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Psichiatria e etica di fronte alla violenza

sintesi delle relazioni di Tebaldo Galli e Giannino Piana
Verbania Pallanza, 15-16 marzo 1986

Prima parte: I fondamenti psicologici della violenza

di Tebaldo Galli

Consideriamo i fondamenti psicologici della violenza, una situazione di cui si parla sempre più spesso, ritenendola peculiare della nostra epoca, mentre probabilmente è proprio il modo e la frequenza con cui se ne parla una delle cause per cui sempre più spesso assistiamo a ma­nifestazioni violente, per una sorta di induzione; qualcosa di analogo è accaduto con la tossicomania: l'istruzione pareva utile, si è visto a posteriori invece che era dannosa perché induceva a curiosità verso il fenomeno e provocava proselitismo.

due testi letterari

Affrontiamo il problema della violenza nei suoi aspetti costitutivi precedendo una analisi sistematica di certi dati psicologici con alcuni dati letterari. L'opera d'arte è una modalità attraverso la quale l'im­maginario collettivo riesce a istituire una rappresentazione nella qua­le la situazione violenta può esprimersi in modo accettabile. Il primo testo su cui ci soffermiamo è il sogno di Giovanni Castorps nella "Mon­tagna incantata" di Thomas Mann. Questo sogno è stato ripreso in un bel­lissimo saggio da Marguerite Yourcenar intitolato "Umanesimo ed erme­tismo in Thomas Mann" inserito nell'opera "Con beneficio di inventario". Ella vede come realtà centrale di quest'opera la "temibile vita" e dice: "l'atroce santuario celato al centro di quel paesaggio di delizie lo introduce alla presenza delle sacerdotesse cannibali e della piccola vit­tima umana squartata, cioè del segreto supremo che lo splendore del mon­do al tempo stesso dissimula e riscatta". La Yourcenar continua: "la ve­rità ultima è una verità terrificante, a partire da questa visione del­l'orrore intrinseco, tutte le strade dello spirito potrebbero aprirsi per Giovanni Castorps, quella della santità o del crimine, della rivolta o della accettazione. Caratteristicamente Mann sceglie per il suo eroe quest'ultima che è in definitiva quella di quasi tutti gli uomini ... distogliere lo spirito dalla terribile visione ... indosserà l'uniforme e riconquistato dalle coazioni degli imperativi categorici del mondo di laggiù si perderà tra la folla degli uomini che uccidono e muoiono".
Il secondo testo è ancora mitico ed è la tragedia di "Edipo re". Non sarà riferita nell'ordine in cui è scritta, ma secondo una ricostru­zione cronologica. Il primo oracolo su Edipo è quello di un destino mostruoso "avrebbe ammazzato i genitori"; però la formulazione è ambi­gua perché, essendo la proposizione oggettiva, i sostantivi sono all'ac­cusativo. Il primo fatto della storia di Edipo è che esiste questa si­tuazione radicale, verità senza appello, la lotta mortale per la soprav­vivenza tra i bambini e i genitori. Segue la vicenda del Citerone, il monte sul quale il bambino Edipo viene abbandonato appeso per i piedi. La madre stessa lo consegna al pastore perché lo uccida, come è eviden­te nel racconto del pastore. Il coro commenta l'azione parlando del monte come della nuova madre di Edipo. La scena poi si sposta a Corinto dove Edipo vive la sua adolescenza con i genitori adottivi passabilmente buoni, che gli permettono di diventare una persona matura, adulta. Egli li lascia perché si risveglia in lui la conflittualità coi genitori, cioè il secondo oracolo. Si può dire che nell'età adolescenziale c'è una riattivazione di questa distruttività che di nuovo propone la legge della sopravvivenza, o i genitori o il figlio. A questa vicenda di Co­rinto segue la rivelazione di Edipo come assassino del padre e come nuo­vo sposo della madre. Normalmente queste due azioni vengono interpreta­te come se fossero legate fra loro da un nesso di causalità mentre nel testo greco sono distinte. Viene rievocata la scena dell'uccisione di Laio, Laio che mette la sua carrozza in mezzo al cammino di Edipo, ed Edipo lo uccide. Anche qui si può fare una riflessione di natura psico­logica, sul padre cui sembra indispensabile attraversare la strada al figlio, ostacolarlo. Segue l'incontro con la Sfinge, figura femminea e felina ed anche qui c'è un incontro che è un rapporto con la sopravvi­venza, o io o tu, o risolvo gli enigmi e tu scompari o non li risolvo e sono io a scomparire. Di nuovo emerge il fantasma violento fondamen­tale, la figura di donna come madre molto particolare e il figlio, questo affrontamento senza possibilità di uscita, in cui non esiste un senti­mento di amore o di odio, una qualsiasi situazione affettiva, l'unica è la sopravvivenza. Edipo arriva a Tebe e ne diventa il padrone perché ha liberato la città dalla sfinge; è interessante rilevare che il titolo greco non è Edipo re, che sarebbe Edipo basileus, ma Edipo tiranno, colui che prende il potere attraverso la forza, eliminando la sfinge. Arrivia­mo alla situazione della peste che è descritta come l'impossibilità del­le piante a generare, sterilità delle piante e delle erbe. Giocasta quan­do scopre la verità si uccide, però Sofocle è ambiguo perché nella sce­na della tragedia Edipo con gran urlo si butta con la spada contro le porte di Giocasta che si è chiusa nella propria stanza e poi viene fuo­ri un corifeo che dice "orrore, orrore, ma come sia morta lo ignoro" lasciando aperta la possibilità che a uccidere Giocasta sia stato Edipo. Nella tragedia di Seneca è Edipo che uccide Giocasta. Ultima scena, Edi­po si acceca con i fermagli della veste di Giocasta. Edipo di fronte a situazioni non rappresentabili per lo psichismo umano ricorre alla stessa modalità di Giovanni Castorps, non vedere. Secondo un'altra ver­sione, quella di Euripide, sarebbero i servi di Creonte, fratello di Giocasta, che accecano Edipo. Le ultime parole che Edipo dice nella tra­gedia di Sofocle - verso 1397 - sono: "un criminale nato da criminali". Questi sono i due testi letterari che esprimono una situazione mitica, che illustrano come per i due artisti in epoche così distanti la realtà più profonda della vita sia questa drammatica della violenza distrutti­va che contrappone il bambino ad immagini di adulti.

