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I cristiani nella storia, dai Sinottici all'Apocalisse

sintesi della relazione di Rinaldo Fabris
Verbania Pallanza, 5-6 aprile 1986

L'argomento propone un confronto dei testi della prima comunità cristiana che riportano l'insegnamento e, prima ancora, l'attività, la morte e risurrezione di Gesù, per capire chi sono i credenti e qual è il loro modo di vivere in relazione reciproca, ma dentro la realtà mondana, storica.
L'attualità di questo argomento nonostante che agli inizi degli anni '80 si parli di riflusso, si avverte dalla discussione in atto nella chiesa e nella società italiana a proposito del ruolo dei cat­tolici e della presenza della chiesa nel paese.
Esporremo alcuni problemi e interrogativi e poi ci confronteremo con la parola-azione di Gesù che sarà normativa e fondante per i primi cristiani; poi esamineremo l'azione e l'insegnamento di Paolo ed infine vedremo il problema nei vari ambienti poiché i cristiani nella prima chiesa erano diversificati, già dopo 30-40 anni abbiamo diverse chiese impiantate in diversi ambienti culturali non solo sotto l'aspetto sociologico, ma soprattutto sotto il profilo linguistico, religioso e culturale. Pensiamo solo ai cristiani di ori­gine ebraica e ai cristiani di origine pagana, ai cristiani inseriti in piccole città della Palestina e a quelli nelle grandi metropoli della Grecia e dell'impero romano.
I problemi attuali: il dibattito che si è sviluppato a livello di polemica giornalistica, ma che ha anche una sua base, riguardo ai vertici dell'azione cattolica tocca proprio questo problema, come essere presenti nella società; la scelta religiosa fatta dalla Azione cattolica ha privilegiato la presenza organizzata dei cattoli­ci nella società senza appoggi e coperture ufficiali da parte della chiesa gerarchica. L'altra linea è quella di un presenzialismo cat­tolico contrapposto ad altre organizzazioni sociali e culturali, in forma massiccia. Questi due volti della chiesa italiana hanno provo­cato lo scontro a livello di vertice con la divisione della presi­denza dei giovani.
Vi è poi la polemica suscitata dalla presa di posizione profetica dei cristiani, preti, religiosi ma anche laici del Triveneto a proposito della pace e del disarmo, con proposte concrete che metto­no in discussione l'attuale assetto del mondo italiano nel contesto occidentale. Questi aspetti appena accennati sono ineludibili dalla fede dei cristiani come singoli e come chiese.
Procediamo dunque ad un confronto per capire quale è stata l'esperienza della prima chiesa a partire da Gesù, come i cristiani han­no tentato di definire la propria identità, chi sono, qual è stato l'orizzonte del loro agire. Non possiamo cercare nei testi evangeli­ci, nelle lettere di Paolo e negli scritti apostolici soluzioni o ricette per il nostro modo di essere presenti, ma possiamo chiede­re ai testi evangelici la direzione, l'orizzonte ed anche le moti­vazioni religiose profonde.

