Incontri di "Fine Settimana"

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La sobrietà come via per una maggiore giustizia, solidarietà e qualità della vita

sintesi della relazione di Paolo Mirabella
Verbania Pallanza, 12 maggio 2012

consumismo: questione di senso prima che questione morale

Riflettere sugli stili di vita vuol dire affrontare un tema inesauribile e che ci riguarda sempre. Quest'oggi lo tratteremo nella prospettiva di elaborare una risposta alla presente situazione di crisi economica che, come Giannino Piana ha ben evidenziato nel precedente incontro, ha radici chiaramente strutturali. Per fuoriuscire dalla crisi sono sì necessari interventi a livello strutturale, ma non sono sufficienti se non sono accompagnati da un coinvolgimento sul piano personale, o, detto in termini teologici, da una conversione personale. Le due dimensioni sono imprescindibili. Il solo intervento strutturale, senza una reale volontà di cambiamento personale, non è in grado di correggere i limiti di questo sistema, per renderlo il più umano possibile.
La riflessione che svilupperò avrà diversi punti di contatto con quella svolta da Giannino Piana, rivisitata dal punto di vista più personale.
Più radicalmente, sono convinto che dietro ogni sistema economico c'è una visione antropologica. Se vogliamo progettare un cambiamento dobbiamo anche pensare, per dirla evangelicamente, ad un nuovo modello di uomo, ad un uomo nuovo.
In questa prospettiva presenterò anzitutto alcune ferite provocate dal sistema economico dominante, quindi mi soffermerò sulla prigionia in cui siamo caduti, quella che chiamo "la tirannia del desiderio vorace", per individuare infine alcuni compiti da svolgere.

alcune ferite del nostro tempo

Utilizzerò il contributo di alcuni studiosi per descrivere il clima esistenziale e antropologico del nostro tempo, ridicendo in questa chiave alcune delle cose già dette. Lo scopo è quello di progettare un cambiamento di mentalità, un passaggio dal modello di vita del predatore, oggi dominante, al modello di vita dell'agricoltore, che è attento all'essenziale delle cose, che custodisce e coltiva.

spirito umano spersonalizzato ed ingabbiato

Secondo Serge Latouche, importante pensatore critico del nostro tempo, "«l'Occidente non è più l'Europa, né geografica, né storica; non è più nemmeno un complesso di credenze condivise da un gruppo umano che vaga per il pianeta; proponiamo di leggerlo come una macchina impersonale, senza anima e ormai senza padrone, che ha messo l'umanità al proprio servizio.
Emancipata da qualsiasi forza umana che volesse arrestarla, la macchina impazzita prosegue la sua opera di sradicamento planetario. Strappando gli uomini dalla loro terra, fin nelle regioni più remote del globo, la macchina li scaraventa nel deserto delle zone urbanizzate senza tuttavia integrarli nell'industrializzazione, nella burocratizzazione e nella tecnicizzazione senza limiti da lei promosse.
La ricchezza, ormai priva di significato, si sviluppa all'infinito nel cuore di città senza frontiere [...]. Il movimento di occidentalizzazione ha una forza terrificante. Abolisce perfino le differenze di genere. Se emancipa dai legami della tradizione, la ragione sulla quale pretende di fondarsi ha di che dare le vertigini. La sua dismisura compromette la sopravvivenza dell'uomo e del pianeta»1.
È difficile perfino, talmente è impersonale, definire chi sta alla guida di questa macchina, capire se c'è un guida, o se è un sistema che si è organizzato a guida, in cui tutti sono strumenti.
Dello stesso tenore sono le parole di Max Weber nelle ultime pagine de L'etica attraverso la famosa metafora della gabbia d'acciaio: la cura per i beni materiali avrebbe dovuto avvolgere le spalle dell'uomo come un 'sottile mantello', ma quel mantello si trasformò in una 'gabbia d'acciaio' da cui sta fuggendo, se non è già fuggito, lo spirito dell'uomo(2).
Probabilmente, dal punto di vista esistenziale, siamo nella condizione di coloro che si sono costruiti una macchina impersonale come una vera e propria gabbia, in cui non resta più nulla di umano, con un'evidente perdita di senso. Anzi, credo che la stessa parola senso rischi di essere senza senso, proprio perché un senso è qualcosa che fa riferimento a degli orizzonti che questa macchina non concede di avere.

globalizzazione finanziaria e disfacimento del tessuto sociale

A tutto questo si lega quanto già emerso negli incontri precedenti. La macchina impersonale in cui siamo ingabbiati necessariamente distrugge i legami interpersonali. Se distrugge la persona, perché dovrebbe conservare la relazione?
La globalizzazione, che positivamente si esprime nella intensificazione di relazioni sociali a livello mondiale, presenta il volto oscuro che Ulrich Bech chiama "globalismo" cioè «l'ideologia del dominio del mercato mondiale, l'ideologia del neoliberismo»(3), che rimuove o sostituisce l'azione politica e subordina la multidimensionalità della globalizzazione al predominio unilaterale del mercato finanziario mondiale. «All'insaputa dei suoi costruttori la macchina genera differenziazione soltanto distruggendo il tessuto sociale. Questa soppressione del legame sociale ostacola gravemente le possibilità concrete di universalizzazione di qualsiasi modello pseudo-sociale concepibile»(4).
"L'ideologia del dominio del mercato mondiale", l'ideologia del neoliberalismo, rende l'altro estraneo, indifferente o nemico.
Come sostiene Maurizio Pallante, nell'economia del mercato finanziario l'altro esiste solo in quanto soggetto che partecipa al mercato, ed in quanto tale è un potenziale nemico: lui vuole guadagnare, io voglio risparmiare o viceversa. Il rapporto è di contrattazione, non certo di alleanza. E se con l'altro non ho rapporti di commercio, questo altro semplicemente non esiste, mi è indifferente(5). In altre parole, l'altro mi importa o perché mi vende o perché mi compra qualche cosa. Se non è in questo orizzonte, semplicemente, non è. Il che, evidentemente, è ancora più drammatico.

