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Psicologia delle speranze

sintesi della relazione di Tebaldo Galli
Verbania Pallanza, 1 febbraio 1974

Si può dire della speranza, come di molti sentimenti o stati d'animo dell'uomo, che innanzi tutto è qualcosa che si coglie nella esperienza, soprattutto nell'esperienza che ne facciamo personalmente, individualmente, ed in rapporto agli altri.

la vita come desiderio
E' abbastanza facile, per esempio, incontrare persone che si dicono disperate. E un'esperienza abbastanza comune che si incontra quan­do cerchiamo di confrontarci con persone che si dicono disperate è quella di sentirsi dire che non si trova più alcun senso nelle cose. La mancanza di senso nel proprio essere, nel proprio agire, nelle cose che si fanno e che si vivono viene data come spiegazione del non avere più speranza.
In un film a suo tempo famoso e che è stato recentemente riportato sugli schermi, e che è da me molto ammirato: "Luci della ribalta" di Chaplin, ad un certo punto la ragazza, che ha tentato il suicidio, dice a Chaplin - Calvero:"La vita non ha senso". Sia­mo ancora riportati a questa mancanza di senso, mancanza di signi­ficato, come motivazione di non avere più una valida spinta in avan­ti. E Chaplin-Calvero, che è protagonista, che è anziano, risponde: "Ma la vita non ha senso, la vita è desiderio".
Mi sembra che questo scambio di battute possa essere illuminante per una riflessione che può portarci ad alcune prese di coscienza, come si dice in termini psicologici. Tali prese di coscienza saran­no difficili, anche contestabili, ma possono essere la base di una riflessione appunto sullo sperare o sul disperare.
Chaplin arriva a questa affermazione della vita come deside­rio attraverso una intuizione artistica. E' proprio dell'artista co­gliere verità che per altro verso possono essere colte solo attra­verso una lunga riflessione o attraverso uno studio scientifico della realtà. Per altro verso Freud, uno scienziato attraverso lo studio scientifico dell'apparato psichico nuovo, è arrivato a coglie­re le strategie, la storia di questo desiderio, che sembra effetti­vamente essere la base della vita personale.
Cito Freud perché mi sembra che oggi non si possa parlare in termini psicologici se non si tiene conto. di quella che è la grande scoperta che Freud e la scienza che Freud ha fondato, cioè la psico‑analisi, hanno compiuto e portato avanti. E cioè la scoperta che al di là di quella che è là nostra coscienza e lo stato di coscienza, cioè quella situazione affettiva ed intellettiva sulla quale possia­mo fare una riflessione personale, al di là di questi stati psichici ne esistono altri, non meno importanti, anzi, forse più importanti, che sfuggono alla nostra autoriflessione. E che l'ordinamento psi­chico è continuamente composto da piani differenti, alcuni dei quali sono direttamente osservabili ed esaminabili da un'analisi razionale e da autoriflessione immediate, mentre altri piani sono inve­ce raggiungibili solo attraverso un lungo lavoro in profondità che è quello appunto dell'analisi di certi aspetti della vita dell'uomo, magari di quelli a cui si dà la minore importanza, che sono per e­sempio il sogno, che sono le fantasie, che sono qualche volta gli errori, i piccoli sbagli della vita quotidiana, che sono il fanta­sticare e il tradurre le fantasticazioni in opera, in opera d'arte talvolta, o la creazione dei miti e delle favole.

la funzione riequilibratrice del piacere
Attraverso un'analisi di tutti questi elementi, Freud, attra­verso un cammino abbastanza difficile, è arrivato a ricostruire al­cune componenti dello psichismo umano, a ricostruirne anche la dinamica. In seguito ha cercato di estrapolare alcune di queste sue sco­perte sul piano più ampio della cultura e della civiltà, cioè del­l'organizzazione umana, della coabitazione, dello stare insieme, dell'organizzarsi nel rapporto interpersonale.
Talune delle tesi finali possono essere anche considerate come del­le ipotesi, non possono apparire cioè come delle dimostrazioni scientifiche così precise, come quando ci manteniamo sul piano dello psi­chismo individuale. Ciò non toglie che il ragionamento e l'analisi di Freud, anche in questo caso è sempre molto coerente e molto con­seguente, e non possiamo non tenerne conto.
