Incontri di "Fine Settimana"

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Liberi per camminare insieme

Una fede adulta radicata nella libertà

sintesi della relazione di Angelo Casati
Verbania Pallanza, 14 maggio 2011

Innanzitutto sono molto contento di essere qui non tanto per le cose che riuscirò a dire ma per il clima che respiro sempre tra di voi, un clima di fraternità, di cordialità. È una boccata d'aria buona, in tutti i sensi, per chi, come me, viene da Milano.

Si respira aria di libertà nella Chiesa?

La nostra è una conversazione e vorrei che fosse veramente tale, un rivoltare, un dibattere pensieri insieme, rimandandoceli. Alcuni di voi poi i miei pensieri già li conoscono per qualche scritto e allora diventa più utile conoscere i vostri.
Mi lascio prendere da alcune immagini. Contenute nel titolo dato a questa conversazione: "Liberi per camminare insieme"
Si respira libertà in questo popolo di Dio, si è liberi per un cammino?

Il vento, immagine di libertà

Lego l'immagine della libertà all'immagine del vento. Di cui Gesù ha messo in luce la libertà: "il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va, così è chiunque è nato dallo Spirito" (Gv 3,7).
Mi sono chiesto dove annuso il vento? Lo annuso nella chiesa?
Forse sono impietoso, io l'ho respirato a pieni polmoni nella stagione del concilio, oggi mi manca l'aria. Come se faticassi ad annusare il vento ai piani alti. I documenti sono pesanti, logorroici. Sono tomi. Li confronto con i vangeli, quattro, poche pagine e stracolme di vento, di profezia, ti fanno alzare la testa. Oggi i documenti ecclesiastici vengono sfornati a gettito continuo e chi li legge? Hanno il linguaggio degli ambienti clericali, sono pallidi, non c'è vento.
Mi è capitato di pregare e di scrivere in vista di montagne:

A ondate piene
per voglia d' amore
il vento,
disseppellendo
come da affreschi
ammalorati
luci e colori
delle case e dei boschi.
Non c'è vento
sui nostri volti smunti
nelle parole vuote
nelle liturgie senz'aria
nelle nostre vite grigie.
E sia vento, per grazia,
ondate di vento,
sui nostri volti smunti,
Signore.

Manca l'aria nei cenacoli chiusi della nostra Chiesa

La mancanza di libertà la annuso non solo ai piani alti, ma anche a quelli bassi, dove non assisti all'imprevedibilità della libertà, ma alla clonazione, si chiede di riprodurre un modello programmato dall'alto. Si diventa esecutori di piani, di programmi, di strategie elaborate nelle stanze alte, là dove non c'è né profumo del vento né odore della vita, quella reale. Riproduzioni dell'alto, dove per di più domina incontrastato ed è esclusivo il maschile, nell'assenza assordante del femminile. Ambienti dove è come se si parlasse fuori dalla storia. Perdonate l'accenno personale. Ora che sono prete in pensione non mi arrivano più le convocazioni per gli incontri di Decanato (gli incontri dei presbiteri delle nostre zone, della zona centro di Milano). Da sprovveduto e ingenuo mi prese un giorno il desiderio di metterci piede, forse era curiosità. Vi devo confessare che durai fatica a rimanere, mi mancava l'aria. L'impressione era di essere in una bolla, vivere in una bolla. Senza fessure o pertugi su ciò che si muove nella storia, nelle problematiche delle donne e degli uomini di oggi. Sembra di camminare su erbe di plastica e per reazione il cuore non smette di credere che la nostra è terra attraversata oggi da Gesù il Vivente e sfiorata dal suo vento, nel cuore a sfida la voce di una piccola inerme ma resistente sorella, piccola sorellina speranza. Forse per questo, venendo un giorno da erbe grigie di incontri incolori, mi succedeva di scrivere:

E venendo da cenacoli chiusi
in prati d'erbe
smunte
senza refoli di vento
l'avventura dei tuoi passi
su erbe bagnate,
colorate di ignoto
da un oltre che segna
il tuo passaggio di silenzio.
Andavi per pareti di vento.
Ed io a inseguire
per acuto di nostalgia
il tuo profumo di vento.

nelle Scritture invece spira vento e libertà

A fronte di questa sensazione sta invece il messaggio di vento che spira nelle pagine sacre, per noi sacre. Messaggio di libertà, nel primo e nel secondo testamento. Contrasto che ti fa chiedere che cosa mai è successo.
Vado per cenni, richiamando a voi che ne avete fatta meditazione più volte per esempio la storia che sta nell'incipit dell'identità del popolo dei nostri padri, la notte della liberazione dalla schiavitù dell'Egitto. Chiamati a libertà. Liberi per camminare insieme come recita il titolo di questa conversazione. Condizione, sembra di capire, la libertà, condizione per camminare, altrimenti si regredisce. Una libertà continuamente messa alla prova. E le pagine sacre raccontano la tentazione, quella di regredire. Le pagine della Bibbia non nascondono il disappunto di Dio per la regressione: Disappunto per quel suo popolo, che ha strappato da una terra in cui era trattato come si trattano gli schiavi, la terra di Egitto e che nella traversata verso la libertà lui ha nutrito con manna dal cielo. E ora, per tutta risposta, li sente lamentarsi per un nutrimento che è sempre lo stesso, li sente rimpiangere la carne che mangiavano in Egitto, i pesci che pure erano gratis, i cetrioli, i cocomeri, i porri, le cipolle e pure l'aglio. Schiavi ma si mangiava.

Lo sdegno di Dio per il popolo che baratta la libertà per le cipolle d'Egitto

Senti tutto lo sdegno di Dio, che dice loro: "Volete carne? Ne avrete fino alla nausea!". E per un giorno, una notte e un giorno ancora, fece cadere quaglie sul loro accampamento.
Dove stava la ragione dello sdegno di Dio, del suo disappunto? Non era certo una questione di cibo. Era per come dimostrava di essere quel suo popolo. Ma che cosa è un popolo, che cosa è l'umanità, se vende la libertà per le pentole di carne e le cipolle di Egitto? Era quel rimpianto che lo feriva, un baratto che svelava una brutta inquietante immagine di popolo, di umanità.
Barattare e vendere la libertà. E qui, credetemi, dovremmo fermarci e sostare. Siamo usciti anche noi, decenni fa ormai, da una stagione di schiavitù. Ma oggi siamo forse a celebrare altri faraoni che ci danno da mangiare, ci danno da consumare, ci danno da apparire. Purché viviamo alla loro corte, omologati nel loro pensiero, sudditi, chini ai loro interessi, cortigiani nel celebrarli.
Come sembrano lontani i tempi, in cui un giovane come Teresio Olivelli, poi giustiziato a ventinove anni in un campo di sterminio nazista, componeva la preghiera "Ribelli per amore", che già nel suo incipit era folata di libertà:

Signore,
che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce,
segno di contraddizione,
che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito
contro le perfidie e gli interessi dei dominanti,
la sordità inerte della massa,
a noi, oppressi da un giogo numeroso e crudele
che in noi e prima di noi ha calpestato Te,
fonte di libere vite,
da' la forza della ribellione.
Dio che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi.

