Incontri di "Fine Settimana"

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Una chiesa indietro di 200 anni? Dalla Restaurazione ai giorni nostri

sintesi della relazione di Fulvio De Giorgi
Verbania Pallanza, 16 febbraio 2013

la crescita demografica

un'icona: le nozze di Cana

Mi fa molto piacere ritornare tra di voi dopo due anni, anche se in un certo senso ho un rapporto quasi quotidiano con voi, poiché consulto quasi ogni giorno la rassegna stampa dei "Finesettimana".
Come immagine di apertura del primo intervento di oggi vi propongo un'icona biblica, tratta dal capitolo secondo del vangelo di Giovanni, quella delle nozze di Cana.

la crescita demografica

La riflessione che vi proporrò sarà una riflessione che si muove in una prospettiva di un credente, ma con un taglio storico, dato che questa è la mia professione (mi sono occupato prevalentemente di storia moderna e contemporanea, di storia della spiritualità, di storia dell'educazione, ho lavorato su Rosmini, su Montini...).
Di solito gli storici sono specialisti di determinati periodi, e difficilmente si occupano del lunghissimo periodo.
In questo primo intervento invece vorrei chiedervi di fare uno sforzo in questo senso, e cioè di considerare le caratteristiche dello sviluppo della storia umana così come è avvenuto per millenni per rendervi conto poi di un cambiamento fondamentale avvenuto nel secolo scorso, cioè nel XX secolo, che lo ha radicalmente trasformato. Si tratta dell'enorme crescita demografica.
Per millenni la popolazione mondiale è rimasta a livello di pochi milioni di individui. Ancora nel XVIII secolo, nel 1700, quindi tre secoli fa, la popolazione mondiale è stimata tra i 610 e i 680 milioni di persone. All'inizio del XX secolo era di 1 miliardo e 640 milioni. Ora, all'avvio del XXI secolo, cioè ai giorni nostri, siamo più di 6 miliardi e 100 milioni.
Questa grande trasformazione è avvenuta soprattutto nel XX secolo.

cambiamento di mentalità

Questo enorme cambiamento ha serie conseguenze, innanzitutto, sul piano dell'economia e dell'ecologia, con modificazioni sul sistema della biosfera determinate dalle orme biologiche lasciate da tante persone. Ma il cambiamento ha prodotto effetti anche sul piano sociale, culturale, sul modo di pensare e di vivere.
Per millenni l'umanità è stata assillata dal problema della sopravvivenza, ha dovuto lottare contro il rischio di estinzione della specie umana, e si è quindi attivata fortemente in difesa della procreazione.

patrimonio-matrimonio e sacralizzazione del sesso

Inoltre nell'area euroasiatica e mediterranea (do questa indicazione geografica per chiarire che questo dato non deriva dalla natura, ma dalla cultura che si è creata in una determinata zona) la difesa della procreazione, determinata dalla necessità della sopravvivenza della specie, si è accompagnata allo sviluppo del patriarcato, cioè del predominio maschile. In questa zona si è sviluppato uno stretto rapporto patrimonio-matrimonio: l'aspetto produttivo, economico (patrimonio) si è intrecciato con quello riproduttivo (matrimonio e relative alleanze di clan), e con la sacralizzazione della procreazione e della sessualità. Nel contesto euroasiatico-mediterraneo questa è stata la prospettiva per secoli e millenni.
In questa area, dalle origini dell'umanità fino all'800, prevale un modello socioculturale che interdice l'omosessualità, la masturbazione, la contraccezione, l'aborto, cioè tutti quei comportamenti che non contribuiscono alla procreazione. La masturbazione è valutata negativamente in quanto dispersione di seme maschile e di ipotetico seme femminile. L'aborto è giudicato negativamente non tanto a ragione della difesa della singola vita, ma perché contrario alla procreazione. I rapporti prematrimoniali o extramatrimoniali sono proibiti perché possono incrinare le alleanze di clan realizzate per il mantenimento del matrimonio-patrimonio, ecc..
Nello stesso tempo, questa mentalità, che ha dominato per secoli, è in fondo favorevole alla poligamia, perché favorisce una maggiore procreazione. Può trattarsi di poligamia sincronica (avere più mogli contemporaneamente.) o di poligamia diacronica (avere, attraverso il divorzio, più mogli nel corso del tempo).

predominio maschile e conseguenze socioculturali

Questa prospettiva di dominio del patriarcato in funzione di una difesa sacrale della procreazione per la sopravvivenza della specie è giunta fino al XX secolo. Si ricordi che, fino al XX secolo, le donne avevano meno diritti politici ed economico-sociali degli uomini; che fino alla riforma del diritto di famiglia del 1875 in Italia, le donne sposate dovevano avere la residenza dove decideva il marito; che fino al 1968 in Italia era punibile solo l'adulterio della moglie; che fino al 1982 l'omosessualità era considerata reato in Francia; che fino al 1990 l'omosessualità era inserita nell'elenco delle malattie mentali da parte dell'OMS (Organizzazione mondiale della sanità).
Si tratta di un contesto culturale di lunghissimo periodo che si protrae fino al XX secolo.

difficoltà della chiesa di fronte al cambiamento

Sia il popolo di Israele della prima alleanza, che le chiese cristiane della seconda alleanza (la cosiddetta era cristiana), sono inseriti in questo contesto storico-culturale.
Nella seconda metà del '900, la gigantesca crescita demografica si è accompagnata ad un orizzonte di libertà e di soggettivizzazione che ha dato vita, tra l'altro, al grande movimento di liberazione della donna. In seguito a questo, le discriminazioni cui accennavo prima sono diventate intollerabili per la coscienza civile media. Si è trattato di un processo gigantesco avvenuto sia col movimento di liberazione della donna, sia con una presa di coscienza, per quanto ancora parziale, antiomofoba.
Questi cambiamenti radicali hanno provocato grosse difficoltà nelle chiese cristiane, in particolare nella chiesa cattolica. Le chiese si sono trovate tra l'altro a fronteggiare, contemporaneamente, anche un altro processo: la fine della cristianità, e cioè il passaggio da un cristianesimo anagrafico, di tradizione, ad un cristianesimo di convinzione, di scelta.

vangelo di liberazione

Ma la Chiesa ha nelle mani il vangelo di Gesù, che è vangelo di liberazione. Per cominciare, il vangelo di Gesù ha determinato una rottura del patriarcato. Nell'annuncio evangelico, nella buona notizia portata da Gesù di Nazaret, non si trova nessuna giustificazione di una supremazia del maschio sulla donna, al contrario, se ne trova la demistificazione.
Si pensi all'icona delle nozze di Cana, che vi ho proposto all'inizio. Maria quasi forza Gesù a iniziare la sua vita pubblica e a fare il miracolo.
Nell'annuncio di Gesù inoltre c'è l'abolizione del divorzio e della legge del levirato, al fine di evitare la supremazia assoluta dell'uomo sulla donna, considerata allora alla stregua di una proprietà che è possibile prendere e lasciare secondo il desiderio unicamente maschile. Abolendo il divorzio, Gesù ha operato una rottura del patriarcato.
Particolarmente efficace il passo della lettera ai Galati (30, 26-28): "non c'è né uomo né donna". Non è eliminata, per chi accetta di essere discepolo o discepola di Gesù di Nazaret. la differenza di genere, ma la discriminazione di genere
Sappiamo benissimo che tra i discepoli di Gesù c'erano anche donne. E se "apostolo" vuol dire "inviato a portare l'annuncio", le donne non erano escluse. Infatti, ad esempio, l'annuncio della resurrezione, secondo il racconto dei vangeli, Gesù lo ha affidato a Maddalena, alle donne.
È vero che i dodici, si dice, erano maschi, ma sono la figura dei dodici figli maschi di Giacobbe, all'origine delle dodici tribù di Israele, quindi hanno funzione di rappresentare la nuova alleanza, il nuovo Israele. Infatti, nelle prime comunità cristiane, nel giro di pochi secoli, non abbiamo più "i dodici".

