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Una testimonianza: scienza e tecnica, speranza dell'umanità?

sintesi della relazione di Giuseppe Allegra
Verbania Pallanza, 19 aprile 1974

Cercherò di dare anzitutto una specie di presentazione genera­le del problema della scienza, puntando a far vedere come l'insieme delle implicazioni della scienza presenti aspetti assai diversi, ap­parentemente contradditori. Possiamo dire che il volto della scienza ci si presenta, talora ambiguo e pericoloso, pur se crediamo che l'uomo possa volgerla a strumento liberante.
Poi cercherò di proporre alcune considerazioni prevalentemente fondate sulla mia esperienza, che, mi pare possano essere considerate valide ai fini di avere !!un'indicazione di speranza reale per l'uomo, fondata sulla scienza.

il volto ambiguo della scienza

Anzitutto la definizione che mi sembra di poter dare della "scienza" tanto per poter cominciare a capirci un momentino, mi sem­bra che possa essere: la conoscenza esatta o potenzialmente comple­ta delle leggi della natura, incluse le leggi della logica formale (ad es. della matematica) che si fondano su assiomi, e che vengono poi sviluppate secondo criteri di logica. Questo per dire che si in­cludono nel concetto di scienza, per esempio, tutte le matematiche. Penso soprattutto a questo tipo di scienza, anche se ovviamente le scienze dell'uomo (le scienze "antropologiche") sono degne di essere considerate tali, o forse anche più.
In sostanza, data anche la particolare natura della mia esperienza, vorrei riferirmi in particolar modo a quelle scienze che si chiamano esatte. Di conseguenza questo mio discorso sarà un po' meno volto alle scienze antropologiche, come la psicologia, l'economia, la storia, la filosofia ecc.
Quanto poi alla "tecnica" non credo che, sia il caso di defi­nirla in modo particolare, è la nozione che abbiamo ben chiara un po' tutti, così, dalla conoscenza corrente di ogni giorno. È l'insieme delle possibilità di produzione le quali però sono aperte, fondamentalmente, dalla conoscenza scientifica.
In ultima analisi credo appropriato dire che il discorso di scienza e tecnica torna almeno sul piano culturale un discorso abbastanza unitario, e perciò, generalmente, quando parlerò di scienza, intenderò riferirmi all'intero problema scientifico-tecnologico.
Dunque, prima di tutto è evidente, e qui non è il caso di illustrarlo, quanto la scienza sia stata e sia importante per l'uomo e, forse in misura particolarmente drammatica, negli ultimi tempi, ne­gli ultimi decenni. Per limitarci agli ultimi cento anni, potremmo ricordare tra i filoni della scienza che hanno inciso più profonda­mente nella cultura dell'uomo, intesa proprio in senso filosofico e umanistico, la scoperta dell'evoluzione da parte di Darwin, la sco­perta del subconscio da parte di Freud, la scoperta della non indipendenza di spazio e tempo da parte della relatività di Einstein, la quantizzazione dell'energia, ecc
Ho parlato di implicazioni sul piano filosofico, e mi sembra che non sia inappropriato, perché è evidente che cosa vuol dire la esistenza del subconscio, per esempio, per l'uomo.
Il concetto di libertà umana va evidentemente interpretato alla lu­ce di questa realtà. È evidente anche che l'evoluzione di Darwin postula una serie di conseguenze, che per l'uomo non sono indifferen­ti. Anche il fatto che il tempo e lo spazio non si possano trattare come delle realtà assolute, evidentemente porta con sé una serie di conseguenze. Kant, tanto per incominciare, si era sbagliato, quando aveva detto che lo spazio e il tempo sono delle categorie a priori: infatti lo spazio e il tempo sono realtà che sono valide soltanto se viste insieme, non separatamente, non sono degli assoluti. Ovviamente qui non voglio avere l'aria di entrare in un giudizio fi­losofico, voglio solamente dire che queste nozioni hanno una forte e una diretta implicazione sul piano culturale del discorso filoso­fico e umanistico in genere.
Per quanto riguarda il progresso materiale, poi, dell'umanità, qui l'implicazione scientifica, è ancora più evidente. Basta vedere un po' le discipline che hanno avuto un impatto più evidente nel campo della tecnologia. Non so, potrebbero essere ricordate l'elet­tronica (le comunicazioni, la televisione, i calcolatori), la far­macologia, (la scoperta delle medicine, i sulfamidici, gli antibio­tici, per darvi gli esempi più lampanti), la chimica, (i fertilizzanti, le fibre sintetiche, le materie plastiche ecc.) la metallur­gia, ecc.
Oggi infine, in maniera inattesa e per la verità in un certo senso un po' assurda, perché in definitiva determinata proprio dallo svi­luppo imprevisto e quasi incontrollato della stessa tecnologia, sta nascendo una nuova scienza-tecnologia, che è l'ecologia, la quale cerca appunto di porre rimedio ai guai di un eccessivo sviluppo del­la scienza e della tecnologia.
Comunque la scienza ce l'abbiamo sotto gli occhi, la scien­za è una realtà con cui dobbiamo fare i conti un po' tutti i giorni.
Dunque, che posto ha avuto, qual è il giudizio che possiamo dare dello sviluppo scientifico nella storia dell'umanità?