Il sogno della libertà va nutrito

Il sogno della libertà, della nostra libertà, sta a cuore a Dio. Perché gli stiamo a cuore noi!
Ma il sogno va nutrito, dico il sogno della libertà. E il suo nutrimento è un cibo spirituale.
Per questo l'apostolo Paolo nella prima lettera ai cristiani di Corinto, ricorda che i padri, i nostri padri, nel deserto, "tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale e tutti bevvero la stessa bevanda spirituale". E con uno sconfinamento ardito prosegue dicendo: "Bevevano infatti da una roccia spirituale, che li accompagnava e quella roccia era il Cristo".
E mi veniva spontaneo chiedermi se noi beviamo a questa roccia spirituale. Quanto poco tempo invece diamo, quanto poco cuore, quanto poco di energie per la Roccia che è Cristo, una parola che nutre la nostra libertà.

Gesù uomo libero

Mi viene spontaneo chiedermelo perché questo aspetto della figura di Cristo a me sembra poco indagato, poco predicato. Ho visto con gioia sul numero di marzo della Rivista del Clero un articolo di un monaco di Bose, Ludwig Monti, dal titolo "Gesù uomo libero", che parte nella riflessione appunto da un libro di Christian Duquoc, da cui prende il titolo. Libro che mi aveva fatto sussultare anni fa quando un giorno entrando in una libreria del centro a Milano lo sguardo mi cadde su quel titolo. Quel giorno mi dissi: "Quanti titoli, tra quelli dati a Gesù, non ci fanno sussultare, e come certi altri meno comuni ci avvincono e ci mettono in cammino. Liberi per camminare. Il monaco di Bose ripercorre nelle pagine della rivista la libertà di Gesù, libertà dalla famiglia, dalla religione e dalle sue angustie, dal potere politico, dalle folle, dalla stessa comunità dei dodici quando la comunità respirava chiusure.
Ricordo di aver scritto che l'estasi per la libertà dello Spirito, ognuno di noi potrebbe riviverla, con emozione, fermandosi a contemplare, sorpreso e affascinato, le tracce del più grande tra gli uomini liberi della storia, Gesù di Nazaret: da dove veniva e dove andava? Tracce rinvenibili nelle pagine vive dei vangeli. Sfogli le pagine e resti sorpreso dalla sua libertà, sorpreso e affascinato per come reagisce davanti a ogni tentativo di imprigionamento. Da chiunque gli venga, fossero pure suo padre o sua madre, o i suoi, che cercano di «riportarlo a casa», di ricondurlo a più miti consigli.
Là dove vige un'adorazione acritica della legge, lui scompiglia la fissità senz'anima dei codici: guarisce di sabato, tocca i lebbrosi, mangia con gente di dubbia reputazione, ha al suo seguito delle donne, si lascia profumare e ungere dalle loro mani, promette memoria futura a una peccatrice, trova ed esalta la fede nei pagani, demitizza il luogo in cui adorare, un monte o un altro, canonizza un ladro sulla croce. Gli interessa Dio, un Dio che libera, gli interessa l'uomo, l'uomo e la sua libertà.

contro una religiosità da schiavi

La sua era una religiosità diversa, libera, sciolta, in movimento. Ascoltatelo: «Quando digiunate non fate come gli scribi e i farisei... profumati la testa» (Mt 6,16-17). La sua è la religiosità del figlio e non dello schiavo. La religiosità dello schiavo è una religiosità paralizzante: ferma la vita, la chiude. È la religiosità della paura, che fa di noi degli osservanti senza amore, senza invenzione, senza intensità, simili all'uomo della parabola che va e nasconde «per paura» il suo talento, a differenza degli altri due, che inventano ogni giorno strade per moltiplicarli (Mt 25,14-30).
Gesù ha lottato, instancabile, per la libertà, la libertà da una religiosità da schiavi. E fu motivo, uno dei motivi determinanti, per decidere di toglierlo di mezzo. Non gli perdonavano la sua libertà. Non gli perdonavano la sua idea di Dio. Se ci fu contrasto tra lui e un gruppo di scribi e farisei, non fu perché li giudicasse degli «amorali», erano meticolosi osservanti. «Farisei, scribi e sadducei - scrive Christian Duquoc - sono attaccati come classi dominanti perché si appropriano in maniera unilaterale del potere di interpretare la legge e di definire il rapporto autentico con Dio. Gesù condanna la loro funzione sociale e vuole spezzare il loro eccessivo potere: in ciò manifesta la sua libertà. La sua rivolta contro i padroni della legge è una rivolta in favore dei piccoli. Tali padroni impongono a questi ultimi un giogo insopportabile. Ignorano che Dio rende liberi; senza affrettare le tappe. Gesù ridà a Dio la libertà che gli appartiene».

Dio garante della libertà

Leggi il Vangelo e respiri a pieni polmoni la libertà. Che ha un segreto: il segreto della libertà di Gesù è che lui il primato assoluto lo dà a Dio, lui adora Dio e nessun altro. Nessuno dunque può farla da padrone su di lui. Dio che non è un padrone, è il Signore della sua vita e, insieme, garante della sua libertà. A nessun altro potrebbe «vendere» la sua vita, sarebbe imprigionamento. Se la vendi a Dio, è libertà. Dio è fonte di libertà.
Il primato a quel pezzo di Dio che è in te, che i veri maestri dello spirito ti invitano a scoprire e ad adorare. Se sei fedele a questo pezzo di Dio, sei libero dalla pesantezza, dalla schiavitù degli altri e delle cose, dalle convenzioni abusate, dai codici senz'anima, dalle aspettative degli altri, dalle immagini che gli altri hanno di te. Per te contano gli occhi del tuo Signore, conta un piccolo pezzo di lui in te.

Gesù è la verità cui è ancorata la nostra libertà

Libertà che non è andare come l'aria tira o come fa comodo: la libertà ha un segreto, un segreto di ancoramento, sembra un paradosso, ancoramento nella verità. "La verità" dirà Gesù "vi farà liberi". Ho pensato spesso a questa affermazione di Gesù. E ho misurato anche con tutta la mia paura come anche questa condizione posta da Gesù sia stata equivocata. Ho visto uomini immobili, perché in idolatria delle loro verità. Così era quel gruppo di giudei cui Gesù rivolgeva il rimprovero. Gesù diceva: "Io sono la via, la verità e la vita". Leggiamo bene, in profondità: la verità è una vita, quella di Gesù, che diventa via, diventa movimento, diventa cammino.
La verità è una persona, Gesù, l'uomo che cammina, cammina e ci fa camminare. Se invece la verità diventa la mia povera ideologia impazzita, allora sequestro e chiudo tutto dentro una prigione di schiavitù. Se, al contrario, siamo donne e uomini liberi, camminiamo. Ma se questa libertà interiore ci viene a mancare non solo diventiamo schiavi delle nostre ideologie, non solo diventiamo immobili, ma uccidiamo la libertà degli altri, la libertà di essere diversi.