Difficoltà ad accettare la parità femminile

Dopo 2000 anni di cristianesimo, le comunità cristiane vivono certamente ancora nel contesto storico del patriarcato, anche se il vangelo comincia a produrre dei frutti (come la distruzione della poligamia e del divorzio). Ma su questo piano, la liberazione evangelica è appena agli inizi.
E ci sono ancora oggi resistenze fortissime. Vi faccio un esempio. Leggo un brano preso dalla prima lettera ai Romani (16,1-7), nella vecchia traduzione CEI della bibbia:
"Vi raccomando Febe nostra sorella diaconessa della Chiesa di Cencre ricevetela nel Signore come si conviene ai credenti (...) salutate il mio caro Epeneto, primizia dell'Asia per Cristo. Salutate Maria, che ha faticato molto per voi. Salutate Andronico e Giunia miei parenti e compagni di prigionia, sono degli apostoli insigni che erano in Cristo già prima di me."
Quindi qui si parla di Febe, cioè di una donna che è diaconessa, e di due persone, Andronico e Giunia, forse marito e moglie, comunque un maschio e una femmina, che vengono chiamati "apostoli insigni, che erano in Cristo già prima di me". Su questo brano ci sono vari commenti patristici, per esempio di Origene, che sottolinea il fatto che questa coppia formata da un uomo e da una donna, sia definita "apostoli insigni"
Ma nella storia della chiesa questo brano ha fatto problema, tanto è vero che nel Medioevo Bonifacio VIII ha dichiarato che Giunia in realtà era un nome maschile (cosa sicuramente falsa)! Ma neanche recentemente le difficoltà sono diminuite. Infatti, se leggiamo l'ultima traduzione della CEI, quella che si usa oggi, notiamo delle differenze:
"Vi raccomando Febe, nostra sorella, che è al servizio della chiesa di Cencre." Qui "diaconessa" è tradotto con l'espressione "che è al servizio della Chiesa". Certo, diaconato significa servizio, però l'espressione usata assume per noi un significato diverso! Ci sono anche altri piccoli cambiamenti stilistici, che adesso non è il caso di rimarcare, e passiamo all'ultimo versetto:
"Salutate Andronico e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia: sono insigni tra gli apostoli, ed erano in Cristo già prima di me". L'espressione "sono apostoli insigni" è diventata: "sono insigni (cioè famosi) tra gli apostoli". In questo modo intendiamo che gli apostoli (che non sono loro due!) considerano insigni Andronico e Giunia. Non sono un biblista, so che entrambe le traduzioni sono possibili, ma forse sarebbe stato opportuno mettere almeno una nota, per dire che fino a qualche anno prima si era tradotto in altro modo, che era anche quello letto dai Padri della Chiesa.

attenzione alla vita sessuale

Torniamo al discorso storico. Sappiamo che la modernizzazione, cioè quei processi storici che si avviano dal XVI secolo in poi, comprende anche un disciplinamento dei corpi e del nesso anima-corpo, come molti studi ci mostrano (ad esempio quelli di Michel Foucault).
Sul piano laico, la nascita, la malattia e la morte degli esseri umani diventano aspetti di cui lo stato si deve occupare (tramite leggi, istituti, discipline scientifiche, disciplinamento sociale, ecc.).
Analogo è il processo di trasformazione che si sviluppa nella chiesa cattolica moderna: a partire dal XVI secolo viene posta grandissima attenzione a tutto quello che riguarda la vita sessuale e la pastorale della vita sessuale. Si sviluppa l'esame di coscienza, cresce l'importanza della confessione e della relazione tra esame di coscienza e confessione. Una gran parte delle tematiche che ruotano attorno all'esame di coscienza e al ruolo del confessore hanno come oggetto il 6° comandamento.
Questa visione tutta incentrata sulle problematiche relative al sesso (tutto è peccato, a partire dalla masturbazione...) è continuata per secoli, arrivando fino a noi. Uno dei più grandi scrittori cattolici tedeschi, Heinrich Böll, in un racconto autobiografico, ci riferisce che da giovane studente universitario era stato invitato da alcuni preti della pastorale universitaria a degli incontri sul "riarmo morale". Il periodo era quello del nazismo, con gli immani problemi suscitati dalle molte iniziative intraprese contro la dignità della persona umana, e quindi contro il vangelo di Gesù. Ma in quelle riunioni non si parlava né di queste problematiche né di Hitler, si spiegava, invece, come essere puri!
Contemporaneamente, in Italia c'era la crociata della purezza dell'Azione cattolica. Forse non si sapeva ancora della Shoah, però erano già state promulgate leggi di discriminazione razziale, che ponevano enormi problemi sul piano di una vita evangelicamente ispirata. La chiesa invece invitava ad occuparsi della purezza, ad impostare l'esame di coscienza sulle questioni relative al 6° comandamento...

promozione della donna e congregazioni religiose

Accanto a questi processi, pur in un contesto tradizionale di cristianità (cioè di cristianesimo anagrafico, di tradizione), già nel XIX secolo si inseriscono elementi di rottura, di liberazione. Tra le congregazioni religiose, che si formano nel XIX secolo, tantissime sono quelle femminili, anche perché spesso costituiscono forme di promozione della donna. Maddalena di Canossa, ad esempio, la fondatrice delle canossiane, occupa un ruolo importante anche socialmente, in quanto superiora generale non solo del ramo femminile, ma anche del ramo maschile della sua congregazione. La presenza di tantissime vocazioni religiose femminili nel corso dell'800 si spiega quindi anche con il fatto che le congregazioni religiose sono delle vie di promozione della donna.
I recenti processi di liberazione della donna avvenuti nella società occidentale hanno contribuito a ridurre sensibilmente il numero di vocazioni femminili.
Nonostante questi segnali in controtendenza. continua a rimanere al centro dell'attenzione il tema della vita sessuale.

