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L'uomo tra coscienza e computer

sintesi delle relazioni di Giorgio Danini e Giannino Piana
Verbania Pallanza, 1-2 febbraio 1986

Prima parte: l'uomo tra coscienza e computer

di Giorgio Danini

dall'analogico al digitale

Le tecnologie dell'informazione trattano di come viene scambiata l'informazione stessa e di come viene elaborata. Essa è nata con la comunicazione da una persona all'altra e poi si è articolata in suc­cessive innovazioni attraverso varie tappe che hanno portato cambia­menti sociali. Con la stampa e la carta ad es. le idee sono circolate e si è diffusa l'alfabetizzazione. La posta ha reso possibile altre cose ancora e poi il telegrafo - che pure aveva una certa difficoltà di uso perché era utilizzabile solo dall'addetto - ed il telefono che è più immediato nell'uso e nella risposta. Si sono avuti riflessi so­ciali: il telefono ha voluto dire per es. che le fabbriche hanno con­tinuato a stare dove erano e dove era stato comodo che sorgessero per sfruttare risorse naturali o altro, ma gli uffici sono stati collocati nei cen­tri direzionali. C'è un dato comune a queste comunicazioni: sono da uno a uno.
Poi le comunicazioni sono diventate da uno a molti: la radio e la TV, i giornali; essi sono un misto di informazione e di spettacolo, e dovendoci dare uno sguardo sul mondo ed essendo il mondo una realtà complessa, grande e lontana, anche nella massima buona fede, i loro messaggi ci danno una semplificazione del mondo, un pezzetto, un'imma­gine e questo, parlando di elaborazione dati, è un aspetto fondamenta­le. Un altro dato è che, fino alla TV, le tecnologie di comunicazione erano tutte unificate. Dopo la TV il salto grosso è arrivato con le tecniche computerizzate: l'informazione può essere trattata e quindi partendo da dati si può arrivare ad informazioni, il dato elementare può acquisire un valore aggiunto durante il trasferimento; il dato per essere trattato dal calcolatore deve essere in forma digitale. Si passa quindi da forme di tecnologia analogica a tecnologia digitale. Sul piano della definizione la cosa in sé potrebbe avere poco signifi­cato se non cominciasse a mettere in evidenza alcuni problemi; noi sia­mo uomini, dotati di una ottica, di una visione sintetica, dentro di noi, fusi e confusi, ci sono una serie di valori e di elementi che, mes­si tutti assieme, di un fenomeno, di una persona, di un fatto ci fanno dare una valutazione; passando a trattare questo fenomeno col computer con tecniche che ad esso si riallacciano e che ci stanno pervadendo, ne dobbiamo dare una rappresentazione analitica; dobbiamo cercare di spaccare tutti gli elementi e i valori che contribuiscono alla nostra visione unitaria, individuare tra essi i matematici, i meccanici, i lo­gici e rappresentare il fenomeno alla macchina esclusivamente in termi­ni di questi elementi. L'estrema evoluzione di questa tendenza rende perplessi. I sistemi esperti, al centro del progetto "intelligenze ar­tificiali" portano ad una mentalità, per l'utilizzo di queste macchine, ad esse adeguata. Il personal computer in casa, nelle mani di un bambi­no o di un ragazzo richiede un adattamento di mentalità. Per risolvere un problema col computer l'approccio tipico poteva essere: data una realtà arrivare a strutturare il computer attraverso dei programmi perché risolva il problema connesso a quella realtà. Adesso sta suc­cedendo che, dato il calcolatore, si struttura la realtà in modo che venga risolta, è questo l'approccio verso cui si sta andando, a maggior ragione coi sistemi esperti nucleo centrale delle intelligenze artifi­ciali. Un personal computer in casa, in mano ad un ragazzo che non ab­bia un'altra guida, probabilmente essiccherà completamente le sue facol­tà umane nel senso più lato perché lo porterà a risolvere qualunque pro­blema in termini di passi logici, di rappresentazione logica, matemati­ca, razionale, meccanica. Viceversa, disponendo la persona di elastici­tà e stimoli per continuamente tenersi sollecitato anche con quelle di­scipline che classicamente chiamiamo umanistiche, allora può essere un utile complemento perché stimolare la razionalità, la deduzione logico-matematica in aggiunta alle peculiarità dell'uomo può essere un bene.

