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Il disgelo ecumenico

"Quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri" (Evangelii Gaudium, 246)

sintesi della relazione di Gianfranco Bottoni
Verbania Pallanza, 25 febbraio 2017

il cammino ecumenico

Il tema proposto per questo incontro porta un titolo impegnativo: "Il disgelo ecumenico. Quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri".
L'espressione "quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri" è presa dalla Evangelii Gaudium, l'esortazione apostolica di papa Francesco, nella parte in cui parla dell'ecumenismo.
Se parliamo di "disgelo ecumenico", vuol dire che prima c'era un "gelo", una fase che qualcuno aveva chiamato di "inverno ecumenico". È importante allora richiamare a grandi linee il cammino ecumenico che a un certo momento si è arenato o, almeno, ha avuto una fase di minor entusiasmo.

il fervore del cammino ecumenico
Il cammino ecumenico, che ha ormai più di un secolo di storia, è diventato significativo per la Chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II. Gli anni successivi al Concilio furono anni di grande fecondità. Nel 1989, il cardinal Martini, arcivescovo di Milano, ma anche presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali europee, insieme ad Alexis, metropolita di Leningrado e futuro patriarca di Mosca, diedero vita insieme, con un lavoro di collaborazione, alla prima assemblea ecumenica europea, che si tenne a Basilea. Martini ne parlava con grande entusiasmo, come di "una Pentecoste". Fu l'assemblea alla quale parteciparono, oltre alla Chiesa cattolica, tutte le Chiese d'Europa (protestanti, ortodosse, anglicana), riunite nella KEK (Konferenz Europäischer Kirchen), di cui Alexis era presidente. Tutta la cristianità d'Europa, per la prima volta nella storia, fece un'assemblea ecumenica, che arrivò anche ad una conclusione positiva unanime, cosa non ovvia e non facile. Fu veramente un momento dello Spirito.
L'assemblea di Basilea aveva come tema: "Pace nella giustizia", aveva cioè assunto il cammino proposto dal Consiglio ecumenico della Chiese di Ginevra: "Giustizia, pace e integrità (o salvaguardia) del creato"(J.P.I.C.). Per la prima volta i cristiani europei si impegnavano insieme ad affrontare problemi molto concreti dell'umanità e del mondo di oggi.
L'assemblea di Basilea precedette di poco la caduta del muro di Berlino. Un dirigente politico della Repubblica Democratica Tedesca, nella parte comunista della Germania allora divisa, era arrivato a dichiarare: "Eravamo pronti a tutto per resistere al cambiamento, tranne che alle candeline e alle preghiere". Infatti, dopo Basilea, si era sviluppato un movimento di cristiani dell'est della Germania, che si rendeva visibile promuovendo imponenti incontri di preghiera per la pace e accendendo candeline alle finestre delle case. Ciò contribuì a preparare la caduta del muro di Berlino, un evento che fu strepitoso perché avvenne senza la minima violenza.

il rallentamento
A questo momento luminoso, ricco di speranze, fecero seguito vari eventi negativi che ostacolarono non poco il cammino ecumenico delle chiese: dalla guerra dei Balcani, segnata anche da contrapposizioni religiose e confessionali, all'atteggiamento di proselitismo e di concorrenza delle chiese occidentali nei confronti delle chiese ortodosse nei paesi ex comunisti dell'Est Europa, dopo l'apertura delle frontiere.
Mentre il cardinal Martini, di ritorno dalla celebrazione del millennio della Santa Russia nel 1978, aveva esplicitamente proposto che ci fosse uno scambio fraterno, paritetico e rispettoso tra Chiese sorelle, per un aiuto reciproco, l'Occidente cristiano ebbe invece purtroppo un atteggiamento improntato alla conquista, al proselitismo, alla concorrenza nei confronti della Chiesa ortodossa. Da parte cattolica veniva mostrata la sua forte capacità organizzativa, aprendo case di istituti religiosi per suscitarvi vocazioni e importarle da quelle terre. Al posto di un rapporto fraterno, di aiuto tra Chiese sorelle, prevalse la contrapposizione. Il clima tra est e ovest dell'Europa era compromesso, i rapporti tra le Chiese più complicati. Si interruppero per parecchi anni i lavori di dialogo della commissione teologica internazionale cattolico-ortodossa.
Le difficoltà nei rapporti causarono il rinvio della seconda assemblea ecumenica, che avrebbe dovuto tenersi nel 1994, e che invece si terrà, a Graz, nel 1997. A tema si dovette mettere la riconciliazione, invece di proseguire il cammino su "Pace, giustizia e salvaguardia del creato". E Alexis, divenuto patriarca a Mosca, fece una comparsa a Graz per denunciare che il proselitismo subito nella Russia aveva reso impopolare la parola ecumenismo e suscitato ostilità nei confronti dei cristiani d'occidente.

il gelo della "Dominus Iesus"
La situazione si complica ulteriormente nell'anno 2000, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, quando viene pubblicato il documento Dominus Iesus, da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, allora presieduta dal cardinale Ratzinger. È un documento particolarmente chiuso, che segna un passo indietro rispetto al Concilio e che crea dissapori soprattutto con il mondo protestante per più motivi: tra questi, la restrizione dell'interpretazione dell'affermazione conciliare che nella Chiesa cattolica sussiste la chiesa di Gesù Cristo. Contemporaneamente Roma ribadisce che le chiese evangeliche non vengono ritenute chiese, ma solo "comunità ecclesiali". I rapporti si raffreddano e il gelo prevale.

il disgelo di Francesco
Le varie forme di dialogo istituzionale proseguono, ma in un clima decisamente freddo.
Con l'avvento di papa Francesco inizia il disgelo. La stessa scelta di definirsi immediatamente dopo l'elezione "vescovo di Roma" e di chiamare il suo predecessore "vescovo emerito di Roma", ha dato un primo segnale di una situazione che stava per sbloccarsi.
In particolare la richiesta di una benedizione da parte del popolo di Dio era talmente inattesa da risultare sorprendente. È una richiesta che rivolgerà anche ai rappresentanti di altre Chiese (al patriarca ecumenico, recentemente ad una rappresentante del mondo delle comunità indigene...).
Già Giovanni Paolo II, nell'enciclica Ut unum sint, aveva riconosciuto l'importanza di modificare il modo concreto di esercitare il ministero petrino perché non costituisse più una difficoltà per l'unità delle chiese. Chiese suggerimenti e proposte. Ma non si andò oltre le buone intenzioni e i diversi suggerimenti, forniti in risposta alla esplicita richiesta del papa, rimasero lettera morta. Definirsi vescovo di Roma, come ha fatto Francesco, e quindi anzitutto pastore della propria chiesa locale, significa iniziare a superare quel modello piramidale di chiesa costruito e potenziato lungo i secoli nel secondo millennio, ad imitazione dell'impero.
Certo, la Chiesa che è in Roma è quella Chiesa alla quale il mondo cristiano, fin dal primo millennio, ha sempre fatto riferimento quando tra Chiese c'erano disaccordi non componibili. Roma è la Chiesa dove, secondo la tradizione, è avvenuto il martirio di Pietro e di Paolo. Si trattava comunque pur sempre di "una" Chiesa. Inoltre, molto probabilmente, l'importanza della Chiesa di Roma era dovuta al fatto che Roma era la capitale di un impero. Non a caso, più tardi, sarà Costantinopoli ad assumere un peso enorme, superiore a quello di Roma, quando l'impero avrà in Oriente la sua sede principale. I primi Concili ecumenici si sono svolti tutti a Costantinopoli o nei pressi (Nicea, Efeso, Calcedonia ...). E i concili, sempre convocati dall'imperatore, si è potuto definirli ecumenici, cioè riguardanti tutta l'ecumene cristiana, perché, nonostante il fatto che la Chiesa di Roma fosse presente solo con delegati papali, le decisioni assunte furono poi accolte anche dal vescovo di Roma.

