Al di là della morte
sintesi della relazione di Rinaldo Fabris
Verbania Pallanza, 9-10 maggio 1987
l'al di là è Dio
L'argomento è formulato in forma molto ampia per abbracciare l'intero arco della Scrittura che propone la speranza di fronte al problema della morte, sfida per ogni essere vivente. Il termine "l'aldilà" che è diventato nella lingua italiana una maniera idiomatica per denominare l'oltretomba o il paradiso, la vita eterna, indica anche l'aspetto misterioso che sta oltre l'orizzonte della nostra esperienza fisica e si conclude col ciclo biologico del morire. La formula è ricavata dalla storia delle religioni perché l'aldilà era il luogo dove venivano sepolti i morti ed era una zona esterna al villaggio, talvolta delimitata da un fiume, espressione spaziale per dire oltre il confine dei viventi.
Questo interrogativo sul mistero che si apre con la nostra fine fisica è al centro di ogni ricerca religiosa nel tentativo di rispondere all'enigma: come possiamo vivere la vita senza essere ossessionati dal confronto con il limite che corre il rischio di azzerare tutti i nostri progetti. Il desiderio di vivere per sempre è l'impulso che ha sollecitato il pensiero simbolico immaginando l'aldilà come un al di qua rovesciato e ingrandito. Il paradiso, immaginato nel mondo medio-orientale, come luogo irrigato di fiumi, con fiori, prati, oppure come una mensa, è trasposizione della realtà, di momenti felici dell'al di qua prolungati e proiettati nell'aldilà. La comunione con Dio e il contemplare Dio forse è più un paradiso sognato dai teologi; quelli che hanno cercato attraverso le carte, la riflessione, finalmente potranno vederlo nell'incontro facciale come un Padre, un amico.
Nella Bibbia il problema dell'aldilà viene affrontato senza condensare in questo argomento tutta la ricerca religiosa. La Bibbia si interessa dell'al di qua fino a dare l'impressione ad un lettore superficiale o non attento alle risonanze profonde, di essere una religione materialista, storicistica, l'Antico Testamento in particolare. Noi siamo abituati a far coincidere la fede in Dio con il credo nell'aldilà e soprattutto con la sopravvivenza dei morti, mentre la religione è essenzialmente la fede in Dio e questo fonda anche una speranza per i morti.
La conclusione della ricerca si può così anticipare: l'aldilà è Dio. Questa formulazione mette fuori gioco tutta la ritualità e le pratiche e i ragionamenti che tentano di dare una consistenza, una configurazione dell'aldilà in termini di paradiso, inferno, zona intermedia di purificazione. Tutto questo è un linguaggio simbolico per parlare dell'unica realtà che è Dio.
le culture contemporanee alla Bibbia
Prima di passare in rassegna alcuni testi biblici e vedere come matura questa formulazione della speranza, diamo un quadro delle culture contemporanee alla Bibbia. La Bibbia riprenderà alcune concezioni dell'essere umano da queste culture ed il modo di formulare l'aldilà, dalle religioni dell'Egitto, della Mesopotamia, del Canaan, dell'Iran e della Grecia.
l'Egitto: l'al di là come giudizio
Riguardo all'Egitto, esso ha incentrato la sua religione sulla ossessione del desiderio della vita rappresentato dal sole; l'uomo per il mondo egiziano è un composto del principio vitale, il Ka, che la morte separa dal corpo. La morte è un passaggio però a una vita nuova, attraverso il viaggio sul Nilo; le anime vengono pesate in base alle loro attività terrene, secondo un elenco dei doveri. Anche la nostra concezione religiosa riecheggia questa simbologia e mitologia che immagina l'aldilà come un giudizio con tribunale, giudice, accusatore, capi di accusa e poi condanna o assoluzione. Quello che impegna il credente egiziano è il tentativo di prolungare l'al di qua conservando il simbolo del principio vitale che è il corpo, per cui il mantenimento delle fattezze dà la garanzia che la vita continua e da qui derivano le pratiche di imbalsamazione con le immagini riprodotte nei sarcofaghi.
Mesopotamia: l'al di là è la morte
Per la Mesopotamia la morte è vissuta in maniera più drammatica, più pessimistica, con un certo fatalismo, come destino inesorabile dell'umanità. La divinità spiega a Gilgamesh che gli dei quando hanno fatto gli esseri umani hanno tenuto per sé la vita ed hanno dato agli uomini la morte; Gilgamesh è l'eroe che va a cercare la pianta della vita e dopo aver sperimentato tragicamente la morte nella separazione dall'amico Enkidu, troverà questa pianta della vita che gli verrà sottratta dal serpente. Il linguaggio del racconto biblico è stato influenzato da questo poema. Il mito esprime molto bene la situazione drammatica della umanità: la morte è una soglia irreversibile, gli esseri umani vanno fatalmente verso questo destino; l'unica soluzione è quindi il vivere l'al di qua tentando di strappare le soddisfazioni e il piacere, quello che la vita può dare senza preoccuparsi tanto di un aldilà che è semplicemente la morte.
Canaan: la lotta tra vita e morte
Nel Canaan, zona fertile della Fenicia, il dramma è immaginato come lotta tra la vita e la morte, tra il Dio della vita che è Baal e il dio della morte, ed è una lotta che si ripete ogni anno; la primavera è la vittoria di Baal che fa rifiorire con le piogge. Il linguaggio cristiano e prima ancora biblico sulla Risurrezione riprenderà questo mito della lotta tra vita e morte. La simbologia della Pasqua, collegata con la primavera ha radici culturali in questo mondo medio-orientale del Canaan, ma il rapporto con Dio dà contenuto nuovo alla simbologia.
Iran: concezione dualistica e risurrezione
In Iran, culla feconda di miti e linguaggi religiosi, con Zarathushtra vi è una concezione dualistica molto più conflittuale tra bene e male. C'è la divinità del bene e quella del male, l'uomo è un composto di anima e corpo e con la morte c'è la separazione, però alla fine l'elemento spirituale chiamato anima ha un'energia per rivivificare il corpo e qui si parlerà chiaramente di risurrezione. Il linguaggio biblico di risurrezione, che sarà tardivo, viene in parte dal Canaan e in parte dall'Iran. Questo linguaggio apparirà nella Bibbia dopo l'esilio cioè dopo che gli ebrei sono venuti a contatto nei campi di deportazione con la cultura iraniana; si parlerà chiaramente di risurrezione non solo del composto umano, ma di trasformazione dell'intero cosmo Questa concezione è tipicamente iraniana.
Grecia classica e poi ellenistica e l'anima immortale
Nella Grecia classica e poi ellenistica in cui si collocano i testi del Nuovo Testamento scritti in greco, abbiamo due fasi, una più arcaica in cui la psiche, l'anima va nell'Ade, e vive in una situazione umbratile, molto vicina al linguaggio dei mesopotamici. In un periodo successivo dal V-IV secolo in poi con l'orfismo, corrente religiosa assunta e interpretata dalla filosofia di Platone, abbiamo l'idea del composto umano, l'anima immortale che si separa dal corpo, fragile vaso, per vivere come principio indistruttibile. Questo concetto passerà attraverso Platone ed in parte gli stoici, nella eredità cristiana. Con gli stoici l'anima è concepita come un frammento di quello spirito che regge l'intero universo. L'anima è in sintonia con lo spirito universale e quando muore non fa altro che congiungersi ad esso. Questo è il panorama del mondo nel quale si muove l'esperienza biblica.
tradizione biblica
Prima dell'esilio: niente al di là
Nella tradizione biblica distinguiamo due fasi: una antica, prima dell'esilio e dal IV secolo in poi, la fase del post-esilio, con una concezione in parte nuova riguardo all'aldilà. Per il periodo antico l'atteggiamento degli esseri umani, di cui abbiamo documentazione in questi antichi racconti che formano la Bibbia, il modo di collocarsi di fronte alla morte è quello di contare sulla fedeltà di Dio che garantisce la discendenza sulla terra. Per i patriarchi, per i profeti ed i salmisti prima dell'esilio non esiste l'aldilà in termini di una realtà per la quale impegnarsi. Dobbiamo prendere atto di questo fatto. Vediamo un testo che è indiscutibile a questo riguardo e che condanna il rapporto e il culto dei morti. Nel libro del Deuteronomio, al cap.18, dove si parla dei profeti, si dice al v.9-10 e seg.: "Quando sarai entrato nel paese che il Signore sta per darti, non imparerai a commettere gli abomini delle nazioni che vi abitano, non si trovi chi immoli suo figlio o sua figlia, né chi esercita la divinazione, o il sortilegio o l'augurio o la magia, né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti". Tutto quello che ha a che fare con il culto dei morti ed il rapporto coi morti è considerato un abominio al pari dei sacrifici umani.