crisi di senso e di saggezza

L'esito conclusivo di queste ferite - effetto di quel sistema economico oggi in crisi, ma ancora così forte tanto da essere ancora ritenuto da alcuni come "aggiustabile" ed emendabile - è l'irrazionalità degli effetti che ha prodotto. Mi ha sempre colpito questa pagina di Fromm, che descrive le contraddizioni del nostro sistema, in cui afferma che oggi assistiamo ad «irrazionali contraddizioni che percorrono il nostro sistema. Ci sono milioni di esseri umani tra noi, e centinaia di milioni fuori dei nostri confini, che non hanno abbastanza da mangiare, e tuttavia noi limitiamo la produzione agricola e come se non bastasse spendiamo centinaia di milioni di dollari ogni anno per immagazzinare i nostri surplus.
Siamo opulenti, ma ignoriamo le amenità della vita.
Siamo più ricchi, ma meno liberi.
Consumiamo di più, ma siamo più vuoti.
Abbiamo più armi atomiche, ma siamo più indifesi.
Abbiamo più istruzione, ma minor giudizio critico e minori certezze.
Abbiamo più religione, ma diventiamo sempre più materialisti»(6).

Sono le contraddizioni che cogliamo facendo ad esempio un viaggio in Sicilia, scorgendo chilometri e chilometri di aranceti, carichi di frutta non raccolta per impedire un eccessivo ribasso del prezzo degli agrumi. È il paradosso di una società che, per mantenere il prezzo, non raccoglie tutti i frutti, pur sapendo che ci sono persone che non hanno il necessario per vivere. Se lo dicessimo a un bambino, credo che, quanto meno, ci darebbe degli stupidi. Elaboriamo dei sistemi complicatissimi, che a una logica "sana" appaiono irrazionali, unicamente per conservare il valore monetario dei beni.

tirannia del "desiderio vorace"

Questo sistema in cui siamo profondamente radicati ci imprime una precisa identità, quella dell'uomo economico-consumista.

il desiderio consumato

L'attuale crisi di senso, il disorientamento esistenziale che ci abita, la crisi di relazioni, l'irrazionalità di questo sistema apparentemente logico, sono bene espressi dalla drammatica pagina biblica del capitolo terzo del libro della Genesi in cui si narra della caduta della donna e dell'uomo.
La donna e l'uomo disobbediscono al comando di Dio di non mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male, pena la morte. Videro che "l'albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza". Ne mangiarono e "Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture" (Gen 3,6-7)

Nella disobbedienza al comando di Dio di non mangiare del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male, c'è la pretesa di diventare come Dio consumando "la verità", con la riduzione della conoscenza alla conoscenza immediata dei sensi.
I sensi ci danno sì una conoscenza, ma una conoscenza ancora troppo superficiale. Invece abbiamo la presunzione di avere, attraverso quella conoscenza, esaurito la profondità della conoscenza umana. È come se io avvertissi in quella forma di conoscenza il termine ultimo delle mie possibilità e mi fermassi lì, mi fermassi cioè al fatto che quell'oggetto è bello da vedere ed è buono da mangiare. È un'immagine particolarmente evocativa del nostro tempo, in cui trionfa il consumismo. Si prende e si mangia, e si pensa che così facendo si esaurisca la conoscenza. Si accumulano esperienze e ci si ferma ad un sapere come "somma" di esperienze e non come ricerca del profondo significato che queste esperienze contengono.
L'albero della conoscenza del bene e del male invece non deve essere consumato, può solo essere assunto attraverso la conoscenza, con un processo di apprendimento che richiede tempo.
Se mangio di quel frutto, lo consumo e lo esaurisco. Se penso che la mia conoscenza si risolva nella forma vorace del mangiare, ottengo in qualche modo un duplice effetto contrapposto: da una parte quello di essermi illuso che in quel modo io abbia esaurito la conoscenza, dall'altra quello di aver distrutto l'oggetto della conoscenza. Questa dinamica, come vedremo, è alla base dell'atteggiamento consumistico.
Questo esito della consumazione, con la distruzione e l'esaurimento della "cosa" consumata, si ripercuote anche sulla sapienza: l'uomo dissolve in quell'atto la possibilità di distinguere il bene ed il male. Ora egli si riterrà autoreferenziale nel definire il bene e il male: si riferirà solo a se stesso e non più all'albero. Di qui l'orgoglio di tanto potere, ma anche lo smarrimento: si accorsero di essere nudi, di mancare di quella protezione che l'albero garantiva loro. Ecco il senso di quel "morirete" cui faceva riferimento il testo della Genesi nel caso in cui i due avessero mangiato del frutto dell'albero.
Inoltre l'immediata soddisfazione della conoscenza dei sensi comporta anche l'esaurimento della dimensione ulteriore del desiderio.
L'interpretazione del desiderio come desiderio immediatamente saziabile toglie al desiderio l'orizzonte di ulteriorità che gli appartiene (il desiderio per definizione è ulteriorità) e lo riduce ad immanentismo.
In altre parole il desiderio, una volta consumato l'oggetto appetito, pensa di essere saziato. In realtà, proprio quella forma di consumazione fa sì che il desiderio ricerchi immediatamente un altro oggetto di facile e immediato consumo. Il desiderio che segue questa logica si trasforma in tirannia della voracità onnivora.
Si è lontani dallo statuto proprio della conoscenza umana che è un processo che si svolge nel tempo, per entrare in profondità nel senso profondo delle cose.
Gli attuali programmi scolastici, ad esempio, sembrano schiavi di questa visione tutta appiattita sull'immediato. Crescono molto in quantità, ma non incentivano lo studente a "stare" sull'oggetto, a contemplare l'oggetto, a svolgere la ricerca nel tempo, come richiederebbe un autentico conoscere.