gesti di apertura
Ma, oltre a definirsi vescovo di Roma, papa Francesco compie una serie di gesti di apertura, che riguardano anche le Chiese pentecostali.
L'ecumenismo cattolico tradizionale si era rivolto prevalentemente alle grandi Chiese storiche. Le realtà nuove, nate nel mondo evangelico, a volte anche in contrapposizione con le stesse Chiese storiche della Riforma, non erano prese in considerazione. Parliamo delle Chiese pentecostali, delle Chiese libere, chiamate con un termine non molto appropriato, perché rischia di essere dispregiativo, "evangelicali" (per distinguerle da quelle evangeliche storiche) e che dovremmo meglio nominare "evangeliche libere". Il mondo cattolico non aveva instaurato relazioni con queste Chiese, prevalentemente in polemica con esso e non disponibili al dialogo ecumenico. Solo il cardinal Kasper, quando presiedeva il Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, aveva preso l'iniziativa di cercare contatti con queste realtà pentecostali ed evangeliche. Francesco rompe gli indugi, manda un messaggio ad una assemblea di pentecostali e va ad incontrarne un'altra a Caserta. Questo primo segnale di apertura ecumenica, molto significativo perché inizia con una realtà lontana, non sarà l'unico.
Stabilisce infatti rapporti amichevoli e fraterni con Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli, che apprezza molto il fatto che Francesco si autodefinisca vescovo di Roma. Egli vede con molto favore la possibilità di un ritorno alla situazione delle chiese del primo millennio, alla suddivisione in grandi patriarcati autonomi non sottoposti alla giurisdizione di Roma, a cui si ricorreva in caso di controversie. Il vescovo di Roma era il patriarca di Occidente. Quando un papa viene eletto, sull'annuario pontificio sono indicati una serie di titoli. Il primo titolo è sempre "vescovo di Roma", poi metropolita della regione, primate d'Italia, patriarca d'Occidente... Joseph Ratzinger, diventato papa Benedetto, aveva tolto la denominazione di "patriarca d'Occidente", creando sospetti nel mondo ortodosso. Con Francesco, i rapporti si distendono.

un linguaggio e una prassi più evangelica
Il ritorno da parte di Francesco ad un linguaggio più evangelico, il suo perseguire una chiesa povera, per i poveri e soprattutto dei poveri, il suo proporre una chiesa ospedale da campo e in uscita, la sua disponibilità a compiere il primo passo fanno venir meno antiche resistenze.
Quest'anno ricorre il quinto centenario della Riforma protestante, in ricordo dell'esposizione delle famose 95 tesi di Lutero (31 ottobre 2017). Anche durante la fase meno brillante dell'ecumenismo il dialogo cattolico luterano è proseguito sino alla realizzazione del documento congiunto del 2013 "Dal conflitto alla comunione", in vista dell'anniversario della Riforma. Per la prima volta un anniversario dell'inizio della riforma di Lutero viene celebrato non nella contrapposizione polemica, ma in un rapporto di comunione.
Il gesto di papa Francesco di andare nel tempio della chiesa valdese a Torino e la richiesta di perdono per le persecuzioni inflitte dalla chiesa cattolica nel corso dei secoli ai fratelli e alle sorelle della chiesa valdese sono stati molto apprezzati e si sono aperte così nuove prospettive di collaborazione.
Oggi, ad esempio, è in atto una collaborazione a pieno titolo tra la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, la Tavola valdese (cioè l'organismo che presiede alla Chiesa valdese) e la Comunità di Sant'Egidio, nell'organizzare i corridoi umanitari, per consentire viaggi sicuri e accoglienza dignitosa ai migranti che fuggono da guerra e fame. Più di 500 persone hanno potuto beneficiare di questa opportunità e saranno probabilmente un migliaio entro l'arco di un anno.
C'è la speranza che questa modalità di intervento si diffonda (ad esempio in Francia, e forse in Spagna), e che anche altri soggetti la assumano e possano portarla avanti. Il tutto è stato possibile non solo grazie alla disponibilità di volontari, ma anche alle competenze giuridiche necessarie per stabilire contatti a livello istituzionale.

presidenza e sinodalità
Un altro esempio del nuovo clima di apertura è dato dal fatto che papa Francesco si è espresso a favore di un documento approvato dalla Commissione mista cattolica-ortodossa a Ravenna, nel 2004.
Si tratta di un documento che ha dato il via a un cammino per studiare i rapporti tra presidenza e sinodalità in ogni chiesa: è una riflessione che rimette in gioco anche l'esercizio del ministero petrino. Tenere insieme sinodalità, cioè il camminare insieme di una Chiesa (e delle Chiese tra di loro) e il presiedere questo cammino: è questo un problema tutto da studiare.
Il documento di Ravenna arriva a teorizzare che a qualsiasi livello, da quello locale a quello regionale e a quello universale, una comunità ecclesiale che si esprime in sinodo, senza una presidenza, non è niente. Ma afferma pure che un presidente senza una comunità, senza un sinodo, non è niente. La sinfonia tra il presiedere e il camminare insieme è di fondamentale importanza, è costitutiva dell'essere chiesa.
Il presidente non vale niente da solo. È in gioco il modo di intendere e di esercitare il primato petrino: infatti, secondo il diritto canonico, il romano pontefice gode di un potere assoluto.
Il documento di Ravenna proponeva un cammino di messa a fuoco della realizzazione durante il primo millennio del rapporto tra presidenza e sinodalità. Non essendoci ancora stata la riforma gregoriana, nel primo millennio il romano pontefice non aveva un potere assoluto su tutta la cristianità. Successivamente si sarebbe dovuto studiare il più problematico secondo millennio, per poter proseguire. Nel primo decennio degli anni 2000, però, era venuta a mancare la possibilità di mettersi d'accordo e la commissione, pur riunendosi ogni anno per cercare di arrivare ad un risultato, si era arenata. Pochi mesi fa, nel settembre 2016, anche grazie al clima nuovo creatosi con papa Francesco, la commissione, riunita a Chieti, ospite del vescovo Bruno Forte (membro della stessa), è arrivata ad una conclusione approvata ed accettata. Anche la chiesa di Mosca, prima contraria al documento riguardante l'interpretazione del primo millennio, lo ha accettato. Si tratta di un passo importante. Sarà più difficile trovarsi in sintonia nell'analisi del secondo millennio. È significativo che papa Francesco abbia espresso il suo favore nei confronti del documento di Ravenna, perché dimostra la sua disponibilità a rivedere davvero il ruolo del romano pontefice, che obiettivamente crea difficoltà su molti fronti.

