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Verbania Pallanza, 18 aprile 2009

Famiglia e trasmissione della fede

Vi ringrazio molto per l'invito, e anche per la vostra presenza, perché ritengo che l'esistenza in Italia di gruppi che pensano, che si interrogano, che si pongono dei problemi sia una cosa estremamente importante. Gruppi così vivaci sono un lievito che alimenta anche la ricerca della fede.
Il tema del mio intervento "famiglia e trasmissione della fede", come ogni tema del resto, lo si può guardare da molti punti di vista, analizzare sotto molti aspetti, e probabilmente ognuno di voi avrebbe un approccio diverso. Io l'ho affrontato con le mie sensazioni, sulla base della mia esperienza e delle mie riflessioni. E spero che il mio intervento possa incontrare le vostre attese, ma eventualmente, nella discussione lo si potrà anche riequilibrare.
In termini didattici, lo svilupperei partendo da tre grandi premesse (o, se preferite, sulla base di tre orizzonti), per poi svolgerlo in tre punti ed arrivare quindi a due brevi conclusioni.

Primo orizzonte: distinzione tra fede e religione

Nell'accostare il tema "famiglia e trasmissione della fede" occorre innanzitutto distinguere fede da religione. Distinzione non vuol dire separazione: fede e religione indubbiamente si incrociano, ma distinguerle è molto importante.
Per religione intendo quell'insieme di preghiere e di atti di culto per ottenere la salvezza. Diciamo che è, in qualche modo, il tentativo dell'uomo di impossessarsi di Dio, per renderlo servo del proprio io. Al centro non sta Dio, ma l'io. Dio diventa un oggetto, una cosa di cui mi servo per salvarmi: strumentalizzo Dio per la mia salvezza. Credo che sia una delle tentazioni più insidiose dell'uomo. Pensiamo alla religiosità greca e romana, in cui si facevano riti e sacrifici per poter avere una protezione, una benedizione. Quindi non vado a Dio per Iddio, vado a Dio per me. Questa è la religione. Non mi interessa Dio, mi interessa la mia salvezza. Anche i sacramenti a volte sono stati vissuti, o sono ancora vissuti, con questo connotato, di accaparramento di Dio per la propria salvezza, in modo particolare il battesimo.
La fede, all'opposto, non è cercare qualcosa per se stessi, ma mettersi a disposizione, è un'obbedienza al Signore. La fede non è chiedere a Dio che faccia la mia o la nostra volontà, ma è offrire la propria volontà a Dio, è la disponibilità ad accoglierlo. La fede è partecipare al progetto di Dio. O, meglio ancora, è conoscere, assumere, costruire il progetto di Dio nella storia del mondo. Quindi è il partecipare all'atto di liberazione, di salvezza del mondo intero. Al centro non c'è l'io, ma l'umanità, l'uomo.

Secondo orizzonte: la fine del regime di cristianità

Ve ne ha parlato anche il sociologo. Fino a pochi anni fa (in qualche luogo ancor oggi) tutto era cristiano. Si viveva in un mondo in cui tutte le strutture civili erano cristiane. Pensiamo alla biblioteca cattolica, al campo sportivo cattolico, alla banca cattolica, alla scuola cattolica (in un paese del mio vicentino, fino a qualche anno fa c'era ancora una bella scritta: "latteria cattolica"!). Tutto il mondo civile girava attorno alla Chiesa.
Invece nel regime di fine della cristianità assistiamo a due cambiamenti. Il primo è il fatto che le strutture civili sono diventate strutture laiche. Il che non significa antireligiose o anticristiane, ma semplicemente che riguardano non la religione, ma l'uomo, indipendentemente dalla sua religione o cultura. Quindi laicità intesa come realtà che ha come centro l'uomo, non in contrasto con la religione, ma semplicemente non allineata con nessuna religione.
Il secondo cambiamento è l'emergere del pluralismo: un pluralismo di idee, di religioni e di culture. Viviamo in una società pluralistica. Oggi non si nasce più cristiani, ma si diventa, o si può diventare, cristiani: è una scelta. Dice Enzo Bianchi che il regime di cristianità è finito, che siamo in una situazione nuova, che, ci piaccia o no, siamo una minoranza. E tutto questo non è negativo, ma è una grande premessa: finalmente si può essere cristiani senza essere costretti, si può essere discepoli del Signore per amore e libertà. È una delle più grandi grazie che l'uomo possa avere sotto il cielo, quella di poter essere cristiani senza essere condizionati dal mondo esterno, ma per libera scelta. Siamo ancora in cammino verso questa meta. E' vero che non siamo costretti da una volontà esterna, però non possiamo dire che sia una libera scelta quella del bambino che viene battezzato, e neanche quella di chi si accosta all'eucarestia e agli altri sacramenti a dieci, o anche a quattordici-quindici anni. A mio avviso, la libera scelta potrebbe esserci nel momento del matrimonio, sui 27-30 anni. Potrebbe esserci, dato che a volte, anche a quell'età, per vari motivi, alcuni lo celebrano più per la pressione interiore o esteriore della tradizione che non per una libera scelta. Comunque a mio avviso una libera scelta avverrà quando il battesimo non sarà più dei bambini, ma degli adulti. E sarà preceduto da un cammino simile a quello che viene fatto dai presbiteri per ricevere l'ordinazione presbiterale, se vogliamo credere che la vera svolta della nostra vita avviene nel battesimo. Come sappiamo, il sacramento dell'ordine è una specificazione del sacramento del battesimo. La Chiesa non dovrebbe ruotare attorno all'ordine, al presbiterato, ma dovrebbe ruotare attorno al battesimo, lì dove diventiamo un popolo sacerdotale.
Comunque sia, l'avvento della fine del regime di cristianità potrebbe essere visto in termini positivi come una grazia, perché finalmente si può essere discepoli del Signore per libera scelta e non perché costretti dall'ambiente esterno.