evoluzione delle tecnologie

Sul filo tecnico vediamo qual è stata l'evoluzione delle tecnologie in funzione di questi modi di essere che sono il vero problema. Le tecnologie non sono in sé buone o cattive, l'indirizzo che prendono è in funzione delle scelte sociali che si fanno e bisogna sempre valu­tare se le contropartite pregiudicano o meno la dimensione umana. Le tecnologie nell'evoluzione dei calcoli sono partite dall'antichità (abaco, ecc.), nel 1650-1850 c'è la formulazione teorica dei principi di funzionamento delle macchine che ha tenuto e tiene tuttora perché la concezione di Von Neumann è quella che era già stata elaborata nell'800-850 e che aveva antecedenti: concezione di base è una macchina in cui c'è una parte centrale, la memoria, e una unità centrale di ela­borazione che controlla ed elabora i dati per dare delle informazioni. Connesso a questo marchingegno centrale c'è tutto ciò che serve di addi­zionale, dispositivi per acquisire le informazioni, per emettere i ri­sultati dell'elaborazione e poi ci sono le memorie ausiliarie, gli ar­chivi; esattamente come in una procedura manuale, magari di fatturazio­ne al banco, ogni volta che un cliente ci fa un'ordinazione noi non ci facciamo dire tutte le generalità, così su un computer abbiamo le me­morie ausiliarie con gli archivi. Le frontiere future prossime della quinta generazione passano per un potenziamento massiccio di questi concetti elementari - memoria centrale e memoria ausiliaria - magari con architetture un po' diverse, ma ad es. il riconoscimento del par­lato su immagazzinamento presuppone, perché sia fatto in tempi attendi­bili, una potenza elaborativa centrale notevole, quindi sviluppo delle unità centrali e delle relative architetture. Immagazzinare ad es. l'in­formazione parlata, richiede una capacità di archivi notevolissima. L'architettura di base individuata qualche secolo fa, viene realizzata in queste macchine con diverse tecnologie, che hanno portato a varie generazioni. La prossima scadenza è rappresentata dalla quinta, le al­tre quattro hanno corrisposto a momenti ben precisi della tecnologia, dell'elettronica e della microelettronica. Corrispondono a: tubo elet­tronico, valvole, transistor, prima integrazione dei transistors su piastrine, e all'ultimo livello, integrazione avanzata di tanti tran­sistors e nessi circuitali su un'unica piastrina, sui chips. L'evolu­zione tecnologica è andata dai tubi e quindi dall'avere su banchi gran­dissimi una combinazione di questi elementi per realizzare delle fun­zioni logiche, a un elemento di mezzo centimetro di lato sul quale tro­vano posto migliaia di componenti che realizzano le stesse funzioni.
Questo salto ha permesso la realizzazione dell'integrazione del micro­processore così realizzato in parecchie macchine che sono quelle che stanno incidendo nel tessuto sociale. Il microprocessore, oggetto del­la microelettronica, trova applicazioni massicce, quelle con cui spes­so lo identifichiamo nella informatica classica, in realtà è il motore trainante delle modifiche di tante cose, dalla robotica all'office auto­mation, a ciò che ci vediamo in casa ogni giorno, vale a dire: la mac­china programmata su base elettronica, il televisore con servizi da es­so distribuiti. Questo aspetto attira l'attenzione: noi abbiamo ormai a portata di mano archivi grandissimi. Dalla nostra casa attraverso il televisore opportunamente adattato possiamo accedere ad archivi. Le tec­niche computerizzate, digitalizzate estremamente avanzate ci danno la possibilità di arrivare ad archivi di informazione che, quando vi si accede, sono per noi la rappresentazione del reale, almeno per la di­mensione che ci interessa. Rappresentare in un archivio, registrare in esso le informazioni analogiche di un fornitore, realizzare queste ta­belle specifiche per le varie categorie che dobbiamo tenere sotto con­trollo e consultarle non è difficile, e non ha grosse implicazioni, il problema è quando queste tabelle riguardano ad es. assistiti di un ser­vizio sociale e quando, magari con operazioni di accesso a diverse ta­belle, vogliamo ottenere il ritratto di una persona verso cui sono ne­cessarie azioni di intervento da parte del nostro ente sociale assistenziale. Questo pone subito il problema della riservatezza dei dati; avere archivi integrati dove ci siano informazioni complete su tutto e su tut­ti, quanto meno è delicato, sia da mantenere perché creare informazioni sbagliate che portano risultati disastrosi è facile, sia perché è gra­vissimo sul piano morale l'accesso indiscriminato a questi archivi. La preoccupazione riguarda il caso in cui dalla integrazione di tutte queste tecniche di comunicazione in una tecnica digitale gestita da calcolatori magari integrati tra loro, salta fuori un ipotetico gestore di tutta la rete, il quale ha in mano un potere di controllo, di ricatto e di mani­polazione delle coscienze, altissimo.

l'utilizzo delle nuove tecnologie

Poniamo qualche riflessione relativa all'utilizzo delle nuove tecno­logie in settori di interesse prettamente umano esaminando il problema della lingua. Sono state tentate, a cominciare dal '45, operazioni di traduzione meccanica che hanno dato risultati abbastanza fallimentari, c'è di mezzo un problema semantico che la macchina non è in grado di tradurre a mezzo di un vocabolario. C'è stato lo stimolo a studiare una grammatica ed una sintassi strutturata in funzione della macchina, ma con scarsi risultati. L'elaboratore è solo un mezzo di supporto al­l'uomo; si può fare una traduzione meccanica in contesti specifici e poi rivedere a mano (tipo manuale di istruzioni in cui il frasario è molto stringato, la terminologia ed il contesto non opinabili); un'al­tra possibilità può essere l'utilizzo della macchina come supporto di una traduzione completamente umana (ad es. consultando direttamente da video il vocabolario).
Un'altra utilizzazione del computer come mezzo è in campo musicale. Sono stati fatti tentativi, sembra riusciti, di composizione automatica. Tenendo conto che una composizione musicale è un alternarsi di regolarità e sorpresa, passate al calcolatore le informazioni di base di elementi casuali e regolari che si devono riproporre, più alcune altre informazioni, il calcolatore ha tirato fuori uno spartito musicale di qualità commerciabile. Può essere utile per canzonette da buttare sul mercato ma con risultati di un appiattimento notevole. Anche qui il computer usato come mezzo di riproduzio­ne di stampati musicali e di effetti sonori può dare buoni risultati. In questa accezione potrebbe essere visto come un nuovo strumento, l'elaboratore potrebbe generare suoni diversi ma come riproduttore di suo­ni, garantendo l'assoluta neutralità della riproduzione, toglierebbe il tocco dell'interpretazione che l'esecutore singolo dà al brano mu­sicale.