il quinto centenario della Riforma
La parola "riforma", continuamente evocata in occasione del V centenario delle origini del protestantesimo, non va banalizzata. Quando si afferma che la chiesa è "semper reformanda" non si vuole indicare la necessità di un qualunque aggiornamento. In gioco è un problema di fondo, proprio quello posto dal protestantesimo, che "protesta" per la perdita della dimensione dell'evangelo. La chiesa, sin dagli inizi, ha assunto la forma di una religione per rispondere a logiche temporali e a bisogni umanissimi: si è così allontanata però dalla dimensione dell'evangelo. È la chiesa che fa problema, nonostante i tentativi di rinnovamento spirituale che ci sono sempre stati, come ad esempio quello di Francesco d'Assisi e Chiara, di darle una forma più evangelica.
L'esigenza di pronunciare dei "no" in nome dell'evangelo, in nome della profezia, rimane una necessità, come ci hanno mostrato i riformatori. Nessuno dei riformatori - né Lutero, né Calvino, né Zwingli - ha iniziato il proprio processo di riforma, con l'intenzione di dividere la Chiesa. La divisione è nata successivamente per svariati motivi che hanno portato a una incomprensione reciproca, a una presa di distanza, a delle scomuniche, alla rottura.
Certo, la rottura non è mai positiva. Però il "no" in nome dell'evangelo, in nome della profezia che esige l'istanza evangelica, rimane una necessità.
Papa Francesco, andando a Lund in Svezia in occasione delle celebrazioni per il quinto centenario della Riforma, riconosce, con le sue dichiarazioni e con i suoi gesti, il carisma profetico dei riformatori. Inoltre, mostra davvero di essere mosso da una sensibilità ecumenica quando rifiuta di incontrare a Lund, nella stessa giornata della celebrazione il 31 ottobre, i cattolici per una messa allo stadio. Il 31 ottobre ha voluto che fosse tutto dedicato all'incontro ecumenico presso la sede della Federazione luterana mondiale. Date le insistenze da parte cattolica di incontrare i loro fedeli, Francesco preferisce farlo il giorno successivo e in un'altra città. Queste scelte esprimono una grande sensibilità ecumenica, non solo sul piano delle teorie, ma su quello dei fatti.
Se a Milano abbiamo potuto smuovere le acque nei rapporti interconfessionali è perché abbiamo cambiato rispetto alla diffusa mentalità cattolica nel fare iniziative ecumeniche. I pastori delle altre Chiese, soprattutto nel mondo evangelico, reagivano a tale mentalità, che si traduceva nella prassi in base alla quale i cattolici pensano e organizzano qualcosa di ecumenico e poi eventualmente invitano gli altri a partecipare. È invece fondamentale e irrinunciabile fare l'esperienza di mettersi tutti intorno a un tavolo, pariteticamente, per progettare e lavorare insieme.

L'ecumenismo nella vita di una comunità di credenti

Contrariamente a quanto comunemente si pensa l'ecumenismo non è qualcosa per addetti ai lavori o un fatto riguardante aspetti secondari e marginali del cristianesimo. La dimensione ecumenica non riguarda neppure anzitutto i rapporti da promuovere con realtà esterne, con altre confessioni o religioni. Il discorso ecumenico riguarda invece la normale vita quotidiana di una comunità di credenti e di ogni singola persona.
Quando mi accingo a preparare una predica per la liturgia domenicale devo essere consapevole che la mia predica è in partenza antiecumenica e che non è semplice renderla ecumenica. La predica è antiecumenica perché è inevitabile che io mi ponga in una prospettiva autoreferenziale, che parli a partire dalla esperienza di chiesa che ho io, dalla esegesi che mi hanno insegnato secondo la mia tradizione confessionale, dalle prospettive culturali in cui vive la comunità a cui appartengo.

accogliere dentro di sé il punto di vista dell'altro
È molto impegnativo riuscire ad avere l'altro, il diverso dentro se stessi. Ad esempio, se cerco il dialogo e la comunione con chi appartiene ad una confessione diversa dalla mia, non potrò fare un discorso sulla Madonna che un fratello o una sorella protestante rifiuterebbe.
Bisogna che io impari a parlare in termini accettabili anche per chi ha una prospettiva di fede che, pur essendo sostanzialmente la medesima, si declina con delle differenze delle quali devo tener conto per non ferirlo e per non correre il rischio di offuscare la sostanza che ci unisce.
In altre parole, il cuore del messaggio cristiano lo possiamo cogliere ed elaborare solo attraverso il mettersi insieme attorno ad un tavolo. Il kerygma, l'annuncio fondamentale del messaggio cristiano, quello che può fare breccia nel cuore della gente per un'autentica fede in Gesù, dovrebbe essere il frutto di un dialogo che abbia confrontato adeguatamente le diverse sensibilità confessionali.
È del tutto insufficiente riunirsi insieme una volta all'anno in occasione della settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, per poi procedere ciascuno per proprio conto. Una chiesa che si comporta in questa maniera continua a considerarsi autosufficiente, a non sentire il bisogno dell'altro. Continua a non mettersi in un atteggiamento mendicante per ricevere dall'altro il suo modo peculiare di declinare lo stesso messaggio, la stessa fede nel Cristo morto e risorto. Attorno al nucleo fondamentale si dispongono a cerchi concentrici altri elementi e aspetti del patrimonio dottrinale, sui quali è possibile il confronto per concordare che cosa valorizzare o meno sulla base del loro legame con il nucleo fondamentale del messaggio cristiano.

i sacramenti: un sole, un pianeta e cinque satelliti
Si prenda ad esempio il tema dei sacramenti, che un cattolico ritiene siano sette, mentre un protestante solo due. Il cattolico, capendo poco la propria teologia, ha difficoltà a rendersi conto che i sacramenti non si dispongono tutti allo stesso modo su di un unico piano, uno accanto all'altro, ma che c'è un sole e un pianeta con cinque satelliti che gli girano attorno. La chiesa è fatta dall'eucaristia: e questo è il sole. Si entra nella comunità cristiana attraverso il battesimo: e questo è il pianeta attorno a cui ruotano gli altri sacramenti. Non mi devo scandalizzare se un fratello o una sorella di un'altra chiesa dice di non considerare sacramento quel satellite che gira attorno al pianeta del battesimo. Infatti posso ritenere ognuno dei cinque satelliti un modo di riproporre il senso del battesimo per vivere il mistero dell'eucaristia in situazioni esistenziali nuove e significative per l'essere cristiani: la confermazione piena e consapevole del battesimo; la riammissione alla vita di grazia attraverso la riconciliazione sacramentale, perché si è persa la veste candida del battesimo; la partecipazione alla passione di Cristo e al vero ultimo battesimo conclusivo dell'esistenza con l'unzione degli infermi; l'ordinazione che abilita a presiedere all'eucaristia e alla vita sacramentale della comunità ecclesiale; il matrimonio, per poter esprimere nella concretezza di una relazione di amore la dimensione sponsale tra Cristo e la Chiesa (il matrimonio è un sacramento in quanto marito e moglie partecipano all'eucaristia a nuovo titolo e in modo specifico). Questi cinque satelliti dagli evangelici non sono chiamati sacramenti. Se capiamo però che centrali sono battesimo ed eucaristia, ci accorgiamo che non c'è una grande differenza tra la dottrina cattolica che afferma il settenario sacramentale e quella delle confessioni evangeliche che sostengono che i sacramenti sono due.