L'azione di Gesù nella storia: Dio e Cesare

L'azione e la parola di Gesù, il ruolo di Gesù in rapporto alla storia, sintetizzato con un binomio diventato celebre: Dio e Cesare. Ma per capire il rapporto Dio-Cesare, bisogna inserire l'ele­mento Mammona, Mammona non inteso come il denaro indispensabile per l'attività economica e le operazioni finanziarie, ma il denaro come simbolo di potere e con quel fascino di assolutezza che ha il potere.
Per capire l'azione di Gesù nella storia, alla quale si rifanno i cristiani, bisogna tener conto di due dati indiscutibili, innanzitutto l'an­nuncio del regno di Dio e poi la sua morte in croce: sono l'ini­zio e la fine. Storicamente si può riconoscere che Gesù ha intrapreso la sua attività pubblica lasciando l'attività di falegname e ha esor­dito con questo annuncio programmatico: il regno di Dio si è fatto vicino, convertitevi e credete. La edizione di Matteo dice: Gesù anda­va per città e villaggi o nelle sinagoghe annunciando l'Evangelo del regno. Qualcosa di simile si trova in Luca; è concorde nella sintesi offerta dai tre sinottici questa attività evangelizzante di Gesù, la buona notizia incentrata nel simbolo del regno di Dio.
Il regno di Dio è un simbolo ripreso dalla tradizione biblica che parte dall'eso­do, passa attraverso i profeti e si trova espressa nella liturgia del tempio; i salmi di Dio-re; si parla di regalità di Dio a proposito della creazione, della liberazione degli ebrei dall'Egitto e poi dal­l'esilio e infine di regalità finale quando Dio farà il giudizio e manifesterà la sua giustizia; questi sono i tre aspetti della regali­tà. Quando si usa il termine "Dio è re", oppure "Dio regna", si pen­sa a questi tre momenti, l'inizio, la fine - creazione e giudizio - ­e gli interventi storici che manifestano la regalità di Dio. Quando Gesù dice che il regno di Dio è qui, che si è fatto vicino, rivendica la pretesa di rendere presente questa azione di Dio a favore dei poveri, dei peccatori, anche se lascia aperto l'orizzonte futuro finale. L'altro aspetto, la conclusione tragica, è collegato con questo annun­cio iniziale. Gesù è stato giustiziato con l'intervento dell'autorità di occupazione - esecuzione militare quindi con questo titolo o causa: re dei giudei; la regalità di Dio nel contesto palestinese di paese occupato, richiamava le istanze, i desideri, le aspirazioni di auto­nomia, politica, religiosa il cui ideale è la monarchia davidica; quando si dice messia, re, si pensa alla figura del re ideale, Davide; Gesù è condannato come re dei giudei.
Per comprendere la figura di Gesù riguardo la storia teniamo conto di questa lunga tradizione di almeno dieci secoli per quanto riguarda i testi scritti, erede della tradizione storica-religiosa ebraica, per cui religione e nazione, fede e regno, altare e trono, formano tutt'uno; non dimentichiamo questa dimensione che per noi è diventata desueta o comunque non più così coordinabile strettamente da Galileo in poi; con l'epoca moderna, illuminismo, positivismo, è intervenuta la separazione, per noi da una parte è Dio, la religione, la chiesa, l'anima, lo spirito, dall'altra è lo stato, la finanza, le istituzioni, la sanità, la scuo­la ecc; per il mondo antico, fino a Galileo - che ha introdotto questa distinzione nel confronto con il commissario del sant'Uffizio - la se­parazione non vale, il messianismo politico è nello stesso tempo ri­forma religiosa, è aspirazione spirituale; quando si parla di regno si pensa a questa libertà religiosa e politica nello stesso tempo. Poi c'è lo sviluppo della storia cristiana che si richiamerà a Gesù. L'azione dei cristiani nella storia è improntata a Paolo che ha in­trodotto categorie nuove derivanti dal giudaismo ellenistico, non palestinese, però Gesù resterà il punto di riferimento fondamentale.
Partiamo dal primo punto, l'annuncio profetico del regno di Dio ai poveri e l'annuncio della grazia-perdono ai peccatori. Questo appare dalle piccole frasi con le quali Matteo e Luca hanno riassun­to il programma di Gesù, l'annuncio gioioso all'inizio della sua at­tività pubblica; al cap. V di Matteo e cap. VI di Luca troviamo le beatitudini fondamentali che sono le basi degli altri sviluppi: bea­ti i poveri di spirito in Matteo e poi beati gli afflitti, gli affa­mati, i perseguitati; queste quattro beatitudini si trovano anche in Luca. Il motivo per cui sono dichiarati fortunati e felici i poveri è perché Dio si rivela re, perché ad essi appartiene il regno dei cieli. Noi ritroviamo, in questo annuncio, che Dio si è fatto vicino ad essi come re giusto che comunica i beni fondamentali. La novità dell'azione, parola di Gesù rispetto al suo ambiente, sta proprio in questo fatto, nel fare i poveri destinatari del regno e nel legare il regno alla sua persona, alla sua attività. L'ambiente nel quale Gesù opera è quel­lo riformatore di Giovanni il Battista, una grande figura menzionata anche da Giuseppe Flavio, un martire ucciso. Gesù si distacca da Gio­vanni il battezzatore che proponeva il bagno come impegno, non solo purificatore, ma impegno alla conversione, lascia perdere i riti e i bagni e propone invece questo annuncio gioioso, senza bisogno di pratiche purificatorie. Gesù si distacca anche dai movimenti laici riformatori come sono per es. i farisei i quali propongono di appli­care ai laici lo statuto dei sacerdoti del tempio, con i bagni ritua­li. Vi è un terzo gruppo in quel tempo, quello dei dissidenti che vi­vono separati dalla società sia religiosa che politica, in una specie di monastero costruito sulle rive del mar Morto. Vi è un altro gruppo di impegnati militanti, gli zeloti; che ha organizzato un movimento militare an­tiromano, sono gli autori di una rivolta che impegnerà le legioni romane per quattro anni. Anche i monaci organizzarono un gruppo di resistenza armata e furono distrutti dai romani. L'ultimo gruppo so­no i fautori delle istituzioni, i sadducei di indirizzo sacerdotale e laico, grandi famiglie dotate di proprietà terriere in Transgior­dania che controllano a Gerusalemme il commercio e il turismo reli­gioso e i sacerdoti, il grande clero di Gerusalemme che si spartisce gli uffici del tempio, la prefettura, la polizia, la finanza, ecc. I sadducei sono in buoni rapporti con il potere di occupazione romano, alcuni sostengono la dinastia locale erodiana, altri sono legati più alla tradizione religiosa della Bibbia scritta, sono il gruppo dei conservatori, dei benestanti legati ai simboli. I "beati i poveri" di Gesù è qualcosa che non si colloca in nessuno di questi cinque gruppi indicati, né Giovanni Battista, né i farisei, laici impegnati, né i dissidenti, né i militanti zeloti, né i rappresentanti delle istituzioni: "beati i poveri" è qualcosa di originale nel senso del regno dato gratuitamente; né la separazione, né le istituzioni sono lo strumento per accedere al regno, il regno è regalato. Gesù lo annuncia guarendo i malati, andando a mangiare con i peccatori, ac­cogliendo le donne al suo seguito senza discriminazioni come faceva­no i rabbi, fermandosi ad accarezzare i bambini, indicando negli stranieri i candidati della salvezza e dell'azione che mette in pra­tica la volontà di Dio - pensiamo al samaritano; dunque sono gesti, azioni che non solo rendono presente, ma comunicano effettivamente il regno nel senso della giustizia, della grazia; il perdono, la libertà, questo è il regno, quando Dio si rivela come re libera gli oppressi, fa tornare in patria i deportati, guarisce i malati. Accanto a questi gesti, potete distinguere due atti,guarigioni e incontri, solidarietà, accoglienza, ecc. L'insegnamento di Gesù non è quello di un professo­re, Gesù non è un accademico, è un falegname, Gesù non ha fatto nes­sun corso regolare, non è abituato alle tecniche didattiche dei maestri, le ha assorbite spontaneamente leggendo e ascoltando la Bibbia e inserendosi nella tradizione culturale a livello popolare; dunque le sue parole non sono altro che i fatti interpretati in mo­do che diventino rivelazioni del disegno e della volontà di Dio e le piccole sentenze riprese dalla vita, - simboli, immagini, figure ­oppure i racconti che egli inventa per coinvolgere in un dibattito i suoi interlocutori.
Le parabole sono strumenti per comunicare, non per nascondere. Coi discepoli non ha bisogno di parole perché per lo­ro è chiaro, ma quelli di fuori hanno difficoltà a capire la novità del suo agire che non si colloca né nel gruppo dei dissidenti né dei conservatori o restauratori: le parabole servono come tramite, così la parabola del padre che ha due figli aiuta a capire la nuova imma­gine del volto di Dio, del viticoltore che chiama a diverse ore gli operai e fino ad un'ora prima e paga tutti allo stesso modo, rivela che cos'è il regno, il regno è grazia, è perdono anche là dove non c'è merito, anche quando il figlio torna a casa dopo aver gettato il discredito su tutta la famiglia, come dirà il fratello maggiore onesto e lavoratore che non ha mai trasgredito un comando "questo tuo figlio che ha sperperato tutto vivendo da dissoluto": l'immagine di Dio che Gesù propone crea difficoltà negli ambienti religiosi an­che a livello di persone ben intenzionate. Gesù racconta questa sto­ria per aiutarli ad entrare nella nuova prospettiva: il regno di Dio dato ai poveri e comunicato ai peccatori come grazia e perdono.
Seconda linea di ricerca: i gesti e le parole di Gesù con un si­gnificato politico. Dopo gli eventi della fine anni '60 metà '70 la parola politica è diventata nel contesto italiano una parola che si pronuncia con disagio perché richiama un concetto di parte, par­titico, invece dobbiamo riscoprirvi la dimensione pubblica, storica che riguarda la concezione e la gestione del potere che è delegato e qui si gioca il destino, non solo dei singoli, ma delle comunità. Prendiamo un episodio che ha chiaramente una valenza politica ed è riportato sei volte nei vangeli, è un episodio centrale e non ci si può confrontare con la parola e l'azione di Gesù riguardo alla storia senza tener conto di questo fatto: il prodigio o miracolo del pane distribuito al popolo, nel deserto, e si parla di un assembramento vistoso, di 4 o 5 mila uomini, senza contare le donne e i bambini, assembramento di carattere religioso ma con una dimensione messiani­ca, e il messianismo nell'ambiente di Gesù richiama l'autonomia re­ligiosa e politica. Conosciamo l'edizione che ci dà Marco, però la finale ci lascia un po' sorpresi; Gesù prende l'iniziativa di far distribuire i pani che sono stati raccolti, li fa bastare per tutti, a gruppi come era organizzato il popolo nel deserto e come erano or­ganizzate le comunità di Qunram; dopo la distribuzione abbiamo una notizia strana di Marco: ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull'altra riva verso Dalmanutà (Mc. 8, 1-10) men­tre egli avrebbe licenziato la folla. Dopo essersi lasciato commuovere, dopo aver insegnato, guarito, dato il pane, mangiato insieme in questo clima di gioiosa spartizione dei beni, Gesù all'improvvi­so ordina ai discepoli di lasciare la gente, si incarica di intrattenerli e poi sale da solo sulla montagna a pregare.
