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La speranza cristiana di fronte alla morte

sintesi della relazione di Giannino Piana
Verbania Pallanza, 29 marzo 1974

Desidero compiere una riflessione più che sul mistero della morte sul mistero della sofferenza umana, mistero che coinvolge radicalmente la realtà della morte, in quanto la morte è il culmine della sofferenza dell'uomo.
Riflettevo, in questi giorni, sul modo con il quale avrei potuto affrontare il problema e mi si sono subito affacciate alla mente due prospettive (quasi due tagli possibili del discorso), abbastanza diver­se:
la prima, quella "culturale" o "teologica", che ha il pregio della precisione scientifica e dell'organicità, ma rischia tuttavia di essere astratta, disincantata e senza incidenza;
la seconda, quella "esistenziale" o "esperienziale", che ha il van­taggio di entrare più "dentro", nel vivo della realtà, e mi consente di esprimere, timidamente, la mia esperienza sull'argomento sulla prospettiva della speranza cristiana.
Ho optato per la seconda, perché la sento più vera.
La sofferenza è anzitutto un'esperienza e un'esperienza tragica della quale è difficile parlare. E' un dramma misterioso che coinvolge il senso profondo dell'esistenza umana. Dinnanzi ad essa l'uomo non può non porsi, in modo inquietante, l'interrogativo sul mistero della vita. Le poche cose che vi dirò vogliono avere il significato di una testimo­nianza dal vivo, anche se necessariamente schematizzata e riduttiva.
Vorrei fare, a modo di introduzione, due premesse:
- 1) Anzitutto, considero qui la sofferenza e la morte, nel loro si­gnificato globale, come un dato fondamentale dell'esistenza dell'uomo, un elemento strutturale della condizione umana. La sofferenza e la mor­te sono una realtà che tutti, a diversi livelli, e con diversa intensità, sperimentiamo. Esse coincidono con il senso della precarietà e della provvisorietà della vita; in una parola, con la presa di coscien­za del limite umano. Ciascuno di noi, penso, ha l'esperienza del distacco da una persona cara o della rottura di un rapporto umano. Sono espe­rienze terribili, traumatiche, che mettono radicalmente in discussione il significato della vita e rischiano di soffocare l'orizzonte della speranza!
Mi pare allora importante uscire da una visione riduttiva della soffe­renza umana, che finisce col risultare ambigua.. Il discorso della sofferenza e della morte che intendo proporvi, vuole abbracciare tutte le forme nelle quali si esprime il dramma dell'alienazione umana: dalla me­nomazione fisica e psichica, all'emarginazione di intere categorie di persone (vecchi, disadattati, poveri, ecc.); dalle frustrazioni quotidia­ne nel mondo del lavoro e della professione, alla solitudine psicologi­ca e spirituale, fino all'esperienza della morte come scacco definitivo dell'esistenza.
- 2) In secondo luogo, ritengo che tutte le diverse forme di sofferen­za possano essere ricondotte alla frustrazione di due fondamentali aspirazioni dell'uomo: a) l'aspirazione alla integrità del proprio essere, minacciata di continuo dalla malattia fisica e morale e, in modo radica­le, dalla morte; b) l'aspirazione alla comunione con gli altri e con il mondo, soffocata dall'impossibilità della comunicazione e del dialogo e, in un contesto più ampio, dalle lotte, dalle guerre, dai cataclismi na­turali, ecc.

IL SIGNIFICATO ANTROPOLOGICO DEL MISTERO DELLA SOFFERENZA E DELLA MORTE.