È significativa la storia di Saul che dopo la rottura con Samuele, non avendo più la possibilità di consultare Dio attraverso il profeta ricorre alla consultazione dei morti. In una notte si presenta alla profetessa di Endor, avvolto nel mantello per non essere riconosciuto e chiede di evocare per lui uno spirito. Quando chiede di evocare lo spirito di Samuele la profetessa lo riconosce; Saul aveva dato ordine che fossero banditi dal regno e condannati tutti quelli che praticavano la magia e la consultazione dei morti e questo episodio raccontato al cap. 28 del I libro di Samuele, mostra, secondo l'autore, che Saul ha ormai completamente abbandonato la via della fede in Dio dal momento che si rivolge ai morti. Questo è visto come un abbandono della fedeltà all'unico ed un imitare la pratica di religione dei pagani, cananaici, che hanno fatto sempre leva sulla paura e angoscia della morte ed il tentativo di superarla attraverso il culto degli spiriti ed il rapporto coi morti. È importante rendersi conto di questa separazione netta tra la religione del Dio vivente e il culto dei morti. La morte per la Bibbia è qualcosa di contaminante, il contatto con il cadavere rende impuri. Per la Bibbia la morte è l'anti-Dio; Dio è il vivente, la morte è la negazione di Dio. Il nostro modo di pensare all'aldilà è più debitore di una tradizione pagana, naturale che bilbica. Per questi uomini abituati a considerare Dio il vivente e la morte come il contrario di Dio e tutto quello che ha a che fare coi morti come qualcosa che allontana da Dio, il futuro dopo la morte non può essere un problema da ricercare e da discutere, è un problema che riguarda Dio; i crederti si interessano del rapporto con Dio qui, il futuro di fronte ad una persona che muore sono i figli e la terra. La chiamata di Dio ad Abramo è: esci dalla terra, dalla patria, dalla tua famiglia, va nel paese che ti indicherò, farò di te una discendenza numerosa. Nel momento in cui Abramo muore, c'è la conclusione senza preoccuparsi di stabilire il suo destino oltre la morte; la durata della vita di Abramo fu di 175 anni, i valori dei numeri sono simbolici (120 è il massimo della carriera di un funzionario ed il successo è considerato vivere fino a 120 anni, non importa se si muore a 70 o a 40 anni). Si dice al cap. 25 di Genesi, v.7: "Poi Abramo spirò e morì in felice canizie, vecchio e sazio di giorni e si riunì ai suoi antenati". La tradizione ebraica mostra Abramo accanto a Dio ed in seno ad Abramo tutti i giusti, come nella parabola del ricco e di Lazzaro, però la Bibbia non si interessa di inferno, paradiso, premio, castigo. La ricompensa dell'Abramo credente è quel "sazio di giorni" e la discendenza che continua e che è il futuro. Questo ci aiuta a capire qual è il problema centrale e cioè il rapporto con Dio.
tradizione ebraica successiva
Per la tradizione che si sviluppa successivamente intorno al tema dell'esodo e dell'alleanza, il criterio fondamentale per risolvere il problema della morte è legato all'alleanza ed è formulato in termini chiarissimi nel cap. XXX del Deuteronomio, chiave per rileggere anche le prime pagine della Genesi, v.15-20. L'impegno di Dio con la comunità dei liberati che verrà poi proiettata anche nel rapporto di Dio con Noè, con Abramo è fondato su clausole. Il rispetto delle condizioni, la fedeltà a Dio come unico è condizione di vita, l'infrazione degli impegni è rovina e morte. Benedizione-maledizione, vita-morte, bene-male. La vita è abitare felici nella terra, dono di Dio con i figli, la morte non è un problema purché sia una canizie felice e sazia di giorni; il problema sarà la morte violenta.
Nella pagina di Genesi vi è un racconto simbolico per rispondere all'enigma: perché la morte? accompagnata o preceduta da un corteo di sofferenze. Nel cap. 3° vi è la maledizione alla terra e la lotta tra la stirpe della donna e la stirpe del serpente. Ma prima di questa frattura c'è l'alleanza o l'impegno nel cap. 2° di Genesi: l'uomo collocato in un giardino per dono di Dio con la clausola (v.16) di non mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male. Il tentativo di impossessarsi dell'albero della conoscenza, il sapere per il potere, il tentativo di mettersi al posto di Dio, di gestire la propria vita non solo in forma concorrente, ma autonoma rispetto al principio della creazione delle ragioni etiche, conduce alla morte.
Si tratta di una riflessione sulla storia universale: i grandi imperi hanno costruito il potere sulla forza e la forza ha condotto alla morte violenta.
La lotta tra i due fratelli rappresenta la lotta tra le culture, il contadino che soffoca il pastore. Caino contadino e fabbro - la tecnologia (nella stirpe di Caino si sviluppa la lavorazione dei metalli e la costruzione delle città)- sopprime il pastore Abele; dunque la nuova cultura che soffoca la cultura debole precedente. La morte si esprime come violenza e nel momento in cui l'uomo si impossessa del potere in concorrenza con Dio non ha più accesso all'albero della vita, per questo è allontanato dal giardino con quel simbolo di proibizione che è la spada fiammante, la folgore o il fulmine che indica il bando.
Qualcosa di simile c'è nel racconto del diluvio che interpreta le catastrofi cioè le morti collettive; di fronte alla corruzione degli uomini che sorpassano ogni limite, i prepotenti, gli arroganti, Dio dice: "Il mio Spirito non resterà per sempre nell'uomo perché egli è carne e la sua vita è di 120 anni". Questa misura abbondante si ridurrà ai 70-80 per i più robusti come dice il salmo. È già limitata rispetto all'età dei patriarchi che sfiorava quasi i mille anni di Matusalemme. Con il linguaggio dei numeri si esprime la vitalità di chi è in rapporto con Dio. Chi vive l'alleanza ha la vita. È quanto afferma il Deuteronomio al cap. 30: "Pongo davanti a te la vita e la morte, scegli il bene per avere la vita, perché tu viva felice". L'uomo è essenzialmente fragile, non ha la fonte della vita in sé e quindi quando si dissolve questo spirito dato dal Dio-creatore, ritorna nella polvere. La fedeltà a Dio è la condizione per avere la vita, non come prolungamento in forma nuova e diversa, ma come un vivere attraverso la discendenza, la storia del proprio popolo, della propria comunità con la quale ci si identifica.
i profeti
A questo riguardo c'è una documentazione abbastanza ampia che ci aprirà alla prospettiva inaugurata dai Vangeli, precisamente quello che dicono i profeti e i sapienti che sono gli interpreti della speranza religiosa nella sua forma più densa e profonda. I profeti non propongono come speranza l'aldilà, ma un futuro per il popolo che rimane fedele all'alleanza e per chi trasgredisce il patto c'è il giudizio che si esercita qui; il giudizio è nella storia e si chiama guerra, violenza, distruzione o le altre disgrazie in cui si esprime la morte collettiva oppure la morte improvvisa per i capi, i re che vengono meno alla fedeltà a Dio. Uno dei testi classici che saranno utilizzati dagli autori del Nuovo Testamento è Osea che esprime il lamento pubblico della comunità in una specie di dialogo tra il profeta e Dio, al cap. 6. "Venite, ritorniamo al Signore". Il popolo, al termine di una liturgia penitenziale per una disgrazia o per la siccità decide questa conversione collettiva; "egli ci ha straziato, egli ci guarirà, egli ci ha percosso, egli ci fascerà, dopo due giorni ci ridarà la vita ed il terzo ci farà rialzare". La parola ebraica "rialzare" verrà tradotta in greco con risorgere, "kum" in ebraico vuol dire stare in piedi; risurrezione è un linguaggio simbolico per esprimere vivificazione grazie all'intervento di Dio. "Noi vivremo alla sua presenza, dunque affrettiamoci a conoscere il Signore". I rabbini applicheranno questo testo alla risurrezione finale; però il profeta Osea non parla qui di aldilà, di risurrezione. Parla della promessa di Dio: dopo la calamità, la siccità, una disgrazia, la peste, Lui che è il Signore della vita e della morte, dopo averci colpito ci ridarà la vita.
Il canto di Anna al cap. 2 del libro di Samuele dice: "Dio fa scendere agli abissi e fa risalire". Osea non fa altro che applicare la formule del credo antico a una situazione presente del popolo. Lo stesso dirà nel cap.13 a proposito della liberazione "li strapperò dalla mano degli inferi, li riscatterò dalla morte, dov'è o morte la tua peste, dov'è o inferi il vostro sterminio?". Questa frase verrà ripresa da Paolo nella prima lettera ai Corinzi, ma qui si parla semplicemente di una disgrazia e dell'impegno di Dio di strappare i suoi perfino dallo sheol, dalla fossa, luogo in cui vanno a finire i morti immaginato sotto terra in una condizione di non vita, in cui non c'è la lode di Dio, non c'è rapporto con lui, perché per incontrare Dio bisogna essere vivi e i morti sono in questa zona dove però la mano di Dio è presente, e la sovranità di Dio può strappare dalla morte. Il linguaggio di questo brano esprime semplicemente la potenza e la fedeltà di Dio.
Lo stesso vale per il testo di Ezechiele che immagina il ritorno in patria dei deportati come una vivificazione dei cadaveri. Vi è il dialogo tra il profeta e Dio: il profeta immagina di essere in una vallata tutta ricoperta di ossa calcinate e Dio gli domanda: "Figlio dell'uomo rivivranno queste ossa?" "Lo sai tu Signore"; "Dio mi disse: profetizza allo Spirito; io profetizzai allo spirito vitale e lo Spirito entrò nelle ossa e le rese vive" poi l'applicazione: "Figlio dell'uomo queste ossa sono tutta la gente di Israele, essi vanno dicendo: le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti". Dunque Dio può vivificare, però non è l'aldilà. L'immagine del testo biblico ci dice che Dio è capace di far ritornare in patria perché è lui che dà la vita, ha vivificato l'essere umano fatto di polvere. Può vivificare anche le ossa inaridite perché è Dio creatore.