lo sviluppo dello psichismo umano

Posto il problema attraverso la rappresentazione letteraria, che a sua volta si serve del mito, dobbiamo pensare che a livello dell'immaginario profondo collettivo, non dipendente dalle vicende personali di ciascuno, queste immagini possono trovare corrispondenza in vicende precoci, ar­caiche dello sviluppo dello psichismo umano. Dopo gli anni delle certez­ze, seguiti alle scoperte di Freud, anche nella casa psicanalitica le certezze sono diventate molto poche,nel senso che l'investigazione clinica ha portato a rilevare una serie di fenomeni che Freud forse aveva visto, ma essendo partito da zero aveva dovuto fermarsi ai fenomeni più di superficie, alle nevrosi, mentre i suoi collaborato­ri poterono occuparsi di bambini e di psicosi. Inoltre la biografia sempre più ricca di particolari ci spiega perché Freud non si sia ad­dentrato a fondo negli aspetti più arcaici dello sviluppo psichico u­mano, perché forse il rapporto tra Freud e i propri genitori era così intriso di cariche violente che Freud non era in grado di affrontare queste tematiche così arcaiche. I mezzi di indagine del primo svilup­po infantile sono poco chiari, perchè ciò che cogliamo sono gli infi­niti mascheramenti della situazione fantasmatica originaria, della si­tuazione inconscia primordiale. E' difficile giungere a dare proposi­zioni sicure. Esiste la possibilità di cogliere il "qualcosa" che sta prima dell'immaginario che si costituisce come una struttura o in sè o a partire da esperienze personali? Questo è un primo punto di vista che deve rifarsi a tutta una serie di elaborazioni speculative e di osservazioni cliniche indirette. L'altro punto di vista è se esista la possibilità di cogliere i fenomeni dello sviluppo globale del bam­bino, la costruzione del sé. Per quel che riguarda i fantasmi ori­ginari Freud dice che probabilmente esistono e parla di rappresenta­zioni istintuali primitive di natura non sessuale le cui tracce nello psichismo adulto verrebbero fortemente represse dalle religioni. L'e­sempio che porta è la frase del Deuteronomio "a me è riservata la ven­detta". Freud pare abbia colto una sorta di verità profonda di queste fantasie violente primordiali che però non si sente di affrontare. Una cosa è evidente dalla osservazione clinica e da quanto Freud ci dice e cioè che queste rappresentazioni più primitive, al contrario di quelle più mature inerenti la conflittualità genitale, legata alla libido e alla sua repressione, hanno scarsa tendenza a raggiungere la coscienza. Le prime costruzioni immaginarie sessuali del bambino le ritroviamo quando, già avanti nello sviluppo comincia ad immaginare una situazione di rivalità espressa attraverso la forza e le prime fantasie del bambino sono scene di violenza come se il vissuto ero­tico venisse a stratificarsi su un vissuto violento. Le tre prime fantasie sessuali, descritte da Freud in "Tre saggi sulla sessualità infantile"(1914) sono:
1. la così detta scena primitiva, il bambino che o assiste o fantasti­ca di assistere al coito dei genitori che però nel vissuto originario del bambino è una lotta in cui c'è il rischio che uno dei due sopraf­faccia l'altro;
2. la teoria della seduzione in cui il bambino fantastica di essere sedotto da un adulto - questa teoria fu poi abbandonata da Freud e ri­presa più tardi come un fatto non reale ma dell'immaginario infantile, nel lavoro "un bambino viene battuto" in cui vengono analizzate le sensazioni voluttuose del bambino - questo apre poi il discorso sul masochismo - mentre viene punito e battuto, quindi la scena della se­duzione si stratifica sulla fantasia di una violenza subita e infine,
3. la fantasia della castrazione che sembrerebbe riprendere una più antica fantasia di infanticidio. La ritualità religiosa ci aiuta a capire, il patto tra Dio e Abramo, che doveva essere l'uccisione del figlio, diventa simbolicamente la circoncisione, questa castrazione simbolica che elimina la violenza diretta dell'infanticidio. Si direbbe che ci sia un movimento per cui tutta l'energia istintuale che è connessa a queste fantasie violente primordiali, viene ad essere utilizzata per liberare le tendenze erotiche, libidiche. Ci sarebbe un appoggio dell'energia erotica sull'energia violenta distruttiva, un appoggio che permette di integrarla in un movimento che non è più distruttivo, ma costruttivo, creativo del rapporto, della necessità di un og­getto; nella fantasia primordiale l'unica tendenza è all'unità, ogni oggetto è visto come pericoloso per il soggetto. O io o tu, uno solo può esistere. Questo tipo di integrazione ideale ha delle possibilità di regressione, è possibile che ci sia un ritorno all'indietro del­l'investimento sulle fantasie violente. Questo però non sarebbe più un ritorno, ma darebbe luogo alle situazioni perverse che sono ad es. il sadismo, il masochismo e talune situazioni cliniche come le tossi­comanie in cui c'è una diffusione di violenza di tipo perverso non elaborata.