- 1) Accostandoci al mistero della sofferenza, dobbiamo evitare di as­sumere alcuni atteggiamenti:
a) l'atteggiamento semplicistico e superficiale di chi pensa di poter trovare facili risposte ad un problema così grave. E' il frutto di un ottimismo ingenuo e facilone, proprio di coloro che non vivono dal di dentro il dramma della sofferenza. Tale atteggiamento è purtroppo presen­te anche in una certa ascesi cristiana, che per es. ritiene di poter risolvere il dramma del malato con la "sublimazione" religiosa come com­penso consolatorio. La malattia suscita anzitutto, sul piano umano una istintiva ribellione, che non può essere debellata, ma capita e condivisa, anche le possibilità di comprensione e di condivisione sono limi­tate.
b) L'atteggiamento di accettazione passiva e rassegnata, quasi che la sofferenza e la morte non fossero un male da combattere ad ogni costo e con ogni mezzo. E' un atteggiamento mistificatorio, che finisce col costituire un comodo alibi per chi non vive in tali situazioni, cioè
non "dentro". E' facile, in questa prospettiva, strumentalizzare il
malato (e la stessa visita a lui) per scaricarsi la coscienza e sentir­si a posto, non comprendendo per nulla il dramma che sta vivendo.
c) Infine, l'atteggiamento radicalmente pessimistico di rifiuto totale della sofferenza e della morte. Esse, vengono in questo caso, considera­te come il "luogo" nel quale si esprime, in modo acuto e chiaro, l'as­surdità della vita, l'essere-per-la-morte, il non-senso dell'esistenza umana. E' la posizione dell'esistenzialismo ateo, fortemente presente all'orizzonte della nostra cultura. L'uomo è infatti per l'esistenzialista una passione inutile, un essere destinato tragicamente allo scacco: il punto di arrivo è la distruzione totale.
2) Il rifiuto di queste posizioni ci porta a considerare con reali­smo il mistero della sofferenza e della morte. Esso si presenta sul
-piano umano con due valenze o connotazioni fondamentali:
la prima è una valenza tragica. La sofferenza e la morte sono, in primo luogo, un dramma terribile, una situazione che mette radicalmente in gioco la speranza e il significato profondo della vita. Chi soffre - e tutti lo abbiamo sperimentato - verifica fino in fondo la sua impo­tenza, la fragilità e la precarietà della condizione umana; in altre pa­role, il limite tragico della sua creaturalità.. Umanamente parlando non esistono possibilità di interpretazione sotto questo profilo.
- La seconda è una valenza misterica. La sofferenza e la morte sono un un "mistero", qualcosa di inspiegabile e, persino di incomunicabile. E' difficile per noi parlare della morte, perché nessuno di noi ne ha e­sperienza.
Il prendere coscienza di questo aspetto misterioso fa nascere l'esigenza di andare "oltre", di trascendere l'esperienza immediata, di fa­re appello a qualcosa di diverso, di alternativo, di nuovo. Nella cultu­ra contemporanea questo bisogno si esprime nella ricerca - per dirla con Bloch - della "patria dell'identità dell'uomo con se stesso, con gli al­tri e con il mondo": ricerca che costituisce il contenuto e l'oggetto della speranza umana. E' un'esigenza insopprimibile, quasi disperata, di trascendenza e di luce. La cultura contemporanea, nei suoi filoni più seri e più sinceri, è tutta pervasa da questa attesa messianica.

