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I poveri nella Bibbia

sintesi della relazione di Rinaldo Fabris
Verbania Pallanza, 30 aprile-1 maggio 1988

I POVERI NELLA BIBBIA

di Rinaldo Fabris

il termine "povero" nella Bibbia
Il termine italiano povero deriva dal latino pauper, colui che produce poco, non ha l'indispensabile per sopravvivere (Enciclo­pedia Cattolica) dove è sottolineato l'aspetto di indigenza, di penuria, di mancanza dì beni sotto il profilo quantitativo. Tale vocabolo ha in parte deformato la visione del povero nella tradi­zione occidentale, ma oltre al linguaggio, molte esperienze hanno condizionato la lettura di questa categoria. Nella Bibbia ebraica ci sono cinque o sei termini per indicare i poveri, il più ampio e diffuso è "anaw" al singolare e "anawim" che viene da una radice che vuol dire colui che sta sotto, che è curvato, che è dimesso, il sottoposto. L'altro termine "ebionim", è colui che stende la ma­no, il mendicante. Poi ci sono altri due vocaboli che indicano lo schiacciato, l'oppresso e sono "dâl" e "râ's" e infine un termine che è passato attraverso l'arabo anche nella lingua italiana ed è meschino "meskin" che vuol dire ridotto, piccolo, limitato. L'ele­mento che caratterizza la figura del povero nella Bibbia è l'aspet­to sociale, è colui che è privo di libertà e di dignità, e lo sta­tus economico ha una rilevanza, ma in maggior evidenza è il fatto di non avere la libertà, la possibilità di decidere e prendere po­sizione. Da segnalare anche la terminologia greca che indica con ptokòs-pitocco il povero sociale, ricorre due volte nel Nuovo Testa­mento, e l'uso di tapeinòs, in italiano tapino.

"Beati voi poveri"
Iniziamo con la presa di posizione di Gesù per risalire poi alle radici bibliche passando attraverso le tradizioni storiche, profetiche, sapienziali ed esaminare il modo in cui la prima chiesa ha vis­suto questa esperienza religiosa, spirituale della povertà come pro­getto e come situazione. Un dilemma attraversa la storia del cristianesimo ed ancora oggi è irrisolto per molti nella vita personale: da una parte il povero indigente è in uno stato di privazione consi­derato un male da combattere con l'aiuto dell'intervento liberatore di Dio e dall'altra la povertà è proposta come ideale di rinuncia. La proposta evangelica è l'invito a lasciar tutto per seguire Gesù, ma a cosa attingere poi per aiutare i poveri in adesione all'altro precetto evangelico secondo cui l'impegno a favore del povero sarà la misura fedeltà al Signore? Partiamo dal cuore dell'Evangelo, la buona notizia che Gesù proclama inaugurando la sua attività pubblica: "beati voi poveri perché vostro è il regno di Dio" enuncia l'edizione lucana. Matteo ha una variante al cap.5 verso 3: "beati i poveri in spirito perché di essi e il regno dei cieli". Si pone quindi il dilemma dei due canali, spirituale e materiale. Matteo ha forse avuto più fortuna nella storia del cristianesimo; oggi nessuno fa quella lettura che è stata proposta in passato, poveri di spiri­to uguale a gente semplice, con poca intelligenza e forza; da quan­do è stato trovato in un manoscritto nelle grotte di Qumram, della comunità monastica e religiosa che viveva nel I secolo sulle rive del Mar Morto, un testo in cui ricorre la formula poveri di spiri­to si è capito che Matteo ha usato una formula familiare nella sina­goga e nella tradizione ebraica ed è probabile che Gesù abbia usato una espressione simile nello sfondo della tradizione biblica dove i poveri erano già diventati una categoria sociale e spirituale. Nel seguito delle beatitudini in Matteo, "beati i poveri di spirito" diventa "beati i miti, gli afflitti, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace ed i perseguitati". Si tratta di otto categorie, ma più che di situazioni sociali, di condizioni umane spirituali positive.
In Matteo le beatitudini diventano una specie di programma di vita, più che una dichiarazione solenne di Gesù a favore dei miseri. Nel­la edizione di Luca invece la beatitudine è mantenuta in quel teno­re probabilmente più vicino al modo di parlare di Gesù, e si rife­risce a situazioni sociali reali e non a virtù o attitudini. Considerandole come qualità si rischia di attribuire a Gesù l'intenzio­ne di un premio: se voi siete misericordiosi, puri di cuore, sarete felici, mentre la maniera di parlare di Gesù - che sì richiama a quella dei profeti - con le beatitudini non fa un augurio, né un invito ma una dichiarazione solenne in nome di Dio; voi siete fe­lici, fortunati, alzate la testa, esultate, rallegratevi perché vostro è il regno dei cieli.
Matteo sottolinea anche la trascenden­za, è un regno che viene da Dio e non corrisponde alla lettura tra­dizionale soprattutto liturgica di Paradiso, vita eterna; il regno di Dio o regno dei cieli è l'intervento liberatore, efficace di Dio a favore dei poveri. L'intervento è ora, qui, non esclude che vada oltre l'orizzonte storico, ma non è riducibile al paradiso. Spesso si è interpretato: se siete buoni, se siete pazienti e sopportate la vostra miseria Dio vi premierà col regno dei cieli. Questa è la let­tura moralistica criptofarisaica perché fa dei poveri persone così brave che si meritano il paradiso. No, Dio interviene a favore dei poveri perché è fatto così Dio e non può non intervenire a difende­re quelli che hanno bisogno; il motivo sta in Dio e non nei poveri.
È da sottolineare questo aspetto fondamentale per capire la visione di Gesù ed anche la prassi cristiana della prima chiesa; quando noi diciamo che i poveri sono più umili, più disponibili, più aperti ad accogliere l'iniziativa di Dio cediamo alla tentazione caratteristica del farisaismo; tipica è la preghiera del fariseo "ti ringrazio Signore che non sono come gli altri uomini, digiuno, pago le decime, non sono ladro e adultero come quel pubblicano" (Luca 18) dove l'in­tervento di Dio è considerato come una risposta alle prestazioni del fariseo, un compenso dovuto. La scelta preferenziale dei pove­ri non è una concessione al populismo demagogico - come è bello es­sere compassionevoli e interessarsi di chi ha bisogno! - una specie di hobby; invece la scelta preferenziale dei poveri è teologale, risponde al modo di agire di Dio, non è facoltativa, è l'unica maniera attraverso la quale Dio salva. Dobbiamo farci raggiungere attraverso la porta stretta dei poveri, Dio non entra se non attraverso l'immer­sione nella solidarietà con i poveri. Questa scelta dei poveri di­venterà la morte di croce dove Gesù stesso è il povero: non è quindi una scelta discrezionale, è l'immagine di Dio.

