Alle radici della povertà evangelica
sintesi della relazione di Michele Do
Verbania Pallanza, 16-17 marzo 1985
Primo incontro
Pallanza, 16 marzo 1985
Vogliamo riflettere in questi incontri sulla beatitudine della povertà, che Gesù ci ha annunciato: "Beati i poveri di Spirito, perché ad essi appartiene il Regno dei Cieli". Una beatitudine che può essere considerata un paradosso: una povertà che diventa ricchezza, gioia, pienezza dell'uomo.
Siamo qui al cuore, all'essenziale dell'Evangelo, come l'hanno compreso san Francesco d'Assisi e santa Chiara. In un certo senso potremmo anche dire che l'annuncio di questa beatitudine può essere ritenuto il tutto dell'Evangelo. Non farò una riflessione di carattere esegetico: non sono un teologo né un esegeta. Tenterò di dirvi, sul filo di una verità autobiografica, come sento la povertà evangelica e come tento di viverla, onestamente, nel limite del possibile.
Prima premessa
Innanzitutto debbo premettere alcune osservazioni. Ci sono due rischi quando si parla di povertà:
a) Il rischio di dire parole irreali che possono sembrare evangeliche, ma sono soltanto irreali e forse non evangeliche, perché il Vangelo è veramente proposta concreta, possibile per l'uomo. C'è, occorre riconoscerlo, una povertà che è nemica dell'uomo e di fronte alla quale c'è un doveroso rifiuto. Penso che sia un onore per l'uomo e per il cristiano sconfiggere questa povertà nemica, corrosiva, oppressiva, distruttiva dell'umano che è in noi.
Occorre liberare dalla povertà e non esaltare una povertà falsamente liberatrice. Quando si è nel Terzo Mondo, nel Centro America, nelle zone del sottosviluppo, avvertiamo che lì c'è una povertà nemica dell'uomo, che va sconfitta. Credo che sia orgoglio della nostra società di tipo occidentale l'aver raggiunto la quota del minimo vitale. Siamo entrati in una civiltà dell'abbondanza, anche se non dovunque diffusa. Sotto un certo aspetto la ricchezza è liberatrice e per liberare occorre produrre ricchezza e distribuirla.
b) Dall'altra parte c'è il rischio di impoverire, di ridurre la chiarissima affermazione evangelica: "Beati i poveri, guai a voi ricchi".321
I testi dell'Evangelo sono intessuti di questo richiamo: "Non si entra nel Regno se non si è poveri". "Com'è difficile - dice Gesù - che un ricco entri nel Regno dei Cieli."322
Il Regno dei Cieli è espressione di quel sogno, che da sempre è nel cuore dell'uomo, di un'umanità trasfigurata, sogno che Gesù ha rivelato come sia possibile. A questa trasfigurazione dell'umanità che si apre ad una dimensione divina dell'essere, non si accede se non attraverso la povertà. Questo è di una chiarezza assoluta nel Vangelo: chi vuole, dunque, ridurre, impoverire, corrodere, limare questa chiarezza, tradisce l'Evangelo.
E d'altra parte non solo l'Evangelo è di una chiarezza assoluta, ma la nostra stessa esperienza conferma questa verità evangelica: se non si è poveri non si accede all'umano, nella misura divinamente grande che Gesù ci ha mostrato. Penso che ognuno di noi nella vita abbia constatato e, direi più ancora, palpato come la ricchezza disumanizza. Tante volte tocchiamo con mano, infatti, come il benessere spegne ed uccide l'essere.
Don Primo Mazzolari323 diceva: "Com'è difficile portare da uomo il benessere". Si porta più facilmente da uomo il dolore, la sofferenza, di quanto si porti il benessere.
La ricchezza non è soltanto un avere più cose, ma è una mentalità, un modo di essere. La ricchezza muta, infatti, e trasforma ontologicamente l'uomo. Il mondo secondo Dio è il mondo dove l'uomo dà il nome alle cose.324 Nel mondo della ricchezza maledetta sono, invece, le cose che danno il nome all'uomo: è l'avere che qualifica l'essere.
È un mondo dove c'è il culto della felicità banale e banalizzante, quello che in francese è chiamato l' hérésie du bonheur - l'eresia della felicità. E Voltaire diceva dei suoi tempi: "Non si può voler essere felici, se ciò comporta essere imbecilli". Questo culto della felicità a tutti i costi, fa parte di una mentalità spietata, che banalizza, che emargina e che scomunica: la coltiva il club della gente felice che si chiude, che si rinserra, che si difende. È un mondo in cui i rapporti umani si degradano, si avvelenano: la qualità della vita si impoverisce e imperano la violenza, la prepotenza, l'arroganza di chi ha. È un mondo in cui c'è una caduta nell'insignificante. L'insignificanza la si respira, a volte, entrando in una casa.
C'è dunque una ricchezza liberatrice e una ricchezza nemica che è maledizione.
Ma di contro a queste immagini di ricchezza arrogante e distruttiva dell'umano, chi di noi non ha dentro di sé immagini di povertà luminose che non sono solo quelle di Francesco o di Chiara?
Sono spesso immagini di umili creature, dal volto talora segnato, flagellato, percosso dalla malattia, che hanno la luminosità della povertà, che manifestano la nobiltà dell'uomo: hanno dentro tutto il mondo ed hanno dentro l'anima. Portano nello sguardo, nell'accento, nella voce, nel saluto, nella nobiltà di un gesto, tutta la loro sconfinata ricchezza interiore. Spero che ognuno di noi abbia in sé queste icone, icone viventi, reali; sono quelle che aiutano a vivere, sono benedizione, beatitudine. Quando incontriamo invece quei volti dove l'umano è stato rubato, corroso, cancellato, noi sentiamo che la ricchezza può essere maledizione. Quindi la beatitudine è già dentro di noi e nella nostra esperienza, prima ancora di essere stata scritta nel Vangelo.
E Gesù li ha visti questi volti, e forse davanti a queste icone viventi, gli è sorto questo grido: "Beati voi, perché voi siete già ora nel Regno dei Cieli".
Seconda premessa
Il mistero divino della povertà è una realtà complessa, e come tutte le realtà sante è irriducibile ad una definizione. Ha dimensioni e volti diversi, che sono però volti di un unico mistero divino, quello della povertà evangelica, povertà che è beatitudine, che è gaudio, gioia, pienezza, ricchezza: questo è davvero il paradosso cristiano.
Una povertà ricca, alla quale si oppone la povertà negativa, che è non valore, ma maledizione, che tradisce, che manifesta un'anima povera e che si esprime nella tristezza. Infatti Gesù guarda il giovane ricco con uno sguardo di amore carico di attesa e di speranza e gli dice: "Vai, vendi tutto, vieni e seguimi." Ma il giovane - aggiunge il Vangelo - "se ne andò con tristezza, perché aveva molti beni. 325 La tristezza è, appunto, il segno di questa povertà negativa!
La beatitudine che Gesù annuncia è già ora; non è una beatitudine futura; Gesù non dice: "Sarete beati", ma ora, nunc, "ora siete beati, se fate queste cose!".
Spesso noi abbiamo del Cristianesimo un'immagine distorta e falsata, per cui le beatitudini sono una specie di accettazione di una vita diminuita, mutilata, umiliata per avere poi di là, nel dopo, il ribaltamento di questa situazione. Questo è negare alle radici la realtà santa della beatitudine evangelica. Ora è beatitudine, non poi. Non abbiamo, dunque, in certa misura, nessun bisogno di aspettare un Regno dei Cieli: il Regno è già ora dentro di noi, se facciamo ciò che Gesù ci dice.
Il cristiano non si riconosce nel sarcasmo amaro di Anouilh326 il quale in un suo dramma immagina di essere nel giorno del giudizio universale e la gente buona si affolla alle porte del cielo in attesa che queste vengano aperte. E mentre aspetta, all'improvviso corre una voce che dice: "Ha perdonato anche agli altri". "O Dio, averlo saputo!", esclamano coloro che hanno ben vissuto. Il cristiano lo sa già ora.
Le beatitudini non sono dei mezzi ascetici per arrivare a quanto ci verrà dato nell'aldilà, non sono neanche consigli puramente morali. San Francesco fa della povertà "regalità di vita".
Io credo che per il cristiano, per l'uomo dello Spirito, non c'è mai un'attitudine puramente morale. La distinzione tra virtù teologali, virtù morali, virtù cardinali è nostra. Per il cristiano tutto è teologale ed anche la povertà, dunque, è virtù teologale.
Le beatitudini sono i modi d'essere di Dio, i modi d'essere di quella pienezza infinita e sconfinata che Gesù ci addita ed a cui invita tutti i suoi discepoli: "Siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro che è nei Cieli".327 Le beatitudini sono, dunque, i modi d'essere di Dio che si sono espressi, si sono rivelati in Gesù e che, interiorizzati, devono diventare modi di essere del cristiano che partecipa del modo di essere di Dio.
Avvertiamo come le lacerazioni della comunità cristiana abbiano impoverito il modo d'intendere il Vangelo, come abbiano sostituito alla vita spirituale un concetto giuridico, mentre per la grande spiritualità dell'oriente il cuore del Cristianesimo, il cuore dell'Evangelo, è la trasfigurazione di tutto l'essere in Dio e la divinizzazione dell'uomo.