Vaticano II e segni dei tempi

La costituzione conciliare Dei Verbum al n° 21 ci dice che la parola di Dio è il riferimento principale del cristiano. Siamo riportati così alla buona notizia della liberazione e all'esplosività che questa buona notizia deve avere per la vita del cristiano e delle comunità cristiane nella storia contemporanea.
La Gaudium et Spes n° 4 (ma anche tanti altri punti dei documenti del concilio) ci chiede di saper decifrare i "segni dei tempi", cioè ci invita a saper leggere la realtà alla luce della parola di Dio, a saper rispondere ai problemi del nostro tempo nella prospettiva della liberazione evangelica. Il processo di soggettivizzazione e di valorizzazione delle libertà che ha caratterizzato l'ultima parte del XX secolo e l'avvio del XXI secolo esige da parte nostra una lettura evangelica, con una proposta vissuta di liberazione personale e sociale evangelicamente ispirata,

Vivere una spiritualità incarnata

Il concilio (Gaudium et Spes 21, 38, 41) ci indica la via di una spiritualità incarnata, di una carità vissuta, di una crescita umana nutrita di senso critico e di spiritualità.
La preoccupazione della sopravvivenza della specie, che ha dominato, per un lunghissimo periodo storico, il modo di pensare e di vivere dell'umanità, con la sacralizzazione della sessualità e il dominio patriarcale, oggi è venuta meno. L'aumento esponenziale della popolazione ha eliminato questa preoccupazione. Oggi i pericoli per gli uomini non vengono più dalla natura, ma eventualmente dagli altri esseri umani. In questo contesto radicalmente modificato, alcune prospettive culturalmente sedimentate per secoli oggi costituiscono una incrostazione che blocca la liberazione evangelica.
Le difficoltà presenti non sono frutto solo di cattiva volontà. Le trasformazioni sono state talmente profonde e rapide da creare disorientamento.

Come annunciare la buona notizia oggi

Come cristiani e, in particolare, come chiesa cattolica possiamo percorrere due vie di annuncio della buona notizia. Perdiamo del tempo e facciamo incancrenire i problemi se non guardiamo con occhio limpido ed evangelico alla realtà. Ecco perché spesso i nostri linguaggi risultano incomprensibili.

da fede-vita sessuale a fede-vita morale

Non possiamo più ridurre l'annuncio evangelico alla richiesta di specifici comportamenti in ambito sessuale. Non possiamo rimanere prigionieri di cose che per le nuove generazioni non hanno senso. Le nuove generazioni sono scomparse dal nostro orizzonte. Stiamo assistendo ad un gigantesco scisma generazionale. Oggi intere generazioni non sono contagiate dalla bellezza della buona notizia, perché noi focalizziamo la nostra attenzione su singoli atti fisici e su comportamenti di tipo sessuale. Il problema rispetto ai divorziati-risposati, rispetto agli omosessuali, rispetto agli adulti single risiede nel fatto che la Chiesa non riconosce loro la possibilità di una vita sessuale! Infatti, se queste persone convivono come fratelli e sorelle, il problema per la chiesa non sussiste! Siamo lontani anni luce dalla sensibilità dei giovani di oggi, con i loro difficili percorsi di maturazione fisica, morale, psichica. Siamo lontanissimi dalla loro realtà (magari proponendo loro, in perfetta buona fede, le diapositive col muco perché imparino ad applicare i metodi anticoncezionali naturali!).
Questo è il primo grosso nodo: il superamento del paradigma fede-vita sessuale con il paradigma fede e vita-morale. Introduciamo allora alla bellezza della vita morale, della giustizia, del trattare l'altro sempre come fine e mai come mezzo! Parliamo dell'etica della tenerezza che è veramente evangelica, dell'interdizione della violenza, che è l'insegnamento fondamentale fin dal libro della Genesi!
Non dico che in questo modo riempiremo le sale. L'obiettivo non è riempire le sale, ma è trasmettere un fremito di inquietudine evangelica nei cuori.

superamento del patriarcato nella chiesa

A fronte delle grandi trasformazioni culturali e sociali di cui abbiamo parlato, il superamento del patriarcato nella Chiesa è assolutamente indispensabile. Ma non lo si potrà realizzare senza l'introduzione di un ministero ordinato femminile. A mio modo di vedere, perfino il diaconato femminile oggi non basta più. Il blocco della Chiesa cattolica su questo punto è incomprensibile per il mondo di oggi. Vi sono anche vescovi che non sarebbero contrari, ma che invitano ad essere realistici, ritenendo che il diaconato sia il massimo che in questa fase si può ottenere. Stiamo addirittura andando indietro: perfino la parola "diaconessa" è stata tolta dalla traduzione di un testo biblico... Il mio punto di vista è che, alla luce dei processi storici, e in una visione di fede, si debba serenamente cominciare a discutere e ad approfondire il tema di un sacerdozio ministeriale femminile, anche in forme diverse da quelle che conosciamo per i preti. Infatti, non è detto che il sacerdozio femminile debba essere in tutto e per tutto simile a quello maschile. Santa Teresa del Bambin Gesù, dottore della Chiesa, nei suoi scritti, dice di sentire, tra le tante vocazioni, anche quella al sacerdozio. Un dottore della chiesa donna che dice di sentire questa vocazione! La riflessione potrebbe partire da lì.
Potrebbe anche esservi una valorizzazione della differenza di genere, quindi un sacerdozio ministeriale femminile con una sua specificità, per esempio "femminile mariana", che lo porrebbe anche al di sopra di quello maschile, e dove la differenza non sarebbe di essenza ma di grado.
L'icona di Maria alle nozze di Cana che vi avevo proposto all'inizio è un altro punto da cui potrebbe partire la riflessione, nonché il titolo di "Maria Regina degli Apostoli", titolo che troviamo anche in alcuni documenti del concilio (nella Presbiterorum ordinis, in riferimento ai presbiteri, e nella Apostolicam Actuositatem, in riferimento ai laici).
Conosciamo bene le chiusure imposte da Giovanni Paolo II e ribadite anche da Benedetto XVI relative all'impossibilità di discutere di questo argomento. Da storico posso però dirvi che nella storia della chiesa è accaduto più volte che, cambiato il contesto, siano stati affrontati e risolti temi di cui precedentemente era stato vietata la discussione.
Credo che oggi dobbiamo riflettere con occhi limpidi e analizzare senza preconcetti la realtà del mondo in cui viviamo, e affrontare i nodi di fondo, assumendoci la nostra responsabilità di battezzate e di battezzati. È una responsabilità che non possiamo eludere, perché è a noi che è affidata questa parte di storia della salvezza.
È inutile che facciamo sinodi mondiali sulla nuova evangelizzazione, se non sciogliamo i nodi di fondo, e se continuiamo a seguire delle piste che si sono rivelate infruttuose e che hanno portato, negli ultimi 20-30 anni, a un gigantesco fallimento pastorale.

i processi di modernizzazione

un'icona: la paura come mancanza di fede

In questo secondo momento cercherò di analizzare il periodo storico più vicino a noi, che richiederà un'esposizione un po' più tecnica rispetto a quella dell'intervento precedente.
Vorrei cominciare proponendo alla vostra riflessione, come icona, un versetto tratto dal vangelo di Giovanni che fa riferimento ad avvenimenti successivi alla resurrezione:
"La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per paura dei giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: 'Pace a voi'" (Gv 20, 19).
Gli apostoli sono dominati dalla paura: la paura del credente non è mancanza di coraggio, ma è mancanza di fede. Quando Pietro cammina sulle acque, ad un certo punto ha paura di affondare perché gli viene meno la fede. La paura che si prova nei confronti di altri uomini ("erano chiuse le porte per paura dei giudei"), non genera sentimenti di pace, ma di antagonismo. Il superamento della paura avverrà ad opera di Gesù risorto ("Si fermò in mezzo a loro e disse: Pace a voi").
La paura degli apostoli nei confronti dei giudei è data dal fatto che la nascita e poi lo sviluppo della Chiesa non ha determinato la fine di Israele. E quindi la Nuova Alleanza, non solo da un punto di vista teologico, ma anche come fatto storico, non ha eliminato l'Antica Alleanza. E questo, nella storia della Chiesa, ha generato problemi e paura.