la vera religione (Gc 4)
Il rapporto di Dio con i poveri è confermato in un altro testo, la lettera di Giacomo nel cap 2. Questo autore che risale alla tradizione palestinese-gerosolimitana di carattere sapienziale presenta la maniera di compor­tarsi nei confronti dei poveri; prima di tutto definisce cos'è l'au­tentica religiosità, non è un verboso e sterile dichiarare la propria fede in Dio, la religione vera e senza macchia davanti a Dio è soc­correre gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo inteso come spirito arrogante. Nel cap 4 sostie­ne che l'amicizia del mondo è contraria all'amicizia di Dio, l'amici­zia del mondo è il desiderio di avere di più, l'egoismo prepotente; poi presenta un quadro per illustrare il modo di comportarsi secon­do la fede nel Signore "non mescolate a favoritismi personali la fe­de nel Signore della gloria". C'è la scena del ricco signore con la veste e l'anello prezioso che tutti guardano e viene invitato a se­dersi: entra il povero e viene tenuto in piedi "non fate voi prefe­renze, non siete giudici dai giudizi perversi? per motivare la valutazione contro questo agire dice "Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha pro­messo a quelli, che lo amano" E' la scelta dei poveri, Dio salva at­traverso i poveri. A questo farà eco Paolo nella lettera ai Corinzi: Dio ha scelto le cose deboli per mostrare la nuova logica come appa­re nella croce. Questa prospettiva è confermata da tutto l'agire di Gesù, non si tratta di dichiarazioni retoriche, le due intestazioni degli evangelisti ai discorsi programmatici corrispondono all'agire storico di Gesù da cui comprendiamo che le beatitudini sono il suo proposito. Tutti i gesti di Gesù, anche l'ultimo, sono incomprensi­bili senza questo sfondo del regno dato ai poveri perché Dio è fatto così, è Un re giusto che interviene a favore di quelli che hanno bi­sogno. Un altro testo riportato da Luca, che ha echi negli altri Van­geli, al IV capitolo espone la predica di Gesù a Nazareth. Gesù en­tra nella sinagoga, prende il rotolo di Isaia ed il testo scelto ri­guarda la missione del profeta atteso per la fine dei tempi; "lo spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l'unzione che consiste nel dono dello Spirito, mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigio­nieri la liberazione, ai ciechi, la vista, rimettere in libertà gli oppressi e predicare un tempo dì grazia del Signore". Gesù chiude il libro, lo consegna all'inserviente e tutti attendono la predica "oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udito con i vo­stri orecchi" i poveri sono evangelizzati non perché si fanno discor­si ad essi: la buona notizia per un carcerato non è: abbi pazienza, ma vieni fuori; ad un cieco: vedi; al malato: sii guarito dal tuo male. E' un anticipo, una caparra, la guarigione non risolve il dramma di un'esistenza che va verso la morte però è in quella linea di una libertà ed il saldo sarà la vita piena. La conferma di questo modo di considerare le cose è nella scena riportata da Matteo a da Luca. In Luca 7,21-22 ci sono i gesti terapeutici di Gesù. Il Battista è in carcere ed è impressionato da ciò che si dice di Gesù, però aspetta un Messia che faccia piazza pulita degli empi e dei peccatori, separi il grano dalla pula, tagli i rami secchi; Gesù delude que­sta attesa di giudizio anticipato nella storia con l'intransigenza del riformatore. Giovanni manda ad informarsi.: "sei tu l'inviato di Dio, il Messia?" la risposta è "riferite a Giovanni, ciò che avete visto: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i leb­brosi sono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, al poveri, è annunziata una buona notizia", Questa è la prova che l'inviato di Dio atteso come liberatore è presente nei gesti e nelle parole di Gesù. Tutta l'attività terapeutica di Gesù, i gesti di accoglienza, di solidarietà dobbiamo vederli non come prove spettacolari per atti­rare l'ammirazione o per legittimarsi, ma sono la risposta ad un bi­sogno. Dentro al processo terapeutico Gesù stabilisce anche un rap­porto di riabilitazione, prima la salute e poi la riabilitazione nella dignità. Analogo è il significato dei gesti di accoglienza verso gli esclusi che sono i peccatori privati dei diritti sociali e reli­giosi, non solo gli esattori delle tasse, ma anche coloro che eserci­tano mestieri "inquinanti", macellai, tintori, conciatori, che non pos­sono avere cariche nelle sinagoghe e sono tagliati fuori dalla vita sociale e religiosa; con questi Gesù va a mangiare e per rispondere alle critiche di coloro che contestano il suo modo di agire Gesù rac­conta la storia del pastore, della donna e del padre. Il padre che ha due figli accoglie il figlio scapestrato che torna a casa, non perché ha recitato la formula del pentimento e gli ha promesso di cambiare vita, ma unicamente perché commosso lo vide, gli corse incontro, gli gettò le braccia al collo e lo baciò, prima che incominciasse a fare qualsiasi gesto perché così fa Dio. Dio si curva sui poveri non perché sono più buoni, hanno fatto penitenza; lo stesso vale per i peccatori che rientrano nella categoria di chi ha bisogno insieme con lo straniero, il malato, l'handicappato, la donna, il bambino. Di fronte alla reazione del fratello osservante che non ha mai trasgredito un comando risponde semplicemente: era perduto ed è stato ritrovato, era morto, è tornato in vita- Cosa può fare un padre se non accoglierlo? Certo è permissivo organizzare un festino di quelle dimensioni con il vitello per le nozze, tanto da impressionare i servi e mandare su tutte le furie il fratello maggiore. Così fa Dio. Le parabole so­no la risposta alla crisi dei devoti osservanti di fronte all'agire di Gesù. Lo è anche la storia del viticoltore che chiama a tutte le ore e dà la paga intera anche a chi lavora un'ora sola perché così fa Dio, il Dio che sceglie i poveri, perché gratuitamente si curva commosso, come dice il linguaggio biblico "colpito nelle viscere" il motivo è nel cuore di Dio, non nella dignità, bontà, attitudine, sentimenti del ricevente. Le parabole, sono la chiave per capire que­sto comportamento di Gesù che suscita la reazione delle persone che immaginano Dio come una specie di giudice che risponde con benedizio­ni, grazie, compensi a quelli che eseguono puntualmente i doveri religiosi. Di fronte alle prestazioni puntuali degli osservanti Dio mantiene quello che ha promesso dì dare; ma questa non è l'immagine di Dio; Dio dà gratuitamente la paga intera, accoglie lo scapestrato prima che incominci a fare il cammino di penitenza - prima il perdo­no e dopo la conversione - Tutto è riassunto molto bene in una pre­ghiera che si trova nel Vangelo di Matteo 11,25-26 in cui Gesù benedice il Padre "Abba" perché ha scelto i poveri, rivela il suo disegno ai piccoli "perché così è piaciuto a te": Gesù si uniforma a questo modo di agire di Dio. Per quanto riguarda la figura dei pic­coli si può fare riferimento ad un testo di Marco 10,13-16 "lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite, perché a chi è co­me loro attiene il regno dei cieli": la interpretazione secondo cui i bambini rappresentano la semplicità, l'innocenza e perciò sono i destinatari del regno è ancora criptofarisaica: Dio sceglie i picco­li - ed i bambini in quella società erano anawim, curvati, sottopo­sti. Per rappresentare il rovesciamento della scala gerarchica, di fronte al litigare dei discepoli sulle precedenze nelle carriere, Gesù prende un bambino, lo mette in mezzo ed abbracciandolo dice: "chi accoglie questo bambino nel mio nome accoglie me e chi acco­gli me accoglie colui che mi ha mandato", il bambino rappresenta l'ultimo e Gesù si è posto in mezzo ai discepoli, come l'ultimo, co­me il servo. I piccoli, sono contrapposti ai dotti e ai sapienti che sono i farisei e gli scribi diplomati. E la sottolineatura dei mo­tivo teologico della scelta dei poveri.