La povertà e tutte le beatitudini non sono altro, infatti, che l'interiorizzazione dei costumi di Dio, dei modi d'essere di Dio, non sono degli strumenti ascetici.
Amo la bellissima preghiera di Tagore:328 "Giorno dopo giorno, o Signore della mia vita, sosto davanti a te faccia a faccia", ma direi che il Cristianesimo va ancora al di là di quanto dice questa preghiera: non è soltanto uno stare davanti a Dio nell'amicizia, ma è diventare "come" Lui, essere "come" Lui. Paolo dice di se stesso: "Noi abbiamo il pensiero di Cristo, noi abbiamo il sentire di Cristo, noi abbiamo l'essere di Cristo".329
Questa interiorizzazione profonda dell'essere di Dio si esprime nell'invito: "Fa' che Dio sia grande dentro di te". Quando Dio è grande in te, tu farai cose divine perché essere poveri, essere uomini di pace, sono cose divine. Le beatitudini non sono delle formule, ma delle tensioni, degli orientamenti verso un'umanità divinamente trasfigurata, un'umanità che abbia la "misura" di Dio.
D'altronde - dice Gesù - "se la vostra giustizia e la pienezza della vostra vita non vanno al di là della giustizia degli scribi e dei farisei, non potete entrare nel Regno dei Cieli".330 Anche Pietro, Giacomo e Giovanni, i discepoli più amati da Gesù, dovranno fare un lungo cammino, prima di entrare nel Regno di Dio, prima di ragionare alla maniera di Dio, come dirà Gesù a Pietro.331
Gesù, d'altronde, prevede una progressività di crescita, tant'è vero che al giovane ricco chiede di lasciare tutto, mentre in alcuni casi invita alla cautela. A colui che gli dice di volerlo seguire: "Stai attento - risponde - gli uccelli hanno il loro nido, le volpi le loro tane, ma il figlio dell'uomo neanche sa dove poggiare il capo".332 È imperioso e duro con colui che prima di seguirlo vuole seppellire suo padre: "Lascia che i morti seppelliscano i morti - gli dice - tu vieni e seguimi".333 A Maria, Marta e Lazzaro, che sembra vivano in una situazione di benessere, Gesù non chiede di lasciare tutto. Non dobbiamo dimenticare, però, che Maria334 è stata quella donna che ha saputo in un gesto divinamente bello, dolcissimo e con un intuito altissimo spezzare il vaso di profumo: un vero capitale.
Quindi le beatitudini non sono delle formule concluse, sono degli orientamenti, dei sentieri, delle tracce, sulle quali porsi in un cammino progressivo che conduce alla pienezza.
quattro povertà benedette
Fatte queste premesse, vorrei sottolineare che la povertà evangelica è una realtà complessa, non semplificatile. Senza voler schematizzare, ma per avere una traccia, mi pare di poter cogliere quattro povertà benedette, povertà che possono diventare beatitudini, essere beatificanti, non povertà maledette e negative, povertà che sono gaudio, gioia e pienezza dell'uomo.
1. la povertà ontologica
La prima povertà è la povertà ontologica, che tocca l'essere profondo dell'uomo e tutte le creature.
È la povertà che scopriamo dentro di noi: Cristo non cala il Vangelo dall'alto, lo trae dalla nostra interiorità. Abbiamo già un Vangelo scritto dentro di noi, senza il quale non potremmo intendere il Vangelo di Gesù.
E allora mi sembra che ogni volta che noi ritroviamo la nostra umanità più vera, quando non siamo alienati, quando ritroviamo i nostri momenti più alti, più umani e più segreti, quando entriamo dentro di noi, dalle nostre profondità ultime - de profundis - sale un grido invocante ed implorante; allora e solo allora si accende la domanda su Dio e tutto dentro di noi dice: "Bisogna fare di Dio il tutto di noi".
La prima povertà è dunque quella che si manifesta dove c'è questa sete, che è il fondo più fondo di ogni creatura. Basterebbe prendere in mano la pagina della Samaritana. Questa donna sembrava indurita dalla vita ed anche dalle esperienze sbagliate, sembrava che vivesse tutto a livello di superficie, come facciamo noi abitualmente quando nella vita, con la parte mediocre di noi, non cerchiamo Dio, cerchiamo l'idolo. Ma nelle nostre ore più alte e con la parte più alta di noi Cristo apre lo sgorgo sorgivo e anche dalle nostre profondità si accende e sale il grido: "Dammi da bere".335
Il più profondo di noi non ruota, infatti, su noi stessi, ruota su Dio o su qualche cosa cui diamo il nome di Dio. Che ci sia poi qualcosa che risponda o no a questa fame, a questa sete, è un altro discorso, però la realtà della fame è un dato innegabile, di un'evidenza che grida nei momenti più alti, non mediocri di noi. Ed è questa la fame, questa la tensione, questa la povertà di cui parla la Bibbia, quando trattando dell'inizio dice: "Al principio Dio creò il Cielo e la terra, ma la terra era 'vacua, inanis' e le tenebre la ricoprivano."336 La terra era, dunque, senza luce, senza bellezza, senza grazia, senza senso. "E lo Spirito" - aggiunge il Genesi - aleggiava sull'abisso".337 Paolo dice, poi, che tutta la creazione anela verso una pienezza, verso una compiutezza, anela alla libertà dei figli di Dio.338
Tutta la creazione, proprio perché è creatura, è sempre in perenne cammino; noi veniamo da Dio, ma siamo poveri. La realtà, infatti, esce da Dio non come Minerva dal cervello di Giove, ma esce in condizioni di povertà, di insignificanza iniziale, di non luce, di caos e aspira, anela alla compiutezza che gli viene data dallo Spirito.
Gesù, d'altronde, l'ha detto con chiarezza: "La carne non serve a niente, è lo Spirito che dà la vita",339 che dà l'intelligenza, che dà la bellezza, che dà senso, intelligibilità, perché dove c'è bellezza, c'è intelligibilità.
Beati, allora, i poveri, gli accattoni dello Spirito, i cercatori dello Spirito e delle realtà dello Spirito. Beati i mendicanti dello Spirito! Gesù stesso ci assicura che questa richiesta non rimarrà senza risposta: "Se voi che siete cattivi date cose buone ai vostri figli, dice, quanto più il Padre vostro che è nei Cieli vi darà lo Spirito Santo."340
Questo è, dunque, l'annuncio essenziale: Beati i poveri che cercano lo Spirito, che anelano alla pienezza. La grande preghiera indù dice: "Guidami dall'errore alla verità, dall'irreale al reale, dalla tenebra alla luce". Ed è questo il cammino al quale siamo chiamati.
Il povero è un pellegrino, è homo viator, spe erectus,341 è uomo in cammino, eretto nella speranza che il regno di Dio deve pur esserci.
Tutto il cammino del profetismo è un cammino verso una patria. E noi tutti siamo alla ricerca di una patria, di una pienezza di vita, di una bellezza divina.
Questa è la povertà della zolla. Domandava un contadino, con l'intuizione fondamentale di un antico spirito religioso: "Io vado nel campo e trovo il fiore, prendo la terra arida, nera, oscura, senza profumo e poi guardo la grazia del fiore e ne respiro il profumo ". "Chi ha consumato questo miracolo?".
La povertà ontologica è proprio quella della zolla oscura, che anela alla pura bellezza, al miracolo del fiore. C'è, dunque, una povertà che è attesa e l'uomo, nelle profondità ultime di se stesso, è desiderio.
Ma c'è una risposta a questa attesa, c'è un miracolo per tutti i poveri. Ed è la lieta novella: il mondo divino di bellezza verso cui aneliamo, quel mondo di valori che trasfigurano tutta la realtà
dell'uomo, esiste, c'è. Il Cristianesimo, dunque, non è utopia, ma è alla portata dell'uomo, è dentro di noi. Quel mondo divino che tante volte ci sembra così lontano e irraggiungibile da poter dire che lo attingiamo soltanto con la punta dell'anima, è invece possibile, tangibile, visibile, non è un sogno: questo ci dice il Vangelo.
E Giovanni, dopo aver fatto un'esperienza lunga, meditata, macinata, dopo aver vissuto della comunanza con Cristo, dirà: "Noi abbiamo palpato il Verbo della vita... ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi".342
Questa buona novella è annunciata a tutti i poveri, è possibile per tutti i mendicanti dello Spirito. Il tuo grido, la tua invocazione non è vana. Dio è nella tua attesa, Dio è nel tuo desiderio!
2. la povertà dell'avere
C'è una seconda povertà: la povertà dell'avere. Se la povertà si colloca nel cammino verso la pienezza divina del nostro essere, possiamo porci la domanda: che senso hanno le cose e quale atteggiamento il cristiano deve avere verso di esse?
Il Vangelo ci indica quale sia il modo cristiano di rapportarsi con le cose: quello del cuore povero, che è l'unico che non impoverisce noi stessi, le cose, gli altri.343
3. la povertà dell'essere
Una terza povertà mi pare essenziale ed è la povertà dell'essere, non dell'avere. È una distinzione questa che pone Claudio Magris in Itaca e oltre, nel capitolo "Essere o avere la verità".344 Noi percepiamo questa povertà che è beatitudine, quando vediamo un uomo unificato, semplificato nell'essenziale e nella verità. Credo che ognuno di noi abbia incontrato nella propria vita, uomini veri, che portano nello sguardo, nell'intensità del loro essere quell'essenzialità e luminosità di chi è abitato dalla verità. Questi uomini sono benedizione e portano il segno della bellezza. Sono uomini liberi, della libertà dell'essenziale, della verità realizzata dentro di loro: "La verità vi farà liberi", dice Gesù nel Vangelo di Giovanni.