terzo orizzonte: far risorgere Dio

Il terzo orizzonte, che a me sta molto a cuore, è la domanda che oggi ci si pone riguardo a Dio. Scrivendo a un mio amico prete in occasione della Pasqua, gli dicevo come augurio: il nostro impegno è far risorgere Dio.
Far risorgere Dio significa far riscoprire chi è Dio. Perché la gente non pensa a Dio? È la domanda che sta tormentando la vita teologica e anche pastorale. È la domanda su cui vorrei confrontarmi anche con voi che siete abituati a riflettere, a pensare... Le risposte sono certamente varie. La mia risposta, in questo nostro contesto, è che Dio è stato visto, ed è ancora visto e annunciato, come limite della libertà dell'uomo, come limite della sua felicità.
In Inghilterra e in altri paesi, alcuni mesi fa, circolava un treno con la scritta "Dio probabilmente non esiste, goditi la vita". A mio avviso, il problema non è tanto la prima parte "Dio probabilmente non esiste", perché si può anche dubitare, dato che Dio non è evidente. Il problema è la seconda parte: "Goditi la vita", perché questo vuol dire che, se tu credi in Dio, non puoi godere la vita, che per godere la vita devi lasciar perdere Dio. Questo è il messaggio. E dobbiamo ammettere che l'idea che se si vuol essere felici, se si vuol godere la vita, si deve dimenticare Dio, è il frutto anche della nostra predicazione. Invece dobbiamo predicare per far risorgere Dio. Abbiamo predicato Dio come qualcosa di negativo, come qualcosa di deleterio per la nostra felicità, come nemico del piacere. Abbiamo parlato maggiormente di fede come rinuncia, come privazione, mortificazione, che non come proposta per vivere bene in questa vita. Ritengo che il grande passaggio a cui siamo chiamati (e qui ci giochiamo certamente il futuro dell'essere Chiesa e della nostra fede) è credere che Dio è venuto non perché ci guadagniamo un'altra vita, ma per rendere felice questa vita, e credere che la felicità sarà piena nell'altra. Non neghiamo l'altra vita, ma la vediamo come completamento di questa.
Se non riusciamo ad annunciare che Dio ama questa vita, questo presente, e vuole che che ci si realizzi in questo mondo, certamente Dio non potrà risorgere nelle coscienze delle persone, non potrà essere l'attrazione dei giovani, degli adulti, di noi uomini.
Alcuni anni fa, a Roma, lo studioso moralista spagnolo Fernando Savater (laico, non credente), presentando il libro di Flores D'Arcais "L'etica senza fede", faceva un'illuminante distinzione tra etica laica ed etica cristiana. Affermava che l'etica cristiana è l'etica orientata a fare in modo che l'uomo possa essere felice nell'aldilà, accettando di soffrire e di rinunciare nell'aldiqua, per godere nell'aldilà. Mentre, diceva, l'etica laica è una proposta per rendere felici gli uomini nell'aldiqua. Se non riusciamo ad annunciare che la proposta dell'etica cristiana, che la fede è un modo perché l'uomo sia felice anche nell'aldiqua, certamente non ci sarà una vera, autentica, trasmissione della fede.

1. il soggetto della trasmissione della fede

Primo punto: chi è il soggetto della trasmissione della fede, della iniziazione alla fede? Secondo gli orientamenti sia in campo nazionale, sia della mia diocesi di Vicenza, si dice che è la comunità cristiana, è la parrocchia il luogo ordinario e privilegiato della iniziazione cristiana. È il luogo dove si educa, si fa esperienza di vita, si celebrano i sacramenti. Ma si afferma anche che la comunità cristiana, senza un aggancio, un intreccio con le famiglie, è insufficiente a educare alla fede. Per cui se la comunità cristiana non ha questo grembo che sono le famiglie, non potrebbe trasmettere la fede con sufficiente validità. Da sempre i documenti, quindi, pur insistendo sul primato della comunità cristiana, parlano di com-primarietà della famiglia nell'ambito della educazione alla fede. Allora pongo delle domande. Questi documenti sembrerebbero suggerire che la possibilità di sopravvivere per la Chiesa dipenda quasi esclusivamente dalle famiglie-chiese domestiche, che la vita della Chiesa avrà un futuro se saprà appoggiarsi ad esse. Per alcuni, questo modo di pensare la famiglia come quella da cui dipende la sorte della Chiesa, sarebbe un modo per clericalizzare la famiglia stessa. Il cristianesimo diventerebbe una faccenda familiare, un po' privatizzata, che chiede ai genitori più di quanto essi possano dare. Il problema si pone. Mentre da un lato sembrerebbe che la famiglia sia il baluardo della Chiesa, dall'altro la famiglia sarebbe clericalizzata, quindi privata della sua densità umana, della proprietà di essere famiglia nell'amore, nelle relazioni, con il rischio di ridurre il cristianesimo ad un faccenda solo familiare, privata, senza un orizzonte pubblico, mondiale. Certamente c'è l'intreccio tra famiglia e chiesa, ma un intreccio che va posto in maniera giusta per non privare il cristianesimo della sua densità di testimonianza pubblica.

2. necessità e insufficienza della famiglia

Secondo punto: perché oggi viene invocata la famiglia nella iniziazione cristiana? Sappiamo che anche il Concilio parla con chiarezza a questo proposito, dicendo che i genitori cristiani, i coniugi cristiani sono cooperatori della grazia e testimoni della fede. In Lumen Gentium 41 si insiste perché i genitori siano loro a formare i figli alla fede, a favorire la loro vocazione cristiana. Però, come prima si accennava, pensare che sia la famiglia quella che dà il connotato alla fede, sembra voler dire che il mondo esterno o anche la chiesa nel suo insieme sono una realtà negativa, e che soltanto la famiglia sarebbe il mondo positivo. Sarebbe una visione manicheista, come direbbe Pier Angelo Sequeri, in cui tutto il bene è nella famiglia, tutto il male è all'esterno della famiglia stessa. Quindi, se è sbagliato l'antifamilismo, cioè essere contro la famiglia, o denigrare l'importanza della famiglia, non si può sostenere neppure il familismo. Non si può essere antifamilisti, ma neppure familisti ad oltranza. Possiamo salvare la famiglia, chiudendoci nella famiglia? Che cosa può dare la famiglia alla Chiesa e alla società e che cosa possono dare la Chiesa e la società per rafforzare e vitalizzare la famiglia? In che modo la famiglia può diventare un soggetto ecclesiale e anche un soggetto politico?
Quindi diciamo che se è giusto impegnare la famiglia perché diventi il luogo, poi vedremo come, della trasmissione della fede, dovremmo dire che non basta la famiglia. Almeno questo.

