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sintesi della relazione di Fulvio De Giorgi
Verbania Pallanza, 19 febbraio 2011

Disagio e afasia sembrano caratterizzare la condizione di tanti credenti laici sia nella chiesa che nella comunità sociale e politica. Gli anni dell'entusiasmo postconciliare sembrano remoti...
C'è un malessere diffuso per una chiesa che esclude e condanna, al posto di includere ed accogliere, al fine di manifestare la misericordia del Padre. Si sta approfondendo lo scisma sommerso tra il modo di sentire e di agire di tanti cristiani, anche di molti praticanti, e l'insegnamento ufficiale del magistero.
Dopo secoli di accentuata clericalizzazione, di divisione tra coloro che comandano e coloro che ubbidiscono, tra coloro che parlano e coloro che solo devono ascoltare, il Concilio Vaticano II ha recuperato la novità della tradizione, mettendo al primo posto la chiesa come mistero e popolo di Dio, operando quella che il padre conciliare Luigi Bettazzi chiama una rivoluzione copernicana. La chiesa non è una stazione di servizio a cui rivolgersi per chiedere un battesimo, una cresima o un matrimonio. La chiesa non è il prete, la chiesa siamo noi tutti, tutti chiamati, in forza del battesimo ad annunciare e testimoniare la buona notizia del Regno ai poveri, ad essere operatori di pace, a costruire il mondo secondo il disegno di Dio. Tutti siamo chiamati ad assumerci le nostre responsabilità, a non rinunciare a pensare con la propria testa e a camminare insieme agli altri con le proprie gambe.
Piccoli passi nella direzione della sinodalità, cioè del camminare insieme, sono stati compiuti nelle nostre comunità, in particolare nella lettura e nell'ascolto comune della parola di Dio contenuta nella bibbia, e nel celebrare insieme l'eucaristia nel giorno del Signore.
La diminuzione del numero dei preti comporterà una inevitabile riorganizzazione della pastorale. Sarebbe una grave stortura se lo spazio maggiore al laicato derivasse solo da una situazione di necessità, con il rischio di attribuirgli solo funzioni di supplenza o in delega, e non invece proprie del suo statuto di battezzato.
E' necessario e urgente riflettere e ripensare insieme. (gcm)

Gli scenari storici

È bene chiarire da subito che il mio intervento si configura come una presentazione di un punto di vista cattolico (cioè non cristiano-ortodosso o cristiano-riformato o di altra religione o altro indirizzo valoriale): un punto di vista che fa riferimento alla Parola di Dio accolta nella realtà vissuta del popolo di Dio presente nelle comunità diocesane e parrocchiali attorno alla mensa eucaristica. Di questo vissuto ermeneutico, che dà le chiavi di lettura della vita, fa parte il riferimento al magistero del Concilio Vaticano II e al magistero dei pontefici contemporanei.
È da sottolineare soprattutto l'importanza del riferimento al Concilio Vaticano II, che è, come diceva Giovanni Paolo II, il più grande dono che lo Spirito Santo abbia fatto alla Chiesa della fine del secondo millennio.
La prima parte della mia riflessione sarà dedicata allo scenario storico, settore della mia specifica competenza. La storia è utile per capire da quali esperienze veniamo e in quale situazione ci troviamo oggi. La seconda parte riguarderà invece l'esperienza più recente e le prospettive orientatrici del nostro cammino.

il lungo '800

Uno dei più grandi storici viventi, l'inglese Eric Hobsbawm, ha utilizzato, per definire il '900, l'espressione "secolo breve", un'espressione largamente accettata. Per "secolo breve" si intende un secolo meno ampio dei suoi estremi cronologici, che inizia con la Prima Guerra Mondiale (1914-1918) e con la rivoluzione comunista bolscevica in Russia (1917) e si conclude con l'abbattimento del Muro di Berlino e il crollo del comunismo nell'Europa orientale (1989, anno simbolo di questi avvenimenti).
Il '900, secondo questa prospettiva, è stato una parentesi, caratterizzata dai totalitarismi: il fascismo, il nazismo e il più longevo comunismo, ideologie totali che hanno profondamente permeato il periodo.
Se assumiamo uno sguardo più ampio rispetto al '900, al periodo delle ideologie totali, ci accorgiamo che c'è una dinamica storica che precede il secolo breve e che riemerge con qualche differenza dopo la sua conclusione. Infatti alla fine degli anni '80 e all'inizio degli anni '90 del secolo scorso si sono riproposte, in forma "post-ideologica", delle dinamiche storiche presenti precedentemente in forma "pre-ideologica".
Altri storici hanno parlato, con riferimento al periodo precedente al secolo breve, di "lungo '800", per definire il periodo storico che parte dalla fine del '700 con la rivoluzione industriale e la rivoluzione francese e giunge fino alla prima guerra mondiale. È il periodo dell'ascesa delle borghesie (sul piano sociale), dell'affermazione del capitalismo industriale (sul piano economico), della trasformazione dei sistemi politici e degli stati in senso liberale (liberalismo come ideologia politica).
Ma, e su questo vorrei richiamare la vostra attenzione, quel periodo storico ha avuto anche dei riflessi molto significativi sul piano dei costumi, della vita civile e sociale, della mentalità.
Ne abbiamo testimonianza in alcuni scritti di importanti pastoralisti, cioè di persone che riflettono sulla vita pastorale, religiosa, tra la fine dell' '800 e i primissimi anni del '900. Tra i più significativi possiamo citare don Romolo Murri, figura di riferimento del cristianesimo sociale e della prima democrazia cristiana, e il cardinale Alfonso Capecelatro, vescovo e cardinale dell'Italia meridionale, una specie di cardinal Martini dell'epoca, personalità molto nota ed apprezzata. Nel leggere gli scritti di Murri o di Capecelatro, che mettono a fuoco i processi storici in corso e la mentalità diffusa, ci si sorprende di quanti aspetti di allora stiano riemergendo oggi (ecco perché possiamo definire il secolo breve come una "parentesi"). Se è vero, infatti, che l'ascesa delle borghesie e l'affermazione del liberalismo hanno comportato aspetti positivi di liberazione da forme di autoritarismo tradizionale (si sono affermate la laicità delle istituzioni, un primo femminismo che rivendica i diritti delle donne, ecc.), si sono anche ampiamente imposti un fortissimo individualismo, una frammentazione etico-culturale, una mentalità utilitaristica diffusa, con dei risvolti sul piano della religiosità e della vita dei laici.

individualismo religioso: la ricerca egoistica della salvezza

Non intendo oggi parlare del laicato in senso tradizionale, organizzato, militante, ma delle persone comuni del popolo di Dio. Ed è proprio su queste persone, che frequentano la vita delle parrocchie, che i processi storici che ho prima richiamato hanno avuto significativi effetti.
Un primo effetto di lungo periodo è stato l'affermarsi di un individualismo religioso che quasi giunge ad una forma di "egoismo della salvezza": io penso a salvare me, penso alla "mia" salvezza. Espressione di questa mentalità è una devozione allora molto diffusa al sacro cuore di Gesù, la pratica dei primi nove venerdì del mese. La salvezza viene assicurata a chi si comunica i primi nove venerdì del mese, consecutivamente, in base alla promessa fatta a santa Margherita Maria Alacoque. La devozione al Sacro Cuore, che ha orizzonti più ampi, veniva allora spesso vissuta in forme di individualismo religioso. Proprio di questo ha parlato, con sguardo storico, Benedetto XVI nella recente enciclica "Spe Salvi". Al n. 16 il papa si chiede "come ha potuto svilupparsi l'idea che il messaggio di Gesù sia strettamente individualistico e miri solo al singolo? Come si è arrivati a interpretare la salvezza dell'anima come fuga davanti alla responsabilità per l'insieme, e a considerare di conseguenza il programma del cristianesimo come ricerca egoistica della salvezza che si rifiuta al servizio degli altri? Per trovare una risposta all'interrogativo dobbiamo gettare uno sguardo sulle componenti fondamentali del tempo moderno". E, più oltre, al n. 25, il papa dice: "Dobbiamo constatare che il cristianesimo moderno, di fronte ai successi della scienza nella progressiva strutturazione del mondo si era in gran parte concentrato soltanto sull'individuo e sulla sua salvezza. Con ciò ha ristretto l'orizzonte della sua speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la grandezza del suo compito."
Quindi una prima caratteristica della vita religiosa laicale, o più in generale del popolo di Dio, in questo periodo fine 800-inizio 900, è l'individualismo.