La formazione dei fantasmi originari

Come potrebbero formarsi questi fantasmi originari? Qui c'è un grosso problema che gli psicanalisti non sono ancora riusciti a risolvere. Tutto quello che fa parte dell'immaginario personale è qualcosa che nasce attraverso la relazione che si stabilisce dopo la nascita, i rapporti ambientali, o esiste una situazione filogenetica, fantasmi innati, ereditari di tipo violento? Da questo punto di vista ci soccorre l'osservazione del comportamento del bambino nel suo svi­luppo anche fisico; sicuramente il bambino ha innata una certa forza istintuale che il Willycot ha chiamata "della testa in avanti" con riferimento al parto; si tratta di una energia che tende a proiettarsi verso l'ambiente e che non è uguale per tutti, perché non tutti i bam­bini sono messi in condizione di partenza uguali. La profilassi della situazione violenta deve farsi portando il più possibile gli indivi­dui a superare la differenza di partenza. Dobbiamo pensare che sia la forza che il bambino ha di spingere in avanti le proprie esperienze oppure dobbiamo pensare che il fantasma originario sia la presa in considerazione da parte del bambino di un fantasma dei genitori che viene riattivato al momento della nascita del bambino e in qualche modo a lui trasmesso? Quello che è certo è che dobbiamo pensare che all'ini­zio, nel bambino, si formi un elemento impossibile, all'interno,del suo psichismo primordiale, un qualcosa che è difficile da assimilare, che rompe l'equilibrio di totale calma e appagamento nella vita intra-uterina, qualcosa che il bambino non è nemmeno in grado di simbolizzare, cioè un nucleo presimbolico. Noi sappiamo che la facoltà di simbo­lizzare è ciò che dà origine al pensiero. Questo punto di vista è sem­pre più sostenuto in psicoanalisi con alterne accentuazioni, o dell'aspetto filogenetico, come sostengono quelli di scuola kleiniana che si rifà a Melain Klein, ungherese, oppure ponendo più l'accento sull'aspetto relazionale con i genitori; Bion ha sviluppato il concetto della preconcezione ad es. del seno: il bambino che avvicina per la prima volta la bocca al capezzolo compie quel gesto perché in lui esiste una preconcezione, quindi in ogni caso l'apporto ambientale è estre­mamente importante perché i dati immaginari vengono resi operativi solo dall'incontro tra il nucleo presimbolico e i modelli dei genito­ri con cui si articolano questi nuclei, cioè solo se i genitori sono in grado di rispondere a queste situazioni in modo adeguato, queste situazioni possono svilupparsi in modo corretto e dare origine ai simboli e al pensiero. Se le cose vanno bene queste prime fantasie di ordine violento sarebbero in grado di dare luogo poi a nuovi modelli ancora conflittuali, ma carichi di tutta l'energia libidica, amorosa, creativa propri del periodo ulteriore dello sviluppo che è il periodo edipico in cui il bambino comincia a preoccuparsi degli oggetti e in­contra i genitori nella cosiddetta triangolazione. Il ruolo della ma­dre nell'anticipare i desideri del lattante, nell'interpretarne i bi­sogni, è fondamentale nel permettere a questi nuclei presimbolici di poter diventare elementi strutturati operativi. Nella osservazione clinica appaiono spesso le riattivazioni delle fobie di impulso che sono situazioni per cui alcune madri, che magari hanno desiderato in­tensamente avere figli, quando essi nascono si sentono incapaci di controllare gli impulsi distruttivi nei confronti dei figli, come se la madre non riuscisse a resistere alla riattivazione di quelle proie­zioni violente, brutali che il bambino le manda. Le reazioni a questo tipo di fantasie sono gli eccessi di tenerezza che sono controinvesti­menti delle rappresentazioni immaginarie violente e se noi pensiamo alla straordinaria partecipazione emotiva che ha rappresentato la discussione della legge sull'aborto ci rendiamo conto che il problema conteneva elementi oggettivi più dirompenti di quanto la vicenda le­gale, civile, comportasse. Pensiamo, nell'epoca attuale, al bisogno per le madri di avere tempi di vacanza, e al moltiplicarsi delle iniziati­ve di sistemazione dei bambini, i giardini di infanzia, ecc. Per altro verso c'è una certa tendenza attuale, non tanto a reprimere, quanto a ritenere del tutto incongrua le manifestazioni di violenza del bam­bino ricorrendo agli psicofarmaci per controllarle, cioè l'impossibi­lità di accettare una mentalizzazione della violenza primaria;se la madre è in grado di rispondere a queste tendenze violente non rifiu­tandole esiste la possibilità per il bambino di giocare la sua vio­lenza su registri via via più evoluti che sono legati ai modelli di tenerezza e di amore che la madre è in grado di rimandare. Se la madre invece non tollera la riattivazione delle proprie violenze e, o si ritrae, o cerca di annullarle, o cerca di fare come se non ci fossero, il bambino si ritrova con questa violenza flottante, come se non sapesse dove collocarla, non esiste la possibilità di confrontarsi con l'altro che fugge, non esiste una resistenza contro cui premere, non c'è quel famoso attraversamento della strada e allora molto facil­mente il bambino diventa nel suo sviluppo affettivo un essere astrutturato in cui la possibilità di espressione della violenza come ritorno su di sè di fantasie di autodistruzione, di buco vuoto che non può essere riempito dentro di sè, danno luogo poi a quelle manifestazioni così frequenti come la facile depressibilità, l'incapacità a tollerare la frustrazione e soprattutto, come fenomeno oggi diffuso, le tossico­manie. Se la risposta invece della madre o dei genitori è a sua volta risposta violenta, sadica, è facile che il bambino cada nella situa­zione di regressione più profonda, cioè di psicosi o di violento ma­nifesto, delinquente.
Il pensiero originario del bambino si ricostruisce partendo dall'a­dulto e, attraverso una serie di catene associative si arriva a crea­re un sistema che ha in sé una sua coerenza e si verifica poi attra­verso l'efficacia clinica delle risposte o degli interventi fatti nei confronti dei soggetti affidati alle cure. proseguendo nell'ipotesi di uno sviluppo del bambino che parte da un momento in cui siamo in presenza di fantasie originarie violente indifferenziate, ma dirette in qualche modo verso gli oggetti esterni che sono in questo momento solo i genitori, è possibile pensare che su queste iniziali fantasie violente cariche di una energia istintuale molto alta, si vengano ad appoggiare fantasie erotizzate, amorose, creative che sono le fantasie connesse con il rapporto con gli oggetti esterni all'io e con una erotizzazione che nasce dal riconoscimento di questi oggetti come di sesso diverso e quindi viene riconosciuta la triangolazione cioè l'essere in rapporto con una coppia.