l'accesso agli archivi

Quanto agli archivi che registrano quella che è la rappresentazione della realtà, presto vi potremo accedere da casa, perché la telemati­ca sta avanzando, cioè la diffusione di massa della informatica attra­verso le telecomunicazioni. Da un lato la cosa può essere senz'altro utile: un medico per es. da casa propria può accedere ad un archivio centrale con le ultime novità delle medicine; è utile ad es. avere da casa il listino della borsa valori per chi si interessa di queste cose. Però si pone qualche altro problema. L'atomizzazione della società rischia di aumentare. C'è da chiedersi cosa succederà con un televisore adattato come terminale, con un terminale ancora più potente, in grado di fare tutto da casa, compreso il lavorare da casa. Qui scatta una mol­la di impegno personale, perché per lavorare da casa devono essere salva­guardati i collegamenti sociali in particolare sul piano dell'organizza­zione del lavoro; sarebbe molto comodo per la grossa struttura poter contare su dipendenti estremamente dispersi, in grado di non controproporre niente. Lo stesso vale per una struttura politica o burocratica. In una società così atomizzata in cui ogni casa abbia il suo computer, comple­tamente autosufficiente, il centro può richiedere il nostro parere su un problema, noi il parere lo diamo, in sé facciamo un referendum im­mediato, ma tra noi nasce una forma di solidarietà, di comunicazione per controproporre qualche cosa? E' estremamente improbabile. Questa tecnologia sta avanzando, avere questi mezzi non è difficile, ricevere notizie distribuite da archivi centrali e magari selezionare solo quelle che ci interessano richiede solo un adattatore, interagire con questi archivi centrali per dare anche noi un contributo di informazioni ri­chiederebbe soltanto la commutazione telefonica dell'apparecchio tele­visivo con opportuni dispositivi.
Un ulteriore in­centivo alla diffusione di queste tecnologie e alle loro implicazioni è l'elevato sviluppo delle comunicazioni via satellite, via cavo, via fibre ottiche. Il tutto potrebbe portare ad una evoluzione tale da far­ci vivere nella società cosiddetta cablata, una società in cui tutti i collegamenti sociali, di comunicazione, di informazione reciproca pas­sano attraverso i cavi controllati da alcuni nodi, nodi controllati da alcuni elaboratori fino ad un controllo solo di vertice.
C'è anche un altro aspetto, gli elaboratori potrebbero essere colpiti; infatti un siffatto sistema oltre ad essere vulnerabile sul piano della manipola­zione è anche molto vulnerabile sul piano del funzionamento. Una rete integrata informativa fisicamente danneggiata vorrebbe dire il collasso anche perché certe funzioni a mano non le saprebbe più fare nessuno. Nella realtà americana che ha anticipato queste cose è impossibile chie­dere alle persone prestazioni che non siano specifiche delle loro com­petenze nel modo più stretto, limitato e limitante. Questo è il quadro di una società basata su tecniche informatiche digitalizzate, di una so­cietà che a casa si trova nelle condizioni di fare tutto. Ci sono altre cose da aggiungere, ad es. sull'addestramento, sulla scuola. In un mo­mento come questo c'è una smania di portare l'informatica non solo a livello di specializzazioni, ma spicciolo: media, elementari.

scuola

Parlando di sistema scolastico, di istruzione è bene distinguere tra informa­zione, addestramento e formazione. Se per informazione si intende la nozione, il video può essere un sussidio didattico e gli esperti dico­no che si può anche incentivare l'apprendimento col premio; se si trat­ta di trasferire addestramento può ancora in buona misura andare bene, se si intende ad es. insegnare ad usare l'orario ferroviario con una serie di passi logici, matematici, meccanici; ma se si tratta di for­mazione si deve fare scattare nella persona certi meccanismi che per­mettono di fare poi il processo formativo. La formazione sul calcola­tore forse non sarà mai possibile; il calcolatore è un'ottimo ausilio per lo studente e per l'insegnante e può svolgere il lavoro di routine. Se per facilitare località o persone in condizione disagia­ta si decentra parte dell'insegnamento a casa, questo può funzionare a condizione che la fetta personale computerizzata di lavoro venga bilan­ciata da una dose sociale formativa fatta comunque in una sede inelimi­nabile che rimane la scuola, in un senso moderno, migliorato, potenziato.

microelettronica

Partendo dal microprocessore come oggetto della microelettronica, esso è inseribile in una miriade di congegni e dispositivi e macchinari, ed è in grado di controllarli; esso infatti è una unità di centrale di elaborazione completa che prende dati ed elabora informazioni, perciò il microprocessore inserito in un macchinario è in grado di comandarlo; in funzione del microprocessore è successo che i prodotti sono cambia­ti e sono migliorati in qualità, affidabilità, prestazioni e prezzo, visto che le modalità di produzione di questi elementi sono molto eco­nomiche. Accanto a oggetti migliorati o potenziati, sono comparsi nuo­vi oggetti, e si è sviluppato un mercato brutalmente consumistico, pro­babilmente anche a causa della congiuntura economica internazionale che "impone" alle nazioni industrializzate di scaricare i loro proble­mi su chi industrializzato lo è di meno. La microelettronica è la tecno­logia traente: chi è all'avanguardia in quel settore è in grado di sfornare a prezzi competitivi oggetti a getto continuo con cui inonda il mercato e riesce in qualche modo a sostenere la sua economia. Questo non è moralmente accettabile, in particolare sul piano internazionale rischia di aggravare una situazione di sperequazione verso i paesi po­veri perché le tecnologie di produzione dei beni primari non andranno a loro, a loro arriveranno tecnologie estremamente semplici da utiliz­zare, che non aggiungeranno niente alle loro capacità autonome, non so­lo, ma attraverso questi beni di consumo verranno esportati in queste nazioni modelli estremamente deteriori. La microelettronica è usata per motivi di mera produttività a proposito e a sproposito, ormai c'è da temere che i risultati arrivino a valanga e tradotti in termini econo­mici vogliono dire esasperazione della produttività, della competitivi­tà ecc.