3. la famiglia luogo di trasmissione della fede

Terzo punto: come potrebbe la famiglia diventare luogo di trasmissione della fede?

suscitare domande

Un primo modo per educare alla fede non è trasmettere notizie o depositarle, ma ravvivare nei ragazzi le domande sul mondo, sul mistero, su Dio. Si educa alla fede più suscitando domande nei ragazzi che dando risposte. È un discorso importante e non sempre facile... Certamente il cammino della catechesi deve anche essere un cammino di ricerca delle risposte, ma è fondamentale che i ragazzi sostino sulle domande. Senza domande non vi saranno mai risposte autentiche e vere. Noi siamo stati educati ad avere delle risposte prima che sorgessero in noi delle domande. Abbiamo il disagio di sentirci già abitati da risposte senza aver avuto la sofferenza, l'intrigo, delle domande. Anche la gerarchia è più abituata alla necessità di dare risposte che a proporre interrogativi, in modo che i credenti pensino, cerchino, trovino le risposte. C'è la paura degli interrogativi, perché se le risposte non sono univoche si teme la confusione.
Conoscete probabilmente il messaggio di un laico, Gibran, che si rivolge ai genitori dicendo: "I vostri figli potete amarli, ma non costringerli ai vostri pensieri, perché essi hanno già i loro pensieri. Potete custodire i loro corpi, ma non le loro anime, poiché abitano case future che neppure in sogno potete visitare."
Educare, quindi, anche in campo di fede, non vuol dire depositare o trasmettere notizie, ma far sprigionare, schiudere quel fuoco, quel senso divino, spirituale, che ogni persona ha dentro di sé. Un bambino non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere, anche in campo di fede. Penso che la Chiesa, anche nella catechesi, dovrà fare ancora grandi passi in avanti. Bisogna saper imparare anche dai figli, che hanno intuizioni e domande che ci sollecitano.

passare dalla istruzione alla iniziazione cristiana: accompagnare i ragazzi alla fede

Un secondo modo di educare alla fede è passare dalla istruzione alla iniziazione cristiana. Si dovrebbe fare un grande passaggio dalla istruzione alla iniziazione cristiana. La catechesi era pensata e svolta come un sapere, un sapere la dottrina cristiana. Questo derivava da una concezione illuministica della fede, come sapere, come conoscere. Certamente l'intelligenza, la ragione hanno un posto, ma forse non il primo. L'iniziazione cristiana punta sul cuore, sull'amore. Non elimina né toglie valore all'intelligenza, dato che la fede esige sempre intelligenza, ma vuole riscoprire il primato del cuore. Se prima non si ama, non si conosce. Una volta, anche in campo affettivo, si diceva: prima conosci la persona, poi imparerai ad amarla. Oggi invece si dice giustamente: prima ama la persona, poi farai un cammino per poterla conoscere. Ma è l'amore che spinge a conoscere, non il conoscere che spinge ad amare. Quindi, se c'è un primato, è il primato del cuore: è il cuore che vede chiaro.
Con un esempio che, personalmente, trovo abbastanza calzante paragonerei l'iniziazione cristiana all'apprendistato di un mestiere. Un ragazzo che vuole diventare artigiano deve sottoporsi ad un cammino di iniziazione, che un tempo era molto interessante, quasi si pagava per essere iniziati ad un lavoro. Quand'è che avviene una iniziazione al lavoro? Quando l'artigiano che riceve il giovane è appassionato del suo lavoro, e solo così trasmette la passione anche al ragazzo. Quando si inizia alla fede? Quando il genitore, o la catechista, sono appassionati della loro fede, del loro essere chiesa e lo trasmettono anche ai ragazzi. Se non c'è questa passione, non c'è trasmissione di fede.
Certo non basta che l'artigiano abbia la passione per il suo lavoro, deve anche avere la competenza. Quindi, non basta il cuore, ci vuole anche la conoscenza. Prima il cuore e poi la conoscenza. Non basta che un genitore o un catechista abbiano la passione per la Chiesa, per la fede, se non conoscono la Parola di Dio, i segni dei tempi, se non leggono, se non studiano.
Inoltre bisogna dire che questa conoscenza, questa competenza non è mai completa, è sempre in divenire. Un artigiano non può fermarsi a quel che sa: se ha la passione del suo lavoro si sente anche incentivato a conoscere nuove strade, nuove possibilità. Così nell'ambito della fede non si è mai arrivati a conoscere Dio, il suo pensiero, la sua proposta, a riconoscere i segni dei tempi. Perché la fede è un divenire, un cammino.
C'è un terzo elemento da tener presente: l'artigiano che vuol iniziare il ragazzo al mestiere deve stare al passo del ragazzo. Non ogni ragazzo ha le stesse possibilità, le stesse qualità. Avrà momenti anche di difficoltà, quindi va incoraggiato, e si deve dare la propria competenza e passione al ragazzo con dei ritmi, dei modi, adeguati a lui (non secondo uno standard esterno...).
Diciamo allora che la famiglia oggi è chiamata a fare un salto che indico con due verbi: un tempo la famiglia mandava i ragazzi alla catechesi, o ancora li manda, oggi invece la famiglia deve "accompagnare" i ragazzi alla fede. Non dunque mandarli, ma accompagnarli.

educare alla passione per la verità

Un altro punto per poter trasmettere la fede è aiutare i ragazzi ad amare la verità. In questi giorni ho letto un libro che giudico molto interessante, quello di Augias e di Mancuso, "Disputa su Dio e dintorni". È una ricerca su Dio, su problemi etici, di valore. È per me un bell'esempio di ricerca della verità. Lì si dice che il teologo non deve rispondere alla Chiesa, ma al mondo, che cioè deve fare un servizio all'umanità. Che il teologo ha come riferimento non tanto la religione ma la verità.
Mi sembra che Mancuso si mostri capace di rispondere in maniera adeguata ad Augias, con competenza e con sincerità, su Dio, sull'anima, sulla fede. Per me è un esempio corretto di annuncio della fede in maniera reale, senza essere contornati dal sacro di una volta, un modo di interloquire col mondo di oggi, dato che le domande che pone Augias sono domande che il mondo di oggi pone.
E le posizioni sono esposte non al fine di convincere l'interlocutore, ma per consentire al lettore di valutare la forza e la solidità delle argomentazioni.
È importante che genitori e catecheti nel trasmettere la fede educhino alla verità, alla passione per la verità. Prima di parlare di Dio, di Cristo, anche nella famiglia, occorre che venga suscitata la passione per la verità. Nella ricerca della verità l'uomo si ritrova a ricevere e ad ascoltare. È importante far capire che la verità abita dappertutto, in tutte le persone, in tutti i popoli, in tutte le religioni, e quindi bisogna avere la capacità di non chiudersi in ciò che si è, in ciò che si pensa, assumendo un'apertura globale, universale. Questa è la prima educazione che si può fare.