Una volta padre Acchiappati andò a Lourdes con i bambini poliomielitici dell'Istituto "La Nostra Famiglia" e trovò difficoltà di ogni genere per poter celebrare la Messa alla Grotta. Si rivolse, perciò, al direttore di Lourdes, il quale, dopo averlo ascoltato e soprattutto dopo averlo visto, si arrese e gli disse queste parole: "Vous étes quelqu'un", qualcuno da cui traspariva una pienezza, un'intensità, una forza interiore. Quante volte invece dobbiamo dire con tristezza: questi uomini potevano essere "qualcuno" e sono soltanto "qualcosa".
4. la povertà dal volto tragico
Alla povertà dell'essere, con uno sforzo, se si è pensosi, se si è attenti, se si scava dentro di noi, con l'aiuto dello Spirito si può arrivare, ma c'è un'altra povertà, cui anche con l'aiuto dello Spirito spesso non si arriva. Su questa povertà bisognerebbe tacere, ma ne accennerò perché fa parte della vita.
Questa povertà non deve essere cercata: è una povertà imposta. È la povertà dal volto tragico, il volto del dolore e della sofferenza; è denudazione, è spoliazione che avviene in certe esistenze, è triturazione dell'essere. Qui ci s'imbatte nel mistero che è sopra ogni altro mistero, di fronte al quale non c'è altro che il silenzio, il silenzio adorante. Non c'è altro atteggiamento che quello di una donna povera - beati voi poveri, perché avete il tutto delle cose di Dio - quando, prima di un ultimo viaggio della speranza a Milano, mentre già il mistero del dolore le mordeva le carni e la sofferenza aveva dell'insopportabile, mi diceva: "Don Michele, preghi perché io abbia il cuore abbastanza grande per accogliere in me il mistero di Dio".346
Questa povertà è un mistero e una beatitudine impossibile, davanti alla quale, come dice l'Evangelo nel Venerdì Santo, "tutti fuggirono": i discepoli fuggirono e noi fuggiamo e dobbiamo fuggire. Cristo stesso ha tentato di fuggire: "Se possibile allontana da me quest'ultima povertà, quest'ultima spoliazione", 347 dirà nel Getsemani al Padre. Eppure aveva intuito, aveva capito che "se il chicco di grano non cade sotto terra e non macera, non può portar frutto".348
L'aveva capito: ci sono, infatti, delle ore di chiarezza solare; ma quando l'ora agonica si avvicina, neanche Cristo capisce più e rivolge a Dio la sola preghiera che si possa pronunciare: "Padre, se possibile allontana da me questo calice", ma l'ultima sua parola è: "Nelle tue mani affido il mio spirito".349 Non abbiamo altre mani in cui collocare il nostro essere, il nostro destino, il nostro Vangelo. Noi siamo i discepoli del Crocifisso.
Questa beatitudine è paradossale. Per altro verso tocchiamo con mano come sia dimezzata, misera, una vita che non sappia il dolore. Di Gesù è detto che era "uomo che conosce il patire".350
Quest'ultima difficile beatitudine è la beatitudine della spoliazione, di chi, di fronte a questa estrema povertà, non trova altra risposta che quella di Giobbe, che porta la mano alla bocca, ad os.361 Adorare non significa capire, accettare allegramente, diventare i volontari della sofferenza; vuol dire accogliere la sofferenza come l'accolse quell'umile donna che disse: "il mio cuore sia abbastanza grande da accogliere in me il mistero di Dio"; sono parole tanto alte e grandi che quale papa non vorrebbe averle pronunciate con verità.
Quando, come Tommaso, ho messo le mie mani tremanti nelle stigmate luminose di un dolore divinamente trasfigurato, mai come allora ho sentito Dio. Nel momento in cui ho dato il sacramento degli infermi, da quel roveto fatto di sofferenza, di dolore, ho sentito emergere con forza la voce dell'Eterno. Credo che non ci sia teofania più alta di Dio e del mondo divino di quella che risplende in un dolore che ha il dono, la grazia di raggiungere questa trasfigurazione.
È la povertà che Cristo ha consumato sulla Croce. Ed è attraverso questa povertà che il Cristo "reso perfetto dalle cose che patì fu costituito Signore e Messia".352 "Consummatum est"353 - tutto è stato consumato - sono le ultime parole di Cristo sulla croce. La vicenda divina di Cristo si è consumata in quest'ultimo capitolo ed in quest'ultima povertà. Cristo è il povero e raccoglie in sé tutte le povertà, tutte le attese, ogni grido. Per questo, dal di dentro, ha potuto annunciare la beatitudine della povertà. Lui era la beatitudine vissuta prima che annunciata e predicata.
La povertà è, dunque, mistero di Dio presente nelle cose stesse; è povertà che si esprime nel rispetto delle cose; è povertà che si coglie nella bellezza di alcuni uomini che vivono nell'essenzialità e nella verità ed infine è l'ultima, estrema povertà della sofferenza e della spoliazione. Sono questi i quattro volti dell'unico mistero di Dio quale è la povertà, mistero che è in noi, nelle profondità ultime che ci costituiscono. Noi infatti ontologicamente siamo poveri.
E come è triste, maledetta, quella ricchezza che non ha più né domande, né stupori, né meraviglie, né bisogni e che ha spento tutta la fame. Basta una manciata di nourritures terrestres354 - di nutrimenti terrestri - per placare la sua fame.
Secondo incontro
Pallanza, 16 marzo 1985
il nostro rapporto con le cose
In questo incontro vorrei riflettere, Insieme con voi, sul secondo aspetto della povertà, che è quello del nostro rapporto con le cose.
Se è vero che l'uomo è una povertà in cammino verso una divina pienezza e che questo è l'itinerario cristiano e se è vero che noi dobbiamo giungere a divenire immagine e somiglianza di Dio, va detto che questa immagine non è già realizzata, non è cioè dietro di noi, ma è davanti a noi. Quindi siamo creati con la possibilità di diventare immagine e somiglianza di Dio! Siamo andanti e in cammino verso questa pienezza, cui Cristo è giunto diventando l'immagine visibile del Dio invisibile. Così, il compito di ognuno di noi è di giungere a realizzare il sogno di una vita divinamente trasfigurata.
Lungo questo cammino verso la meta, troviamo le tante cose che il Signore ha seminato. È bella la meta, ma è bella anche la strada, il sentiero che giunge alla meta!
Allora ci chiediamo: quale senso hanno le cose di Dio, disseminate lungo il nostro cammino? Ecco l'interrogativo a cui risponde la beatitudine della povertà evangelica, che non è un concetto negativo. Nel Vangelo, d'altronde, nulla - se non il male - è negativo: il celibato non è una realtà negativa, neanche l'obbedienza, se intesa giustamente, lo è; tutto è positivo. Così anche la povertà è un fatto positivo, è ricchezza, è pienezza, è gaudio, è beatitudine!
La povertà non è disprezzo delle cose, sarebbe disprezzare Dio stesso nelle sue cose; non è rinuncia o rifiuto delle cose, non è inerzia, passività e non è neanche fuga nella irresponsabilità. Quando Gesù, infatti, ci invita a guardare il fiore del campo che non lavora e non fatica, ci vuole togliere l'affanno delle cose, non ci vuole sottrarre la responsabilità di occuparci di noi stessi e delle cose a noi affidate. In genere sotto il disprezzo delle cose c'è una certa invidia e c'è sempre del risentimento. Se c'è il disprezzo, in noi non è ancora maturato un senso chiaro delle cose, non abbiamo ancora raggiunto la signoria sulle cose! Il risentimento, che Agnes Heller355 ha così dettagliatamente analizzato e che E Nietzsche ha ritenuto fosse espressione del "risentimento contro la vita" propria del Cristianesimo, è un atteggiamento totalmente assente nel modo di concepire la vita di Gesù e di san Francesco, ma questa critica colpisce - eccome! - il nostro Cristianesimo storico.
Questa concezione negativa della povertà è espressione di una distorsione spirituale che tocca il cuore del Cristianesimo nel concetto di sacrificio come distruzione e come rinuncia e non invece come ascesi, che rispetta l'umano. Se noi riandiamo, specie nella nostra generazione, a tanta parte della nostra educazione seminaristica, vediamo che essa era segnata da questo tipo di sacrificio distruttivo dell'umano e non dal sacrificio colto nel suo aspetto positivo; in realtà la parola sacrificio nel suo significato più vero, più profondo, etimologico, vuol dire sacrum facere e non distruggere. In questo senso sacrificio significa giungere e far giungere tutto a pienezza, a compimento divino, distruggendo invece ciò che è inumano o che è troppo umano. Anche per Cristo è stato così.
La povertà che è beatitudine crea, dunque, un rapporto positivo con le cose, come lo visse Gesù e come il suo Vangelo esprime in pienezza. Se la nostra relazione con le cose, invece, non è quella di un cuore povero, diventa violenta, disumanizzante, genera sofferenza in noi stessi, umilia e impoverisce le cose, umilia e fa soffrire i fratelli, umilia e impoverisce la creazione intera.