Non farò evidentemente qui la storia delle scoperte di Freud, che sarebbe molto lunga. Cercherò di portare alcuni elementi fonda­mentali della dottrina per l'argomento che ci riguarda, specifican­do subito che la visione psicologica che nasce dallo studio psico­analitico non è una teoria, non è nemmeno una filosofia, è qualcosa che nasce dall'osservazione, e quindi si propone come scienza, cioè come verifica di fatti, di cui un'attenta osservazione, collegandoli opportunamente, ha rivelato un senso, un significato, del quale non ci si era accorti sino a un certo momento.
Ora, l'apparato psichico per Freud, è un insieme energetico. Questo è indubbiamente un aspetto teoretico, cioè non direttamente deduci­bile dalle osservazioni, ma riconducibile a quella che era la situa­zione culturale del momento in cui Freud viveva, cioè il momento cul­turale dominato dal positivismo di fine secolo scorso.
Questa è una premessa non del tutto dimostrabile, ma teoreticamente impostabile, anche se le conseguenze che nascono da questa impostazione, sul piano dei fatti, si dimostrano poi molto coerenti. L'apparato psichico è un insieme energetico nel quale viene mante­nuta una certa omeostasi, cioè un certo equilibrio dell'energia, an­che se questo equilibrio tende continuamente a scompensarsi. A scom­pensarsi perché esiste una pulsione istintiva che è appunto il desi­derio, il bisogno di soddisfazione, il bisogno di piacere, o, come Freud lo chiama, il principio del piacere, che è sostanzialmente l'ac­cumulo di una certa tensione interiore. Se ciascuno di noi fa un mi­nimo di riflessione su quanto affermato, può facilmente arrivare ad essere consenziente cioè che il bisogno di un certo piacere, di una certa soddisfazione, di qualsiasi natura essa sia, è accumulo di una certa tensione interna, che tende a scaricarsi nel momento in cui questo piacere viene a realizzarsi. Quindi sostanzialmente il desi­derio, la libido come la chiama Freud, dal tedesco "lieben", è so­stanzialmente un bisogno riequilibratore di quella che è questa tendenza continua al disequilibrio che si realizza all'interno dell'uomo. Quindi l'uomo è spinto da questa pulsione, da questa energia in­terna, che ha un significato sostanzialmente difensivo, cioè quello di mantenere l'equilibrio energetico, poiché all'interno dell'appa­rato psichico c'è continuamente questa tendenza allo scompenso, de­terminata dall'accumulo dell'energia stessa. E quindi la pulsione che spinge allo scarico dell'energia, e quindi alla soddisfazione del desiderio, alla soddisfazione del piacere, è sostanzialmente una funzione riequilibratrice.
Nello stesso tempo il desiderio, e il principio del piacere, tende anche ad evitare che dall'esterno penetri un eccesso di stimo­li che conduce ad uno scompenso dell'equilibrio interiore, evitando l'accumulo di energia che causerebbe un accumulo di stimoli.
Quindi il desiderio, che è sostanzialmente una spinta, che è sostan­zialmente qualche cosa di dinamico, ha però nello stesso tempo una funzione conservatrice.
Questo dualismo interno all'uomo, che fa sì che ciò che ne muove la dinamica, è anche ciò che tende sostanzialmente a conservarne il più possibile la stabilità. Naturalmente questo desiderio si applica innanzitutto a dei bisogni abbastanza primitivi, che sono evidente­mente dei bisogni fisiologici, e si applica in modo del tutto indi­scriminato, cioè non è un qualcosa di regolato. Il bisogno di appro­priarsi di cose da introiettare, da mettere dentro, per la propria soddisfazione non ha evidentemente di per sé una regolazione, avviene in modo indiscriminato.
La storia del desiderio ha delle tappe di sviluppo, in funzione appunto della maturità dei bisogni più elementari sono i primi ad apparire. I bisogni più differenziati sono evidentemente via via scaglionati nel tempo del loro apparire nel corso dello svi­luppo della personalità, ma per tutti vale lo stesso principio, che sostanzialmente l'io istintivo non ne determina la quantità, e nemmeno la qualità della soddisfazione.