il lavoro

Nella fabbrica, accanto ai calcolatori di processo già consolidati come applicazioni, sono in diffusione le macchine a controllo numerico computerizzato ed i robot. Le prime significano che in prospettiva la catena di montaggio lascerà il posto ad isole di montaggio composte da una serie di macchine a controllo numerico computerizzato e da robot, completamente autonome nel mettere a punto il prodotto. C'è un computer che comanda le funzioni di questa macchina a loro volta microprogramma­bili. Le persone - liberate dalla catena di montaggio - sono adibite a nuove funzioni e l'esito dipenderà dalle forze sociali: se la persona addetta al controllo di un'isola di montaggio sarà esperto nella produ­zione di pezzi e preparato sulle tecniche di programmazione e di controllo numerico, questa nuova mansione sarà un dato di qualificazione, ma se il ruolo sarà sempre più quello dell'esecutore di programmi fatti da altri in altre parti, allora, oltre che a scomparire i posti di lavo­ro, quelli che rimangono sono probabilmente ulteriormente dequalificati. Per quanto riguarda la riduzione del numero dei posti di lavoro, essa sarà globale, massiccia, in quanto l'automazione, oltre che nelle fabbri­che, dovrebbe anche comparire in tutto ciò che è lavoro di ufficio, quindi, in tutta un'area che fino ad ora è stata polmone di recupero ma­no d'opera, compiti di supporto decisionale, sarà a sua volta oggetto di automazione. Quindi accanto all'eliminazione dei lavori scomodi e ripetitivi - dato positivo - c'è la scomparsa di posti di lavoro e la possibilità che i nuovi lavori che compaiono siano solo in piccola mi­sura di qualità e di qualificazione rispetto ai precedenti. Potrebbe essere il caso dell'office automation: in un ufficio una persona di so­lito fa una mescolanza di attività, con una fetta di lavoro meno routi­nario, ed una più pesante, antipatica. Se la risposta coi moderni mezzi è creare centri di lavoro, ad es. per l'elaborazione dei testi e specialisticamente mettere in questi centri le stesse persone addette soltan­to all'elaborazione testi, per quelle persone non si tratta di qualifi­cazione; viceversa se l'elaborazione testi, che è una fase pesante, vie­ne fatta usando questi nuovi mezzi, le persone guadagnano tempo e posso­no dedicarsi meglio e con più soddisfazione alle attività meno routina­rie; però le esperienze di grosse aziende vanno nella prima direzione perché si tratta di immobilizzare capitali e di farli rendere al massi­mo e rendono di più, dal punto di vista produttivo, col solito metodo della divisione del lavoro. L'ufficio del futuro, nella prospettiva, sarà senza carta e senza impiegati perché le capacità di immagazzinamento faranno portare tutto su memoria magnetica; così per es. l'invio di cir­colari e con la posta elettronica non serve neppure stamparla ecc.,però avanzeranno tempo e persone. Anche i servizi saranno ridimensionati.

Quali le prospettive?

Una risposta del sindacato è stata lavorare meno, lavorare tutti; si tratta di dare un significato corretto al termine lavoro che può essere inteso o come una attività produttiva remunerata o come occupazione in senso lato. L'utilizzo sistematico di mezzi anali­tici per tradurre la realtà in qualcosa di usabile dall'elaboratore essicca (?), ed è auspicabile che una parte del tempo che avanza sia dedica­to allo studio e al potenziamento di conoscenze.
La fabbrica del futuro potrebbe essere completamente computerizzata in tutte le fasi e guidata da un unico grosso "cervello" centrale il quale dall'inizio gestisce il disegno del pezzo e via via segue il pez­zo in tutte le fasi di lavorazione al montaggio, fino alla fase finale di collaudo. Nel concretizzarsi di questa ipotesi bisogna ridefinire ruo­li, competenze, attività. Bisognerà evitare una netta separazione tra qualificato e squalificato, tra chi è un tecnocrate, lavoratore di se­rie A perché conosce globalmente le problematiche di un settore e sa ap­plicare le nuove tecnologie e tutti gli altri che sono pedine. L'inge­gnere, il progettista saprà usare i mezzi a disposizione, sarà un pro­fessionista realizzato però non è giusto che per lui ci siano tanti schiavetti che fanno meccanicamente le cose di cui ha bisogno. Questa è una dicotomia pesantissima che con l'utilizzo di queste tecniche può verificarsi.
C'è ancora da sottolineare la burocratizzazione nel senso di struttura verso cui interagiamo sempre più frequente­mente; già in passato servizi organizzatissimi come la Gestapo aveva­no realizzato schedature di primo ordine, figurarsi cosa potrebbe suc­cedere con mezzi del genere affidati indiscriminatamente a qualcuno che ci sta sopra in una società atomizzata. Se andiamo a vedere come sono spesi i soldi in questo settore nelle grandi nazioni, ad eccezione del Giappone per motivi inerenti alle condizioni di pace, la spesa maggio­re per ricerca è finalizzata ad obiettivi militari e pochissimo viene speso in direzione di ricerche sociali connesse alla diffusione di queste tecnologie. Probabilmente nessuno sta ancora affrontando con la dovuta serietà e stanziamenti il problema dei disadattati prodotti da questo tipo di società. Le conseguenze, come è stato per la prima rivoluzione industriale si avranno a distanza, bisognerebbe co­minciare a pensarci. Il Giappone ha un bilancio militare bassissimo per questioni connesse alla seconda guerra mondiale, però insidia la posizione USA nel settore informatico: manca di materie prime, ha pro­blemi energetici e deve puntare tutto su tecnologie a grosso valore aggiunto in termini di lavoro, come la microelettronica. E' una atti­vità pulita, non dà inquinamento, le materie prime sono povere, richie­de scarso impegno energetico quindi il Giappone, con i suoi problemi, ha puntato in tale direzione. E' stato il Giappone a formalizzare per primo il progetto della quinta generazione. Questo ha una originalità rispetto alle quattro generazioni precedenti il cui numero progressi­vo era stato applicato dopo; erano arrivate queste tecnologie, erano state applicate al computer che ne aveva ricevuto un nuovo stimolo e si era costatata la differenza finale. Invece per quanto riguarda la quinta generazione, non esiste ancora: è stato articolato un progetto dei requisiti, a cui essa dovrà rispondere (79-80), denominati: intelli­genza artificiale, rappresentazione della conoscenza, metodo inferen­ziale ecc.
C'è un punto legato alla rappresentazione della realtà, al proble­ma della logica analitica che saremo spinti ad applicare e che richie­derà da parte nostra una risposta umana completa per evitare l'essicca­mento. Queste macchine della quinta generazione dovrebbero basarsi su quanto messo a punto da "sistemi esperti" che sono sistemi elaborazione dati abbastanza diversi come modo di porsi rispetto a noi e rispetto al dato da elaborare. Nell'approccio sistema esperto c'è una funzione di inferenza logica e c'è una base di conoscenza per rappresentare i dati. Nell'archivio tradizionale quello che era la realtà da trattare era rappresentata sotto forma di tabelle; qui l'archivio conoscenze diventa una base e le informazioni sono registrate permanentemente se­condo due tipi di entità chiamate regole o fatti. Per fatto si intende un fatto contingente, un'affermazione esplicita, per regola si intende una regola deducibile; quindi la nostra base di conoscenza di un sistema esperto è rappresentata da regole generali e da fatti particolari. Rivolgendosi al sistema esperto non gli si dice più come deve fare a risolvere il quesito posto, non si scrive più il programma dettagliato, ma solo il problema, il risultato, a cui si vuole arrivare. Sarà l'uni­tà inferenziale che andando a scandire l'insieme di regole e di fatti che gli sono stati dati, dedurrà il risultato (es. diagnosi mediche). Il rischio è di spingersi ancora più sulla strada della limitazione delle facoltà umane a causa dell'impostazione esasperatamente analitica, sganciata dalla realtà oggettiva. Un conto è inserire la conoscenza formalizzata attraverso regole, un conto è interpretare. Un fenomeno si può anche formalizzare, ma col rischio che questo tipo di conoscen­ze venga realizzato in una realtà diversa dalla nostra, riemerge il problema dell'identità culturale e del controllo delle risorse. Il primo problema dell'informatica non è conoscerla a fondo, è conoscere le implicazioni che può comportare.