Qui c'è già la premessa per parlare di risurrezione, ma che ancora non riguarda l'aldilà, riguarda la storia del popolo che Dio può far ripartire in maniera inattesa rispetto alla mentalità comune. Analogamente potremmo dire che siamo già alle soglie dell'esilio e del post-esilio, già si va configurando questa idea di Dio che è capace di dare la vita ai morti, Dio che strappa dallo sheol quelli che vi sono scesi, però l'interesse non è ancora per il destino delle persone e si è ancora presi dalla coscienza della fedeltà di Dio alla comunità.
i sapienti
Qualcosa di più personale l'abbiamo invece nei saggi. Ci sono almeno due testi che devono farci riflettere per capire come matura la speranza biblica, partendo dal suo centro e fondamento religioso. Il primo è Giobbe, il grande eroe della speranza ad alto prezzo, una speranza data da una esistenza umana invivibile. Con Giobbe vengono a mancare i supporti della fedeltà di Dio, cioè la terra, la discendenza perché Giobbe ha perso tutti i figli e non ha più le proprietà. La moglie lo ha lasciato alla sua solitudine invitandolo ad insultare Dio che gli ha tolto tutto; Giobbe grida la sua disperazione: "perché dare la vita ad un infelice?". Brama la morte "meglio non essere nati"; poi immagina di trovarsi davanti a Dio per poter esporre la propria causa: "io lo so che il mio vendicatore - in ebraico go'el che si dovrebbe tradurre "un amico impegnato alla liberazione", è quello che aveva il dovere di riscattare il parente caduto in schiavitù quindi liberatore o meglio ancora redentore - è vivo e che ultimo si ergerà sulla polvere". Dunque Giobbe è certo di avere un incontro con Dio e "dopo, anche se questa mia pelle sarà distrutta, la mia carne vedrà Dio". Nonostante la morte potrà vedere Dio cioè la morte non può separare dal vivente e qui diventa chiaro che l'aldilà è Dio stesso. "Io stesso lo vedrò, i miei occhi lo contempleranno non da straniero".
Arriviamo alle soglie della speranza cristiana almeno come esigenza, come bisogno di dare un fondamento nuovo al credere in Dio quando vengono a mancare i sostituti di questa speranza che sono la perpetuità della stirpe, la discendenza oppure una vita felice sulla terra fino al compimento del ciclo biologico. Per Giobbe non c'è un aldilà immaginabile per l'uomo, l'uomo che muore non ha più un futuro in termini antropologici; il testo a questo riguardo è impressionante: "l'albero che muore rigetta, i suoi germogli non cessano di crescere, per l'albero c'è speranza... l'uomo invece se muore giace inerte, quando il mortale spira dov'è? potranno sparire le acque del mare, i fiumi prosciugarsi e disseccarsi, ma l'uomo che giace più non si rialzerà, finché durano i cieli non si sveglierà, né più si desterà dal suo sonno". Ma Giobbe alla fine grida "io lo vedrò con questa mia carne". Se non c'è questo incontro con Dio non è possibile trovare altre soluzioni perché la morte è la fine dell'essere vivente. Il rapporto con Dio consente all'uomo di essere vivo e, separato da Dio, Giobbe sa che non è possibile dare contenuto alla sua speranza.
Qualche anno dopo, un autore che già in parte è influenzato dalla antropologia greca, il Qoelet, questo anonimo, scettico, ma profondamente religioso, scettico rispetto alle soluzioni facili riguardo al senso della vita, si domanda qual è il destino dell'uomo: "la sorte degli uomini e delle bestie è la stessa, come muoiono queste, muoiono quelli, c'è un solo soffio vitale per tutti, non esiste una superiorità dell'uomo rispetto alle bestie perché tutto è vanità": di fronte all'unico vivente tutto il resto è creatura. Tale è la distanza dell'uomo da Dio, che noi non siamo differenti dalle bestie. Poi si pone la domanda: tutti vanno verso la dimora, tutto è venuto dalla polvere, tutto ritorna nella polvere, chissà se il soffio vitale dell'uomo salga in alto e quello delle bestie scende il basso sulla terra. Il Qoelet dirà al giovane, dopo averlo invitato a godere del sole perché è bello e dolce e a godere la vita, di ricordarsi che di tutto questo devi rendere conto al tuo creatore. Il Qoelet, dopo aver fatto questa riflessione sul composto umano, fa appello all'esperienza religiosa e in termini di fede può dire: l'essere vivente si incontra con Dio anche se in termini antropologici non c'è un fondamento ad un futuro che va al di là della barriera della morte fisica.
Riprenderà al cap. 12 v.7 questo interrogativo dicendo: "prima si rompa il cordone d'argento, la carrucola cada nel pozzo e ritorni la polvere alla terra come era prima, lo spirito torni a Dio che lo ha dato", questa è la conclusione del Qoelet, però prima ha messo quella domanda, così sconcertante che sottolinea l'aspetto limitato dell'essere umano davanti a Dio e l'invito a vivere con intensità la vita presente, a godere, a mangiare,a bere, ma sapendo che tutto è dono di Dio. Non è la smania godereccia di chi è ossessionato dalla morte, ma di chi ha il senso del proprio limite e riconosce che tutto è dono di Dio e la morte non fa altro che porre l'accento su questo aspetto creaturale dell'essere umano.
Qualcosa di simile lo troviamo nel Siracide, cap.40, opera di un sapiente del II secolo; negli stessi anni verranno dettate le pagine sulla resurrezione e sull'immortalità. È un maestro dei giovani che ripensa tutta la tradizione biblica di fronte alla sfida dell'ellenismo e propone la speranza di fronte alla morte: "una sorte penosa è disposta per ogni uomo, un giogo pesante grava sui figli di Adamo, dal giorno della loro nascita dal grembo materno al giorno del loro ritorno alla madre comune: materia alle loro riflessioni, ansietà per il loro cuore offrono il pensiero di ciò che li attende il giorno della fine, da chi siede su un trono glorioso fino al misero che giace sulla terra e sulla cenere, da chi indossa porpora e corona fino a chi è ricoperto di panno grossolano, non c'è che sdegno, invidia, spavento, agitazione, paura della morte, contese... una sorte per ogni essere vivente, dall'uomo alla bestia, ma per i peccatori sette volte tanto". Dunque riprende il linguaggio del Qoelet dicendo che è inesorabile, la morte è la sorte comune e questo livella tutti e poi continua il Siracide nel cap.41 "o morte come è amaro il tuo pensiero per l'uomo che vive sereno nella sua agiatezza, per l'uomo senza assilli e fortunato in tutto, ancora in grado di gustare il cibo, o morte come è gradita la tua sentenza all'uomo indigente e privo di forze, vecchio, decrepito e preoccupato di tutto, al ribelle che ha perduto la pazienza. Non temere la sentenza della morte, ricordati dei tuoi predecessori e successori, questo è il decreto del Signore per ogni uomo, perché ribellarsi al volere dell'altissimo? Siano dieci, cento, mille anni, negli inferi non c'è recriminazione sulla vita" Questa è la parola di un sapiente che chiude questa lunga storia sul senso della vita minacciato dalla morte; la soluzione è trovata nel rapporto con Dio, con il vivente, il Dio della creazione, il Dio dell'alleanza e il rapporto con lui non può essere troncato, interrotto neppure dalla morte fisica.
La speculazione su cosa è l'aldilà e come si può vivere questo rapporto nell'aldilà non interessano il credente preoccupato unicamente di percorrere la via della vita che è la via della fedeltà a Dio nella giustizia. Il rapporto con questo Dio della creazione che estende il suo dominio, la sua signoria, anche nello sheol e il rapporto con lui vissuto sulla terra è garanzia di una vita o di una alleanza che si prolunga anche oltre la morte. Di questo ci daranno testimonianza tre salmi e poi la speranza formulata in un momento drammatico all'epoca dei martiri, il libro di Daniele e i Maccabei e con questo entriamo nella luce, nella prospettiva dell'esperienza cristiana che affonda le sue radici in questa speranza.
Troveremo anche una voce che parla di immortalità ma solo come linguaggio ripreso dalla cultura greca, mentre il contenuto è essenzialmente biblico in quanto è il rapporto con il vivente che rende immortale, non la struttura dello spirito. Questo modo di concepire l'aldilà come permanenza del rapporto vitale con Dio che neppure la morte può interrompere, è già anticipata da alcuni frammenti che si trovano sparsi nelle preghiere della liturgia del tempio, i salmi. Almeno tre salmi hanno questa prospettiva: solo la infrazione del peccato, idolatria, infedeltà può separare da Dio. Il salmo 16 ebraico (15 in latino), citato da Pietro per commentare la risurrezione di Gesù il giorno di Pentecoste, alla fine al V.10-11 dice: "Il Signore è la mia verità, gioisce il mio cuore, esulta l'anima mia, anche il mio corpo riposa al sicuro perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro (simbolo dello sheol, per cui il sepolcro spalancato è il simbolo della vittoria sulla morte) né lascerai che il tuo santo veda la corruzione (il santo è il giusto dell'alleanza)." "Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra". È un salmo abbastanza antico, forse già prima dell'esilio si esprime questa certezza che il giusto, l'uomo fedele all'alleanza quando muore di fatto è presso Dio e il suo rapporto con Dio permane. Lo stesso troveremo nel salmo 49 V.16-17: "Dio potrà riscattarmi, mi strapperà dalla mano della morte".