ELEMENTI PER UNA INTERPRETAZIONE CRISTIANA

1- Il cristianesimo si inserisce in questa ricerca offrendoci una vi­sione dinamica del mistero della sofferenza e della morte, in perfet­ta sintonia con il suo carattere fondamentale di storia della salvezza. La rivelazione biblica mette, infatti, a fuoco, diversi elementi o componenti, che, assunti nel loro insieme, ci aiutano ad interpretare il senso misterioso di tale realtà. Certo la Bibbia non risolve l'enigma umano della sofferenza e della morte, che rimane pur sempre un mistero tragico. Essa tuttavia ci aiuta ad illuminare il senso dell'attesa uma­na, offrendo a tale attesa un contenuto preciso e metastorico.
2 - Nell'Antico Testamento il tema della sofferenza e della morte è u­no dei cardini della condizione dell'uomo, cioè una categoria fondamen­tale del suo essere e del suo vivere. I tentativi di interpretazione del suo significato si muovono a livelli diversi e con diversi risultati:
Nella Genesi (e, più in generale, in tutto il Pentateuco) viene evi­denziato il rapporto sofferenza-morte-peccato. Il peccato è qui conce­pito come un elemento strutturale della condizione umana. È il non ri­conoscimento da parte dell'uomo del limite invalicabile della sua situazione, che ha come sorgente la creaturalità, cioè l'essere dipendente. E' questo il senso del peccato di origine, che è il peccato dell'umanità. Esso consiste, infatti, nel "voler essere come Dio", nella pre­tesa dell'autonomia morale assoluta, che si esprime nel desiderio di. "conoscere" (cioè, in senso semitico, decidere) il bene e il male. La conseguenza più immediata è la rottura del rapporto vitale di ami­cizia e di comunione con il Padre. L'uomo da amico diviene rivale di Dio. Ma questo non basta. La perdita dell'equilibrio fondamentale porta con sé una serie di altre rotture:
- la rottura delle relazioni con gli altri, cioè l'impossibilità di comunicazione, che si manifesta emblematicamente nel rapporto Adamo-Eva con la perdita della spontaneità iniziale (il bisogno di coprirsi) e della solidarietà (le reciproche accuse). Situazione di lotta, incapa­cità di comunicare. Così nei primi undici capitoli della Genesi: l'o­dio verso il fratello (Caino e Abele) ecc.
- la rottura del rapporto con le cose e con il mondo, cioè la frustra­zione dell'aspirazione all'integrità, che si esprime nella fatica della conquista della terra e nel dolore del parto, ma in modo ancor più ra­dicale nella morte, che sancisce la situazione tragica dell'uomo.
Nella letteratura sapienziale riaffiora, in tutta la sua profonda tensione, il mistero della sofferenza umana e della morte, soprattutto in rapporto all'enigma del giusto che soffre. Il rapporto sofferenza-peccato è, infatti, interpretato in modo univoco ed unilaterale, nella prospettiva del peccato personale. La Sapienza è vista insieme come sorgente della natura (ordine naturale) e della legge morale (ordine mo­rale). Tra i due ordini c'è un rapporto stretto, indissolubile di interdipendenza dialettica. La violazione della legge morale (peccato) provoca violazione dell'ordine naturale (malattia e morte); viceversa l'osservanza della legge dovrebbe determinare prosperità fisica ed ab­bondanza di beni.
In questo contesto, la sofferenza del giusto diviene inspiegabile, incomprensibile. Il mistero assume la valenza della tragedia. Sono in proposito significativi alcuni Salmi e soprattutto il grido di dispera­zione che emerge da tutto il libro di Giobbe.
c) Nella letteratura profetica ritorna il tema del peccato come condi­zione esistenziale dell'uomo. L'uomo è peccatore fin dalla nascita, o­gni uomo e l'umanità nel suo insieme . Il tema della sofferenza e della morte, tuttavia, acquista da questo momento, un significato nuovo e po­sitivo, noi diremmo con termine cristiano un significato di redenzione, di purificazione. Tale significato è messo in luce soprattutto attra­verso due grandi riflessioni:
- quella sulla realtà dell'esilio considerato come il tempo della pro­va, della verifica della propria fede. L'esilio è anzitutto un fatto tragico; è il momento della disfatta, della solitudine e dell'impoten­za. Ma insieme è il tempo della presa di coscienza dei propri limiti, perciò dell'esigenza di fare ritorno al Dio vero, di convertirsi con il cuore a Lui. In questo senso costituisce un momento di salutare puri­ficazione; attraverso di esso Dio riscatta Israele.
- quella sulla figura del servo di Jahve come Messia sofferente, che, assumendo su di sé il peccato del mondo, ci redime. La sofferenza vie­ne così percepita nella sua funzione espiativa e redentiva.
3 - Nel Nuovo Testamento il tema della sofferenza trova la sua inter­pretazione piena e decisiva nel mistero della croce di Cristo. In Lui e attraverso di Lui la logica della Croce diviene la logica fondamenta­le dell'esistenza cristiana.