educare ad una fede liberante a partire dall'aldiqua

Un ultimo punto è far cogliere che la fede è una proposta per essere persone umane felici anche nell'aldiqua. È vero che molti dicono che la gente ha perso la fede perché l'attuale benessere ha fiaccato le spinte ideali e valoriali. Io non sono dell'idea che sia il benessere il motivo principale dello spegnimento di queste spinte. Credo invece che alla base ci sia l'idea di Nietzsche che l'uomo con Dio non può vivere la sua ebbrezza.
Anche su Nietzsche ci sarebbe un discorso da fare, perché non si sa se abbia rifiutato Dio in sé, o l'idea di Dio come lui l'ha avuta e recepita. Nietzsche, nato da un parroco luterano, legalmente sposato, e con un nonno vescovo, sovrintendente di più parrocchie, era destinato a fare il pastore. A sei anni lo chiamavano il pastorino, faceva omelie, e sembra che sapesse a memoria anche la Bibbia. Rimasto orfano del papà a dieci-undici anni, è vissuto con la mamma vedova, la sorella del papà zitella e la mamma del papà, in un tempo in cui la chiesa luterana non aveva nulla da invidiare alla chiesa cattolica per quanto concerne il sacrificio, la rinuncia, la penitenza, la negazione della gioia e della felicità. Proprio come reazione a questa visione religiosa della vita Nietzsche dirà: l'uomo con Dio non può vivere la sua ebbrezza. Ma dobbiamo rinunciare a Dio o a una certa idea di Dio? Il confronto con Nietzsche è sempre importante per recuperare la concezione di Dio che traspare dal Vangelo. Il Vangelo presenta un Gesù che è stato ucciso perché ha lottato contro le leggi discriminanti, perché si è opposto ai poteri che impedivano alle persone di pensare, di essere protagoniste, perché si è liberato di una religione che recintava le coscienze, e impediva loro di esprimersi. Gesù è un uomo libero, liberante. È su questo versante che dobbiamo anche noi educare alla fede.

conclusioni

Due conclusioni.

necessità della famiglia nella educazione alla fede

Prima conclusione. La prendo da Don Germano Pattaro, teologo di Venezia, mio amico e maestro, morto più di vent'anni fa ormai. Pattaro sosteneva che la parrocchia, incapace di educare alla fede, è diventata l'orfanatrofio della fede. Negli orfanatrofi di una volta, istituti che raccoglievano moltissimi ragazzi orfani, nonostante la buona volontà del personale, in maggioranza suore, non si riusciva a sviluppare nei ragazzi una relazione affettiva interpersonale, non si riusciva ad educarli veramente alla vita, ma solo ad una disciplina, a valori per lo più imposti. Questi ragazzi orfani non potevano sanare i loro vuoti affettivi in questi istituti.
Poiché i genitori delegano la parrocchia per l'educazione alla fede, essa è diventata l'orfanatrofio degli orfani nella fede. Ma la parrocchia, soprattutto se di grandi dimensioni, non può essere il luogo dell'educazione alla fede, al massimo può essere il luogo della sensibilità religiosa. È possibile generare una sensibilità religiosa, un'appartenenza esterna alla vita parrocchiale, molto meno una fede, che non consiste tanto nel conoscere alcune cose, ma nel fare un passaggio dal proprio io all'altro, nell'uscire da sé, dai propri interessi, per assumere gli interessi dell'altro, degli altri. Gesù ha fatto così, diceva Pattaro: egli che era Dio spogliò se stesso, cioè lasciò il proprio io, e si fece servo, solidale, con le speranze e con i problemi dell'umanità. Il verbo servire è il verbo più significativo per esprimere il salto della fede: Adamo vuole innalzarsi per dominare, Gesù si abbassa per servire. Lasciare la propria volontà di potenza per vivere una relazione di servizio è un cammino lento e progressivo che non può avvenire nella vita parrocchiale con un'ora di catechesi alla settimana, fosse anche ben fatta - e questo non è sempre scontato. Quindi, senza la famiglia non ci può essere una vera educazione alla fede.

educare ad amare l'uomo

Una seconda conclusione: dobbiamo insistere nel dire che una vera educazione alla fede è educare ad amare l'uomo. Amare l'uomo, avere passione per gli uomini, prendersi cura di loro, questo vuol dire incontrarsi con Dio. Quanta più passione si nutre per l'uomo, tanto più essa cresce nei riguardi di Dio, perché Dio, quello biblico, è felice, tra virgolette, non quando noi lo amiamo, ma quando amiamo i suoi figli. Gesù non dice: "amatemi, come io vi ho amato", ma "amatevi come io vi ho amato".
C'è un'espressione significativa del testamento spirituale di don Milani, che dice: "Signore, ho perso la testa per questi miei ragazzi, e forse ho pensato più a loro che a te. Ma poi ho pensato che anche tu hai perso la testa per gli uomini e hai pensato più a loro che non a tuo Padre Dio." Quindi il modo migliore per favorire l'incontro con Dio è educare le persone ad avere passione per gli uomini.

Educare a credere o educare ad amare?