In sintesi, bisogna superare la tappa della lotta per la vita, aver affrontato la morte per poter rag­giungere il riconoscimento dell'altro come un vero oggetto.
Questo punto di vista era anche quello di Nietzche il quale sosteneva che il superuomo doveva essere come Cesare con l'animo di Gesù Cristo, avrebbe dovuto avere un narcisismo positivo estremamente alto che gli permettesse di possedere il mondo per poter poi stabilire le migliori relazioni possibili con gli oggetti, quindi la volontà di potenza nietzchiana non è negativa, ma positiva nel senso che impossessarsi del mondo permette poi di stabilire le buone relazioni. Si arriva a un punto in cui non viene oltrepassata la violenza narcisistica iniziale di possesso, ma viene integrata con la pulsione amorosa senza che il soggetto debba diventare né Dio né imperatore, vale a dire senza postulare una potenza che in realtà non permette di integrare nella violen­za la pulsione amorosa. Il bambino nel suo crescere fa esperienze del mondo esterno a sé, ma non è ancora in grado di riconoscerlo come tale il bambino è spinto da una forza interna a soddisfare i bisogni, quan­do ha fame si dirige verso l'oggetto che ha già in mente come possi­bile soddisfacimento e che incontra se gli viene offerto, ma potrebbe non trovarlo. Il bambino ha fasi di calma e in queste sperimenta al­tri apporti da parte degli oggetti, per es. la tenerezza della madre che lo culla, lo coccola, ma non sa che l'oggetto di ciò è lo stesso che poi cercherà avidamente, cannibalicamente per poter mangiare; quando si soddisfa si rende conto che l'oggetto materno è stato svuo­tato, è gravemente deteriorato; il bambino può vivere una profonda an­goscia di aver danneggiato in modo irreparabile qualcosa che è a lui indispensabile; questo tipo di esperienza può essere corretto sola­mente dalla ripetizione della esperienza stessa. La madre resta calma e non rimanda al bambino le fantasie distruttive e dopo un certo tempo il bambino ripete l'esperienza e arriva a rendersi conto che ogni vol­ta ha messo dentro di sé due cose, da una parte il soddisfacimento del bisogno-esperienza piacevole e dall'altra una esperienza sgradevole che è il danneggiamento però ritrova sempre la madre e si conferma nel fatto che la sua distruttività non è troppo grave perché l'oggetto c'è sempre. Il bambino si rende conto dell'ambivalenza delle sue azio­ni e sente che attraverso questa azione violenta, cannibalica dell'ag­gredire la madre, secondo il sistema dell'incorporazione, non arriva a realizzare la sua distruttività. Col passare del tempo il bambino comincia anche a integrare l'immagine tenera, affettuosa dei momenti di calma con l'immagine oggetto dei momenti di tensione e quindi sem­pre più a vedere questa ambivalenza nella madre di aspetti distruttivi e aspetti positivi che sono nella disponibilità della madre. Poco a poco il bambino riesce ad integrare dentro di sé questa ambivalenza di preoccuparsi della madre. Questa fase di passaggio alla preoccupa­zione degli oggetti è in qualche modo fondamentale perché parte da un riconoscimento del mondo esterno, dell'altro. La carica di violenza iniziale, indispensabile alla vita (con un riferimento linguistico notiamo che violenza deriva dal latino violare, e la stessa radice greca dà origine sia a bios-vita sia a bia-violenza) è sia origine di distruzione che di vita. Il bambino spinge verso la realtà, trova una resistenza da parte del mondo circostante, se questa resistenza non è troppo forte, oppressiva, il bambino sperimenta la distinzio­ne tra se stesso, il me, e quello che sta al di fuori, non me; si sta­bilisce un primo confine, la carica iniziale violenta è indispensabi­le perché possa nascere il sentimento di una individualità; ma è sola­mente nella fase in cui il bambino è riuscito ad integrare dentro di sé le risposte tenere, amorose della madre, la capacità della madre di sostenere l'esperienza della sua aggressività e distruttività e di rimandargliela continuamente come accettazione e presenza, che il bambino riesce a integrare questo tipo di modello utilizzando la ener­gia di partenza, ma rendendo operativo il modello amoroso che gli ha rimandato la madre e solo in questo modo, preoccupandosi della madre, arriva a costituire la madre come un altro da sè. E' una situazione di reciprocità e di scambio indispensabile senza la quale il bambino non può accedere a una capacità adulta di integrare la violenza nell'am­bito della dinamica erotica e quindi nella maturità psicologica. Le alternative possono essere o la madre che si spaventa e fugge e il bambino trova scompaginato tutto il suo mondo interno, la violenza ri­mane in sospeso e disponibile per molteplici soluzioni, la più facile delle quali è un certo ritorno su di sè in cui la fantasia di base è "non posso uccidere il genitore perchè non c'è e poi se lo uccido muoio anch'io e allora l'unica cosa da fare è uccidere me stesso, ma non posso perchè non ho avuto un genitore che mi ha dato la possibili­tà di riconoscermi come me stesso" e il tutto diventa una specie di roulette russa; con la dose il tossicomane ogni volta fantasmaticamen­te tenta di uccidersi e spera di non riuscire: questa è la situazione più frequente di ritorno di una violenza libera. Altre possibilità sono il cadere nella psicosi oppure in una situazione di disintegra­zione della personalità: sono le condizioni in cui vengono a trovarsi quei bambini che hanno madri che,non tollerando la violenza del bambi­no, finiscono di esercitare una pressione si di lui e lo costringono a diventare passivo e in qualche modo a non poter mai integrare la violenza in una dinamica amorosa e creativa. Nel momento in cui si costituisce l'oggetto-altro per effetto della integrazione del model­lo dei genitori con la energia violenta primordiale, questa energia assume altre caratteristiche, si possono avere dei sentimenti che possono essere di amore o di odio, di aggressività o di alleanza, di sopportazione, di riparazione, di preoccupazione. Lo scopo primario della violenza fondamentale nasce come bisogno di conservazione del soggetto mentre nei sentimenti aggressivi non sempre esiste questo scopo, ma un bisogno di distruzione dell'oggetto. Nella violenza primaria la distruttività è solo sperimentata a posteriori, ciò che prova il bambino è il bisogno di riconoscimento di un sè non minacciabile da­gli eventi esterni. In tal senso la violenza fondamentale è un istin­to di vita e deve nel suo sviluppo perdere il primato a profitto di una integrazione con il primato delle pulsioni amorose che possono poi dare origine ad un altro tipo di conflittualità innanzi tutto di generazioni, il bambino deve poter sentire di superare il padre per poter accedere ad una capacità di assunzione dentro di sé sia della violenza che delle pulsioni erotiche; se il padre non si mette sulla strada, se non esiste la conflittualità di generazioni, non esiste la possibilità di integrazione, il bambino che non riesce a superare il padre, a sentirsi più forte, sarà il rivoluzionario perenne, colui che sarà sempre in lotta contro tutte le autorità possibili in modo velleitario, come già diceva Lenin.
