterioso e non si può amare perché non è persona, ci sono mistici che diventano pazzi dell'amore di Dio, come El Falagi che ha scritto La passione di Dio e che venne condannato a morte e arso.

Login

Valid XHTML 1.0 Transitional Valid CSS!