I poveri nell'Antico Testamento

In una retrospettiva biblica cerchiamo di capire chi sono i poveri nell'Antico Testamento.
Nei libri dell'Antico Testamento è raccolta una esperienza religiosa storica di quasi due millenni mentre il Nuovo Testamento ab­braccia appena un secolo dall'inizio degli anni 30 alla fine del
secolo ed all'interno è riflessa una storia molto più breve, ma soprattutto, mentre nell'Antico Testamento sono amalgamati anche problemi sociali, economico-politici - è un popolo prima seminomade, poi agricolo con forme di vita urbana, con uno stato nel Nuovo Te­stamento si tratta di piccoli gruppi che non formano uno stato, né si pongono il problema politico e la gestione politica dei beni; dobbiamo renderci conto che sono due prospettive e due situazioni diverse.

Esodo: Dio liberatore dei poveri
Prendiamo in esame il punto generatore della fede biblica che è l'Esodo: le antiche formule dicono: "il Signore che ci ha fatto uscire", Amos cap 3, Osea. La storia di Esodo comincia con l'intervento liberatore di Dio a favore dei poveri. Nel cap 1,8-14 è presentata la situazione degli oppressi in Egitto chiamati col vocabolo che indicherà poi i poveri "anaw", che venivano maltrat­tati, trattati con durezza in un lavoro coatto. Dopo il tentativo fallimentare di Mosè di uscirne fuori attraverso la violenza, l'uc­cisione dell'egiziano, è presentato l'intervento di Dio alla fine del cap 2 "nel lungo corso di quegli anni il re d'Egitto morì, gli israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamen­to ed il loro lamento salì a Dio e Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò dell'alleanza, guardò la condizione degli israeliti e se ne prese pensiero". Segue la chiamata del liberatore, di Mosè il profu­go che si è sistemato, ha trovato moglie, ha avuto un figlio, ha mes­so il cuore in pace e Dio viene a cercarlo nel deserto di Madian, si rivela come Dio dei pastori, come fuoco e fulmine e poi come il Dio dei Padri; dopo questa presentazione cosmica e storica, l'immagine di Dio appare come nella tradizione teologica, soprattutto deutero­nomista, maturata nei campi di prigionia durante l'esilio. Al cap.3,7;
il Signore disse, ho osservato la miseria del mio popolo, ho udito il suo grido a causa di sorveglianti, conosco le sue sofferenze, sono sceso per liberarlo dall'Egitto, per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso - formule che si trovano negli inni cananaici di Ugarit - un paese dove scorre latte e miele". E' l'im­magine di Dio che viene espressa con una parola ebraica tradotta in italiano con redentore, goel, ricattatore. Goel era il parente o amico che in forza del vincolo di sangue o de l legame di amicizia era impegnato a liberare una persona quando fosse schiava per debiti. o prigioniero di guerra. Anche Giobbe si era appellato al suo goel, ed anche in Isaia si trova l'espressione "non avere paura Giacobbe, sono il tuo creatore, il tuo goel, ti ho creato, plasmato e mi impe­gno a liberarti,"

le dieci parole
A partire dall'esodo compaiono testi legislativi in difesa dei poveri in analogia all'intervento di Dio che ha liberato i poveri per solidarietà perché legato da un vincolo liberamente assunto. La storia di liberazione va avanti col processo educativo da parte di Mosé fino alle dieci parole che vengono a sanzionare la liberazione. Le clausole dell'alleanza sono una specie di carta costitu­zionale in base alla quale il popolo può vivere in libertà. Voi sa­rete liberi a condizione che nessuno prenda il posto di Dio e che nessuno venga ridotto a merce, a oggetto; non avrai altri dei, non servirai loro, non ti farai immagine, non userai in maniera profana il nome di Dio: 'l'altra parte: non uccidere, non commettere adulterio, non sequestrare, non attentare ai beni essenziali del prossimo, non ridurlo a merce perché tornerete ad essere schiavi ricreando l'Egit­to nella terra della libertà. Questo è il senso delle dieci parole che sono presentate come clausole, non come imperativi. Nella Bibbia dell'esodo non sono mai chiamate leggi, saranno chiamate comandamenti nella tradizione deuteronomista, qui sono "parole", i principi della libertà. Dio è unico e il prossimo resta immagine di Dio.
Possiamo ora capire le legislazioni a favore dei deboli, dei non protetti all'interno del popolo di Dio.