elaborare insieme il cuore dell'annuncio
A Milano, qualche anno fa - esperienza ora interrotta perché la chiesa di riferimento è stata chiusa - abbiamo dato vita a incontri promossi dal Consiglio delle Chiese cristiane di Milano oltre che dalla Rettoria di san Gottardo al Palazzo Reale che li ospitava. Questi incontri a cadenza settimanale, inaugurati da Paolo Ricca, che ci ha raccomandato caldamente di continuare a farli, avevano la finalità di elaborare ecumenicamente insieme un annuncio kerygmatico, di individuare ed esprimere il cuore dell'annuncio. Ci si è confrontati per metterci d'accordo tra protestanti, cattolici e ortodossi, su che cosa annunciare all'uomo di oggi e soprattutto ai lontani per fare breccia attraverso la proposta del messaggio della fede. Non fu facile, al punto che, dopo molte riunioni, abbiamo preferito partire fidandoci gli uni degli altri nel fare insieme questo annuncio. L'annuncio era preceduto da un ascolto di testi scritturistici e letterari e poi seguito da un tempo di dialogo. Sono stati incontri bellissimi, in cui erano coinvolte anche persone non necessariamente credenti nel fare l'annuncio. C'è un annuncio kerygmatico, che ci viene anche grazie a chi non è necessariamente credente o praticante.

un inconsapevole antigiudaismo
Nel 1965, nel periodo conclusivo del concilio Vaticano II, giunge a Roma il più grande teologo del secolo scorso, Karl Barth. In un colloquio con il cardinal Bea, presidente del Segretariato per l'unità dei cristiani, fa un'affermazione sorprendente: "Esiste, in ultima analisi, un solo grande problema ecumenico: quello delle nostre relazioni con il popolo ebraico".
Non è un caso che il SAE, Segretariato Attività Ecumeniche - il benemerito movimento interconfessionale laicale italiano, che ha permesso e promosso con le sue settimane annuali di studio la formazione ecumenica di pastori, teologi e laici nel nostro paese - si definisca come "Associazione interconfessionale di laici impegnati per l'ecumenismo e il dialogo a partire dal dialogo cristiano-ebraico".
A volte si ritiene che il problema del rapporto con il popolo ebraico sia riconducibile totalmente alla tragedia-abominio della shoah, al secolare antigiudaismo cristiano, alla cultura e all'insegnamento del disprezzo verso Israele, come la definì davanti a papa Giovanni XXIII Jules Isaac (figura chiave della nuova stagione dell'incontro ebraico-cristiano). Nonostante la shoah non sia stata progettata e tanto meno attuata dalle chiese, l'antisemitismo che l'ha resa possibile ha potuto attecchire e diffondersi anche a causa del secolare ed esplicito antigiudaismo cristiano, che va oggi affrontato e superato.
Il problema del rapporto con Israele però non è riducibile a questo pur importante aspetto. C'è una interpretazione del messaggio cristiano e quindi della nostra fede, che è inconsapevolmente intrisa dell'antigiudaismo che si è costruito sulla base di premesse erronee: queste devono essere corrette, perché falsificano non solo la nostra relazione con il popolo ebraico, ma la stessa interpretazione della nostra fede.
Si pensi al modo consueto di commentare i vangeli. Se a Pentecoste nella mia predica affermo: "Oggi è Pentecoste. Gli ebrei celebravano a Pentecoste il dono della Torah, oggi noi celebriamo il dono dello Spirito Santo..." faccio, inconsapevolmente, una affermazione antigiudaica, per il motivo che con quel "celebravano" rinchiudo nel passato la tradizione ebraica. Gli ebrei invece anche oggi "celebrano" a Pentecoste il dono della Torah.
Stesse osservazioni si possono fare su come si parla dei contrasti di Gesù con gli scribi e i farisei. Nei testi dei vangeli è presente la polemica con il giudaismo rabbinico di origine farisaica che nasce dopo la fine del Tempio di Gerusalemme (anno 70) e pertanto del tutto successivo ai tempi di Gesù. Sono toni e termini di una polemica che l'ebreo Gesù non ha conosciuto e che invece, quando sono stati scritti i vangeli, sono eco delle tensioni intragiudaiche tra minoranze di giudei credenti in Gesù Messia e maggioranze di giudei della sinagoga impegnata a salvaguardare l'identità ebraica e la tradizione dei padri. Nella predicazione generalmente non si tiene conto di tutto questo e si fanno rozze affermazioni, del tutto infondate e anacronistiche.

la fede ebraica di Gesù
Dobbiamo essere maggiormente consapevoli che la fede di Gesù è una fede ebraica. Gesù ha detto chiaramente di non essere venuto a cambiare neppure una virgola, uno iota della Torah, cioè della religione del suo popolo. Nello stesso tempo porta una novità radicale, che noi cristiani banalizziamo nel momento stesso in cui pensiamo che la novità si esprima in contrapposizione con la Torah e con la religione ebraica. Parecchie delle novità attribuite a Gesù sono presenti nella stessa tradizione rabbinica. L'affermazione che il sabato sia per l'uomo e non l'uomo per il sabato la si ritrova con espressioni simili in un commento rabbinico "il sabato è stato dato a voi uomini e non voi al sabato". La novità non va ricondotta al fatto che Gesù è un nuovo Mosè, non è un legislatore che dà una nuova legge in contrapposizione a quella antica o a suo completamento.
Gesù non è un nuovo Mosé, non è un nuovo Davide né un nuovo Abramo o Isaia. Gesù è un nuovo Adamo, è il nuovo Adamo. Nell'umanità di Gesù abita corporalmente la pienezza della divinità, come dice la lettera ai Colossesi. La novità allora è stata nel modo di vivere la Torah. L'uomo nuovo, pieno dello Spirito di Dio, vive la Torah in perfetta fedeltà: questo uomo nuovo è Gesù di Nazaret. Secondo la promessa della nuova alleanza ("vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo": Ez 36,26) la novità consiste, al di dentro della fede ebraica, nell'essere un uomo nuovo.
È la fede di Gesù il punto decisivo. Della fede di Gesù, fino a pochi anni fa, non si poteva parlare. Al Sant'Uffizio qualche prelato è intervenuto con sospetto nei confronti di chi parlava della fede di Gesù. A motivo della sua natura divina Gesù, si diceva, ha la visione beatifica, e quindi non può avere la fede. Questa concezione è inconsapevolmente debitrice dell'eresia monofisita, che vedeva di Gesù soltanto la natura della sua divinità e non la sua umanità. Invece, come afferma la fede della Chiesa proclamata nel concilio di Calcedonia, Gesù è totalmente Dio e totalmente uomo. E in quanto uomo Gesù ha avuto la fede. Chi legge i vangeli come fa a non vedere che Gesù aveva la fede? I biblisti ci hanno aiutato a riscoprire la fede ebraica di Gesù. E la teologia di oggi lo conferma.
Abbiamo allora bisogno di modificare il modo in cui pensiamo a Gesù, predichiamo e annunciamo il suo evangelo. Dobbiamo operare una "teshuvà": la conversione come una sorta di inversione a "u", un ritorno alle fonti per riscoprire la storicità di Gesù e la sua ebraicità. Il problema è storico, biblico, teologico, ermeneutico.
Evidentemente non riguarda l'attualità politica di Israele, non comporta approvazione o disapprovazione delle politiche dell'attuale stato ebraico. Il popolo ebraico, il popolo dell'alleanza mai revocata, non può non essermi caro. Ho bisogno del suo aiuto, ho bisogno dell'aiuto del rabbino e della sua sensibilità semitica per leggere le Scritture.