Processi storici di modernizzazione

Creazione dello stato laico con diritti e libertà civili

Nell'età moderna l'Europa ha imposto in tutto il mondo un certo modo di pensare, di organizzarsi, di vivere. Ad esempio, lo Stato moderno è una creazione tipicamente europea dell'età moderna, e oggi non c'è angolo di terra emersa che non sia inserito in uno Stato.
Un primo fondamentale processo storico dell'età moderna è stata l'affermazione delle libertà civili (e la valorizzazione del senso critico) e la creazione di uno Stato laico (uguaglianza giuridica tra tutti i cittadini, a prescindere dalla loro religione).

Economia capitalistica e struttura dualistica

Un secondo processo è stato lo sviluppo dell'economia capitalistica di mercato, cioè di un sistema economico creato in Europa e che ha raggiunto tutto il mondo con le rivoluzioni industriali e la globalizzazione. Il processo di diffusione a tutto il pianeta dell'economia capitalistica di mercato ha creato una struttura dualistica del mondo, che prima non esisteva. In epoche precedenti, nel 700 per esempio, tra un contadino europeo e un contadino dell'Africa centrale o di un altro paese che oggi definiamo del "Terzo mondo", non vi erano grandi differenze, sia come benessere (PIL pro capite) che come aspettativa di vita. L'enorme differenza che constatiamo oggi nasce nel corso dell'800 e del 900, a causa dello nuova struttura economica.

diffusione del materialismo pratico

I processi di modernizzazione hanno favorito la diffusione di un materialismo pratico (che è una cosa diversa dal materialismo filosofico, teorico, e anche dal nichilismo). Mentre il nichilismo afferma che non c'è un senso, il materialismo pratico ripone il senso della vita soprattutto in realtà materiali, che si possono toccare, misurare, quantificare, realizzare praticamente. Da questo materialismo derivano poi etiche anche di tipo individualistico.

la grande paura della Chiesa

Come si è comportata la Chiesa di fronte a questa nuova realtà? Nel 700 si è trovata a dover fare i conti con l'Illuminismo, la nascita della massoneria e la Rivoluzione francese (che è stata per la Chiesa cattolica uno choc tremendo e durante la quale, non dimentichiamolo, c'è stata l'emancipazione degli ebrei).
Dalla nuova situazione è nata una grande paura. Uno storico francese del secolo scorso, Georges Lefebvre, ha scritto un libro dal titolo "La grande paura del 1789" relativo alla diffusione di questo sentimento al tempo della rivoluzione francese. L'autore lo attribuisce a contesti molto particolari, ma io lo generalizzerei per darvi il senso dell'atteggiamento della Chiesa sul piano della storia.
In seguito a quegli eventi e al conseguente sviluppo della grande paura, un certo modello pastorale è diventato egemone durante la cosiddetta "età piana", così definita dal nome di ben sette papi (su undici) nel periodo che va dal 1775 al 1958, cioè dall'elezione di Pio VI alla morte di Pio XII.

l' "età piana" e il modello intransigente

Pio VI sceglie il nome di "Pio", in riferimento a Pio V (1504-1572), il papa che ha fondato la congregazione dell'indice dei libri proibiti, il nemico dei protestanti e il fautore della crociata contro i Turchi (battaglia di Lepanto), in un periodo in cui la vita della Chiesa si gioca su un nemico interno (i protestanti) ed un nemico esterno (i turchi).
Pio VI ripropone questa visione di Chiesa come cittadella assediata. Appena eletto, emana nell'aprile 1775 l' Editto sugli Ebrei, in cui indica il pericolo di sovversione che può venire dagli ebrei. Nel Natale del 1775, quindi nel primo anno di pontificato, promulga la sua prima enciclica (Inscrutabile divinae sapientiae) contro il pensiero moderno. Il 10 marzo 1791, emana il breve Quod aliquantum che condanna la costituzione civile del clero e i principi della rivoluzione francese.
Ho richiamato questi documenti, per dire che con Pio VI ha inizio un modello pastorale, egemone per il lungo periodo dell' "età piana", tutto fondato sulla paura: la paura dell'ebreo, la paura del pensiero moderno, la paura della rivoluzione francese. È quello che possiamo chiamare il "modello intransigente", basato sul rifiuto totale della modernità. Si diffonde il mito del Medioevo, come momento massimo della civiltà cristiana. Si vuole uno Stato confessionale (si pensi all'Equador di Garcia Moreno, consacrato al Sacro Cuore di Gesù), e non uno stato laico basato sull'uguaglianza giuridica (di tutti i cittadini, cattolici, protestanti, ebrei...). Libertà di coscienza e senso critico vengono giudicati negativamente. Tutti questi aspetti sono riassunti in un'immagine, quella della Sinagoga di Satana, l'emblema di tutti i nemici della Chiesa coalizzati insieme: i comunisti dell'epoca, i massoni, gli ebrei, le società bibliche protestanti, i liberali, i laici, insomma tutti i non cattolici.

il modello conciliatorista

Accanto al modello prevalente, intransigente, c'è anche un modello che possiamo chiamare conciliatorista, che vuole cioè una conciliazione tra la Chiesa e la modernità. La modernità non viene vista come nemica, ma come una realtà con cui dialogare. I conciliatoristi, come Rosmini e Manzoni, sono filogiudaici e vogliono la riforma cattolica, cioè una riforma della Chiesa dall'interno. Rispetto a quello dominante è un modello alternativo, combattuto e sconfitto al momento dagli intransigenti.

forza della Chiesa e debolezza del cristianesimo

Il modello egemone intransigente rivela, però, sempre più le proprie insufficienze: alla esaltazione di una chiesa forte corrisponde la debolezza della vita cristiana. Infatti tra la fine dell'800 e il primo 900 assistiamo alla crescita dell'individualismo borghese. Sono sempre più forti le etiche utilitaristiche ed edonistiche e si diffondono costumi e mentalità pagani, anche in contesti cattolici. Senza dichiarazioni di ateismo, senza contestazioni antireligiose o anticlericali, di fatto si vive secondo quello che abbiamo chiamato il materialismo pratico. C'è il dominio della grande visione liberale che mette al primo posto il profitto.