il codice dell'Alleanza
Dopo il decalogo seguono i cap 21-22-2:l; di Esodo in cui sono raccolte le antiche leggi riguar­danti la vita sociale, civile, che si chiama il codice di alleanza. L'alleanza è il libero impegno di Dio goel che vincola a sé attra­verso queste proposte delle dieci parole i liberati. Dentro questa cornice di libertà, fondata sulle dieci parole, sono riletti anche gli antichi codici della vita nomadica, seminomadica e agricola: per noi decalogo è legato all'idea dell'imperativo, del dovere, ma la denominazione in senso originario era la condizione per vivere in libertà. Nel cap 22 vi è una sezione dedicata ai poveri. Il Dio solidale con gli oppressi è originale, non ha paralleli nella letteratura mesopotamica, egiziana e cananaica che sono i tre ambienti dentro i quali si colloca la Bibbia che è nata nella cultura mediorientale antica. In questi testi legislativi del terzo millennio e nei testi egiziani si presenta la figura del re come colui che pro­tegge il povero, è una specie di immagine propagandistica, dichia­razione protocollare scritta sulle tavole, nei codici il re pro­tegge gli orfani, difende i deboli. Le leggi sociali protettive non sono una novità biblica, la novità sta nel motivo che viene dato per la tutela del diritto del povero che sono il forestiero, l'orfa­no e la vedova. Il testo di Esodo al cap 22,20-26 dice: "non moleste­rai il forestiero, né lo sfrutterai perché voi siete stati forestieri nel paese d'Egitto, non maltratterai la vedova e l'orfano, se tu lo maltratti quando invocherà da me l'aiuto io ascolterò il suo grido" si riproduce il modello verificatosi in Egitto, oppressione-intervento di Dio; il motivo che sta alla base delle leggi protettive delle figure deboli è teologico come il motivo dell'Esodo: Dio si fa garante perché è il Dio dei poveri, il Dio degli oppressi.

giubileo
Questo principio è continuamente ripreso negli altri due codici, quello di Santità della tradizione sacerdotale e il codice deuteronomista. Nel primo c'è una norma sociale interessante almeno come idealità, poi l'applicazione è più complessa; è il cap 25 del Levitico sull'anno del riscatto chiamato giubileo, riscatto delle per­sone e delle proprietà, versi 23-25. La parola giubileo viene dalla maniera di proclamare l'anno della remissione con il suono della tromba chiamata jobel. "Conterai anche sette settimane di anni (49 anni), al decimo giorno farai squillare la tromba dell'acclamazione, dichiarerete santo il 50° anno, proclamerete la liberazione del pae­se per tutti i suoi abitanti" al v. 23 "le terre non si potranno ven­dere per sempre perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini perciò in tutto il paese che avete in possesso concederete il diritto di riscatto che riguarda il suolo". Poi si precisa come deve essere applicato il principio del riscatto; originariamente era ogni sette anni, l'anno sabbatico in cui si facevano riposare le terre, i prodotti erano per i poveri, ma diventava dif­ficile l'applicazione a causa del problema dei contratti e dei rimescolamento con nuova distribuzione delle terre ed allora si adottò il sette per sette più un anno di integrazione e si arrivava al 50° anno. Il principio teologico era la terra come condizione per vivere in libertà: è esemplare la storia di Naboth che ha la vigna presso il parco reale ed il re vorrebbe appropriarsene, ma Naboth dice "è la vigna dei miei padri", è la maniera per avere un diritto, per essere persona libera, la proprietà è base della libertà e della dignità. Il processo di Esodo era stato formulato così: "uscite dall'Egitto per introdurvi in una terra bella e spaziosa" ; il motivo delle prescrizioni è: "io sono il Signore che vi ho fatto uscire dall'Egitto" e, v, 55 del cap 25 del Levitico, "poiché gli israeliti sono miei servi che ho fatto uscire dall'Egitto, io sono il Signore vostro Dio". La terra appartiene a Dio, gli israeliti appartengono a Dio, ogni sette anni e poi ogni cinquanta si rivive l'esodo. Isaia aveva tentato di applicare la legge del riscatto e della liberazione, del rimettere i debiti, e i cittadini di Gerusalemme si erano impegna­ti nel momento critico dell'invasione, con un gesto drammatico di passare attraverso due parti di animale squartato recitando la formula "capiti a me come a questo animale se trasgredisco l'impegno", ma poi ognuno aveva ripreso il suo servo e la sua serva rendendoli di nuovo schiavi. Questo principio della liberazione degli schiavi e la restituzione delle terre era un modo di vivere l'esodo, una misura di protezione dei poveri. Nonostante la difficoltà della ap­plicazione - ed infatti tali norme vennero aggirate -, interessa l'orientamento religioso dell'esodo vissuto nella storia del popolo di Dio per quanto riguarda le persone e le proprietà. Diamo alcuni accenni del codice deuteronomico. È importante rendersi conto come a partire da una intuizione teologica, il Dio dei poveri, è stata riletta una antica legislazione e sono state inventate formule per applicare questo principio io una economia di proprietà, di contratti, di istituzione. Si è avuto il coraggio di far passare la visione teologica dentro una struttura socioeconomica. Nel cap 15 del Deuteronomio abbiamo alcune indicazioni sul modo di vivere la proprietà nei confronti dei poveri. E' l'anno sabbatico: ogni sette anni ce­lebrerete l'annoi delle remissioni, ogni creditore che abbia diritto ad una prestazione personale lascerà cadere il suo diritto". "Non vi sarà alcun bisognoso tra voi" se applicherete l'alleanza e aiute­rete i poveri non con il superfluo, ma con la donazione dei beni che appartengono a tutti perché la terra è stata data da Dio a tutto il popolo liberato, Chi ha perduto la proprietà deve essere reintegrato, ma non per benefica donazione di qualcuno, ma per diritto collegato con l'alieanza, è la giustizia sedhaqa in ebraico, tradotto) impropriamente dal greco in elemosina che invece richiama l'idea del dare il superfluo e non quello che è dovuto. Nel cap.,4 del Deutero­nomio vi sono alcune norme di carattere sociale sui prestiti e sul pegno. Il prestito ad interesse presso il popolo ebraico è condanna­to, proibito perché è il primo passo per una catena di schiavizzazio­ne è l'antiesodo. Il commercio presso gli ebrei era visto con so­spetto, veniva esercitato dai cananei e dai filistei, era considera­to legato a trucchi e furbizie in una economia agricola-pastorale i rapporti di solidarietà escludono l'idea del prestare ad interesse che infatti nella Bibbia è vietato mentre nelle legislazioni paralle­le è fissato al 15-30%. Ma non è solo una questione culturale e religiosa: infatti i" condannato anche il pegno. C'è il rispetto del pove­ro ed il motivo è "ti ricorderai che sei stato schiavo in Egitto e che di là ti ha liberato i i Signore tuo Dio perciò ti comando di fare questa cosa" v.l8. Tutte le misure sociali sono ispirale a questo principio dell'esodo.

i profeti
Anche passando ai Profeti ci si può rendere con­to della coerenza, della i continuità della motivazione religiosa. I profeti denunciano in maniera lucida e coraggiosa le forme di oppres­sione, ingiustizia, malversazione, sfruttamento delle categorie dei poveri. C'erano difficoltà a mantenere la libertà, la dignità per tutti, ci sono squilibri per cui uno si impoverisce ecc; i profeti si inseriscono in questo meccanismo quando incominciano a crearsi verso il 10° secolo e soprattutto l'8°l'estensione di proprietà da parte di benestanti, funzionari, amministratori e il crearsi dì una categoria di poveri, braccianti, salariati, che non riescono a di­fendersi. Amos , il primo profeta scrittore, amministratore al sud nel regno di Giuda, va al nord e diventa profeta; la chiamata di Dio lo spinge a denunciare l'idolatria che è collegata con l'ingiustizia. Nel cap 2 di Amos c'è questa denuncia "così dice il Signore, hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali".