Stare in guardia dall'ideologia (Roberta De Monticelli, Simone Weil...)

A volte mi interrogo su una lettera, "lettera ai cristiani". Lettera, a mio avviso, senza risposta, in cui un'amica, Roberta De Monticelli, mette in guardia dall'ideologia, ne parla come di un male pervasivo e sinuoso e si chiede come mai non ce se ne renda conto. Scrive, a noi. A noi che dovremmo sapere, dice, più di lei che cosa è spirito, dato che è un nome di Dio, scrive con la speranza di essere liberata da un dubbio che la fede, quando approda in una istituzione, diventi ideologia, sistema chiuso. "Mi aggiro" dice "per questo paese e non posso fare a meno di stupire per la bellezza delle sue innumerevoli chiese, per l'incanto dei suoi monasteri, per la povera, affamata fatica dei suoi cercatori di spirito, per lo splendore delle loro antiche biblioteche, per la luce di alcune loro parole - delle vostre, amici. E penso che di molti mali è stato chiesto perdono, che di alcuni forse non c'è ancora chiara coscienza... Ma di questo? Come tacere di questo, che è così pervasivo e sinuoso, così inafferrabile e cangiante: l'ideologia?" (p.29).
Lettera a mio avviso senza risposta, come senza risposta era rimasta la lettera di un'altra donna Simone Weil, filosofa francese, morta nel 1943 in un sanatorio, a 34 anni, con l'anima consumata dalle tragedie della storia, antireligiosa da giovane e poi approdata a una fede intensa, ma impedita dalla sua stessa coscienza di attraversare la soglia dell'istituzione ecclesiastica. Con queste parole apriva la lettera, "lettera a un religioso" è il titolo del piccolo libro: "Quando leggo il catechismo del Concilio di Trento mi sembra di non aver nulla in comune con la religione che vi è esposta. Quando leggo il Nuovo Testamento, i mistici, la liturgia, quando vedo celebrare la messa, sento con una specie di certezza che questa fede è la mia o, più precisamente, lo sarebbe senza la distanza che la mia imperfezione pone tra essa e me".
Capite, si sente affascinata dallo Spirito che è vento, che filtra dalle pagine del vangelo, ma respinta dalla immobilità di una istituzione che pretende di dare il nome di Dio a parole umane, a codificazioni umane, pretende di imbrigliare Dio al suo interno.
"L'ideologia" scrive Roberta De Monticelli "è la degenerazione ottusa dell'ideale quando gli si levano gli occhi per vedere l'individualità e si spegne l'attenzione infinita, necessaria a cogliere l'unicità di ciascuna vita - o meno gravemente - la singolarità di ciascuna situazione umana. In questo senso è l'adesione cieca a una qualche visione del mondo, se mi passate il paradosso" (p.29).

pagine di storia terrificanti in nome della religione-ideologia

Mi ha colpito molto questa immagine dell'ideale impazzito cui sono stati cavati gli occhi, immagine dei nostri principi, i nostri pensieri, che diventano un assoluto, cui tutto deve piegarsi, anche la realtà.
Di conseguenza la realtà dell'individuo, la sua storia così diversa da tutte le storie, è come non esistessero. Un assoluto cui chinarsi, davanti a cui non è concepibile il dissenso, anzi va fatto tacere, perché "noi abbiamo la verità", noi "vediamo". Voi ricordate che già capitava ai tempi di Gesù, capitava il "noi vediamo" che fa diventare ciechi. Lo ricordava Gesù a quel gruppo di dirigenti giudei che avevano fatto un interrogatorio da Sacra Inquisizione al cieco nato, uno che non stava nei loro canoni. "Siamo forse ciechi anche noi?" obiettano a Gesù. E Gesù: "Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite: noi vediamo, il vostro peccato rimane" (Gv 9,41). L'unico peccato, pensate non perdonato, l'unico di cui non ci confessiamo mai: la pretesa di avere noi la verità e di imporla, magari con le leggi, agli altri.
L'ideologia uccide. Non è forse vero che in nome di una religione ridotta a ideologia, a sistema chiuso, hanno fatto tacere, uccidendolo, Gesù? In nome della religione ridotta a ideologia abbiamo scritto pagine terrificanti di storia. C'è da stare in guardia
E Roberta De Monticelli fa notare come lo spirito e l' ideologia che ne è lo stravolgimento "possano addirittura inspiegabilmente succedersi nel cuore di una stessa persona". E cita Bernardo da Chiaravalle che ha pagine tenerissime di commento al Cantico dei Cantici, e nello stesso tempo ha pagine terrificanti quando, in un trattato rivolto ai cavalieri del tempio, una nuova milizia nata a Gerusalemme, li dice, pensate, portatori di un disegno divino, questo: "nello stesso luogo in cui Dio attraverso il suo Figlio scacciò i principi delle tenebre, così ora possa con la schiera dei suoi prodi sterminare i loro accoliti, la progenie dei senza fede, realizzando ancora nel presente la redenzione del suo popolo" (cit. in Roberta De Monticelli, p.53). La redenzione con lo sterminio dei senza fede! A questo conduce l'ideologia.
La durezza del muro, la durezza della religione, chiusa al di là del muro, nella pretesa arrogante della verità. Mi è capitato di pensare che a ingentilire la durezza e l'immobilità del muro, durezza e immobilità che mi inquietano, e inquietano forse anche voi, a ingentilire potrebbe essere solo una porta, o una fessura, dentro un' immobilità presuntuosa.

La mia libertà si esalta dove comincia l'avventura della libertà dell'altro

Chi è libero dentro ha come effetto benefico di rendere liberi, la sua azione è liberante. A proposito di questo incrociarsi della mia libertà e della libertà dell'altro, si è soliti dire - è diventato uno slogan - che «la mia libertà finisce dove inizia la libertà dell'altro». Vi confesso che non è una formulazione che mi affascini molto. La mia libertà finisce? No, la mia libertà si esalta là dove inizia l'avventura della libertà dell'altro: di che cosa potrei godere di più?

(Se tu sei un papà o una mamma di che cosa potresti godere di più nell'accorgerti di avere un figlio libero? E se tu sei un prete, che cosa puoi augurarti di più se non che i tuoi fedeli non debbano venire ogni momento a chiederti che cosa devono fare, ma vanno secondo il maestro interiore che li abita? A volte invece ci si presenta lo spettacolo di un'educazione dei cristiani molto diverso.)