il desiderio consumistico

Questo passaggio dalla sapienza alla consumazione illustra bene la situazione attuale del mondo occidentale, in cui c'è una carenza di promessa, o meglio di senso promettente: l'uomo ha svuotato la sua "riserva di senso" e l'ha riempita di merci: da homo sapiens è diventato homo consumens. Infatti, la caratteristica principale dell'uomo occidentale contemporaneo è quella di essere un «consumatore», come afferma Fromm:
«Homo consumens è colui per il quale la meta principale non è costituita dal possesso di cose, bensì dalla possibilità di consumare in misura sempre maggiore, in tal modo compensando la propria interiore vacuità, passività, solitudine e ansia. In una società caratterizzata da enormi aziende e gigantesche burocrazie industriali, governative e sindacali, l'individuo, privo com'è di qualsivoglia controllo sulle sue condizioni di lavoro, si sente impotente, solo, annoiato, ansioso. In pari tempo, il bisogno di profitti della grande industria produttrice di beni di consumo lo trasforma, con l'intermediario dei media e della pubblicità, in un essere vorace, un eterno lattante che consuma sempre più e per il quale tutto diviene oggetto di consumo, sigarette e liquori, sesso e cinematografo, televisione e viaggi, e persino istruzione, libri, letture»(7).
Siamo in presenza non più dell' "homo possidens", dell'uomo che possiede, soggetto di diritti della nostra società, ma dell'uomo che consuma.
Rispetto a un recente passato, oggi si è passati dallo schema lavoro/risparmio/consumo, allo schema debito/consumo/lavoro (per restituire il debito). Ne consegue un indebitamento patologico, la trappola dei debiti, e il gioco d'azzardo come tentativo irrazionale di soluzione.
L'avvento delle carte di credito ha indicato il senso di quanto sarebbe accaduto. Lo slogan con cui sono state lanciate sul mercato tempo fa era decisamente efficace e seducente, "take the waiting out of wanting" = [Togli l'attesa dal desiderio = non devi più aspettare per avere ciò che vuoi!]. Potrebbe essere uno dei commenti più belli al brano del terzo capitolo del libro della Genesi, al racconto della tentazione di annullare ogni attesa per raggiungere la comunione immediata con Dio. È la logica del consumismo, che non ha tempo e che vuole immediatamente il tutto. La carta di credito permette proprio di soddisfare questa logica, di poter avere subito quello che richiederebbe tempo. Ma se io tolgo l'attesa dal desiderio, il desiderio, totalmente ripiegato sull'immediato, non ha respiro, non c'è più.
Per questo (al di là di ogni considerazione ideologica) pare corretto sostenere che «il problema oggi non è se davvero Dio è morto, bensì se non è morto l'uomo: per il momento non in senso fisico - benché anche questo gli venga minacciato - bensì in senso spirituale»(8).

la legge della sobrietà contro la tirannia del desiderio

Come fuoriuscire da questa dinamica mortifera del desiderio vorace?
Illuminante è ancora un altro testo delle Scritture in cui si narra della mormorazione del popolo di Israele nel deserto che rimpiange la schiavitù dell'Egitto perché ha fame e non ha di che cibarsi.
In risposta alla mormorazione Dio concede al suo popolo la manna, insieme ad una legge di sobrietà: "Ecco io sto per far piovere pane dal cielo per voi. Il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno perché io lo metto alla prova per vedere se cammina secondo la mia legge, oppure no" (Es 16, 4).
Credo che qui ci sia la radice profonda del senso della sobrietà, che è il non accettare la logica del sentirsi sicuri solo nell'accumulare, nell'accaparrare. In questa legge ("il popolo uscirà a raccoglierne la razione di un giorno") c'è per lo meno la possibilità che non avvenga che qualcuno si accaparri tutto a scapito degli altri, c'è la possibilità che ci sia una ulteriorità. Questa legge indica che il mio desiderio, libero dalla tirannia della voracità, non può essere immediatamente appagato da un insieme di beni, che pure sono indispensabili.
Credo che se ci chiedessero quali siano i nostri desideri, ci troveremmo piuttosto spiazzati, data la difficoltà di andare oltre un elenco di cose. Quella legge ci avverte della necessità di porre un'equa distanza tra noi e le cose, non per negare il bisogno di quelle cose, ma per riconoscere che quelle cose non sono capaci di esaurire totalmente il nostro desiderio.
Fintanto che non riusciremo ad interiorizzare questo diverso modo di interpretare il desiderio e di poterlo soddisfare, avremo difficoltà ad operare qualsiasi altro tipo di cambiamento. Rischiamo di rimpiangere, come il popolo di Israele nel deserto, le cipolle d'Egitto al tempo della schiavitù. Ecco perché in questo momento si cerca di mettere delle toppe ad un sistema in profonda ed irreversibile crisi. Perché cambiare quel sistema, in cui, tutto sommato, come gli ebrei schiavi in Egitto, stavamo bene, per andare verso l'ignoto incerto? Dove andranno a finire i nostri risparmi, i nostri sacrifici? Finché riusciamo a tirare avanti, perché non tirare avanti?
Se non cogliamo che il sistema in cui viviamo è diventato inadeguato a rispondere alle attese profonde del nostro desiderio e ragioniamo invece nella logica del frutto buono da mangiare e bello da vedere, difficilmente potremo percorrere vie di fuoriuscita da questo sistema.

alcuni compiti da svolgere

Concludo la prima parte della riflessione indicando dei compiti da svolgere a livello di stili di vita.

recuperare un umanesimo personalizzante

Il primo compito è sicuramente quello di avere il coraggio di riappropriarci di un umanesimo personalizzante, un umanesimo che non si accontenta dei beni, ma che ricerca il bene, che non si accontenta dei significati, ma che ricerca il senso, che non si accontenta di una conoscenza come solo sapere tecnico, ma che si apre al sapere esistenziale, a quel sapere che si interroga su ciò che è degno dell'uomo. Recuperare un umanesimo personalizzante è anche coltivare personalmente quella parte di umanità che ci appartiene.

superare l'immanentismo vorace del desiderio che vuole tutto, subito e qui

Un secondo compito è direttamente collegato al primo. Recuperare l'umanesimo, passando da una logica dell'utile ad una logica del ciò che è degno, cioè alla sapienza che ricerca la dignità dell'uomo, significa ritrovare la radice del movimento ultimo del desiderio. È coltivare quella parte del desiderio che riconosce, all'insegna della logica del "sabato del villaggio", che è più bella l'attesa della cosa che non il possesso della cosa, perché la cosa nella sua oggettualità finita non sarà mai capace di essere bella quanto l'attesa. La frustrazione provocata dalla voracità del desiderio è del resto molto funzionale al nostro sistema di mercato che ha sempre bisogno che il consumatore abbia voglia di consumare. Occorre recuperare quindi un desiderio non schiacciato sulle cose come beni immediatamente consumabili, ma aperto a orizzonti ulteriori.