l'ambiguità del ruolo della scienza
Diciamo anzitutto che la scienza è certamente una espressione auten­tica di umanità nel senso che l'uomo è naturalmente portato alla co­noscenza. Quindi per sé è un fatto eminentemente positivo. È una delle funzioni intrinseche dell'uomo quella di tendere verso la conoscenza scientifica. Però accanto a questa prima considerazione, che cioè l'uomo non potrebbe non rivolgersi alla scienza in qualche mo­do, non c'è dubbio che il ruolo della scienza nella storia della u­manità è stato fondamentalmente, intrinsecamente ambiguo, nel sen­so che ha potuto essere volta a volta piegato sia pro che contro gli interessi dell'uomo. Intendo i suoi interessi veri, tra cui, ad esempio, oltre che la libertà dal bisogno materiale, anche la liber­tà di agire, di pensare, di credere, di avere diritto ad una vita dignitosa e giusta.
Non c'è dubbio che il progresso scientifico anche in questa lu­ce è stato in buona parte positivo, in quanto la scienza ha libera­to l'uomo da molte schiavitù, che in ultima analisi si risolvevano appunto in ingiustizie; per esempio, nella misura in cui lo obbli­gavano ad un ruolo per molti versi subumano.
Penso in particolare, allo spreco di tanta parte del suo tempo in attività estremamente umili, che avevano il solo scopo di procurar­gli l'essenziale per la vita fisica. Non è lontano il tempo in cui, in pratica, solamente i ricchi potevano indulgere in attività intel­lettuali, gli altri essendo tutti impiegati a pieno tempo, anche al di là dell'odierno orario di lavoro, per procacciarsi da vivere.
Questa libertà è da considerare indiscutibilmente come un ele­mento fondamentale del progresso dell'uomo. Però non c'è dubbio che
la scienza, nel corso del suo sviluppo, sia rapidamente diventata uno strumento di potenza, per esempio uno strumento di potenza politica, e quindi utilizzabile agli scopi della politica di potenza che non sono necessariamente nobili. Basta ricordare qui gli esempi, forse non sono nemmeno necessari, il significato bellico degli esplosivi, pur forse concepiti inizialmente per scopi di pace, e delle macchine belliche in genere.
Per ultimo, come esempio particolarmente impressionante, perché col­legato da una parte a scoperte fisiche fondamentali (l'equivalenza di massa e di energia, la transmutabilità dei nuclei atomici, ecc.) ma dall'altro ad effetti terribilmente distruttivi e disumani, l'e­nergia atomica, che è proprio uno dei simboli della nostra epoca e dell'ambiguità fondamentale che può rivestire la scienza, nella vita dell'umanità. Però anche al di là di questi esempi limite, la scien­za ha dimostrato su scala mondiale la propria utilizzabilità concre­ta a fini di potere, in mille episodi, che praticamente costituisco­no l'intreccio della nostra vita sociale e politica.
Basti ricordare per esempio che la differenza fra nazioni svi­luppate e industrializzate e quelle che non lo sono, consiste in lar­ga misura nella distinzione fra chi possiede un patrimonio di scien­za e tecnologia, che si esprime concretamente nel possedere, nel po­ter fornire brevetti e cervelli capaci di farli funzionare, e chi in­vece questo patrimonio non ha.
Certamente a queste condizioni di privilegio tecnologico a cui appar­tengono le nazioni dell'occidente industrializzato, è da attribuire anche una situazione di sfruttamento nei confronti delle nazioni in via di sviluppo. Il fatto che chi possiede la tecnologia può, o ha potuto fino a poco tempo fa, imporre anche sul piano del mercato, le condizioni che vuole (voi comprate le mie offerte scientifiche al prezzo che voglio io, e io compro i vostri prodotti al prezzo che an­cora fisso io). Insomma, in definitiva, questo patrimonio scientifi­co-tecnologico, ha generato una condizione evidente di privilegio. Anche all'interno delle nazioni industrializzate d'altronde, e maga­ri appartenenti allo stesso gruppo di alleanze, è anche troppo evi­dente la differenza fra quelle che possono vendere conoscenze scien­tifiche e tecniche sotto forma di brevetti, di informazioni tecniche,ecc. e quelle nazioni che sono in condizioni invece di sudditanza.
A questo proposito, si ritiene che non sia lontano il momento in cui non sarà possibile acquistare le conoscenze tecniche per mez­zo del denaro, ma soltanto mediante scambi con altre conoscenze. E' questo uno dei principali argomenti che imporrebbero a nazioni con uno sviluppo industriale e scientifico medio, come l'Italia, di fare una politica di ricerca, perché in un futuro non lontano po­trebbe essere inutile possedere denaro e risorse, in genere, se non si disporrà proprio di conoscenze scientifiche, perché non si potran­no ottenere in cambio queste sempre più preziose conoscenze.
Certo, tutte queste cose hanno a che fare col discorso politi­co del rapporto tra le nazioni; però in un senso più subdolo, la mentalità scientifica ha determinato altre gravi distorsioni nell'atteggiamento dell'uomo, a livello proprio dell'umanesimo.
Dapprima coll'illuminismo si è originata una speranza eccessi­va che la scienza avrebbe risolto rapidamente ogni problema umano, indicato e preparato un futuro meraviglioso di benessere universale. Poi il positivismo e il pragmatismo hanno consacrato in filosofia l'idea che la scienza è l'unica fonte del sapere umano, e cioè la vera filosofia. Si completa in questo modo il passaggio dalla ragio­ne oggettiva della metafisica classica, quella che ritiene che la realtà sia indipendente dal soggetto, alla ragione soggettiva, che indica invece come sola realtà quella con cui viene a contatto il soggetto.