Cristianesimo sociale di Leone XIII

Un atteggiamento diverso lo notiamo con il pontificato di Leone XIII, durante il quale si affronta la questione sociale, la questione operaia con la Rerum Novarum (1891). Dall'affermarsi di questa sensibilità sociale prende avvio l'idea della democrazia cristiana, con Murri e poi Sturzo, e soprattutto, proprio agli inizi del 900, comincia a germogliare un modello pastorale che coniuga questo cristianesimo sociale con una visione democratica. La prospettiva conciliarista riprende vigore. Esponente di rilievo è stato il cardinal Capecelatro, una specie di cardinal Martini dell'epoca. È un religioso irpino, cardinale di Capua, bibliotecario a capo della biblioteca vaticana, in grado di unire la visione democratica all'attenzione sociale nei confronti della questione operaia, con un'apertura alla libertà e alla laicità del soggetto. In questa prospettiva la sfida principale che il cristianesimo deve affrontare è quella che viene dal materialismo pratico.

prima guerra mondiale e totalitarismi

Con la morte di Leone XIII e l'avvento di Pio X si interrompe drammaticamente questo nuovo modello pastorale che stava appena formandosi. Lo scoppio della prima guerra mondiale, con la rivoluzione bolscevica e il crollo del dominio liberale, per gli storici segna l'inizio di un nuovo periodo, quello dei totalitarismi, chiamato anche "secolo breve", che durerà fino al 1989, cioè sino al crollo del muro di Berlino e la fine del comunismo nell'Europa dell'Est.
I totalitarismi sono l'opposto del liberalismo, in quanto significano la soppressione della libertà civile, e l'affermazione di un materialismo teorico proprio delle ideologie totali. Questo materialismo teorico si è fondato o sullo stato etico fascista o sul neopaganesimo razzista con Hitler, o sull'ateismo di stato nella Russia di Stalin. La sfida si è spostata in ogni caso sul piano teorico, ideologico. All'interno di questo secolo breve, un momento di svolta è stato il 1945, con la fine della seconda guerra mondiale e con il dramma della Shoah. Nel 1945 crollano il fascismo e il nazismo. Si crea allora la contrapposizione diretta tra comunismo e democrazia, una democrazia anch'essa però vissuta in una forma ideologica, di ideologia democratica, contrapposta all'ideologia comunista.

modello pastorale intransigente totalitario

In questo periodo il modello pastorale dominante, quello intransigente, si sviluppa in senso totalitario. Il carattere totalitario riguarda sia lo Stato che la Chiesa. In particolare con Pio XI e Pio XII, possiamo parlare di una chiesa totalitaria, arroccata, centralizzata, autosufficiente, perfetta, trionfale. Si rafforza il culto della personalità del papa e la chiesa si vive come esercito. In qualsiasi documento ecclesiale di quel periodo - dal bollettino parrocchiale, alle omelie, sino ai motti dei vescovi, ai canti, ecc., - è sempre presente la metafora militare. È sufficiente ricordare l'inno della gioventù maschile di Azione Cattolica: "Qual falange di Cristo redentore, la gioventù cattolica è in cammino ... bianco padre che da Roma ci sei meta, luce e guida... un esercito all'altar..." Ho fatto degli studi sull'uso pervasivo del lessico militare in quel periodo. Si parte da Cristo visto come Re, per passare al papa come generalissimo e a tutti i vescovi come ufficiali di complemento, e così via. C'è, nella Chiesa, una veicolazione, a livello di dinamica psicologica e sociologica, di modelli militari, analoga a quella dei totalitarismi. Ad intra, si predica l'ubbidienza (non alla coscienza, ma all'autorità!). Ad extra prevale la visione di un mondo esterno come nemico, di cui si cerca ciò che non va, per condannarlo.

accentuazione dell'elemento dottrinale

L'elemento dottrinale in questa prospettiva viene accentuato. I totalitarismi concorrenti portano la sfida a livello di materialismo teorico e quindi la risposta della Chiesa è sul piano dottrinale. In questo periodo si fa di tutto per far diventare il catechismo il più possibile simile alla scuola. Si costruiscono le scuole di dottrina cristiana con le aule, i registri, i banchi, la campanella, il dirigente, gli insegnanti...
Il materialismo pratico non è scomparso e continua a diffondersi, però non lo si prende tanto in considerazione, perché il problema percepito è quello del materialismo teorico, affrontato sul piano ideologico.

crollo dei totalitarismi e ritorno del neoliberismo

La fine del secolo breve col crollo del comunismo anche nell'Unione sovietica, e cioè dell'ultimo dei totalitarismi (almeno in Europa), ha aperto una fase totalmente diversa. Dal 1989 (anno simbolo) ad oggi, abbiamo assistito alla fine delle ideologie totali e al ritorno alla grande dinamica liberale, che comprende non solo l'affermazione sempre più estesa della soggettività e della libertà, ma anche il trionfo del neoliberalismo del profitto, con l'ulteriore diffusione del materialismo pratico.
Si pone allora, per le chiese cristiane, per la chiesa cattolica in particolare, la domanda riguardante quale modello pastorale adottare oggi. Negli ultimi anni abbiamo vissuto una grande incertezza e una continua oscillazione, tra la ripresa del modello intransigente, e la prospettiva conciliatorista rosminiana e manzoniana, diventata nel frattempo anche la prospettiva del !!!un evento profetico: il Concilio Vaticano II
Il concilio Vaticano II non è stato un episodio casuale. Secondo Paolo VI, è stato il più grande ed importante concilio dopo il concilio di Nicea, quello che ha definito la professione di fede che ogni domenica a messa ripetiamo. Per Giovanni Paolo II è stato "il grande dono dello Spirito Santo alla Chiesa", anche per i nuovi modi in cui si è espresso.
Oggi c'è chi dice che il Concilio è datato, perché le sue problematiche, proprie del secolo breve in cui si è svolto, sono ormai superate. Altri invece sostengono che, poiché si è svolto dopo Auschwitz e dopo la Shoah, è stato fortemente segnato da questo evento e che pertanto mantiene una portata profetica che va ben oltre il tempo in cui si è svolto
Oggi, tutta la Chiesa (noi compresi) si trova in questa duplicità di punti di vista. Non ritengo però che si possano mettere sullo stesso piano, in base anche a quello che i papi Paolo VI e Giovanni Paolo II hanno affermato. Coloro che ritengono superato il concilio appartengono a frange che già in passato sono state anticonciliari, e che ora hanno ripreso fiato.

due modelli di Chiesa a confronto

Abbiamo oggi due modelli di chiesa a confronto. Da una parte, una chiesa severa, arroccata, lontana, dall'altro una chiesa sorridente, vicina, prossima. Da una parte chiusura e diffidenza, dall'altra apertura e confidenza. Da una parte scontro e polemica, dall'altra incontro e dialogo. Da una parte una chiesa che si vuole e si vive fuori dal mondo, dall'altra una chiesa che è nel mondo, per essere fermento di liberazione evangelica.
Insomma, da una parte una chiesa nemica, dall'altra una chiesa amica. Da una parte una chiesa trionfale, che ha sempre ragione, che non ha bisogno di nulla, dall'altra una chiesa umile. Da una parte una chiesa autosufficiente e dall'altra una chiesa bisognosa d'aiuto, che viene aiutata anche da chi le è ostile (Gaudium et spes n° 44). Da una parte una chiesa che pronuncia condanne, dall'altra una chiesa che non esprime nessuna condanna perché la medicina è la misericordia (non bisogna giudicare, bisogna distinguere tra errore ed errante, Gaudium et spes n° 28). Da una parte si esige obbedienza all'autorità, dall'altra obbedienza alla coscienza. Da una parte una chiesa contro le libertà e dall'altra una chiesa per le libertà. Da una parte un modello che vuole lo stato confessionale, dall'altra invece una chiesa che accetta la laicità e la libertà religiosa. Da una parte una chiesa che vede le altre religioni come diaboliche, e dall'altra che vede in loro germi di verità.
Tutte queste differenze sono così riassumibili: da una parte una chiesa antigiudaica, e dall'altra una chiesa filogiudaica (Romani 11) che ritiene cioè che la Prima Alleanza non è stata cancellata. Da un veloce esame dei tantissimi siti dei tradizionalisti cattolici, risulta che sono certamente contro la riforma liturgica del concilio e contro la costituzione Sacrosanctum Concilium, ma soprattutto sono contro la dichiarazione conciliare Nostra Aetate, perché sono contro gli ebrei! C'è sempre questa chiusura, questa paura: "erano chiusi per paura dei giudei".