dall'evangelo di Gesù alla religione del cristianesimo
Gesù ha predicato l'evangelo e successivamente sorge una religione che Gesù non ha fondato. Il cristianesimo sorge in un secondo momento. Certo si sviluppa rifacendosi alla testimonianza di Gesù e alla testimonianza di coloro che annunciarono che il crocifisso non finisce nel sepolcro. C'è dell'altro che non appartiene, se non come testimonianza di fede, all'attuale nostra storia terrena: c'è una nuova creazione, l'avvento di una nuova realtà, la realtà del Regno... Quelli che noi indichiamo come primi cristiani dovremmo chiamarli "giudei credenti", dato che le comunità delle origini sono composte inizialmente solo da giudei, poi queste si aprono ad accogliere dalle genti proseliti o pagani che accolgono l'annuncio evangelico.
Continuiamo a ripetere che i giudei hanno rifiutato Gesù, mentre sono stati proprio loro ad accoglierlo per primi nella fede: gli apostoli, i parenti, gli amici di Gesù sono tutti ebrei, di Galilea o di Giudea.
Anche la responsabilità della morte di Gesù non va attribuita al popolo, ma semmai alle autorità giudaiche, per le quali - in nome della ragion di stato - era meglio che morisse una sola persona al posto di tutta la nazione. La presenza destabilizzante del gruppo di galilei a Gerusalemme, la loro conflittualità con i giudei, il gesto profetico che Gesù compie al Tempio creano allarme tra i capi del popolo in occasione del numeroso pellegrinaggio pasquale nella città santa. L'entusiasmo popolare per una figura messianica, percepita come liberatrice dall'oppressione romana, era fonte di pericoli reali, come apparirà evidente nella rivolta giudaica del 66 con la successiva distruzione del Tempio. Proprio l'accoglienza favorevole del popolo ebraico nei confronti di Gesù motiva la decisione di eliminarlo.
Il passaggio dall'evangelo del regno alla religione del cristianesimo avviene gradualmente. Le prime comunità di credenti, in parte itineranti e in parte locali, adottano alcune novità portate da Gesù. Tra queste il ruolo importante svolto dalle donne era, per la società imperiale del tempo, qualcosa di inaccettabile, di sovversivo, tipico di una setta pericolosa, non di una religione seria e accreditata.
Per poter sopravvivere nel contesto delle società coeve i cristiani progressivamente emarginano le donne e cominciano a pensarsi come una religione. Gli apologisti iniziano a presentare il cristianesimo come religione attendibile, anzi quella vera.
Nel quarto secolo con Costantino la religione cristiana è strumentalizzata a fini politici, a sostegno e salvezza dell'impero che si stava sgretolando. I cristiani, con le loro comunità animate dalla carità, svolgevano alla base, in modo spontaneo e gratuito, quelle funzioni che oggi sarebbero proprie di uno stato sociale sul piano dell'assistenza, della cura e del servizio nei confronti dei poveri e delle fasce deboli. La politica dell'imperatore vi scorge una risorsa sociale strategica. La situazione per i cristiani in breve tempo si capovolge. Siamo alla svolta del IV secolo. I vescovi, prima perseguitati, vengono accolti a palazzo dall'imperatore (325), osannati e convocati per i concili contro le eresie, a salvaguardia dell'unità della fede religiosa, irrinunciabile per l'unità politica dell'impero.

l'unità nella ricchezza della diversità
L'unità dei cristiani, e pertanto anche l'ecumenismo, possono essere intesi in modi molto diversi. L'unità come uniformità è proprio quanto viene condannato nel racconto mitico della torre di Babele. La provvidenza di Dio interviene per far fallire il tentativo di costruire una torre alta fino al cielo nell'uniformità della lingua. La confusione delle lingue non è una punizione, ma una benedizione da parte di un Dio che vuole non l'uniformità ma la differenza.
Noi oggi dovremmo imparare a guardare la storia delle divisioni cristiane non solo come storia di peccato, ma anche come storia di benedizione di un Dio che crea le differenze. L'unità perseguita dall'autentico ecumenismo non è e non deve essere uniformante.
A questo proposito papa Bergoglio ha avuto la felice intuizione di pensare alla chiesa non come una sfera ma come un poliedro. Nella sfera tutti sono equidistanti dal centro, nel poliedro invece esistono facce diverse, che mantengono ciascuna la propria diversità pur formando una cosa sola. Il poliedro è uno solo, ma le facce sono diverse: la faccia valdese, quella metodista, quella ortodossa, quella luterana, quella cattolica, quella copta, ecc. Ciascuno mantiene la propria faccia. La convergenza ecumenica non è in vista dell'uniformità, ma dell'unità nella ricchezza delle diversità.

la nostalgia della societas christiana
Dopo la svolta costantiniana del IV secolo (l'editto di Milano è del 313) nel giro di pochi decenni, con Teodosio, la religione cristiana - prima non riconosciuta e perseguitata - diventa intollerante nei confronti degli altri credo, a partire dagli ebrei, per proseguire con gli eretici e i pagani. Mentre in precedenza i cristiani venivano condannati e perseguiti perché obiettori di coscienza al servizio militare, dopo la svolta si forma l'esercito cristiano. Nasce così la societas christiana.
È il momento in cui diverse persone reagiscono alla mondanizzazione della chiesa istituzionale andando nel deserto. Il monachesimo nasce come reazione, come protesta, come testimonianza per dire che l'evangelo è un'altra cosa.
Nella religione del cristianesimo la chiesa è ormai diventata una cosa sola con la società. Nel lungo periodo della "societas christiana" c'è sovrapposizione tra società civile e comunità credente.
Pur con tutti i processi di secolarizzazione che sono avvenuti con l'epoca moderna noi continuiamo a mantenere la nostalgia inconsapevole della "societas christiana", nei privilegi religiosi e clericali, nei concordati, nelle pressioni sociali e culturali di marca identitaria, nell'intollerante esibizione di affermazioni a priori dichiarate non negoziabili, ecc. Il vangelo che abbiamo gratuitamente ricevuto è stato abbondantemente dimenticato. Con Francesco - una grazia imprevista - è riemersa con forza la testimonianza dell'evangelo, ma l'istituzione ecclesiastica rimane una sorta di elefante o corpo obeso.