dopo esilio
nel dopo esilio c'è un quadro storico impressionante, Neemia cap 5 c'è il lamento dei contadini "noi, i nostri figli e le nostre fi­glie siamo numerosi, ci si dia il grano perché possiamo mangiare e vivere: altri dicevano dovemmo impegnare i nostri campi, le nostre vigne, le nostre case per assicurarci il grano durante la carestia; altri dicevano abbiamo preso denaro a prestito sui nostri campi e sulle nostre vigne per pagare il tributo del re. La nostra carne è come la carne dei nostri fratelli, i nostri figli sono come i loro figli, ecco noi dobbiamo sottoporre i nostri figli e le nostre figlie alla schiavitù ed alcune delle nostre figlie sono già state ridotte schiave, noi non abbiamo via d'uscita perché i nostri campi e le nostre vigne sono in mano d'altri". Amos dice "calpestano come polvere della terra la testa dei miseri, fanno deviare il cam­mino dei miseri" poi si parla dell'orgia idolatrica "su vesti prese come pegno si stendono presso gli altari" "eppure li ho fatti uscire dall'Egitto, li ho condotti per 40 anni nel deserto, per dare in possesso a loro il paese".
Amos sa come si raggirano i poveri, basta truccare le bilance, ritoccare i pesi e comprare i magistrati per fare condannare la povera gente e portare via il campo. Il cap 5 e il cap 8 di Amos parlano dei grandi che aspettano che passi la festa per poter vendere il grano al prezzo stabilito da loro e far inde­bitare i poveri e rendere schiavi i loro figli. Dio si fa garante del povero e Amos in nome di Dio denuncia non tanto lo scandalo economico sociale, ma il peccato perché è andare contro l'immagine di Dio dell'esodo. Idolatria, venerare un surrogato di Dio e calpe­stare il povero coincidono, è lo stesso peccato. Sequestrare, ruba­re, uccidere, rendere falsa testimonianza sono peccati come l'idolatria, è il venir meno dello statuto della libertà fondato sulla relazione con Dio.

Isaia e Geremia
Possiamo completare questo quadro con i testi dei profeti del periodo critico, Isaia e Geremia. Il grande Isaia vive nella capitale, ormai il Nord nel 721 sparisce sotto il rullo compressore degli Assiri. Nel cap 5 c'è un quadro impressionante, la canzone della vigna. Isaia prende lo spunto da questo canto di amore per descrivere la delusione di Dio; il fidanzato aspettava il vino, l'amore, la risposta fedele e la vigna gli ha dato solo uva acerba: così è stato deluso Dio dalla casa di Israele, dagli abitanti di Giuda, la abitazione preferita, "egli aspettava la giustizia ed ecco spar­gimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi: guai a chi aggiunge casa a casa, campo a campo finché non vi sia spazio e cosi restate soli ad abitare nel paese": sono gli accumulatori di campi e case che Isaia denuncia: questa è l'ingiustizia e l'oppressione. Poi ci sono le mance alla magistratura "guai a coloro che as­solvono per regali un colpevole, privano del suo diritto l'innocente': la radice profonda è l'infedeltà a Dio.
Più chiaro ed esplicito al riguardo è un testo di Geremia che vive un secolo dopo nella tragedia. Nel cap 22 è raccolta una serie di denunce contro la casa regnante, Geremia sarà danneggiato per questa sua polemica contro i potenti di Gerusalemme; prima di tutto invita alla giustizia "difendete l'orfano, la vedova, il forestiero" poi denuncia un figlio di Giosia, l'attuale re Ioiakim il quale ha costruito la sua residenza estiva con due pia­ni, l'ha dipinta di rosso e rivestita di tavole di cedro "guai a chi costruisce la casa senza giustizia, ed il piano di sopra senza equi­tà, fa lavorare il suo prossimo senza dargli la paga" e fa il confron­to con Giosia "egli praticava il diritto e la giustizia e tutto anda­va bene , tutelava la causa del povero e del misero e tutto andava be­ne: questo non significa infatti conoscermi?" la conoscenza di Dio è aderire a lui, riconoscere che è Signore. La fede consiste nel praticare il diritto e la giustizia, è il cuore dell'esperienza biblica. Noi abbiamo immaginato l'impegno sociale come una applicazio­ne di un comando di Dio, invece quello che fa Dio è la difesa dell'or­fano perché qui appare l'amore di Dio. Così noi dobbiamo vivere con gli altri in un rapporto di solidarietà attiva, è chiarissima questa identificazione fra conoscere e praticare la giustizia e il di­ritto.