E che cosa significa amare veramente l'altro se non creare spazi alla sua libertà, libero di essere come Dio lo chiama ad essere?
A livello personale. Mi ritornano alla mente le parole di Padre Giulio Bevilacqua, cardinale suo malgrado, cardinale per pochi mesi, che in suo scritto ospitava una citazione amara di E. Mounier, che vedeva nei cristiani «esseri impacciati che camminano con gli occhi al suolo. Che pesano e misurano il gesto al millimetro, eroi linfatici, vasi di noia, sacri sillogismi, ombre di ombre». E ricordava quanto scriveva Péguy su certi «metodi formativi che organizzano la santità come un itinerario di fuga o come un recinto di filo spinato perché nessun contatto si stabilisca con una realtà quotidiana che può essere maleodorante di sudore o di sterco, ma che il Verbo vuol pur stringere nelle sue mani come creta per nuove creazioni, più perfette delle prime».
Siamo così messi in guardia dalla deriva di un cristianesimo, in cui la fissità dei codici sembra prevalere sulla imprevedibilità del vento. Qualcuno ha scritto che «uno degli scandali peggiori che le comunità cristiane possono offrire al mondo è il fenomeno di persone che, dopo una meticolosa fedeltà a tutta una vita di osservanze religiose, falliscono manifestamente nell'impresa di diventare umane. Sono acide e spietate, sembra che proprio il tipo di vita che conducono invece di addolcirle, le abbia rese meschine, rigide, di vedute ristrette, dalla lingua tagliente, dure con la gente, incapaci di amare e lente a perdonare» (Mary Boulding, monaca inglese).

La voce monocorde dell'istituzione, solo dall'alto verso il basso

Alla mancanza di vento darei un'altra causa: il non ascolto dei fedeli. Dello Spirito che li abita, quasi si sia creata una riserva esclusiva ed escludente dello Spirito, una riserva in alto o nel clero. Si è reagito alla complessità rafforzando l'istituzione, ricompattando, dilatando l'ossessione delle appartenenze, cercando di entrare nelle strategie dell'agone politico. Nella paura che qualcosa sfugga. C'è qualcuno che pensa per tutti, in un unico movimento dall'alto in basso, mai dal basso in alto. Il laicato dove è consultato? Le donne dove? I piccoli, quelli che cui sono rivelati i segreti del Regno, quelli che facevano esultare Gesù, mi dite dove? Sono loro la nostra frequentazione? O siamo sui terrazzi alle cene con coloro che contano, che contano, molto in potere e poco nello Spirito? Di qui una chiesa monocorde, che canta a una sola voce, che ha un solo colore e pensa che questa uniformità sia ricchezza. Una chiesa che non entra nelle case e pensa di essere la depositaria del vento, mentre se c'è qualcosa di imprendibile è il vento. Una chiesa immobile, prevedibile. Sai già dov'è e che cosa ripeterà. Mentre dei guidati dallo Spirito è detto che sono come il vento che "non sai di dove viene e dove va".

Un sommerso nella Chiesa di cui non si parla né si scrive

E poi c'è un sommerso della chiesa. Dove respiri. Io, vecchio come sono, vengo chiamato di qui e di là in comunità, parrocchie, gruppi e me ne ritorno, un po' stanco la sera per via che sono consumato dagli anni, ma sorpreso: spazi, donne e uomini, dove vedo la passione del vangelo, la passione della terra, uomini e donne nel mondo, ma non arresi alla mondanità. In ascolto di Dio e della carovana dell'umanità in cui camminano, donne e uomini in ascolto del cielo e della terra.

Don Michele Do: bellezza e possibile depravazione della Chiesa

Questa è la chiesa dimenticata, di cui non si parla né si scrive, di cui Don Michele Do diceva la bellezza, ma anche la possibile depravazione, quando scriveva: "La chiesa è il mondo che va faticosamente trasfigurandosi nella bellezza."

(Pensate che definizione di chiesa! Fa sussultare, no? Una, santa, cattolica, apostolica... non si sussulta tanto... Quando don Luigi Pozzoli ha inserito in un libretto degli sposi il credo di don Michele, che fa sussultare, quel libriccino per vie strane è arrivato a Roma e da Roma è arrivata alla curia di Milano l'indicazione di rimproverare questo prete che aveva osato mettere nella liturgia un credo che non dice tutto! Ma voi sapete se c'è un credo che dice tutto? e soprattutto un credo che fa sussultare il cuore, a differenza di altri?)

"La chiesa è il mondo che va trasfigurandosi nella bellezza! Sentirsi umili e appassionati servitori della bellezza, in un dono di sé fino all'estremo, è davvero l'ideale più alto e la più alta proposta che possa essere fatta a chi vuole fare della propria vita un atto di poesia. Se al contrario il segno della mediazione religiosa è del tutto estrinseco e non lascia trasparire la realtà santa, insorgono inevitabilmente antiche, diffuse e sempre incombenti tentazioni. La tentazione del mercato. Se nel segno si perde la sostanza religiosa, il segno non resta che una cosa, nuda cosa, senza alcun mistero. Una chiesa vuota di Spirito e gremita di "oggetti" religiosi, quasi inevitabilmente finisce per diventare "mercato". Nasce il sacramentalismo, che rende cosa anche lo Spirito e oscura la grandezza del sacramento. La tentazione del potere. Caduta la trasparenza, che è frutto dell'esperienza interiore, essa viene sostituita dal potere spirituale. Un potere che si illude di supplire il vuoto dell'esperienza spirituale. Supplet ecclesia. Si altera il senso del sacerdozio ministeriale. Non è il potere che crea la trasparenza, al contrario, è la trasparenza che crea il potere. È stato un giorno di grazia quello in cui è caduto il potere temporale della chiesa, ma giorno di grazia ancora più grande sarà quello in cui cadrà il potere spirituale, assai più insidioso e deleterio. Perché la chiesa, invece che spazio e voce della libera coscienza religiosa di fronte a tutti i Cesari, finisce per diventare il Cesare essa stessa e al posto della grande mediazione nasce la grande inquisizione. La tentazione della magia".

Mi chiedo se quando entriamo negli spazi del vivere quotidiano, nel confronto con le donne e gli uomini del nostro tempo l'immagine che diamo è quella della libertà dello Spirito o quella di coloro che sono preoccupati di porre paletti o di disegnare recinti? Diamo una notizia buona?

Una Chiesa che ha paura della libertà ed è sedotta dal potere

C'è dunque nelle stanze alte del potere, anche se non confessata, una paura della libertà. Che non è solo di oggi. Chi di noi ha più anni sulle spalle ricorda come non raramente si giustificasse l'imposizione di regole dall'alto o una cieca obbedienza con il fatto che il popolo, la gente semplice - si diceva - è lontana dall'essere matura e dunque va indirizzata. Conseguenza fu la crescita di uomini e donne dipendenti, che pensavano di essere virtuosi, affidando la navigazione della coscienza e dell'intelligenza ad altri.
La libertà fa paura a chi sogna un potere assoluto, meglio avere vassalli obbedienti, accoliti del nulla, esecutori plaudenti, meglio una massa pilotabile e acclamante che un popolo maturo di pensanti e resistenti. E, confessiamolo, non sempre abbiamo avuto e abbiamo occhi e vigilanza per questo esproprio strisciante della libertà. Le lusinghe del potere sono altamente seduttive. A tal punto la loro fascinazione che a volte neppure ci si accorge che per un pugno di vantaggi si è sul punto di vendere la libertà. Con esiti di raccapriccio, perché un popolo della dipendenza non può che prefigurare panorami di disgusto.