recuperare la funzione sociale della relazione interpersonale

Un terzo compito che scaturisce con evidenza da quanto abbiamo detto, anche alla luce degli incontri precedenti, è recuperare la funzione sociale della relazione interpersonale. Siamo chiamati a riscoprire che il benessere non può essere un benessere privato, che il desiderio non si soddisfa nella direzione del possesso e del consumo, ma nella forma e nella direzione della relazione. La relazione infatti ha proprio la capacità di non esaurire il desiderio: la relazione autentica è inesauribile. Se poi la relazione si apre all'orizzonte del trascendente si delineano altre dimensioni di ulteriorità. Recuperare la funzione sociale della relazione è, come si afferma nel libro della Genesi, ritrovare l'altro come carne della mia carne, non come estraneo ma come simile, come colui che contribuisce con la sua stessa presenza non solo alla formazione della mia identità, ma anche al mio benessere. Ci stiamo oggi accorgendo dove ci ha condotto una logica estremamente individualistica. Sono gli stessi economisti che cominciano a dire che il mercato non può reggere sull'impostazione dell' "io tutto e tu niente", che occorrono dei correttivi che la politica deve mettere in atto.
Ma questi correttivi hanno la loro radice più profonda nella consapevolezza che l'altro non può essere semplicemente trattato come nemico, come concorrente.
Nell'ipotesi paradossale di diventare il detentore di tutte le finanze mi ritroverei nella situazione del mito di Re Mida che muore di fame perché trasforma tutto ciò che tocca in oro.
Con le buone o con le cattive il riconoscimento dell'altro è indispensabile. Con le buone, se riconosco l'altro come parte del mio benessere.

sobrietà come stile di vita, ossia la virtù ritrovata

questione antropologica: una nuova economia per un uomo rinnovato

Abbiamo detto che la ragione della crisi è questione antropologica. Infatti, è l'economia consumistica in cui viviamo che fa l'uomo consumista, in quanto l'uomo riceve da questo contesto il rafforzamento della propria propensione al consumo. In base all'analisi che abbiamo fatto, pur in modo non esaustivo, delle dimensioni strutturali del nostro sistema economico, e all'evidenziazione delle sue ripercussioni sulla coscienza dell'uomo contemporaneo, dobbiamo pensare che una risposta a questa crisi non può che basarsi su una riconversione antropologica, su una "riforma dell'uomo" che tocca il senso della vita e delle cose in rapporto all'uomo.
In altre parole, ogni domanda che indichi il senso e la direzione di un nuovo modello di crescita e sviluppo non può che porre al centro innanzitutto la questione antropologica, che diventa questione sociale e culturale. Un nuovo modello di sviluppo economico e sociale dipende dal rinnovamento culturale dell'uomo. In particolare dal senso della vita e, da un punto di vista economico, dal senso/significato attribuito alla ricchezza che sapremo scegliere per noi stessi e per le future generazioni.
Ora, a me pare che la sobrietà interpretata secondo una certa chiave antropologica possa costituire il punto di partenza per un cambiamento.

significato antropologico della sobrietà

sobrietà come "povertà evangelica"

il senso della povertà evangelica
La sobrietà a cui facciamo riferimento riecheggia lo spirito di quella che viene definita "povertà evangelica". La povertà evangelica non è pauperismo, non è quella povertà che abbrutisce. È quella che, pur toccando anche la gestione del proprio patrimonio economico, più radicalmente esprime un atteggiamento globale di fiducia nei confronti della vita. A questo proposito si potrebbe recuperare anche il contributo di quelle scienze che hanno studiato lo sviluppo psicologico dell'uomo e in particolare quello di Erikson sulla fase in cui si forma la fiducia di base che consiste nell'avere un approccio positivo nei confronti della vita. È quella fiducia che mi permette di prendere solo la razione di cibo necessaria per l'oggi, perché so che domani ce ne sarà altra. Se manca questa fiducia di base, cercherò di accaparrarmi quello che altrimenti temo di non poter avere.
I "poveri di Jahvè" sono coloro che, esclusi dalle dinamiche del potere e dalla ricchezza, vivono la loro condizione abbandonando ogni pretesa di autosufficienza, affidandosi, invece, alla promessa di Dio. Sono coloro che sanno trasformare la loro condizione economica non agiata in ragione spirituale, cioè coloro che fanno di quella situazione il luogo dove sviluppare la fiducia e dove contemporaneamente ricercare l'essenziale. Mi apro infatti alla ricerca di ciò che è veramente importante, di ciò che è essenziale, nel superamento della pretesa di autosufficienza, nella consapevolezza di non poter bastare a me stesso con le sole risorse che riesco ad accumulare, cosciente che quei beni, di cui pure ho bisogno, non sono tutto e che quindi li devo ricollocare in un orizzonte più ampio.
La povertà evangelica mi rimanda all'essenziale. Qui sta la radice di quella che dal punto di vista personale avverto come "urgenza antropologica".
recupero di ciò che è essenziale
La sobrietà ci indica cosa è essenziale nella forma di un bene relazionale e di una qualità della relazione: con gli altri (alterità/sobrietà), con le cose (consumo/estetica della sobrietà), con se stessi (identità/sobrietà).
Recuperare l'essenziale vuol dire arrivare a riconoscere che il bene per l'uomo è di natura non esclusivamente fisica, ma relazionale. È il bene della relazione con l'altro da me e di me con me stesso.