Poi avremo l'incontro nella notte con i discepoli e Marco conclude, di fronte allo sconcerto dei discepoli che hanno paura di vedere un fantasma, "non avevano capito il fatto dei pani essendo il loro cuore indurito". Che cosa devono capire? Hanno mangiato, hanno fat­to festa, che cosa è successo nel finale così improvviso? Nessuno dei sinottici ci dice chiaramente: hanno registrato questa frattura, c'è stato un fraintendimento. Giovanni, il più spirituale dei Vangeli, ma anche il più accurato nel registrare le dimensioni storiche dirà che, visto quel segno la gente cominciò a dire: questo è il profeta che deve venire e Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re - re nel contesto palestinese, Messia e rappresentante del popolo in termini politici, re in Palestina è solo l'imperatore o quelli che lo rappresentano, re in Palestina da parte di un ebreo è un atto di aperta ribellione antiromana - si ritirò di nuovo sulla montagna tutto solo. E' un gesto messianico; la gente vede nel pane distribuito quello che aveva fatto Mosè, quello che si attendeva per il tempo in cui sarebbe venuto il Messia, era il segnale della rivolta, della liberazione che però nel contesto di una Palestina occupata era lotta antiromana. Accanto a questo episodio ne abbia­mo un altro, anche questo preparato da Gesù e da lui previsto, e avviene alle porte di Gerusalemme, nell'ingresso che precede, nella edizione attuale dei sinottici, la sua cattura notturna, il proces­so sommario e la condanna. L'ingresso messianico nella capitale è riferito da tutti i Vangeli. Gesù entra in Gerusalemme, ed è lui che invita i discepoli a predisporre la forma, a dorso di un asino così come entravano nella città i re dopo la consacrazione alla fonte di Gerusalemme, il Ghion; così salirà Salomone figlio di Davide accolto dal popolo con il saluto "evviva il re". Abbiamo i gesti del­la proclamazione messianica: stendono i mantelli come quando si pro­clamava il re e gridano "Jheu è re" questo è un gesto caratteristico, non ha nulla di religioso in quel mondo dove religione e politica sono tutt'uno. Gesù viene accolto come il re che entra nella sua cit­tà, come il liberatore ai tempi dei Maccabei liberati dagli ellenisti, con i rami di palme, con i mantelli stesi sulle strade; si grida "osanna", una acclamazione del salmo 118 riguardante il Messia "bene­detto colui che viene nel nome del Signore". Queste cose sono state scritte verso gli anni 75-80 in greco, quando il cristianesimo era presente nell'impero e si sapeva come Gesù era stato giustiziato per l'intervento dell'autorità romana.
Questo gesto non provoca un'imme­diata reazione dell'autorità di occupazione, - il sospetto e la pau­ra delle autorità del tempio -, Matteo dirà "senti cosa dicono a proposito dell'acclamazione" e anche Luca riporta questa parola di Gesù "se voi li fate tacere parleranno le pietre". Gesù viene ricono­sciuto a livello popolare come il re, il liberatore, colui che inau­gura il regno di Dio.
A questo punto possiamo comprendere la parola di Gesù riguardo al rapporto tra Dio e il potere politico, sullo sfondo delle cose dette, l'annuncio del regno, il gesto del pane, questa presa di posizione di Gesù che delude le attese da lui suscitate, l'ingresso in Gerusa­lemme da lui programmato: nella settimana che precede l'arresto vi è una serie di dibattiti riguardanti l'autorità di Gesù, il suo mo­do di intendere la volontà di Dio, un insegnamento riportato da tutti i sinottici; in Giovanni questo in parte verrà spostato nel dibat­tito o processo romano.
Nel cap. XII di Marco, versi 13-17 e in parallelo in Luca e Matteo, alcuni farisei ed erodiani per coglier­lo in fallo nel discorso gli mandarono alcuni discepoli che riconosco­no la libertà e autonomia di Gesù e formularono la domanda: "E' leci­to o no dare il tributo a Cesare?" Gesù si fa portare la moneta con cui si paga la tassa "pro capite" che ogni ebreo adulto è tenuto a pagare come segno di riconoscimento del potere di occupazione: il denaro d'argento porta l'immagine dell'imperatore, in questo caso di Tiberio e "pontifex maximus" sul retro. La risposta celebre del finale è "rendete a Cesare ciò che è di Cesare" e qui Gesù non si distingue dagli erodiani, dai farisei, dai sadducei mentre gli ze­loti non sono d'accordo in quanto erano nati proprio contestando il tributo nel 6 a.C. Normalmente nelle sentenze di Gesù è la finale il punto vertice, per capire l'intenzione di una parola, dobbiamo vedere il momento finale, quindi "rendete a Cesare" solo previo a quest'ultima dichiarazione "e a Dio quello che è di Dio". Non sono due sfere, laica e religiosa, lo stato e la chiesa, per Gesù c'è un ambito solo, quello di Dio. Per capire questa sentenza dobbiamo andare a leggere un testo riportato da Matteo e da Luca a proposi­to dell'uso dei beni materiali che è il problema della presenza dei cristiani nella realtà mondana, il testo di Matteo al cap. VI, verso 24, come introduzione allo stile di vita dei discepoli che non devo­no preoccuparsi di cosa mangiare, bere, vestirsi perché Dio che ha dato vita e corpo, darà anche quello che è secondario: "Cercate il regno e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in soprappiù, gratuitamente". Ma prima propone una frase programmatica, questo stile di libertà "nessuno può servire a due padroni, o amerà l'uno e odierà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro" (da notare il linguaggio affettivo) "non potrete servire Dio e Mam­mona". Qui non ci sono due sfere, è la stessa maniera di esprimersi, c'è l'alternativa radicale; "rendi a Cesare quello che è di Cesare" è un problema amministrativo, chi conia la moneta ha diritto di esse­re retribuito per l'amministrazione, questo è un problema che non in­teressa l'annuncio del regno "rendete a Dio quello che è di Dio", Ge­sù in questo modo toglie la maschera della divinità a Cesare,l'is­crizione infatti diceva: "Tiberius Caesar, divi Augusti filius"; Cesare non è Dio, è semplicemente un amministratore delle cose che ha prodotto e controlla, ma non si può confondere con Dio. Per gli zeloti Dio era l'unico Cesare e in nome di questo Dio impugnavano le armi contro i romani, mentre gli occupanti romani identificavano Cesare con Dio e gli riconoscevano il diritto di occupazione e di imporre la pax con la forza delle spade.
Veniamo all'ultimo fatto che ci aiuta a capire la posizione dei Gesù: il processo, la morte. Qui utilizziamo il quarto Vangelo che fa una lettura spirituale ma sulla base di elementi storicamente più attendibili rispetto ai tre sinottici. Luca tenterà di togliere l'aspetto di colpa politica: è una lettura apologetica non ostante abbia menzionato all'inizio del processo l'accusa che presentava Ge­sù come un sovversivo. Nel processo romano davanti a Pilato, rappre­sentante dell'impero, verrà ripresa questa accusa e nel dialogo ri­costruito da Giovanni nel cap. 18 e 19 abbiamo la sintesi del pro­blema. L'iscrizione è ecumenica, fatta in tre lingue "Gesù re dei giudei"; il motivo dunque è che ha preteso di avere una autorità politica appellandosi al suo ruolo di Messia. Giovanni riporta due dialoghi, il primo riguardante il regno di Gesù e il regno romano, il secondo riguarda il potere. Qui è definita la posizione dei cristiani che non possono non richiamarsi all'agire di Gesù, alle sue scelte, il modo come ha giudicato il potere politico, ma soprat­tutto come ha affrontato il problema della sua morte; accusato di essere un sovversivo pericoloso che attentava al potere di occupa­zione romana. Siamo nel palazzo con gli accusatori che hanno conse­gnato Gesù a Pilato dicendo: è un criminale che deve essere condan­nato. Incomincia la domanda di rito: "Tu sei il re dei giudei?" Gesù risponde: "Il mio regno non è di questo mondo; se fosse di questo mondo i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei, ma il mio regno non è di quaggiù". Qui è chiara la posizione religiosa di Gesù formulata col linguaggio di Giovanni, il regno di Dio che Gesù rende presente, comunica coi suoi gesti e le sue parole, con la sua persona non è concorrente o alternativo al regno politico, obbedisce a un'altra logica. Il regno politico di Cesare può contare sulle legioni, il regno di Dio non si avvale della forza, Gesù rinuncia alla difesa armata e dunque non ha una dimensione direttamente politica, perché lo stato è definito in base al diritto di usare la forza sul territorio. "Dunque sei re?" E' la domanda e l'autoproclamazione "io sono re, per questo sono nato e per questo sono venuto al mondo, per rendere testimonianza alla verità"; gli aderenti al regno di Gesù sono coloro che lo ac­colgono come figlio e inviato; la verità, che nel senso giovanneo è la fedeltà dell'amore, non è una teoria, è l'amore che manifesta la fedeltà di Dio.
Seconda domanda, dibattito con la piazza, la pre­sentazione, la richiesta della piazza del "crocifiggilo" - "ma che male ha fatto" - "secondo la nostra legge deve morire perché si è fatto figlio di Dio". Entrò di nuovo nel pretorio e disse: "di dove sei?" - altra domanda di rito - ma Gesù non gli diede alcuna risposta e Pilato: "non mi parli, non sai che ho il potere di metterti in li­bertà, o in croce?", anche questa è definizione precisa del potere politico,cioè il potere di vita o di morte. Vedremo che Gesù ha le sue riserve sul modo di concepire il potere in questa maniera e pro­porrà rapporti nuovi tra i credenti. La risposta di Gesù è: "non avresti nessun potere se non ti fosse stato dato dall'alto". Gesù rivendica attraverso questo riferimento a Dio la propria autonomia. Lui va a morire per crocifissione non perché così ha deciso Pilato, ma perché Gesù, obbediente al Padre, affronta la morte; Pilato è solo il potere politico di turno che in Palestina ha diritto di vita o di morte, ma la vicenda di Gesù non è decisa dal potere politico-storico, ma dalla sua fedeltà: "io ho il potere di consegnare la mia vita e di riprenderla".
Possiamo trarre una serie di conclusioni da questo primo confronto con il centro dell'esperienza cristiana alla quale si rifanno Paolo e le prime comunità, la figura, l'immagine di Gesù che rimanda a quella di Dio. Il Vangelo non offre un sistema politico religioso e neppure una linea di azione politica-religiosa, invece ci offre una valutazione religiosa in senso tecnico di questo termine, cioè come giudicare le attività, l'organizzazione della vita pubblica e anche dell'uso del potere. I criteri sono quelli che ci offre Gesù.
primo criterio: la priorità e l'unicità di Dio Signore, Dio come Creatore,
Signore della storia e colui che fonda la libertà dell'essere umano, di ogni essere umano. Questo è già presente nella tradizione biblica, ma appare in maniera chiara, senza compromissioni nel modo di parla­re, di agire di questo falegname che non ha nessuna investitura, né sociale, né politica, né religiosa: Gesù non è un prete, non è un colto, non è un militante, è un laico, che rivendica questa autori­tà spirituale, rimandando a Dio e in nome di Dio fonda la libertà, dignità di ogni essere umano.
Secondo, la priorità e unicità di Dio Signore, un Dio che è per i poveri, si rivela come re e Signo­re, ma sulla croce. Questa è l'immagine capovolta di Dio, dunque è l'antipotere. La definizione del potere è: uso delle armi e diritto di decidere della vita e della morte, libertà o detenzione delle per­sone; questa è una definizione non sociologica, ma molto chiara e semplice. L'immagine di Dio che offre Gesù è l'antipotere, non il potere che uccide, ma che, per rendere liberi, muore. Dio si rivela re e Signore, re dei giudei; il regno per il quale è stato inviato ed è venuto, appare sulla croce. E qui avete anche il nuovo volto dell'uomo, la dignità e la libertà dell'uomo appare congiunta in questo nuovo volto di Dio, il Dio Signore e il Dio Creatore, attra­verso il volto del crocifisso.
Il cristianesimo, con le sue radici biblico ebraiche, con i due articoli di fede, Dio creatore e Dio incarnato - e non nella forme che molte religioni conoscono, della manifestazione negli aspetti più alti dell'umanità, ma nella forma degradante della croce -, dà l'immagine di Dio saldamente agganciata nella storia e nelle contrad­dizioni della storia, per cui i cristiani non possono non fare i con­ti con l'impasto delle esperienze umane fatte anche di materia, di rapporti fisici, di organizzazione, istituzioni fino alla forma del­la organizzazione pubblica.
Vedremo come nella storia di questi venti secoli, tale elemento si è dimostrato caratterizzante in quel processo dinamico egemone della cultura occidentale. Non ci sarebbe la civiltà occidentale, nordatlantica senza questo impulso ebraico-cristiano, dove alla base c'è la creazione quindi non il mito, l'ido­lo da venerare, ma la storia consegnata all'umanità e poi la immer­sione di Dio e dunque l'impegno dei cristiani dentro la storia, con tutte le sue ambivalenze.