Anche qui come nel primo incontro, schematizzando un tantino con il rischio di mortificare la complessità dell'argomento, ma per rendere il discorso più facile, desidero sottolineare quattro radici profonde della povertà evangelica, nel suo rapporto con le cose.
Prima radice: la povertà evangelica non è disprezzo, rinuncia alle cose, ma è l'amore appassionato e il rispetto della sacralità di tutte le cose.
Seconda radice: la povertà evangelica, sentita come gaudio, come beatitudine, come pienezza, è la consapevolezza, la coscienza chiara non solo della sacralità, ma della preziosità insostituibile di tutte le cose e dell'uomo.
Terza radice: la povertà evangelica come agape. Il termine greco, a cui fa ricorso la comunità cristiana primitiva, è koinonia che significa comunione dei Santi e delle cose sante. Chi ama condivide! Il cristiano, il discepolo di Gesù, è una persona di comunione e la povertà è una virtù teologale, è un aspetto dell'agape, della carità, è un modo d'essere in cui si esprime l'agape.
Quarta ed ultima radice: la povertà evangelica, come capacità di ricreare le cose, è divina capacità di poesia356 (poiesis) nel senso di "fare", di creare spazi di bellezza. È lo Spirito Creatore,
che è in noi e vive in noi, che ci rende creatori e capaci di ricreare le cose.
Queste sono, dunque, le principali radici della beatitudine della povertà evangelica, nel suo rapporto con le cose.
1. la povertà evangelica come rispetto, riverenza per la santità di tutte le cose
Prendiamo ora in considerazione la prima radice: la povertà evangelica come rispetto, riverenza per la santità di tutte le cose. Per il cuore cristiano, per il sentire religioso, le cose non sono solo cose, sono creature di Dio e portano dentro di loro il mistero di Dio. Le cose sono sacramenti.
L'attitudine di fondo dell'uomo religioso (che si esprime in modo altissimo anche in tanta parte della liturgia) viene rivelata nell'inchino. La genuflessione arriva più tardi, ma l'atteggiamento che si ritrova in ogni popolo, in ogni religiosità, è l'inchino.
Io amo molto il Beato Angelico poiché nelle sue infinite "Annunciazioni" l'angelo e Maria sono reverenti nell'inchino. L'inchino è un simbolo altissimo! Rivela l'atteggiamento del povero, ma anche del poeta.
Ricordo un pittore torinese che veniva in vacanza a Champoluc. Un giorno tornava dalla montagna, mentre ero nell'orto a lavorare, mi si accosta, mi racconta la sua maniera di dipingere: "Ogni volta che voglio dipingere una cosa - mi dice - mi metto in atteggiamento d'inchino, mi inchino davanti alle cose per osservarle". Com'è bello questo! M'inchino, mi scopro il capo davanti alle cose! Qui veramente io sento il cristiano, l'artista cristiano, il poeta, e badate bene che le due cose, essere cristiani ed essere poeti, non sono dissociate, coincidono. Anche il credo cristiano parla di Dio "Creatore delle cose visibili ed invisibili...". Tutto è creatura di Dio, anche l'invisibile che è nelle cose! L'altro versante delle cose è espresso in una pagina di Prezzolini357 che amo molto, perché è un'eco degna del Qohelet, vuoto, infinito niente...". Prezzolini nel suo volume "Dio è un rischio" scrive: "Eccomi dunque qui solo, disperato, senza verità, senza appoggio, senza nessuna voce che mi dica dove sono, dove vado, donde vengo e non so chi interrogare. Quello che trovo oggi in me stesso è che nulla ha importanza, nulla ha un significato, non c'è nel mondo nessun mistero. Ecco la tremenda verità: le cose sono proprio quello che sono e la loro mancanza di valore è spaventosa". Tengo sempre questo scritto tra le pagine del Vangelo di Giovanni perché sono i due risvolti, i due Vangeli: il positivo e il negativo.
"In principio - scrive Giovanni nel prologo del suo Vangelo - era il Logos e il Logos era presso Dio (anzi, era rivolto verso Dio, secondo il testo greco) e il Logos era Dio. Egli era in principio presso Dio, tutte le cose per mezzo di. Lui furono fatte, mentre senza di Lui - senza Logos e senza senso divino - nulla fu fatto di ciò che è fatto. In Lui era la Vita... Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia".
Giovanni riassume veramente tutto! L'intuizione fondamentale del Cristianesimo è, infatti, la reverenza di fronte al mistero di Dio, che è nel cuore delle cose. Il rispetto - va sottolineato - fa parte di quel vocabolario minimo, essenziale, che dovremmo ritrovare a tutti i costi, che andrebbe ricostruito nel cuore, nella sensibilità degli uomini, incominciando dalla prima infanzia e dalla scuola.
Mi diceva un'amica che un giorno nell'atrio di un albergo tedesco, dove si trovava in vacanza, le capitò di ascoltare una mamma, che stava redarguendo la sua bambina perché spaccava, distruggeva alcune cose dicendole: "Non devi farlo, bisogna rispettare le cose perché costano molti soldi." La mia conoscente rimase colpita da un simile rimprovero e mi disse: "Ho impiegato, da allora, cinque anni per far interiorizzare e capire a mio figlio il vero senso del rispetto per le cose e penso che non siano stati cinque anni sprecati!". Dove non c'è rispetto, la vita è sempre ferita e umiliata. Sempre. In casa come nelle piazze, nelle scuole, nei tribunali, nelle chiese.
Da dove nasce il rispetto, l'atteggiamento del povero che porta il cappello in mano, non davanti ai ricchi e ai potenti, ma davanti al mistero di Dio presente nelle cose? Il rispetto e la reverenza sorgono dall'intuizione che le cose sono mistero, sono miracolo, sono dono, sono sacramento, segno sacro della presenza amica di Dio in mezzo agli uomini.
Ogni volta che, come quel pittore, ci poniamo di fronte ad una cosa, noi non la dobbiamo considerare come un oggetto che possediamo (quello è il modo di sentire, di pensare del ricco: è un atteggiamento pagano), ma come un mistero davanti al quale aprirci per accoglierlo con reverenza.
Le cose, ce lo dice il Vangelo di Giovanni, hanno un'interiorità, sono molto più di quanto non appaia. L'artista, il poeta, hanno la capacità di cogliere il volto interiore delle cose. L'iconista sa cogliere il volto interiore di una persona, la sua profondità spirituale. Quando l'artista tocca le cose, esse prendono una profondità inesauribile, diventano davvero mistero. La vera poesia allude, infatti, a qualcosa di più profondo e ciò è tanto più vero per la poesia religiosa. Il canto gregoriano è musica sacra perché non si conchiude mai, non circoscrive, va sempre oltre, dà sempre sul più profondo. Le cose sante sono allusive, sono dei sacramenti e san Francesco lo ha colto quando nel Cantico delle creature del sole dice: "Di Te, Altissimo, porta significazione..." Guai se le cose cadono nella banalità e sono senza profondità: è triste un mondo dove le cose sono soltanto cose!
L'Abbé Gorret,358 che i valdostani conoscono, un giorno fu invitato a tenere una conferenza e poiché gli avevano lasciato scegliere il tema, scelse questo titolo: "Che cosa sarebbe dell'alpinismo se la terra fosse piatta." Per il povero la terra non è piatta, ha dei vertici! Per il povero niente è banale, per il ricco se una cosa non costa, non vale - ma per il povero tutto vale, anche le cose piccole!
Quando san Benedetto diceva ai suoi monaci: "Trattate tutti gli strumenti del monastero come se fossero vasi sacri",359 esprimeva una grande verità.
A Saint Jacques c'è un contadino - di cui vi ho già parlato - che ha verso gli strumenti del suo lavoro (la vanga, il picco, la pala) un atteggiamento reverente, per cui li segna tutti con il
suo marchio personale e un giorno l'ho visto comportarsi come un sacerdote che celebra la sua Messa: era veramente una liturgia silenziosa! Dopo aver seminato, fece un gesto nobilissimo: col
rastrello tracciò sulla terra un segno di croce. Non era magia, non era solo tradizione, era un gesto che esprimeva il senso del mistero, della sacralità e che nasceva dalla percezione fondamentale del permanente miracolo delle cose che sono prima di noi, che sono senza di noi e che vengono dal più profondo, da lontano, dal mistero di Dio. Veramente fu uno dei momenti più alti in cui sentii la sacralità di tutte le cose.
San Francesco ha sentito come ogni cosa è miracolo e l'ha espresso vivendo in povertà! Di fronte a questa legge del perenne miracolo delle cose, non ci sono i geni e gli indotti, ma tutti si
ritrovano nelle verità di fondo. Simone Weil ha una pagina stupenda quando afferma: "Per l'idiota del villaggio si può parlare di genio. Per Aristotele la parola 'talento' è sufficiente, ma l'idiota del villaggio che cerca la verità e il senso delle cose, ha del genio e bisogna dirglielo, tanto ha un'umiltà così profonda che non lo inquieta e non lo disturba".
Le cose sono dono e san Paolo diceva: "Di ogni cosa fate Eucaristia, perché tutto è dono!".360 Analoga è la parola di santa Teresa di Lisieux: "Tutto è grazia e tutto è miracolo", che Bernanos ha raccolto e con cui chiude il suo grande romanzo: Le journal d'un curé de campagne."' Ogni cosa allora, la si vede come un sacramento: tutte le cose sono piene di Dio, segni della sua Presenza amica in noi e nel creato.