il materialismo pratico

L'altro aspetto che possiamo segnalare è quello del materialismo pratico. Con l'espressione "materialismo pratico" non intendo riferirmi ad una filosofia materialista e atea, ma ad un modo di vivere che dà più importanza alle cose materiali.
Anche per questo aspetto mi rifaccio ad una lettura di questi processi fatta da un papa, Giovanni Paolo II, nella Laborem exercens, al n. 13: "non solamente nella filosofia e nelle teorie economiche del secolo XVIII (cioè a partire dal '700), ma molto più ancora in tutta la prassi economico-sociale di quel tempo, che era quella dell'industrializzazione e che nasceva e si sviluppava precipitosamente, ... si scopriva in primo luogo la possibilità di moltiplicare grandemente le ricchezze materiali, cioè i mezzi, ma si perdeva di vista il fine, cioè l'uomo al quale questi mezzi devono servire." Tutto questo ha portato, dice sempre Giovanni Paolo II, al materialismo pratico, prodotto non tanto da teorie materialistiche, ma da un certo modo di vivere e di valutare, con il risultato di fondare una nuova gerarchia di valori e di beni, che attribuisce più importanza a ciò che è materiale perché più capace di appagare i bisogni dell'uomo.
Anche negli scritti dell'epoca, quelli di Murri o di Capecelatro, troviamo simili analisi: è vero che la gente continua ad andare a messa, a sposarsi in chiesa, ma nella vita quotidiana dà più importanza alle cose materiali.
Come effetto delle grandi trasformazioni storiche, quali l'ascesa della borghesia sul piano sociale, il liberalismo sul piano politico e l'industrializzazione sul piano economico, si sta diffondendo un materialismo pratico e un indifferentismo rispetto al vangelo.

il secolo breve e la lotta militante al materialismo teorico

Questo processo, agli albori del '900, secolo breve, subisce una svolta significativa. Nel corso della prima guerra mondiale ha luogo la rivoluzione bolscevica, sorgono i totalitarismi, si impone un materialismo teorico. Si affermano non solo il comunismo con l'ateismo di stato in Unione Sovietica, ma anche il fascismo e il nazismo con le loro religioni politiche neo-pagane. La sfida al cristianesimo, che nel corso dell'Ottocento avveniva sul piano della pratica e del modo concreto di vivere, viene ora portata sul piano della teoria, quindi della ideologia, della cultura, con una secolarizzazione della mente.
Il materialismo pratico non sparisce e continua ad affermarsi, ma tutta l'attenzione è catturata dal sorgere dei totalitarismi. Di conseguenza per la Chiesa, e per i cattolici, il problema fondamentale diventa quello di difendersi dai totalitarismi, di difendersi dal loro materialismo teorico o nella forma dell'ateismo di stato o nella forma delle religioni politiche neo-pagane.
In questo periodo, grosso modo dalla prima guerra mondiale al pontificato di Pio XII, la Chiesa si vive come esercito schierato in campo. Si afferma un'ecclesiologia militare: miles Christi. Il catechismo insegna a coloro che si preparano per il sacramento della Confermazione che la Cresima rende "soldati di Cristo". Si impone un'ascetica, un'omiletica, un modo di vivere il cristianesimo di tipo militante, combattente. La stampa cattolica di quel periodo è tutta piena di crociate, di guerre, di battaglie. Anche i motti dei vescovi sono pugnaci: "proeliare bella Domini", cioè "combattere le battaglie del Signore". L'inno della gioventù cattolica canta "Qual falange di Cristo redentore, la gioventù cattolica è in cammino..." Trionfa una visione tutta improntata all'ubbidienza. Si indossano divise e baschi, si fondano milizie. Si proclama col canto "Bianco Padre che da Roma ci sei meta luce e guida... al tuo cenno, alla tua voce, un esercito all'altar!", il papa viene visto come una specie di generalissimo che guida le schiere. E' in questo periodo che nasce il culto di "Cristo Re", festa istituita da Pio XI, come contraltare ai totalitarismi. Rispetto a un materialismo teorico che vuole imporsi con i totalitarismi per conquistare l'anima degli uomini e delle donne, la Chiesa reagisce con una ecclesiologia da cittadella assediata, tesa a serrare le fila per innalzare bastioni di difesa e controbattere.

lo sguardo profetico del concilio

Con il pontificato di Giovanni XXIII, all'interno del secolo breve, si apre il Concilio Vaticano II (1962-1965), il grande dono dello Spirito alla Chiesa contemporanea, che opera un discernimento. Pur riconoscendo l'esistenza del problema dei totalitarismi e dell'ateismo teorico, il Concilio Vaticano II, profeticamente, riesce ad avere uno sguardo sul lungo periodo e a cogliere anche il problema del materialismo pratico che continua a persistere e a svilupparsi, nonostante l'apparente accantonamento prodotto dall'avvento dei totalitarismi.
In vari documenti del Concilio Vaticano II emerge questa consapevolezza. Nella Costituzione sulla Chiesa, la Lumen gentium, al n. 14, si dice: "Non si salva anche se incorporato alla Chiesa colui che, non perseverando nella carità, rimane sì in seno alla Chiesa col corpo, ma non col cuore. Si ricordino bene tutti i figli della Chiesa che la loro privilegiata condizione non va ascritta ai loro meriti, ma a una speciale grazia di Cristo, per cui se non vi corrispondono col pensiero, colle parole e colle opere, non si salveranno, ma saranno anzi più severamente giudicati."
Quindi non basta essere col corpo, non basta essere nella schiera, nella falange, bisogna anche avere la carità nel cuore.
Sempre nella Lumen gentium, al n.42, si afferma: "Il vero discepolo di Cristo è contrassegnato dalla carità sia verso Dio che verso il prossimo.... tutti i fedeli quindi sono invitati e tenuti a perseguire la santità e la perfezione del proprio stato. Perciò tutti si sforzino di rettamente dirigere i loro affetti affinché dall'uso delle cose di questo mondo e dall'attaccamento alle ricchezze contrariamente allo spirito della povertà evangelica non siano impediti di tendere alla carità perfetta."
I padri conciliari chiedono di prestare attenzione al materialismo pratico, alle ricchezze, che attraggono allontanando dallo spirito della povertà evangelica.
Nell'altra grande costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, la Gaudium et Spes, al n. 10, si afferma: "Debole e peccatore l'uomo non di rado fa quello che non vorrebbe e non fa quello che vorrebbe, per cui soffre in se stesso una divisione, dalla quale provengono tante e così gravi discordie nella società. Certamente, quanti vivono in un materialismo pratico, sono lungi dall'avere la chiara percezione di questo dramma."
Il Concilio Vaticano II, pertanto, pur collocandosi cronologicamente all'interno del secolo breve e pur dando indicazioni per affrontare i problemi principali del tempo, volge lo sguardo anche ai processi di lungo periodo, come quelli del materialismo pratico, sorti prima del secolo breve, e che continuano.

Gli ultimi trent'anni

Con il crollo del comunismo nell'Europa orientale e chiusa la parentesi dei totalitarismi, riemergono in forma nuova molte delle problematiche e delle dinamiche che già erano apparse nel periodo precedente il secolo breve, tra fine '800 e inizio '900.
Come possiamo leggere e interpretare gli ultimi tre decenni sul piano delle dinamiche storiche fondamentali? Si afferma abitualmente che sono sotto il segno della globalizzazione. Ma che cosa significa globalizzazione? Come possiamo descrivere questo scenario storico?
Si possono individuare, in estrema sintesi, due principali processi che in questi trent'anni convergono e si rafforzano vicendevolmente.

il neo-liberalismo

Il primo grande processo che caratterizza questo periodo è l'ascesa e il trionfo di quello che viene ormai da tutti chiamato il neo-liberalismo, che afferma la sacralità del mercato che si autoregola sulla base del principio del profitto, inteso come variabile assoluta e indiscutibile.
È vero che questo processo ha prodotto una certa espansione economica, ma con costi molto elevati sul piano della equità. I meccanismi della cosiddetta deregulation (deregolamentazione) hanno generato nei vari paesi e tra i vari paesi delle disuguaglianze sempre più grandi. In questi trent'anni infatti il neo-liberalismo ha provocato una ripolarizzazione delle società, una maggiore distanza tra ricchi e poveri, una diminuzione e una sofferenza crescenti dei ceti medi.
Il neo-liberalismo ha anche facilitato l'affermarsi dell'individualismo, che, per un verso, positivamente, ha favorito la liberazione della soggettività, ma, per un altro verso, ha significato la crisi del valore della solidarietà col conseguente smantellamento dello stato sociale. Il risvolto sul piano etico è stato l'egoismo edonista: mors tua vita mea.
Il trionfo del neoliberalismo ha comportato anche una più netta affermazione delle visioni utilitariste, meno ideologiche e più concrete. La fine delle ideologie è stata infatti un richiamo alla concretezza, una concretezza non ideologica identificata con l'utile. Viene così alimentata una prospettiva privatistica: meno pubblico e più privato.
Ulteriore espressione del neoliberalismo è l'accentuarsi del relativismo dei vissuti, che comporta positivamente l'apertura al pluralismo. Il relativismo dei vissuti però significa anche crisi etica, che può provocare ansia da vuoto identitario e, in un contesto sempre più multiculturale, reazioni di eccesso di legittima difesa.