Il mio secondo intervento sarà più breve, perché voglio lasciare spazio alle vostre domande.
Innanzitutto vorrei porre il problema, partendo da questa domanda: educare a credere o educare ad amare?

il vero spartiacque: chi ama e chi non ama

Vorrei porre questa domanda partendo da due affermazioni, una di Santa Teresa di Lisieux, e una del cardinal Martini.
Dice Santa Teresa di Lisieux che lo spartiacque tra credenti e non credenti non è fra chi ha fede e chi non ha fede, ma fra chi ama e chi non ama. Fra quelli che amano le persone e quelli che non amano, e fonda questa osservazione sulla parola di Gesù che dice: "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me", o anche, nella parabola del buon samaritano: "Va, e fa anche tu lo stesso". Gesù non chiede che si creda, ma chiede che si ami, che ci si prodighi per gli altri.
La seconda affermazione, invece, la prendo dal cardinal Martini, il quale a sua volta l'ha assunta da Norberto Bobbio, facendola propria: la vera distinzione non è quella tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti. Qui il verbo pensare va inteso in senso pregnante, nel senso di mettersi in discussione, ospitare domande, interrogativi, mettersi in ascolto dell'altro. Mettersi in ascolto degli altri è il modo per poter amare le persone.
Anche parlando della coppia, il modo autentico di amare la moglie o il marito, lo sposo o la sposa, è quello di mettersi in ascolto di lei o di lui. Se tu ti metti in ascolto, vuol dire che l'altro per te è importante, e che puoi arricchirti o essere sollecitato da lui. Questo è un modo autentico di amare. L'amore non è tanto dare, quanto mettersi in ascolto di un pensiero che viene dal di fuori, e più ti metti in ascolto, più esprimi la tua approvazione, la tua stima alla persona. Deporre le proprie idee, il proprio io, lasciarsi interrogare da altri pensieri, da altre prospettive, è la strada dell'amore autentico. Questo vuol dire che se noi educhiamo e ci educhiamo a pensare, educhiamo anche ad amare.

dal primato della ragione...

Abbiamo già detto che la nostra cultura cattolica è una cultura segnata dalla dimensione illuministica del conoscere, del sapere, cioè da una dimensione razionale. Per molti secoli abbiamo dimenticato il cuore. Qualche voce isolata c'è stata nell'ambito della cristianità, come Pascal, il quale diceva: "il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce". Ma questa voce isolata è stata dimenticata, perché il pensiero illuministico, anche in ambito teologico, è stato dominante. Nella filosofia illuministica il sentimento era considerato irrilevante, se non addirittura inquinante, perché rischiava di togliere oggettività al giudizio. Bisognava educarsi a non avere sentimenti, perché potevano fuorviare il pensiero, l'obiettività... Da parte di molti questa paura c'è ancora, anche se mi sembra che oggi ci sia un sussulto nel campo dei sentimenti, delle emozioni. In alcune diocesi, tra cui la mia, si parla del primato delle relazioni sulle funzioni. La pastorale vera non è anzitutto una pastorale del conoscere, ma del rapportarsi, del relazionarsi. Poi è importante anche il conoscere, indubbiamente.
A livello di documenti magisteriali, però, a parte qualche eccezione lodevole, l'accento viene ancora posto sui principi, sulle norme, sulle leggi. Ricordo un arcivescovo italiano - non dico il nome - che ha fatto un documento, in cui sosteneva: prima la verità e poi la carità.
A me sembra che questa attenzione illuministica sia in contrasto con l'evangelo, con Gesù. Un teologo francese, commentando una pagina del vangelo del giovedì santo, dice: Gesù amò i suoi che erano nel mondo, non per dimostrare qualcosa. Gesù non amava per salvare il mondo. Non amava per salvare, ma amava per amare, ed è già dire troppo. Gesù semplicemente amava.
Dovremmo sentire questo come uno stimolo ad una verifica del nostro essere Chiesa. Non dobbiamo amare il mondo per convertirlo, ma amarlo, semplicemente. Sarà il mondo che, amato, troverà le strade giuste per il proprio cammino. Anche in campo matrimoniale, sponsale, è chiaro che uno non può amare per convertire, altrimenti vuol dire che non si ama l'altro/l'altra, ma le proprie idee, le proprie convinzioni. Se leggiamo il vangelo, vediamo che Gesù non amava mai le persone per convertirle, ma amava i peccatori così com'erano. Erano le persone che, amate, potevano risvegliarsi e domandarsi quale fosse la strada più giusta, ma non era lui a indicare la strada. Anche la famosa frase rivolta all'adultera, "vai e non peccare più", certamente vuol dire: fai in modo che la tua vita abbia come centro l'amore e non il possesso. Possiamo dire anche che Gesù ha amato le persone prima dei valori, che Gesù ha amato le persone anche se non amavano i valori, ma le amava così com'erano. Noi tendiamo ad amare le persone se hanno i nostri valori. Dio ama al di là dei fallimenti e anche dei peccati, egli si fa compagno di viaggio sollecitando le persone a camminare, ma accettando anche i cammini lenti e fallimentari. Gesù, si dice, è un radicale, ma non un rigoroso.