Seconda parte: L'uomo tra coscienza e computer

di Giannino Piana

nuove tecnologie e problemi etici

Poniamo alcune ipotesi o suggestioni quali indicazioni di percorsi. Partiamo dal tentativo di individuare come l'introduzione delle nuove tecnologie informatiche modifica l'autocoscienza che l'uomo ha di se stesso, dei suoi rapporti con gli altri, ed in senso più allargato an­che del suo rapporto con il mondo e la natura. Esse modificano o pro­vocano profondi cambiamenti della soggettività umana, della identità del soggetto umano, perciò della coscienza e si ripercuotono nella per­cezione dei valori che sono strettamente collegati con ciò che la coscienza produce e a cui fa riferimento.
Per delineare il modello di uomo che va emergendo, in parte si ri­corre a dati che già conosciamo, in parte si tenta di ipotizzare che cosa potrà avvenire in futuro radicalizzando certi dati già presenti nella situazione attuale. Il secondo momento della riflessione tocca il versante dei problemi che dal punto di vista etico si pongono in relazione all'innovazione tecnologica dell'informatica sul terreno sociale, in modo particolare a tre ordini di problemi:
- il modello di società che si sta delineando, informatizzata e postindustriale
- il problema del potere di gestione di questi strumenti
- il problema del mutamento qualitativo e quantitativo dell'attività lavorativa. L'informatica si riflette anche sulla problematica del lavoro nel senso che crea problemi di occupazione modificando in senso quantitativo il lavoro e soprattut­to crea problemi circa il significato stesso dell'attività lavorativa e tocca pertanto anche il versante della qualità del lavoro.
La conclu­sione proporrà le piste per una possibile e positiva fuoruscita da questa situazione dal punto di vista etico, cercando di dire quale mo­dello culturale è necessario elaborare per intervenire di fronte ad un processo che procede; altre riflessioni evidenzieranno quale modello etico, come l'etica è chiamata a ridefinirsi con quale proposta di valori in relazione a questo tipo di società e di uomo coinvolti dall'innova­zione tecnologica legata al computer.
L'approccio a questi problemi de­ve evitare una duplice tentazione: da una parte di demonizzare tutto ciò che sta venendo fuori dalla società in cui viviamo e dall'altra di mitizzare i successi che la tecnologia moderna è venuta realizzando al punto di credere di aver trovato soluzione ai problemi che in passato creavano grosse difficoltà. Anche il processo tecnologico è ambivalen­te, presenta possibilità e prospettive nuove per la realizzazione del­l'uomo sia individuale che sociale, comunitario, ma nello stesso tempo è anche rischioso, carico di effetti negativi possibili o già costatati.
L'attitudine con la quale occorre porsi di fronte ai problemi che nascono è di continua vigilanza e di alimentazione del senso critico. Sappiamo ancora poco circa gli effetti che a lunga distanza questa ri­voluzione produrrà, occorrono riferimenti precisi a quadri di valori.