per una fede adulta
Ho velocemente toccato alcuni punti che sarebbe importante tenere presenti nel discorso ecumenico e nella maturazione di una fede personale che voglia diventare adulta.
Ho contrapposto evangelo e religione del cristianesimo, ma non per eliminare la religione.
Nell'elaborare una tesi di laurea in ingegneria o in fisica continuano a rimanere valide le semplici moltiplicazioni che ho appreso alle elementari, anche se dovrò avere cognizioni per procedere oltre. La religione ha la funzione di insegnarci le cose elementari e irrinunciabili per avviare un processo di crescita. Ma l'evangelo, la libertà del cristiano, la libertà dello spirito e nello Spirito va oltre. Non è adulta la fede di chi rimane a livello della religione o addirittura della superstizione religiosa. Dentro la religione, dentro la propria realtà ecclesiale si cammina (come costeggiando la spiaggia con le gambe nell'acqua del mare), ma respirando (dal bacino in su) a pieni polmoni aria libera: quella dello Spirito di Dio e dell'evangelo di Gesù Cristo.

dibattito

è compito dei riformati criticare la Riforma
Alessandro E. - Volevo esprimere al relatore un grazie pieno di speranza per quanto attiene ai rapporti con la chiesa cattolica, chiesa sorella. Sarebbe veramente un piacere dell'anima potersi confrontare sempre con persone così chiare, aperte, colte...
Il primo punto di cui vorrei parlare riguarda la Riforma, di cui quest'anno ricorre il cinquecentenario. Anche la Riforma, così come si è attuata, contiene nel proprio seno un tradimento profondo dell'evangelo. E questo lo deve dire un riformato, non deve aspettare che lo dica il fratello cattolico. Ritengo che l'autocritica sia la strada maestra che conduce a una fede adulta. Occorre restituire il Lutero storico che commise errori enormi, se dobbiamo interpretare le vicende alla luce di un evangelo che Lutero ha tradito in molte circostanze. Ad esempio, per quanto riguarda la guerra dei contadini, Lutero si è posto a fianco dell'aristocrazia, il che poi consentì la sopravvivenza della nuova chiesa che venne a crearsi, ma non dell'evangelo.
Secondo punto. Il rapporto con l'ebraismo è un tema chiave ineludibile. Buona parte del tradimento del vangelo che continuiamo a perpetrare, risiede proprio nella nostra cattiva educazione all'ebraismo. Noi siamo ebrei eterodossi. Pertanto, e qui riprendo una critica al protestantesimo, i primi che hanno contrapposto radicalmente l'ebraismo e l'evangelo, sono stati proprio Lutero e Barth, da lei citati, anche se Barth poi ci ripensò. La teologia che ci viene impartita nelle facoltà protestanti, è da riformare. "Ecclesia semper reformanda": la chiesa riformata, dovrebbe sempre essere riformata, lo diciamo ma non lo facciamo.
Ultimo punto: la prassi ecumenica dovrebbe divenire una prassi, e poi una riflessione sulla prassi, come insegna la teologia della liberazione. Dovrebbe essere una prassi della reciprocità, dove gli interlocutori stanno sullo stesso piano. Vi ho visto un riferimento magari velato a Ricoeur o a Levinas. Il pensiero della reciprocità è un dono che l'ebraismo ci fa e che noi ripetutamente rispediamo al mittente.

R. - Alcune osservazioni sui tre punti del bellissimo intervento del pastore Alessandro, che ringrazio.
Sono d'accordo sull'importanza dell'atteggiamento autocritico. Mi pare importante mettere in luce che il tradimento dell'evangelo avviene anche nell'ambito della Riforma. Io non ho inteso sottolineare questo aspetto. Ma sono d'accordo, dicendo che in essa ci possono essere anche delle cose sbagliate che non condividiamo e, al contempo, delle cose di cui è giusto sottolineare il valore... Intendevo soprattutto far notare che la Riforma è rimasta interna alla societas christiana, cioè interna a quella forma di religione che il cristianesimo aveva assunto. Nella Riforma c'è stata anche una forte radicalità, una critica sacrosanta (pensiamo al discorso delle indulgenze), ma ancora dentro la forma della religione assunta nei secoli dalla societas christiana. La radicalità da me invocata riguarda la capacità di mettere invece in questione il discorso della religione.

Quanto alla sottolineatura sull'ebraismo, mi permetto di aggiungere che tra le varie e inconsapevoli forme di antigiudaismo, c'è anche il nostro discorso sul popolo di Dio, riportato in auge dal Concilio. Corriamo il rischio di parlare di popolo di Dio in termini inconsapevolmente antigiudaici. Su questo argomento, ho curato una pubblicazione per le Dehoniane, intitolata "Secondo le Scritture. Chiese cristiane e popolo di Dio". Non dobbiamo mai dimenticare che il popolo di Dio è il popolo dell'Alleanza mai revocata, un popolo che poi si allarga a comprendere anche le genti. La storia della salvezza dovrebbe essere interpretata sempre avendo due poli di riferimento: le genti e Israele. La Chiesa è formata sia da una parte di Israele sia da una parte delle genti, componenti che si sono unite anticipando l'èschaton, il futuro ultimo della storia, dove tutti saremo una cosa sola. La Chiesa inizialmente si definiva "Ecclesia ex circumcisione e ex gentibus", cioè costituita da persone che vengono dal popolo della circoncisione, il popolo ebraico, e dalle genti. Non tutto Israele e tutte le genti, ma parte delle genti e parte di Israele sono confluite ad essere una cosa sola in Cristo, l'uomo nuovo. Di fatto, la storia del cristianesimo ha eliminato la componente ebraica al suo interno, arrivando poi a combatterla sul piano concettuale con l'antigiudaismo. Il mistero della Chiesa è che Cristo, dei due (Israele e le genti), ha fatto una cosa sola: una prolessi, un segno che anticipa nella storia l'èschaton della nuova creazione.