la spiritualità del povero
Per quanto riguarda la spiritualità del povero, prendiamo un sapiente, Ben Sira il Siracide. Egli presenta il giusto rapporto con Dio nel cap 34-35, è un piccolo trattato sulla vera religione: "sacrifica un figlio davanti al proprio padre chi offre un sacrificio coi beni dei poveri".
Con l'esilio, fine del regno di Giuda, distruzione del tempio, della città, fine della monarchia, cambia il quadro economico, sociale e politico, e i portatori della tradizione, della memoria sto­rica di Israele sono i prigionieri. I deportati sono i leader, sul posto viene lasciata solo la povera gente e perciò nei campi di pri­gionia matura la Bibbia. Dopo quel trauma le tradizioni storiche so­no state troncate e si sono trasferite nei campi di prigionia in cui è nato un nuovo rapporto con Dio ed anche una nuova identità. Si co­mincia a riflettere e a pensare che Dio rifarà l'esodo. In questo pe­riodo nasce la raccolta di oracoli che si trova nel libro di Isaia dal 40 al 55 con la figura del servo che rappresenta Israele povero; Dio farà ripartire la storia con un piccolo gruppo. L'aveva già fatto intuire Amos, ma soprattutto i maestri dei campi di prigionia. Dio ricomincia con i poveri. Da questo punto, al tempo dell'esillio, co­mincia a crearsi una identificazione tra povero e giusto, colui che si fida di Dio e tra perseguitato e fedele, tra misero e pio. Questa identificazione si trova spesso nei salmi soprattutto quelli di la­mentazione che sono una trentina, secondo cui il malato, il perse­guitato, il povero è uguale a credente. "Signore soccorrimi, io sono povero e infelice, tu che esaudisci colui che invoca, colui che si fida dite", povero è colui che nella sua condizione di miseria, di privazione, di debolezza può contare su Dio difensore dei poveri e nasce questa spiritualità dei poveri collegata con l'esperienza traumatica in cui sono sparite tutte le sicurezze e si riparte ed in questo tempo si immagina che finalmente Dio interverrà a salvare i poveri e farà di essi i protagonisti del regno futuro. Così sono i testi di Sofonia e di Michea. Sofonia al cap 3.12 "in quel giorno non avrai vergogna di tutti i misfatti commessi contro di me perché eliminerò da te tutti i superbi millantatori, tu cesserai di inor­goglirti sopra il mio santo monte (Sion), farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero, e beati i poveri di spirito''. E' l'es­pressione di Matteo, poveri uguali umili, i poveri la cui spiritua­lità è maturata nel tempo dell'esilio, è la categoria che si trova nel canto dei poveri espresso dalla rappresentante dei poveri, Maria di Nazareth. Il Magnificat è una trascrizione cristiana della spiri­tualità del povero "abbatte i potenti dai troni, innalza gli umili". Concludiamo scoprendo la dimensione di povertà come apertura, condizione col rischio di finire nel farisaismo facendo del povero una specie di privilegiato e del ricco l'empio. Nei salmi c'è questa identificazione, maniera di pensare avvenuta nel periodo dell'esilio pe­rò ha anche un valore teologico il riconoscere la propria condizione, il volto di Dio, di colui che si interessa dei miseri. La spiritualità è l'espressione ultima di questa teologia dei poveri, di cui Dio si interessa non perché aventi diritto, ma perché storicamente si è rivelato così, dall'Esodo fino all'intervento mantenuto vivo nelle parole dei profeti.

Vangeli, Atti e Lettere di Paolo sui poveri

Analisi dei testi evangelici degli Atti e delle lettere di Paolo riguardanti il problema dei poveri. L'Antico Testamento pone la questione dei poveri in modi molto più complessi e articolati perché è una lettura religiosa fatta den­tro un sistema economico, sociale e politico distribuito in un arco di tempo molto ampio mentre il Nuovo Testamento riflette l'esperien­za di piccoli gruppi che vivono nella Palestina per i primi 20-30 anni e poi delle comunità cristianizzate nei centri dell'impero. I primi cristiani non hanno come riferimento una struttura politico-sociale e si impegnano ad una azione pubblica ma senza un progetto proprio. Il cristianesimo è sorto in Palestina attorno alla figura di Gesù che era un artigiano; il gruppo dei discepoli appartiene pure al ceto produttivo mentre i poveri erano gli schiavi, i brac­cianti, i malati e gli handicappati. Gesù poteva contare non solo sul suo lavoro, ma probabilmente anche sulla casa: durante l'attività pubblica Gesù può disporre di una cassa comune alimentata da finanziamenti ed offerte che vengono da persone benestanti e di un certo rango sociale come ci informa Luca.
Tra i dodici ci sono quattro pescatori di cui Giacomo e Giovanni sono padroni di una pic­cola azienda di pesca perché hanno dipendenti "lasciati il padre ed i garzoni sulla barca lo seguirono", poi c'è un impiegato del fisco, Matteo Levi. La comunità itinerante di Gesù non ha quindi pro­blemi economici, può organizzare una festa di Pasqua e fare offerte ai poveri. I ricchi in Palestina erano pochissimi, i grandi proprietari, i grandi commercianti e gli amministratori. Gesù si rivolge a gente povera, nei villaggi della Galilea vi erano molti braccianti, salariati, malati che sono i veri poveri, i destinatari del Vangelo sono costoro che aspettano l'intervento liberatore di Dio.
Fuori della Palestina il Vangelo si impianta per iniziativa di Paolo nei centri urbani e si diffonderà nelle campagne un paio di secoli dopo come attesta Plinio nella sua lettera dalla Bitinia a Traiano denun­ciando una diffusione tale da mettere in crisi l'apparato dei templi pagani. L'adesione al cristianesimo, come fenomeno urbano, proviene dalla classe media e anche povera, ma non solo dai proletari come pensavano Engels e Kautsky i due storici marxisti del primo cristianesimo. Nella comunità di Corinto per esempio Paolo dice che non ci sono molti nobili, non molti potenti, non molti sapienti, però sono citati Erasto che è tesoriere della città ed anche Gaio che ospita Paolo appartiene ad un ceto benestante. Lo stesso Paolo può dispor­re di denaro per i suoi viaggi ed attività. I corinzi possono aiuta­re i poveri della Palestina e questo appare nella prima lettera ai Corinzi 16 "quanto alla colletta in favore dei fratelli fate anche voi come ordinato alle chiese della Galazia: ogni primo giorno della settima­na ciascuno metta da parte ciò che gli è riuscito di risparmiare". Collette si organizzavano anche in Macedonia e in Acaia; questo conferma la disponibilità di beni al di là della semplice sussistenza.

i testi evangelici sull'uso dei beni
Esaminiamo ora i testi evangelici circa l'uso dei beni; Marco 10, 17-22 narra la chiamata del ricco, ed è un testo fondamentale per giudicare il comportamento dei cristiani. Questo testo ha cambiato la vita di Antonio di Alessandria fondatore del movimento monasti­co in oriente che a sua volta ha esercitato l'influsso sul monache­simo della Cappadocia, ed anche la vita di un altro cristiano determinante nella spiritualità occidentale, Francesco. Tutti e due hanno fatto una scelta con risvolti economici, il primo vendendo trecento campi per andare nel deserto ed il secondo lasciando l'attività pa­terna per condividere la vita dei minores.