Daniele
Nel periodo che in Palestina è contrassegnato dalla lotta tra i giusti, fedeli alla legge di Dio, con l'ellenismo, quando il successore di Alessandro impone la cultura e civiltà ellenica, e tenta l'assimilazione, la lotta dei martiri viene portata alla espressione più chiara: la fede in Dio vivente che libera i giusti dalla morte. Per esprimere questa fede si ricorre al simbolo della risurrezione. Abbiamo due testi, uno poetico, profetico e l'altro storico; il testo più celebre che offre la base per il nuovo testamento è Daniele, 12, 2-3. Il libro di Daniele, composto da questo rappresentante dei pii asidei, indica la linea spirituale della resistenza all'ellenismo e ad Antioco IV Epifane; siamo nella seconda metà del II secolo. In questo testo si cerca di interpretare la speranza di quanti sono morti per la fedeltà a Dio e si immagina il compimento della storia in questo modo: "in quel tempo sorgerà Michele - l'angelo difensore del popolo di Dio - ; vi sarà un tempo di angoscia come non c'era mai stato dal sorgere della nazione fino a quel tempo (secondo il modello apocalittico la storia, in un crescendo di drammi, arriverà all'acme della sua crisi e in quel momento interverrà Dio); in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno, gli uni alla vita eterna gli altri alla vergogna e per l'infamia eterna."
Questa formula, "gli altri alla vergogna e all'infamia eterna", è una condizione parallela a quella della vita eterna oppure semplicemente si vuol dire che per chi non ha un rapporto con il vivente resta la morte? La risurrezione è concepita solo per i giusti e per gli empi c'è solo l'infamia e la vergogna della morte? È un problema molto discusso. Nei saggi non si prende in considerazione la parte negativa, c'è solo la parte positiva perché il testo è stato scritto per incoraggiare i martiri ed era necessario riproporre il problema dell'aldilà perché il martire è colui che muore in pienezza di vita e non può più contare sulla garanzia della fedeltà a Dio che era la terra e la discendenza. Il martire è stato ucciso, ma Dio lo risusciterà, lo porterà con sé. Il simbolo della risurrezione viene introdotto in questa situazione per esprimere la fiducia nella fedeltà di Dio che è garante della vita per chi è stato strappato al mondo dei vivi. Qui non interessa il destino degli empi, come andranno a finire, il problema è il credente, il giusto. I saggi sono i maestri che hanno educato i giovani e sono rimasti fedeli al loro impegno: "i saggi brilleranno come lo splendore del firmamento, molti che hanno indotto gli altri alla giustizia risplenderanno come stelle per sempre". Il linguaggio è simbolico, non si dice che cosa è. È la luce di Dio, la partecipazione del mondo di Dio. Sono solo due versetti e saranno quelli ripresi dal Nuovo Testamento. Non dirà nulla rispetto a quello che è il linguaggio, sarà un fondamento nuovo nella speranza di Gesù.
i Maccabei
Contemporaneamente a questo testo, nel II secolo, tempo dei martiri in cui si pone in maniera acuta il problema dell'aldilà nel momento in cui l'al di qua viene tolto in maniera brutale e traumatica ai giusti, ai membri dell'alleanza, si incomincia a parlare dell'aldilà in termini di risurrezione. Questo si trova nella celebre pagina del libro dei Maccabei, 2Mac 7.
Mentre Daniele rappresenta la linea spirituale religiosa non violenta, di una resistenza non militare, il libro dei Maccabei rappresenta la linea della lotta armata. All'interno del racconto è collocata questa pagina della madre e dei sette figli che affrontano coraggiosamente la morte; qui è chiarissimo il tema della vita troncata. In questo dramma che non è una poesia o una parabola, ma è la storia dei martiri, l'autore, con una lettura catechistica, propone la fedeltà agli ebrei minacciati nella loro identità nazionale oltre che nella fedeltà a Dio. Il secondo dei figli, mentre preparano il fuoco, la tortura, si rivolge al carnefice: "tu o scellerato ci elimini dalla vita presente ma il re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna". Il linguaggio viene dal mondo iranico, in parte dal mondo cananaico, però il contesto non è la risurrezione escatologica, è la speranza dei martiri che si affida ed esprime questa certezza della fedeltà di Dio con il linguaggio di risurrezione. Poi interviene il quarto, il quinto, il sesto e qui abbiamo una apertura che ci illumina sul contenuto di questa speranza. È importantissimo perché è la chiave di quello che noi chiamiamo risurrezione. Noi spesso dimentichiamo che è un linguaggio figurato e immaginiamo semplicemente il ricomporsi di un cadavere e stentiamo a prendere sul serio la speranza di risurrezione formulata in termini molto materiali. È la madre che parla al penultimo dei figli. "La madre era soprattutto degna di gloriosa menzione perché vedendo morire sette figli in un giorno sopportava tutto serenamente per la speranza posta nel Signore. Esortava ciascuno di essi nella lingua paterna, piena di nobili sentimenti e sostenendo la tenerezza femminile con un coraggio virile e diceva loro: "non so come siete apparsi nel mio seno...".
C'è un accostamento tra creazione e risurrezione: la fede nel Dio della creazione consente di formulare la fede nel Dio della risurrezione. Al di là del mito iranico o del mito cananaico, cioè dell'idea della rinascita primaverile o della lotta tra vita e morte, o dell'idea che lo spirito è più forte della materia, qui è la fede tipica biblica nel Dio che ha fatto tutte le cose con sapienza e potenza traendole unicamente dalla sua capacità di amare.
Continua il testo che riporta la formula di fede della madre "non io vi ho dato lo spirito e la vita, né io ho dato forza alle membra di ciascuno di voi, senza dubbio il creatore del mondo che ha plasmato l'origine dell'uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo lo spirito e la vita perché voi ora, per le sue leggi non vi curate di voi stessi".
È la formulazione altissima: il Dio della creazione per la sua misericordia, colui che dà la vita a ogni essere vivente che viene plasmato nel seno materno, è lo stesso che alla fine ci darà una vita nel modo che lui conosce. Questa è la fede ebraica che è centrata sulla fedeltà a Dio, il vivente, creatore, il Dio dell'alleanza.
Sapienza
A questo punto siamo in grado di ascoltare l'ultimo brano in greco, del libro della Sapienza. Mancano cinquant'anni alla fioritura della esperienza cristiana nata in terra ebraica dentro questa fede biblica; nel libro della sapienza avvertiamo il linguaggio della cultura greca, anima e corpo, spirito e materia, si parla di immortalità, però il fondamento della speranza è ancora religioso. L'aldilà non è frutto di una riflessione sull'antropologia, dove va a finire lo spirito, cosa succede della nostra coscienza ecc., il problema è Dio che consente di interpretare il nostro andare verso la morte e oltre la morte. Il libro della Sapienza comincia con una dichiarazione importante "Dio non ha fatto la morte" (Sap.1,13), Dio è il Dio della vita, egli non gode per la rovina dei viventi, "ha creato tutto per l'esistenza, le creature del mondo sono sane, in esse non c'è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra perché la giustizia è immortale" (Sap.1, 14-15). Questo è il linguaggio dei greci, però l'orizzonte religioso è quello biblico. La morte non è solo il limite umano biologico, ma riguarda il peccato. Gli empi invocano su di sé la morte, sono gli empi che introducono la morte nel mondo. Anche il giusto muore al pari degli empi e qui vi è la risposta che dà il libro della sapienza: la morte è entrata nel mondo a causa dell'invidia dell'avversario, del diavolo, perché Dio ha fatto l'uomo per l'immortalità a sua immagine. L'immortalità non è una proprietà dell'anima come immaginavano Platone o gli stoici, un io cosciente indistruttibile, un'energia che si congiunge con lo spirito totale o cosmico, ma l'immortalità deriva dalla creazione, è il rapporto con Dio, è dono di Dio. Chi mantiene questo rapporto con lui come il giusto, il martire che muore, partecipa alla vita, alla realtà di Dio. "Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà, agli occhi degli stolti parve che morissero, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza una rovina, ma essi sono nella pace; anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi la loro speranza è piena di immortalità".(Sap.3, 1-4).
Questo testo esprime col linguaggio dei greci, immortalità, incorruzione, quella che è la fede biblica: il Dio vivente, il Dio della creazione garantisce un futuro di vita piena a quelli che restano fedeli a lui, mentre gli empi riceveranno un castigo perché hanno disprezzato il giusto, la loro vita è senza futuro, senza una prospettiva. Ha un diverso significato la morte che sembra uguale, quello che cambia è il rapporto con Dio; la morte definitiva è solo per gli empi, per gli altri è il passaggio all'immortalità. Il giusto anche se muore prematuramente troverà riposo.
i Vangeli
Da questi testi dell'Antico Testamento passiamo adesso alla speranza di risurrezione come la presenta Gesù. Il Nuovo Testamento a questo riguardo non aggiunge cose nuove nel modo di presentare l'aldilà. Nuova è la garanzia che Dio dà attraverso la risurrezione di Gesù; prima però diamo qualche esempio di come i Vangeli presentano l'aldilà tenendo conto del linguaggio della tradizione biblica, quella antica del primo esilio e quella dei martiri del libro di Daniele e dei Maccabei del dopo esilio.
la risposta ai Sadducei
Partiamo da un testo celebre riportato dai sinottici circa il destino delle persone morte e dei legami dopo la morte, che cosa resta delle esperienze, in particolare della relazione sponsale nell'aldilà. Questa sfida è proposta a Gesù dai sadducei, negatori della risurrezione; i farisei invece sono credenti nella risurrezione, anzi la considerano un dogma fondamentale dell'ebraismo. I sadducei non credono nella immortalità e propongono a Gesù il caso di una donna che ha avuto di seguito sette mariti che sono morti senza lasciare discendenza; la domanda è: questa donna nella risurrezione di chi sarà moglie? È un modo di irridere ad una concezione di risurrezione come ristabilimento dei rapporti terrestri, cioè l'aldilà come immagine speculare dell'al di qua. Risponde Gesù (Lc 20, 27-40): "I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito, ma quelli che sono giudicati degni dell'altro mondo e della risurrezione dai morti non prendono né moglie né marito e nemmeno possono più morire perché sono uguali agli angeli essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio." Qui si trova un po' del linguaggio di Daniele e del libro dei Maccabei, cioè la risurrezione inaugura un mondo in cui non c'è più la minaccia della morte, non c'è più bisogno della generazione, non è proiezione dell'al di qua.