il post-moderno

L'altro grande processo, parallelo e connesso al primo, è l'affermarsi di prospettive culturali post-ideologiche, o, come più propriamente si dice, post-moderne. Il prevalere dell'orizzonte culturale post-moderno significa la decostruzione delle identità. Ecco perché si parla di società liquida, che appunto decostruisce le identità solide. C'è un aspetto libertario in questa prospettiva culturale, ma c'è anche il diffondersi del nichilismo, il non credere più in nessun valore, l'essere convinti che è impossibile affermare dei valori, il rovesciare insomma quel paradigma della totalità che era egemone nel '900, secolo breve. Nell'età dei totalitarismi infatti le ideologie erano totali. L'essere comunisti, ad esempio, non indicava solo un certo impegno politico, ma coinvolgeva tutte le dimensioni della propria vita, la totalità del proprio modo di pensare, e di vivere.
Oggi invece, il post-ideologico, il post-moderno produce il nichilismo come rottura preventiva e perenne di una visione totale.
Sul piano della società più ampia, questi processi culturali sono stati accentuati e diffusi dalla nascita e dalla fortuna che in questo periodo storico ha avuto la cosiddetta neo-televisione, differente dalla precedente paleo-televisione, che aveva un compito pedagogico. Nel '900, secolo delle ideologie, la televisione era anche pedagogica, insegnava. Invece nel periodo del post-moderno, del post-ideologico, prevale la cosiddetta neo-televisione, cioè il relativismo della comunicazione mediatica che impone la vera grande laicità. Si discute tanto della laicità, dei simboli religiosi, ma la vera grande laicità è quella pubblicitaria, quella televisiva, che mette insieme proposte diverse, tutte messe indifferentemente sullo stesso piano, senza gerarchie di importanza o di valore. Questa grande laicità pubblicitaria incide e permea il vissuto delle persone, che si abituano a una forma di relativismo.

neo-liberalismo nichilista

Questi due grandi processi, il neo-liberalismo da una parte, il post-moderno e post-ideologico nichilista dall'altra, combinandosi insieme, producono un neo-liberalismo nichilista che costituisce l'alveo storico per l'emersione trionfale del materialismo pratico.
Quel materialismo pratico che già si era manifestato nell'Ottocento, occultato ma non scomparso, anzi carsicamente attivo durante il secolo breve, negli ultimi 30 anni è riemerso prepotentemente, in un ambiente a lui favorevole, rimodellato dal neo-liberalismo nichilista. Alla secolarizzazione della mente propria del '900 secolo breve succede la secolarizzazione dei cuori.
L'attuale vescovo di Otranto, Donato Negro, in una sua lettera pastorale di qualche anno fa, chiedendosi quali fossero le beatitudini per gli uomini del nostro tempo, ha così formulato quelle
che ha chiamato le beatitudini antievangeliche, espressione del materialismo pratico:
"Beati i ricchi, perché di essi sarà la gestione del potere. Beati coloro che affliggono e offendono, perché saranno soddisfatti. Beati i prepotenti perché comanderanno la terra. Beati coloro che fanno i loro interessi con ingiustizia, perché saranno sempre sazi e sicuri. Beati gli spietati perché avranno sempre la loro vendetta. Beati gli spregiudicati di cuore, perché proveranno ogni piacere. Beati gli operatori di guerra, perché saranno chiamati vincitori e capi degli uomini. Beato chi perseguita con ingiustizia, perché non perderà il suo potere sulla terra. Beati voi quando vi incenseranno, vi aduleranno e, mentendo, diranno ogni sorta di bene su di voi a causa dei vostri soldi e del vostro potere, rallegratevi ed esultate, perché questi sono gli onori che dà il mondo. Così infatti hanno onorato tutti i potenti prima di voi"

la quadriga trionfante

Per illustrare il materialismo pratico che oggi si afferma utilizzerei l'immagine della quadriga trionfante. Nell'impero romano, quando l'imperatore vinceva, nel celebrare il trionfo, guidava una quadriga, cioè un carro tirato da quattro cavalli. La quadriga trionfante del materialismo pratico ha i quattro cavalli della ricchezza (dei soldi), del potere, del sesso e dell'apparire mediatico.
Dobbiamo essere consapevoli che questo nuovo contesto è il nostro contesto di vita, è il contesto di noi cristiani, di noi cristiani laici e più in generale della Chiesa. È con questo contesto che oggi ci dobbiamo confrontare. Pur non essendo più nel '900, continuiamo a pensare di essere ancora a livello di lotta ideologica, e continuiamo a dare risposte ideologiche del tutto inefficaci. C'è un materialismo pratico, un materialismo dei vissuti, nei confronti del quale si pone per il cristianesimo, per la fede cristiana, un problema primo e vari problemi secondi.

il problema primo: l'impronunciabilità delle beatitudini e nonsenso del legame ecclesiale

C'è anzitutto un problema primo: i vissuti concreti, reali, modellati dal materialismo pratico e dalle beatitudini antievangeliche, producono l'impronunciabilità comunitaria del Dio di Gesù Cristo e delle beatitudini evangeliche, cioè l'incomunicabilità spirituale interpersonale della liberazione evangelica. L'impronunciabilità comunitaria, collettiva, del Dio di Gesù provoca anche il nonsenso del legame ecclesiale.
Questo stato di cose non significa ateismo. Oggi gli atei sono pochissimi, mentre dominano le religioni individuali, le religioni fai da te. Nel supermercato neo-liberale delle religioni ognuno prende quello che più gli aggrada: si prende un po' di buddhismo, un po' di cristianesimo ecc., ma in dosi tali da non disturbare il materialismo pratico. Siamo in presenza di una scristianizzazione delle emozioni, dei sentimenti, dei vissuti. È trionfante un agire pratico guidato da una gerarchia di beni unicamente definita su registri di materialismo. A mio modo di vedere, è questo il problema primo, che il cristianesimo si trova ad affrontare.
I problemi secondi e l'esplosione delle soggettività
Esistono poi una serie di problemi secondi, determinati dalla esplosione delle soggettività individuali all'interno della comunità ecclesiale. Nel contesto dell'individualismo neo-liberale esplodono le soggettività ed entrano così in crisi i legami sociali disinteressati, come quelli della comunità ecclesiale.
Questa esplosione di soggettività ha risvolti positivi e a volte di rischio.
Nella comunità ecclesiale ci sono, per esempio, l'esplosione della soggettività di genere (ministerialità femminile o sacerdozio femminile), l'esplosione della soggettività di ministero (autonomia del laicato o eliminazione del clericalismo), l'esplosione della soggettività nella coppia (divorzio e pastorale dei divorziati risposati), l'esplosione della soggettività presbiterale (celibato ecclesiastico), l'esplosione della soggettività nella sessualità (morale sessuale a partire dal tema della contraccezione).
Questi problemi, che sono veri problemi, benché poco discussi a livello gerarchico, sono molto presenti nel dibattito ecclesiale, sia nel nostro paese sia soprattutto all'estero, come risulta anche dalla rassegna stampa curata dal sito dei "Fine Settimana" (www.finesettimana.org).