Quando Gesù ha detto ai suoi discepoli: "Guardate il fiore del campo", ha additato questo mistero: come la luce è incorporata nel fiore, così Dio è presente nelle cose. È Presenza creativa, nascosta, velata che fa crescere e riveste di miracolo e di grazia ogni cosa. Siamo al cuore dell'Evangelo: vedere Dio in tutte le cose e tutte le cose in Dio. Dio è oltre le cose, ma è anche immanente, cioè dentro le cose, ovunque, negli uomini, nella creazione tutta. L'inchino, perciò, dovrebbe essere il nostro gesto abituale, reverenti di fronte al mistero che è in noi, che è fuori di noi, che è nelle cose.
Le grandi religiosità quando giungono all'adorazione in Spirito e verità si incontrano, senza sforzo; lo esprime bene il grande saluto indù: con un gesto nobilissimo, pieno di dignità, gli indù portano le mani giunte all'altezza del capo e del cuore e da cuore a cuore, da capo a capo, dicono la parola Namaste che vuol dire: "Il Dio che è in me, saluta reverente il Dio che è in te". Questo saluto manifesta la reverenza di fronte al mistero che è più grande di noi, a quello che è dentro di noi, che ci penetra e che è la stoffa (come dice Giovanni) di cui sono fatte tutte le cose.362
Il povero è un silenzioso che cerca il divino nel silenzio! Mi diceva ancora il contadino di Saint Jacques di cui vi ho parlato: "Quando ho il cuore pieno, vado nel bosco e lì posso piangere...". Un altro mi diceva: "Quando posso camminare nel bosco, prendo il rosario e prego..." Il pellegrino in mezzo alle cose raccoglie il loro senso sacro.
Gesù dice: "Ti ringrazio, Padre, perché le cose alte della vita le riveli ai semplici, attraverso i semplici...":363 queste verità le tocchiamo, le sperimentiamo. Ecco allora l'importanza del silenzio. Silenzio, perché il mistero divino che è in noi, che è nelle cose, possa risuonare intero.
A volte noi lo spegniamo questo mistero! Quando le cose non parlano più, abbiamo la tristezza, amara, disperata, di Prezzolini, che è l'eco del Qohelet: "Non c'è nel mondo alcun mistero; la tremenda verità è che le cose sono soltanto cose", mentre per l'uomo che vive l'esperienza evangelica tutte le cose sono intrise del Logos di Dio.
2. la povertà come consapevolezza della preziosità insostituibile di tutte le cose e dell'uomo.
La seconda radice è la povertà come consapevolezza della preziosità insostituibile di tutte le cose e dell'uomo.
Le cose sono viatico. Nella chiesetta di Saint Jacques, accanto al tabernacolo, ho scritto sulla canapa: "Il tuo Pane, o Signore, sostiene i poveri in cammino", ma non soltanto il Pane dell'Eucarestia, tutto è pane: le cose sono pane che ci sostiene e sono viatico per noi.
"Utilità" sembrerebbe una parola antireligiosa, ma san Francesco, che sapeva apprezzare il gratuito, tant'è vero che diceva: "In ogni orto ci deve essere un pezzetto di terra riservata alla pura gratuità dei fiori, alla bellezza gratuita!"364, nel Cantico delle Creature, nel momento di massima trasfigurazione lirica, quando canta sorella acqua, dice: "Essa è molto utile e umile e preziosa e casta".
È una falsa spiritualità quella che non comprende la preziosità delle cose. Tantissimi anni fa ho letto una frase che mi è rimasta impressa ed era il titolo di un numero della Vie spiritelle, rivista dedicata ai contemplativi: Coloro ai quali Dio solo basta. L'Evangelo parla un altro linguaggio: Dio solo non basta. Gesù quando si trova di fronte la moltitudine di coloro che lo avevano seguito dice ai suoi discepoli una parola così umana: "Come faremo a dare da mangiare a tutta questa gente? Perché se li rimando a casa digiuni, verranno meno lungo la via".365 Pagina meravigliosa sulla quale si può fondare davvero la rivoluzione cristiana. Nessuno dev'essere digiuno di cose. D'altra parte questa è anche la linea del miracolo di Cana di Galilea: sembrerebbe un miracolo inutile ed è invece il "miracolo della gioia nuova e antica", come scrive Dostoevskij.
Lo stesso paradiso terrestre, senza una presenza amica, non bastava. All'attesa inespressa, muta, alla preghiera inarticolata di Adamo, alla sua tristezza Dio risponde creando la donna, la compagna dell'uomo! Dio scendeva sì, sul vespro, a passeggiare con l'uomo, ma sul volto dell'uomo c'era ugualmente un velo di tristezza, di solitudine: Dio dovette allora rivelarsi attraverso il sacramento di una presenza amica. Questa è la linea evangelica!
Attenti a certe povertà monastiche! L'ho sperimentato più di una volta: negli uomini così detti spirituali c'è una specie di distacco angelicato, che non è un reale distacco, ma è solo l'irresponsabilità di fronte alla vita, la non conoscenza della fatica e del valore delle cose.
Ricordo come una volta mi trovavo in un monastero, era d'autunno, faceva già abbastanza freddo ed i monaci all'imbrunire vollero accendere i termosifoni, che fecero funzionare tutta la notte: un caldo impossibile. Mancava l'educazione alla povertà, al valore delle cose. Guai al denaro facile! È bene che ognuno fatichi, perché nella fatica c'è il costo, cioè il vero valore delle cose. Il povero sa sempre il costo ed il valore delle cose, mentre il ricco conosce soltanto il prezzo.
C'è infine una ricchezza maledetta, disumana. Una volta accompagnai un contadino di Saint Jacques a Parigi da un famoso urologo che ci era stato consigliato. Questi - che si fece ben pagare - simulò un intervento, come rivelò un esame fatto al rientro in Italia. Ma come? Non si sa più leggere un volto umano? Non si sa leggere la carica di speranza, di fiducia di un pover'uomo venuto da lontano?
Questa è la seconda radice della povertà evangelica. Dove c'è un credente, deve esserci un uomo capace di operare e di fare come Gesù, che ricorda e ammonisce che tutti hanno bisogno di cose per vivere: "Nessuno deve essere digiuno di cose, altrimenti verranno meno lungo la via!". Una civiltà che secerne la miseria, non è cristiana.
Terzo incontro
Pallanza, 17 marzo 1985
Riprendiamo gli elementi essenziali di quanto abbiamo detto nel precedente incontro su quell'aspetto della povertà evangelica che è il nostro rapporto con le cose. Nel nostro cammino verso la pienezza divina e verso la realizzazione di quel Logos interiore che ciascuno porta dentro di sé, noi incontriamo le cose.
Qual è l'atteggiamento religioso, profondo, del discepolo di Cristo, di fronte alle cose? Abbiamo ricordato che il primo atteggiamento è la "riverenza", il rispetto sacro della santità, della grandezza, della profondità di ogni cosa. Poi abbiamo accennato alla seconda radice della povertà evangelica che è il riconoscere la preziosità insostituibile delle cose e abbiamo osservato che non è un'idea evangelica sostenere che Dio solo ci basti. Dio non è in concorrenza con le cose: altrimenti lo ridurremmo ad un idolo! Dio è la profondità sacra di tutte le cose! Le cose, dunque, sono preziose, per cui ne consegue che nessuno debba essere digiuno di cose. Ha detto Gesù in una pagina evangelica che abbiamo ricordato: "Se li rimando a casa digiuni, verranno meno lungo la strada...", non arriveranno, cioè, al compimento, alla realizzazione, alla pienezza divina a cui sono destinati.
3. la povertà evangelica come agape
La terza radice della povertà evangelica, di cui parleremo questa mattina, è l'agape, l'amore. Si pensa talvolta che l'agape sia amare "per" amore di Dio, ma così le creature diventano uno strumento "per" amare Dio. Questo non è l'agape; l'agape è amare con l'amore di Dio, amare così come Dio ama, con quell'illimitata, sconfinata pienezza, con quell'inesauribilità, con quell'ampiezza di cui san Paolo dice: "Abbiamo conosciuto l'altezza, la profondità, l'abissalità dell'amore di Cristo!".366 Così, noi amiamo perché è Dio in noi che ama, come diciamo anche nella preghiera di Hammarskjóld: "Tu che sei al di sopra di noi, Tu che sei anche in noi, fa' che ognuno ti veda anche in me".367
Siamo figli di Dio ed Egli ci rende capaci di amare "come" Lui ama. "Siate perfetti come il Padre vostro che è nei cieli...",368 dice Gesù. Allora noi avremo la divina capacità, il divino potere di amare.
Nella misura in cui Dio è grande in te, tu hai il potere di fare cose divine, come Gesù. Anzi Gesù dice con una parola misteriosa, abissale: "Farete cose anche più grandi!".369 Noi invece abbiamo fatto della carità qualcosa di meritorio, di appiccicato, mentre l'agape è la struttura, l'essenza, il cuore stesso del Cristianesimo.