sobrietà come visione antropologica

sobrietà come premura per gli altri e per l'ambiente
Nella sobrietà si manifesta tutta la "premura per l'altro". È lo specchio visibile di un' 'etica personale' che muove da un'antropologia della relazione.
sobrietà e alterità
La sobrietà è anzitutto un modo di relazionarmi con l'altro, in cui riconosco il primato dell'altra persona rispetto a me. O, in termini di identità personale, è ciò che costituisce il mio io, un io ospitale e solidale, capace di accogliere l'altro nella sua diversità, nella sua identità, nella sua dignità. Un riconoscimento di un'alterità che io non posso costringere dentro i miei schemi, ma posso ospitare.
La ristrutturazione del rapporto con gli altri alla luce della virtù della sobrietà conduce quindi a vivere la propria esistenza come premura e servizio verso gli altri. Sull'esempio di Dio, la cui sobrietà, come dice Abramo Levi nel libro "Il sapore della sobrietà", sta nel suo abbassamento (kenosis), nel suo prendersi cura dell'uomo quando confeziona le vesti di pelle per Adamo ed Eva, quando pone il segno protettivo su Caino9.
Oltre che nel campo interpersonale, questo modo di relazionarsi ha moltissime e svariate applicazioni: nel campo del rapporto con l'ambiente, dell'ecologia, nel campo della bioetica, dell'ingegneria genetica...
sobrietà come scelta ecologica, economica e politica
La sobrietà che vede il mondo con lo sguardo dei poveri si traduce in scelte economiche e politiche.
Nella Charta Oecumenica10 e nell' incontro di Badin è stato riaffermato che "Il compito della Chiesa non può più limitarsi oggi ad essere 'avvocato per il creato', ma deve elaborare progetti e proporre modi di vita alternativi (...). Tutti i cristiani dovrebbero dare testimonianza della loro fede attraverso un coerente stile di vita rispettoso verso il creato"11
In tutte le stime economiche relative al futuro bisognerà sempre di più includere anche i costi ambientali. È infatti sempre più evidente che ci sono dei limiti all'espansione umana sul pianeta terra da cui deriva l'urgenza di quella che viene chiamata l'etica del limite.
sobrietà e ricchezza
Un inquietante (per il credente benpensante) e famoso testo evangelico illustra bene il significato della ricchezza. L'invito di Gesù: "Fatevi amici con la disonesta ricchezza" (Lc 16,9) significa: "rendete i beni economici - spesso dominati da logiche non etiche - strumento di benessere intorno a voi, liberatevi dal virus dell'accaparramento..." È un testo che ci avverte della funzione sociale della ricchezza: la ricchezza è fatta non per creare nemici, ma per trovare alleanze, per condividere, e quindi per promuovere la solidarietà e la giustizia. L'accaparramento ci riporta invece all'immagine paradossale di Re Mida (C'è tutto un filone di favole per bambini che vanno nella direzione dello scoprire l'essenziale, come "La Bella e la Bestia", ecc.).
In questa prospettiva la sobrietà non è pauperismo triste e grigio, è piuttosto promuovere il consumo ma in un orizzonte di giustizia e di redistribuzione delle risorse, nella logica della carità.

sobrietà: un modo di essere personale
sobrietà e identità
La sobrietà, mentre recupera il valore del rapporto con gli altri, coinvolge la dimensione identitaria, modifica cioè l'immagine che ho di me stesso, la mia identità personale.
Un pensatore tedesco, Wolfgang Sachs, sostiene che il contrario della semplicità non è la vita lussuosa, ma la vita frammentata. Un io frammentato è un io che è il cumulo di molte esperienze, di ruoli diversi, di funzioni diverse, ma che non ha un'unità profonda.
Invece, il riconoscimento dell'alterità esige un io unitario e non frammentato, non riempito di cose, ma di significati e di senso. Non si tratta di un io statico, perché le stesse fasi e vicende della vita ci aiutano a far sì che ci sia un processo di formazione della nostra identità, che incrementa il senso di appartenenza - e non di estraneità - a noi stessi.
La sobrietà diventa quindi un principio gerarchico per ricondurre la pluralità dell'esperienza all'unità del significato. Un "io sobrio" significa infatti un io unitario, equilibrato, armonico, e con un proprio criterio gerarchico.
sobrietà: forma aggiornata di temperanza
La sobrietà è la capacità di ricondurre all'essenziale, sia nella relazione con l'altro, sia nella relazione con me stesso. È lo stimolo a spendere tempo ed energie nella ridefinizione di me, della mia identità. Passando dalla frammentarietà alla tensione verso l'unitarietà, percepisco che la sobrietà non è semplicemente un'appendice della mia vita - sono 'anche' sobrio, oppure mi vanto con gli altri perché faccio alcune scelte di sobrietà - ma diventa una "virtù". Uso questo termine che rischia di apparire datato e che però rende bene l'idea che non si tratta di un comportamento superficiale, ma di qualcosa che forma la mia identità. Nella definizione classica, aristotelica, la virtù è una disposizione, un atteggiamento interiore, un atteggiamento che va nella direzione della sobrietà e non dell'ebbrezza. Ebbro vuol dire smisurato, mentre sobrio (contrario di ebrius) significa equilibrato.
Alla luce di quanto detto possiamo affermare che la sobrietà è la forma aggiornata della "temperanza", cioè di quella disposizione interiore ("virtù morale") che rende l'uomo capace di equilibrio nell'uso dei beni del creato. La temperanza, con il suo richiamo alla moderazione e alla sobrietà, è la virtù dell'equilibrio e del senso della misura.

sobrietà come stile di vita
In quanto virtù la sobrietà si fa "stile di vita". Lo stile è qualcosa di estremamente esigente. L'espressione "stile di vita" è frequentemente utilizzata per riferirsi a ciò che caratterizza in maniera permanente ed in profondità il modo di vivere di un soggetto. Non si improvvisa, non è episodico, ma è "disposizione stabile".
E non è un caso che un teologo come Christoph Theobald, che ci offre una riflessione teologica e cristologica molto interessante, interpreti la figura di Cristo proprio attraverso la categoria dello stile di vita.
Secondo Theobald, lo "stile" di Gesù di Nazaret non è che un altro modo di definire la sua santità, la sua natura divina, in termini di concordanza tra "forma" e "contenuto"12. Ciò che Gesù fa e dice nei suoi incontri è un tutt'uno con il suo essere. In lui ci sono un'assoluta unità e trasparenza di pensiero, parola e azione che sono manifestazione del Padre. È una bellezza che affascina il credente e che salva il mondo.
Quello di Gesù non è un insegnamento astratto: il suo "stile" è la sintesi tra forma e contenuto. E il fatto che lo stile sia un contenuto che prende forma in termini di comportamento praticato, ci permette anche di reinterpretare la categoria della testimonianza. La testimonianza non è qualche cosa che mi appiccico, che aggiungo, per essere testimone, a quello che faccio, ma esprime esattamente quello che sono: dà forma al contenuto delle mie convinzioni.
La sobrietà come stile di vita è lo specchio visibile di un'etica personale, di un'antropologia. È la saldatura di tre elementi: una spiritualità (come sorgente di senso), un'opzione fondamentale (come finalità che orienta), una prassi quotidiana coerente (come concretezza di azioni).
Lo stile di vita è la sintesi di queste dimensioni, nessuna delle quali può essere eliminata.
È in gioco la mia vera identità, che è un'identità di senso, che orienta la mia esistenza attraverso le scelte quotidiane che faccio.
Lo stile di vita improntato alla sobrietà restituisce all'uomo "quell'atteggiamento disinteressato, gratuito, estetico che nasce dallo stupore per l'essere e per la bellezza, il quale fa leggere nelle cose visibili il messaggio del Dio invisibile che le ha create" (Centesimus Annus, 37).