la via conciliare

La via del Concilio è quella che valorizza il senso critico e la libertà del soggetto, e in questo modo riesce ad essere alternativa rispetto al materialismo pratico. Infatti il concilio parla di materialismo pratico (Gaudium et spes n° 7 e n° 10) e in questo è profondamente profetico, nel senso che sa leggere i processi profondi della storia. Interpreta il materialismo pratico come una forma di schiavitù, perché quando una persona si lega a ciò che è quantitativamente misurabile e pone in quello il senso della propria vita, diventa schiavo. Afferma che il vangelo è a favore della libertà, di uomini davvero liberi (Gaudium et spes n°17).
È inevitabile che, col passare degli anni, un po' di polvere si posi e quindi si affievolisca lo slancio della riforma conciliare e riprendano voce delle ipotesi intransigenti, che, come invisibili catene, stanno progressivamente ingabbiando il vero magistero del Vaticano II.
La cosa di cui oggi c'è più bisogno, allora, e che è anche il nostro compito al di dentro delle comunità ecclesiali delle quali facciamo parte, è quello di scatenare il concilio, di rompere certe catene che impediscono la sua realizzazione.
Credo che sia stato importante che Benedetto XVI abbia dichiarato l'anno della fede, non in riferimento al catechismo, cosa del tutto secondaria, ma in riferimento ai 50 anni dall'apertura del Concilio. Proprio il Concilio infatti, con la costituzione Dei Verbum, afferma che il riferimento principale della Chiesa è la parola di Dio. Anche la rinuncia al pontificato fatta in questi giorni da Benedetto XVI è stato un atto nello spirito del Concilio Vaticano II, forse l'atto più conciliare di questo pontificato e per questo passerà alla storia.

"Scatenare" il Concilio

Ciò che intendo affermare quando dico che occorre "scatenare" il concilio nelle nostre comunità, cioè "togliere le catene" all'insegnamento del concilio, lo riassumo in quattro punti:

1. Chiesa povera e dei poveri, semper reformanda

Per questo primo punto, i testi da citare sarebbero molti, ma mi limito a Lumen Gentium n° 8, che fa riferimento all'inno cristologico del capitolo II della lettera di Paolo ai Filippesi: "Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza."
Non si dice che questa è una delle vie che può prendere la Chiesa, e non si dice neanche che questa è la via migliore tra tante. Si dice invece che è l'unica via per la Chiesa, e che quindi tutte le altre sono estranee, non solo al Concilio Vaticano II, ma al cristianesimo stesso. Nella migliore delle ipotesi, se percorriamo altre vie, perdiamo tempo. Qui risiede la radice del fallimento pastorale di cui parlavamo nella prima parte.
Continua Lumen Gentium n° 8: "Gesù Cristo «che era di condizione divina... spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo» (Fil 2,6-7) e per noi « da ricco che era si fece povero » (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l'umiltà e l'abnegazione." Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre «ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito» (Lc 4,18), «a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d'affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l'immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo"
Come si può vedere, il discorso è sempre quello dello svuotamento, della spogliazione, della povertà nel senso radicale della beatitudine evangelica: "Come Cristo, così la Chiesa"...
Quindi il primo punto di questa rimessa in asse esige una Chiesa povera e dei poveri, semper reformanda, cioè sempre in stato di purificazione, di riforma, per essere fedele a Gesù Cristo, per annunciare la buona notizia evangelica (non altre cose, pur interessanti e lodevoli). Per cercare la gloria di Dio, non la gloria della terra. E la gloria di Dio è la povertà dei piccoli, dei fragili, delle famiglie fragili che oggi si spaccano, di quei preti che non riescono a essere preti, e soprattutto dei poveri. Queste fragilità sono un valore per la Chiesa, e sono come dei cazzotti nello stomaco che lo Spirito Santo dà alla Chiesa contemporanea.
Per esempio, noi parliamo tanto di famiglia, ma spesso facciamo solo della ideologia familistica. Invece dobbiamo vedere la realtà delle famiglie, che oggi è una realtà di grande fragilità. E questo è un dono alla Chiesa contemporanea perché dalla fragilità si può costruire la fedeltà al vangelo.

2. Il fine evangelico richiede mezzi evangelici

Gaudium et Spes n° 76: "Gli apostoli e i loro successori con i propri collaboratori, essendo inviati ad annunziare agli uomini il Cristo Salvatore del mondo, nell'esercizio del loro apostolato si appoggiano sulla potenza di Dio, che molto spesso manifesta la forza del Vangelo nella debolezza dei testimoni. Bisogna che tutti quelli che si dedicano al ministero della parola di Dio, utilizzino le vie e i mezzi propri del Vangelo, i quali differiscono in molti punti dai mezzi propri della città terrestre.
Certo, le cose terrene e quelle che, nella condizione umana, superano questo mondo, sono strettamente unite, e la Chiesa stessa si serve di strumenti temporali nella misura in cui la propria missione lo richiede. Tuttavia essa non pone la sua speranza nei privilegi offertigli dall'autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all'esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni."
Purtroppo anche oggi siamo attanagliati dalla paura, la quale ci porta ad assumere comportamenti non evangelici, non da credenti. Noi invece dobbiamo avere fede e camminare sulle acque. Se siamo impegnati a costruire scialuppe di salvataggio e a fabbricare salvagenti, vuol dire che non abbiamo fede.
E allora permettetemi un piccolo riferimento alla Chiesa cattolica italiana: se fosse tolto l'8 per mille alla chiesa cattolica italiana, cosa che nei percorsi della storia potrebbe anche avvenire, noi assisteremmo alla messa a nudo della miseria della nostra Chiesa, che per molti aspetti si regge perché c'è l'8 per mille, in tante attività anche lodevoli. Di questo dobbiamo essere tutti consapevoli. E il concilio ci dice che è meglio rinunciare anche ai diritti legittimamente acquisiti se questi offuscano l'annuncio. E qui si aprirebbe un campo immenso...