Gesù dice nell'ultima cena: "Da questo vi riconosceranno, questo è il segno costitutivo che siete miei discepoli, se vi amerete l'un l'altro come io ho amato voi".370 E nella sua preghiera al
Padre chiede: "Che l'Amore con cui Tu hai amato me sia in loro e siano perfetti nell'unità".371
Il credente vive nell'agape e nella koinonia, parola sacra, intraducibile, del vocabolario cristiano che significa comunione profonda. È questo che Gesù ha chiesto al Padre: che i suoi discepoli fossero uniti, perfetti, consumati nell'unità "nel Padre, nel Figlio e nello Spirito".372
La koinonia trova nella fractio panis, nello spezzare del Pane, di Gesù, il suo segno più alto, divino. Il gesto essenziale di Gesù deve diventare il gesto essenziale del cristiano: lo spezzare il Pane in comunione. Il cristiano è, infatti, un essere di comunione in tutto quello che "ha", perché, in profondità, è un essere di comunione in tutto quello che "è". L'agape è la sua maniera di essere e di vivere. La Chiesa è "comunione dei Santi e delle cose Sante".
Il cristiano è l'uomo che ama e che condivide le cose con gli altri. Così facendo si arricchisce, come la fiamma che quando si divide non si impoverisce, ma si moltiplica. Il cristiano è davvero colui che fa del gesto della fractio panis il simbolo della sua esistenza di comunione tramite le cose.
Cosa fare per realizzare la povertà evangelica? Non ci sono risposte facili, ma certo saltano tutte le giustificazioni del possesso nella maniera più radicale. Il cristiano non possiede le cose, mai! Zaccheo ha capito una cosa importantissima, come osservava don Primo Mazzolari, ha capito, cioè, che la proprietà ingiusta non è solo la proprietà fraudolenta, rubata, ma lo è ogni proprietà che non diventa comunione, che non diventa sacramento di amicizia. La proprietà che non è condivisa è fraudolenta. Badate bene, Zaccheo che sapeva andare al nocciolo della questione, era, in fondo, un ladro! Anche il buon ladrone sul Calvario era un ladro! Quale esperienza travagliata essi hanno saputo attraversare! Quando Gesù dice ai farisei: "I pubblicani e le meretrici vi precederanno nel Regno dei cieli"373 egli non dice: "Voi non arriverete", ma: "Arriverete anche voi, ma quanta fatica farete!".
Ciò significa che i pubblicani e le meretrici hanno il senso della spiritualità più profonda. Zaccheo, quando Gesù entra nella sua casa, gli dice: "Di tutto quello che ho rubato, io restituisco quattro volte tanto"; poi aggiunge: "Di tutto quello che ho, la metà la do ai poveri...".374 Noi lo avremmo fatto?
Cosa ci suggerisce riguardo alla povertà evangelica Gandhi, che cristiano non era? Gandhi dice due cose che sono veramente essenziali e che sono conformi alla logica dell'Evangelo. Ecco la prima: "La civiltà vera non consiste nell'esasperare i bisogni dell'uomo e nel moltiplicarli". Noi creiamo infatti dei bisogni indotti, la nostra vita è costituita per tanta parte di bisogni non essenziali. La civiltà vera sta nel ridurre all'essenziale le proprie esigenze. Questa è la prima indicazione e ciascuno faccia, per conto suo, un esame di coscienza sulle sue necessità essenziali e sui suoi bisogni indotti.
Sovente mi torna alla mente l'episodio di un antico saggio il quale davanti ad un emporio, con tutta la concentrazione di cose che vi si trovavano, sorridente e lieto disse: "Ma guarda di quante cose io riesco a fare a meno!".
Cristo davanti al Tempio osserva una vedova, una povera donna vestita di stracci375. I discepoli invece guardano, come facciamo noi, le grandezze illusorie: i grandi della politica, i grandi
della cultura, i grandi della religione, che lasciano cadere il loro omaggio all'entrata del Tempio. Quando passa la povera vedova e getta anch'essa la sua offerta, la sua unica moneta, Cristo chiama i discepoli e dice loro: "Guardate!". Noi diremmo: "Che c'è da guardare?" "Gli altri hanno dato del loro superfluo, ma quella donna ha dato tutto il suo bene, tutto il suo avere". Qui c'è la grandezza autentica, qui c'è l'Evangelo, qui c'è il Regno di Dio tra noi, con noi, per noi! Lo palpiamo, lo vediamo! Qui c'è Dio, non ci sono ombre, c'è il miracolo della grandezza, della bellezza di Dio.
Gandhi va, dunque, alle radici del Cristianesimo quando afferma: "Compito dell'uomo è ridurre all'essenziale le proprie esigenze". Leggiamo ora la sua seconda affermazione: "Tutto quello che è al di là di queste esigenze, è furto!". Vi lascia senza respiro?
Allora dobbiamo metterci a suonare la tromba e distribuire ogni cosa, ogni bene? No, non è questo che dobbiamo fare, facciamo piuttosto ricorso ad una povertà intelligente. C'è un detto molto bello della Didachè: "Sudi l'elemosina nelle tue mani, sino a quando troverai la persona degna a cui affidarla". 376 Così, ognuno di noi, nella linea di Gandhi, nella linea della Didachè, può e deve rendere essenziale la propria vita, semplificarla ed essere lieto di questa essenzialità, di questa povertà cristiana, che non è miseria, non è laidezza, anzi c'è una bellezza nella povertà. Su una rivista dedicata al tema della povertà ricordo di aver visto una fotografia del coretto di Santa Chiara con la scritta: "Transparence de la pauvreté : trasparenza, grazia e bellezza della povertà.
Le cose vostre sono per la mensa Domini e quando incontrerete i più bisognosi, i derelitti, i sofferenti, allora voi siate i diaconi di questa mensa Domini! Occorre amministrare con estrema intelligenza le cose perché sono sante, sono preziose e non abbiamo il diritto di sprecarle. È vero, c'è il danaro come "mammona" ed è il possesso pagano delle cose, ma il possesso cristiano ha un'altra faccia: è una realtà sacra, perciò non ci è consentito di spenderlo con troppa facilità come spesso si fa, ciò è imperdonabile, criminoso.
Vorrei ora sottolineare altri aspetti della povertà, seguendo il pensiero di un'altra grande figura, una delle più luminose in senso cristiano, quella di Albert Schweitzer.377 La sua stupenda e meravigliosa avventura dello spirito da dove è nata? Possiamo indicare due radici: la prima è la vulnerabilità alla sofferenza universale. In un suo scritto Schweitzer, che sin da ragazzo portava in cuore l'interrogativo senza risposta sul mistero del dolore e della sofferenza, afferma che "l'etica ed il rispetto della vita esige che ognuno di noi assuma sulle proprie spalle, una parte del dolore universale".378
Quanto Schweitzer ci suggerisce, si può fare nell'ambito della propria professione, ma quando ciò non è possibile, ciascuno deve cercarsi un'attività sussidiaria integrativa, dove ci sia la possibilità di un servizio diretto dell'uomo all'uomo.
La seconda radice da cui è fiorita la grande avventura di Schweitzer è la consapevolezza di essere un uomo dai tanti privilegi: il privilegio dell'intelligenza, il privilegio della sua situazione sociale, il privilegio della sua sensibilità e della sua capacità artistica. Osservava a questo riguardo: "Il mio privilegio mi è stato donato, ma tale è, per cui io devo dare qualcosa in contraccambio". Amici, credo che se noi lasciassimo lavorare in noi il peso del privilegio, cesserebbero i tanti nostri lamenti e ci impegneremmo ad offrire qualcosa in contraccambio dei tanti privilegi di cui godiamo.
Abbiamo considerato finora i vari aspetti della povertà evangelica: la povertà come "riverenza" davanti alla sacralità di tutte le cose; la povertà come consapevolezza della preziosità e dell'utilità di tutte le cose; la povertà come koinonia, cioè la povertà come un momento dell'agape che è virtù teologale.
4. la povertà come capacità di ricreare le cose.
L'ultimo aspetto, la quarta radice della povertà evangelica è quella che io chiamo la divina poiesis, la divina poesia, che deve rendere anche noi capaci di fare cose divine. La presenza di Dio che ama anche in noi è presenza creativa che deve renderci creativi: siamo, dunque, in qualche modo con-creatori con Dio.
In tutto il Nuovo Testamento è lo Spirito Santo il grande protagonista e nella misura in cui accogliamo lo Spirito, siamo come Dio, operiamo come Dio, facciamo cose divine. Il Cristianesimo, infatti, colta questa scaturigine, è perenne creatività. Inventa, dunque, la tua vita creativamente nello Spirito di Cristo.
Gesù, quando aprì il rotolo nella sinagoga, pronunciò queste parole: "Lo Spirito del Signore è sopra di me, mi ha mandato a ridare la vista ai ciechi, a guarire i lebbrosi, ad annunciare la buona novella".379 Poi, quando i discepoli di Giovanni gli chiesero: "Che cosa dobbiamo dire a Giovanni? Sei Tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?", Gesù rispose loro: "Andate e riferite quello che avete visto e udito: i ciechi vedono, i lebbrosi sono mondati, gli storpi camminano".380 Ciò significa che il Regno di Dio viene avanti. Se la Chiesa potesse dire altrettanto! Noi dobbiamo "fare" il Regno di Dio! Non si tratta, dunque, di fare la predica alla realtà, ma d'impegnarsi in prima persona.