Nella Bibbia, Dio mette in guardia il suo popolo dal pericolo del potere affidato a un re

Anche gli israeliti, sfuggiti al giogo del faraone, finirono per desiderare un re da cui dipendere. Ci si si illuse, succede anche oggi, che rimedio ai problemi cruciali del tempo fosse l'entrata in scena dell'uomo forte, l'uomo della provvidenza. Così gli israeliti pretesero da Dio un re. Ma non erano forse usciti i loro padri dall'Egitto, per sfuggire a una sottomissione? Alla sottomissione a un re, il faraone, che si era fatto come Dio, Dio in terra?
Ebbene Dio rispettò la decisione, ma attraverso le parole del vecchio Samuele mostrò quali sarebbero stati i costi di questa scelta, svelando ciò che sarebbe avvenuto in futuro. Il futuro della concentrazione del potere in uno solo sarebbe stato l'abuso e lo sfruttamento. Li mise sull'avviso: il re, il capo assoluto, avrebbe preso i loro figli per l'esercito; avrebbe preso le loro figlie per il suo harem; avrebbe preso i loro campi, le loro vigne, i loro oliveti più belli, e li avrebbe dati ai suoi ministri, avrebbe preso mano d'opera e bestiame, li avrebbe adoperati per i lavori in casa sua e dei suoi cortigiani. Sembra di leggere una pagina dei nostri tempi, una descrizione impietosa dei meccanismi e degli esiti di un potere che si arroga il diritto di essere assoluto, assoluto e insindacabile, e piega tutto e tutti ai suoi interessi. La Bibbia conosce questa facile perversione del potere, ed è estremamente critica.

I Padri della Chiesa mettono in guardia dalle lusinghe del potere

La lusinga, dobbiamo riconoscerlo, accompagnò e ancora oggi accompagna, il popolo dei credenti.
Voci di Padri antichi, voci di vigilanti, già nei primi secoli, mettevano in guardia dall'esproprio strisciante e sottile della libertà ad opera di atei devoti. Una delle voci lucide, quella di Ilario di Poitiers, scriveva (nel IV secolo):

"Combattiamo contro un persecutore insidioso, un nemico che lusinga: non ci flagella la schiena, ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni per la vita ma ci arricchisce per la morte; non ci sospinge col carcere verso la libertà ma ci riempie di incarichi nella sua reggia per la servitù: non spossa i nostri fianchi ma si impadronisce del cuore; non taglia la testa con la spada ma uccide l'anima con il denaro; non minaccia di bruciare pubblicamente, ma accende la geenna privatamente. Non combatte per non essere vinto, ma lusinga per dominare; confessa il Cristo per rinnegarlo; favorisce l'unità per impedire la pace; reprime le eresie per sopprimere i cristiani; carica di onori i sacerdoti [...] costruisce le chiese per distruggere la fede. Ti porta in giro a parole, con la bocca [...].".

Così Ilario di Poitiers, grande padre della Chiesa. Parole che ci chiamano con forza alla vigilanza, non solo fuori ma anche dentro le chiese. Non è forse vero che troppo disinvoltamente e presuntuosamente ci definiamo donne e uomini liberi? Ricordate quel gruppo di dirigenti Giudei che a Gesù obiettano:"come puoi dire: sarete liberi? Noi non siamo schiavi di nessuno".
Siamo chiamati ad essere nella chiesa liberi nel pensare, nel progettare.

La parabola dei talenti: la fiducia ci spinge, la paura ci blocca

Leggo da bastian contrario la parabola, la parabola dei tre che un giorno si trovarono nella mani, e quasi non credevano ai loro occhi, una somma di denaro da capogiro, una cifra smisurata, solo che si pensi che un talento in quei tempi corrispondeva molto verosimilmente alla paga di sudore di anni e anni di dura fatica. E uno di loro di talenti se ne trovò tra le mani cinque, uno tre, il terzo un talento, e non era poco! Il loro signore era in partenza per un viaggio, consegnava alla fantasia delle loro mani una parte ingente dei suoi beni. Era uno che credeva nelle loro capacità. Così è Dio. E' un generoso, ha fiducia. Non è di quelli che ti stanno con il fiato sul collo, con mille controlli, non è della razza sospettosa dei sorveglianti, lui se ne va, si fida. Vuole che, se tu ti dai da fare, non sia per occhi di padrone, ma per risposta a una fiducia.
Sappiamo anche che per i primi due quella fiducia fu come spinta, spinta di vento nelle vele di una barca in rada. Il loro signore al ritorno li vide arrivare con un lago di gioia negli occhi, tenevano in mano l'attestato di un aumento, di un raddoppio dei talenti. E, come fossero riusciti a tanto, forse non sarebbe stato facile nemmeno per loro spiegare. Che poi il loro signore fosse un generoso ne ebbero la riprova appena lo sentirono reagire: non solo non esigeva il ritorno dei talenti, anzi li faceva partecipi della gestione del suo patrimonio. E non solo del patrimonio, anche della sua gioia. Ognuno dei due se lo sentì dire, le parole erano queste: "prendi parte alla gioia del tuo padrone". Quelle parole cantavano nell'anima. C'era da stropicciarsi gli occhi. Così fa Dio.
Ma il terzo? Lo videro quello stesso giorno arrivare senza festa, aveva un lago buio negli occhi, un buio che teneva il viso, da parte a parte. Quando prese a parlare si accorse che le parole gli uscivano come legate e precipitose insieme, aspre, aspre come il cuore che gli martellava dentro, disse: "Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra. Ecco ciò che è tuo!".
"Ho avuto paura, sono andato a nascondere sotto terra ...". Parole che mi riportano d'istinto ad altre parole, quelle delle origini, quelle di Adamo di risposta a Dio quando lui e la sua donna udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno: "Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto" (Gn 3, 8). Sorprendenti assonanze. "Ho avuto paura e mi sono nascosto". "Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra".
La paura che ci fa nascondere, la paura che fa nascondere i talenti! La paura fa nascondere sotterra la nostra intelligenza. Quasi fosse attentato all'umiltà o arroganza dello spirito il pensare con la propria testa.