primo. l'innovazione tecnologica modifica la soggettività

Analizziamo il primo punto. L'innovazione tecnologica non modifica soltanto la struttura sociale, forme organizzate della convivenza, ma la soggettività e la coscienza dell'uomo, il suo modo di percepirsi, di rapportarsi, di vivere le relazioni nei confronti degli altri e del mondo. È importante una considerazione preliminare. Vi sono nuove po­tenzialità per la coscienza dell'uomo e per lo sviluppo delle relazioni; il computer può essere pensato come una sorta di prolungamento dell'in­telligenza umana se intesa come rapportata ad alcune facoltà (sviluppo della memoria); od anche nella direzione dello sviluppo del ragionamen­to analitico e complesso mediante l'articolazione dei dati. Paradossal­mente a fronte del potenziamento esiste il rischio di un adeguamento dell'intelligenza umana alla macchina, di un assorbimento del suo modo di procedere. L'uomo può far riferimento passivamente al modello della macchina, per impostare la propria attività intellettuale con lo spegni­mento di alcune potenzialità dell'intelligenza umana. Vi è estrema per­vasività delle tecnologie microelettroniche e informatiche, cioè pos­sibilità di estendersi a tutti gli ambiti della vita. Questa pervasivi­tà induce ad adeguamento passivo, assorbimento di dinamiche, logiche, del modo di costruirsi dell'intelligenza artificiale, atrofizzando gli aspetti creativi dell'intelligenza umana. Il rischio più grosso è quel­lo della riduzione della razionalità umana ad una razionalità calcolante o calcolatrice, a transazione, deduzione, assemblaggio, operazioni tipi­che del computer. Riduzione quindi della razionalità umana a razionali­tà logico-formale o logico-matematica, una sorta di neoilluminismo, non più della ragione pura, ma tecnologica, della ragione già di secondo gra­do, elaborata e oggettivata. Le conseguenze negative di questo processo, accanto all'uso positivo che però sono soprattutto elitari, a livello di chi possiede altre capacità di programmazione, sono soprattutto tre sul terreno della modificazione dell'autocoscienza:
1° - appiattimento del linguaggio che viene standardizzato ed in parti­colare messa in crisi del linguaggio simbolico; il linguaggio compute­rizzato è non valutativo, descrive i fatti, offre una serie di possibi­lità di combinazione, ma non consente l'esercizio del giudizio sui fat­ti. Ancora, è un linguaggio non significante, si limita a costatare la realtà e ad obiettivizzarla senza creare significati; il linguaggio eti­co è per definizione simbolico, perché valuta la realtà, invale perciò la tendenza alla amoralità. Ancora più rischioso è l'altro aspetto del computer, cioè l'assorbimento del linguaggio non significante. Una ca­ratteristica dell'uomo computerizzato è la carenza di relazionalità; il linguaggio logico-matematico inscrive i fatti in un registro pre­costituito senza codici predeterminati ed articola, in base a questo, operazioni complesse senza mai riuscire a fare il salto di qualità del linguaggio umano.
tendenza ad identificare la realtà con l'informa­zione, con ciò che della realtà viene descritto dalla macchina, che registra una serie indefinita di fatti, a partire da certe precompren­sioni, obiettivandoli e non cogliendo mai tutta la ricchezza esisten­ziale della realtà. Questa tendenza a confrontarsi con il dato che la informazione fornisce e non direttamente con la realtà è prodotta anche dal fatto che la computerizzazione determina una perdita di contatto anche con la natura, con le cose, non c'è più immediatezza, tutto è me­diato attraverso l'informazione, tutto passa attraverso il filtro del­la macchina. Si fa strada l'identificazione della realtà con il dato informatico.
la crisi della creatività; il moltiplicarsi quantitativo, quasi l'inflazione delle informazioni produce una crisi di creatività, cioè quanto più noi siamo forniti di dati tanto più siamo tentati di assumerli e di farne assemblaggio. Tutto è già for­nito, si tratta di mettere insieme. Il modello di uomo che viene fuo­ri da questa sorta di processo legato alla introduzione della tecno­logia computerizzata è un uomo fortemente cerebralizzato dotato di ca­pacità di elaborazione dati, di intelligenza logico-matematica e di abilità manuale, un uomo incline al ragionamento analitico e sequenzia­le, dotato di abilità tecnica, che sa entrare immediatamente entro sche­mi logici predefiniti e destreggiarsi con prontezza al loro interno però quest'uomo finisce per essere carente di alcuni valori fondamentali per vivere autenticamente la propria esperienza umana sia come crescita sog­gettiva che relazionale.
Gli aspetti di maggior carenza sono: primo, la limitazione delle capacità relazionali e della stessa possibilità di svi­luppare rapporti interpersonali. Su questo gioca la crisi del linguaggio simbolico che è linguaggio delle relazioni in una ottica della compren­sione che è sempre simbolica, del fondere orizzonti di senso. Un'altra ragione che spiega l'impossibilità di fatto di sviluppare relazioni uma­ne autentiche, è il moltiplicarsi dei rapporti indiretti, mediati attra­verso la macchina. Dove crolla la possibilità di comunicazione diretta e continuativa, non si lavora più l'uno accanto all'altro, non c'è più la possibilità di scambio relazionale profondo che aggrega, che fa sì che si cementino le relazioni e si ritrovino obiettivi comuni sui qua­li convergere e per i quali magari combattere. Questa caduta della soli­darietà va di pari passo con una sorta di chiusura individualistica, di privatizzazione sempre più radicale. Una prima carenza riguarda quin­di l'uomo limitato nelle capacità relazionali perché destituito di lin­guaggio simbolico, ma anche perché impossibilitato a stabilire relazioni.
Una seconda carenza è quella dell'identificazione soggettiva, il mol­tiplicarsi dei significati attraverso l'estensione illimitata dei dati e della loro possibilità di combinazione, si coniuga con la crisi del problema del senso, cioè l'appello a significati parziali spappola il soggetto nella sua identità e non gli consente di trovare una sua pre­cisa unificazione attorno a un elemento coagulante che dà senso alla vita; anche qui la crisi del linguaggio simbolico va in questa dire­zione, il linguaggio logico-matematico è destituito di senso, è carico di significati parziali ma privo di senso globale; quindi la crisi del problema del senso porta alla crisi della identità creando l'atomizza­zione del soggetto, è dissociazione a più livelli, tanto più in quanto i significati diventano complessi.
Un altro aspetto è la tendenza alla decorporeizzazione: noi siamo all'interno di una società che ha ricupe­rato la corporeità come valore, in realtà andiamo incontro ad una so­cietà che tabuizzerà di fatto il corpo nel senso che lo marginalizzerà. Se un tempo uno dei problemi fondamentali era quello della riduzio­ne o della eliminazione della fatica fisica, oggi si profila il proble­ma opposto, quello della scarsa possibilità di utilizzo del corpo all'in­terno dell'attività lavorativa e di ogni altra attività. Il soggetto diventa sempre più essere cerebralizzato, sempre meno chiamato a partecipare con tutto se stesso alla esecuzione delle attività stesse.
Questa mortificazione del corpo, riduzione dello spazio per l'esercizio della corporeità, che può essere poi ricuperata attraverso l'esercizio dell'attività ludica, - ma non è facile - provoca anch'esso come conse­guenza la destituzione del senso totale della persona e perdita di identi­tà globale.
Un altro aspetto preoccupante di questa immagine di uomo è la crisi del contatto con la natura e in senso più allargato con la realtà e c'è una sempre minore possibilità di rapportarsi al cosmo così come è, anche se poi produce alcune controspinte come certi movimen­ti che si appellano ad un ritorno alla natura e quasi a forme cosmovita­listiche di risacralizzazione della natura, ma sono minoritari, non so­no vincenti, ed il sistema è capace di inglobare le reazioni ed utiliz­zarle come strumenti in vista del mantenimento della propria logica, at­traverso la possibilità di farli divenire fenomeni di moda e quindi mar­ginalizzarli. Questa dissociazione tra coscienza e mondo vitale provo­ca come conseguenza una sorta di riduzione dell'immaginario che finisce per essere poco stimolato da fenomeni naturali che sono intrisi di sen­so del mistero e sollecitano l'attenzione dell'uomo a ricuperare la di­mensione misterica della realtà, l'immaginario si impoverisce, viene mutilato.