il desiderio indifferenziato e il conflitto
Quando esiste il desiderio, il desiderio spinge ad una soddisfazione indifferenziata. Questo fa sì che, se a livello individuale tutto collabora al mantenimento del massimo di equilibrio, del massimo di soddisfazione, e il desiderio sostanzialmente corrisponde al princi­pio di realizzare il massimo di piacere, che è nello stesso tempo il massimo di equilibrio, e quindi il massimo di stabilità, e se voglia­mo il massimo quindi di non dinamicità, e di evitare il massimo di­spiacere, cioè lo scompenso di questo equilibrio, e se a livello individuale questo meccanismo funziona straordinariamente bene, a li­vello invece di rapporti con la realtà e con gli altri individui soprattutto, questa situazione viene ad essere una situazione conflit­tualizzata. Perché appunto, nella misura in cui il desiderio provie­ne dall'io istintivo, quello che Freud chiama l' "es" ed è un desiderio indifferenziato, che non si propone limiti alla soddisfazione, e non si propone nemmeno differenziazioni di oggetto, si creano dei problemi di interrelazione abbastanza grossi.
Se, per esempio, il bisogno avido di incorporazione, di distruzione dell'oggetto al fine della propria sopravvivenza può esprimersi li­beramente, l'uomo sarà portato a praticare tranquillamente il cannibalismo e l'assassinio in modo indifferenziato ed indiscriminato, e cioè evidentemente non sarebbe compatibile con la vita stessa. E lo stesso dicasi del momento in cui si differenzia l'istinto ses­suale che è quello che porta a stabilire rapporti con gli altri. Qualsiasi donna può essere desiderabile ed ottenibile, l'istinto non distingue.
A questo punto evidentemente la possibilità di una convivenza o semplicemente la possibilità di una sopravvivenza, sopravvivenza anche di un solo individuo nella realtà, viene ad essere completamente eliminata. Per cui diventa necessaria, ad un certo punto una limitazione delle esigenze del desiderio. Freud è abbastanza perspi­cace e nello stesso tempo impietoso nel determinare, prima il biso­gno istintuale, e in un secondo momento la necessità che questo bi­sogno si sottometta al principio della realtà. E la necessità di questa sottomissione del principio del piacere al principio della realtà, è una necessità insita nella struttura stessa del desiderio. Perché nel momento stesso in cui il desiderio potesse esprimersi in modo del tutto indifferenziato, cioè l'es potesse avere via libera senza questa modificazione che viene dall'esigenza del principio di realtà, la vita stessa dell'individuo e quindi la possibilità del suo appagamento sarebbe in pericolo. E di conseguenza verrebbe ad essere scompensato il desiderio stesso, cioè non vi sarebbe appaga­mento attraverso la realizzazione del desiderio.

la limitazione del desiderio
Si realizzerebbe ancora una situazione di insicurezza e di tensione interna. Di conseguenza, è proprio per una necessità strutturale al­l'interno della costituzione dello psichismo, che è necessario che il desiderio sia limitato in funzione della realtà. Non per una esi­genza morale né per una esigenza puramente sociale, ma per una esigenza direi di equilibrio all'interno dell'io stesso, perché nel momento in cui l'io potesse invece lasciare via libera al proprio desiderio, l'io, sarebbe sottoposto ad un livello di tensione tale, che sarebbe in contrasto col principio stesso del piacere, che è ten­denza al riequilibrio delle tensioni. Di conseguenza nella storia dell'umanità, nella storia degli individui - Freud lo analizza a li­vello dell'individuo, poi estende il campo della sua ricerca a livel­lo della storia dell'umanità, perché la storia dell'individuo ripe­terebbe la storia dell'umanità - nella storia dell'individuo comin­ciano le limitazioni, le rinunce, limitazioni all'avidità.