Il Dio di Cristo è il Dio crocifisso, spogliato, radicalmente povero, che manifesta la sua grandezza nell'annientamento di sè (Kenosis), la sua potenza nell'impotenza, nell'insuccesso, e soprattutto nello scacco radicale della morte. La croce è allora il "luogo"'all'interno
del quale si rivela la vera natura di Dio. Essa ci svela Dio come pover­tà assoluta e come essere-per-gli-altri. L'essere povero di Cristo non è infatti fine a se stesso, ma è in funzione della donazione totale agli uomini attraverso la quale ci ha salvati.
La sofferenza e il mistero della morte assumono, in questa logica, tutto il loro valore redentivo; diventano strumento per l'autentica li­berazione umana, che è, in primo luogo, liberazione dal peccato e da tutte le sue conseguenze; da un peccato che non va inteso in senso indi­vidualistico, privatistico, ma in senso comunitario, sociale, politico. Non per questo, tuttavia, esse hanno perso la loro valenza tragica. Cristo stesso ha istintivamente reagito nei confronti della sofferenza: "Padre, se è possibile, passi da me questo calice". E ancora: "Dio mio, Dio mio, perché, mi hai abbandonato!". L'accettazione della volontà del Padre non è stata per lui cosa facile. Cristo ha portato su di sè il mistero della tragedia della sofferenza e della morte.
La comprensione della sofferenza e della morte non può dunque av­venire sul piano puramente umano - dove la sofferenza e la morte sono sempre un tragico mistero - ma soltanto sul piano della fede nella pro­spettiva di una logica nuova: la logica di Dio. Logica caratteristica del cristianesimo, che ci fa dire che il cristianesimo rimane un fatto nuovo.
E' questa una logica che ci è dato di capire solo dall'alto, perché è essenzialmente "dono" di Dio. Proprio per questo la croce è "segno di contraddizione": scandalo e follia per chi non crede, sapienza e sal­vezza per chi crede. Lo ha duramente sperimentato Paolo annunciando Cristo Crocifisso all'aeropago di Atene fra la derisione di tutti e scrivendo in seguito, quella pagina amara alla comunità di Corinto, che tutti conosciamo (ICor 1-2), sulla contrapposizione tra la sapienza di Dio e la sapienza dell'uomo.
La croce esige la fede, cioè un salto qualitativo, il rifiuto dello categorie della logica umana, che è la logica dell'ovvietà, del buon senso comune. La croce è la sconfessione radicale di questa logica. E' la logica dell'illogico, dell'umanamente inspiegabile. E' l'accettzione dei parametri del discorso della montagna, dove vengono definiti "beati" i poveri, i senza-potere, coloro che hanno fame e sete di giustizia, i miti e i sofferenti; mentre il mondo esalta la ricchezza ,il potere, la sopraffazione, la violenza. Credere non è un vedere, un toccare con mano, ma è un sapere andare "oltre", accettando il senso profondo delle cose, che sempre ci sfugge, riconoscendo cioè la propria precarietà e dipendenza. Non per nulla Cristo parla in parabole "per­ché vedendo non vedano e sentendo non odano e non ascoltino". La contrapposizione tra vedere e credere è uno dei temi dominanti del van­gelo di Giovanni. Credere è un sapere andare oltre il vedere.
c) - Ma la Croce di Cristo, e perciò il mistero della sofferenza uma­na e della morte, non si giustificano per se stessi. La croce non è fine a se stessa: trova la sua spiegazione soltanto nel mistero della risurrezione: "Se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede". La risurrezione di Cristo è lo svelamento totale della natura di Dio e del mistero dell'esistenza umana. Essa non è infatti soltan­to un evento storico passato, ma una realtà viva e presente oggi nel­la storia (Cristo ancor oggi muore e risorge) e soprattutto un miste­ro di cui attendiamo il pieno e definitivo compimento per noi e per il mondo nei "cieli nuovi" e nelle "nuove terre" di cui ci parla il profeta Isaia e il libro dell'Apocalisse.
La risurrezione di Cristo apre dunque tutti noi, apre il mondo e la storia alla speranza: una speranza al di là del tempo, che ri­scatta il carattere transeunte della vita presente; una speranza che ci fa accettare la sofferenza, il pianto e la morte come momenti ne­cessari, ma provvisori; una speranza che non toglie al dolore il suo carattere di tragedia, ma lo riscatta nel mistero di Dio. In una pa­rola, una speranza contro ogni speranza.
La sofferenza e la morte perciò, in definitiva, sono per il cre­dente una realtà umanamente inspiegabile, e perciò sconvolgente, che assume significato soltanto nella logica della fede come logica della croce e che è possibile accettare e vivere soltanto nella speranza del ritorno del Signore alla fine dei tempi, quando ogni lacrima sarà asciugata e ogni tensione spenta.

N.B.Testo da registrazione, non revisionato dal relatore Giannino Piana. Relazione tenuta durante il corso di teologia a Pal­lanza il 29 marzo 1974.

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