secondo. innovazione tecnologica e vita sociale

L'innovazione tecnologica tocca il versante della conduzio­ne complessiva della vita sociale, della sua stessa organizzazione a tutti i livelli, dall'attività lavorativa, che è la più coinvolta, a tutte le altre. Da questo punto di vista il problema è complesso sia perché solo in parte conosciamo ciò che si è prodotto con l'introdu­zione di queste tecnologie essendo ancora in una fase iniziale, sia perché il problema pone una serie di questioni etiche che coprono l'ar­co delle situazioni esistenziali in cui l'uomo vive ed è inserito.
Al­cune osservazioni su due problemi fondamentali: del potere e del lavoro. Lo sviluppo della ricerca e della fabbricazione delle tecnologie è avve­nuto in particolare all'interno della società occidentale, in direzione dell'applicazione delle tecnologie nel campo militare. Dobbiamo sottoli­neare che l'innovazione indotta dalla computerizzazione produce l'in­sorgenza di un nuovo sistema, non solo economico e sociale, ma di gestio­ne della società civile. La società informatizzata va collegata con lo sviluppo di una società postindustriale, in cui vi è riduzione di spa­zio del settore industriale a favore dell'espansione del terziario e dei servizi; al suo interno hanno sempre più importanza le banche-dati con le possibilità di schedatura, di un controllo sociale molto accen­tuato, con tutti i pericoli di essere nelle mani di chi ha questo po­tere di controllo e lo esercita per fini specifici che non sono di uma­nizzazione.
Ancora più significativo è il processo di accentramento del potere: da una parte la macroinformatica esige costi molto grossi e quindi concentrazione di capitali in mano di pochi, perciò sia per i costi economici, sia per il fatto che l'informazione immagazzinabile e gestibile si allarga e si estende, è inevitabile che si concentri il potere in chi ha a disposizione banche dati e può elaborarli. Le con­seguenze sono forme di dipendenza sempre più estese non solo di masse popolari, ma di aree di popolazione a livello mondiale. Da questo pun­to di vista è sintomatico il fatto che il divario nord-sud, già profondo, si accentui estendendosi al livello di informazione; il rischio è che si crei un nuovo "proletariato" dell'informazione nel sud totalmente dipendente nella informazione dal nord del mondo. Inoltre, l'introdursi di queste tecnologie laddove non esiste una cultura che ha lentamente acquisito le dinamiche della rivoluzione tecnologica e prima ancora industriale, è devastante anche a livello di coscienza in quanto le nuove tecnologie vengono subite passivamente perché mancano gli anti­corpi presenti in un processo sviluppatosi progressivamente, con mag­gior rischio di perdita di identità soggettiva e collettiva. Tutte le culture locali, popolari rischiano di essere totalmente superate e li­vellate.

strade di fuoruscita

Se la dinamica è quella di un accentramento del potere sia per i costi sia per i rischi che il lasciare libera l'informazione com­porta, data la possibilità indefinita di accumulazione di dati e data l'esigenza di una centralizzazione, allora le strade di fuoruscita ­e qui già si introduce una riflessione etica - per evitare o per supe­rare questi rischi dovrebbero essere due.
La prima è la massimizzazio­ne della socializzazione e della comunicazione,con l'intervento di tutti nel processo comunicativo che comporta l'unificazione dei codici, dei linguaggi e delle normative che però esige un forte controllo politico. In questo settore esistono possibilità nuove di introduzione all'inter­no del sistema di comunicazione, della propria opinione attraverso l'u­so di strumenti che l'informatica offre, con la possibilità della contro-informazione.
Il secondo ambito di problemi si collega alla questione lavoro: il lavoro è coinvolto a livello quantitativo e qualitativo. Il livello quantitativo è il più evidente: l'introduzione delle nuove macchine riduce gli spazi dell'attività lavorativa e provoca disoccupazione o, nel mondo giovanile, inoccupazione. Questo aspetto non va sottovaluta­to anche se si creeranno in futuro possibilità diverse, attività lavo­rative con la nascita di nuove forme di professionalità; questo pro­cesso però è lento e nei tempi intermedi lascia in difficoltà molte persone e comunque non assorbirà la manodopera eccedente dall'industria attualmente non ancora informatizzata, per cui si pongono problemi di riduzione delle ore lavorative. Occorre fare un discorso sul tempo li­bero come recupero di attività umane depotenziate, perché esso dovrà diventare un tempo di rigenerazione e di ricreazione. Ancor più grave è il problema della qualità del lavoro, del significato dell'organizza­zione; si può prevedere uno staff ristretto di tecnici che esalteranno le loro potenzialità in programmazioni ad alto livello, ma accanto a questi si creerà uno status di dipendenza quasi totale dalla macchina. Questi tecnici qualificati rischiano però di diventare a loro volta schiavi di questa loro condizione. La qualità del lavoro viene toccata dal processo di mediazione dei rapporti attraverso la macchina. La via di fuoruscita è in parte la riduzione dell'attività lavorativa, ma non basta perché bisogna anche restituire al lavoro dignità e significato, ricreare possibilità di umanizzazione effettiva, ripensare la fabbrica automatizzata come luogo in cui sia possibile ristabilire rapporti umani.