Et-et, non aut-aut: interrelazione tra problemi primi e problemi secondi

Le risposte a questi problemi veri - sia il problema primo che i problemi secondi - sono tendenzialmente di due tipi.
C'è la tendenza, propria di un cristianesimo integralista e antimoderno, che ritiene importante solo il problema primo senza prendere in considerazione i problemi secondi. Si organizza magari un grande convegno su Dio, ma si evita accuratamente di discutere di ministeri femminili, di celibato, di morale sessuale, di divorziati risposati, ecc.
C'è poi la tendenza, propria di un cristianesimo neoliberale, che trascura il problema primo e che ritiene importante solo la ricerca di soluzioni ai problemi secondi, solo l'adattamento del cristianesimo alla mutata realtà sociale e storica.
Queste due risposte, in modo opposto, sono tutte e due delle risposte dell' aut-aut: scelgono solo uno dei due versanti. A mio avviso invece una risposta adeguata si basa sull' et-et, nel vedere cioè il problema primo nella densità di vissuto propria dei problemi secondi, e nel vedere i problemi secondi nella luce di senso del problema primo. Et-et, non aut-aut.
Se vogliamo affrontare le dinamiche del momento storico in cui viviamo, nella prospettiva dell'et-et, dobbiamo recuperare un elemento che è stato sempre presente nella grande vita spirituale della Chiesa, da san Paolo a Rosmini (mi piace ricordare Rosmini in luoghi di vibrazioni rosminiane). Questo elemento è il combattimento spirituale, la psicomachia.
Ma così siamo già al tema delle prospettive che sarà sviluppato nel secondo momento.

Le risposte pastorali

Dopo aver tracciato, a grandi linee, il contesto storico dei processi più significativi a partire dall'Ottocento, ed esserci poi soffermati sulla situazione degli ultimi trent'anni, vediamo ora quali sono state le risposte pastorali ai problemi emersi.

la rievangelizzazione

La linea che si è imposta è stata quella della rievangelizzazione.
Giovanni Paolo II ha interpretato questa prospettiva attraverso il carisma mediatico, grazie alla sua forte personalità, con un "surriscaldamento" carismatico del ministero petrino. Con Benedetto XVI si è avuto invece un "raffreddamento" carismatico, sia per la personalità diversa da quella prorompente di Wojtyla, sia perché, e a ragion veduta, si ritiene che un surriscaldamento carismatico non faccia bene, sul lungo periodo, alla Chiesa e al ministero petrino. Tuttavia la risposta che Benedetto XVI dà nel suo magistero, pur individuando importanti crinali, è, a mio avviso, una risposta troppo di testa e quindi ancora novecentesca. Ratzinger, del resto, è stato un grande professore, che ancora scrive libri, come quello su Gesù, frutto della sua ricerca di studioso.

I crinali interessanti di Benedetto XVI

È importante avere affermato che la fede non è politica, e che non va strumentalizzata politicamente.
Come pure è interessante la risposta di Ratzinger al post-moderno, analoga a quella sviluppata da un filosofo tedesco laico, Habermas. Rispetto al post-moderno, che è una ripresa dello scetticismo moderno, Habermas sostiene che bisogna far ricorso ad una razionalità aperta, alla razionalità kantiana. Ratzinger, anche dialogando con Habermas, sta tentando di compiere un'operazione analoga nell'ambito del pensiero cattolico.
Da questo punto di vista, a mio modo di vedere, la beatificazione di Rosmini è sino ad ora l'atto più importante del pontificato di Benedetto XVI. È bene ricordare a questo proposito che Rosmini è stato un profondo segno di contraddizione nella Chiesa, non solo per la sua famosa opera sulle cinque piaghe, ma anche per la sua stessa filosofia.
Un altro punto importante del magistero di Ratzinger è stato il voler riaffermare in modo molto netto l'insegnamento sociale della Chiesa, come resistenza al neo-liberalismo. Anche la prossima beatificazione di Toniolo va letta in questo senso.

una risposta troppo novecentesca

Tuttavia, questi aspetti, che mi sembrano importanti e che offrono spunti positivi nel confronto con il contesto storico in cui viviamo, hanno il limite di costituire una risposta troppo di testa, troppo ancora novecentesca, e presentano il rischio di rendere in qualche modo incomprensibile nei suoi veri snodi il magistero di questo papa, e di renderlo facilmente deformabile nel senso di un cristianesimo integralista antimoderno.

due modelli di rievangelizzazione

In Italia abbiamo avuto, sul piano pastorale, due grandi mediazioni del progetto di rievangelizzazione: la prima negli anni 1980-85, quella del modello comunitario meridionale, e la seconda dal 1991al 2007, quella del modello centralista ruiniano.
Vediamo quali sono le caratteristiche di questi due modelli, che cercano entrambi di rispondere alle sfide del mondo contemporaneo.

il modello comunitario meridionale (1980-1985)

Gli anni 80-85 sono quelli segnati dalla presidenza del cardinal Ballestrero alla Conferenza episcopale italiana e dal piano pastorale Comunione e comunità.
In questo piano pastorale si diceva che lo snodo fondamentale è la relazione personale. Di conseguenza sono centrali la corresponsabilità dei laici (ecco perché il titolo di "Comunione e comunità") e una ecclesiologia eucaristica, che fonda una spiritualità per la comunione, oltre ogni nostalgia di cristianità. Sempre in questo contesto si affermava l'idea di ripartire dagli ultimi, dai poveri e dagli emarginati. Con i poveri e gli emarginati, si diceva in un famoso documento della Cei di quegli anni, recupereremo un genere diverso di vita. E si parlava poi ancora di riconciliazione cristiana e di comunità degli uomini, tema del convegno di Loreto della Chiesa italiana, che già indicava la prospettiva di far crescere la soggettività solidale nel tessuto sociale, per far fronte all'individualismo che stava montando.
Chiamo questo modello "meridionale" perché in quegli anni per la prima volta nella storia italiana la Chiesa meridionale ha espresso figure di pastori ed ha prodotto esperienze pastorali che hanno avuto un rilievo nazionale, e che hanno rappresentato molto bene il modello di comunione e comunità.
Una figura di rilievo è stata quella di un vescovo pugliese, che ho conosciuto, monsignor Tonino Bello, il quale in una riflessione rivolta alla sua diocesi, dopo il convegno di Loreto (quindi siamo nell'85), indicava un certo modello di Chiesa, quello che ho chiamato modello comunitario meridionale:

"Una Chiesa povera, semplice, mite, che sperimenta il travaglio umanissimo della perplessità. Che condivide con i comuni mortali la più lancinante delle loro sofferenze, quella dell'insicurezza. Una chiesa sicura solo del suo Signore, e per il resto, debole. Ma non per tattica, bensì per programma, per scelta, per vocazione. Non una Chiesa arrogante che ricompatta la gente, che vuole rivincite, che attende il turno per le sue rivalse temporali, che fa ostentazioni muscolari col cipiglio dei culturisti. Ma una Chiesa riservata, che si fa compagna del mondo, che mangia il pane amaro del mondo. Che nella piazza del mondo non chiede spazi propri per potersi collocare, non chiede aree per la sua visibilità compatta e minacciosa così come avviene per i tifosi di calcio quando vanno in trasferta, a cui la città ospitante riserva un ampio settore dello stadio".

Questo modello, espresso in maniera sintetica, ma con grande efficacia, da don Tonino Bello, ha anche dei riflessi in alcune prese di posizione di tutti i vescovi italiani. Ad esempio, sulla scia di queste riflessioni, nel 1989 c'è il primo documento dell'intera storia della Chiesa italiana dedicato da tutti i vescovi alla questione del Mezzogiorno.
In quel documento dell'Episcopato italiano - "Chiesa italiana e Mezzogiorno: Sviluppo nella solidarietà" del 18 ottobre 1989 - si parla di una "ministerialità di servizio e di liberazione" e in questo contesto si sottolinea il ruolo dei laici:
Si afferma, al n. 9: "Bisogna moltiplicare i soggetti, i contenuti e gli spazi per una ministerialità di servizio e di liberazione. Ogni membro della Chiesa è partecipe del triplice ufficio, sacerdotale, profetico e regale di Gesù Cristo."
Più oltre, a proposito della parrocchia, al n 34, si dice: "Spazi per una ministerialità di liberazione, di promozione umana, di servizio, sono anzitutto le parrocchie. Bisogna che nasca una parrocchia comunità missionaria di credenti, che si ponga come soggetto sociale nel proprio territorio. Se la parrocchia è la Chiesa posta in mezzo alle case degli uomini, essa vive e opera profondamente inserita nella società umana e intimamente solidale con le sue aspirazioni e i suoi drammi."
Potremmo riassumere che si tratta di una pastorale di liberazione, in cui le comunità parrocchiali sono poste al centro, puntando molto sulla corresponsabilità dei laici.