Sulla prassi ecumenica della reciprocità naturalmente sono d'accordo con Alessandro.
Il pensiero contemporaneo, per di più prevalentemente di matrice ebraica, mette in luce che "l'altro mi appartiene", che il rapporto io-tu è fondamentale. Il "tu" è dentro di me. È dentro di me con i "tu" (al plurale), e con il "Tu" (trascendente). Il rapporto io-tu è quello per il quale Gesù suda sangue al Getzemani. Il "tu" plurale a cui fa spazio Gesù dentro di sé non è qualcosa di astratto, è la libera volontà di uomini che sta giostrando per farlo fuori.

il rischio della papolatria
Giovanni M. - Da protestante vedo oggi il rischio di una papolatria. L'affabilità e la simpatia di papa Francesco non rischiano di rendere più difficile la rimessa in discussione dell'assolutismo papale, della struttura piramidale e gerarchica della chiesa cattolica?
R. - La papolatria c'è. Ci può essere il narcisismo di chi la cerca, e ci può essere il fatto di subirla perché indotta per motivi non molto nobili, commerciali, di logiche mondane o di potere...
A proposito dell'assolutismo e di come superarlo, un passo interessante sarebbe quello di cambiare il codice di diritto canonico. Ma non lo ritengo facilmente fattibile, allo stato attuale, se non attraverso graduali interventi legislativi.
Essendo il papa colui che detiene il potere assoluto, che gli viene attribuito dal diritto canonico, il superamento di tale situazione può venire solo dalla sua decisione di sbarazzarsene, facendo delle affermazioni in base alle quali tale potere decade. Papa Francesco va in questa direzione, con una serie di atteggiamenti, che possono esser presi per esibizionismi, ma che tali non sono. L'assolutismo è legato alla sacralità, che papa Francesco "rompe" nel momento in cui chiede una benedizione, o in cui decide di andare a vivere a Santa Marta... Papa Francesco dichiara espressamente di non credere alle riforme delle strutture senza una conversione del cuore nelle persone. Al cambiamento del cuore e della testa servono di più dei gesti che un atto giuridico.
sul rapporto peccato-grazia
Fausto R. - Un grande teologo protestante che ha parlato con grande competenza di peccato e grazia, in anni di trionfante moralismo in ambiente cattolico, è stato Albert Schweitzer

R. - Per quanto riguarda il discorso peccato-grazia evocato a proposito di Schweitzer, io vorrei far riferimento ad un altro autore spirituale, André Louf. Noi pensiamo, poco evangelicamente, di dover passare dal peccato alla grazia. In realtà, peccato e grazia si mescolano, sono da tenere compresenti. È fondamentale la coscienza permanente dell'essere peccatori. Papa Francesco, alla domanda: "Ma lei chi è, che cosa dice di se stesso?", risponde: "Io sono un peccatore guardato da Dio". Cioè: sono un peccatore perdonato. La santità è l'esperienza di essere peccatori perdonati, gratuitamente e immeritatamente perdonati. Invece, nel cattolicesimo in particolare, si è a lungo insegnato che noi dobbiamo conquistare la salvezza. Significherebbe che siamo salvatori di noi stessi! Varrebbe la pena di meditare bene la parabola del pubblicano e del fariseo, che non è la messa in scena di un superbo e di un umile, ma di una persona religiosamente irreprensibile (il fariseo) e di un mascalzone, un boss mafioso (il pubblicano). Per capire come mai uno esce giustificato e l'altro no, occorre fare l'analisi logica dei verbi usati dai due. Quelli sulle labbra del fariseo hanno tutti come soggetto "io". Il pubblicano usa un solo verbo e il soggetto è "tu". Il segreto della vita cristiana è abbassare l'io per far posto al tu, passare il più possibile dall'io al tu. Non: mors tua, vita mea. Gesù, nella sua ora, ha rovesciato questo rapporto.

per una sinodalità effettiva
Piero R. - La prassi sinodale, necessaria per superare l'assolutismo vigente nella chiesa cattolica, deve coinvolgere solo i presbiteri oppure tutto il popolo di Dio?

R. - Concordo sul fatto che dobbiamo pensare a una sinodalità ben diversa da quella oggi esistente nella Chiesa cattolica. Tutte le altre Chiese hanno una sinodalità più sviluppata. Perfino il Consiglio parrocchiale è solo consultivo e il parroco alla fine può fare il contrario di quanto il Consiglio ha proposto.
Paolo VI ha introdotto i sinodi di tipo consultivo. Papa Francesco ha già detto di volere una sinodalità "effettiva", e cioè di volere dei sinodi deliberativi. Non so se ci riuscirà.
Bisognerebbe introdurre una distinzione rispetto ai componenti, a seconda degli argomenti in discussione. Per la dimensione della fede apostolica, possiamo anche riconoscere che il pronunciamento definitivo sia da parte dell'autorità apostolica (cioè da parte dei vescovi), che ha il compito di vegliare sull'apostolicità e ortodossia della fede. Ma sui problemi concreti della vita ecclesiale che ci si trova ad affrontare, bisogna che i vescovi ascoltino i laici, non solo i preti. Già il sinodo diocesano che facemmo con Martini (1993-1995) era composto in prevalenza da laici.

ruolo delle donne e declericalizzazione dei ministeri
Giuseppe C. - Vorrei porre il problema del modo in cui viene considerata la donna nella Chiesa cattolica. Da un lato c'è una fortissima idealizzazione (pensiamo alla Madonna), dall'altro c'è una esclusione delle donne da tutta una serie di funzioni, e soprattutto dal magistero.

R. - Sul problema della donna nella Chiesa cattolica, non possiamo che unirci al grido di dolore perché siamo lontani mille miglia dal risolverlo. La commissione istituita per studiare il diaconato delle donne, può essere vista come un passo avanti, ma in realtà è un po' di retroguardia. La prospettiva più radicale sarebbe stata quella di porre a tema il problema dei ministeri. È stato deciso invece di fare un sinodo sui giovani, per evitare un sinodo sui ministeri. Questo era il tema da affrontare, con il rischio però di una spaccatura nella Chiesa cattolica.
Il problema vero è quello di declericalizzare i ministeri ordinati, di riconoscere come ministeri i carismi già esistenti all'interno del popolo di Dio ed esercitati per servizio della chiesa e del mondo, di avere una ministerialità unica e non tanti ministeri con le diverse gradazioni. Ministero significa semplicemente riconoscere da parte della comunità che quel carisma che tu stai vivendo e realizzando è veramente un servizio nella comunità e fuori della comunità, per la comunità e per il Regno, nel mondo. Infatti, i ministeri non li dobbiamo pensare soltanto come intraecclesiali. Il problema dei ministeri dovrebbe essere affrontato con una radicalità purtroppo ancora impensabile.
Oggi, nella vita della comunità, sono spesso le donne a svolgere determinate funzioni, senza averne però la titolarità. Quello che si fa nelle missioni, a livello di frontiera (dove i missionari presbiteri non possono essere sempre presenti e dove quindi sono i laici a svolgere una serie di funzioni), si può benissimo fare anche altrove.