"In chiesa, togliersi il cappello, non la testa": Dio ci vuole intelligenti

Qualcuno di noi forse ricorda che don Primo Mazzolari era solito dire che rimettersi totalmente, ciecamente a un uomo, per autorevole che fosse, era come dimettersi da uomo. E agli uomini della sua parrocchia puntualmente ricordava: "Quando entrate in chiesa vi togliete il cappello, non la testa".
Togliersi la testa, o per paura di pensare o per fatica di pensare, non è dunque fare opera gradita a Dio, che ha fatto dono dell'intelligenza ai suoi figli.
In un midrash della letteratura rabbinica si narra di alcuni rabbini che un giorno si misero a disputare accesamente su un punto della legge. Rabbi Eliezer produsse argomenti possibili per dimostrare il suo punto di vista. Ma gli altri rabbini non si lasciavano convincere dagli argomenti di Rabbi Eliezer. Alla fine una voce celeste sembrò confermare il pensiero di Rabbi Eliezer. Ma Rabbi Joshua subito esclamò. "Non è in cielo". Che cosa significava quella citazione del Deuteronomio "non è in cielo"? Rabbi Jirmijah spiegò: "La Torah fu rivelata sul monte Sinai. Perciò non occorre che continuiamo ad occuparci di voci celesti: la Torah del Sinai contiene già il principio che decisivo è il voto della maggioranza".
Il midrash sulla accesa disputa tra rabbini si conclude raccontando che quel giorno Rabbi Nathan incontrò il profeta Elia. E gli domandò che cosa avesse fatto Dio in quel momento. Il profeta rispose: "Dio ha sorriso e ha detto: I miei figli mi hanno superato! I miei figli mi hanno superato!".
Che il Dio della Bibbia abbia il volto del Dio che sorride per i figli, per i figli che mettono in campo tutta la loro arte di interrogare e di interrogarsi, e non per i figli che sonnecchiano pigri accettando tutto passivamente, è buona notizia. E' notizia di un Dio che onora ed è onorato dall'intelligenza, un'intelligenza che è incantamento davanti al mistero, che è la gioia di dare un nome alle cose, ma nello stesso tempo di percepire quel nome "relativo", segnato da una povera misura e subito ricorrere a un altro nome e a un altro ancora, in una ricerca inesausta.

Riconoscere e valutare i segni dei tempi

Oggi tra i lamenti che succede sempre più spesso di ascoltare c'è pure il risentimento contro una stagione come la nostra, in cui verità che sembravano assolute, indubitabili, immobili, agli occhi di molti non appaiono più tali e ciò crea in non pochi una sorta di spaesamento. Mi chiedo se, anziché allungare la serie delle lamentazioni sulla nequizia dei tempi, non potremmo riconoscere in questa nuova situazione quasi una opportunità per il nostro essere credenti: sbenda la tua intelligenza! Sbendala, secondo l'ammonimento poco ricordato, quasi cancellato, di Gesù che invitava pressantemente a mettere in gioco tutta la nostra intelligenza, la capacità di ragionare con la propria testa, lontani da ogni pur velata forma di resa e di delega. Quel giorno alle folle, e dunque a tutti, diceva: "Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così succede. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, è così accade. Ipocriti, sapete giudicare l'aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?" (Lc 12, 56-57). Da voi stessi.
E' giunta l'ora ed è questa che non perdiamo tempo a fare lamento sulla notte e sulle ombre.
Anche la notte non è immobile, anche le ombre non sono ferme. Può sembrare un pensiero bizzarro, ma forse non lo è del tutto se il Cardinale Martini, nella prefazione al suo libro-intervista "Conversazioni notturne a Gerusalemme", riferendosi al fatto che quelle conversazioni tennero le ore della notte, dice: "di notte le idee nascono più facilmente che nella razionalità del giorno". Capite, notte come grembo. Grembo dice nascita, dice vita, e non stanca ripetizione.

Uscire dalla prigione di una verità monolitica e spenta

Perché non avere occhi dunque per il crepitare segreto delle cose? E' vero, forse si era più tranquilli quando ci si chiudeva in una stanza, la nostra, e si pensava che il cielo fosse contenuto in una stanza. Meno problemi forse, meno interrogativi, meno spaesamento. Ci si poteva anche concedere il lusso di non pensare. Ma a quale prezzo? A prezzo della negazione dell'oltre dell'orizzonte, a prezzo dell'impoverimento della visione, a prezzo del soffocamento del brivido della ricerca. Chiusi nella prigione di una verità monolitica e spenta, ma chiusi anche nella stanza purtroppo del proprio risentimento, incapaci di dialogo, incapaci di cuore. Fermi, immobili nel pensiero, quasi bastassimo a noi stessi.

Claverie, Martini: in ascolto degli altri

Mi ritornano al cuore e me lo aprono, mi aprono cuore e intelligenza, le parole di uno dei più limpidi testimoni cristiani in terra di dialogo, il vescovo Pierre Claverie, che diceva:
"Credo in Dio, ma non pretendo di possedere quel Dio. Non si possiede Dio. Non si possiede la verità e io ho bisogno della verità degli altri".
"Io ho bisogno". Lo sentissimo dire da papi, da vescovi, da preti. Sentissimo dire "Ho bisogno di voi laici, di voi donne. Ma non per una collaborazione strumentale, da dipendenti. No. Ho bisogno della vostra verità. E' una parola che non sento all'interno della chiesa, così clericale, così maschilista. Non la sento. E quando la sento mi emoziono. Mi è successo leggendo il libro del card. Martini cui prima accennavo. Quante volte nell'intervista il cardinale, sovvertendo il principio gerarchico, dice di aver imparato. Imparato dai giovani! Nell'intervista il confratello gesuita gli pone una domanda "Invece di essere lei a predicare, lascia che sia la gioventù a illuminarla. Un nuovo principio pastorale?"
Risponde il Cardinale:
"Nella gioventù ho trovato la più valida conferma di tale principio pastorale, sempre che di questo si tratti. Nella Chiesa nessuno è nostro oggetto, un caso o un paziente da curare, tanto meno i giovani. Perciò non ha senso sedere a tavolino e riflettere su come conquistarli o su come creare fiducia: deve essere un dono. Sono soggetti che stanno di fronte a noi, con cui cerchiamo una collaborazione e uno scambio. I giovani hanno qualcosa da dirci. Essi sono Chiesa, a prescindere dal fatto che concordino o meno con il nostro pensiero e le nostre idee o con i precetti ecclesiastici. Questo dialogo alla pari, e non da superiore a inferiore o viceversa, garantisce dinamismo alla Chiesa: In tal modo l'affannosa ricerca di risposte ai problemi dell'uomo moderno si svolge al cuore della Chiesa" (pag. 47).