Quando non esiste la possibilità di conflitto perché l'adulto fugge ricadiamo nelle soluzioni repressi­ve e in particolare di perenne disadattamento, insicurezza, depressio­ne che sembrano essere il patrimonio della nostra epoca. Nella nostra epoca l'affrontamento genitori-figli viene spesso a mancare. Vi sono molte persone che si sentono troppo deboli di fronte alla vita, per affrontare la competizione, il contrasto, per riconoscersi come indi­vidualità che devono mettersi a confronto con altre individualità as­sumendosene la responsabilità. In questo senso la generalizzazione della scolarizzazione fino a età abbastanza adulta facilita nei gio­vani l'incapacità di affrontare la vita. La riuscita felice della evoluzione della violenza primitiva è la sua integrazione personale nell'ambito di un dinamismo che può essere definito amoroso, edi­pico e quindi conflittuale; oggettuale e creativo. La creatività si esprime attraverso il compromesso che è poi la soluzione del conflitto edipico per cui vengono spostate su un'altra figura le pulsioni vio­lente e il desiderio diretto inizialmente verso la persona di sesso opposto della propria famiglia. In questo modo è possibile realizzare un compromesso che rende accettabile sia la violenza di fondo che la sessualità. Tutte le situazioni di rapporto con l'autorità non risolto nascono dal fatto che non si riesce a fare lo spostamento su un altro oggetto, bisogna ripetere esattamente le cose che hanno fatto i padri sentendosi sempre inadeguati ed essendo sempre rivoluzionari, velleitari, anzichè poter sentire di avere le stesse potenzialità dei padri anche facendo cose diverse, spostando su qualcos'altro la propria vo­lontà di potenza, violenza, la propria aggressività. In questo senso Edipo avrebbe fallito, la storia di Edipo è la storia del ritorno di tutte le fantasie nei confronti della figura originaria, la propria madre. Un altro problema della nostra epoca, il famoso demonio meri­diano, è il fallimento del rapporto di coppia nell'età media, dovuto al fatto che la violenza iniziale non era stata sufficientemente in­tegrata con le pulsioni libidiche ed erotiche; che non c'era stata questa capacità di preoccuparsi di un oggetto esterno diverso da quel­lo che era l'oggetto iniziale del desiderio, che non si è riusciti a realizzare la propria conflittualità nei confronti del genitore dello stesso sesso, sopravanzandolo, riuscendo a sentirsi forti come lui, ma in obiettivi diversi e allora il ritorno sulla stessa figura fa sì che poi si abbiano quelle situazioni così frequenti, di rottura del rapporto coniugale che sono appannaggio della nostra cultura, della nostra epoca.
Abbiamo visto che un modo di risolvere la violenza è la simbolizza­zione. Da questo punto di vista già Freud riteneva che il massimo li­vello di realizzazione simbolica della violenza era dato da quello che lui chiamava il mito del Dio cristiano in cui, attraverso il sa­crificio di un figlio, si arriva a integrare tutte le pulsioni vio­lente nelle pulsioni d'amore. Anche nell'Islam c'è un fatto simbolico che è, come nel vecchio patto con Abramo, rappresentato dalla circon­cisione, in cui la violenza originaria, quella tra grandi e piccoli, tra genitori e figli viene realizzata in forma simbolica e quindi in qualche modo viene ad essere neutralizzata, ma nel cristianesimo c'è qualcosa di più, la violenza non è solo simbolizzata ma rappre­sentabile; la rappresentazione non è solo a livello del simbolo, che vale nella misura in cui può essere riconosciuto e che, pur essendo collettivo, ha una validità soprattutto interiore. Il dramma della croce può essere collocato in una rappresentazione che è coglibile da tutti ed è sotto gli occhi di tutti: questo permette una neutralizzazio­ne molto maggiore della carica dì violenza che viene ad essere contenuta nella rappresentazione dell'infanticidio, della uccisione di un figlio perché la violenza stessa possa essere neutralizzata dall'amo­re.
Questa riflessione porta alla conclusione che si riallaccia all'i­nizio, al significato del mito; il mito ha il significato di poter rappresentare l'indicibile. Il fatto che la violenza trovi origine nei fantasmi primordiali, nella carica istintuale primordiale, che ha la possibilità di essere integrata nelle pulsioni libidiche per poter dare origine allo psichismo adulto ed essere utilizzata per il supera­mento del conflitto edipico, è una vicenda che deve rimanere in qual­che modo segreta. Sapere troppo, dice Tiresia ad Edipo, ti sarà di danno. Ci sono situazioni che sono indicibili, la situazione di vio­lenza primigenia in cui c'è l'affrontamento genitore-bambino secondo il registro del "o io o tu", è qualcosa di indicibile che deve rima­nere nascosto. Non può essere totalmente negata perché la negazione porterebbe alla sterilità; può però essere rappresentata attraverso la simbolizzazione del mito, e qui siamo riportati alla situazione iniziale. Nel corso della storia l'uomo ha creato i miti, le opere letterarie, forse anche le religioni, è una situazione quella del mi­to e della storia artistica che permette di neutralizzare e di rappre­sentare, di non negare questa vicenda fondamentale che è l'integrazio­ne della violenza nell'amore.
C'è un altro mito che esprime la situazione del genitore che riesce a uscire dalla dialettica mortale del "o io o tu" assumendosi dentro di sè la morte, ed è il mito di Ulisse. Ulisse quando doveva andare alla guerra di Troia si è finto pazzo; arava un campo con due animali del tutto inadatti, ma Nettolemo lo smaschera mettendo Telemaco nel solco e Ulisse infatti fa un semicerchio per evitare il figlio e in questo modo mette su di sé la morte perché l'alternativa era la guerra Questo mito è molto significativo della risposta del genitore che non è pazzo, che è capace di preoccupazione, di riparazione e quindi può permettere al bambino di integrare la sua violenza originaria per­chè non gliela rimanda contro.