una ragione strumentale
Anzi, al limite nello scientismo ottocentesco, la ragione tende a diventare completamente strumentale. E' ragione tutto quello che serve all'uomo per raggiungere dei fini, i quali non sono neanche messi in discussione, sono là, sono dati per scontati. La ragione, quindi la filosofia, è lo strumento mediante il quale io riesco a colmare questo divario, raggiungendo cioè quei fini.
In altri termini i fini a cui tende l'uomo sono dei dati a priori, non soggetti a critica. Genericamente l'illuminismo parlava di progresso, emancipazione, libertà dai bisogni, ecc. e quindi la filosofia, ovvero la scienza con cui essa in definitiva si iden­tifica, elabora unicamente i mezzi per giungere a quegli scopi ac­cettati in modo acritico.
La gravità e la pericolosità di un atteggiamento di questo ge­nere sono abbastanza evidenti e non ipotetiche. Se si assumono in modo vago e acritico i fini, in pratica si finisce col darli per scontati, ma si finisce anche con l'eliminarli del tutto, sostituiti con l'idea del massimo sviluppo possibile della scienza stessa, cioè dello strumento che viene quindi mitizzato, idolatrato.
Cioè nella misura in cui non diamo importanza al problema dei fini, questi vengono dimenticati, e sostituiti con una specie di assolutiz­zazione della scienza stessa. Come conseguenza-limite veramente mo­struosa di questa impostazione possiamo citare le ideologie disuma­nizzanti del fascismo e del nazismo, per cui il fine a cui tendere non ha nulla in comune con nessun tipo di umanesimo, ma involgarito al massimo, viene fatto coincidere con una visione puramente attivi­stica, vitalistica.
In ultima analisi questa visione porta al culto della violenza cieca che, a causa poi del processo storico da cui nasce, finisce coll'appoggiarsi alle forze preesistenti nella società, e quindi è di natu­ra reazionaria.
Ma in un senso ancora più ampio l'assunzione non critica dei fini è alla base di tanti disordini della società di oggi. Infatti l'attitudine scientifico-tecnologica che finisce coll'idolatrare se stessa, porta in fondo a mitizzare l'efficienza di tipo quantitativo, l'industrializzazione, il consumismo.
Nel campo scientifico l'accettazione acritica, aprioristica, della validità e della indipendenza della scienza da ogni filosofia mo­rale, porta a risultati e situazioni talvolta aberranti, e spesso discutibili. E qui si potrebbe allargare il discorso,anche se penso non sia il caso di farlo a questo punto, al problema dello studio scientifico delle armi: è chiaro, mi pare, che non perché un'arma può essere oggetto di scienza, per questo tale oggetto deve necessa­riamente, inevitabilmente, essere perseguito. E' chiaro che l'uomo si ribella e a questo punto dice no; ci vuole qualcosa che controlli il lavoro della scienza stessa. E' un po' il discorso che in molte uni­versità americane diventa sempre più vivo, la contestazione viene fatta proprio ai fini a cui tende la scienza, almeno la scienza ufficiale.
Appare evidente insomma, per concludere questa parte introdut­tiva, che la misura del valore delle cose non può essere implicita nell'oggetto della scienza, ma deve risiedere altrove, in una visione filosofica che non riduca l'essenza delle cose puramente alla descri­zione quantitativa, alla logica fenomenologica, per quanto sia accu­rata e completa.
Finora abbiamo fatto una critica abbastanza serrata, mettendo in evidenza piuttosto crudamente molti aspetti negativi della scien­za. E' chiaro che non sono i soli che io ravvisi (altrimenti mi si potrebbe chiedere perché ho fatto questo mestiere). Io credo infatti che ci siano motivi validi, e validi a livello di autentico umanesi­mo, nella scienza.