Le strade di Dio non sono solo quelle canoniche

In queste parole del Cardinale, più che nelle mie dissertazioni, senti la fedeltà al vento dello Spirito. Che non sai di dove viene e dove va: lezione mirabile questa, ma dimenticata. Noi presumiamo di sapere dove va. E dove non va. Abbiamo deciso che in certe donne e in certi uomini non va. Che in certe case non va. Abbiamo anche detto, che gli uomini e le donne che non credono in Dio non possono essere eticamente corretti, perché non esiste una moralità se non si crede in Dio. Abbiamo anche proclamato che se non si crede in Dio si arriva ad ogni forma di perversione morale. Abbiamo sequestrato lo spirito, gli abbiamo dettato noi dove stare. E finiamo, come quegli scribi e farisei, per negare l'evidenza della realtà. Certo se frequentiamo solo le nostre case e i nostri ambienti o se entriamo nelle case degli altri non per ascoltare ma solo per pontificare, non ci accorgeremo che quelle non sono case vuote, ma case in cui lo Spirito ha preso dimora. I non credenti non avrebbero una moralità? Ma fatemi capire, fatemi capire come sia senza una moralità un Luigi Pintor, un non credente, che diceva: "Non c'è in un'intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi". Altro che casa vuota! Dio ha anche altre strade che non sono le nostre. Siamo chiamati a crederlo quando incrociamo sentieri che non coincidono con quelli cosiddetti canonici. Siamo noi impermeabili al vento, noi che non fiutiamo più il vento!

dibattito

Non ho tutte le risposte alle vostre domande, ma già voi, con i vostri interventi e le vostre osservazioni, avete aggiunto cose che io non ho detto, o messo in luce sfumature diverse...

I grandi eventi, i giovani e il futuro della Chiesa

Alberto chiedeva dei giovani e del futuro della Chiesa. Notiamo che, nei nostri gruppi, di giovani ce ne sono pochissimi, mentre ne troviamo in certe grandi manifestazioni... Mi chiedeva cosa ne penso del fatto che li vediamo lì e non altrove... Per rispondere faccio un accenno a quanto si sta organizzando attualmente a Milano, la grande convocazione mondiale delle famiglie nel 2012. Non ho molta simpatia per queste cose, perché tendono a diventarefumo, mentre credo di più a quello che succede nella base. Se in preparazione a questa grande adunata ci sarà un lavoro interno alle famiglie, allora si potrà sperare in qualcosa. Ma ho già visto che nel gruppo promotore ci sono più preti e suore che laici! Dovremmo chiederci perché! E chiederci da dove nascano queste proposte.
Io ho un sogno: che nel 2012 Milano faccia qualcosa di diverso, con lo stile del Vangelo, umile, semplice: lo stile di Gesù. E lo stile dice già il messaggio. Se facciamo una cosa imponente, tradiamo il Vangelo, che è per le cose semplici, umili, interroganti. A mio avviso bisognerebbe invitare quelli che hanno un'idea diversa di famiglia, provare a sentire quello che pensano, dire quello che pensiamo noi, confrontarci... Ma chi vuole farlo?
In questi grandi eventi, io penso che ci sia molta scenografia. Certo, ci possono essere tanti giovani, ma così come ce ne possono essere ad un concerto... A me interessa ciò che nasce, ciò che resta nel cuore.
Più enfatizziamo le persone, più nascondiamo Gesù. Le figure più rappresentative della fede per la gente, secondo indagini svolte, si trova al primo posto Padre Pio, e al settimo posto Gesù Cristo!
Più che fare grandi raduni è importante intavolare un dialogo. Martini faceva un dialogo, alla pari. Nei raduni c'è chi dall'alto pontifica, e una massa, magari anche una massa giovanile. Dobbiamo cominciare a dialogare con i bambini, anche a nove anni... ascoltare e porre domande... dovremmo riscoprire questo, nelle nostre parrocchie, ma anche fuori dagli ambienti ecclesiastici, nelle case... Chiedere ai giovani: "E tu che cosa pensi di questa cosa?" Bisogna ritrovarsi reciprocamente. Senz'altro si tratta di una strada più lunga, ma le altre iniziative mi lasciano molto esitante, perché sono un po' nella logica dell'uomo forte, di un papa forte...

Linguaggio della fede, poesia, liturgia

Fausto ci ha ricordato la poesia. Ci ha parlato di Franco Loi, poeta dialettale. L'altro ieri ho ricevuto da lui "L'Angel", l'hanno ristampato con delle foto fantastiche. Loi è un uomo non "tagliato" ecclesiasticamente, ma è impregnato di fede. Quando mi telefona, per me è una benedizione. Parlare con lui mi affascina: si parla di voci e di volti. Anch'io penso che la fede nasca da voci e da volti... Da una voce che declama a cantilena, da un volto spento, che cosa può nascere? La fortuna nostra, vostra, di tutti noi, è di avere nella nostra vita incontrato delle voci e dei volti. Questa è la grande risorsa... se da una voce, da un volto traspare la fede genuina, qualcuno dirà: guarda, c'è anche questa fede! ... il volto di una chiesa vera...
Ad un incontro, uno dei presenti voleva a tutti i costi che io dicessi che vado in chiesa, che la mia fede corrisponde all'adesione all'istituzione. Ma per me l'importante non è quello, l'importante è adorare Dio in spirito e verità... diventare uomini dello spirito...
Sono d'accordo con Fausto anche a proposito della necessità di curare il linguaggio... vivere la liturgia, addirittura facendola diventare un linguaggio poetico, che fa vibrare... perché nella poesia c'è il mistero, che evoca senza definire... immagini di come deve essere la chiesa... È un po' il mio sogno...

Cambiare mentalità

Piero dice che c'è bisogno di un cambiamento di mentalità sia nel clero che nei laici, per camminare veramente insieme. Non posso che condividere le sue affermazioni. Occorre far crescere spazi come questo, dove insieme si riflette e si approfondisce. E invece poi capita che, nell'ambito della pastorale, ci si attiene a un programma che cala dall'alto...
Dei miei amici di Busto mi hanno cooptato dentro la pastorale delle famiglie, dove si pone tra gli altri il problema delle convivenze, dei divorziati risposati... Ho cercato di invitarli a riflettere insieme, ma spesso mi ripetono la formula, la regola a cui attenersi (la comunione no, perché la Chiesa dice così... ). Proviamo a capire se questo modo di vedere è conforme al vangelo... che cos'è l'eucaristia... È difficile cambiare mentalità, lasciarsi interrogare dalla realtà... E poi a volte non abbiamo neanche noi la risposta, anche noi abbiamo solo domande. Però, dove possiamo, cerchiamo di cambiare qualche cosa... facciamo crescere un po' la rete dei collegamenti...

La bellezza nella libertà a caro prezzo

A Maria Teresa rispondo che è giusto quello che ha detto, che prendersi la libertà, vivere da persone libere, è difficile, è scomodo, non è una passeggiata. Non è stata una passeggiata neanche per Gesù. Per questo lo hanno fatto fuori: perché era un uomo libero, non un uomo delle istituzioni... Ma nel comportamento di Gesù c'è la bellezza... Quando leggo nel vangelo il processo a Gesù, vi trovo da un lato un mare di disumanità, ma colgo anche il fascino dell'umanità che Gesù esprime nel non cedere, nell'andare fino in fondo. Vorrei che si potesse sentire la bellezza dell'essere uomini e donne così... per un ideale così alto ci si può sacrificare, perché si possa essere liberi... Invece il linguaggio religioso ci propone spesso il sacrificio per il sacrificio... Ma Gesù non ha amato la croce: Gesù ha amato gli uomini fino in fondo, a costo di croce. La bellezza è amare le persone così..."Per la libertà di questi prendete me". Il pensiero va agli uomini e alle donne della resistenza, sostenuti da questo amore, da questo ideale. Certo, è un comportamento che si paga: si è esclusi dalle cordate, dalle consorterie...