scelte da compiere

impegno per una nuova architettura finanziaria mondiale

Non entro nello specifico delle scelte quotidiane. Dico solo che, anche se si parla di consumo, commercio e finanza, questi aspetti del sistema economico sono però caratterizzati da aggettivi che li qualificano. Si parla di consumo critico, di commercio equo e solidale, e di finanza etica.
Il consumo critico è la capacità di fare scelte, prima di tutto chiedendoci di che cosa abbiamo veramente bisogno e in secondo luogo ponendoci in atteggiamento critico in riferimento alla provenienza di un determinato oggetto, sia per l'impatto ambientale, sia per le condizioni in cui sono trattati i lavoratori che l'hanno prodotto. Simili considerazioni valgono per il commercio equo e solidale. Credo che, da questo punto di vista, ci siano ormai esperienze diffuse, che cominciano a strutturarsi anche in ambienti non necessariamente cristiani.
salvaguardia del creato nel tempo della globalizzazione
Ovviamente le scelte quotidiane coinvolgono anche il nostro rapporto con l'ambiente, non solo in termini di rispetto, ma anche di tutela dell'ambiente, tutela delle biodiversità, opposizione alle manipolazioni genetiche, agli organismi trans-genici, partecipazione alle campagne sull'acqua e sui farmaci essenziali, sviluppo sostenibile13

La sostenibilità ruota attorno a quattro componenti fondamentali: sostenibilità economica: intesa come capacità di generare reddito e lavoro per il sostentamento della popolazione; sostenibilità sociale: intesa come capacità di garantire condizioni di benessere umano (sicurezza, salute, istruzione) equamente distribuite per classi e genere; sostenibilità ambientale: intesa come capacità di mantenere qualità e riproducibilità delle risorse naturali; sostenibilità istituzionale: intesa come capacità di assicurare condizioni di stabilità, democrazia, partecipazione, giustizia.
L'area risultante dall'intersezione delle quattro componenti, coincide idealmente con lo sviluppo sostenibile
Il passaggio dalla società dello spreco a quella sostenibile non significa solo produrre di meno, ma anche produrre diversamente:
meno spreco, più recupero e qualità della vita.
meno prodotti superflui, più prodotti fondamentali;
meno energia da combustibili fossili, più energia da risorse rinnovabili;
meno prodotti usa e getta, più prodotti duraturi;
Inoltre, dovrà essere ridotto, come dice Sachs, «il peso con il quale le nostre economie gravano sulla terra»14

conclusione

sobrietà come qualità di vita

Per un cambiamento della dominante cultura di mercato è certamente necessario un ribaltamento degli attuali assetti produttivi e la creazione di un sistema alternativo. Ma a questo cambiamento deve affiancarsi, se si vuole dar vita ad un rinnovamento duraturo, una rivoluzione delle coscienze che spinga all'assunzione di stili di vita ispirati a quella sobrietà caratterizzata dalla valorizzazione dei beni relazionali dalla quale dipende il miglioramento della qualità della vita di tutti. Occorre una più equa distribuzione della ricchezza e quindi la costruzione di una società più solidale e più giusta.
Un processo di cambiamento strutturale che non colga la radice del problema, così come ce lo ha affidato l'autore del testo biblico del libro della Genesi, non sta in piedi. Se non andiamo alla radice del problema denunciato nel racconto della Genesi, rischiamo di non cogliere la necessità dello sforzo di tenere insieme l'analisi strutturale e l'analisi personale della questione "crisi economica". Occorre tener conto della tentazione dell'uomo di cercare sicurezza attraverso il consumo, del desiderio che si esaurisce nel possesso, altrimenti si rischia di non capire perché le cose si siano indirizzate in una certa maniera. Per dirla con Agostino, la chiave di lettura è la confusione tra fini e mezzi. Si pensi alla finanza attuale che diventa fine a se stessa. Non ci rendiamo conto che il senso della vita non sta nell'accumulo e nell'accaparramento.
Mi chiedo se la parabola della vita dell'uomo non possa essere rappresentata più che da un accumulo, da un progressivo spogliamento. La sobrietà è nella logica della vita: ci indica l'importanza di togliere tutto ciò che può sembrare essenziale ma che non lo è. Se pensiamo alla nostra gioventù, ci accorgiamo di non ritenere più necessarie cose delle quali allora ci pareva di non poter fare assolutamente a meno. E ci rendiamo conto che tutte le volte che abbiamo attribuito un valore di essenzialità a ciò che essenziale non era, abbiamo preso delle grosse cantonate, almeno in termini di spreco di energie e di tempo.
In gioco c'è la qualità della vita: scoprire che procedere nella logica della legge che mi invita a prendere ogni giorno solo il cibo necessario per quel giorno, mi dà anche la possibilità di vivere una vita personale migliore. Una vita che non sia all'insegna del dover dimostrare, del dover competere, del dover apparire, tutti aspetti che sono alla base di una certa antropologia contemporanea. Credo che una delle forme peggiori di povertà sia quella di chi, pur trovandosi in situazioni di precarietà economica, fa debiti per poter comprare quei beni che rappresentano uno status symbol. Alla radice c'è il desiderio che si esaurisce nell'immediatezza senza orizzonti di ulteriorità.
In questi giorni la Vodaphone va facendo una pubblicità sui tablet che piovono dal cielo. Subito il pensiero corre alla manna. Ma quegli oggetti reclamizzati non sono la manna. Vengono presentati come l'essenziale, ma non lo sono. Paradossalmente, in questo tempo di grave crisi, scende una manna che non è cibo, che non è pane. Noi cristiani siamo stati orientati così fortemente al valore del pane, perché è ciò che ci rimanda all'essenziale. L'eucaristia parte da lì.
Il richiamo alla conversione deriva dallo scoprire che la soluzione della crisi non sta semplicemente in una questione di cambiamento di struttura organizzativa. La struttura cambia, nella misura in cui cambia l'uomo che fa cambiare la struttura.