il giovane ricco
Questa scena di chiamata è stata adattata dai tre evangelisti alle loro chiese. Matteo parla di un giovane ricco perché tratta del cammino del catecumeno, per Luca è un notabile, quindi potente. Marco parla semplicemente del ricco. Il testo inizia con la presentazione di questo uomo ricco che chiede a Gesù appellandolo maestro buono "che cosa deve fare per ave­re la vita eterna". E una domanda classica che si faceva ai maestri quando si iniziava l'esperienza religiosa. La risposta di Gesù è: "perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo": questo particolare della distinzione fra Dio e Gesù viene evitato da Matteo perché faceva scandalo e presenta la variante "cosa devo fare di bene?" poi la risposta prosegue "Dio solo è buono" e conserva come anche Luca il testo originale di Marco. Nella tradizione biblica Dio è per eccel­lenza il buono, il misericordioso e benigno. Il testo continua ricor­dando una parte delle dieci parole da osservare (Marco ha aggiunto al non rubare, non frodare). Il giovane risponde "ho osservato queste cose fin dalla giovinezza". Allora Gesù fissatolo lo amò". E' una persona disponibile che vive già nell'ambito dell'alleanza, un giusto ebreo desideroso di compiere la volontà di Dio. La proposta che se­gue interpella i cristiani di tutti i tempi, è un programma per le comunità "una cosa sola ti manca" (Matteo indica invece una progres­sione "se vuoi essere perfetto") "va, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo, dove la tignola non intacca le vesti e la ruggine i depositi di moneta". Luca riporterà una pa­rabola "fatevi amici con Mammona iniquo in modo che vi accolgano nelle tende eterne" come ha fatto il fattore scoperto nei suoi im­brogli il quale si è garantito il futuro legando a sé i creditori del padrone con lo sconto.
Prosegue Gesù "vieni e seguimi. Ma egli rattristato da quelle parole se ne andò afflitto poiché aveva molti beni". Poi c'è un dialogo tra Gesù e i discepoli di commento ed approfondimento del problema. "Può un ricco salvarsi? Fin quando rima­ne ricco - dice Gesù - è impossibile che si salvi. E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che il ricco entri nel regno di Dio". Allo sconcerto dei discepoli che chiedono "chi può salvarsi?" Gesù dice "impossibile agli uomini; ma a Dio tutto è pos­sibile".
La conferma di questa visione è in un'altra sentenza evan­gelica riportata da Matteo e da Luca. Matteo 6.24-25 "metti il teso­ro al sicuro sapendo che dove è il tesoro, là è il tuo cuore" "la lucerna del corpo è l'occhio, se l'occhio è luminoso tutta la perso­na è luminosa", "nessuno può servire a due padroni, o odierà l'uno e amerà l'altro o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro. Non potre­te servire a Dio e a Mammona". Il termine amare o servire, odiare, è religioso del linguaggio deuteronomistico; la proposta che Gesù fa è di scelta religiosa radicale, come nell'Antico Testamento; era impossibile seguire Dio e Baal, la divinità agraria naturalistica o le potenze straniere, ricchezze, beni, ma usa un termine di rilevanza religiosa. Mammona viene da una parola semitica usata dai rabbini ed anche fuori dall'ambiente giudaico per indicare il denaro: "amman" che vuol dire credere, fidarsi; il verbo con una emme davanti diventa sostantivo, qualcosa di cui ci si fida, diventa alternativo a Dio, non è il danaro come strumento per le transazioni, è il dana­ro simbolo del potere. Il ricco non può salvarsi perché è servo dell'idolatria, per definizione è il contrario della fede il mettere la propria sicurezza nel danaro. Ai discepoli è richiesta la scelta fondamentale senza la quale è impossibile conoscere Dio come unico Signore. Non è richiesto il pauperismo, ma la libertà di fondo religiosa. Per chi non ha denaro e che potrebbe sentirsi libero da questa tentazione, c'è un'altra serie di sentenze, liber­tà dalle preoccupazioni ossessive e continua "per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, indosserete" non dice non lavorate, ma non preoccupatevi. Il Padre provvede, il Dio creatore in maniera benefica distribuisce i suoi doni. "Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia" che vuoi dire la volontà del Padre, amore fraterno "le altre cose vi saranno date in aggiunta". Quindi libertà dal denaro e dalle preoccupazioni ossessive che impediscono il rapporto di totale fiducia in Dio e di amore fraterno. Posta in chiaro questa linea religiosa della libertà radicale posiamo intuire il significato delle prescrizioni fatte ai discepoli inviati in missione che sono state in seguito nella storia cristia­na riproposte come criterio di legittimità per annunciare il Van­gelo. Il testo si trova in Marco, ma riprodotto anche da Matteo e da Luca a proposito dei missionari "ordinò loro che oltre al basto­ne non prendessero nulla per il viaggio, né pane, né bisacce, né denaro, solo i sandali e le tuniche" - Matteo toglierà anche il ba­stone e i calzari -, nelle condizioni di totale precarietà. Matteo immagina la missione come un pellegrinaggio al tempio dove si entra disarmati e senza i sandali. Si tratta quindi di lettura simbolica; invece i catari, albigesi fanno di questo passo una lettura materialistica, contestando i vescovi e i preti. Già nella prima chiesa pro­babilmente c'è stata tensione tra gruppi di itineranti carismatici radicali che rifiutavano qualsiasi sicurezza e struttura ed equipag­giamento e la chiesa sedentaria. È lo stesso discorso di Mammona, conta la libertà del cuore.
Contemporaneamente alla linea di libertà, c'è la proposta di condivisione, di distribuzione dei beni. La libertà è la condizione pre­via perché i beni vengano donati. Il testo di Marco 10,28-30 dice:
"Pietro: noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito"; Gesù rispose: "Non c'è nessuno che abbia lasciato casa e relazione che non riceva al presente cento volte tanto in case e relazioni" era non l'utopia del millennio, tra l'esperienza di chiesa che ritrova­va al proprio interno nella condivisione, i beni e le relazioni. Marco aggiunge con realismo "insieme a persecuzioni" e nel futuro "la vita eterna".