indicazioni di speranza fondate sulla scienza

Per cominciare, direi che la molla più potente che mi sembra motivi l'uomo alla ricerca scientifica, e qui faccio un discorso che in parte almeno è autobiografico, cioè parto dalla mia esperienza, è la curiosità. Questa per lo meno è una convinzione che è largamen­te condivisa nell'ambiente in cui vivo, anche se non voglio evidentemente dimenticare per generalizzazione eccessiva, quegli studiosi che hanno ravvisato prima di tutto nella scienza un modo di aiutare i fratelli, per esempio operando nello studio delle malattie, di pro­blemi sociali,ecc. Indubbiamente però resta il fatto che il fattore curiosità dell'uomo è una molla importante. L'emozione provata al pensiero di portare a conoscenza qualcosa che era precedentemente ignota, è sicuramente genuina, in molti casi, e può essere estremamente intensa.
Forse uno dei documenti più interessanti a questo riguardo, anche se magari banale per certi aspetti, sul piano letterario, e anche sul piano umano se vogliamo in quanto, per esempio permeato da una buo­na dose di cinismo, è il libro scritto da Watson, che si chiama "La doppia elica", ora tradotto anche in italiano. Watson è un biologo americano che in collaborazione con due biochimici inglesi, Crick e Wilkins, ha scoperto la struttura della molecola del DNA, che è la molecola la quale contiene l'informazione genetica di tutti gli esseri viventi.
Questa vicenda, io l'ho vista, l'ho letta sotto un'angolatura particolare. Mi sono reso conto poi che il mio giudizio non collimava con quello della maggior parte delle persone che avevano letto quel libro. L'immagine dello scienziato il quale vive in una specie di suo mondo particolare al di fuori delle emozioni correnti, in una sorta di serietà assoluta, quasi di distacco dalle passioni, lì viene comple­tamente sconsacrata. Ecco, questa è forse la ragione prima per cui è molto vero quel libro, che racconta come queste tre persone, giovanissimi tutti e tre, perché tutti e tre sono sotto i trenta anni, abbiano fatto una delle scoperte sicuramente tra le più importanti degli ultimi cento anni, perché si è capito finalmente che cosa è, dove risiede l'informazione genetica, e in che modo può agire, ecc. E c'è tutta una storia quasi romanzesca, di idee, di errori, di ti­more che qualcun altro arrivasse prima, di modelli molecolari che ve­nivano costruiti di notte... E poi debbo aggiungere che tutta questa vicenda al livello del romanzesco era per me resa ancor più viva per il fatto che io sono stato in qualche misura testimone, anche se non protagonista, di una scoperta pure significativa, quella dei polime­ri stereoregolari del professor Natta, che è avvenuta attorno agli anni cinquanta. Io ero allora studente, seguivo da lontano, ma vede­vo quel tipo di agitazione, quel tipo di entusiasmo, che indiscuti­bilmente era un entusiasmo genuino, un entusiasmo veramente, a parer mio, molto semplice e molto umano. Lo spirito di frontiera, di sco­perta della natura, lo spirito gioioso dell'attesa di qualche cosa che si manifesta per la prima volta e che poi è destinato a durare, ad avere significato nella vita dell'uomo. E' indubbiamente uno sta­to d'animo, una realtà umana che ha valore per sé, con tutto ciò che di ingenuità, di entusiasmo e di meraviglia porta con sé. In fondo mi sembra che questo atteggiamento avvicini in qualche modo l'uomo di scienza anche al poeta.
Certo, per non cadere in un facile ottimismo bisogna tenere presente il rischio della tentazione orgogliosa, che può nascere da una certa illusione demiurgica, quasi che le leggi della natura siano pendenti da chi le scopre. Evidentemente questo orgoglio è facile, può prendere chi fa una scoperta anche modesta, con l'illusione che quella scoperta dipenda da lui, quando invece l'uomo non ha fatto che rivelare quanto già c'era, che doveva soltanto essere portato a chiarezza. C'è sempre una certa tentazione di inaridimento, di disumanizzazione nel lavoro scientifico, a causa dell'orgoglio intellet­tuale, nonostante questa genuina componente di entusiasmo, di spiri­to di frontiera, di scoperta della natura, di semplicità, di meravi­glia.
Per esempio, la disumanizzazione può sopravvenire quando l'oggetto specifico della ricerca non coincide con l'uomo né con i suoi pro­blemi o interessi immediati. Ecco, forse in questi casi, la lunga consuetudine con la pratica scientifica, e magari una certa stanchez­za che può nascere dall'abitudine, possono effettivamente far nasce­re una tentazione all'accademia, all'isolamento, alla superbia in­tellettuale, tentazione che può essere anche forte, secondo quella che è la mia esperienza e dell'ambiente in cui vivo.