... al primato dell'amore

Quindi, occorre che rivalutiamo il primato dell'amore sul conoscere e il primato dei sentimenti sulla ragione. Questa affermazione, vorrei corredarla con il pensiero dei padri, con la famosa mistagogia dei padri, San Cirillo, san Basilio, san Giovanni Crisostomo. Mistagogia è il condurre la persona verso il centro della fede, verso il mistero, verso quello che si vuol celebrare. I padri erano molto attenti a promuovere l'intelligenza ma anche i sentimenti. Le loro catechesi mistagogiche avevano soprattutto l'intenzione di parlare al cuore delle persone. I padri non erano contro l'intelligenza, anzi facevano dei ragionamenti finissimi, di una lucidità impressionante, come dimostra una lettura delle opere di Sant'Agostino. Non erano contro la cultura né contro la Bibbia, che conoscevano, però i loro ragionamenti non erano fatti per sapere delle cose, ma per viverle, per amarle. Vedevano l'uomo nella sua totalità di intelligenza e di sentimenti, anzi più come animal amans che come animal rationalis. Non proponevano un'opposizione tra l'affettivo e il razionale, ma se davano un primato, questo era per l' amans.
Per noi invece ha avuto predominanza assoluta il ragionamento, il logos, mentre l'eros è stato in qualche modo dimenticato, accantonato, se non addirittura visto come condizionante, come inquinante il giudizio. Il logos ha prevalso sull'eros.
Oggi però nella nostra cultura, non solo in ambito cattolico, ma anche in ambito laico, si sta valorizzando il cuore. Forse conoscete il libro di Umberto Galimberti "L'ospite inquietante", in cui si valorizzano molto i sentimenti. Galimberti sostiene che certi avvenimenti inquietanti, incredibilmente senza senso, nati nell'apatia e nella noia di vivere, sono dovuti al fatto che i giovani non hanno sentimenti, non provano emozioni. A suo tempo aveva dato la sua interpretazione del "fattaccio" inspiegabile di Erika e Omar che avevano ucciso a Novi Ligure la mamma e il fratellino, con una barbarie e anche con un distacco impressionanti. Galimberti faceva notare che queste persone erano ragazzi esemplari a scuola, nello sport, ma erano funzionali al loro futuro: senza affetti, senza sentimenti. Nell'ambiente laico è rilevabile quindi una rivalutazione di sentimenti.
Anche in campo catechetico, di educazione alla fede, dovremmo dare spazio all'affettività, ai sentimenti, alle emozioni. C'è anche chi parla di "intelligenza emotiva" ...
Un altro sostegno a questa convinzione che si debba ridare vigore ai sentimenti lo troviamo in san Francesco d'Assisi. Sia Rodolfo Doni sia soprattutto Leonardo Boff mettono in rilievo il fatto che san Francesco si è lasciato invadere dall' eros nella Chiesa di quel tempo segnata dal logos. Per logos si intendono la razionalità, la funzione, i calcoli, l'interesse... Invece l' eros manifestatosi in Francesco era la passione, la relazione, l'amore alle persone, il disinteresse, la gratuità, il distacco dal denaro e dagli affari, il suo andare dal sultano, senza volerlo convertire. La regola fondamentale della sua vita consisteva nello stare con la gente, nel condividere, e nel rifiutare la ricerca di onori e interessi: questi erano i segni più vivi della presenza in lui dell' eros. Pure l'amore ai poveri, ai lebbrosi, agli esclusi mostrava il suo distanziarsi dalla cultura del logos. Con questo non intendeva ricusare la ragione, ma voleva mettere al centro della persona e della Chiesa l'eros, la passione, l'amore.
Leonardo Boff, paragonando la vita cristiana a un fiume, dove l'acqua scorre tra gli argini, afferma che l'importante del fiume non sta negli argini, ma nell'acqua, in quanto gli argini esistono solo in funzione dell'acqua. E dice che l'acqua è l'amore, è l' eros. Dobbiamo educare all'eros, all'acqua. Gli argini, che sono la razionalità, la legge, l'istituzione, servono per proteggere l'acqua, alimentarla, perché diventi poi produttiva. Ma al centro è l'acqua, come al centro della persona è l'amore. Le verità sono gli argini, che servono perché l'amore sia vero e possa crescere. Le verità sono in funzione dell'amore.

il dramma di un cristianesimo senza eros

L'altro punto d'appoggio che vorrei dare a questa idea dell'educare ad amare lo prendo da un importante articolo, edito da Servitium, di Christos Yannaras, un teologo ortodosso, forse il maggiore dei teologi ortodossi viventi. Il titolo dell'articolo è "Eros e celibato. Il dramma di un cristianesimo senza eros"1. Yannaras afferma che viviamo un cristianesimo senza eros e che anche i monaci e le monache dovrebbero essere persone erotiche, infuocate dall'eros. Parla di amore erotico, non soltanto fra le persone, ma con Dio. Nel suo articolo fa riferimento all'enciclica di Pio XII, Sacra Virginitas, del 1954, del periodo preconciliare. Yannaras dice che il contenuto di una vita di verginità non può essere un'opera, né una missione, ma soltanto l'eros. Uno che si fa vergine, o celibe, dovrebbe farlo per l'eros, perché infuocato dall'eros, da quell'eros che ha per oggetto la bellezza del volto del Signore. Egli si pone quindi contro la concezione presente in Sacra Virginitas, che vergini e celibi devono annullarsi per i servizi e i bisogni della Chiesa. Si è passati, dice lui, dalla relazione erotica all'impegno. Invece la relazione erotica, propria del matrimonio, dovrebbe manifestarsi anche nella vita monastica e nelle relazioni ecclesiali. Che Chiesa possiamo avere se è fatta di funzioni e non di relazioni, se è fatta di dovere e non di sponsalità? Educare alla relazione, educare ad amare sarebbe pertanto prioritario rispetto all'educare alla fede. Non si tratta di contrapporre, ma di porre delle priorità.
Un altro punto d'appoggio lo trovo in Giovanni Paolo II, che vede anche l'amore degli sposi come un amore redentivo, un amore di liberazione dei due che si amano per liberarsi, per redimersi l'un con l'altro. La liberazione è intesa non nel senso dell'aldilà, ma dell'aldiqua, del costruirsi l'uno con l'altro. E cito la frase famosa, dell'esortazione apostolica Familiaris Consortio n° 18: «L'uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l'amore, se non si incontra con l'amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente». La coppia - aggiunge l'esortazione - ha il compito di custodire, rivelare, comunicare l'amore. Allora possiamo affermare che l'uomo può vivere senza la fede, ma non può vivere senza l'amore. Quindi educare all'amore significa educare la persona a ritrovarsi, a identificarsi, a essere comprensibile. E questa è la premessa, o anche, a mio avviso, il contenuto della fede. Perché se uno ama si incontra con l'amore, che è Dio.

cosa è la fede

Dobbiamo interrogarci su che cos'è allora la fede. La fede può essere vista sotto vari aspetti: come un insieme di verità da assumere, a cui credere, o come un insieme di regole, di leggi da osservare (etica), o anche come il vivere un'esperienza affettiva. Quando ci si interroga su cosa significhi credere, ci si trova spiazzati.
Ritengo che vi siano tre aree che hanno a che fare con la fede: l'area del rito, l'area del mito e l'area dell'etica.