Non si può divorare la madre, non si può mangiarsela tutta: bisogna ad un certo punto rinunciare a questo oggetto rassicurante e benefi­co che è il seno, il seno che dà da mangiare, sentito come l'ogget­to da incorporare continuamente, ad un certo punto deve essere abban­donato. L'autonomia comporta questa rinuncia, che può apparire da un punto di vista razionale una ben facile rinuncia, ma che in realtà invece, ad un livello istintuale è sentita come una gravissima ri­nuncia, come una limitazione istintuale fortissima, terribile, e, in fondo, persino ingiustificata. Cioè a livello dello psichismo infantile viene sentita come un arbitrio, come una cosa a cui bisogna sot­tostare per una necessità imposta ma che evidentemente in sé non ha giustificazioni. Dalla rinuncia al bisogno di soddisfare la propria avidità si passa alla rinuncia alle fantasie di onnipotenza, che so­no proprie dello stadio infantile, per cui il bambino, sotto la spin­ta del proprio desiderio distruttivo, fantastica di poter essere onnipotente e realizzare qualsiasi sogno distruttivo. E' questa una osservazione, comunissima per chiunque abbia dei bambini in un'età per esprimere qualche proposito: l'onnipotenza dei bambini, anche delle età un pochino più adulte, è straordinariamente grande: butta­no giù le case con un pugno, corrono più del treno, vanno allo zoo e uccidono il leone, sono tutte cose che i bambini dicono quotidia­namente. E queste fantasie di onnipotenza, che sono evidenti già nel bambino un pochino adulto, ad un livello più precoce sono totali: cioè non esistono limiti alla propria distruttività, se non il fatto che, scatenandola completamente, ci si senta preda dell'angoscia. Ed allora subentra il principio difensivo dell'adeguamento al prin­cipio della necessità, necessità della realtà, che è la limitazione del desiderio. E poi andando avanti, dalla limitazione della propria onnipotenza, si arriva ad una grande limitazione, che è certamente il punto cruciale dello sviluppo dell'uomo, che è la limitazione del proprio desiderio sessuale nel momento in cui si realizza il conflitto cosiddetto di Edipo. Cioè nel momento in cui il bambino arriva a desiderare come oggetto erotico, spinto dalle proprie pulsioni istintuali, il genitore del sesso opposto, e ad attaccare in fantasia il genitore dello stesso sesso, è costretto a rinunciare, proprio per sfuggire alla possibilità di un danno che nasca da questa polemica.

i desideri condannati
In effetti, se noi prendiamo in considerazione la storia delle relazioni umane, scopriamo che nello sviluppo della civiltà, la ri­nuncia ai bisogni istintuali sul piano individuale, ha un suo paral­lelismo nell'insorgere dei grandi tabù sociali. Sin dalle società più primitive, vediamo che i desideri condannati, si può dire da qualsiasi legislazione, sono appunto l'assassinio, il cannibalismo e l'incesto. Sono forse questi gli unici delitti universalmente con­dannati, anche se poi a livello di coscienza individuale, forse l'u­nico che veramente sia respinto, sia solo il cannibalismo, mentre l'assassinio e l'incesto sappiamo bene quanto trovino diritto d'a­silo anche in civiltà sufficientemente culturalizzate.
Direi che il cannibalismo invece, e proprio perché è la rinuncia più antica geneticamente nella storia dell'uomo, emerge solo in si­tuazioni particolarmente drammatiche e fortemente regressive a li­velli primitivi, così come si può trovare ancora in alcune popola­zioni primitive.
Queste rinunce, possono sembrare ad una coscienza razionale, ad una coscienza che tenga conto di quelli che sono i dati della no­stra cultura, abbastanza facili. In realtà non sono così facili, so­no rinunce che marcano profondamente la vita di un individuo. E qui Freud non estrapola, non fa delle ipotesi, tutto il suo discorse si basa sull'analisi dei sogni, sull'analisi dei sintomi nevrotici, sull'analisi cioè di quelle situazioni in cui la sofferenza determi­nata da queste rinunce appare con particolare evidenza.