i segni della crisi

Che fossero già chiari i rischi che si profilavano all'orizzonte, lo si può vedere in un seminario di studio che è stato promosso dalla diocesi di Benevento nel 1990, l'anno successivo al documento della CEI.
Vi leggo due delle riflessioni presentate in quel seminario, i cui atti sono stati pubblicati.
"In sostanza - si dice in una delle relazioni del seminario - ci si aspetta non che la Chiesa formuli suggerimenti e proposte, la cui validità qui non si discute, per la risoluzione della questione meridionale come degli altri problemi della nostra società, ma bensì che la Chiesa incarni e testimoni sempre più credibilmente ed efficacemente quello che costituisce la sua missione primaria ed esclusiva, l'annuncio missionario e profetico del vangelo. Solo questo può andare al nocciolo della questione, che è il cuore dell'uomo, e di cui le strutture esterne di sopraffazione e di violenza ed ingiustizia non sono che la conseguenza."
E prosegue: "È importante non dimenticare il Concilio Vaticano II. Oggi, tramontata la stagione dei grandi entusiasmi e delle febbrili esperienze innovative postconciliari, i cristiani sono chiamati a ricostruire la Chiesa nella quotidianità della ordinarietà dell'impegno ecclesiale secondo gli insegnamenti e le direttive del Concilio e del magistero pontificio. Ma le difficoltà, le resistenze, le contraddizioni non mancano. Finito il vecchio clericalismo, accomodante e paternalistico, se ne va affermando uno nuovo, ammantato di forme moderne e manageriali, quanto mai secolarizzato nelle forme e nella sostanza, ma assai più duro e chiuso di quello antico."
Siamo nel 1990, i partiti sono ancora quelli della prima repubblica, Berlusconi non è ancora un leader politico, né Forza Italia è nata. Eppure in un'altra riflessione di questo seminario si dice:
"C'è un duplice pericolo. Da una parte una forma di etnicismo, di nativismo, che noi vediamo rifiorire nelle varie leghe lombarde, venete, piemontesi, fino a punte di razzismo. La riscoperta delle proprie radici porta a una chiusura verso gli altri. E dall'altra il fenomeno opposto, quello di adeguarsi e di abbracciare il moderno in versione berlusconiana, dimenticando tutta l'elaborazione storico-culturale che ci veniva dalla nostra particolarità."
Ci si riferiva evidentemente non alla realtà politica ma al modello televisivo, alla neo-televisione. I due pericoli individuati sono da una parte l'ansia da deficit di identità che porta a un eccesso di legittima difesa, di chiusura e di perdita dell'orizzonte universalistico, dall'altra un adeguarsi alla modernità nel segno della quadriga trionfante (ricchezza, sesso, potere, apparire mediatico)
La prospettiva proposta è quella di una chiesa conciliare di popolo ("Comunione e comunità"), in cui valorizzare la relazione, in una ministerialità di liberazione.

il modello centralista ruiniano (1991-2007)

Ma questo modello fu bloccato da Giovanni Paolo II, che non conosceva l'Italia e che ragionava secondo la prospettiva della sfida del comunismo, i cui regimi non erano ancora crollati. Di conseguenza in Italia la prospettiva del modello comunitario fu abbandonata dopo pochi anni. A questo modello se ne sostituì un altro, radicalmente diverso, sicuramente opposto rispetto a quel brano prima presentato di don Tonino Bello.
Si tratta del modello centralista, guidato e incarnato da Ruini per un lungo periodo, dal 1991 al 2007, che, a differenza del primo, troppo presto bloccato, ha potuto dispiegarsi pienamente.
Questo modello si basa sull'idea di fondo che ci si trovi di fronte a un totalitarismo relativista, che richiede, come risposta, un totalitarismo ecclesiale.
In qualche modo si tratta ancora di una lotta ideologica. Come nel '900 contro il totalitarismo ateo, comunista o nazista o fascista, oggi, contro il totalitarismo relativista, la Chiesa deve di nuovo centralizzare, compattare le fila, serrare i ranghi per una lotta ideologica. Naturalmente questa impostazione diminuisce in modo drastico l'autonomia del laicato e provoca anche un forte deficit della collegialità episcopale. Collegialità episcopale ed autonomia del laicato, infatti, vanno sempre insieme. Quando c'è collegialità episcopale cresce anche il laicato. Ma se il laicato è marginalizzato anche i vescovi nel loro complesso sono marginalizzati, proprio a causa della centralizzazione ai vertici della Conferenza episcopale.
Certo nelle singole diocesi ogni vescovo cerca di fare quello che ritiene giusto e quindi in molte diocesi si continua a perseguire una linea diversa, sia nel sud, dove tanti vescovi continuano, anzi accentuano la lotta alla mafia, sia al nord (si pensi al cardinal Martini a Milano, ecc.). Complessivamente però nella Chiesa italiana, nella leadership della Chiesa italiana, la prospettiva pastorale è stata quella del modello centralista ruiniano.

Con la fine del sistema politico della cosiddetta prima repubblica, con la scomparsa della Democrazia Cristiana, si ha paura che i cattolici, dividendosi sul piano politico, provochino delle divisioni anche in seno alla Chiesa, una frammentazione all'interno della comunità. Per evitare questo, la via scelta è stata quella di un nuovo temporalismo (non di tipo politico, ma di tipo sociale), cioè di una politicizzazione, di fatto, dei vertici della Conferenza episcopale italiana, con un presenzialismo mediatico diretto. La Chiesa diventa soggetto sociale, un soggetto che mostra i muscoli, che vuole essere visibile in grandi adunate, in grandi momenti di massa, per affermare una prospettiva di potere temporale nella società. È il modello del movimentismo, che dà cioè molto spazio ai movimenti.
Secondo questo modello i cattolici devono anzitutto occuparsi degli interessi cattolici: delle scuole cattoliche, degli ospedali cattolici, dell'8 per mille, dell'insegnamento della religione nella scuola... Non devono cioè anzitutto preoccuparsi del bene comune, come era avvenuto nel momento di redigere la costituzione e come era nelle indicazioni del Concilio, ma devono mettere al primo posto la difesa e la promozione degli interessi cattolici.
Il modello movimentista ai attua poi nell'uso della piazza. Si pensi ad esempio al Family Day.
L'idea centrale sottesa a questa visione è quella del cristianesimo come religione civile nazionale, come religione politica identitaria. In questa prospettiva non è tanto importante sentirsi membro della comunità cristiana, partecipare alla liturgia, compiere cammini di formazione, o vivere la morale cattolica, l'importante è riconoscere nel cristianesimo la religione civile degli italiani, l'identità degli italiani. Saranno eventualmente le diocesi e le parrocchie a preoccuparsi poi della vita liturgica e spirituale più profonda, ma quello che soprattutto conta è la visione ideologico-identitaria. In quest'ottica i parametri per valutare il buon andamento delle cose sono quanti studenti scelgono di avvalersi dell'ora di religione, quanti firmano per l'8 per mille, oppure quanti seguono le indicazioni nel referendum sulla fecondazione assistita. Si tratta di parametri ideologico-identitari. La frequenza ai sacramenti, la qualità liturgica della messa, il nerbo della vita spirituale dei laici, e così via, sono dimensioni mai esplicitamente negate, ovviamente, ma ritenute inconsistenti, lasciate sullo sfondo, delegate all'Azione cattolica o alle parrocchie.
Questa adesione ideologico-identitaria al cattolicesimo viene rubricata come cultura in senso umano, antropologico, e conseguentemente il progetto pastorale diventa un progetto culturale. Questa prospettiva, molto pensata, ha una sua grandiosità ed indica una sorta di volontà di potenza ecclesiale. È l'affermarsi della concezione di una chiesa forte, radicalmente diversa da quella di una chiesa debole proposta da don Tonino Bello.
Potremmo parlare di un rovesciamento nichilistico del nichilismo. Di fronte al nichilismo, si risponde con un altro nichilismo per rovesciarlo e riprendere la leadership. Questa è stata l'idea, a mio modo di vedere, del modello centralista ruiniano.

un presupposto errato

Questa prospettiva però si basava su di un presupposto errato. Infatti il nichilismo neo-liberale non è un'ideologia totalitaria a cui si possa rispondere con un altro totalitarismo, quello ecclesiastico. Il neo-liberalismo o il nichilismo neo-liberale è invece la frantumazione di tutti i totalitarismi. Il nichilismo neo-liberale, affermatosi dopo il secolo breve dei totalitarismi, è un nichilismo post-ideologico, che opera la frantumazione di tutte le idee totali. Per questa ragione ha frantumato e metabolizzato anche il totalitarismo ecclesiastico del progetto ruiniano. E lo ha fatto non opponendosi, ma interpretandolo come una lobby, come una delle tante lobby, quella degli interessi cattolici. In questo modo lo ha gestito e digerito. Vi interessa il sostegno alle scuole cattoliche? Vi diamo i soldi per le scuole cattoliche. Volete che il cattolicesimo sia la religione civile degli italiani? Benissimo, ancor più in una prospettiva di scontro di civiltà, che alcuni - basti leggere i libri di Pera - sostengono in questo periodo. Il cristianesimo va bene come ideologia identitaria, va bene come religione civile, purché naturalmente non intacchi il materialismo pratico dei vissuti individuali. Se infatti, come è accaduto in questi giorni, si critica il materialismo pratico delle condotte individuali, si è tacciati di moralismo, di puritanismo, di cattolicesimo reazionario sessuofobico.
Il cristianesimo come religione civile è utile nel difendere il crocifisso negli spazi pubblici, è utile nel difendere il presepe nelle scuole dove ci sono scolari islamici... Però nel contempo questo tipo di cristianesimo convive con l'affermazione del materialismo pratico, con la quadriga trionfante di cui parlavamo prima, convive con quello che, qualche giorno fa, il cardinal Bagnasco, aprendo il Consiglio permanente della Cei, ha definito il disastro antropologico.