Il testo continua riprendendo il linguaggio biblico della fede nel Dio dei padri. Che poi i morti risorgano, la certezza è data dalla fedeltà di Dio che è il Dio della alleanza. Lo ha indicato anche Mosé: "Dio non è un Dio dei morti, ma dei vivi perché tutti vivono in lui". È la stessa idea che abbiamo trovato nel salmo "mi prenderà per la mano destra, starò per sempre con lui". Oppure il libro della Sapienza "i giusti sono nelle mani di Dio". La potenza di Dio creatore, la fedeltà di Dio che si è impegnato per sempre con i padri, strappa dalla separazione della morte. La risurrezione è il vincolo con Dio che fonda questa comunione che neppure la morte può interrompere.
Potremmo passare in rassegna tutti i gesti, le parole, gli interventi di Gesù che combatte contro le forze di morte e le risurrezioni che preludono alla sua, quella di Lazzaro, dell figlio della vedova di Naim, dell presidente della sinagoga Giairo, dove Gesù risuscita vite giovani facendoci intuire qualcosa della potenza di Dio che vuole la vita, ma la cosa più importante per noi è il modo attraverso il quale Gesù formula una speranza personale di fronte alle prospettive della morte.
la parabola di Lazzaro e del ricco
Cerchiamo di vedere come lui immagina questo futuro che è garantito dalla fedeltà di Dio; abbiamo almeno un paio di testi che parlano di questo aldilà nei Vangeli. Fermiamoci sulla pagina di Luca e di Matteo che hanno fornito alla tradizione cristiana, alla catechesi, al linguaggio dei predicatori il mondo immaginario del paradiso. Il testo di Luca è al cap.16, 19-31: si tratta di parabole, linguaggio figurato, metafore per parlare di altro, e questo va tenuto presente per non scambiare il linguaggio simbolico per realtà. La parabola di Luca è quella del ricco che banchetta tutti i giorni, veste sontuosamente mentre il povero Lazzaro non riesce a sfamarsi ed è coperto solo di piaghe. Il momento della morte colloca l'uno e l'altro in una situazione completamente rovesciata ed irreversibile; questo è il senso della parabola. "Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo" questo linguaggio riprende la tradizione biblica dei giusti che vivono con Dio "morì anche il ricco e fu sepolto". Vi è il dialogo fra i due nell'aldilà. È un bisogno molto sentito anche oggi, di sfondare la parete. Cosa c'è di religioso in questo tentativo? Il Vangelo non risponde alla curiosità nostra e vuole invece farci riflettere sulla serietà della vita in base alla quale viene deciso il nostro destino per la felicità o l'infelicità, per la vita o la morte totale. "Stando all'inferno tra i tormenti levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui; gridando disse: padre Abramo abbi pietà di me e manda Lazzaro ad intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua perché questa fiamma mi tortura". Qui c'è tutto l'armamentario per costruire l'inferno, la fossa, le fiamme, la sete. Questo è pura fantasia, è il linguaggio simbolico di una realtà che è Dio ed il nostro rapporto con lui che si matura nel modo di vivere, da ricchi chiusi su di sé o da poveri che pongono totalmente la fiducia in lui. Quanto alla frase del ricco a proposito dei fratelli da ammonire: "se qualcuno dei morti andrà da loro si ravvederanno" dimostra come questa tentazione di consultare i morti, di avere una prova evidente dell'aldilà, in modo di poter fare i nostri calcoli, le nostre scelte è una tentazione costante. La Bibbia ha risposto dicendo che è abominio al pari della pratica del culto idolatrico. La pretesa di avere una informazione sull'aldilà che ci garantisca in modo di poter fare una scelta etica o religiosa coerente è una illusione perché l'aldilà coincide con Dio e noi vorremmo poter controllare, sottoporre ad esame, a verifica la realtà di Dio. La risposta è perfettamente religiosa: "Abramo rispose: «se non ascoltano Mosé e i profeti, non si lasceranno convincere neppure se uno risorge dai morti»" (Lc16,31). Non ci sono informazioni segrete sull'aldilà che possano dare una esperienze religiosa alternativa oltre alla rivelazione storica del Dio fedele, perché l'aldilà non è una geografia, non è un tempo, è Dio stesso.
L'unica maniera per poter avere l'esperienza di Dio è quella che ci offre la sua presenza nella creazione che noi contempliamo e nella storia nella quale viviamo e di questo abbiamo un percorso privilegiato che parte da Mosé e che per i cristiani si conclude con la rivelazione di Gesù. Gesù non è un morto semplicemente tornato di qua, ma è il vivente che si è manifestato. Per incontrare Gesù risorto non basta avere gli occhi della carne, né fare indagini presso un sepolcro, bisogna mettersi in sintonia con il Dio della creazione e della rivelazione biblica.
la parabola del compimento (Mt 25)
Qualcosa di simile abbiamo in un'altra parabola che ha offerto pure materiale per ricostruire l'aldilà in maniera fantastica nella tradizione cristiana, è il cap.25 di Matteo, l'ultimo capitolo prima della condanna a morte di Gesù e della risurrezione. Si chiude anche il discorso sulla fine, sul compimento di tutta la storia. Matteo non usa il termine "fine del mondo", ma "compimento di questo mondo". Si immagina un tribunale, con il figlio dell'uomo che siede sul trono circondato dalla corte degli angeli, come un pastore che separa le pecore dai capri. La pratica feriale dell'amore misericordioso nei confronti dei bisognosi diventa il principio di accoglienza nel regno del Padre preparato e donato gratuitamente; non è un regno guadagnato: "venite benedetti, ricevete il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo". Noi veniamo accolti in forza della fedeltà di Dio alla quale rispondiamo con una fedeltà di amore distribuendo la nostra vita o i beni che Dio ci ha dato nella condivisione coi fratelli; entrare nella logica, nello stile di Dio è la condizione per prolungare questa comunione anche oltre la morte. Non c'è l'idea di un calcolo di merito, è semplicemente la vita di comunione con Dio che è vita di amore vissuta nelle relazioni feriali con gli altri che si prolunga nel regno.
Il motivo è: "quello che avete fatto al più piccolo dei fratelli avete fatto a me"; Dio lo accogliamo nei segni, sacramenti della sua presenza che sono i bisognosi che diventano occasione di un gesto donativo di amore; chi vive in questa logica è colui che è già incamminato per vivere la comunione con Dio che è vita di amore. Il linguaggio dell'aldilà, che è Dio, è di amore, solo chi ha imparato questa lingua o ha vissuto questo stile è pronto per essere accolto.
La seconda parte della parabola è rivolta agli empi: "via da me maledetti". Questo testo è spesso citato per l'aspetto negativo, l'inferno, quello che sta sotto "nel fuoco eterno preparato per il diavolo e per i suoi angeli"; si conclude con questa sentenza "questi al supplizio eterno ed i giusti alla vita eterna". Stando al testo c'è una perfetta simmetria, il regno preparato per i giusti e l'inferno, il tormento, preparato per gli angeli ribelli e il demonio nel quale finiscono gli empi, i dannati. Questo linguaggio è simbolico, la realtà è: l'incontro con Dio è condizione di vita perché è il vivente, così si è manifestato in Gesù e l'incontro o l'esclusione sono preparati dalle nostre scelte attuali. L'accento è posto sulla serietà della vita presente. Nel caso di Matteo, ma anche per Luca questa vita di fedeltà a Dio si misura dalla pratica attuazione dell'amore, vissuto nei rapporti di solidarietà attiva nei confronti dei bisognosi.
Alla stessa maniera andrebbero interpretate tutte le altre sentenze che sono nel Vangelo di Matteo, con la formula della fornace ardente e dello stridore dei denti e del lamento degli empi che hanno perduto l'occasione unica di accedere alla vita. Questo linguaggio ha fornito poi l'armamentario per le speculazioni sull'aldilà in termini di tortura, di tormento, di sofferenza riservato agli empi.