rigore e umiltà: la funzione umanizzante del lavoro scientifico
In altri sensi, tuttavia, io credo che l'esercizio della scien­za possa essere genuinamente umanizzante, cioè formativo, nel senso vero della parola. Penso anzitutto all'esercizio continuo di obiet­tività, che è richiesto al ricercatore nell'atto di verificare le sue ipotesi. Il ricercatore di fronte ad un fatto che non si spiega, pone delle ipotesi, poi le verifica, e umilmente deve accettare i risultati di queste verifiche. E inevitabilmente d'altro canto è por­tato a credere, ad avere una certa simpatia per una certa spiegazio­ne, che poi assai spesso viene invece dimostrata falsa.
Questa situazione indiscutibilmente richiede una forte carica di umiltà, per essere superata, e il ricercatore deve essere quindi ca­pace di rinunciare al proprio punto di vista in qualsiasi momento. Dire che l'essenza dello spirito scientifico è proprio questo dell'assoluta disponibilità ad accettare quello che emerge dai dati di fatto. Assai spesso questa rinuncia è faticosa, anche perché le i­dee tendono a diventate una parte di noi stessi. E come ho detto pri­ma, l'orgoglio intellettuale è particolarmente difficile da superare. Il problema dell'onestà intellettuale può diventare ancor più delicato quando, come spesso accade, nasce un rapporto dialettico tra interlocutori diversi, perché è relativamente facile riconosce­re un errore compiuto da noi stessi di fronte a noi stessi, ma è sempre, come ben sappiamo, assai più difficile riconoscere una ina­deguatezza, un errore ecc. di fronte agli altri. E d'altro canto è essenziale, alla scienza, non soltanto questa capacità di arrendersi all'evidenza, ma anche di essere cauti di fronte al dubbio, di saper arretrare quando si vede che la propria ipotesi vacilla.
Il ricercatore deve quindi procedere faticosamente verso quella che potremmo chiamare la sua moralità specifica, la sua deontologia professionale, che, in ultima analisi, è proprio l'obiettività tout court.
La serenità del giudizio e l'assenza di spirito polemico che nascono dall'obiettività sono due caratteristiche particolarmente necessarie per un corretto esercizio dell'attività scientifica. Mi sem­bra d'altronde, che la serenità del giudizio e l'assenza di spirito polemico, sono dei requisiti particolarmente importanti per l'uomo, e forse particolarmente carenti in questa fase di crisi di valori della nostra società, in cui alla mancanza, e magari alla confusione di idee-guida, spesso si sovrappone una notevole intransigenza nel sostenere i propri punti di vista, magari con animosità non ne­cessaria. Penso in questo momento a molte confusioni in campo politico, sarebbe facile fare degli esempi.
Mi pare davvero che questo esercizio di rigore e di umiltà che in fondo la scienza obbliga a fare quotidianamente, potrebbe arricchi­re l'uomo in misura importante.