Seconda parte: la violenza come espressione del cuore violento

di Giannino Piana

Questi spunti di riflessione sul fenomeno violenza nella sua ricca gamma di espressioni a livello umano, più che di natura etica, tendenti a giudicare il fenomeno della violenza, sono un tentativo di lettura dal punto di vista delle radici filosofiche e teologiche per una proposta di superamento della violenza che si colloca tanto sul fronte di una ridefinizione dell'identità umana quanto sul fronte di una attenzione più specifica all'annuncio cristiano. L'oggetto della riflessione è la violenza nel suo aspetto più specificamente umano, come espressione del soggetto violento o del cuore violento. Nella Bibbia c'è spesso il ritorno su questo tema, la violenza non è solo una serie di comportamenti, ma qualcosa di più profondo, è un atteg­giamento. Una definizione della violenza, forse la più onnicomprensiva risale alla tradizione classica; nell' "Etica nicomachea" di Aristo­tele violento è tutto ciò che agisce contro la natura di qualcosa, così si parla di morte violenta in opposizione alla morte naturale, oppure di passioni violente che travolgono la ragione come capacità dell'uomo di ricondurre a se stesso le passioni, oppure ancora vento violento, il cataclisma è una alterazione di ciò che in natura esiste. Il senso di questa definizione è totalizzante anche se non specifico; quando si fa il passaggio dai termini generali alla violenza in senso più specificamente umano occorre una definizione più precisa, più puntuale. La violenza umana è quella voluta, intenzionale, che entra a far parte di un progetto. Violento è l'uomo in cui la violenza non è soltanto un comportamento, ma è un modo di essere, è un'opzione, una intenzionalità globale con cui si tende a costruire i rapporti. La riflessione tenterà di rispondere a due interrogativi, il primo riguarda la genesi del soggetto violento e i tentativi di risposta storica alla realtà del soggetto violento, come la società, la cultura ha tentato di arginare la violenza sia attraverso le forme di simbo­lizzazione sia attraverso l'esercizio di un'altra violenza, magari dirottando la violenza soggettiva nella violenza delle istituzioni. Il riconoscimento che allo stato compete l'esercizio della forza è funzionale a un superamento della violenza soggettiva attraverso la canalizzazione della violenza in mano all'autorità, del potere. Questo è il primo momento; in un secondo momento faremo riferimento alla proposta cristiana di superamento della violenza attraverso la nascita del cuore nuovo in alternativa al cuore violento.

genesi del soggetto violento

Tesi di partenza è che la violenza nasce dall'uomo che si costituisce soggetto assoluto di diritto, dal fatto che il diritto non viene concepito come qualcosa che mi trascende, con cui devo entrare in relazione acqui­sendolo e definendolo, ma come qualcosa di cui sono arbitro assoluto, che posseggo. Il diritto inteso come possesso assoluto in senso to­talizzante ed esclusivo si trasforma sempre in una pura volontà dì potenza. In una prospettiva cristiana potremmo dire che questo è il peccato di origine, la pretesa di una autonomia etica assoluta, il non riconoscimento di qualcosa che mi trascende, con cui devo entrare in rapporto per definire anche il mio diritto, che io ho e dal quale sono in qualche misura posseduto e ne dipendo e che riconosco preesis­tere a me ed essermi superiore. Quando l'uomo si costituisce soggetto assoluto di diritto nasce in lui il cuore padronale che è la sintesi del diritto e della volontà di potenza. La volontà di potenza si mas­chera sotto forma di diritto. Laddove si instaura questo legame la conseguenza è la riduzione dell'altro a puro strumento funzionale all'esercizio del diritto che è assoluto e arbitrario; il rapporto, con l'altro e con le cose non può più essere vissuto in termini di rispetto. Si può giungere alla percezione dell'altro come nemico, co­me rivale, antagonista; la conseguenza è il vivere l'altro e la real­tà come debitrici nei confronti di me stesso.
L'analisi del linguaggio è importante per percepire certi modi di rapportarci alla realtà dell'uomo, il dire "fare giustizia" viene inteso come il dare la giusta punizione; in alcuni casi si tende a legittimare la guerra come ricerca pretestuosa della giusta causa per trasformare la volontà di potenza in diritto di difesa. Dietro allo stesso terrorismo c'è molto spesso una sorta di risentimento verso la realtà in nome di una rivendicazione del diritto; anche dietro alle forme di rivendicazioni corporative la richiesta di da­re spazio ai propri interessi si maschera dietro i giusti diritti. Questa tesi ci aiuta a capire una serie di soluzioni attraverso le quali storicamente si è tentato di uscire dalla situazione di un uomo che si costituisce soggetto assoluto di diritto.