tutto in comune
Luca descrive la chiesa di Gerusalemme al cap 2 degli Atti, ed esplicita al 2,44 "tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme, tenevano ogni cosa in comune, chi aveva, proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti secondo il bisogno di ciascuno". Paolo conferma in una lettera, Prima Corinzi "il pasto fraterno deve servire ai poveri e se consumate da soli per cui qualcuno è ubriaco e l'altro ha fame, voi disprezzate la chiesa di Dio e non accogliete i poveri", Un'altra conferma è nella seconda sintesi di Luca 4,32: coloro che avevano la fede avevano unità spirituale "un'anima sola" secondo la cultura greca "un cuore solo" in termini biblici, "avevano ogni cosa in comune, nessuno era bisognoso". Luca vede realizzata nella comunità di Gerusalemme l'ideale del Deuteronomio 15,4. In questa comunità con l'aiuto dello Spirito è superata la paura che porta ad accumulare i beni e attra­verso la condivisione spontanea e generosa dei beni è sparita la mise­ria. Luca propone questo ideale come schema per tutte le chiese. An­che nel prototipo di Gerusalemme ci sono quelli che imbrogliano, la prima forma di corruzione e di deviazione cristiana non è di caratte­re dogmatico, ma riguarda i beni; la coppia Anania e Safira vende il campo e tiene una parte del ricavato. Al di là della cronaca che Lu­ca riporta con linguaggio quasi veterotestamentario dicendo che chi va contro la santità del popolo di Dio è escluso dalla comunità e colpito dalla morte, interessa la motivazione "avete mentito a Dio e allo Spirito", è il tradire l'unità profonda che deriva dalla fede. La condivisione dei beni entra nella solidarietà tra le chiese, l0 ricorda Paolo, ma anche Luca al cap 11 a proposito di una carestia.
L'esperienza di Paolo sulla condivisione è riportata da Luca al cap 20 degli Atti in un discorso testamento:. "Non ho desiderato né argento né oro, né la veste di nessuno. Alle mie necessità e di quel­li che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho dimostrato che lavorando così si devono soccorrere i de­boli ricordando le parole di Gesù che disse "vi è più gioia nel dare che nel ricevere". Per Paolo quindi il lavoro significa libertà, au­tonomia, non sfruttare l'attività missionaria per arricchire ed è fonte di bene per aiutare i deboli. Il lavoro nel mondo giudaico era considerato una attività umiliante delle categorie più basse che non hanno diritti civili come gli schiavi. Questo modello di Paolo che troviamo negli Atti e documentato nelle lettere in cui ci ha lasciato una riflessione approfondita sul significato della missione e sul metodo. Paolo presenta il Vangelo come annuncio dell'amore di Dio a favore di tutti gli nomini: se è grazia, se è dono è per tutti, non può essere annunciato se non in maniera gratuita, da qui la scelta sociale, economica di Paolo di non ricevere denaro per la sua attività di pastore. La conferma di questa maniera di pensare si tro­va nella prima lettera alla comunità di Tessalonica nel cap 2; con­tro le insinuazioni e i sospetti sulla sua persona vista come uno dei tanti propagandisti orientali che si trovavano nella grandi cit­tà greche affacciate sull'Egeo, Efeso, Tessalonica, Corinto, anche Atene, Paolo dice ai v. 4-5-6 di aver cercato di piacere a Dio e non agli uomini e di essersi comportato come un padre "ricordate la fati­ca e il travaglio, lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il Vangelo". Paolo costruiva tende, un mestiere che aveva appreso da ragazzo e nonostante gli studi superiori ed il diploma acquisito a Gerusalemme ed il titolo di rabbi, lavorava per non essere sospettato nell'annuncio del Vangelo e rendere presente la grazia di Dio, l'immagine di Dio che è entrato nella nostra carne diventando povero, servo. In un altro te­sto celebre Paolo si esprime analogamente (1Cor 4,12- 13). Questa comunità si era divisa contrapponendo Paolo al retore predicatore Apollo o al capo stoico Cefa e riducendo Cristo a capocorrente perché immaginava il cristianesimo come una specie di scuola filo­sofica in cui il più bravo dava più credito ai suoi credenti.

croce e povertà
Paolo dice che la croce è sfida ad ogni ricerca umana di prestigio, è vergogna, è impotenza, è assurdità. Annunciare la croce non può essere fatto con uno stile potente, né facendo leva sulle sicurezze umane e gli apostoli hanno scelto uno stile di vita corrispondente all'an­nuncio. Secondo Paolo non si può annunciare la croce che è povertà e umiliazione in uno stato di sicurezza, e di ricchezza, Da una parte la libertà dal denaro, ma dall'altra Paolo insiste sulla solidarietà come modo concreto di vivere la libertà. Paolo dice che proprio perché libero si è fatto servo di tutti "giudeo coi giudei , pagano coi pagani, debole coi deboli". Nella Seconda ai Corinti sono riportate le lette­re per organizzare la raccolta di fondi a favore dei poveri. Paolo ha assunto l'impegno di far soccorrere la chiesa madre dalle chiese giovani nate tra i pagani arricchendo la solidarietà con un gesto ecumenico di unione. La ragione più alta della condivisione è prova dell'amore che viene da Dio. Tocchiamo le radici teologiche del­la libertà cristiana come libertà dal possesso che diventa capacità di dono: "Cristo si è fatto povero per voi perché voi diventiate ricchi per mezzo della sua povertà". La povertà di Gesù è l'incarnazione, ma soprattutto la croce; quello che dà valore alla immersione di Gesù nella nostra condizione fino alla croce è l'amore; attraverso la solidarietà totale l'amore di Dio è passato nella nostra vita, nel­la povertà ci ha arricchiti. Paolo con questo testo ci permette di capire il progetto evangelico di Matteo di una comunità che vive la sequela, l'attuazione della volontà di Dio. Matteo, alla fine del suo Vangelo, presenta il quadro dei giudizio ultimo dove l'umanità, convocata attorno al trono del Messia, verrà accolta nel regno sulla base di questo criterio: avevo fame, sete, ero in carcere, ammalato, bi­sognoso, ospite, pellegrino, mi avete protetto, accolto, alimentato: rispondendo i giusti diranno: quando Signore? Quando l'avete fatto ai più piccoli di questi miei fratelli, Lo stesso risponderà a colo­ro che con l'hanno fatto. Il figlio dell'uomo, Signore della storia si identifica con il fratello più piccolo dell'umanità. Da ricco che era si è fatto povero, questo è il principio cristiano, l'immagine di Dio rovesciata, ed è l'immagine dell'esodo. Questa storia è cominciata nei campi di prigionia, ha riletto l'esperienza dell'esodo del Dio solidale, goel, con Gesù c'è l'immersione totale e a questo punto Dio si identifica con il povero, Dio ha il volto del povero; il Crocifisso è il volto umano di Dio.

povertà libertà, condivisione
Il motivo profondo del modo di concepire il significato dei poveri lo possiamo cogliere contemplando questa storia di Dio che raggiunge il suo vertice nella vi­cenda di Gesù. Quello che propone la Bibbia e il Vangelo, la storia del popolo di Dio e l'esperienza cristiana è questo: noi possiamo scoprire il volto di Dio solidale il quale ci consente di liberarci dalla falsa immagine di Dio identificato con il potere di cui i beni ed il denaro sono un supporto, liberarci dall'idolatria. E questa li­bertà di fatto diventa un modo nuovo di vivere i rapporti qualificati dell'amore.
Solo chi scopre il volto dì Dio solidale con gli ultimi è reso capace dì stabilire rapporti nuovi. La libertà dal denaro si vive nella solidarietà attiva, usando i beni non come strumento di autoaffermazione ma di comunione. Il dilemma da cui siamo partiti, libertà totale dai beni e beni da donare a queste punto sembra congiunto, non è proposta l'alienazione dei beni quasi fossero male - visione manichea che avrà una sua presenza nella chiesa - ma libertà dall'idolo da attuare positivamente nell'amore e nella condivisione con i fratelli bisognosi.

Nb. testo delle relazioni tenute a Pallanza, da Rinaldo Fabris, il 30 aprile/1° maggio, non revisionate dal relatore,

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