razionalità e rigore
Un altro aspetto della disciplina intellettuale che è imposta dall'indagine scientifica è quello della razionalità, intesa come
impostazione lucida e logicamente rigorosa dei problemi.
Mi sembra che questo aspetto oggi presenti molte implicazioni in va­ri settori, che sono importanti per il futuro dell'uomo. Anzitutto l'uomo di oggi si rende brutalmente conto che il pianeta terra, l'am­biente in cui vive, è molto più piccolo e molto più limitato nelle sue risorse di quanto non pensasse o non preferisse pensare fino a ieri. Oggi l'uomo si rende conto che il progresso non può essere in­terpretato in senso puramente quantitativo, anzi, che l'idea del progresso come accrescimento, quantitativo illimitato, della produzione, del suo sviluppo, della quantità, insomma, deve essere cam­biato radicalmente. Si dovrà semmai pensare ad un progresso di qua­lità, ma il progresso di quantità non è più accettabile come filo­sofia generale.
Da un lato questa constatazione è un duro colpo all'orgoglio positivistico che pretendeva che l'uomo potesse giungere ad un futuro di benessere per l'intero genere umano semplicemente sviluppando all'in­finito tutte le sue potenzialità, le potenzialità sue personali e dell'ambiente del pianeta in cui vive, in un processo di crescita illimitato. Mentre invece questa improvvisa constatazione che il pianeta è limitato, e che questo tipo di sviluppo è impossibile, non sembra neanche deporre troppo a favore della capacità di raziocinio e di previsione dell'uomo. In sostanza, davvero, questa è una prova che quell'attitudine positivistica conteneva una larga parte di pre­sunzione,e di visione a breve termine, non lungimirante.
oltre un progresso quantitativo indefinito
Molti di loro certamente sanno che sono usciti recentemente i risultati, le conclusioni di una indagine compiuta da un gruppo di ricercatori americani del Massacchussets Institut of Technology (è tradotto anche in italiano: con il titolo "Limiti dello sviluppo") in cui vengono in sostanza dette queste cose: l'umanità non può conti­nuare ad espandere la propria produzione a questo ritmo, non solo, ma nemmeno ad aumentare demograficamente a questo ritmo, perché nel­l'arco di 20-30 anni noi saremmo destinati a conoscere inevitabilmen­te alcune conseguenze drammatiche, e dobbiamo prevedere queste con­seguenze. Questo studio è stato variamente giudicato, molto spesso in maniera poco tenera, e anche a ragione, perché effettivamente con l'aria di voler proporre, in maniera un po' asettica, dei dati di fatto, in realtà partiva da ben definiti giudizi di valore, quindi in definitiva, utilizzava una certa visione, una certa proposta del mondo, che era non necessariamente da condividere. Però, qualunque sia il giudizio specifico che si vuol dare allo studio contenuto in quest'opera, è indiscutibile che per la prima volta è stato detto in modo chiaro e documentato che se la popolazione, l'inquinamento e la produzione continueranno a crescere e contemporaneamente le ri­sorse naturali verranno depauperate al ritmo attuale, in due o tre decenni tutto il genere umano dovrà affrontare un'enorme crisi.
Rimedi urgenti, da questo gruppo, vengono indicati in un controllo demografico, che conduca ad un numero costante di abitanti
del globo, un controllo dell'espansione del capitale, che pure conduca a condizioni di mantenimento, uno sforzo a produrre più alimen­ti, uno sforzo a ridurre l'inquinamento e a ridurre il consumo delle risorse che non si possono rinnovare. Infine, come uno dei rimedi fondamentali, il libro dice che bisognerebbe puntare a produrre sem­pre più servizi e ad aumentare in generale sempre più il livello dei beni culturali prodotti, in particolare l'educazione, la scuola ecc. La scienza in questa visione può avere grande spazio, sia nel precisare i modi di portare a termine questo programma, sia al momen­to in cui saranno stati raggiunti questi scopi, di indicare come mantenerli, sia in termini di livello della popolazione che della quantità di beni prodotti, ecc.
Perché in sostanza quella che viene prefigurata è una società nella quale la cultura, la scienza in particolare, debbono avere un posto molto più ampio di quanto non avvenga oggi.
Naturalmente ci sono gravi obiezioni a questo programma che per molti aspetti può apparire semplicistico.
Per esempio, una delle difficoltà più gravi è quella di riuscire a permettere alle nazioni povere di giungere ad un certo livello di sviluppo. E' chiaro che l'idea di bloccare lo sviluppo mondiale al momento presente potrebbe voler dire che si condannano le nazioni povere a rimanere al loro livello di povertà e in qualche caso di carestia cronica, di malattie endemiche, ecc.
Tuttavia, a parte questo ( e d'altro canto, lo studio dedica qualche parte proprio a questo specifico problema), molte di quelle proposte sembrano valide. Lo studio insiste molto su questo aspetto: è vero che l'uomo deve rinunciare all'idea di progresso quantitativo senza fine, però egli deve saper sostituire al concetto di progresso quan­titativo, quello di progresso qualitativo, nella scelta del tipo di vita. E la scienza, per quanto dicevo, ha un ruolo estremamente im­portante in questo ambito, sia perché deve indicare agli uomini i modi del progresso qualitativo, sia ancor più perché la scienza concepita come strumento di vita dell'uomo, strumento culturale, dovreb­be diventare un elemento di formazione, un elemento di umanità, una componente del futuro umanesimo.
E' una visione per certi aspetti ancora positivistica, però ha il pregio almeno di mettere in evidenza l'esistenza di un proble­ma sicuramente reale, e poi di cercare di proporre qualche soluzio­ne. E io credo che almeno in parte queste proposte non siano astratte.
La sostanziale correttezza delle previsioni proposte da questo grup­po di americani che, naturalmente dobbiamo tener presente; sono va­lide se sono valide le premesse, cioè che l'incremento dello svilup­po dell'umanità abbia a continuare all'incirca con il ritmo presen­te, mi sembra sia stata bruscamente sottolineata dalla recente cri­si del petrolio. A giudizio di tutti, questo è infatti qualcosa di molto più vasto e più profondo del capriccio di qualche sceicco a­rabo. Cioè veramente siamo di fronte alle prime avvisaglie di una carenza delle fonti di energia per l'intero genere umano, e questo pone enormi problemi da risolvere.
Guai se davvero tutte le nazioni dovessero continuare ancora per una ventina d'anni a prefiggersi i soliti traguardi dell'aumento della produzione industriale per es. del 6-8%, Questo sarebbe semplicemente impossibile. Fra vent'anni non ci sarebbe più petrolio o comunque fra vent'anni si dovrebbe registrare un'improvvisa e drammatica inversione di tendenza, per cui invece dell'aumento verrebbe una diminuzione rapidissima.
In sostanza saremmo veramente delle cicale colpevolissime in queste condizioni.

l'assenza di una visione globale
Ora, mi sembra chiaramente un po' amara la constatazione che, mentre si spendono tesori di intelligenza, di organizzazione, di ac­cortezza, di razionalità per, ad esempio, mandare l'uomo sulla luna, o per studiare la composizione del nucleo atomico, e la struttura molecolare delle proteine, o anche il moto delle galassie più lontane, ecc., l'uomo non abbia saputo preparare con un po' di antici­po e di accortezza, il futuro stesso del nostro pianeta.
Questo ci dice quanto la scienza; che pure ha saputo essere profondissima nei vari aspetti specifici a cui si è applicata, abbia però mancato completamente di visione globale, proprio per il fatto, in definitiva, che la scienza di per sé ha bisogno di essere guidata da un insieme di valori che sono esterni ad essa. La scienza infatti può diventare facilmente cieca, orientarsi in u­na direzione, approfondirla, ma non vedere il quadro d'insieme. Perché il quadro d'insieme implica in certa misura un giudizio di valo­ri che non è implicito alla scienza stessa.
D'altro canto, questa incapacità di vedere i problemi in maniera globale, mi sembra si possa osservare in molti altri campi dell'organizzazione civile dell'uomo. Ci sono molti esempi che si possono fare, per quanto riguarda l'Italia, specificamente: in questo caso l'im­previdenza nel prevedere la limitatezza delle nostre risorse sembra essere più che mai macroscopica. Pensiamo che tutto lo sviluppo in­dustriale italiano è stato fondato sull'automobile, le autostrade e il petrolio, cioè proprio su quei beni per i quali si doveva per lo meno sospettare che ad un certo momento potesse esplodere la cri­si. Veramente c'è stato difetto di razionalità a molti livelli, di­fetto che si è manifestato in quanto, all'esame separato di vari a­spetti della scienza e della tecnologia, non è stato affiancato l'e­same del quadro d'insieme. Questo quadro d'insieme che potremmo chia­mare razionalità, può una volta dati alcuni valori fondamentali che devono essere forniti dall'esterno, essere portato avanti con spiri­to scientifico e comunque in una maniera più efficiente di quanto non sia stato fatto fino ad oggi.