3. concordia sinodale nel popolo di Dio

Forse il termine "sinodale" è un po' tecnico e non immediatamente chiaro. Leggo dalla costituzione sulla divina rivelazione, la Dei Verbum, al n° 10: "La sacra tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa; nell'adesione ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi Pastori, persevera assiduamente nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle orazioni (cfr. At 2,42 gr.), in modo che, nel ritenere, praticare e professare la fede trasmessa, si stabilisca tra pastori e fedeli una singolare unità di spirito.
Non si dice che i presuli devono imporre ai fedeli il modo di ritenere, praticare e professare la fede. Si dice che presuli e fedeli devono concordare. Ecco la visione sinodale. Occorre una discussione corale, nel rispetto e nel riconoscimento dei doni gerarchici e carismatici, e non una comunicazione autoritativa a senso unico. Il Concilio ci chiede una dimensione comunionale e collegiale a tutti i livelli, che dobbiamo assolutamente realizzare.
Le stesse dimissioni del papa sono un invito al cammino sinodale, al camminare insieme, in linea con quanto i padri conciliari hanno affermato.

4. combattere con coraggio i propri difetti

Nella breve dichiarazione di rinuncia al pontificato, c'è un punto in cui Benedetto XVI chiede perdono. Ciò che mi ha colpito, è che non chiede perdono per i suoi peccati (questo lo chiede al suo confessore), ma per i suoi difetti. È una grande lezione per tutti. I difetti ostacolano l'evangelizzazione, e tutti ne abbiamo, ma dobbiamo esserne consapevoli, e impegnarci, nei nostri limiti, ma in una dimensione comunitaria, per ridurli e, se possibile eliminarli.
Gaudium et Spes n° 43: "Benché la Chiesa, per la virtù dello Spirito Santo, sia rimasta la sposa fedele del suo Signore e non abbia mai cessato di essere segno di salvezza nel mondo, essa tuttavia non ignora affatto che tra i suoi membri sia chierici che laici, nel corso della sua lunga storia, non sono mancati di quelli che non furono fedeli allo Spirito di Dio. E anche ai nostri giorni sa bene la Chiesa quanto distanti siano tra loro il messaggio ch'essa reca e l'umana debolezza di coloro cui è affidato il Vangelo. Qualunque sia il giudizio che la storia dà di tali difetti, noi dobbiamo esserne consapevoli e combatterli con forza, perché non ne abbia danno la diffusione del Vangelo."
Non sono parole mie, sono parole del Concilio Vaticano II: se non combattiamo i nostri difetti, con forza e con coraggio, ne ha danno la diffusione del vangelo.
conclusione
Dobbiamo riconoscere di essere ancora bloccati dalla paura. Sembrava che il concilio avesse posto fine per sempre al paradigma di intransigenza e di crociata, invece ci siamo ancora immersi. Se non mi sbaglio, ci sono ancora gruppi che si chiamano, ad esempio, "Legionari di Cristo". Ci sono ancora autori che usano espressioni come "brandire la fede" o simili. Tutto questo deriva dalla paura, in particolare dalla paura della modernità, dal temere una realtà che ci appare nemica, dalla paura della sinagoga di satana, dell'ebreo... Questa paura ci impedisce di vedere la realtà. Siamo come gli apostoli, che, anche dopo la resurrezione, restano chiusi per paura dei giudei. Siamo come i discepoli di Emmaus che, pur camminando col risorto, non lo riconoscono subito perché dominati dalla paura. Sentono qualcosa ma non riconoscono ciò che avvertono.
Anche noi sappiamo che certe cose sono vere perché le sentiamo dentro di noi, in onestà di cuore e in verità di coscienza, però non le vediamo, perché siamo sempre prigionieri della paura. Ricordiamoci che la paura non è mancanza di coraggio, ma è mancanza di fede.

riassunto

Il cardinal Martini lamentava nella sua ultima intervista il ritardo della chiesa, che sarebbe rimasta indietro di duecento anni e che non avrebbe fatto ancora i conti con la modernità. Effettivamente vi sono stati negli ultimi secoli, e in particolare nel secolo scorso, dei cambiamenti di enorme portata nel modo di vivere e di pensare, nel modo di produrre e di riprodursi. Anzitutto è avvenuto un mutamento sul piano demografico. Per migliaia di anni la popolazione mondiale sul piano numerico è rimasta sostanzialmente stabile. Ancora nel 1700 la popolazione è stimata attorno ai 610-680 milioni persone, per passare a 1 miliardo e 640 milioni all'inizio del XX secolo, e agli oltre 6 miliardi e 100 milioni di oggi. Questo cambiamento ha avuto conseguenze significative sul piano ecologico, economico e anche culturale.
Per millenni problema assillante dell'umanità è stato quello della sopravvivenza della specie e della conseguente difesa della procreazione, accompagnata, nell'area euroasiatica e mediterranea, allo sviluppo del patriarcato, e quindi al predominio maschile. Si è così venuto a formare uno stretto rapporto tra patrimonio (la produzione e possesso di beni e ricchezze) e matrimonio (la riproduzione). La procreazione e la sessualità sono sacralizzate. La sessualità non finalizzata alla procreazione è interdetta (omosessualità, masturbazione, contraccezione, aborto). Anche i rapporti pre ed extra coniugali sono visti negativamente perché possono incrinare il rapporto patrimonio-matrimonio. Questa prospettiva di predominio patriarcale in funzione della difesa sacrale della vita ha prevalso fino alla fine del XX secolo. Le donne sino a quel momento hanno goduto di minori diritti sociali e politici rispetto agli uomini.
La gigantesca crescita demografica accompagnata da un inedito orizzonte di libertà (movimento di liberazione della donna, movimenti antiomofobici) provocano non poche difficoltà alle chiese cristiane, che stavano già vivendo un altro profondo cambiamento, dovuto alla fine della cristianità, col passaggio da un cristianesimo anagrafico ad uno di libera scelta.
È vero che le chiese hanno tra le mani il vangelo di liberazione di Gesù, un vangelo di rottura con il patriarcato, in cui non solo non si trovano giustificazioni alla supremazia maschile, ma si dichiara addirittura il superamento di ogni differenza discriminante tra uomo e donna in Cristo (Galati). Ci sono donne tra i discepoli di Gesù, come pure tra gli apostoli (annuncio della resurrezione). Purtroppo l'ultima versione della Cei ha introdotto nel testo biblico delle modifiche che sembrano volte a ostacolare possibili sviluppi di una rinnovata presenza della donna nella chiesa. Termini ritenuti troppo espliciti presenti nelle scritture neotestamentarie sono stati modificati ("Febe diaconessa", è diventata "Febe a servizio della chiesa"...).
I processi di modernizzazione sviluppatisi a partire dal 1500 hanno favorito un disciplinamento dei corpi e del nesso anima-corpo. Lo stato laico moderno si occupa della nascita, della salute, della morte dei cittadini. Anche nella chiesa cattolica avviene un processo analogo, con l'attivazione di una pastorale (esame di coscienza, confessione...) tutta centrata sulla vita sessuale e sulla virtù della purezza.
Sarà il concilio Vaticano II ad aprire nuovi orizzonti, ridando il primato alla parola di Dio e alla buona notizia della liberazione, con l'invito a scrutare i segni del tempo, a saper leggere la realtà alla luce della parola liberante di Dio, a sapere connotare evangelicamente l'anelito del mondo di oggi alla libertà e alla valorizzazione della soggettività. La via indicata dal concilio è quella di una spiritualità incarnata, cioè una carità vissuta come crescita umana e spirituale.
In questo nostro contesto radicalmente modificato è necessario anzitutto superare il paradigma fede-vita sessuale, che concentrava e riduceva tutto alla sessualità, e riscoprire il paradigma fede-vita morale, più fedele alla prospettiva evangelica, secondo la quale la persona è sempre fine e mai mezzo, la violenza è proibita, l'individualismo è superato e l'etica della tenerezza è affermata. Solo in questo modo riusciremo a far percepire la bellezza della buona notizia e affrontare il gigantesco scisma generazionale.
E poi è urgente il superamento del patriarcato anche all'interno della chiesa, abolendo ad ogni livello, anche sul piano dei ministeri, qualsiasi differenza discriminante. Il diaconato femminile non basta più, occorre prevedere un sacerdozio ministeriale femminile, con le proprie specificità, valorizzando la differenza di genere. Come battezzate e battezzati dobbiamo assumerci le nostre responsabilità: se non si risolvono questi nodi di fondo è inutile parlare di nuova evangelizzazione.