Paolo: follia e impotenza della croce

Un elemento importante per capire questa storia, i rapporti
chiesa e stato, cristiani e società è un testo fondamentale di Paolo, il testo dei Romani. Paolo di Tarso è un cristiano della prima ge­nerazione, non discepolo storico di Gesù, aggregato al movimento in una seconda fase, con una esperienza personale di incontro con il Risorto. La Risurrezione di Gesù Crocifisso è per Paolo la svolta critica della storia biblica, dalla creazione, esodo, nuovo esodo fino al giudizio. Al posto del regno, il Signore risorto, ma il crocifisso, cioè colui che è stato ucciso, quindi non il Messia vin­cente nel senso militare, politico ma un Messia riabilitato da Dio come un giusto, quindi garanzia che i giusti hanno ragione, ma per intervento di Dio, non perché fanno valere le ragioni di giustizia con la forza o con la convinzione; l'immagine di Paolo è: non la sa­pienza, non la potenza, ma la follia e l'impotenza, questo appare nella croce. Nel famoso testo di I Corinzi, Paolo dice che contro quelli che cercano Dio potente, Dio miracolo, un Dio cultura, sapiente, noi annunciamo: il Messia è questi crocifisso, la sapienza appare sulla croce, cioè il senso ultimo delle cose e la forza che muove la storia è l'amore di Dio come si è manifestato in Gesù crocifisso.
In base a questa visione Paolo potrà dire: con la risurrezione è intervenuta l'ultima fase della storia, della manifestazione di Dio, non c'è nulla da attendere più, è compiuto quello che era l'at­tesa, la speranza del tempo biblico. Perciò scrive ai corinzi: il tempo ormai si è fatto breve, passa la scena di questo mondo, può essere smontato il palco, le strutture possono essere tolte perché l'evento decisivo lo abbiamo alle nostre spalle, si tratta di vive­re come se fossimo pienamente liberi, quelli che piangono come se non piangessero, quelli che godono come se non godessero, quelli che comprano come se non possedessero e quelli che usano del mondo - e qui il potere - come se non ne usassero appieno. Vi è libertà di sposarsi, di vivere la disgrazia e la fortuna, l'economia e la po­litica senza essere condizionati; queste realtà non sono definitive perché l'orizzonte definitivo è quello inaugurato dà Gesù con la vittoria sulla morte. Se la morte fosse l'ultima frontiera, allora sì, sposarsi per mettere al mondo figli e superare il dramma della morte, oppure aggrapparsi al colpo di fortuna e occupare la terra, o controllare il potere sarebbero l'unica uscita di sicurezza offer­ta all'uomo avviato verso la morte senza possibilità di superarla, ma con la risurrezione abbiamo un'altra prospettiva. Questa è la visione di Paolo: la risurrezione che prende il posto del regno, ma già inaugurato dall'evento di Gesù.
Il secondo aspetto: la salvezza in termini di liberazione, di realizzazione, di felicità piena, non più minacciata dalla morte, dal limite, o dal male-malvagità, o dall'egoismo ribelle, la salvez­za è fondata sulla morte e risurrezione di Gesù, dono dello Spirito; attende il suo compimento, ma è già inaugurata oggi attraverso la fede, il battesimo, l'esperienza ecclesiale, abbiamo le primizie della redenzione definitiva mediante il dono dello Spirito. Questo scrive Paolo nel cap. 8 ai Romani, addirittura una redenzione che trascina con sé anche il mondo fisico che attualmente vive il de­grado e la corruzione a causa della sua solidarietà nella storia di peccato, che è iniziato con il simbolo della storia adamitica e continua, ma il mondo, proprio per questa sua solidarietà con la storia umana è chiamato a partecipare alla libertà dei figli di Dio, sarà coinvolto in questa trasfigurazione. I due principi che guidano la visione di Paolo sono: l'esperienza di risurrezione che cambia la sua vita di ebreo in cristiano, e il rapporto dialettico tra la salvezza anticipata come dono, promessa nella esperienza storica attuale e attesa del suo compimento. Tutta l'attività di Paolo si comprende tenendo conto di questo dinamismo, da qui il suo impegno missionario, la sua preoccupazione di proclamare l'evangelo nella serena attesa del compimento finale. La storia ha la sua impor­tanza perché la salvezza di Dio si è manifestata nella storia e quin­di quando si parla di redenzione del mondo, è di tutto quanto sostie­ne la esperienza umana.