Nel cap. 8 di Matteo si presenta così la condizione dell'aldilà degli empi e dei giusti. Elogiando la fede del centurione, Matteo mette in bocca a Gesù queste parole: "vi dico che molti verranno dall'oriente e dall'occidente e siederanno a mensa con Abramo e i figli del regno saranno cacciati nelle tenebre ove sarà pianto e stridore di denti" (Mt 8,11-12). Evidentemente se si prendono i termini materiali, si deve dire che il paradiso è una grande tavolata. È un linguaggio figurato dove la mensa esprime la sicurezza, la gioia, la felicità insieme a tutti i giusti che ci hanno preceduto nella fede. Alla stessa maniera il fuori, l'esclusione da questa comunione, è immaginato come tenebra e lo stridore come delusione per un'occasione perduta.
Matteo si rivolge ai cristiani che corrono il rischio di perdere questa unica occasione che hanno, che è la vita presente, per accedere alla felicità definitiva.
Nel cap.22, nella parabola del pranzo nuziale, Matteo aggiunge questo particolare: al banchetto vengono invitati tutti, buoni e cattivi, però c'è un momento in cui viene fatta una selezione; entra il re per ispezionare e trova che c'è uno che non ha la veste bianca, e allora ordina ai servi: "legatelo mani e piedi, gettatelo fuori nelle tenebre, là sarà pianto e stridore di denti" (è una formula che si trova nei salmi dove si dice degli empi che vedono la gioia e la felicità dei giusti e che per la rabbia digrignano i denti; è un modo molto plastico per rendere questa delusione).
Più che un'informazione sull'aldilà questi testi sono un invito ai cristiani a vivere con serietà il momento presente perché qui si gioca il nostro futuro.
Gesù: un futuro di resurrezione per tutti
Veniamo alla speranza di Gesù da cui trarre qualche conclusione per la vita attuale nostra. Di fronte alla propria morte Gesù, che parla dell'aldilà con il linguaggio tradizionale biblico, si appella alla fedeltà di Dio. Quando nel cammino verso Gerusalemme per tre volte dice che il figlio dell'uomo sarà condannato e ucciso ma dopo tre giorni Dio lo risusciterà, Gesù riprende il linguaggio di Daniele, dei Maccabei, facendo leva su questa fedeltà di Dio che dà la vita a quelli che sono morti per restare fedeli a lui, però con una coscienza nuova.
Gesù non si mette semplicemente nella serie dei giusti e dei martiri, ma è cosciente di inaugurare una vita per tutti quelli che seguono il suo cammino, cioè di garantire un futuro di risurrezione per tutti i giusti; non è solo il suo destino privato, personale, per questo si presenta come il figlio dell'uomo, cioè uno della stirpe umana, rappresentante di essa, al quale Dio garantisce un futuro di risurrezione liberandolo dall'angoscia della morte.
l'al di là è già cominciato
Partendo da questa speranza che i cristiani hanno vissuto negli incontri con il risuscitato che chiamano il glorificato, il vivente, il figlio del Dio vivente, i cristiani ripensano in maniera molto più approfondita il problema dell'aldilà. Abbiamo un paio di testi di Giovanni molto importanti a questo riguardo, il cap.5 e il cap.11. Nel cap.5 Gesù viene affrontato dai Giudei che gli contestano il diritto di operare il giorno di sabato, ha guarito un uomo malato, che da 38 anni aspettava qualcuno che lo aiutasse; Gesù giustifica il suo gesto dicendo che il Padre opera sempre, il Dio della creazione, il Dio che risuscita i morti e così Gesù; poi spiega "come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole; il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio" (Gv5,21-23)il giudizio consiste nel richiamare i morti alla vita. Poi continua: "chi ascolta la mia parola e crede in lui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro a giudizio, ma è passato dalla morte alla vita" (Gv5,24). Per Giovanni l'aldilà è già cominciato, la risurrezione, il passaggio finale per il credente è già realizzato. Se è l'uomo risuscitato, il crocifisso glorificato che in forza della sua fedeltà e impegno di amore vive per sempre con Dio, chi vive il rapporto con Gesù, accoglie la sua parola, segue il suo cammino, è già passato alla vita, la morte fisica non lo può separare da Gesù. Questa è la certezza che hanno i cristiani.
La stessa formulazione si trova in un testo celebre, nel dialogo con Marta che piange il fratello morto e rimprovera con discrezione Gesù di aver trascurato il suo impegno di amico a guarirlo e Gesù che risponde invitandola a passare dalla fede ebraica alla fede cristiana. Marta, alla promessa "tuo fratello risusciterà", dice: "so che risusciterà nell'ultimo giorno" e Gesù: "Io sono la risurrezione e la vita". Gesù è il pane di vita e chi ne mangia partecipa alla comunione con lui, e già vive come lui vive per il Padre e chi è morto verrà risuscitato per accedere a questa pienezza di vita che Gesù come figlio possiede grazie al suo rapporto col Padre. "Chi crede in me" che non è solo un affidarsi, ma un vivere in comunione con Gesù, "anche se muore vivrà", ma non solo, "chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno", la morte fisica non lo può separare da Gesù. La morte diventa - come nel caso di Gesù - il passaggio da questo mondo al Padre, come dirà nel discorso di addio "non vi turbate, non lasciatevi angosciare dalla morte, nella casa del Padre mio ci sono molte dimore, io vado a prepararvi il posto, poi ritornerò e vi porterò con me perché anche voi siate dove sono io".
Questa è la pienezza della fede cristiana che sfonda questa barriera del futuro, ma non con la fantasia o con il desiderio della immortalità proiettando l'al di qua nell'aldilà; abbiamo finalmente un'apertura che è stata attraversata da un essere umano e ci è indicata la via per questo passaggio che è la fedeltà dell'amore e la via della vita è questo amore portato alle estreme conseguenze. Questa è la realtà di Dio che ci consente di superare la separazione tra l'al di qua e l'aldilà.
L'ultimo testo di Giovanni è il cap.5 in cui ritorna lo schema della doppia risurrezione, quella che si inaugura con la nostra morte da credenti e quella che alla fine consumerà la storia e sarà la piena vittoria sulle forze del male. Nel cap.5,28-29 Gesù si rivolge ai giudei con queste parole: "non vi meravigliate di questo perché verrà l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la voce del figlio dell'uomo e ne usciranno, quanti fecero il bene per la risurrezione di vita, quanti fecero il male per una risurrezione di condanna". Questo testo mantiene ancora una separazione di due realtà riprese quasi letteralmente dal libro di Daniele. Giovanni ha messo insieme queste due cose: chi vive la fede con Gesù è ormai risorto, non va incontro alla morte e se muore verrà risuscitato dalla potenza del figlio dell'uomo.
Però rimane anche questo aspetto negativo della risurrezione per la condanna. Cos'é? È un continuare a vivere nei tormenti? È immaginabile questa zona di un mondo in cui Dio fa risorgere per torturare, per far soffrire? Oppure è un linguaggio simbolico come udire la voce, uscire dai sepolcri? Potremmo discutere su questo dopo che avremo ascoltato anche la tradizione cristiana che ha riflettuto sulla fede in Gesù risorto che illumina il mistero della nostra morte e sarà la testimonianza di Paolo.
Paolo e le prime chiese.
Paolo di Tarso ha portato la buona notizia nella cultura e nell'ambiente greco dando inizio a quel movimento cristiano coagulato attorno a piccoli gruppi di credenti che nella loro comunione formano la ecclesia, la santa convocazione.
la prima lettera ai Tessalinicesi
Una delle prime comunità alle quali Paolo scrive documentando la sua riflessione ed il contenuto essenziale della fede cristiana è la comunità di Tessalonica. Siamo agli inizi degli anni 50, durante il suo viaggio in Europa che tocca Filippi, Tessalonica e proseguirà per Atene e Corinto. A Tessalonica ha annunciato il Vangelo in alcuni mesi di attività, poi è stato costretto ad abbandonare il campo di lavoro per la ostilità dell'ambiente della colonia ebraica. Arrivato a Corinto invia Timoteo per rincuorare i cristiani di Tessalonica e ricevute buone notizie scrive la prima lettera che è anche il primo documento cristiano in termini di tempo. Nell'ultima parte di questo scritto, cap. IV, integra quello che secondo lui mancava alla formazione spirituale, teologica e pratica dei cristiani di Tessalonica e risponde ad alcuni problemi che gli erano stati riferiti da Timoteo. Tra questi l'angoscia che aveva preso alcuni cristiani alla notizia della morte di alcune persone. Questi cristiani si erano convertiti con l'entusiasmo al Dio vivo e vero che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti il quale ci libera dall'ira incombente, ci strappa dal giudizio di condanna (1Tes1,9-10): è il più antico frammento di annuncio e catechesi fondato sulla risurrezione. Questi cristiani avevano nutrito la speranza di superare la morte con un passaggio al mondo di Dio attraverso la trasfigurazione che non ha bisogno dello sfacelo della morte. Di fronte alla morte di alcuni parenti sono presi dal dubbio circa la condizione di questi, se si troveranno svantaggiati quando tornerà il Signore e ci prenderà con sé.
Paolo scrive riprendendo il contenuto essenziale dell'annuncio della fede cristiana e cerca di rispondere all'interrogativo: qual é la sorte e la condizione di quelli che sono morti prima della manifestazione gloriosa di Gesù risorto? "Non vogliamo lasciarvi nell'ignoranza circa quelli che sono morti perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza".