soluzioni per arginare la violenza

Tre tesi in partico­lare hanno avuto storicamente rilevanza; la prima rispecchia una del­le funzioni storiche che le religioni hanno esercitato ed è quella del sacrificio sostituitivo, della simbolizzazione della violenza. Questa posizione è stata ripresa recentemente da Girard nel libro "La violenza e il sacro". Secondo la sua tesi la nascita della religione va attribuita alla presa di coscienza da parte dell'uomo della vio­lenza, violenza e religione sono in stretta connessione, la religione viene pensata come antidoto e come sforzo di porre argine, di canaliz­zare, simbolizzandola, la violenza. La situazione di partenza è la costatazione che la vendetta provoca vendetta determinando una reazione a catena che assume la forma della rappresaglia e dando luogo a un processo interminabile che mette in gioco l'esistenza della so­cietà; allora la religione diventa il momento essenziale di canaliz­zazione degli istinti di violenza mediante la produzione del capro espiatorio su cui si scarica la tensione collettiva. Tutte le reli­gioni hanno un atto sacrificale attraverso il quale viene scaricata la violenza mediante la ritualizzazione della violenza stessa. Nel cristianesimo vi è il concetto di redenzione come espiazione, Cristo diviene il capro espiatorio; oggi questo concetto è, se non superato, molto attenuato, in passato invece aveva notevole rilevanza il senso della redenzione come il pagare il prezzo, l'espiare.
Un altro ten­tativo di superamento della violenza è il diritto statuale; dapprima viene interpretato come la stessa funzione dello stato e poi succes­sivamente funzione della giustizia, diritto penale. L'uomo è considerato come soggetto di diritto assoluto e ci si rende conto - è la tesi di Hobbes - che considerare l'uomo come soggetto ultimo, esclu­sivo del diritto significa determinare all'interno delle relazioni umane una situazione di conflitto, di inimicizia, di contrapposizio­ne radicale "homo, homini lupus"; l'uomo tende quindi ad alienare il proprio diritto consegnandolo nelle mani dello stato. Nasce di qui il patto sociale che rappresenta, non lo stadio naturale originario di conflittualità assoluta e pertanto di distruzione, ma uno stato artificiale, successivo; il monopolio della violenza non è più affi­dato all'individuo, ma delegato allo stato.. Nella società attuale questo si esercita attraverso il sistema giudiziario, nessuno può farsi giustizia da sé, ma è il potere giudiziario che deve intervenire e fare giustizia anche in senso vendicativo nei confronti di chi ha leso i rapporti e le norme della logica della vita collettiva. Il principio di vendetta si trasforma da privato in pubblico e viene affidato alla autorità. Oggi c'è un ritorno a queste tesi, il contrat­tualismo moderno che in Italia ha come esponenti Veca, con la teoria della società giusta, Giorello con la ripresa della tesi utilita­rista; l'opera di Rols "Giustizia ed equità" è il punto di riferi­mento di tutti i politologi. Queste tesi contrattualistiche compor­tano una visione dell'uomo come essere fondamentalmente anarchico, proprietario del diritto, da cui nasce l'esigenza per la società di mediare tra questi diritti soggettivi col contratto e con la ri­cerca di un potere forte. Le tesi contrattualistiche esigono un for­te decisionismo perché il presupposto è volontarista, non esiste un diritto oggettivo riconosciuto, ma il diritto è individuale, da media­re.
C'è una terza via, quella rivoluzionaria, marxiana; l'ottica qui è capovolta, la violenza non è più riconosciuta come un dato natura­le, dietro il marxismo c'è una forte concezione rousseauiana dell'uo­mo: l'uomo non è strutturalmente violento, ma la violenza viene dalla storia; l'uomo originariamente è un animale buono, sociale, è corrotto da un certo modello di società dentro la quale si inserisce, che lo fa diventare violento condizionandolo; la rivoluzione sarebbe da con­cepire come il momento della controviolenza, cioè il momento che inau­gura la via della costruzione della pace in quanto abbatte quelle strutture che determinavano la nascita del cuore padronale. Nella te­si marxista il centro non è più l'individuo ma è la società come il luogo della verità dell'individuo, che lo mette in condizione di po­ter essere di nuovo capace di vivere in una disponibilità non violenta. Il marxismo presuppone la possibilità di poter tornare allo stato pa­radisiaco sottraendo l'uomo ad un condizionamento sociale che lo ha alterato; negli altri due casi la violenza è canalizzata, regolamen­tata, si impedisce che si manifesti in termini devastanti, ma in real­tà è lasciata sussistere come atteggiamento, c'è solo uno sforzo di razionalizzarla.

il cristianesimo

Il cristianesimo non tende tanto a regolamentare la violenza offrendo regole perché diventi più sopportabile, ma tende a estirpare la violenza facendo appello al cambiamento del cuore. Il presupposto è che la violenza non è la natura dell'uomo e neppure che la natura dell'uomo è buona e soltanto la società la deforma; il cuore violento non è il prodotto di una struttura originaria né il puro riflesso di una struttura esterna, ma è l'effetto di una decisio­ne umana cioè di un atto di libertà. Tutto questo è radicato nel sog­getto in una serie di processi condizionati dal contesto dentro il quale è vissuto.
Se si rifiuta tanto una posizione, di struttura originaria, quanto il riflesso di una struttura esterna, il superamento del cuore vio­lento postula il superamento di una concezione dell'uomo come soggetto del diritto: sono portatore di un orizzonte di diritto che trascende la mia volontà, non posso mai disporre di me in maniera totalmente arbitraria, i miei diritti sono miei non in quanto mi appartengono, ma in quanto io appartengo ad essi, il loro fondamento non è nel pos­sesso, ma nella relazione.
Il superamento della violenza nasce dal ri­conoscimento della struttura relazionale di me e del diritto, il che comporta la capacità di riconoscere il diritto altrui affermando che l'altro non mi appartiene, ma che la sua esistenza è un valore per se stesso, l'altro trascende la mia volontà di autoaffermazione. Il fondamento vero della giustizia è il diritto dell'altro, è il rico­noscimento che io agisco in presenza dell'altro.
La riflessione cristiana offre all'uomo in termini compiuti il fondamento per acquisire questo riconoscimento nel senso che l'espe­rienza fondamentale che caratterizza il cristianesimo è l'esperienza dell'essere perdonati, di un Dio creatore e redentore che continua­mente mi perdona. Accogliere il perdono rende capaci di dare il per­dono. Questo essere perdonati è il fare l'esperienza del superamento di ogni forma di vendetta, l'essere introdotti in una logica di pura gratuità che tuttavia non è deresponsabilizzante, ma anzi estremamen­te esigente perché mette poi nella necessità di dare il perdono. Il cuore nuovo è il cuore perdonante, che sa vivere nella dimensione del perdono, della gratuità, non solo il riconoscimento del diritto dell'altro, ma l'affermazione del diritto dell'altro fino alla negazione del proprio; la carità è la virtù a cui fare riferimento e consiste nel perdere se stessi fino alla rinuncia della propria vita. Permane na­turalmente la dimensione di conflittualità sia della vita personale sia sociale, per questo si parla solo di tendenza. La tensione al perdono, dell'amore che chiama amore, deve essere vissuta nel quadro di una ricerca continua di riconciliazione che è sforzo di assunzione positiva della conflittualità. Il conflitto non si supera né eluden­dolo, né negandolo espellendo dal proprio ambito relazionale tutti coloro che possono provocarlo; il conflitto si risolve, sia pure par­zialmente, assumendolo, stando dentro ed elaborandolo.
L'assunzione del perdono come dinamica di fondo comporta poi la messa in atto di un processo storico segnato dalla riconciliazione, prendendo coscien­za della esistenza della situazione conflittuale, del bisogno di eser­citare una continua conversione che ci permetta di vivere l'esperienza di perdono.
Lo spazio di decisione, la libertà umana è limitata, però solo ac­cettando che questo spazio esiste o che si possa ricostruire dove è com­promesso, si aiuta l'uomo a responsabilizzarsi e ad assumere la pro­pria violenza per superarla e per vivere in un cammino di reale ri­conciliazione.