terzo. un nuovo modello culturale

Terzo punto: l'informatica obbliga a ripensare globalmente il mo­dello culturale, per dare soluzioni non solo parziali, limitate, set­toriali, ma per ridefinire il quadro dei valori. In una società infor­matizzata occorre una cultura capace da una parte di assumere le provo­cazioni positive, gli stimoli, la strumentazione e dall'altra di evita­re i rischi e i pericoli del processo sia come mutazione antropologica che sociale. Si tratta di elaborare un nuovo linguaggio e un modo di por­si, di rapportarsi alla realtà, un modello culturale che sappia integrare sapere scientifico e sapere umanistico; le due forme classiche del sapere oggi esigono di essere rilette in modo nuovo e creativo all'interno di una situazione profondamente cambiata.
Due rischi de­vono essere evitati: il primo è la sovrapposizione dei due saperi che finisce per alimentare uno stato di schizofrenia soggettiva, il rischio della dissociazione, della perdita di identità può avvenire dove il sa­pere scientifico è introdotto in parallelo rispetto al sapere umanisti­co. Questo crea appiattimento, omologazione o incapacità del soggetto di porsi le questioni fondamentali e quindi alienazione. La strada è quella di una elaborazione di una cultura che faccia fino in fondo i conti con la trasformazione, ne assuma gli elementi positivi, ma sappia denunciare criticamente i limiti, integrando all'interno del processo culturale i valori permanenti "assoluti" della cultura umanistica che sono i valori attraverso i quali si risponde al problema del senso, dove però anche la cultura umanistica in senso tradizionale deve esse­re rimessa in discussione perché l'umanesimo offerto dalla scuola era fortemente ideologizzato, non c'era la capacità di andare alle radici, in una prospettiva di memoria, di capacità di cogliere le dinamiche costitutive, fondamentali dell'uomo. C'è sempre una domanda di senso e di valori fondamentali, che ora si pone in termini nuovi e diversi nella società tecnologicamente avanzata, si tratta quindi di riproporre i valori di sempre riattualizzandoli in rapporto al modo in cui l'uomo oggi si pone la domanda. La strada per la rielaborazione di un modello culturale che riproponga i valori tradizionali, classici, è quella, non tanto di dare per scontato secondo una precomprensione ideologica che quelli sono i valori e come tali vanno riproposti, si tratta di cogliere gli archetipi fondamentali e di risituarli al di dentro di un contesto socio-culturale come il nostro caratterizzato da situazioni di frammentazione, di atomizzazione in cui è pur sempre presente la domanda di senso: si tratta di far riscoprire il tutto in senso aperto, dinamico a partire dal frammento.

il modello di etica

In questa prospettiva si può dire qualcosa a proposito del modello di etica che deve essere proposto come capace di interpretare il cammino dell'uomo dentro una società dominata dalla tecnologia informatica.
Tre riflessioni che sono spunti di orientamento complessivo.

razionalità ermeneutica: funzione critico profetica
Il modello etico che deve essere riproposto, innanzitutto deve essere caratterizzato da una razionalità ermeneutica cioè capace di svolge­re una funzione critico-profetica nei confronti dei processi storici che sono in continua evoluzione; si tratta, non di precostituire il giudizio, ma di fornire l'uomo della capacità di essere preparato di volta in volta ad elaborare il giudizio. Si deve continuamente mette­re in rapporto il dato emergente con i valori di fondo in una circola­rità. Si tratta di elaborare un'etica del cambiamento anziché un cam­biamento dell'etica; si fa riferimento a valori acquisiti, ma non ri­dotti a dato, non totalizzanti, capaci di essere messi a confronto con le situazioni mutevoli e quindi offrire risposte sempre nuove non nel senso dell'accentuazione acritica di ciò che viene emergendo, ma nel senso della continua rielaborazione del proprio modo di rapportarsi alla realtà, un'etica del cambiamento che sa assumere lo spessore sto­rico delle trasformazioni, il divenire della realtà e nello stesso tempo uscir fuori da un condizionamento totalizzante, per porsi come esercizio di funzione critico-profetica. Superamento perciò dell'eti­ca ideologica. Il modello ermeneutico circolare di rapporto dato-valore, di sua natura porta ad una relativizzazione continua delle norme di comportamento, che non significa relativismo.

razionalità simbolica: un'etica narrativa
Seconda linea di indicazione: si tratta di elaborare un'etica carat­terizzata da una razionalità simbolica, capace di interpretare l'agire dell'uomo collegando la coscienza con il mondo della vita, la raziona­lità con il sentimento. Il rischio della cultura tecnologica è proprio quello dell'impoverimento dell'uomo nella capacità di produrre simboli­cità. L'etica si deve costruire a partire dalla simbolicità, non solo a normare il comportamento in termini di pura razionalità, in senso il­luministico, ma in termini narrativi, evocativi; un'etica testimoniale che ripropone il senso dell'agire umano all'interno di una mediazione tra coscienza e mondo della vita. Il linguaggio simbolico è il linguag­gio della vita, della persona nella sua globalità, in esso affettività, sentimento, ragione, istinti vengono coinvolti. Bisogna dare spazio al filone dell'etica narrativa che meglio interpreta il bisogno che viene emergendo. Tutta l'etica della rivelazione è narrativa, nella rivela­zione cristiana non troviamo regole predefinite in senso logico formale, ma modelli di comportamento esistenziali, la narrazione di modi di at­teggiarsi di uomini che hanno tentato di dare senso alla loro vita, in rapporto al mistero, all'assoluto, al Dio della rivelazione. La para­bola usa il linguaggio simbolico, Gesù propone logiche di comportamen­to attraverso il linguaggio evocativo della parabola che non dimostra, ma mostra, allude, apre l'uomo a percepire ciò che sta oltre. Si deve andare nella direzione del superamento della elaborazione di norme per offrire indicazioni, orientamenti, piste, proposte, prospettive, attra­verso la testimonianza vissuta o la narrazione della vita. Il modello è un referente molto importante, anche se può determinare il plagio.

una nuova comunicazione, interdisciplinare e partecipata
Terzo aspetto del modello etico. Il problema che diverrà sempre più preoccupante è quello della comunicazione. Si tratta di inventare moda­lità di comunicazione nuova, di elaborare un'etica che risponda alle esi­genze di una comunicazione che non avviene più per via diretta; occorre creare comunicazione interdisciplinare, stabilire ponti che garantisca­no la possibilità di approfondimento anche dove sembra impossibile. Si deve creare la possibilità di comunicazione allargata attraverso un processo partecipativo in cui la comunicazione interpersonale non può essere elusa, ma in cui anche quella che avviene attraverso gli stru­menti sia sempre più personalizzata, costruita sulla base di possibilità effettive di partecipare le proprie opinioni.

NB. = Sintesi delle relazioni, tenute a Pallanza il 1° e 2 febbraio 1986, non revisionate dai relatori.

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