Poiesis vuoi dire, infatti, "fare", e noi siamo chiamati ad operare secondo la misura, la fantasia, il cuore di Dio. È quanto hadetto Gesù: "Come vedo fare il Padre mio, così anch'io opero".381 Il discepolo di Cristo, allora, è colui che, abitato dallo Spirito di Dio, sa dare vita, sa creare vita come Gesù. Questo è il vero battesimo! Noi battezziamo con uno sguardo, con un saluto: nel saluto e nell'incontro di due sguardi c'è Dio. Elisabetta e Maria nel loro incontro382 si scambiano il dono divino dell'amicizia. Se sul mio cammino incontro un uomo e lo saluto con l'anima, col cuore e con la luce negli occhi, io sottoscrivo la creazione di Dio e benedico la persona che ho incontrato, ma se io rifiuto il mio saluto e guardo una persona con uno sguardo ostile, io l'annullo, non la battezzo. Ha ragione Giovanni quando dice: "Chi non ama, uccide 383" Noi possiamo uccidere con uno sguardo o dare vita ed essere creatori.
Gesù ha detto: "Ricevete lo Spirito di Dio in voi"384 ed è lo Spirito che ci rende capaci di amare e di perdonare, di dare vita, come Gesù, che di sé ha detto: "Io sono la Vita". Allora noi avremo la divina capacità di fare rifiorire una creatura spezzata da esperienze sbagliate, di farla nuova, così come sono tornati nuovi Maria di Magdala, la Samaritana, Zaccheo. Allora saremo luce per i ciechi, liberazione per gli schiavi di ogni schiavitù, saremo una forza dirompente, la forza della libertà che spezza tutti i vincoli. Saremo capaci di vincere anche la solitudine, così come Gesù che per il paralitico, che non riusciva ad arrivare a lui a causa della folla, è stato una presenza vivificante, che lo ha fatto tornare a casa danzando, con il suo lettuccio sopra le spalle385 Con la nostra presenza partecipe, noi creiamo, dunque realtà sante e diventiamo capaci di fare di tutte le cose il segno di una presenza amica. Il discepolo di Cristo può fare di se stesso, di tutte le sue cose la mensa Domini. Allora come Dio noi possiamo essere creatori di segni, creatori di sacramenti. Come Cristo ha fatto un segno a Cana di Galilea per la gioia dell'uomo, così noi possiamo fare di tutte le nostre cose un sacramento, per la gioia di ogni uomo che si accompagna con noi per un tratto di strada verso l'eterno.
Condividiamo, dunque, le nostre cose, e allora la povertà s'illumina di orizzonti altissimi. Le nostre cose diventano il pane dell'angelo, come è successo al profeta Elia che, stanco, sfiduciato, prostrato sotto un ginepro, ha detto a Dio: "Lasciami morire perché non ho più voglia di vivere" ed è proprio in quel momento di profondo scoramento che è stato raggiunto dal tocco dell'angelo e da una voce: "Alzati, mangia questo pane perché hai ancora tanta strada davanti a te ".386 Così Elia, alzatosi, mangiò il pane cotto sulla pietra, bevve dalla ciotola dell'acqua e col vigore di quel pane riprese il suo cammino per quaranta giorni e quaranta notti. Questa è la divina poesia della povertà che diventa Eucarestia.
Gesù, nell'ultima cena, ha riassunto nel pane spezzato tutto il significato della sua vita, il suo messaggio, il suo Vangelo, la profondità misteriosa del suo essere, il suo lungo dono, la comunione con i suoi discepoli: "Questo - ha detto loro - sarà d'ora in poi il segno della mia presenza tra voi, con voi e in voi, fate anche voi questo in memoria di me". Il gesto conclusivo della vita di Cristo deve essere anche il gesto riassuntivo di tutta la nostra vita: siamo anche noi chiamati a fare Eucarestia delle cose nostre.
Ricupero in questo senso il concetto della transustanziazione: il pane spezzato della nostra vita, la condivisione delle nostre cose, esprime la nostra verità profonda, il nostro essere, la nostra sostanza di vita. Realmente il pane che noi offriamo non è soltanto pane, ma è la nostra anima, è il tutto di noi riassunto nel dono. Le cose donate sono, infatti, simbolo della nostra ricchezza interiore, della nostra anima. Paolo afferma: "Di ogni cosa fate Eucarestia".387 Tutto può diventare Eucarestia, ogni cosa, ogni gesto! "Dacci oggi il nostro pane quotidiano", chiediamo nella preghiera, ed in questo senso, tutto è veramente il pane quotidiano di Dio.
L'arcivescovo Carlo Maria Martini, in un suo scritto, commenta così l'incontro di Gesù con Marta e Maria:388 Marta tutta indaffarata prepara la cena, ma in quel momento Cristo ha bisogno di un altro pane e quindi, al richiamo un po' amareggiato di Marta, nel quale si avverte una punta di gelosia per la sorella Maria, Gesù afferma: "Marta, perché ti agiti? Non capisci l'essenziale. Io non sono venuto qui per mangiare di questo pane, è un altro pane quello di cui ho bisogno: quello di Elia!"
In quel momento anche Gesù, come il Profeta, respirava la solitudine, si sentiva abbandonato dagli amici, poteva, a tratti, dubitare della sua missione ed allora aveva bisogno di sentire che le cose grandi che passavano dentro di Lui, erano ascoltate ed erano grandi anche per qualcun altro!
Quante volte noi manchiamo di questa intelligenza dello Spirito e diamo pane quando c'è bisogno di parola e parola quando c'è bisogno di pane! Questa è una carità non intelligente, che non sa capire la necessità di accostarsi ad ognuno, non nella misura del nostro bisogno, della nostra gratificazione, ma nella misura del vero bisogno del nostro fratello, del "pane quotidiano" che egli attende, in quel momento, per la sua fame.
Qui c'è in gioco tutta l'inventiva, la genialità della carità, di cui hanno dato prova san Vincenzo de Paoli, Giuseppe Cottolengo389. Spesso sono gli umili, coloro di cui nessuno conosce il
nome, che sanno intuire, capire e diventare "pane" per gli altri. Allora il gesto di Gesù: "Prese il pane, levò gli occhi al cielo, ringraziò, lo benedisse, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli" è davvero il gesto del povero, della vera povertà evangelica che diventa condivisione, che ha la capacità divina di ricreare una profondità nuova.
Vi propongo un passo di un testo bellissimo, la lettera a Diogneto390 dove si parla della missione di Cristo nel mondo da parte del Padre. Fautore si chiede: "Come lo mandò? Lo mandò a imporre una tirannide con timore e terrore? No certo, lo mandò con moderazione e dolcezza, lo mandò come un Re manderebbe il suo figliolo, lo mandò come Dio. Lo mandò da uomo a uomo, lo mandò come Salvatore, non con la forza ed il potere, perché la forza non è di Dio".391 E più avanti scrive: "Quando avrai cominciato ad amarlo (il Cristo), sarai imitatore della Sua venuta. Allora non ti meravigliare che l'uomo possa diventare imitatore di Dio. Lo può, volendolo lui (l'uomo). Infatti, non l'imperare sul prossimo, né l'essere ricco e prepotente sui più deboli, significa essere beati, né in questo qualcuno può imitare Dio, anzi queste cose sono fuori della Sua grandezza! Ma chiunque prende su di sé il peso del prossimo, chiunque in quello in cui è migliore vuol beneficare l'altro che ha meno, chiunque possiede quanto da Dio ha ricevuto, somministrandolo ai bisognosi, diviene Dio di chi riceve; questi è imitatore di Dio".392
Bellissima questa pagina e vorrei aggiungere una cosa sola, perché mi sembra completi questo pensiero della lettera a Diogneto. Se noi diventiamo il pane dell'angelo per il nostro fratello, se siamo chiamati a fare di tutte le cose divina Eucarestia, mi pare che ci sia ben di più: noi siamo chiamati a fare Eucarestia, ad essere il pane dell'angelo, anche per Dio. Ed è ciò che Gesù esprime quando dice: "Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero ignudo e mi avete vestito, ero in carcere e siete venuti a visitarmi, ero ammalato e mi siete venuti vicino. Quando? Ogni volta che voi avete fatto questo ad ognuno dei vostri fratelli, lo avete fatto a me - voi siete diventati Eucarestia per me".393 Tu, dunque, vesti Dio, curi, sfami, disseti Dio! Ed è quanto esprime Gesù, quando essendo rimasto presso il pozzo a parlare con la Samaritana, ai discepoli che gli offrono del pane comprato al villaggio, dice: "Io ho un altro pane!".394 Per il Cristo, dunque, il "pane" fu quella povera donna samaritana che aveva tutto distrutto dentro di sé. Cristo è Pane per l'uomo, ma anche l'uomo può diventare Pane per Cristo. Ognuno, infatti, può avere questa capacità trasfigurante ed anche le cose toccano il loro momento di pienezza divina, realizzano il Logos seminato in esse.
Il Cristianesimo è la religione del Verbo, Logos che si fa carne, ma è anche proprio per questo, la grande religione della carne che si fa Verbo: messaggio, comunione, parola, pane. Nel suo "Diario segreto", Marie Noël scrisse: "O mie creature - dice Dio - siate l'una il pane dell'altra".395
È in questa capacità creativa che tocchiamo il vertice più alto della divina poiesis, della capacità divina che è resa possibile solo dalla presenza in noi dello Spirito di Dio. È di questo fare divino che Gesù ha fatto il suo segno.