La messa degli atei

Giuseppe ci ricorda la forza dei sacramenti, dell'eucaristia, la cui celebrazione va un po' ripensata... Occorre riuscire a far trasparire la forza del gesto di Gesù che prese il pane, lo spezzò... Ci sono persone che vengono solo qualche volta alle nostre liturgie, magari per il funerale di qualche amico o parente... È importante che si accorga che è un segno che vale, che non si trovi immerso in una celebrazione anonima, come spesso capita...
Un giorno viene da me una psicanalista, che adesso è buddista, a chiedermi, a nome anche delle sorelle, una celebrazione per il padre, morto in Spagna, dopo dissapori con la famiglia (tra l'altro, non c'era stato neppure il funerale, perché aveva lasciato il corpo alla scienza). Con questa celebrazione, le figlie cercavano in un certo senso di riconciliarsi con lui... Io ho proposto loro non una messa, ma una celebrazione della Parola, delle letture bibliche che avessero significato anche per loro, che dicevano di essere atee... Ma hanno insistito nel volere proprio una messa. La messa degli atei!
Allora ho cercato una chiesa un po' raccolta. Le suore dell'istituto Graziani di Novate hanno accettato di ospitarci. Ho scelto delle letture dal libro del Qoelet (c'è un tempo per odiare e un tempo per amare... i vari tempi della vita...). Dopo la comunione ho chiesto se qualcuno volesse dire qualcosa... Sono stati momenti di una commozione unica... La madre superiora mi ha detto: "Non ho mai assistito ad una messa così emozionante!" La messa degli atei! Al termine, un signore sui quaranta-quarantacinque anni, mi si è avvicinato, dicendomi di convivere con una persona da dodici anni e chiedendomi se potevo accompagnarli per il battesimo...
Bisogna che sia restituita questa forza all'eucaristia, alla Parola e al Pane... anche per gli atei...

I talenti, i tempi della crescita, il tempo della pazienza

A proposito dei talenti, e pensando al figlio adolescente, Caterina si interroga sulla difficoltà, per ciascuno di noi, di scoprire i propri. Forse nessuno ci ha mai invitato a pensare a quali sono i nostri talenti. La nostra educazione ci ha abituato a tamponare i nostri difetti piuttosto che a leggere i nostri talenti. Per questo facciamo fatica a ritrovarli. Occorre portare una persona a pensare a se stessa, a iniziare un discorso interiore, a chiedersi qual è il suo carattere, quali sono i suoi desideri più profondi, a conoscere il proprio corpo (cosa molto importante)! Ed evitare invece di proporre ai figli dei modelli prefabbricati, imponendo loro un certo comportamento.
Walter ci ricordava il tempo della pazienza, la necessità di rispettare il tempo della crescita (dal punto di vista educativo, ma anche in campo ecclesiastico...). Oggi siamo abituati al tutto subito: seminiamo e vogliamo avere immediatamente dei risultati. Invece c'è un tempo, quello dell'inverno, in cui sembra che niente si muova nel terreno. È un tempo di grande fede, in cui non vediamo, ma qualcosa germoglia... Il ritmo delle stagioni... i nove mesi della gravidanza...
Un giorno una madre preoccupata è venuta a dirmi che sua figlia veniva a messa solo per sentire l'omelia, poi usciva... Bisogna lasciare tempo: dopo il tempo della parola, verrà anche un altro tempo...
Vi racconto un altro fatto che mi ha molto colpito. Un giorno è venuta da me una donna che non conoscevo e che mi diceva di essersi appuntata il mio nome dopo avermi ascoltato alla radio, durante la trasmissione di Gabriella Caramore (Uomini e profeti). Una donna che da trentacinque anni non andava in chiesa. Voleva dirmi di aver vissuto giorni difficilissimi, con un dolore pazzesco, perché si era resa conto che l'aver detto ad una persona che aveva bisogno di uno psichiatra per superare una certa situazione aveva causato a quella persona ulteriori problemi. Pensando a lei, durante la notte, si sentiva veramente disperata, rischiava di soccombere all'angoscia. Ma poi nella sua mente è affiorata una frase: "Dì una sola parola, ed io sarò salva". E grazie a quelle parole, ha ritrovato la pace. Chissà chi le aveva detto quella frase, che a distanza di anni è riaffiorata dalla memoria...
È un richiamo a non disperare, a non demordere, anche se non vediamo i risultati che ci aspettiamo.

Il dolore

C'è chi vive profondamente il dolore per una Chiesa ripiegata su stessa, una Chiesa che non apre le porte. E si chiede come sia possibile vedere la bellezza della crocifissione. E se la salvezza ormai se la debba aspettare solo nell'aldilà.
Se guardiamo a Gesù sulla croce, certo sentiamo la sua domanda, il suo grido: "Mio Dio, perché mi hai abbandonato?" Dobbiamo rispettare la sofferenza, e anche la domanda. E poi Gesù si è abbandonato: "Signore, nelle tue mani..." Anche noi, a volte, giungiamo al culmine del dolore, e poi ci abbandoniamo. Ma la domanda rimane: di fronte a certe tragedie umane, di fronte a certe famiglie nel lutto... Però sono d'accordo con quanto detto da alcuni di voi, di non far diventare questa domanda una continua contorsione interiore.
Di fronte al dolore, di fronte a persone che stanno male, a volte è importante la presenza. Non è perdere tempo stare accanto a chi soffre. Forse ha bisogno che io gli stringa la mano, che lo accarezzi... oggi è quello che posso fare, di più non so... A volte bisogna sentire che qualcuno c'è. Qualcuno che forse è icona della presenza di un Altro...
È giusto partire dalla domanda, ma poi bisogna evitare che questo mi soffochi, altrimenti non aiuto né me né gli altri.

Vorrei finire leggendovi una poesia, "I muri a secco" (1). Sono innamorato dei muri a secco. Rappresentano la diversità riunita: come i tanti vostri problemi che avete espresso oggi.

Nutro veglia d'occhi e stupore
per i muri a secco dei monti
e inseguo a ritroso nel tempo
fatica e genio
di chi sul viottolo
che beve il cielo
convocò una ad una
le pietre
e diede paziente
all'una e all'altra
dignità di appartenenza,
gioia di fiorire
nel mosaico all'aperto.
Porto, veglia di occhi e stupore
per te, o Dio,
che vai convocando
fili d'erba e polvere di stelle,
scroscio di torrenti
strusci di vento
concerti di uccelli,
tenerezza di donne e uomini tenaci,
odori e colori
luci e ombre
di infinite terre
nel muro a secco di un viottolo
che beve l'infinito del cielo.

(1) Le paure che ci abitano, ed. Romena, p. 85

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