area del rito, del mito e dell'etica

L'area del rito: uno può ritenersi credente perché partecipa ai riti della propria religione. La fede è vissuta in questo caso come dovere, come onore da dare a Dio. Si va a messa - nei casi migliori - per dare onore a Dio e compiere un dovere religioso.
L'area del mito: si vuol esprimere la propria fede riandando al pensiero fondante della propria religione. Mito è inteso nel senso forte del termine, cioè quella realtà che ha fatto nascere un tipo di religione, di fede: noi possiamo dire di riandare a Gesù, alla sua vita, al suo pensiero, alla sua parola. Il mito è il racconto che fonda una determinata religione o fede.
L'area dell'etica: la propria fede si esprime nell'osservare delle regole, delle leggi. La fede si ridurrebbe così all'etica.
Oggi c'è chi si riconosce nel rito, chi si riconosce nel mito, nell'incontro con la parola di Dio, chi si riconosce nell'osservare certe leggi etiche... Sono invece tre aree chiamate a intrecciarsi, a completarsi l'una con l'altra, perché solo così si sviluppa l'autenticità della fede.

opzione fondamentale: la relazione affettiva con Dio

Però vorrei sottolineare che alla base di queste tre aree, perché siano vere aree di fede, ci dovrebbe essere una scelta prioritaria, una opzione fondamentale, cioè la relazione affettiva con Dio, che la Bibbia chiama alleanza sponsale. L'alleanza sponsale si distingue da quella militare o da quella economica, perché non c'entrano la funzione o l'interesse, ma l'affetto, l'amore.
Simone Weil dice: "Là dove manca il desiderio di incontrarsi con Dio (quindi l'affettività la si esprime nel desiderio), non vi sono credenti, ma povere caricature di persone che si rivolgono a Dio per paura o per interesse."
Diciamo che allora la funzione educativa primaria alla fede è di portare le persone ad un rapporto affettivo con Dio. La domanda che si pone è come accendere questo sentimento, come risvegliare questo desiderio di Dio. Domanda impegnativa, che va certamente affrontata. È possibile che un uomo o una donna possano nutrire sentimenti di affetto verso una persona invisibile quale è Dio? Domanda ardua: si dovrebbe indagare in profondità e col contributo di più voci, di più competenze. Anche delle espressioni mistiche descrivono il rapporto con Dio con immagini sponsali, quasi erotiche. Se leggiamo delle pagine di San Giovanni della Croce, o di Santa Teresa d'Avila, troviamo delle espressioni di forte erotismo. Ciò vuol dire che c'è un intreccio tra la fede e l'amore, un intreccio in cui il rapporto con Dio è visto come un rapporto non di conoscenza, o di pura relazione esteriore, ma di un coinvolgimento emotivo, affettivo, istintivo, di cui la relazione sponsale diventa il segno, il sacramento.
Una strada per educare all'affettività è quella di far apprezzare la bellezza, la quale, come sostiene Dostoevskij, salverà il mondo. La frase è stata ripresa da Giovanni Paolo II, e poi anche dal cardinale Martini. Cosa vuol dire bellezza? Credo che far stupire le persone di fronte alla bellezza, anche naturale, è un modo di procedere per poter incantarsi anche di fronte a una realtà che può essere Dio.

Conclusioni provvisorie

l'intreccio tra fede e amore

Non si vuole certamente creare una contrapposizione tra l'educazione alla fede e l'educazione all'amore. Si tratta di due realtà profondamente intessute, intrecciate. Educare alla fede è nello stesso tempo educare all'amore dell'uomo, della creazione. La fede autentica è incontrarsi con quel Dio che ti invia all'uomo. Se tu ti incontri con Dio, Dio ti invia all'uomo, ad amare l'uomo. La fede non è qualcosa di astratto, ma è l'incontro con una persona che ti fa scoprire l'amore del mondo e dell'uomo. La fede è lasciarsi abitare da Dio e dal suo spirito, che ti rende capace di amare l'uomo. Se la fede rimane un mondo a sé, senza far sentire la spinta ad immergersi nella realtà, a sporcarsi le mani nelle cose, come diceva Mazzolari, non è fede vera.
Ma anche educare all'amore è educare l'uomo a uscire da sé, a incontrarsi con l'altro, prendersi cura di lui. Amore è uscire da sé. È già un atto di fede, quello dell'uomo che esce da sé, dal suo io, per incontrarsi con l'altro, che può essere l'altro con la a minuscola, ma anche l'Altro con la A maiuscola. Questo movimento è un atto di fede, è un incontro con l'altro/Dio presente nel volto dei fratelli.
Siccome però, storicamente, l'educazione alla fede è stata intesa e vissuta come appuntamento col divino, con lo spirituale, slegato dall'umano, la fede è stata snaturata.
Educare all'amore, alla luce della parola di Dio, forse è la via per rendere autentica la fede. In questa prospettiva mi sembrano convergere anche alcune espressioni di Bonhoeffer, il quale dice che Dio non ama la religione, ma ama l'uomo. Uno può essere religioso e non amare l'uomo. Ma se uno ama l'uomo non può non amare la religione. O anche se non la accetta, si incontra con Dio. Oppure, dice sempre Bonhoeffer, occorre una lettura non religiosa della Bibbia, per propugnare un cristianesimo profano, non religioso. Credo che questo cristianesimo non religioso si fondi su un cristianesimo che punta sull'amore all'uomo al di dentro del quale si dischiude anche l'incontro con Dio.

peculiarità del momento adolescenziale

Ultima piccolissima conclusione: l'educazione all'amore è particolarmente indicata nel momento dell'insorgenza del fatto sentimentale, cioè nella preadolescenza, adolescenza, giovinezza, nel fidanzamento. In quel momento si attua un evento che alcuni definiscono come chiamata a uscire da sé per mettersi in relazione con l'altro. È una grande opportunità per rileggere e ripensare la propria fede dentro quel grande evento che è l'amore, che in qualche modo nel giovane si riverbera.

dibattito

(sono riportate solo le risposte del relatore)

elogio dell'incertezza

Dovremmo fare l'elogio dell'incertezza. Il dialogo è praticamente impossibile se le persone sono assolutamente certe di ciò che pensano: questo vale per tutti, per tutte le religioni, per tutte le ideologie, per tutti i partiti. Il dialogo c'è tra persone che, pur avendo idee e amando le loro idee, non le ritengono fisse e immobili, ma ammettono incertezze e sono disposte ad ascoltare. In maniera molto sana, padre Pedro Arrupe, diceva ai suoi confratelli che ogni gesuita doveva avere delle idee, ma che doveva anche lasciare spazio per altre idee, per rimescolarle, rivederle, riposizionarle. Questo vale non soltanto per noi, ma anche per il magistero, per i vescovi, per il papa, per tutti, perché siamo tutti discepoli, in cammino.