Discussione.

esiste la libertà umana di fronte ad una scelta violenta?
Tebaldo Galli:
Il cuore violento che si trasforma in cuore perdonante corrispon­de ad un processo psicologico: il bisogno di potenza dell'uomo equi­vale in psicologia all'io delinquenziale che si fonda appunto sull'on­nipotenza personale. Quello che noi vediamo a livello di comportamen­to non è tanto la violenza primigenia, quanto quello che è già stato integrato ad un livello di un io più maturo. Ciascuno di noi in qual­che misura contiene dentro di sé l'io delinquenziale; quello che sot­to l'aspetto psicologico può essere corrispondente al peccato origi­nale è quella quota di violenza non integrata dalle pulsioni amorose, libidiche. L'istintualità violenta esiste ed esiste anche la sua pos­sibilità di trasformazione attraverso la razionalità; gli psicanalisti ricorrono ad una varietà di termini, Melain Klein parla di riparazio­ne, Willycot di preoccupazione dell'altro, il filosofo Heiddeger par­la di cura; tutto il pensiero attuale è confrontato con questo pro­blema: come è possibile che la tendenza prevaricatrice possa diventa­re preoccupazione dell'altro , riparazione. Il processo è quello di riuscire a mettere dentro di sé una quantità sufficiente di morte perché essa non venga esportata verso l'altro. E' necessario fare il processo di Ulisse che nel momento in cui deve scegliere assume su di sé il rischio della morte. Il problema è l'intenzionalità.
Ci sono persone che si occupano delle cause perse, di tutte le situazioni disperate, dei pazienti inguaribili, di coloro che conti­nuano a rimandare ingratitudine, ogni sorta di offese, queste perso­ne che vengono a mettersi sempre nella condizione di essere schiaccia­te da coloro che in realtà aiutano, sempre gravati da un peso di eccessiva disponibilità nei confronti degli altri e di eccessiva riparazio­ne sono persone che hanno modalità patologiche, sul piano pratico so­no utili, ma certamente non è questa una disposizione sana della men­te, il bisogno eccessivo di riparazione nasce dal senso di una man­canza tanto grande dentro di sé che c'è bisogno di costituire se stessi come i genitori ideali che non si sono avuti e di costituire nei propri assistiti questa vittima che loro sono stati per cui alla fine la loro posizione non è riparante, è narcisistica, si cerca di portare in un ideale tribunale i propri genitori dicendo: io faccio quello che voi non avete voluto fare per me e per poter realizzare questo ideale narcisistico si finisce di cadere in una situazione masochista. Qualche volta invece, c'è un eccesso di controtendenza, c'è in realtà la tendenza rapace, ma si è talmente angosciati di fronte alla propria rapacità che c'è una sorta di blocco nevrotico attraverso azioni esattamente contrarie. Quindi l'unica possibilità
di poter essere delle persone riparanti strutturalmente è quella di poter aver avuto una riparazione a propria volta nella costituzio­ne della propria personalità; in qualche modo è una sorta di catena che si crea di generazione in generazione, e questo è il principio filogenetico più che l'ereditarietà - dato per scontato che esiste l'istinto violento di base. Persino il fantasma originario di distru­zione del bambino non è che la proiezione sul bambino di un ideale di sé bambino che viene aggredito e distrutto a seconda della capacità che uno ha di rendersi conto di questa onnipotenza assoluta che rap­presenta l'ideale primigenio di sé. Questo apre un grande interroga­tivo che però lo psicologo deve porsi: esiste o non esiste una inten­zionalità umana, una libertà umana di fronte anche alla scelta vio­lenta? L'uomo ha continuamente cercato di dare delle risposte e ha messo la causa dei guai del comportamento umano di volta in volta accentuando il "dentro" o il "fuori". L'uomo oggi cerca dentro di sé la spiegazione della propria morte fisica. L'ultimo libro di For­nari "Affetti e cancro" tende a dimostrare che la trasformazione can­cerogena delle cellule sarebbe determinata da situazioni emotive. Oppure tutto al di fuori, tutta la realtà è cattiva. Dal punto di vista psicologico noi dobbiamo adattarci a costatare che esistono profonde e radicali differenze tra gli individui e le situazioni che appaiono predeterminate e con le quali non dobbiamo avere a che fare; avere a che fare non significa semplicemente mediare gli opposti attraverso decisioni prese dall'alto, ma sapere che talune di queste tendenze non appaiono modificabili proprio perché all'origine non c'è stata relazionalità buona e che quindi noi dovremo sempre barcamenarci tra queste situazioni in cui ci troviamo di fronte alla violenza non riparata e in cui la nostra possibilità di ripararla appare limitata dalla nostra costituzione originaria. Questo è da tener presente per non arrivare a dare linee di principio che appaiono poi come proposizioni assolute imposte dall'esterno e come tali determinano controreazioni e la messa in moto di meccanismi di contrapposizione e conflittuali. Il problema è proprio questo equilibrio, come è possi­bile che si determinino linee di cambiamento senza che esso possa nascere da una presa di posizione dall'esterno. E' uno dei grossi problemi di fronte al quale anche lo psichiatra si trova coinvolto, per es. il contenimento e l'obbligatorietà di certi comportamenti.

NB. Sintesi delle relazioni tenute a Pallanza il 15-16 marzo 1986 non revisionate dai relatori.

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