le soddisfazioni sostitutive
E il sogno, così come la nevrosi, il sintomo nevrotico, appaiono ve­ramente gli elementi attraverso i quali quello che è proibito, quello che è impedito, riemerge, per poter trovare un modo di espressio­ne, anche se mascherato sotto le forme dei simboli o della fantasia. Freud porta un po' più avanti la sua riflessione e ipotizza che, non solo il singolo, ma tutta l'umanità, abbia appunto seguito una strada abbastanza analoga, da una situazione primordiale, in cui ciascuno viveva i suoi simili come nemici e li ammazzava, senza sentire nessuna colpa, senza farsene un problema, ad una progressiva situazione di colpevolizzazione, di rinuncia a determinate soddisfa­zioni istintuali, al punto in cui il desiderio ha dovuto sempre più sottoporsi alle esigenze della realtà. Ma evidentemente questo ren­deva necessari dei compensi. Cioè, così come a livello individuale, il sogno nell'individuo normale, la fantasia che si traduce nell'opera d'arte, e il sintomo nevrotico nell'uomo non del tutto normale, appaiono come dei compensi, delle sostituzioni, di quel piacere che non ha potuto essere realizzato, così, a livello dell'umanità, i miti, le grandi creazioni mitiche e religiose appaiono delle soddisfazioni sostitutive, ma hanno lo scopo di consolarlo delle rinunce che si è dato, e di permettergli di sopportare la durezza della vita, la durezza di queste rinunce, e di risarcirlo.
Freud analizza tre tappe di questo processo: l'onnipotenza delle prime fasi della storia dell'umanità, analogamente all'onnipotenza infantile, viene spostata sui miti in cui questa onnipotenza viene attribuita agli spiriti, alle grandi forze della natura, mitiz­zate come dei, mentre in un'ultima fase, questo modo un po' ingenuo di risolvere le cose, viene invece ad essere trasformato nella pos­sibilità di un Dio onnipotente, il quale Dio onnipotente non è più solamente il portatore dell'onnipotenza infantile che si è dovuta abbandonare, non è più solo il portatore delle fantasie di onnipo­tenza, che l'uomo faceva in una fase antecedente della propria sto­ria, ma diventa anche simbolicamente colui al quale si deve rispet­to, perché verso di lui si sono operate quelle fantasie aggressive di cui ci si sente colpevoli, fantasie aggressive che a livello col­lettivo ripetono le fantasie aggressive che ogni individuo fa nei confronti del padre al momento del superamento della situazione e­dipica. Cioè la creazione di un Dio onnipotente, attraverso il qua­le esiste la colpevolezza, verso il quale si deve rispetto e sotto­missione, di cui si riconosce l'autorità, sarebbe filogeneticamente corrispondente al superamento della situazione edipica a livello individuale, in cui l'autorità paterna viene riconosciuta come ne­cessaria, la rinuncia ai propri desideri erotici nei confronti del­l'altro genitore pure come necessaria.

la religione come eliminazione della colpevolezza
A livello collettivo, l'immagine paterna verrebbe quindi ad essere trasferita nell'immagine di Dio.
Ma la religione non avrebbe solamente questo scopo, cioè non sarebbe solamente una creazione mitica conseguenza di un processo psichico che, a livello collettivo si sarebbe elaborata nel momento del superamento di un certo conflitto, che è comune a tutti gli in­dividui in una certa fase della vita, e che storicamente, probabil­mente, ha anche potuto avvenire in un certo momento della storia dell'umanità. Siamo nel campo delle ipotesi, però non sono pochi gli etnologi che suppongono che l'organizzazione dell'umanità all'ini­zio della storia fosse un'organizzazione dapprima in famiglie; nel­le quali esisteva un capo, il più forte, riconosciuto da tutti; e poi in orde, cioè gruppi di famiglie, in cui pure esisteva un capo, il quale viveva secondo il principio del piacere: ammazzava, ucci­deva gli altri maschi, possedeva tutte le donne.