un grande fallimento pastorale

Il disastro antropologico non nasce improvvisamente, ma ha una storia. Abbiamo visto che a Benevento già nel 1990 si erano accorti di questo disastro, della crescente desertificazione spirituale. Per chiamare le cose con il loro nome si deve riconoscere l'esistenza di un grande fallimento pastorale in Italia, in particolare tra il 2001 e il 2007. Se la comunità ecclesiale fosse abituata a fare delle verifiche, cosa che purtroppo non avviene soprattutto ai livelli più alti, non potrebbe non riconoscere il fallimento.
Questo disastro e questo fallimento pastorale risultano dal fatto che non si è aperto un divario tra la chiesa comunità che annuncia il vangelo da una parte, e il materialismo pratico, senza chiesa e senza vangelo, dall'altra. Il divario che si è progressivamente aperto è tra una chiesa senza vangelo, o dove il vangelo diventa secondario, e una realtà che parla del vangelo ma non crede più alla chiesa, cioè dove la chiesa ha perso credibilità. Quindi un divario tra una chiesa senza vangelo e un vangelo senza chiesa.
Naturalmente è un divario tendenziale, che riguarda la realtà italiana nel suo complesso, con eccezioni a livello diocesano e parrocchiale. Ci sono singole diocesi o singole parrocchie che hanno contrastato la tendenza a ridurre il cristianesimo a religione civile, ad anteporre gli interessi della chiesa al bene comune, a proporre la visione di una chiesa forte, ma in generale non è avvenuto così.

verso un nuovo modello pastorale

In questi ultimi anni siamo in presenza di un nuovo cambiamento a livello mondiale. La presidenza di Obama negli Stati Uniti d'America ha rappresentato una svolta rispetto al modello incarnato da Reagan e dai Bush padre e figlio. La crisi economica mondiale poi ha fatto fallire le false sicurezze del neo-liberalismo del "mercato che si autoregola", del "profitto come variabile indiscutibile". Ci troviamo di fronte con molta probabilità a un passaggio storico periodizzante, cioè stiamo vivendo un momento di svolta dopo trent'anni di trionfo di nichilismo neo-liberale.
Sta emergendo, sia pure con fatica, un nuovo paradigma pastorale, che affronti insieme il problema primo (come rendere pronunciabile la buona notizia delle beatitudini in un contesto di trionfante materialismo pratico) e i problemi secondi (dal ministero femminile alla pastorale dei divorziati), in modo che il problema primo acquisti la concretezza esistenziale dei problemi secondi e i problemi secondi siano colti nell'orizzonte si senso del problema primo.

ripresa del concilio

La prima cosa da fare è riprendere la linea pastorale indicata dal Concilio, come quella enunciata dalla Lumen Gentium al n. 8:
"Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo « che era di condizione divina... spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo » (Fil 2,6-7) e per noi «da ricco che era si fece povero» (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l'umiltà e l'abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre «ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito» (Lc 4,18), «a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d'affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l'immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo."
Il testo prosegue affermando che la chiesa ha bisogno di rinnovarsi continuamente, di essere "semper reformanda": "la Chiesa, che comprende nel suo seno peccatori ed è perciò santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, avanza continuamente per il cammino della penitenza e del rinnovamento"
Nella recezione del Concilio Vaticano II è successo quanto era capitato anche nella recezione del concilio di Trento: ad un iniziale entusiasmo e fervore è seguita una fase di stanca, prima di una nuova ripresa ad opera di vescovi, di preti, di laici.
C'è stato un grande entusiasmo nel periodo immediatamente successivo al Vaticano II, poi la polvere si è via via accumulata avvolgendo il magistero conciliare in invisibili catene. Dobbiamo oggi nuovamente scatenare nelle nostre comunità il concilio, il grande dono dello Spirito alla chiesa contemporanea. Non esistono altre vie pastorali.

ricollocare al centro la relazione

C'è poi la necessità di portare la relazione, la relazione interpersonale, la relazione umana, nell'approccio troppo di testa, cognitivo, di Benedetto XVI.
Le giuste intuizioni di Benedetto XVI, proprio perché troppo di testa, troppo ancorate al '900, hanno bisogno di essere mediate con la rivalutazione della relazione.
È quanto i vescovi italiani hanno fatto nella nota pastorale dopo il congresso ecclesiale di Verona del 2006, affermando che: "occorre impegnarsi in un cantiere di rinnovamento pastorale. Le prospettive verso cui muoversi riguardano la centralità della persona e della vita, la qualità delle relazioni all'interno della comunità, le forme della corresponsabilità missionaria e dell'integrazione tra le dimensioni della pastorale, così come tra le diverse soggettività, realtà e strutture ecclesiali."
In questa nota si parla della persona come cuore della pastorale, della cura delle relazioni nella triade "corresponsabilità, collaborazione, cura", della "corresponsabilità esigente come via di comunione". Non si nega l'esistenza di difficoltà, non si nega che nel passato recente non si è vissuta dappertutto una stagione felice, e si indica una prospettiva che riprende almeno alcuni aspetti del modello comunitario meridionale dell'80-85, come quello di una pastorale di liberazione.
È interessante rilevare che lo scorso anno, a vent'anni dal primo documento dedicato alla chiesa del Mezzogiorno, quello del 1989, i vescovi italiani ne hanno redatto un secondo, ("Per un paese solidale. Chiesa Italiana e Mezzogiorno"). È un vero peccato che questo documento sia stato poco letto e discusso nel nord dell'Italia, perché contiene delle indicazioni pastorali che valgono per tutti.
Ad esempio, si afferma al n. 4: "Il vangelo ci indica la via del buon samaritano. Per i discepoli di Cristo la scelta preferenziale per i poveri significa aprirsi con generosità alla forza di libertà e di liberazione che lo Spirito continuamente ci dona nella Parola e nell'Eucarestia."
E ancora al n. 19: "Per le comunità cristiane (per tutte le comunità cristiane!) e per i singoli fedeli un atteggiamento costruttivo rappresenta lo spazio spirituale entro cui progettare e attivare ogni iniziativa pastorale per crescere nella speranza." cioè "Svelare la verità di un disordine abilmente celato e saturo di complicità." Vale a dire non bisogna avere paura di svelare l'ipocrisia del materialismo pratico e di chiamare le cose per come sono. Altrimenti siamo complici. E poi "Far conoscere la sofferenza degli emarginati e degli indifesi, annunciando ai poveri in nome di Dio e della sua giustizia che un mutamento è possibile. Tutto questo è uno stile profetico che aiuta a sperare."
Questo è un documento di tutti i vescovi italiani.
I vescovi hanno recentemente indicato gli orientamenti per i prossimi dieci anni mettendo al centro di tutto l'educazione. Si tratta di un documento (Educare alla vita buona del Vangelo) un po' generico che si limita a fornire un inventario di problemi, che dovranno essere via via affrontati. Questi orientamenti sono aperti ad una pluralità di sbocchi, ma potrebbero anche prendere la strada della centralità della evangelizzazione del popolo, di una chiesa cioè che rimette al centro il vangelo.