Nell'era ellenistica è presente, come maniera di superare la morte, il prolungamento dell'io, dello spirito e dell'elemento spirituale, dell'anima oltre la morte. Questo per Paolo è non avere speranza, perché la speranza riguarda il destino totale dell'essere umano. "Noi crediamo infatti che Gesù è morto ed è risuscitato, così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui" (I Tess. 4,13-15). Chi mediante la fede e il battesimo è unito a Gesù resterà in comunione con lui anche oltre la morte. Quel Dio che ha risuscitato Gesù risusciterà anche coloro che sono morti in Gesù. Poi Paolo apre una parentesi di carattere fantastico, simbolico, facendo appello all'armamentario apocalittico sulle scansioni finali della storia. C'è la risurrezione che precede la convocazione o incontro "al suono della tromba discenderà il Signore dai cieli e prima risusciterà i morti in Cristo, quindi noi - i vivi - saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole per andare incontro al Signore" (1 Tes 4,18-19). I morti non sono svantaggiati perché insieme ai superstiti saranno trascinati nel mondo di Dio. Poi la conclusione "e così saremo sempre con il Signore" (1Tes4,17). Tutto il resto è tentativo di soddisfare il nostro bisogno di visualizzare l'essere sempre con il Signore. La visione di Dio, felicità, pienezza di esperienze, un mondo di luce, con totale assenza del male, del limite ecc, sono modi che non dicono nulla di più di: "saremo per sempre con il Signore". Paolo pone l'accento su questa relazione, comunione, rapporto vitale con Gesù Risorto e la condizione di Gesù Risorto con il suo corpo è anche la prefigurazione e la garanzia della nostra comunione con Dio che non è solo spirituale, ma totale in cui è coinvolto anche il nostro organismo. Paolo per questo parla di risurrezione o di trasfigurazione del corpo.
Poi continua il discorso dicendo che nessuno conosce il momento della venuta, che sarà all'improvviso, sarà una rovina per quelli che non sono aperti ad accoglierlo ma non per quelli che vivono nell'attesa del Signore, per noi che siamo figli della luce.
Il testo continua: "Dio non ci ha desinato alla sua collera, ma all'acquisto della salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo il quale è morto per noi perché sia che vegliamo, sia che dormiamo (vivi o morti) viviamo insieme con lui" (I Tess. 5,9-10).
la prima lettera ai Corinzi
Cinque anni dopo riprenderà lo stesso tema scrivendo alla comunità di Corinto. La novità cristiana rispetto alla tradizione del libro dei Maccabei e del libro di Daniele è per i credenti la risurrezione di Gesù, il Crocifisso che diventa fondamento e garanzia del futuro; non solo atteso dalla fedeltà e potenza di Dio creatore, ma confermato dal fatto che l'ebreo Gesù, crocifisso in Palestina negli anni trenta, si è manifestato vivo, dunque Dio l'ha risuscitato e questo è il fondamento per tutti noi.
I cristiani di Corinto hanno difficoltà non tanto ad ammettere la risurrezione di Gesù in quanto appartenente al mondo di Dio, ma ad accogliere l'analogia di tale destino per gli altri esseri umani sia pure credenti e battezzati. Ammettono la risurrezione di Gesù, però ritengono improponibile la fede nella risurrezione per i cristiani normali.
Paolo ricorda questo dubbio sul modo della risurrezione ed anche sul fatto; incomincia richiamando secondo la sua metodologia il contenuto dell'annuncio della fede cristiana, poi fa l'applicazione riguardo il destino dei credenti e di tutti gli esseri umani: "se infatti i morti non risorgono (1Cor15,16) neanche Cristo è risorto, ed è vana la nostra fede", sarebbe una fede inutile sul piano della salvezza perché non risponde all'interrogativo del nostro destino dopo la morte, non interessa gli esseri umani.
Paolo fa un collegamento tra morte e peccati: se la morte non è vinta vuol dire che la radice non è tolta, la salvezza è superamento della morte perché in tal modo si estirpa quel male profondo che ci impedisce di essere in comunione con Dio, che è il peccato. Poi apre l'orizzonte stabilendo un confronto con tutta la storia umana rappresentato dalla figura biblica di Adamo. Comincia: "ora Cristo è risuscitato, primizia di coloro che sono morti" (15,20). Primizia era quella parte di raccolto che si metteva sotto sigillo e si custodiva per portarlo al tempio. La primizia era un modo per esprimere che tutto il raccolto era consacrato a Dio. Così Cristo è un anticipo, una garanzia, una caparra: tutto il genere umano è orientato alla vita passando attraverso la risurrezione. Paolo spiega con un'immagine biblica il senso di questa primizia (15,21) "poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà la risurrezione e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo".
Solo i battezzati, solo i credenti? Paolo traccia un quadro degli ultimi eventi, ciascuno nel suo ordine, prima Cristo, alla Parusia quelli che sono di Cristo, poi alla fine il compimento, alla consegna del regno a Dio Padre. Però prima bisogna che Gesù vinca tutte le potenze ostili e l'ultimo nemico ad essere annientato è la morte; dunque ci vuole la risurrezione perché il nemico può essere vinto solo sottraendogli la preda. È un linguaggio simbolico.
Il figlio sarà sottomesso a colui che gli ha sottomesso ogni cosa perché (28) "Dio sia tutto in tutti". Questo ci pone il problema circa l'eventuale zona di oscurità, di non presenza di Dio in qualche parte del mondo creato. Paolo qui sembra che non ammetta una distinzione tra condizione degli esseri umani giusti ed empi e prenda in considerazione solo l'aspetto positivo: tutti riceveranno la vita nel regno finalmente consegnato al Padre perché Dio riveli la sua sovranità su tutto. È un testo più chiaro, esplicito e che porta alcuni a dire che c'è una sola risurrezione ed è quella per la vita. Rimane quel testo di Giovanni, la risurrezione di condanna; in questo ci aiuterà un secondo testo, l'Apocalisse, che ci parlerà delle due morti e delle due risurrezioni.
Completiamo il discorso di Paolo con la seconda parte del cap.15 sulle modalità della risurrezione. Come risorgeranno? È una perplessità che ci coglie di fronte al destino dei corpi. Paolo per rispondere a questo interrogativo fa appello a quello che la madre dei sette fratelli dichiarava: non porta l'attenzione sul come e con quale corpo perché questo è un problema del Dio creatore che non ha chiesto consiglio a nessuno sul modo di costruire l'universo nella sua varietà di forme. Come Dio fa sorgere la vita a primavera dal seme gettato nella terra dove muore e c'è una continuità tra il seme e la pianta, ma anche una rottura, così si semina un corpo corruttibile e sorge un corpo glorioso, si semina ignobile e sorge potente, si semina un corpo psichico animato unicamente dalla forza umana, risorge un corpo animato dalla potenza di Dio. Paolo contrappone psiche a pneuma, la psiche è la nostra energia fragile, ma immortale, è lo spirito che dà la vita. Ritorna al quadro della creazione: prima Dio ha preso della terra, l'ha plasmata e poi le ha donato lo spirito; questo gesto della creazione è una parabola per dire qual é il progetto di Dio che prima ha fatto un essere fragile, in un secondo tempo, con la risurrezione di Gesù ha costruito l'Adamo definitivo, quello spirituale. Le conclusioni (49): "come abbiamo portato l'immagine dell'uomo di terra, così porteremo l'immagine dell'uomo celeste". È la potenza creatrice di Dio che ha posto in essere la vita nel mondo, dopo aver risuscitato Gesù alla fine risusciterà anche noi, come Gesù. Ma le modalità non le sappiamo, sappiamo che è vivo perché appartiene al mondo di Dio ed è garanzia della risurrezione degli esseri umani che sono solidali con lui.
C'è ancora una parentesi (51): "vi annuncio il piano di Dio, non tutti moriremo, alcuni potranno essere vivi al momento della venuta di Gesù, ma tutti certo saremo trasformati, i morti con la risurrezione, i superstiti con la trasformazione" perché così in carne e sangue non siamo adatti ad entrare nel mondo di Dio.
Il limite lo portiamo nella nostra psiche oltre che nelle cellule, il problema della morte non si risolve con un dilazionamento perché c'è quello affettivo, delle relazioni. Solo una creazione nuova può ricomporre l'essere nella sua integrità.(52) "In un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba i morti risorgeranno e noi saremo trasformati". (53)"È necessario che questo corpo si vesta di incorruttibilità, di immortalità".
È la speranza che Paolo elabora di fronte alla prospettiva del suo morire personale.
Nella lettera seconda ai Corinti e nella lettera ai Filippesi Paolo incomincia a pensare cosa sarà di lui singolo, perché ha avuto alcuni avvertimenti, preavvisi (forse a Efeso dove ha vissuto un momento drammatico); Paolo è certo che Dio lo salverà attraverso la risurrezione. Nella stessa lettera presenta il suo modo di affrontare i rischi, le sofferenze, le tribolazioni e il tutto lo riassume con una immagine che richiama il testo della creazione "la nostra fiducia in Dio, l'impegno e il coraggio di apostolo nell'annunciare il Vangelo lo portiamo in vasi di creta", la situazione dell'uomo è precaria a livello fisico, spirituale. Morire non è solo l'aspetto biologico, è l'angoscia, la paura, il venir meno anche della realtà spirituale. Paolo precisa questo contrasto tra il vaso di creta e la potenza di Dio e utilizza il linguaggio greco per esprimere il contenuto originale della speranza cristiana. 2Cor4,16: "anche se il nostro uomo esteriore va disfacendosi, quello interiore si rinnova di giorno in giorno (non le capacità razionali o la lucidità, ma la speranza), infatti momentaneo, leggero è il peso della nostra tribolazione e questo ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria purché noi fissiamo lo sguardo non nelle cose visibili, ma su quelle invisibili", guardiamo a Dio, è il nostro rapporto con lui. Questo è la realtà interiore che non finisce.