Freud, suppone in analogia con le fantasie individuali nei confronti del padre, in analogia anche con alcune formulazioni religiose, di religioni primitive e di religioni più strutturate, a­nalizzando la stessa religione cristiana e soprattutto quella giudaica, Freud presuppone che all'origine della storia dell'uomo ci sia questa rivolta dei figli nei confronti del padre, l'uccisione del padre, il pasto del padre, l'incorporazione del padre, con dei fini analoghi a quelli che riscontriamo ancora in quelle popolazio­ni primitive che praticano il cannibalismo rituale. Cioè sappiamo che il cannibalismo rituale ha il significato di incorporarsi la forza del nemico ucciso, si mangia il nemico ucciso per incorporar­sene la forza. I fratelli coalizzati contro il padre, dopo avere ucciso il padre, ne avrebbero mangiato il cadavere per incorporarne la forza. Ma, e questo sarebbe per Freud un elemento di realtà che interverrebbe a questo punto nella storia dell'uomo, da questa a­zione e da questo pasto, sarebbe poi nato un patto tra i fratelli, perché la situazione non si perpetuasse. Perché è evidente che se ciascuno avesse lasciato via libera al proprio desiderio di appro­priarsi di tutte le donne del clan, si sarebbe perpetuata la situa­zione di reciproca eliminazione. E allora, spinti da questa necessi­tà, i fratelli sarebbero arrivati al patto di non aggressione, avrebbero ritualmente ripetuto il gesto dell'uccisione e del pasto.
Non si può non cogliere l'analogia con il sacrificio del popo­lo ebraico, e con quello della messa, che è un sacrificio evidentemente sotto forma più simbolica, intellettualizzata: non è l'ucci­sione del capo coll'immediato mangiare la vittima, ma la ripetizio­ne di questo fatto traumatico della storia dell'umanità, allo stes­so modo come nella storia della nevrosi, il sintomo nevrotico è ri­petizione di situazioni drammatiche fantastiche infantili.
Così l'uomo sarebbe arrivato a crearsi un Dio, come superamento e come adesione al principio della realtà, superamento del bisogno di dominio, ed anche a ricordo della situazione storica nella quale era avvenuto il superamento del bisogno di dominio.
Ma per Freud la religione non corrisponderebbe solo a questo bisogno, che sarebbe un bisogno catartico, eliminazione della colpevolezza connessa a questo antico omicidio, eliminazione della colpevolezza legata al proprio desiderio, e possibilità di vivere senza sentire più il proprio desiderio, e specificamente il desiderio sessuale, come colpevole. La religione avrebbe anche un'altra funzione.

la pulsione distruttiva
Freud osserva alcune altre cose, cioè osserva come nella dinamica del desiderio si inserisce un'altra dinamica, che è appunto quella del mantenimento dell'omeostasi, cioè del mantenimento dell'equili­brio. Freud arriva a questa constatazione anche attraverso l'anali­si della ripetizione simbolica di una situazione sgradevole, come è quella che abbiamo detto prima, cioè dell'assassinio, ripetizione che è osservabile in alcuni malati che sono costretti a ripetere proprio certi atti particolarmente fastidiosi e particolarmente an­goscianti, come la ripetizione di sogni angoscianti.
Ora, che scopo ha tutto questo, e come mai tutto questo va con­tro il principio del piacere, che tenderebbe invece ad evitare ogni disagio ed ogni dispiacere? Freud analizza le cose sul piano stret­tamente clinico e arriva alla conclusione che questa ripetizione di situazioni di disagio, di fantasie in cui ci sono motivi di dispia­cere, ha lo scopo appunto di eliminare l'ansia legata a quel trau­matismo iniziale, a quella situazione iniziale che ha dato origine al disagio interno, attraverso un continuo controllo.
E Freud fa anche un esempio molto bello, a cui forse molti di noi hanno avuto modo di assistere: un bambino, che prende una palla, la scaglia sotto un mobile, vigorosamente, poi la riprende, la riscaglia, la-riprende e così per parecchie volte.
Freud analizza questo comportamento e si rende conto che la palla è legata, seguendo i sogni del bambino, alle fantasie angosciose, distruttive, che il bambino proiettava simbolicamente su questa palla. Per cui il bambino aveva bisogno di far scomparire e riap­parire continuamente, di distruggere, cioè, e di riappropriarsi, di questo oggetto angosciante, per controllarlo.