autonomia dei laici, corresponsabilità laicale e unità pastorali

Nel riposizionare al centro il vangelo molti sono i problemi irrisolti da affrontare come quello della autonomia laicale. Ma l'autonomia dei laici, oggi ancor più necessaria, in presenza di una costante diminuzione e invecchiamento del clero, non si improvvisa.
Qualche volta mi sento dire da qualche prete o da qualche vescovo che i laici, anche nel caso si chieda loro se abbiano qualcosa da dire, rimangono sempre muti. Non è evidentemente questa l'autonomia laicale, non si tratta di una concessione di libertà di parola. Autonomia dei laici e libertà di parola sono obiettivi pastorali alti nella chiesa e occorre impegnarsi molto per perseguirli.
Il vescovo e il parroco devono davvero volere una chiesa in cui i laici siano autonomi e abbiano libertà di parola.
La centralità della chiesa territoriale, cioè della parrocchia, oggi, per necessità, assume il volto delle unità pastorali che comprendono più parrocchie. Già anni fa il cardinal Martini sosteneva che occorresse fare per scelta quello che altrimenti si sarà costretti a fare per necessità.
Se è vero che si tratta di una prospettiva ineludibile, è altresì importante il modo in cui la si persegue. Assemblare più parrocchie in comunità pastorali può avere dei rischi, può aumentare la distanza tra i pastori e i fedeli, può favorire il sorgere di un nuovo clericalismo di tipo manageriale. Senza corresponsabilità laicale, senza una forte crescita del laicato, le comunità pastorali possono incorrere in rischi di involuzione.

spiritualismo pratico

Tutto questo, a mio modo di vedere, deve favorire lo sviluppo di uno spiritualismo pratico, l'emersione cioè della dimensione spirituale nella concretezza della vita, la testimonianza che la dimensione spirituale fa parte della verità dell'uomo ed è importante.
Nel documento prima citato "Per un paese solidale, chiesa italiana e Mezzogiorno", al n. 17, c'è un passaggio a questo proposito che spiega bene quello che cerco di dire: "Il Mezzogiorno (però noi possiamo dire: l'Italia) può diventare un laboratorio in cui esercitare un modo di pensare diverso rispetto ai modelli che i processi di modernizzazione spesso hanno prodotto, cioè la capacità di guardare al versante invisibile della realtà e di restare ancorati al risvolto radicale di ciò che conosciamo e facciamo (insomma le beatitudini, il radicalismo evangelico): al gratuito e persino al grazioso, e non solo all'utile e a ciò che conviene;" (Il materialismo pratico e il suo utilitarismo si contrastano facendo emergere la bellezza di uno spiritualismo, e anche l'importanza nella vita di cose che non sono solo utili, ma anche gratuite) "al bello e persino al meraviglioso, e non solo al gusto e a ciò che piace, alla giustizia e persino alla santità, e non solo alla convenienza e all'opportunità (opportunismo potremmo dire)".
Nel percorrere la via di questo spiritualismo pratico dobbiamo farci carico dei problemi secondi, delle energie delle soggettività, volgendo l'individualismo in cui potrebbero manifestarsi in personalismo, cioè in una soggettività ricca di relazioni.
All'orizzonte si può scorgere un personalismo escatologico, una soggettività intessuta di relazioni e aperta al futuro ultimo dell'uomo e del mondo, sempre in cammino verso il Regno che viene.
In questa prospettiva concludo con un pensiero del papa Benedetto XVI espresso nell'enciclica sulla speranza: "Le nostre esistenze sono in profonda comunione tra loro, mediante molteplici interazioni sono concatenate l'una con l'altra, nessuno vive da solo, nessuno pecca da solo, nessuno viene salvato da solo. Continuamente entra nella mia vita quella degli altri, ciò che penso, dico, faccio, opero. E viceversa la mia vita entra in quella degli altri, nel male come nel bene."

Dibattito

risposte alle domande

Le altre chiese potrebbero venirci in aiuto per affrontare il "disastro antropologico"?

A proposito dell'aiuto che può venirci dalle altre chiese nel mondo, dalle chiese giovani, che vivono altre esperienze, ritengo importante che ci sia una comunione, uno scambio, ma in entrambi i sensi, sia nel dare che nel ricevere. Penso anche che ci siano sfide specifiche delle nostre società secolarizzate, scristianizzate, che dobbiamo affrontare e non fuggire. Non dobbiamo crearci alibi per non assumerci le nostre responsabilità. Noi saremo giudicati per questo pezzo di storia della salvezza che è affidato alle nostre mani, alle nostre intelligenze, ai nostri cuori di uomini e donne di questo secolo, in questo contesto. Non possiamo odiare questo tempo, lo dobbiamo amare. Certo, non nascondendoci i mali che ci sono, ma sentendoli come nostri personali dolori, come piaghe dentro di noi. Solo se riusciremo a sentirli in questo modo forse potremo cercare anche di trasformare il male in bene. E rispondere comunque al male con il bene.

Le unità pastorali e la lavanda dei piedi

Alla richiesta di ulteriori indicazioni sulle unità pastorali, rispondo che, pur con le loro attuali fragilità, una grande risorsa possano essere le famiglie. La parrocchia (o unità pastorale) deve essere una famiglia di famiglie. Non si tratta di uno slogan. Se una comunità pastorale è una vera famiglia di tutte le famiglie, allora non è clericale.
C'è un direttorio di pastorale familiare della Chiesa italiana, che parla di vangelo della famiglia, in due movimenti, di andata e ritorno. Il primo movimento è quello in cui la comunità parrocchiale annuncia, alla famiglia che si sta formando, che la famiglia è una piccola chiesa.
Però il direttorio dice che non basta considerare la famiglia come destinataria, come oggetto, di un'azione pastorale, ma che c'è anche il movimento di ritorno, in cui la famiglia diventa soggetto e dice alla parrocchia (o all'unità pastorale): tu sei famiglia di famiglie.
Questo sta a significare che tutti gli aspetti che rientrano nella normalità della vita familiare (clima di accoglienza, ascolto, perdono, sopportazione, dialogo...), indispensabili perché la famiglia non entri in crisi, sono anche caratteristiche della parrocchia. Una parrocchia famiglia di famiglie è una parrocchia in cui c'è un clima di accoglienza, di ascolto, di perdono, di sopportazione, di dialogo...
Le famiglie hanno molto da dire. Per delle coppie cristiane, per noi laici, il vissuto familiare è vissuto eucaristico.
Nel vangelo di Giovanni, il più eucaristico, non abbiamo il racconto dell'istituzione dell'eucaristia, ma la lavanda dei piedi, che è un altro modo di dire l'eucaristia.
Mi sono chiesto se in vita mia avessi mai lavato i piedi a qualcuno, e allora ho pensato alla cura che ho avuto per i miei figli, anche lavandoli, e poi per mia madre anziana e malata, che i miei fratelli ed io lavavamo e massaggiavamo... Questo è vissuto eucaristico nelle nostre famiglie. Dobbiamo avere occhi puri e limpidi per vederlo e poi, con mitezza e forza, trasferirlo nella comunità parrocchiale o pastorale.
Questa è la condizione per evitare che si perpetuino le spirali negative del clericalismo.
Nelle parrocchie e nelle unità pastorali occorre trovare un modello di ripartizione dei pesi, di corresponsabilità. Nelle nostre parrocchie c'è ancora molto clericalismo, cioè dipendenza del laicato dal clero. La risposta non è l'indipendenza del laicato, ma l'interdipendenza. È il Concilio Vaticano II che ci dà l'indicazione di marcia, quando parla del sacerdozio ministeriale dei preti e del sacerdozio comune di tutti i battezzati come dipendenti l'uno dall'altro, cioè interdipendenti.

escatologismo e vangelo

Forse ho dato l'impressione di essere pessimista. Penso che il cristiano non debba essere né pessimista né ottimista, ma credente. Il problema sta forse nel fatto che non crediamo davvero al vangelo, e prendere sul serio il vangelo è la cosa essenziale.
A proposito dell'escatologismo, non voglio presentarvi un escatologismo monastico, perché il laico vice nel mondo, hic et nunc, qui ed ora. Ma, come si dice nel canone primo della messa ( ti preghiamo o Signore che questa offerta per le mani del tuo angelo santo sia portata nella tua maestà divina, cioè nella grande liturgia del cielo...), deve avere il senso della grande liturgia, avere presente il cielo. E lo può fare solo prendendo sul serio il vangelo.
Ricordo che, quando lavoravo nella diocesi di Lecce come incaricato della pastorale della pace (lì ho conosciuto don Tonino Bello) e facevo incontri come questo, gli ascoltatori non battevano ciglio quando parlavo del parto verginale di Maria. Quando però affrontavo il discorso della montagna (porgi l'altra guancia, ama il tuo nemico...), allora l'accettazione diventava molto più problematica, si cominciava a parlare di necessaria prudenza... Come se la prudenza fosse la capacità di sgattaiolare via dal vangelo e non invece quella virtù che ci insegna come vivere il vangelo hic et nunc.