felicità e beni relazionali

Questo cambiamento radicale di orizzonte chiama in causa il concetto di "felicità", che dovrà essere ridefinito, correggendo la distorsione propria dell'utilitarismo. Noi siamo fatti per la felicità, o, per dirlo evangelicamente, per la beatitudine. Serge Latouche osserva che
"la riduzione utilitarista della felicità al piacere, del piacere alla soddisfazione dei bisogni, del bisogno alla quantità dei beni che consumo, e dunque in definitiva della felicità al denaro a mia disposizione, deve essere rimessa in discussione»15.
La riduzione della felicità al piacere: sono felice perché provo piacere, provo piacere perché soddisfo bisogni, soddisfo bisogni perché ho i soldi per consumare.
Cito ancora Fromm: "L'uomo consumens vive nell'illusione della felicità, mentre inconsciamente soffre di noia e passività. Quanto maggiore è il potere che esercita su macchine, tanto più impotente diviene come essere umano; più consuma e più diviene schiavo dei crescenti bisogni che la società industriale crea e manipola. Scambia brivido ed eccitazione per gioia e felicità, e conforto materiale per vitalità; la brama soddisfatta assurge a significato dell'esistenza, e l'aspirazione a essa diviene l'essenza dell'umana libertà»16

L'antropologia di ispirazione biblica ci porta invece alla felicità dell'uomo integrale, cioè dell'uomo che sa di non poter vivere di "solo pane", ma anche della sua apertura relazionale, che gli apre orizzonti di senso infinito.
Il mio benessere infatti è un co-benessere, cioè è un benessere che deriva dalla qualità delle relazioni che sono capace di coltivare e di realizzare. Affrontando questa mattina con i miei studenti il tema della decrescita felice, ho chiesto ad uno di loro che sta riflettendo sull'argomento con gli scout, di parlare della sua esperienza. Temeva che la cosa non avrebbe interessato nessuno. Invece, mentre lui andava esponendo le linee di quello che aveva compreso di questo cambiamento di prospettiva, si vedeva che la cosa suscitava interesse. E una ragazza è intervenuta raccontando che nel suo condominio già stavano attuando un rapporto di "fecondo" aiuto reciproco: alcuni preparano la cena per una coppia con figli piccoli in difficoltà, mentre la mamma ricambia cucendo orli, rassettando abiti, ecc. Questo è lo spirito della decrescita felice, lo spirito di un'economia diversa, dove non si starebbe peggio, dove non verrebbero a mancare i beni, ma dove i beni sarebbero sperimentati nella loro pregnanza umana. Non si tratta solo di mangiare il pane, ma di mangiarlo con un altro, di condividerlo.

cambiare il mondo?

E vengo all'obiezione che solitamente viene posta al termine di un discorso di cambiamento di prospettiva non di tipo strutturale, ma personale: il cambiamento di mentalità e l'assunzione di uno stile di vita coerente col tema della sobrietà, da parte di una persona, o di un gruppo più o meno esteso di persone, potrà mai cambiare il mondo?
Ad esempio, milleduecento sono le famiglie che hanno aderito all'associazione "Bilanci di Giustizia" (www.bilancidigiustizia.it) promossa dall'associazione pacifista "Beati costruttori di pace". Milleduecento famiglie possono cambiare l'economia?
Non so rispondere. Non so se siano interventi capaci di modificare le strutture: per far questo ci vuole sicuramente l'impegno della politica. Ma forse quegli interventi portano veramente un contributo positivo, laddove si constata che con questo sistema non si può continuare.
Comunque, anche se siamo pessimisti e rispondiamo che questo impegno non cambia la struttura economica nella quale siamo coinvolti, possiamo concludere che sicuramente cambia la nostra vita. E che questo è già di per sé molto importante.
Perché quando ci poniamo quella domanda, ci situiamo ancora nella logica produttiva del "quanto rende?" Certo se Cristo avesse ragionato così...
Vorrei davvero che provassimo, con questo approccio più personale, ad uscire dalla logica del "quanto rende?", del "che cosa cambierà a livello mondiale?", per renderci conto che, se anche solo cambiasse il nostro approccio alla vita, ci riconducesse all'essenzialità e ci permettesse di condividere con gli altri, ne guadagneremmo in solidarietà e giustizia, e anche in qualità della vita.