Romani13,1-7: i cristiani e il potere

Prendiamo come saggio per la nostra lettura di Paolo il cap. XIII ai Romani dal verso 1 al 7, è il famoso testo del rapporto tra i cristiani, come credenti, e il potere. Prima della esegesi, vediamo come questo testo è stato interpretato lungo i seco­li, fino alla lettura attuale. Distinguiamo quattro periodi: nel I e II secolo il testo di Romani è stato usato in maniera positiva, il testo che parla della sottomissione all'autorità, fonda la collaborazione dei cristiani nelle strutture politiche imperiali. Dopo la dihiarazione iniziale "non c'è autorità se non da Dio", Paolo conti­nua "chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio ..." "bisogna stare sottomessi anche per ragioni di coscienza". Conclude "dovete pagare i tributi perché coloro che sono addetti a questo compito sono funzionari di Dio..." Nei primi due secoli quindi, piena collaborazione dei cristiani con le autorità costitui­te, si devono compierei doveri civici che nel mondo antico erano pagare le tasse.
Nel III secolo abbiamo un uso polemico negativo sullo stile dell'Apocalisse: lo stato viene contestato nella situa­zione dei cristiani sottoposti a repressione poliziesca con inter­venti di persecuzione fino all'uccisione. Dal IV secolo al V vi è la così detta chiesa imperiale, chiesa che diventa il supporto e, con Teodosio, religione di stato; vi è una concezione teocratica, potere in nome di Dio, combinazione tra potere religioso e potere politico. Questa tradizione, soprattutto nel IV e V secolo, fonderà le argomentazioni sulla legittima difesa e guerra giusta. Agostino si servirà di questo testo per giustificare l'uso della forza da parte dello stato. Il Medio evo, rifacendosi ad Agostino, utilizza il testo di Romani dentro una concezione giuridica dove il potere è immaginato gerarchicamente: potere di Cristo, potere della Chiesa, del papa e del potere imperiale.
L'epoca moderna, con Lutero, e poi con l'evoluzione liberale laicista, secolarizzante, porta una distinzione tra i due regimi, sfera politica e sfera religiosa, però ancora secondo visioni ideologiche.
Le posizioni attuali dipendono dalla sociologia, dalla cultura dominante. Una prima interpretazione è quella di Carl Barth e in parte di Cullmann, è la visione teolo­gica e cristologica, cioé il testo ai Romani viene inserito nella grande visione che ha Paolo del Cristo che redime l'uomo attraverso l'impotenza della croce e quindi non ci si può servire di Romani per giustificare una struttura politica perché la struttura politica, nel caso di Paolo, ha la stessa funzione della legge: qualcosa di provvi­sorio, messo da parte come via salvifica dal giorno in cui Dio si è rivelato sulla croce, e Gesù è stato condannato addirittura dai rap­presentanti del potere. Una seconda interpretazione colloca il testo di Romani nella visione della creazione; lo stato rientra nell'or­dine voluto da Dio che ha creato il mondo, la società e quindi anche le strutture politiche, e perciò non negazione, ma un riconoscere l'origine divina di tutte le strutture, anche lo stato. E' una spe­cie di metafisica dello stato che risale all'iniziativa di Dio. La terza interpretazione è la visione escatologica: i cristiani nella storia vivono nell'emergenza, sono in una specie di sala d'attesa dove non val la pena costruire strutture stabili, definitive, la situazione è precaria perché passa la scena di questo mondo, il tempo si è fatto breve.
La lettura che noi proponiamo è quella che tiene conto del con­testo letterario, storico e poi del confronto con le altre posizio­ni del Nuovo Testamento. Non ci troviamo davanti a un testo giuridico, né politico o filosofico, ma un brano di esortazione pratica, difat­ti si trova nel terzultimo capitolo, dopo il XII, dove comincia la parte esortativa: vi esorto dunque fratelli, per la misericordia di Dio ad offrire i vostri corpi - esistenza storica - come sacrificio vivente - il culto -, che è gradito a Dio; questo sacrificio spiri­tuale non è altro che la conformità alla volontà di Dio che si attua nella carità. Questa è la introduzione alla parte esortativa, cap. XII, versi 1-2; dopo questo appello introduttivo che dà il tono, chiave di lettura del tutto, avete una prima serie di esortazioni per la vita nella comunità cristiana, esercitare i doni spirituali tenendo conto della misura della propria fede, non per fare bella figura, non per strafare, ma per attuare il proprio servizio come membra vive del corpo di Cristo. Al centro di tutto è l'agape; la carità sia senza ipocrisie, senza finzioni. La carità si deve vive­re nei rapporti solidali, sinceri, di affetto, di stima; poi l'oriz­zonte si allarga e si passa ad esaminare i rapporti con l'ambiente esterno.
La svolta è al verso 17, cap. 12: "Non rendete a nessuno male per male", superamento della legge della rappresaglia, sullo sfondo avvertite la tradizione evangelica "non resistete al malva­gio", "cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini". Notate che non siamo più nell'ambito della comunità ma nel mondo pubblico - "se possibile, per quanto dipende da voi vivete in pace con tutti", o, nel caso di ingiustizia subita, di violenza, di tor­to, non fatevi giustizia da voi stessi, "ma lasciate fare all'ira di Dio". L'ira di Dio nel linguaggio biblico è il giudizio di Dio nei confronti del male, è la reazione di Dio di fronte al male imperante magari nascosto e occulto; Dio lo smaschera e lo sradica. Dio di fron­te al male prepotente e arrogante interviene per difendere il picco­lo gruppo oppresso e minacciato come uno sposo o un padre. E' una dimensione affettiva ed emotiva di Dio di fronte al male, al pecca­to. L'Apocalisse è piena di questo linguaggio simbolico per indica­re l'opposizione netta tra Dio e il male. Dio non chiude un occhio, non è permissivo di fronte al male. Il male in sé è intollerabile per Dio (anche se per i peccatori c'è la misericordia). Poi il testo continua e dice "a me la vendetta, sarò io che ricambierò", dice il Signore. Cosa fanno invece i cristiani di fronte a una situazione di ingiustizia o di oppressione? "Se il tuo nemico ha fame dagli da mangiare, se ha sete dagli da bere, facendo questo infatti ammasse­rai carboni ardenti sul suo capo" (Proverbi 25; 21-22). Rara espres­sione di amore attivo nei confronti del prossimo, non solo uno sta­to d'animo ma gesti che sconvolgono (è paragonabile a quel gesto col quale si costringeva a parlare una persona mettendole carboni arden­ti sul capo). Dunque fare del bene di fronte al male è l'unica manie­ra per rispondere. Non lasciarti vincere dal male ma vinci con il be­ne il male. Dopo questa premessa che in genere viene saltata compro­mettendo l'interpretazione, c'è l'intermezzo: i cristiani, in rappor­to agli altri uomini cercano la pace, anche in situazioni di ingiusti­zia subita, di violenza, di aggressività non ricorrono alla rappre­saglia, privata o di gruppo, ma si affidano a Dio, e cercano di disin­nescare il meccanismo di ingiustizia, di violenza con un processo completamente opposto che è il bene fatto effettivamente al nemico. Questa è la linea di Paolo, che è quella evangelica, e che trovere­mo lungo tutto il percorso cristiano. Segue poi il testo: ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite. Se voi tenete conto di questo discorso comprendete che il brano sul rapporto cristiano e stato, cristiano e vita pubblica è da collocarsi in questa linea del culto che è l'amore anche nella vita pubblica e politica. Paolo conclude dopo aver detto "rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto, le tasse, il tributo o l'onore", "dovete saldare tutti i debiti".
Ma qual è il debito fondamentale che si deve saldare verso tutte le
persone, rapporti singoli e privati, se non quello di un amore vicendevole? Riconoscendo il ruolo comunitario dell'autorità, voi esercitate l'agape e perciò l'amore è la sintesi della volontà di Dio e chi attua l'amore ha portato a compimento anche la legge. Qualsiasi comandamento si riassume nelle parole "amerai il prossi­mo tuo come te stesso". E' vero che la legge è superata per Paolo, ma non nel senso dell'anarchia; la legge, storicamente manifestata è oggi attuata e condensata nell'amore del prossimo.
Fatta questa collocazione del contesto,vediamo come è organizzato e che cosa pro­pone il testo di Romani 13,1-7.
L'escatologia di Paolo non cancella la storia, ma dà un impul­so nuovo per vivere con coerenza dentro la storia. Il testo è diviso in tre parti, c'è un imperativo, si comincia non definendo lo stato, ma con un'esortazione; Paolo non dà definizioni di stato, non è un dogma questo, è un invito pratico a come si vive la vita di fede si­glata dal battesimo e nella quale abbiamo colto la manifestazione dell'amore di Dio: ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite, e solo a questo punto ha una parentesi, indicando l'origine, "poiché non c'è autorità se non da Dio" e quelle che esistono sono stabilite da Dio; il motivo dello stare sottomessi è ricercato in questa origi­ne e in questa legittimazione divina delle autorità. Poi trae le con­seguenze di questo: quindi chi si oppone,si oppone all'ordine stabi­lito da Dio. Dopo abbiamo una definizione del ruolo pratico, operati­vo dell'autorità: l'autorità è per il bene comune, per reprimere i malfattori e promuovere quelli che fanno il bene, e l'uso della for­za, la spada, anche se non è la spada militare, ma del magistrato, simbolo del diritto, serve ad esprimere questa funzione dello stato. Non dimenticate che il testo è stato introdotto per rispondere a questa domanda: come facciamo a vivere in pace quando qualcuno atten­ta alla nostra vita, alla nostra integrità, sicurezza, libertà; "non fatevi giustizia da voi". Nel caso di ingiustizia subita potete con­tare sulle strutture che derivano da Dio, come di fatto oggi l'ira di Dio, il suo giudizio si manifestano nella storia attraverso i suoi delegati e Paolo li chiama diaconoi, servitori o liturgoi, liturgisti; conclude poi che la sottomissione non è solo per paura di incorrere nella repressione, ma per ragioni di coscienza la quale riconosce questa funzione di servizio dell'autorità nei confronti di Dio, che è il garante della giustizia. Il modo di stare sotto­messi in concreto è pagare; sarà molto banale e discutibile questa conclusione di Paolo, ma era la maniera per rendere efficace la sua esortazione, per riconoscere lo stato e contribuire nel mondo dell'im­pero alla spesa attraverso il tributo, rispettando il ruolo del ma­gistrato e delle altre autorità. Paolo nel proporre questo testo di­pende dalla cultura dell'epoca, dalla visione dello stato che era presente. Paolo come cittadino romano ha interesse a difendere lo sta­to perché lo garantisce nei confronti degli attentati degli ebrei e gli dà la possibilità di annunciare il Vangelo protetto dalle strut­ture. Inoltre Paolo scrive alla colonia romana e la invita alla sot­tomissione senza ruoli critici per non essere accusati di connivenza con i ribelli della Palestina. Leggendo il testo nel suo insieme ri­salta come la posizione di Paolo non derivi solo dal suo essere citta­dino, né da preoccupazioni di politica, ma che questa visione viene di sana pianta dall'Antico Testamento. Nel libro della Sapienza, nel libro di Daniele, l'autorità è data ai sovrani da Dio, come il mondo creato, il sole, le stelle, le stagioni, così le strutture pub­bliche, politiche, sociali dipendono da Dio. Questa è la visione che Paolo ha ricavato dalla Bibbia, e questa ideologia statale non è un dato di fede, è un dato culturale. La conferma ci viene da al­tri testi dove appare chiaro che i cristiani per esprimere il loro rapporto con la autorità pubblica nella società ricorrono a modelli, a schemi che riflettono la cultura, la mentalità dell'epoca.

1 Pietro 2,13-14

Un testo parallelo a quello di Paolo citato in Romani è nella I lettera di Pie­tro al cap. II, versi 13-14. Siamo qui in uno stato di repressione, di conflitto tra le chiese dell'Asia e le autorità imperiali. Dopo aver invitato i cristiani alla coerenza, a smontare le critiche e togliere i motivi di ostilità con un comportamento coerente, onesto che induca attraverso le opere a glorificare Dio, continua dicendo: "State sottomessi ad ogni istituzione umana". C'è una novità in questo testo di Pietro: manca il riferimento a Dio. "Per amore del Signore" è la motivazione cristiana, non perché ogni autorità viene da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. L'origine divina è cancellata. C'è già una certa coscienza del conflitto, che arrive­rà poi nella forma completa e compiuta nell'Apocalisse quando l'au­torità viene fatta risalire non a Dio ma a Satana. Cambia la prospet­tiva religiosa e da semplice ideologia si ha una lettura critica in rapporto alla storia di come il potere si comporta nei confronti dei gruppi cristiani. La motivazione non è qui "perché è da Dio" ma "perché riconoscete come Signore Gesù, per amore di Gesù". Comportatevi come uomini liberi per la libertà che ci viene da Cristo, ma non co­me copertura della malizia, ma come servitori di Dio, dimostrando nella fedeltà alle strutture statali questa vostra libertà: libertà di servire, non la libertà anarchica; onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re. Non c'é l'accenno alle tasse di cui si parlava in Romani. Il testo di Paolo riflette di più lo spirito dell'impero, questo invece la visione comune dei giudei del­la diaspora, non i giudei della Palestina che erano un po' più criti­ci nei confronti dell'autorità statale. I giudei dell'emigrazione, quelli che vivono nelle grandi città con le loro colonie, i commerci, anche con statuti riconosciuti, avevano un rapporto qualche volta sfacciato di lealismo. I governatori, i vari regimi utilizzeranno le colonie ebraiche come ponti stabilizzanti nelle situazioni critiche. Teniamo presente che Paolo viene dalla diaspora ellenistica, non è un palestinese. Lui dice di essere ebreo, figlio di ebrei, israelita dunque con cultura e matrice ebraica, ma la sua formazione cultura­le viene dal mondo ebraico della diaspora, molto più liberale e at­tento ad accogliere una visione dello stato come si era diffusa nel mondo ellenistico.
Le stesse cose le troverete nella lettere a Tito sulla sottomissione e la prima lettera a Timoteo (2; 13-15) dice addirit­tura di pregare per il re, e per i governatori come si pregava nella sinagoga. Questo testo di Paolo è importante soprattutto perché è stato utilizzato nel IV e V secolo, poi nel medio evo e nell'epoca moderna fino alle encicliche del magistero più recente per definire i rapporti fra fede e politica, tra i cristiani e l'autorità. L'in­tenzione del testo non è quella di definire in termini filosofici, teologici astratti che cos'è l'autorità: l'intenzione primaria è quella di indicare ai cristiani, credenti, battezzati come devono vivere: chiesa - comunità - rapporti reciproci nella società, nella vita pubblica politica e un orientamento pratico. La motivazione rimanda alla teologia, sta sullo sfondo, è volontà di Dio, dice Pietro, e si oppone a Dio chi si oppone all'autorità per motivi di coscienza; qui tocchiamo il terreno religioso, l'impegno alla prassi, ma che rimanda all'iniziativa di Dio.
Per quanto riguarda invece la visione dello stato, Paolo la deriva dalla tradizione biblica e dalla tradizione giudaica soprattutto dalla diaspora dove l'autorità, pensata come derivata da Dio è legittimata da Dio. Tutto il mondo antico orientale immagina i re figli di Dio, è un modo di dire legittimo; è questa una visione sacrale. Paolo assume questa concezione e la fa propria senza discuterla - le discussioni cominceranno quando le cose cambiano nei rapporti tra comunità cristiana e impero. La funzione dell'autorità statale riguarda l'am­ministrazione della giustizia, il bene comune, la convivenza socia­le, soprattutto la giustizia; ha una funzione diaconale, di servizio e il fatto che sia al servizio di Dio è anche il suo limite; la deri­vazione da Dio ha anche una funzione critica, l'autorità non è un potere assoluto ed è legittima solo se rimane in questa diaconia, in questo essere al servizio di Dio per la tutela della giustizia e del­la convivenza civile. A questo punto abbiamo i doveri dei cristiani che derivano dalla motivazione religiosa; però la radice di fondo è la carità. Paolo introduce un codice, un piccolo schema di doveri: i cristiani devono esercitare carità anche a livello pubblico e po­litico. I cristiani dunque vivono in queste strutture storiche con la libertà di amare: "Siate sottomessi per dovere di coscienza, ren­dete a ciascuno quello che gli è dovuto, non abbiate altro dovere se non l'amore vicendevole".
I cristiani della storia che è liberata dal giorno della Risurrezione in ultima istanza hanno la libertà di amare. Sono quindi messi al riparo da due forme che derivano dalla idolatria e dalla paura: il fanatismo che trasforma lo stato in una realtà divina (teocrazia), oppure la fuga che crea la setta. I cristiani non sono né una setta apocalittica che attende la catastro­fe del mondo perché non vale la pena di tenere in piedi queste strut­ture malvagie, né sognano una teocrazia, uno stato che ha la consacrazione, la benedizione, la legittimazione divina. Senza nostalgie teo­cratiche ma con realismo cosciente, critico attuano la carità nella sua dimensione anche politica, pubblica. Per questa libertà hanno ricevuto il dono dello Spirito nell'immersione battesimale.