il problema del cristianesimo siamo noi cristiani

Apologo finale. Nel '600 Galileo, avendo inventato il cannocchiale, scoprì che la superficie della luna era aspra e contorta, con dirupi, monti e valli, in contrasto con le visioni cosmologiche legate alla teologia dell'epoca, secondo cui i corpi celesti dovevano essere perfettamente sferici. Allora uno dei più dotti professori di università dell'epoca, un gesuita del Collegio romano, l'attuale università gregoriana, padre Clavio, trovò la soluzione: Galileo Galilei ha descritto la superficie della luna come aspra e frastagliata, ma attorno alla luna c'è una sfera di cristallo trasparente, che lui non può vedere, che rende la luna liscia e perfettamente sferica.
La stessa cosa facciamo noi con il discorso della montagna: porgi l'altra guancia, ama il tuo nemico... Il discorso è chiarissimo. Ma noi gli mettiamo attorno una bella sfera di cristallo e lo facciamo tornare liscio e comodo, disinnescando la forza di libertà e di liberazione che è il vangelo. È questo il problema. Il problema del cristianesimo siamo noi cristiani.

un breve riassunto

Oggi stanno riemergendo con forza dinamiche storiche già presenti prima del Novecento, secolo contrassegnato dai totalitarismi.
L'ascesa delle borghesie nel corso dell'Ottocento, con l'affermazione del capitalismo industriale e del liberalismo, ha avuto dei risvolti sul piano dei costumi, della vita sociale e della mentalità. Accanto ad indubbi aspetti positivi, ha preso avvio un fortissimo individualismo e una mentalità utilitaristica diffusa, con conseguenze sul piano della religiosità e della vita dei laici credenti.
Con l'imporsi dei totalitarismi nel corso del Novecento (comunismo e nazifascismo) la sfida al Cristianesimo viene portata a livello della ideologia. Per i cattolici e per la chiesa, nonostante il materialismo pratico continui ad affermarsi e a diffondersi, il problema fondamentale diventa quello di difendersi dai totalitarismi, dal loro materialismo teorico sia nella forma di ateismo di stato che in quella della religione politica neopagana propria del fascismo e del nazismo. La chiesa si vive come esercito schierato in campo. I cattolici si definiscono (cresima) soldati di Cristo, cantano "Qual falange di Cristo redentore, la gioventù cattolica è in cammino...". La Chiesa così reagisce con una ecclesiologia da cittadella assediata, tesa a serrare le fila per combattere e innalzare bastioni.
Il Concilio Vaticano II (1962-1965), il grande dono dello Spirito alla Chiesa, fa opera di discernimento. Riconosce il problema dei totalitarismi e dell'ateismo teorico, e ne parla, ma, profeticamente, riesce ad avere uno sguardo sul lungo periodo e a cogliere anche il problema del materialismo pratico che continua a persistere e a svilupparsi.
Con il crollo del comunismo nell'Europa orientale, chiusa la parentesi dei totalitarismi, riemergono in forma nuova molte delle dinamiche già presenti nell'Ottocento, con due processi che convergono e si rafforzano vicendevolmente.
Innanzitutto il trionfo del neo-liberalismo, con la sacralizzazione del mercato che si autoregola sulla base del principio del profitto, inteso come variabile assoluta e indiscutibile. L'altro processo è l'affermarsi di prospettive culturali post-moderne, contrassegnate dal nichilismo, dal non credere più in nessun valore. Questi due fattori, combinati, costituiscono l'alveo storico per l'emersione trionfale del materialismo pratico, proprio del nostro tempo, contrassegnato da ricchezza, potere, sesso e apparire mediatico.
È con questo contesto che noi cristiani dobbiamo confrontarci. Non è più il tempo di risposte ideologiche del tutto inefficaci.
C'è un problema primo da affrontare rispetto al trionfante materialismo pratico e cioè l'impronunciabilità, come comunità cristiana, delle beatitudini evangeliche, del Dio di Gesù Cristo. Ci sono poi una serie di problemi secondi derivanti dall'esplosione della soggettività (ministerialità femminile, clericalismo, pastorale dei divorziati risposati, celibato dei preti, morale sessuale...)
Sia il problema primo che i problemi secondi sono veri problemi e vanno congiuntamente affrontati nella logica non dell'aut-aut, ma dell'et-et.
Nel rispondere a questi problemi la linea che si è imposta nella chiesa cattolica è stata quella della ri-evangelizzazione, che si è espressa in due diversi modelli.
Il modello comunitario meridionale (1980-85) mette al centro la relazione personale, la corresponsabilità dei laici, una visione eucaristica di chiesa, l'idea di ripartire dagli ultimi e di far crescere la soggettività solidale nel tessuto sociale per far fronte al crescente individualismo. Una presentazione esemplare di questo modello meridionale è di don Tonino Bello: "Una Chiesa povera, semplice, mite, che sperimenta il travaglio umanissimo della perplessità. Che condivide con i comuni mortali la più lancinante delle loro sofferenze, quella dell'insicurezza. Una chiesa sicura solo del suo Signore, e per il resto, debole. Ma non per tattica, bensì per programma, per scelta, per vocazione. Non una Chiesa arrogante che ricompatta la gente, che vuole rivincite, che attende il turno per le sue rivalse temporali, che fa ostentazioni muscolari col cipiglio dei culturisti. Ma una Chiesa riservata, che si fa compagna del mondo, che mangia il pane amaro del mondo.".
A questo modello, bloccato da Giovanni Paolo II, succede un modello radicalmente diverso, quello del centralismo con Ruini (1991-2007). Si pensa di dover fronteggiare un totalitarismo relativista per mezzo di un contrapposto totalitarismo ecclesiale. È necessario nuovamente centralizzare, compattare le fila, serrare i ranghi per una lotta ideologica: ne fanno le spese la collegialità episcopale e l'autonomia del laicato.
Si assiste ad una politicizzazione dei vertici della conferenza episcopale italiana, con un presenzialismo mediatico diretto. La Chiesa, soggetto sociale, mostra i muscoli in grandi adunate in vista di una affermazione del proprio potere temporale nella società. I cattolici devono interessarsi non anzitutto del bene comune, ma degli interessi cattolici (scuole cattoliche, 8 per mille, insegnamento della religione...). Si dà grande spazio ai movimenti e all'uso delle piazze (Family Day). Il cristianesimo è pensato come religione civile nazionale, come religione politica identitaria. Importante non è partecipare alla vita della comunità cristiana o vivere secondo prospettive evangeliche, ma riconoscere il cristianesimo come religione civile degli italiani.
È la chiesa forte, non la chiesa debole di cui parlava don Tonino Bello.
Ma questa prospettiva partiva da un presupposto errato, perché il nichilismo neoliberale non è un'ideologia totalitaria: è la frantumazione di qualunque totalitarismo, di tutte le idee totali. Per questo ha frantumato anche il totalitarismo ecclesiastico del progetto ruiniano, accogliendolo come una delle tante lobby, quella degli interessi dei cattolici. Si concedono così finanziamenti alle scuole cattoliche, si accetta il cattolicesimo come religione civile, utile a fini identitari. Importante è che non si intacchi il materialismo pratico dei vissuti individuali, altrimenti si viene tacciati di moralismo o di puritanesimo. È il disastro antropologico, di cui parla Bagnasco, segno anche di un grande fallimento pastorale.
Il divario che oggi si è aperto non è tanto tra una Chiesa comunità che annuncia il vangelo e il materialismo pratico senza chiesa e senza vangelo. Il divario crescente è tra una chiesa senza vangelo, dove il vangelo diventa secondario, e una realtà che parla del vangelo ma non crede più alla Chiesa.
In questi ultimi anni siamo in presenza di un nuovo cambiamento a livello mondiale. L'ascesa di Obama e la crisi economica mondiale hanno fatto fallire le false sicurezze del neoliberismo, del mercato che si autoregola.
Sta emergendo, sia pure con incertezze, un nuovo paradigma pastorale, che tiene conto insieme del problema primo e dei problemi secondi.
Occorre riprendere anzitutto la linea pastorale indicata dal Concilio: una chiesa povera, una chiesa dei poveri, una chiesa che sempre si rinnova, ecclesia semper reformanda.
È poi importante ricollocare al centro il tema della relazione, ripensando la ministerialità laicale, l'autonomia dei laici, la centralità della chiesa territoriale.
Bisogna soprattutto far emergere nella concretezza della vita la dimensione spirituale, l'importanza non solo della utilità delle cose, ma della loro gratuità, con uno sguardo rivolto al futuro ultimo, in una prospettiva di personalismo escatologico, cioè di una soggettività intessuta di relazioni e sempre in cammino.

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