processi storici di modernizzazione
La modernità è stata contrassegnata da diversi processi storici che ne hanno delineato il volto. Un primo processo riguarda la nascita dello stato laico, con l'affermazione delle libertà civili, dell'uguaglianza giuridica tra tutti i cittadini a prescindere dalla loro religione. Un secondo processo è l'affermazione dell'economia capitalistica di mercato, con la novità della crescente divaricazione tra paesi ricchi e paesi poveri.
Questi processi di modernizzazione, stato laico ed economia capitalistica sono accompagnati dalla diffusione del materialismo pratico, di un modo di sentire che coglie solo nelle cose materiali, che si possono toccare e misurare, il senso del vivere.
La chiesa reagisce a questi processi, che si manifestano nell'illuminismo, nella massoneria e in particolare nella rivoluzione francese, con un atteggiamento improntato ad una grande paura. È quanto avviene durante l'età "piana" (dal PioVI a Pio XII, dal 1775 al 1958). Si afferma il modello intransigente, che mitizza il Medioevo e rifiuta la modernità: contro l'uguaglianza giuridica e a favore di uno stato confessionale. Si ritiene impossibile che un ebreo o un protestante godano degli stessi diritti di un cattolico.
Accanto al dominante modello intransigente, vive, benché minoritario (Rosmini, Manzoni), il modello che vuole la conciliazione tra chiesa e modernità. Alla esaltazione di una chiesa forte corrisponde la debolezza della vita cristiana. Il materialismo pratico continua a diffondersi.
I segnali di apertura avuti con Leone XIII (1878-1903), scompaiono con Pio X, con la prima guerra mondiale e con l'avvento dei totalitarismi, che propugnano un materialismo teorico.
Il modello pastorale che prevale è quello intransigente sviluppato in forma totalitaria. Al totalitarismo dello stato corrisponde il totalitarismo della chiesa; una chiesa centralizzata, arroccata, che si vive come esercito, autosufficiente, trionfale, con il culto della personalità del papa. All'interno il problema è l'obbedienza all'autorità (non alla coscienza), all'esterno la condanna e la lotta contro un mondo percepito come un nemico. La lotta contro il materialismo teorico si svolge sul piano dottrinale. Il catechismo è dottrina. Ma il materialismo pratico continua a proliferare indisturbato.
Con il crollo del totalitarismo sovietico e la fine delle ideologie totali il liberalismo e il neoliberismo trionfano senza freni.
La pastorale che oggi prevale oscilla tra un modello intransigente ed uno conciliare, secondo le prospettive del Vaticano II.
Da una parte si propone una chiesa severa e lontana, dall'altra una chiesa accogliente e prossima. Da una parte chiusura e diffidenza, dall'altra apertura e confidenza. Scontro e polemica o incontro e dialogo. Chiesa nemica o chiesa amica. Chiesa trionfale che ha sempre ragione, o chiesa umile. Chiesa autosufficiente o chiesa che ha bisogno di aiuto. Obbedienza all'autorità o obbedienza alla coscienza.
Oggi dobbiamo "scatenare" il concilio, togliere le catene, innanzitutto riaffermando una Chiesa povera e dei poveri, semper reformanda (LG 8), sempre in stato di purificazione, per essere fedele a Gesù Cristo, per annunciare la lieta notizia. Non è una delle vie possibili, ma l'unica via per il cristianesimo. Occorre poi ricordare che il fine evangelico richiede mezzi evangelici, "i quali differiscono in molti punti dai mezzi propri della città terrestre". È meglio rinunciare anche ai diritti legittimamente acquisiti se questi offuscano l'evangelo. Infine bisogna praticare la sinodalità: "nel ritenere, praticare e professare la fede trasmessa concordino presuli e fedeli" (Dei Verbum). I presuli non devono imporre, ma concordare. La comunicazione pertanto non deve essere a senso unico.
La pastorale improntata all'intransigenza, alla paura della modernità è ancora presente e ci impedisce di cogliere la realtà, la quale ci si disvela quando, liberati dalla paura, guardiamo con gli occhi della fede, della fiducia.

Dibattito

Fate senza preti

A proposito dell'importanza della sinodalità, vi ricordo che, in forza del nostro battesimo, siamo tutti sacerdoti, re e profeti. Di questo abbiamo la dignità, ma anche la responsabilità, che dobbiamo esercitare. Non dobbiamo autodimetterci!
Ricordo, ai tempi in cui ero nella commissione diocesana per la pastorale giovanile a Bari, un invito fattoci da mons Michele Mincuzzi (che è stato il maestro di don Tonino Bello!), a noi che ci lamentavamo di non avere un prete responsabile: "Fate Senza Preti", interpretando in questo modo il motto della Fuci "FSP" (Fede, Scienza e Patria). Allora, anche noi, facciamo senza preti! Assumiamoci le nostre responsabilità. Ci sono tante cose che si possono fare nella vita. Non comportiamoci da bambini che devono essere imboccati, ma da adulti nella fede.

religioni e paura

La paura può venire ai cristiani, alla Chiesa, anche dalla difficoltà dell'incontro con altre religioni, soprattutto dalla violenza oggi esercitata dal terrorismo islamico. Dobbiamo ricordare che fino all'800 erano i cristiani, con crociate, colonialismo e guerre distruttrici, i portatori di tali minacce.
Vi posso dire come io vedo i rapporti delle religioni figlie di Abramo. L'esperienza di fede nel Dio di Abramo è come l'ascesa di una grande montagna che ha vari versanti: c'è chi sale dal versante cristiano, chi da quello ebraico, chi da quello islamico. Chi sale da un versante, non può vedere gli altri che salgono da altri versanti. Però una cosa è certa: alla base, la distanza è massima, ma più siamo vicini alla vetta, pur non vedendoci, più siamo vicini tra noi. Man mano che si sale nel cammino di fede, nell'esperienza spirituale profonda e vera che c'è in tutte le grandi religioni monoteiste (e forse bisognerebbe allargare il campo...), siamo anche più vicini tra di noi. Di questo sono profondamente convinto, e questo mi rasserena.

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