ancora sul battesimo degli adulti

Per 400 anni il battesimo è stato amministrato solo agli adulti. Sant'Agostino ha poi insistito per il battesimo ai bambini, pensando che altrimenti non si sarebbero salvati: così è cominciata la prassi del battesimo ai bambini. Fino al 1969 il rito del battesimo era il rito del battesimo degli adulti, perché la chiesa non ha mai perso l'idea che il battesimo è legato a una risposta personale.
Non so se il battesimo agli adulti diventerà la scelta del futuro. Però è evidente che oggi nella Chiesa manca il momento per esprimere una scelta di fede. Oggi ancora non si sceglie di essere cristiani, ci si arriva in modo naturale, per la famiglia, oppure per il gruppo di amici con la chitarra. Non si dice: io ho fatto l'esperienza di Cristo, conosco il suo pensiero, lo voglio abbracciare, mi impegno.
Ci vorrà allora un momento in cui questa scelta possa essere fatta, con la libertà di una risposta personale. Non è solo un'idea mia, anche se oggi non se ne parla molto. Ricordo che negli anni 68-70, era molto presente l'idea del battesimo degli adulti, sostenuta anche da maestri del calibro del liturgista Marsili. Questo non vuol dire che non si educa alla fede il bambino, che lo si abbandona a se stesso fino ai 18 anni. Una prassi educativa ci vuole perché un conto è educare alla fede e un conto è battezzare... Battezzare sarebbe imporre la propria fede all'altro senza che lui possa essere responsabile della sua scelta. Educare alla fede, invece, è un dovere di chi crede. Se tu credi in Gesù, se credi che la fede è un fatto liberante, se credi che il vivere insieme nella chiesa, nonostante le manchevolezze e i difetti, significa anche avere stimoli poderosi, allora tu educhi tuo figlio alla fede, gli dai una cosa che senti come ricchezza, non per sottoporlo a dei doveri, ma per immergerlo in una situazione benedicente, gratificante, liberante. E questo cammino dovrebbe essere segnato da tappe battesimali (dare un nome, l'unzione, la luce, per esempio) per arrivare infine al momento dell'acqua, che è il momento solenne della accoglienza di questa proposta.

bellezza e sacramenti

A proposito di bellezza e sacramenti: è chiaro che i sacramenti sono visti, così come ci è stato insegnato, come strumenti per guadagnare la salvezza nell'altra vita. Se invece i sacramenti fossero vissuti come segni di una memoria, di una presenza, di una profezia, sarebbe diverso. Allora se ne vedrebbe la bellezza. Se, col battesimo, non intendo dare uno strumento per salvar l'anima, ma voglio ricordare il battesimo di Gesù, qual è stato per lui il suo battesimo, per una persona ricca di capacità, che decide di vivere queste capacità con gli altri e a servizio degli altri, allora posso scoprire la bellezza di una persona che fa così... e posso volerlo fare anch'io, e posso volere che un domani più persone vivano in questo modo, possano battezzarsi con l'acqua o battezzarsi con la vita, vivendo in comunione di solidarietà con gli altri. Questa è la bellezza di un evento. E questo vale per tutti i sacramenti, per l'eucarestia in modo particolare, ma anche per il matrimonio. È importante far in modo che traspaia l'evento. Invece noi facciamo dei riti in cui l'evento è scomparso. E non c'è più il gusto di quell'evento, per ammirarlo, farlo nostro.

un breve riassunto

Nel parlare di trasmissione della fede occorre, come premessa, anzitutto distinguere tra religione - tentativo dell'uomo di impossessarsi di Dio, di usarlo per i propri scopi - e fede, cioè accogliere e costruire il progetto di Dio nella storia del mondo. Altro dato da tener presente è la fine del regime di cristianità con l'affermarsi di strutture civili laiche e con l'emergere del pluralismo: finalmente si può essere più facilmente credenti non per costrizione ma per libera scelta. Infine dobbiamo far risorgere Dio nel nostro mondo, non presentandolo più come nemico della felicità nell'aldiqua.
Il luogo originario e privilegiato della iniziazione cristiana è sicuramente la comunità cristiana, la parrocchia, ma con un coinvolgimento necessario delle famiglie, senza clericalizzarle e senza svuotare la fede della sua dimensione pubblica. Bisogna evitare il rischio dell'antifamilismo come anche del familismo, superando una visione manichea che vede tutto il bene nella famiglia e tutto il male nel mondo esterno. Famiglia e comunità sono chiamate a cooperare.
Educare alla fede vuol dire anzitutto ravvivare nei ragazzi le domande sul mondo, sul mistero, su Dio. Senza domande non vi saranno mai risposte vere ed autentiche.
Si deve poi passare dalla istruzione alla iniziazione cristiana. Il primato non è del sapere, ma dell'amore. E' l'amore che spinge a conoscere. Per questo è necessario che il genitore sia appassionato della sua fede, del suo essere credente e secondariamente che sia anche competente, che conosca la Parola e che sappia leggere i segni dei tempi. Inoltre è necessario accompagnare il ragazzo nel suo cammino, stando al suo passo.
E' importante poi che genitori e catecheti nel trasmettere la fede educhino alla passione per la verità, e quindi all'ascolto e alla ricerca.
Infine dobbiamo educare ad una fede liberante a partire dall'aldiqua.
L'educazione alla fede non può essere semplicemente delegata alla parrocchia, definita da qualcuno orfanatrofio della fede. Tuttalpiù la parrocchia può essere il luogo della sensibilità religiosa, ma più difficilmente genera la fede, che richiede il passaggio dal proprio io all'altro, per vivere una relazione di servizio. E' un cammino lento e progressivo che richiede il coinvolgimento della famiglia.
L'educazione alla fede e l'educazione all'amore sono profondamente intrecciate: educare alla fede è educare all'amore dell'uomo, ed educare all'amore è educare ad uscire da sé per incontrare l'altro e quindi a credere nell'altro e e nel Dio che è presente nel volto dell'altro.

Il testo delle relazioni, tenute a Pallanza il giorno 18 aprile 2009 da Battista Borsato, non è stato revisionato dal relatore

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