razionalità applicata alla convivenza umana
A questo punto entriamo nel problema della razionalità applicata alla convivenza umana, un discorso delicato e molto grosso, che talvolta viene liquidato sbrigativamente con l'osservazione che si vuole fare un discorso tecnocratico, o efficientistico, cioè che si pretenderebbe di ridurre i problemi della nostra società a pro­blemi di funzionamento di una macchina più o meno imballata.
Ora io non voglio assolutamente additare nell'efficienza razionale o se vogliamo nello spirito scientifico applicato ai problemi della organizzazione civile nessun rimedio sovrano, però è vero e dovrebbe essere chiaro a molti, che una visione razionale dei problemi che affliggono la nostra società - sto pensando in particolare all'I­talia - e un'applicazione degli strumenti razionali, potrebbe, per sé, eliminare molti mali, e intendo soprattutto alludere alle molte ingiustizie della società.
Si diceva proprio questa sera fra amici come l'inefficienza per sua natura, proprio presa in se stessa, è molto spesso sorgente di in­giustizia. Pensiamo soltanto cosa significhi l'inefficienza dell'apparato statale.
L'inefficienza dell'apparato statale significa per esempio che i pensionati cui non si paga la pensione puntualmente,soffrono, mentre per altri la stessa inefficienza può essere al più sorgente di fastidio. Così il fatto che le cose almeno entro certi limiti non vengono fatte funzionare debitamente, colpisce i più deboli, e pertanto è uno strumento di ingiustizia.
Mi sembra che questa osservazione dovrebbe imporre un po' più di attenzione e di cautela prima di liquidare a volte un po' troppo frettolosamente certi suggerimenti o certe indicazioni di fondo, appunto con la qualifica dell'efficientismo e della tecnocrazia. Indiscutibilmente un uso migliore della razionalità potrebbe portare ad una migliore organizzazione della nostra società, intendo in sen­so umanistico, e pertanto mi sembra che questo apra una prospetti­va di speranza, che le cose possano veramente migliorare ad un li­vello fondamentale. Su scala mondiale, d'altro canto è sempre più chiaramente avvertibile l'insufficienza di una politica che si dice realistica secondo la definizione ottocentesca, mentre è fondata irrazionalmente e quindi irrealisticamente sui criteri degli egoi­smi nazionali.
Questi egoismi nazionali, tutto sommato, garantivano forse un certo equilibrio quindi potevano apparire razionali, fino a che nel
mondo c'era spazio per nazioni diverse, per scelte diverse, e fino a che pertanto il mondo poteva considerarsi grande, e lo spazio sem­brava essere illimitato.
Nella misura in cui il destino del mondo invece sembra essere sem­pre più unitario e indissociabile, mi sembra evidente che dovrebbe nascere dallo spirito di razionalità una prospettiva comunitaria nuova, fondata sulla convinzione che gli uomini debbano salvarsi in­sieme, in sostanza.
E allora è da chiedersi se l'equilibrio del terrore che ora sembra essere il solo rimedio ad una catastrofe collettiva, non sia invece da sostituire, almeno in prospettiva, con un equilibrio fondato sul buon senso, se non sull'amore, che pur sarebbe da desiderare in una prospettiva cristiana. Chissà che proprio considerazioni di questo genere non possano essere un primo passo nella direzione del mani­festarsi su scala planetaria di un modello di sviluppo diverso,che potrebbe in ultima analisi essere un modello più umano, e quindi più cristiano. Nella misura insomma in cui si riconosce l'assurdità della corsa agli armamenti, di molte scelte fondate sulla politica di potenza che non portano reali vantaggi a nessuno, ecco, noi ci muo­viamo verso una prospettiva, mi pare, più umana. Mi sembra che in questo risieda un motivo fondato di speranza.
Certo a questo punto, bisogna ancora avanzare qualche parola
di cautela. Sarebbe assurdo pensare che la razionalità, o lo spirito scientifico, in generale, possa da solo risolvere il problema del genere umano.
I gruppi più sofisticati di scienziati, di tecnocrati...(John Kenne­dy ne aveva creato uno che si dice efficientissimo, che pure non gli ha impedito di commettere gravi errori, a quanto sembra) non po­tranno per sé indicare all'uomo la strada verso un autentico umane­simo, verso la risoluzione a livello davvero umano dei suoi proble­mi, proprio per i motivi detti, cioè che la scienza non contiene in sé, né può da sola indicare, quali sono i reali valori verso i quali deve correre il genere umano.