Riassunto

Se parliamo oggi di disgelo ecumenico vuol dire che veniamo da una stagione di gelo o di inverno ecumenico. L'ormai secolare cammino ecumenico è diventato significativo per la chiesa cattolica dopo il Vaticano II. Nel 1989 il cardinal Martini, allora presidente delle Conferenze episcopali europee, insieme al metropolita di Leningrado Alexis, diede vita alla prima assemblea ecumenica europea a Basilea alla quale parteciparono, oltre alla chiesa cattolica, tutte le chiese d'Europa, sul tema "Pace giustizia e salvaguardia del creato". Per la prima volta i cristiani europei si impegnavano insieme ad affrontare problemi molto concreti dell'umanità. L'assemblea di Basilea precedette di poco la caduta del muro di Berlino.
A questo momento luminoso, ricco di speranze, fecero seguito vari eventi negativi che ostacolarono non poco il cammino ecumenico delle chiese, dalla guerra dei Balcani segnata anche da contrapposizioni religiose e confessionali, sino all'atteggiamento di proselitismo e di concorrenza delle chiese occidentali nei confronti delle chiese ortodosse nei paesi ex comunisti dell'Est Europa.
Nel 2000 poi la pubblicazione del documento della Congregazione della Dottrina della fede, presieduta da Ratzinger, Dominus Iesus, crea dissapori con il mondo protestante, le cui chiese non vengono riconosciute come vere chiese, ma solo come "comunità ecclesiali". I rapporti si raffreddano e il gelo prevale.
Con l'avvento di papa Francesco inizia il disgelo. La stessa scelta di definirsi immediatamente dopo l'elezione "vescovo di Roma" sblocca la situazione. Definirsi vescovo di Roma, e quindi anzitutto pastore della propria chiesa locale, significa iniziare a superare il modello piramidale di chiesa costruito e potenziato lungo i secoli, ad imitazione dell'impero.
Francesco compie in breve tempo molti gesti di apertura. Si reca a Caserta sorprendentemente presso una chiesa pentecostale. Stabilisce rapporti amichevoli con Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli, che vede con favore la possibilità di un ritorno alla situazione delle chiese del primo millennio, alla suddivisione in grandi patriarcati autonomi non sottoposti alla giurisdizione di Roma.
Il ritorno ad un linguaggio più evangelico, la visione di una chiesa povera, per i poveri e dei poveri, una chiesa ospedale da campo e in uscita colpiscono tutti, cristiani e non.
Per la prima volta un anniversario dell'inizio della riforma di Lutero viene celebrato non nella contrapposizione polemica, ma in un rapporto di comunione. Il gesto di andare nel tempio della chiesa valdese a Torino e la richiesta di perdono per le persecuzioni inflitte dalla chiesa cattolica ai fratelli e sorelle della chiesa valdese sono molto apprezzati.
Segno di questo nuovo clima è l'organizzazione di corridoi umanitari da parte della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, della Tavola valdese e della comunità di Sant'Egidio, per consentire viaggi sicuri e accoglienza dignitosa ai migranti che fuggono da guerra e fame.
Ulteriore elemento significativo è l'accoglienza favorevole da parte di papa Francesco del documento approvato a Ravenna nel 2004 dalla commissione mista cattolico-ortodossa sui rapporti tra presidenza e sinodalità nella chiesa, in cui si sostiene che in ogni realtà ecclesiale, a qualsiasi livello, ci sia sempre una presidenza e sempre un camminare insieme. Risulta così evidente la disponibilità a rivedere il ruolo del romano pontefice, che, secondo il vigente diritto canonico gode di potere assoluto.
La parola "riforma", continuamente evocata in occasione del V centenario delle origini del protestantesimo, non va banalizzata. Quando si afferma che la chiesa è "semper reformanda" si mette l'accento sul problema di fondo che ha posto il protestantesimo, il quale "protesta" per la perdita della dimensione dell'evangelo. La chiesa, sin dagli inizi, ha assunto la forma di una religione per rispondere a logiche temporali, a bisogni umanissimi, ma si è così allontanata dall'evangelo. Ciò che fa problema è la stessa chiesa, nonostante i tentativi che ci sono sempre stati, come quelli di Francesco d'Assisi, di darle una forma evangelica. L'esigenza di pronunciare dei no in nome dell'evangelo rimane una necessità, come ci hanno mostrato i riformatori. Francesco, andando a Lund in Svezia in occasione delle celebrazioni per il quinto centenario della riforma, riconosce, con le sue dichiarazioni e con i suoi gesti, e con squisita sensibilità ecumenica, il carisma profetico dei riformatori.
La prospettiva ecumenica non è solo per addetti ai lavori ma riguarda la vita concreta delle comunità e delle singole persone. Dobbiamo essere consapevoli che il nostro modo di parlare e di vedere le cose è in partenza antiecumenico ed autereferenziale. Solo assieme all'altro, solo se si fa spazio allo sguardo dell'altro dentro di sé, e quindi solo se non ci si ritene autosufficienti, è possibile cogliere il nucleo fondamentale del messaggio cristiano.
Ad esempio sui sacramenti, al di là del numero (due per i protestanti e sette per i cattolici), è possibile trovare una convergenza di fondo. Se comprendiamo che c'è un sole (l'eucaristia che fa la chiesa) e un pianeta (il battesimo che introduce nella comunità cristiana) e cinque satelliti che girano attorno (confermazione, unzione, penitenza matrimonio, ordine) ci rendiamo conto che non esistono differenze insormontabili tra confessioni.
La nostra interpretazione del messaggio cristiano e quindi la nostra fede è intrisa inconsapevolmente di antigiudaismo grazie a premesse erronee. Il problema ecumenico riguarda alla radice le relazioni con il popolo ebraico. Abbiamo coltivato la teologia della sostituzione (la chiesa ha sostituito Israele), che ha rinchiuso il popolo di Israele in un passato superato. Siamo poco consapevoli che la fede di Gesù è una fede ebraica, che gran parte delle novità appartengono alla tradizione rabbinica, che la vera novità di Gesù non è quella di essere un nuovo Mosè, ma un nuovo Adamo, un uomo nuovo pieno di spirito di Dio, nella cui umanità abita la pienezza della divinità.
Non è vero che i giudei hanno rifiutato Gesù. Le comunità delle origini sono composte solo da giudei.
Il passaggio dall'evangelo del regno alla religione del cristianesimo avviene gradualmente, con il progressivo svuotamento delle novità portate da Gesù (si pensi al ruolo significativo delle donne nelle comunità delle origini) e con l'esigenza di presentare il cristianesimo come religione affidabile per l'impero. Con Costantino la religione cristiana diventa funzionale all'impero. I vescovi, prima perseguitati, sono ora osannati e convocati per i concili a salvaguardia dell'unità dei cristiani.
Ma l'unità dei cristiani non va intesa come uniformità. Noi oggi dovremmo imparare a guardare la storia delle divisioni cristiane non solo come storia di peccato, ma anche come storia di benedizione di un Dio che crea le differenze. L'unità perseguita dall'ecumenismo non è uniformante. È l'unità di una chiesa, secondo l'efficace immagine usata da Francesco, raffigurabile non come sfera ma come poliedro, nel quale tante facce diverse, che mantengono la propria diversità, formano una cosa sola.
La nascita della societas christiana, a seguito della svolta costantiniana, provoca la reazione di chi va nel deserto. Il monachesimo testimonia che l'evangelo è altro. Nella societas christiana c'è sovrapposizione tra società civile e comunità cristiana. I moderni processi di secolarizzazione non hanno spento la nostalgia per questa società con il suo corredo di privilegi, concordati ecc. Il vangelo gratuitamente ricevuto, a lungo scomparso, in parte riemerge con papa Francesco. A noi spetta il compito di maturare una fede adulta nell'evangelo di Gesù Cristo, oltre le secche della superstizione religiosa.

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