La comunità dei Vangeli.

Gesù e Paolo sono determinanti in modo diverso per la posizione spirituale e religiosa, ma altrettanto importanti per la concezio­ne e la prassi dell'impegno dei cristiani nella storia. Le comunità di Gesù si rifaranno a lui come le comunità di Paolo si rifaranno al loro fondatore. I Vangeli che noi possediamo attualmente, Marco, Matteo e Luca riflettono le situazioni di queste chiese che vanno dagli anni 70 agli anni 85 fino al 90-95 con Giovanni. Quindi pur riportando parole e gesti e attitudini di Gesù, l'interesse immedia­to degli evangelisti è rispondere ai problemi della chiesa. I capi storici sono ormai morti, forse sopravvive uno dei dodici; anche i missionari collaboratori degli Apostoli sono morti. Luca dice di non appartenere al gruppo dei testimoni, ma ha sentito parlare di questi e ha fatto una raccolta del materiale per stendere il resoconto ordi­nato degli avvenimenti capitati tra di loro. Si tratta di gruppi di cristiani che vivono nei grandi centri urbani, una minoranza boicottata, osteggiata, in parte dall'ambiente ebraico da cui sono usciti ed anche dall'ambiente pagano. Oltre all'aspetto dell'ostilità, de­gli interventi repressivi da parte della sinagoga o dell'autorità locale civile (non ancora persecuzione), l'altro fatto che ha impres­sionato i cristiani è stata la rivolta giudaica con la repressione feroce romana che ha praticamente distrutto la nazione ebraica (distruzione del tempio, cancellazione della nazione e dell'unità poli­tica ebraica dalla storia; l'ultimo atto sarà quello di Adriano nel 135 con la dispersione definitiva degli ebrei e la proibizione di entrare in Palestina). Questo episodio verrà riletto nel contesto della crisi che attraversa la comunità con la tendenza di alcuni ad appoggiarsi ai profeti che annunciano la fine imminente utiliz­zando parole e messaggi di Gesù.
Abbiamo in tutti e tre i Vangeli un discorso riguardante la fine (discorso escatologico, testamento in cui si danno le esortazioni sul come comportarsi in questo tempo di crisi). Il primo elemento che colpisce in questo testo (cap. 13 Marco, 21 Luca, 24-25 Matteo che chiudono l'attività pubblica di Gesù prima della passione) è l'avvertimento contro i falsi profeti che annunciano la fine del mondo e si presentano come figure ca­rismatiche o messianiche. Gesù disse loro, di fronte alla domanda: "quando capiteranno queste cose quale sarà il segno della fine (collegati con la grande tragedia storica della distruzione del tem­pio di Gerusalemme)?" "Guardate che nessuno vi inganni. Molti verran­no nel mio nome dicendo: sono io." Inganneranno molti: quando sentite parlare di guerre, di violenze,di sconvolgimenti sociali, non lascia­tevi turbare, questo sarà solo il principio dei dolori; vi consegne­ranno ai sinedri; sarete percossi nelle sinagoghe, comparirete davan­ti a governatori e re per rendere testimonianza a loro, ma prima, di fronte al perturbamento sociale e religioso,i cristiani sono invita­ti alla testimonianza attraverso l'annuncio del Vangelo. Nella crisi i cristiani devono prolungare la missione di Gesù annunciando a tutti la buona novella, ma prima è necessario che il Vangelo sia proclama­to a tutte le genti; questo diventa una specie di motivo-guida di tut­ta l'esortazione cristiana che trovate nei Vangeli, negli Atti degli Apostoli, nella Apocalisse e nella I lettera di Pietro. All'interno la crisi si manifesterà così: "Il fratello consegnerà a morte il fra­tello, il padre il figlio, i figli insorgeranno contro i genitori e li metteranno a morte, sarete odiati da tutti a causa del mio nome ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato". Questa pressio­ne estrema con voci di sconvolgimenti crea anche una spaccatura all'in­terno della famiglia, delazioni da parte dei membri della comunità. Di fronte a questa messa in guardia a all'invito a non cedere alla tentazione apocalittica del corto circuito che fa precipitare la sto­ria e sognare la catastrofe, la fine, Gesù propone perseveranza, fe­deltà, testimonianza del Vangelo a tutti senza pero' perdere la spe­ranza della venuta del Signore. Non è imminente ma il Signore certa­mente verrà. Mentre Gesù annunciava il Regno di Dio "convertitevi e credete, questi che io compio sono segno che la potenza di Dio opera per la liberazione, la salvezza degli uomini", le comunità non atten­dono il Regno, ma la venuta di Gesù o del figlio dell'uomo, la Paru­sia che vuol dire "presenza" (non "ritorno"). (Parusia è un termine tecnico per indicare la visita dell'imperatore a una città e questo vuol dire festeggiamenti, strade nuove, aggiustamento delle porte, finanziamenti). Parusia è un termine che usa solo Matteo e lo userà Paolo (II Cor. 5,10) e anche Giacomo.
La venuta è certa ma non è per il giorno dopo. Abbandonate i calendari, le affabulazioni, i calcoli sul tempo della fine, questo è un problema di Dio, il solo grande regista della storia. Gesù non è neppure autorizzato a par­larne; quello che dovete mantenere fermo è la testimonianza, la perseveranza,l'annuncio e sapere che verrà certamente. Il modo di vi­vere questo tempo della crisi è espresso in modo eccellente da Matteo con le due immagini: "Esultate, rallegratevi quando vi metteranno al bando", in questa situazione, che fa rivivere ai discepoli la crisi dei profeti,"voi siete il sale della terra, luce del mondo", "gli uomini vedono le vostre opere buone e rendono gloria al Padre che è nei cieli", le opere per Matteo non sono il digiuno, la preghiera e la elemosina, ma l'amore al Padre che si esprime non in sterili verbosità, né col fare miracoli, le opere buone sono quelle che nell'assemblea finale saranno il criterio della verità e salvezza: "avevo fame, avevo sete e mi avete aiutato"; queste opere buone rivelano il volto di Dio. Matteo dice anche che nel tempo della crisi molti abbandoneranno la comunità perché l'amore si è raffredda­to, si deve perciò mantenere vivo l'amore attraverso questa prassi di carità. Luca si distingue da Marco e Matteo perché vive negli anni 80-85, in una comunità ormai fuori dalla Palestina che ha in parte rotto i legami con Israele, e si pone il problema del senso della storia. Luca è l'unico autore che scrive, accanto al primo volume dedicato alla vicenda storica conclusasi con l'Ascensione, un libro che racconta l'azione e presenza di Gesù mediante lo Spirito dopo la sua ascensione. Quello che noi chiamiamo impropriamente "Atti degli Apostoli" è il secondo volume di un'opera unica compren­dente la vicenda di Gesù e la vicenda di Gesù risorto, dello Spirito donato. Luca è attento alla dimensione storica che va oltre la Pas­qua e descrive i primi trent'anni di questa esperienza cristiana post-pasquale. Prima di tutto mette in guardia i cristiani contro le ricadute nostalgiche di tipo nazionalistico rappresentate dai due discepoli di Emmaus, parenti di Gesù (Cleope fratello di Giuseppe e suo nipote) che si allontanano e nel colloquio col misterioso vian­dante si sfogano dicendo che Gesù era un grande profeta potente in opere e parole davanti a Dio e a tutto il popolo, che era stato condannato e fatto uccidere, e che speravano fosse lui a liberare Israele. Il gruppo dei parenti sognava ancora una restaurazione messianica e, come parenti del Messia, che qualche cosa venisse alla famiglia. Quando Gesù appare vivo, li conforta, li esorta ad attendere il batte­simo dello Spirito. Anche i discepoli (i dodici che Gesù ha scelto come rappresentanti di Israele perché dodici sono i patriarchi) so­gnano una restaurazione messianica-nazionale. La Risurrezione ha ac­ceso questa speranza, che fosse arrivato il momento giusto. La rispos­ta che dà Luca a queste false attese nazionaliste del gruppo dei pa­renti e dei discepoli storici è la missione: "Non spetta a voi de­cidere questo, è un problema del Padre stabilire i tempi della ri­convocazione di Israele, voi invece riceverete lo Spirito per essere testimoni da Gerusalemme (capitale ebraica) ai confini della terra"