NOTE
321 Il riferimento qui è alle beatitudini secondo l'evangelista Luca. Si veda il cap.6, vv. 20-26.
322 Vangelo secondo Luca, cap. 18, v. 24.
323 Su Mazzolari vedi nota 29, p. 130, del testo Pellegrinaggio alle sorgenti, secondo incontro.
324 Genesi, cap. 2, vv. 19-20.
325 Vangelo secondo Matteo, cap. 19, vv. 20-22.
326 J. Anouilh (1910-1987). commediografo e drammaturgo francese. Tra le sue opere Il viaggiatore senza bagaglio; Euridice; Antigone; Becket o l'onore del re. I temi centrali della sua produzione teatrale sono la solitudine dell'uomo; la vita drammatica della coppia; la morte che libera dai compromessi dell'esistere.
327 Vangelo secondo Matteo, cap. 5 v. 48,
328 Rabindranath Tagore (noto anche con il nome di Gurudev), (1861-1941) è stato uno scrittore, poeta, drammaturgo e filosofo indiano. Gli fu conferito il premio Nobel per la letteratura nel 1913.
329 Don Michele unifica in una sola citazione espressioni diverse di Paolo: nella prima lettera ai Corinti al cap. 2, v. 16: Paolo scrive: "Noi abbiamo il pensiero di cristo"; nella lettera ai Filippesi al cap. 2, v. 5 scrive: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù"; nella lettera ai Calati al cap. 2, v. 20 infine dice: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me", mettendo in evidenza come il suo essere e quello del cristo coincidano.
300 Il riferimento è al Vangelo secondo Matteo, al cap. 5, v. 20.
331 Vangelo secondo Matteo, cap. 16, v. 22 o quello di Marco, cap. 8, v. 33.
332 Vangelo secondo Matteo, cap. 8, v. 20.
333 Vangelo secondo Matteo, cap. 8, v. 22.
334 L'episodio è narrato nel Vangelo secondo Giovanni al cap. 12, vv. 1-9.
335 Vangelo secondo Giovanni, cap. 4.
336 Genesi cap. I, v. 2. Don Michele cita liberamente il versetto di Genesi cap. 1, v. 2 dove si dice: "Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque".
338 Lettera ai Romani cap. 8, vv. 19-22.
339 Vangelo secondo Giovanni, cap. 6, v. 63.
34° Vangelo secondo Luca, cap. 1 1, v. 13.
341 Letteralmente: "uomo della via, viandante, eretto nella, dalla speranza".
342 Prima lettera di Giovanni, cap. 1.
343 Su questo punto relativo alla povertà dell'avere don Michele tornerà più ampiamente nel secondo incontro. Si veda p. 271 e sgg.
344 È l'ultimo capitolo di Itaca e oltre, edito da Garzanti nel 1991.
345 Vangelo secondo Giovanni, cap. 8, v. 32.
346 Sono parole di celestina Favre per la quale vedi nota 108, p. 162 del testo La trascendenza di Dio, secondo incontro.
347 Vangelo secondo Matteo, cap. 26, v. 39; Vangelo secondo Luca, cap. 22, v. 42.
348 Vangelo secondo Giovanni, cap. 12, v. 24.
349 Vangelo secondo Luca, cap. 23, v. 46.
350 Espressione che si trova in Isaia, cap. 53, v. 3.
351 Giobbe cap. 40, v. 4. Don Michele cita però la versione latina, la Vulgata, forse per mettere in evidenza come la parola adorazione deriverebbe, a suo parere, da "portare la mano alla bocca". Nella Vulgata il passo si trova al cap., 39, v. 34.
352 Lettera agli Ebrei al capitolo 5, v. 9.
353 Sono le parole che Gesù dice prima di spirare nel Vangelo secondo Giovanni al cap. 19, v. 30, nella versione latina della Vulgata.
354 È un'opera dello scrittore francese A. Gide (1869-1961), Nutrimenti terrestri, in Italia e ora edita da Garzanti, che l'ha ripubblicata nel 2004.
357 Per Prezzolini vedi nota 200, p. 199 del testo Il mistero della sofferenza, primo incontro.
358 I'Abbé Gorret (1836-1907) fu un uomo di grandi qualità intellettuali e umane. Fu scrittore e appassionato alpinista, fu, infatti, tra i primi che nel 1857 tentò la scalata del Cervino. Rettore e maestro per lunghi anni a Saint Jacques, una lapide sulla facciata della rettoria di Saint Jacques lo ricorda.
359 Regola di Benedetto, cap. 31, 10.
360 Probabilmente don Michele cita liberamente il v. 18 del capitolo quinto della prima lettera ai Tessalonicesi dove Paolo dice: "In ogni cosa rendete grazie"; espressione analoga si trova nella lettera agli Efesini al capitolo quinto, v. 20: "Rendete continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo".
361 Per Bernanos si veda la nota 34 di p. 131 del testo Pellegrinaggio alle sorgenti, secondo incontro.
362 Don Michele probabilmente si riferisce al prologo del Vangelo secondo Giovanni, lì dove si dice: "tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato film) di tutto ciò che esiste (Gv, 1, 2).
363 Don Michele cita liberamente il passo del Vangelo secondo Matteo al cap. 11, v. 25: "In quel tempo Gesù disse: Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli".
364 Nella Vita seconda oggi chiamata anche Memoriale del desiderio dell'anima-- di Tommaso da Celano al capitolo CXXIV, al nr. 750, p. 470 della nuova edizione delle Fonti Francescane edita dalle Editrici Francescane, Padova 2004, è scritto:
"E ordina" - s'intende Francesco - "che l'ortolano lasci incolti i confini attorno all'orto, affinché a suo tempo il verde delle erbe e lo splendore dei fiori cantino quanto è bello il Padre di tutto il creato. Vuole pure che nell'orto un'aiuola sia riservata alle erbe odorose e che producono fiori perché richiamino a chi li osserva il ricordo della soavità eterna".
365 Vangelo secondo Matteo, cap. 15, v. 32.
366 Don Michele cita in modo libero un passo della lettera agli Efesini al capitolo 3, vv. 17-19: "Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, e conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio".
367 Su D. Hammarskjold si veda Introduzione, nota 122. Nel caso specifico lo statista diceva: "Tu che sci anche in noi, che tutti ti vedano anche in me" (p. 125 di Tracce di cammino).
368 Vangelo secondo Matteo, cap. 5, v. 48.
369 Don Michele ricorda qui il passo del Vangelo secondo Giovanni al cap. 14, v. 12: "In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre".
370 Don Michele ha presenti i vv. 34-35 del cap. 13 del Vangelo secondo Giovanni dove Gesù dice: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri".
371 Don Michele cita il cap. 17, vv. 22- 23 del Vangelo secondo Giovanni: "E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me".
372 II riferimento è al medesimo passo del Vangelo secondo Giovanni citato.
373 Vangelo secondo Luca, cap. 21, v. 31: "Gesù disse loro: In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio".
374 Vangelo secondo Luca, cap. 19, v. 8.
375 Vangelo secondo Luca, cap. 21, vv. 1-4.
376 Questo detto si trova al capitolo primo della Didachè, o Insegnamento del Signore alle genti per mezzo dei dodici apostoli. La Didachè è un testo antichissimo, redatto probabilmente in Siria tra la fine del primo e l'inizio del secondo secolo.
377 Su A. Schweitzer si veda la nota 32, p. 130, del testo Pellegrinaggio alle Sorgenti, secondo incontro.
378 Le frasi citate si trovano a pp. 262-263 dell'opera di Schweitzer, Rispetto per la vita, che è stata tradotta in italiano dalla casa editrice Comunità nel 1957 e più volte riedita.
379 Vangelo secondo Luca, cap. 4, vv. 18-19.
380L'episodio è narrato nel Vangelo secondo Matteo al cap. 11., vv. 3-5; nel Vangelo secondo Luca al cap. 7, vv. 19-22.
381 Vangelo secondo Giovanni, cap. 5, v. 17.
382 Vangelo secondo Luca, cap. 1, vv. 39-46.
383 Prima lettera di Giovanni, cap. 3, v. 15.
384 Vangelo secondo Giovanni, cap. 20, vv. 22-23.
385 L'episodio è presente in tutti i vangeli sinottici. Più centralmente nel Vangelo
secondo Marco al cap. 2, vv. 3-12 e in quello di Luca al capitolo 5, vv. 18-25.
386 Primo libro dei Re, cap. 19, vv 4-8.
387 Si veda il secondo incontro di Alle radici della povertà evangelica a p. 278. nota 360.
388 Vangelo secondo Luca, cap. 10, vv. 38-42.
389 Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842), sacerdote, si occupò dell'assistenza ai derelitti e agli ammalati gravi e nel 1832 fondò a Torino la "Piccola Casa della. Divina Provvidenza".
390 Per la lettera a Diogneto si veda nota 95, p. 157, del testo La trascendenza di Dio, secondo incontro.
391 Lettera a Diogneto, cap. VII.
392 Lettera a Diogneto, cap. X.
393 Vangelo secondo Matteo, cap. 25, vv. 31-46.
394 Vangelo secondo Giovanni cap. 4, vv. 31-34.
395 Su M. Noël si veda nota 219, p. 207, del testo Il mistero della sofferenza. La frase citata si trova nel Diario Segreto della scrittrice a p. 36.
(note e testo a cura di Clara Gennaro)