Poi esprime nella pagina più intensa del suo epistolario il contrasto tra il desiderio di vivere incentivato ed esasperato dalla fede cristiana e l'esperienza traumatica della morte contro la quale Paolo protesta (51) "sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo da Dio una dimora eterna nei cieli non costruita da mani di uomo" (52) "sospiriamo in questo nostro stato desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste".
Paolo ha sempre sognato un passaggio senza questa via stretta, il tunnel della morte (54) "in realtà quanti siamo in questo corpo sospiriamo come sotto un peso, non volendo venir spogliati, ma sopra-vestiti" la morte è qualcosa che va contro la nostra esperienza di Dio che è buono, fedele ed in questo ha fatto intuire che cosa ci prepara, (4) "perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita". Paolo vorrebbe questa trasfigurazione, ma sa che Gesù stesso a causa della condivisione della nostra carne di peccato è passato attraverso la tribolazione della morte (5) "ed è Dio che ci ha fatti per questo" il desiderio non è di essere aggrappati qui, ma di vivere in maniera definitiva (5) "e ci ha dato la caparra dello spirito" (6) "perché siamo nel corpo, siamo in esilio dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora nella visione", e conclude il desiderio della vita è fondato sulla risurrezione di Gesù, preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore, questo è il desiderio della fede. Contrasta con questo il desiderio di vita, di una vita che Paolo apprezza perché avverte che è dono di Dio, il desiderio della vita è fondato sulla risurrezione di Gesù che ha la garanzia nello Spirito, è la garanzia del progetto di Dio. Il lottare contro la morte è avvertire che la morte è andare in esilio anche se presso il Signore è la patria, anche se là è la tenda definitiva, è l'abito che il Signore ci ha preparato. Questa tensione, questo trauma fa parte della nostra esistenza. Quello che conta però è che ci sforziamo, sia dimorando nel corpo, sia esulando da esso di essere a lui graditi. Quello che conta è la relazione col Signore, vivere in comunione con lui ora nella fede per arrivare poi alla visione. Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo. Paolo fa questo accenno al giudizio non per terrorizzare ma perché venga portata alla pienezza la relazione che noi viviamo, sia finalmente smascherato il male e accolto il bene, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo sia in bene che in male. È il linguaggio tradizionale ebraico, ma con un orizzonte e un fondamento nuovo che è la risurrezione di Gesù.
Le stesse cose le riprenderà in tono molto più ristretto, ma non meno intenso nella lettera ai Filippesi 1,21. Paolo alla vigilia di una condanna alla morte spera in una assoluzione o scioglimento e si confida con i cristiani di Filippi che ha molto cari, con cui ha avuto anche una condivisione materiale; è l'unica comunità da cui ha ricevuto aiuti per la sua attività di evangelizzatore. Paolo è certo che sia che continui a vivere, sia che venga condannato, renderà gloria al Signore e testimonierà la sua fedeltà a Gesù o come martire o come missionario, (Fil.1,21) "per me il vivere è Cristo, a questo punto la morte è un guadagno", non nel senso degli stoici e di Seneca, non come uscita da una situazione invivibile, infatti Paolo esprime il desiderio di vivere, (22) "ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto non so davvero cosa scegliere e sono stretto tra questi due desideri", di vivere per fare del bene a voi e di partire per essere col Signore, però se è necessario restare, scelgo di restare. Il principio non è abbandonare la vita, scegliere quello che è più comodo, ma vivere la relazione col Signore. Paolo non dissocia mai la relazione col Signore dalla relazione con gli altri. Paolo ci fa intuire che il rapporto col Cristo non è altro che la piena espansione di quella comunione ecclesiale che si è già anticipata nella esperienza storica.
la prima lettera di Pietro e l'Apocalisse
L'ultimo punto è un accenno alla condizione dei defunti secondo la lettera di Pietro; concluderemo poi con l'Apocalisse. Nella lettera di Pietro si accenna alla condizione degli spiriti che vivono in attesa del giudizio. Per Paolo non c'è una situazione di attesa tra la morte e l'incontro finale, lo status intermedio tra il morire e il risorgere, l'essere con Cristo, l'assemblea finale: sciolto dal corpo per essere con Cristo, non esiste attesa, fase di purificazione. La lettera di Pietro invece sembra avallare questa idea che c'è uno stato di attesa, del Cristo risuscitato che (1Pt3,19-20) "andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che erano in prigione; essi avevano rifiutato di credere mentre Noé fabbricava l'arca e Dio pazientava"; chi sono questi spiriti tenuti prigionieri in carcere in attesa del giudizio di Dio? sono angeli decaduti, i giganti? è problematico; forse vuole esprimere semplicemente che il risorto con la sua vittoria sulla morte è penetrato anche nella zona della morte immaginato come fossa sheol dove sono tenuti gli spiriti. Ha attraversato i cieli, ha ottenuto la sovranità sugli angeli, i principati, le potenze e quindi anche sugli spiriti ribelli ai quali ha annunciato il giudizio di Dio. Più avanti la lettera di Pietro si dice riguardo ai pagani che boicottano la fedeltà dei loro colleghi di un tempo che hanno scelto di essere cristiani: (I Pt.4, 4-6) "questi che vi oltraggiano renderanno conto a colui che è pronto a giudicare i vivi e i morti. Infatti è stata annunziata la buona novella anche ai morti perché pur avendo subito, perdendo la vita del corpo, la condanna comune a tutti gli uomini, vivano secondo Dio nello spirito". In questi testi si distingue la morte e poi il giudizio finale, ultimo.
l'Apocalisse
A questo linguaggio si ispira il testo più noto riguardo al compimento della storia mondana, l'Apocalisse, la rivelazione. Nei capitoli finali, parte del 19 e il 20, si conclude lo scontro tra la potenza del male e la signoria di Dio esercitata dal Cristo. Tutta l'Apocalisse è immaginata come il confronto tra la bestia, l'impero che ha ricevuto il potere da Satana, e i martiri che seguono l'Agnello, il martire per eccellenza, colui che ha vinto passando attraverso la tribolazione, la morte e che Dio ha risuscitato dando garanzia, a tutti quelli che seguono il suo cammino, della vittoria.
Le varie fasi della storia con diverse sequenze, i famosi settenari, i sigilli, le trombe e poi le coppe, culminano nel giudizio e nello scontro finale in cui viene smascherato il male e annientato; Paolo diceva: l'ultimo nemico ad essere vinto sarà la morte. Giudizio e risurrezione sono il superamento del male e della morte. Poi il terzo agente che è Satana, il dragone, viene incatenato e gettato nell'abisso. Dunque Dio ha il pieno controllo anche su questa potenza del male che non è un anti-Dio come nella concezione iraniana di Zarathushtra.
Qui abbiamo il discorso sul millennio "ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni". Mille anni non è un periodo della storia, è la pienezza che indica la vittoria del Cristo alla quale sono associati i credenti ed in particolare i martiri. A questo punto dopo lo scontro e l'annientamento del dragone gettato nello stagno di fuoco dove già c'erano la bestia e il profeta (Ap.20,12) "vidi i morti grandi e piccoli ritti davanti al trono, furono aperti i libri" i due libri, quello delle opere, l'impegno nella vita, e il libro della vita per cui il giudizio viene fatto in base alle opere, ma anche in base alla grazia, cioè alla elezione gratuita. c'è un duplice criterio di giudizio: il regno preparato, come diceva Matteo, donato, è un dono prescindendo dal merito, che si accoglie nella attuazione della propria esperienza di vita come solidarietà nei confronti dei bisognosi. (20,13) "Poi il mare restituì i morti che custodiva, la morte, gli inferi resero i loro morti e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere".
qualche conclusione
Possiamo tentare qualche conclusione attuale.
L'aldilà per i credenti è Dio stesso, il Dio Padre rivelato da Gesù Cristo che ci ha dato come pegno del futuro e della vita piena lo Spirito Santo.
Seconda conclusione, la condizione dei morti; con la formula di Paolo la possiamo esprimere con queste parole "essere per sempre con il Signore", essere con Cristo che comporta anche un ritrovamento, inveramento e approfondimento delle relazioni che abbiamo vissuto con gli altri. Un mondo rinnovato, quei cieli nuovi e terre nuove di cui parla l'Apocalisse o il mondo redento liberato dalla corruzione e dalla schiavitù: questo è il senso della nostra speranza, della nostra attesa. Il giudizio finale è la risurrezione immaginata secondo il modello giudaico che non è altro che la formulazione in termini simbolici della esigenza della fede nel Dio fedele e nel Dio vivo, vivente, con il superamento del male e della morte. Il linguaggio necessariamente simbolico e metaforico che parla di una realtà non esperimentata, serve ad esprimere una realtà, quella della nostra fede nel Dio della creazione e della redenzione così come ci è stato manifestato dall'uomo Gesù che riconosciamo come il Cristo, l'inviato, il Signore della vita e della morte, il figlio unico di Dio, fratello nostro che ci ha preceduto nella casa del Padre.
NB = Sintesi delle relazioni, tenute nei giorni 9-10 maggio 1987, a Pallanza da Rinaldo Fabris, non revisionate dal relatore.