oltre il sapere scientifico
Mi sembra sempre valida in definitiva la distinzione tra ragione formale e strumentale, che poi si identifica con la scienza, proposta dal positivismo, e la ragione oggettiva è un altro modo di dire che questa famosa scelta dei fini, o dei valori se vogliamo, non può essere compiuta dalla scienza. Dobbiamo cioè stabilire pri­ma che mondo vogliamo, che uomo vogliamo. Soltanto dopo la scienza potrà indicarci i mezzi per ottenere lo,scopo.
Tuttavia, mi sembra consolante, per esempio, che i migliori scienziati non abbiano preteso se non raramente di sostituirsi ai filo­sofi, indicando loro i fini dell'uomo.
Mi pare di avvertire che proprio nel momento presente l'orgoglio positivistico sia notevolmente attenuato. Negli scienziati miglio­ri il senso direi del mistero o comunque dell'irraggiungibile, del non sondabile, di quello che sta al di là della frontiera diretta della conoscenza scientifica, questo sentimento di un qualche cosa di inesprimibile a livello razionale è sempre più chiaro ed esplicito.
Ho letto alcuni scritti di Einstein perché le sue opinioni mi sembrano acute, e comunque i suoi giudizi interessanti. Mi sembra, nonostante egli si proclami ateo, che ci sia in lui questa sensazione precisa, che la scienza potrà spiegare molte cose, ma che ci sarà sempre un confine oltre il quale l'uomo non potrà giungere. E mi sembra che questo sia consolante, in quanto esprime lo stato d'ani­mo onesto e privo d'orgoglio dello scienziato il quale sa che il suo campo non può inglobare tutta la realtà, che anzi la realtà vera, nel senso delle spiegazioni ultime e dei valori definitivi, sta al di fuori dell'ambito che egli indaga.
E tuttavia, ritornando ancora un momento a quanto si diceva prima, mi pare anche abbastanza chiaro che l'uomo è molto lontano dall'a­vere utilizzato in misura completa le risorse della razionalità, dello spirito scientifico, nell'organizzare la vita collettiva.
Sembra davvero che certe limitazioni emergenti dall'egoismo dell'uomo resistano ad ogni tentativo di impostare progetti raziona­li. Cioè egoismo e razionalità sembrano in conflitto, e questo con­flitto diventa sempre più acuto, nella misura in cui il mondo è più piccolo e lo spazio comune diventa davvero lo spazio di tutti e non esiste più il settore destinato esclusivamente all'una o all'altra nazione, all'uno o all'altro uomo.
Credo di avere proposto, forse in maniera un po' confusa, al­cuni motivi che adesso, magari forzando una certa visione ottimisti­ca, vorrei cercare di sintetizzare in una visione di speranza, in cui alcuni valori essenziali legati all'uomo siano accettati veramente in maniera completa su scala planetaria.
Penso alla vasta concordanza su alcuni temi che, almeno in via dichiarativa, esiste fra gli uomini, penso per esempio alla dichia­razione dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite, alla progressi­va coscienza della dignità umana, alla convinzione che tutte le raz­ze umane sono egualmente degne. Penso insomma, alla nozione general­mente accettata che l'uomo, qualunque sia la sua condizione di par­tenza, ha diritto a pervenire a qualunque livello le sue capacità, la sua attività o il suo merito lo possano condurre.
Penso che l'emergere di questi valori e contemporaneamente dell'i­dea di un unico destino dell'uomo, possano finalmente stimolare uno sviluppo di razionalità su scala planetaria.
Penso, e spero, che quest'ultima possa finalmente proporsi come mez­zo per risolvere i problemi dell'uomo, in alternativa a certe visioni che, chiaramente, mi sembra siano da superare, come la "realpo­litik" , la politica realistica che non ha mai impedito le guerre, e che ha finito col creare l'impasse dell'equilibrio del terrore in cui viviamo.
E infine penso ancora come motivo di speranza alla scienza, non soltanto come metodo, ma anche come strumento specifico di cul­tura che possa essere usata in un mondo in cui il progresso sia fon­dato su un progresso di qualità della vita stessa più che non sul progresso di quantità di beni prodotti e nel quale pertanto la scien­za possa veramente avere un ruolo suo proprio di disciplina, di me­todo culturale largamente condiviso, di modo insomma per permettere a tutti gli uomini, di ammirare, di constatare quanto il mondo sia sapiente, sia profondo, sia ricco in tutti i suoi aspetti.

N/B. La presente lezione, tratta da registrazione, è stata presentata dal prof. ing. Giuseppe Allegra, il 19 aprile 1974, al Corso di teologia in Verbania - Pallanza.

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