riassunto

La fuoriuscita dalla grave crisi economica richiede oltre a interventi sul piano strutturale anche un coinvolgimento a livello personale. Alla base di un sistema economico c'è un certa visione antropologica e pertanto il progetto di un cambiamento implica anche il prospettare un modello di uomo nuovo.
L'attuale sistema economico ha provocato alcune ferite. L'occidente secondo Latouche è diventato una macchina impersonale, senza anima e senza padrone. Dal punto di vista esistenziale, siamo nella condizione di coloro che si sono costruiti una macchina impersonale come una vera e propria gabbia, in cui non resta più nulla di umano, con un'evidente perdita di senso.
La macchina impersonale in cui siamo ingabbiati distrugge inevitabilmente i legami interpersonali. "L'ideologia del dominio del mercato mondiale", l'ideologia del neoliberalismo, rende l'altro estraneo, indifferente o nemico. L'altro esiste solo in quanto soggetto che partecipa al mercato.
L'esito di questa situazione è una crisi di senso, una irrazionalità che pervade il nostro sistema. Ad esempio, non si raccoglie tutta la frutta dagli alberi per impedire un eccessivo ribasso dei prezzi, nonostante al mondo ci siano persone che non hanno di che cibarsi.
Questo sistema in cui siamo profondamente radicati ci imprime una sorta di identità, quella dell'uomo economico-consumista. L'attuale crisi di senso, il disorientamento esistenziale che ci abita, la crisi di relazioni, l'irrazionalità di questo sistema apparentemente logico, sono bene espressi dalla drammatica pagina biblica della Genesi in cui si narra della caduta della donna e dell'uomo. Nella disobbedienza al comando di Dio di non mangiare del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male, c'è la pretesa di diventare come Dio consumando "la verità", con la riduzione della conoscenza alla conoscenza immediata dei sensi.
Se penso che la mia conoscenza si risolva nella forma vorace del mangiare, ottengo in qualche modo un duplice effetto contrapposto: da una parte quello di essermi illuso che in quel modo io abbia esaurito la conoscenza, dall'altra quello di aver distrutto l'oggetto della conoscenza. Questa dinamica è alla base dell'atteggiamento consumistico.
L'immediata soddisfazione della conoscenza dei sensi comporta anche l'esaurimento della dimensione ulteriore del desiderio. Il desiderio, una volta consumato l'oggetto appetito, pensa di essere saziato. In realtà, proprio quella forma di consumazione fa sì che il desiderio ricerchi immediatamente un altro oggetto di facile e immediato consumo. Il desiderio che segue questa logica si trasforma in tirannia della voracità onnivora.
Dall'homo sapiens, che cerca costantemente il senso profondo delle cose, si passa all'homo consumens, all'uomo vorace che, come dice Fromm, è come "un eterno lattante che consuma sempre più e per il quale tutto diviene oggetto di consumo". Rispetto a un recente passato, oggi si è passati dallo schema lavoro/risparmio/consumo, allo schema debito/consumo/lavoro (per restituire il debito). Ne consegue un indebitamento patologico, la trappola dei debiti, e il gioco d'azzardo come tentativo irrazionale di soluzione.
È il trionfo della logica del consumismo, che non ha tempo e che spinge a volere immediatamente tutto. La carta di credito permette proprio di soddisfare questa logica, di poter avere subito quello che richiederebbe tempo. Ma se io tolgo l'attesa dal desiderio, il desiderio, totalmente ripiegato sull'immediato, non ha respiro, non c'è più.
Se non cogliamo che il sistema in cui viviamo è diventato inadeguato a rispondere alle attese profonde del nostro desiderio e ragioniamo invece nella logica del frutto buono da mangiare e bello da vedere, difficilmente potremo percorrere vie di fuoriuscita da questo sistema. Solo la legge della sobrietà è in grado di far fronte alla tirannia del desiderio vorace.
La legge della manna ("il popolo uscirà a raccogliere la razione di un giorno") che Dio dà al popolo di Israele, che, affamato nel deserto, rimpiange la schiavitù e le cipolle d'Egitto, indica il senso profondo della sobrietà, il superamento della logica dell'accaparramento e dell'accumulo, la possibilità che ci sia una ulteriorità. Se non cogliamo che il sistema in cui viviamo è diventato inadeguato a rispondere alle attese profonde del nostro desiderio e ragioniamo invece nella logica del frutto buono da mangiare e bello da vedere, difficilmente potremo percorrere vie di fuoriuscita da questo sistema. Questa legge indica che il mio desiderio, libero dalla tirannia della voracità, non può essere immediatamente appagato da un insieme di beni, che pure sono indispensabili.
Un nuovo modello di crescita e di sviluppo implica un nuovo modello di uomo. E proprio la sobrietà può costituire il punto di partenza per una risposta adeguata all'attuale crisi dell'economia consumistica che ha creato l'uomo consumista.
La sobrietà riecheggia lo spirito della povertà evangelica, che non è pauperismo, ma un fondamentale atteggiamento di fiducia nei confronti della vita. È quella fiducia che mi permette di prendere la razione di cibo necessaria per l'oggi, perché so che domani ce ne sarà altra. La povertà evangelica mi rimanda all'essenziale, mi indica che il bene per l'uomo non è di natura esclusivamente fisica, ma relazionale. In gioco è la qualità della relazione con gli altri, con le cose, con me stesso.
La sobrietà è anzitutto un modo di relazionarmi con l'altro, riconoscendolo e accogliendolo nella sua alterità. La sobrietà comporta scelte economiche e politiche che tengano conto dei costi ambientali e dei limiti dello sviluppo. La sobrietà pensa alla ricchezza non in termini di accaparramento, ma di giustizia e di ridistribuzione delle risorse.
La sobrietà, mentre recupera il valore del rapporto con gli altri, modifica l'immagine che ho di me stesso, la mia identità personale. Il riconoscimento dell'altro comporta un io unitario, non frammentato, ricco di senso più che di cose.
La sobrietà non si improvvisa, è uno stile di vita, fatto di orizzonti di senso (spiritualità), di scelte di fondo, di azioni concrete nella quotidianità.
In conclusione, per un cambiamento della dominante cultura di mercato è certamente necessario un ribaltamento degli attuali assetti produttivi e la creazione di un sistema alternativo. Ma a questo cambiamento deve affiancarsi, se si vuole dar vita ad un rinnovamento duraturo, una rivoluzione delle coscienze che spinga all'assunzione di stili di vita ispirati a quella sobrietà caratterizzata dalla valorizzazione dei beni relazionali dalla quale dipende il miglioramento della qualità della vita di tutti.
Il cambiamento radicale di orizzonte chiama in causa il concetto di "felicità", che ha subìto gravi distorsioni con il trionfo della logica utilitaristica. Nella visione biblica la felicità dell'uomo non deriva dal solo pane, ma anche dall'apertura relazionale, che apre orizzonti di senso. Il mio benessere deriva dalla qualità di relazioni, dalla condivisione.
Davvero il nostro stile di vita può cambiare il mondo? Pur non potendo sapere quale efficacia abbiano le scelte personali a livello di cambiamenti mondiali, il solo fatto che cambiano la qualità della nostra vita, ne giustifica ampiamente l'assunzione.

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