Rapporto dei discepoli con l'ambiente e la storia

1° - La comunità al suo interno (comunità ideale).
La comunità cristiana non era una comunità isolata, separata, settaria, ma una comunità in rapporto con l'ambiente, che dialogava.
Luca presenta questa comunità esemplare sorta mediante lo Spirito di Pentecoste come una comunità che vive dell'ascolto della parola, nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nella preghie­ra. La comunione fraterna, che nasce dalla fede, è incontro di per­sone che si concretizza poi nella condivisione dei beni materiali in una forma spontanea di elargizione di chi aveva e poi distribu­zione secondo il bisogno. In una fase successiva vi sarà un minimo di organizzazione con una cassa comune tenuta dai dodici apostoli. La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede avevano un cuor solo e un'anima sola, l'ideale di amicizia e fraternità: nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva ma ogni cosa era fra loro comune. Nessuno tra loro era bisognoso, sono spariti i miseri secondo l'ideale proposto dalla tradizione biblica, al tempo del Messia (la benedizione che Dio promette ad Israele fedele è di fare sparire i poveri) perché quanti possedevano campi o case li vende­vano e portavano l'importo di ciò che era stato venduto ai piedi degli apostoli che poi distribuivano a ciascuno secondo il proprio bisogno. C'è una struttura non solo organizzativa per la vita spiri­tuale, come la preghiera, il culto, l'insegnamento, la celebrazione, ma anche per la vita economica. C'è piena libertà di vendere e non ven­dere, di tenere l'importo dei beni o meno. Si tratta di rapporti di fiducia e di lealtà.
Crescendo il numero dei cristiani si faranno due comitati, uno per i cristiani di lingua ebraica, facente capo a Giacomo, i presbi­teri che accolgono le offerte della chiesa più dinamica e ricca di Antiochia, fondata dagli ellenisti, e l'altro che fa capo a Stefano con i sette di lingua greca, due organizzazioni economiche per la distribuzione quotidiana e il servizio delle mense (un pasto da as­sicurare ai poveri). Questo tipo di organizzazione lo troveremo an­che nella comunità di Paolo a Corinto e poi una circolazione di beni all'interno delle chiese con i fondi raccolti da Paolo e inviati al­le chiese riconoscendo il pari diritto delle chiese fondate da Paolo nell'ambiente greco o romano o ellenistico. Però qui siamo ancora all'interno: la condivisione e la comunione dei beni, il far sparire la miseria come effetto dell'azione dello Spirito nella comunità dei credenti, non affronta il problema della miseria fuori. Il pro­blema di una economia che faccia saltare per esempio il rapporto schiavistico, non se lo pongono i cristiani, e neppure la miseria delle altre persone. Per la comunità questo modello unico era in ef fetti testimonianza che Gesù è risorto e lo Spirito è presente e cambia i rapporti, ma solo all'interno della comunità.
2° - Rapporti della comunità, con l'ambiente esterno (potere politi­co e potere religioso).
Per quanto riguarda il potere religioso c'è un conflitto che ar­riverà al suo acme con la morte di Stefano. Il potere religioso templare si scontra con i rappresentanti della comunità nei cap. dal 2 al 5 del libro degli Atti con due prese di posizione da par­te di Pietro, portavoce dei dodici apostoli; di fronte all'intimi­dazione "non parlate più del nome di Gesù", dopo la guarigione del­lo storpio, quando vengono arrestati, portati davanti al sinedrio, viene chiesto loro di giustificare la propaganda del nome di Gesù che è stato ucciso dalle autorità del tempio, Pietro risponde as­sieme a Giovanni "Se sia giusto davanti a Dio ubbidire a voi più che a lui, giudicatelo voi stessi; noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e udito". Questa dichiarazione verrà ripresa nel­la seconda udienza, davanti al tribunale riunito Pietro dichiara: "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini". Non c'è nulla di nuovo: è Gesù stesso che continua a parlare con la libertà, la franchezza degli apostoli, frutto del suo Spirito. Questa disobbe­dienza di Pietro e dei dodici che non contestano l'autorità reli­giosa ma un ordine ingiusto, ha il suo corrispondente simmetrico nella posizione di Paolo di fronte alla autorità politica (seconda parte degli Atti - cap. 12 confronto chiesa - giudaismo - inizio missione di Paolo cap. dal 13 al 28).
Paolo annuncia il Vangelo nei grandi centri urbani appoggiandosi alle comunità ebraiche e poi dif­fondendosi nell'ambiente simpatizzante dei pagani, viene a contatto con le autorità delle città greco-ellenistiche dell'impero. Il pri­mo confronto è a Filippi, colonia romana, dove verrà accusato di es­sere un pericoloso propagandista di una religione che ai romani non è lecito né accogliere né praticare. Paolo verrà bastonato e incarce­rato poi col terremoto notturno si libererà e farà valere il suo di­ritto di cittadino romano e riuscirà a proseguire per Tessalonica. A Tessalonica ha un altro scontro: gli ebrei suscitano la plebaglia contro Paolo, lo accusano di essere un sovversivo politico che va contro i decreti dell'imperatore affermando che c'é un altro re con corrente, Gesù il Messia. Giasone pagherà la cauzione e nottetempo proseguirà per Berea e poi Corinto. A Corinto, capitale dell'Acaia, provincia romana greca con proconsole Galiano nel 50-51, abbiamo la dichiarazione, specie di patente di libertà per il cristianesimo; Paolo entra in lotta con la sinagoga, ne converte il capo, gli ebrei infuriati lo conducono davanti a Galiano e lo accusano di cercare di persuadere la gente a rendere un culto a Dio in modo contrario alla legge. Galiano dichiara che l'autorità politica ha una competenza laica, non interferisce nelle questioni religiose. Quando Paolo verrà arrestato dall'autorità romana per sottrarlo al linciaggio degli ebrei nel tempio, più volte Luca farà dire al procuratore ro­mano di non avere competenza per trattare una questione che riguarda un problema squisitamente religioso come la Risurrezione di Gesù. Il governatore si limita a tutelare l'incolumità di Paolo, a non estradarlo per consegnarlo agli ebrei di Gerusalemme e applicare il diritto romano. Paolo fa riferimento al suo statuto di cittadino con l'appello a Cesare. Per Luca le strutture dell'impero consento­no ai missionari cristiani di annunciare il Vangelo e di sottrarsi alle minacce e ai complotti degli ebrei.
Altri due esempi di rapporti fra comunità cristiana e situazioni storiche:
1) Paolo - lettera agli Efesini e ai Colossesi (codici di doveri familiari e sociali) "Siate sottomessi gli uni agli altri nel timo­re di Cristo (Efesini cap 5,21 - 6,9) (Colossesi 3,18 - 4,1). Reci­proco servizio nell'amore: le mogli siano sottomesse ai mariti co­me al Signore. I mariti siano capi delle mogli ma "Voi mariti amate le vostre mogli come Cristo". Tutto lo sviluppo del rapporto Cristo-Chiesa come sposo-sposa serve a dare una fondazione e una cornice nuova ai rapporti familiari. La vecchia struttura piramidale frutto della cultura antica viene rinnovata attraverso questa cornice nuo­va in riferimento al Cristo. Dentro la struttura vecchia si possono vivere rapporti che esprimono la fede cristiana; senza modificare la struttura familiare si possono vivere in essa rapporti nuovi.
Per i cristiani, gruppo minoritario, era impossibile modificare la struttura, né avevano la coscienza critica per immaginare un'al­tra struttura familiare. Lo stesso vale per i rapporti schiavistici. Come mai il cristianesimo non ha affrontato il problema del rapporto di dipendenza e di controllo di masse umane considerate animali di produzione e di riproduzione? Paolo avrà un testo programmatico: "In Cristo Gesù non c'è più giudeo o greco, schiavo o libero, uomo o donna". È interessante l'accostamento di queste tre divisioni che spaccavano l'umanità in gruppi discriminati. Però non si pone il problema del cristianesimo centrato sulla libertà che è un aspet­to originale, nuovo, inalienabile; il problema è l'applicazione, non è la dichiarazione teorica. C'è un solo esempio eccezionale in un biglietto di appena 24 versetti, la lettera che Paolo ha conse­gnato allo schiavo fuggitivo Onesimo, rimandato al suo padrone Fi­lemone a Colossi (Paolo è prigioniero a Efeso), "ti invito ad acco­glierlo come fratello nella carne e in Cristo". È una soluzione elegante perché Paolo non poteva, senza trasgredire le leggi romane, liberare un fuggitivo, e allora fa leva sui motivi di carità e di fede perché Filemone spontaneamente faccia una scelta di liberazione. Per i cristiani si trattava di modificare le leggi dello stato, allo­ra al loro interno, senza fare nuove leggi o strutture, applicano il processo di liberazione senza farlo diventare una prassi né poli­tica né sociale. Non hanno modelli economici, sociali e politici più avanzati rispetto agli altri: questi vanno cercati con la sperimenta­zione, la razionalità, il confronto, la verifica, secondo i ritmi della storia. Hanno l'obiettivo, la meta ma lì si arriva solo con le strade percorse da tutti gli altri uomini. La tradizione paolina degli Efesini e Colossesi è molto più conservativa: dirà semplice­mente agli schiavi "Obbedite ai vostri padroni per adesione al Cristo, non per paura ma per coscienza e fede e voi padroni non infierite per­ché sapete che c'è un unico Signore che sta sopra di voi". Paolo era molto più avanti nella dichiarazione ai Galati (3,28) e nell'intuizio­ne o proposte fatte a Filemone in quel biglietto di accompagnamento dello schiavo fuggitivo.

Apocalisse.

Soluzione che propongono i cristiani in uno stato di persecuzione. Come rapportarsi alle strutture politiche civili nel momento in cui queste diventano repressive, oppressive.
La linea dell'Apocalisse è una resistenza nonviolenta. Siamo alla fine del I secolo (91-96) al tempo di Domiziano. Nelle chiese del­l'Asia si fa sentire la pressione delle amministrazioni locali per il culto imperiale inteso come consenso politico. Domiziano si era fatto proclamare Dominus (Signore), con titoli divini. Nelle chiese dell'Asia vi sono due posizioni: alcuni propongono un compromesso e dicono che non val la pena di morire per resistenza politica. Il profeta della scuola giovannea è in domicilio coatto a causa della sua testimonianza e denuncia, nelle sette lettere trovate, questi che propongono il compromesso, come falsi apostoli. Essi proponevano di partecipare ai banchetti sacri, all'idolatria pur di salvare la vita e quindi la sopravvivenza delle comunità. La comunità di Efeso ha scelto la linea dura della resistenza totale e l'autore scrive tutta l'apocalisse per proporre questa linea, e dal cap. IV in poi, mostra come si deve resistere seguendo l'esempio del martire per eccellenza che ha garantito la vittoria a tutti i cristiani, cioè l'agnello immolato. Il riferimento cristiano a Gesù crocifisso non lascia aperte altre vie di fronte alla chiara immagine del potere idolatrico, che viene descritto nel cap 13° con l'immagine della bestia, ripresa dal testo di Daniele al tempo della lotta dei Macca­bei contro la presenza ellenizzante dei Seleucidi in Palestina. Il testo dice: "vidi salire dal mare (Mediterraneo) una bestia" che sarà la prostituta, contrapposta alla sposa, e sarà Babilonia con­trapposta a Gerusalemme, la bestia invece è contrapposta all'agnello. E' bianco e nero, non esistono soluzioni intermedie pragmatiche, è una soluzione integrista, ideologica assoluta. La bestia era simile a una pantera, orso, drago-Satana, il serpente antico, quello che è stato spodestato dal cielo nella lotta tra Michele e gli angeli "il dragone le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande", dunque il potere all'impero viene da Satana, non da Dio.
Cap. 13 dell'Apocalisse: "tutta la terra fu presa da ammirazione e andò dietro alla bestia, gli uomini adorarono il drago perché ave­va dato il potere alla bestia". Alla bestia fu data una bocca per proferire parole e bestemmie: è l'autoproclamazione divina di Domi­ziano. Di fronte a questa crisi politica che ha aspetto religioso-idolatrico, l'appello del profeta: "chi ha orecchie ascolti"; il modo di conservare la fede è non adorare la bestia e neppure il fal­so profeta che è l'ideologo a sostegno del potere politico imperia­le. La perseveranza è fondata su questo motivo. Gesù ha vinto e i martiri con lui hanno vinto; e si conclude l'Apocalisse con l'elimi­nazione della bestia, del falso profeta e del dragone, gettati nel­lo stagno; il male viene sradicato dalla storia e viene inaugurato un mondo nuovo nel cui orizzonte si colloca la città sposa che è Gerusalemme. Questa è la visione dell'Apocalisse, del conflitto tra chiese dell'Asia e impero.
C'è un'altra linea ed è quella della prima lettera di Pietro, inviata al perseguitati dell'Asia. Essa risente dell'influsso di Paolo "siate ricolmi di gioia anche se ora dovete essere un po' af­flitti da varie prove, rendete testimonianza della speranza che è in voi", ma questo sia fatto in modo dialogico, non in modo arro­gante, in modo che la vostra condotta smonti le accuse, le preven­zioni che hanno contro di voi. Questa è un'altra scelta nei confronti della repressione. Analogamente si rivolge agli schiavi, anche di fronte a padroni scorbutici e lunatici, accettate, anche se vi per­cuotono, è meglio sopportare per la giustizia, soffrire che non esse­re puniti per qualche delitto. L'esempio è quello di Gesù che ha portato sul legno le nostre lividure; alle mogli cristiane di mariti pagani viene proposta una testimonianza silenziosa che serva da evangelizzazione. È interessante questa maniera di proporre la pre­senza dei cristiani nella linea di Matteo, sale e luce; le opere, l'amore, la prassi di fedeltà anche nel sospetto e nella violenza ingiusta, rendono gloria al Padre, fanno riconoscere il volto di Dio.

conclusioni

Alcune conclusioni di carattere generale di questo percorso mol­to ampio dei cristiani che cercano di coniugare insieme due dati: fede e storia. Questa coniugazione è oscillante tra due soluzioni estreme negative, l'idolatria, dove l'uomo o le strutture vengono rivestite di divinità, e la teocrazia dove si cerca di organizzare una società in nome di Dio. Sono due soluzioni estreme, l'altra è quella del negare la storia per rifugiarsi in un rapporto intimistico, o diretto con Dio, che può assumere la forma della fuga apocalittica, cioè la storia non ha senso perché aspettiamo la im­mersione o la venuta del regno che viene dall'alto e non ha nulla a che fare con l'impegno nella storia. Il Nuovo Testamento si richiama a Gesù con il nuove volto di Dio, non solo il Dio fedele del­l'alleanza, che guida la creazione, ma il Dio dei poveri, dei pecca­tori. La gratuità e l'amore sono fondamento di nuovi rapporti fra i credenti che possono modificare anche i rapporti storici, sia quelli economici, gestione del denaro, sia del potere, gestione del­l'autorità.
Paolo, l'evangelizzatore della libertà, propone la linea dell'amore anche a livello pubblico e sociale, la grande novità di Paolo è quella coscienza nella quale noi realizziamo la carità, an­che di fronte all'autorità, che ha un suo compito nel reprimere il male e promuovere il bene.
L'Apocalisse propone di vivere il mistero della Pasqua-fedeltà all'Agnello immolato e vivo smascherando il potere idolatrico della bestia; è una funzione importante e profetica. La bestia va chiama­ta bestia e il suo potere satanico, la linea del martirio va presa con molta cautela sapendo che c'è anche la linea di Pietro cioè di una testimonianza coraggiosa, franca, senza cercare a tutti i costi di morire; scelta di fedeltà, ma senza fretta di morire.
La prima conclusione é: Dio si rivela e opera nella storia, ma non fa coincidere la sua azione e presenza con la storia umana; quello che facciamo e costruiamo noi non necessariamente è opera, azione di Dio. C'é la gratuità all'inizio, la creazione, l'inter­vento di Dio e la gratuità alla fine, la venuta del Signore, la manifestazione del figlio dell'Uomo, ma tra queste due gratuità che trascendono la storia umana si colloca l'agire degli esseri umani. Come si sviluppa questa azione e presenza dei cristiani nella storia? Gli esseri umani credenti come singoli e comunità riconosco­no l'azione di Dio, l'accolgono e rispondono nella forma della testimonianza o dell'annuncio. La vita della comunità, con relazio­ni buone e giuste diventa luce, sale - secondo Matteo; l'unico distintivo dei cristiani, non sono bandiere, né stati cristiani, ma le opere buone, prassi di amore feriale che fa crescere i rap­porti felici e giusti tra le persone. Questa e la maniera di ren­dere testimonianza all'Evangelo e manifestare il volto del Padre.
Vi sono altri due aspetti della presenza dei cristiani nella storia. Un ruolo critico che ci è in parte suggerito dall'Apoca­lisse, e che consiste nello smascherare, denunziare l'idolatria, le teocrazie, la tendenza anche nostalgica alle restaurazioni del passato; è una funzione purificatrice, ma non basta la denuncia, occorre anche l'aspetto propositivo, promozionale, indicare le mete, gli orizzonti, la direzione verso la quale si muove la storia secondo la fede che accoglie l'azione di Dio in Gesù illuminata dall'azione dello Spirito. Le strade e gli strumenti vanno inven­tati, confrontati, corretti assieme a tutti gli altri esseri umani, tutti chiamati alla salvezza senza privilegi e raccomandazioni. Il Dio dell'incarnazione e della croce offre l'orizzonte, la direzio­ne e dà anche le motivazioni profonde del modo di muoversi dei cristiani nell'ambito della storia.

NB = Sintesi delle relazioni di Rinaldo Fabris, tenute a Pallanza il 5-6 aprile 1986, non revisionate dal relatore.

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