Ma qui Freud constata che esiste contraddizione, che il prin­cipio del mantenimento dell'equilibrio tende anche a disequilibrare e nuovamente a riequilibrare. Cioè nella struttura dello psichi­smo i due principi: quello del piacere e quest'altra pulsione che tende invece a produrre uno stato di disagio continuano ad interse­carsi vicendevolmente ad un unico scopo, che è quello sempre del mantenimento dell'equilibrio, continuamente rotto. Per questo Freud arriva a scoprire che esiste un altro principio, in opposizione al principio del piacere, che è appunto un bisogno di mantenimento del­l'equilibrio, ma che è un principio, una pulsione distruttiva. Quindi tutto il meccanismo psichico s'organizza intorno a queste due funzioni, una distruttiva, ed una invece che tende al soddisfaci­mento, entrambe che tendono al mantenimento di una situazione di tensione stabile, cioè ad un mantenimento inalterato della persona­lità. E cioè, in ultima analisi, quando la personalità è immobile, alla morte.
Freud quindi, arriva a stabilire che continuamente il nostro apparato psichico è dominato da queste due situazioni, una situa­zione dinamica che spinge in avanti, cioè a vivere il principio di vita, ed una pulsione che tende a mantenere le cose inalterate, l'equilibrio psichico e la tensione interiore ad un livello di stabi­lità assoluta, di inalterabilità, e che quindi tende verso la morte. Per cui la morte, che può apparire un incidente, a livello normale di coscienza, non è affatto un incidente, ma è addirittura una necessità intrinseca dell'organizzazione psichica stessa. Non è sola­mente un dato biologico, non è solamente un'esperienza. che si fa, è una organizzazione intrinseca alla stessa struttura dell'appara­to psichico. Ma l'uomo tende a non accettare questo.
Ci si trova di fronte di nuovo ad una situazione dura; a causa del principio del piacere l'uomo tende a rifiutare la morte.
In effetti, Freud dice: l'uomo, a livello di coscienza, ammette la morte, ma questo non è affatto accettato, soprattutto a livello in­conscio. Se noi osserviamo i sogni, tutti i sogni tendono alla ne­gazione della morte, della propria morte s'intende, ma invece realiz­zano la morte dell'avversario, la morte del nemico, la morte dell'altro sentita come qualcosa di indispensabile al proprio manteni­mento. Ci sono situazioni nelle quali l'uomo non può fare a meno di constatare questo. Una di queste (infatti Freud quando scrisse que­sto saggio era nel 1915), una di queste è la guerra. Di fronte alla guerra, l'uomo non può fare a meno di constatare come egli desideri la morte dell'altro, di constatare questo suo bisogno di morte. E direi che nella situazione più culturalizzata egli lo desideri in modo ancora più liberato dal tabù che non nelle popolazioni pri­mitive, perché nelle popolazioni primitive l'uomo che va in guerra, quando torna, dopo aver vinto la guerra, deve sottoporsi a dei riti di espiazione, di purificazione, che sono spesso particolarmente fastidiosi e dolorosi, prima di toccare le donne, cioè la propria donna, la propria moglie.
Ciò è ben compreso nella mitologia del popolo primitivo, come la guerra non sia che la ripetizione di questa istanza istintuale pri­mitiva, che è in qualche modo legata alla pulsione sessuale: elimi­na il nemico e gli rubo la donna, lo uccido per impadronirmi della donna.
Mentre invece non risulta che nelle nostre civiltà culturaliz­zate ci siano riti di espiazione dopo le guerre, giuste o ingiuste che siano. Ciò nonostante, l'uomo non può fare a meno di prendere coscienza della morte, di fronte alla morte della persona cara, del­la persona amata, ma in un modo particolare, anche qui, in quanto diversa da lui. Cioè, la morte della persona cara, seppure lo riporta alla coscienza della morte, non lo riporta alla coscienza della propria morte, ma della morte di un altro, che in quanto diverso, è si amato, ma è anche odiato.
L'altro non è semplicemente amato, l'altro è quello verso il quale c'è stata anche dell'aggressività. Nello stesso amore, c'è un fatto di prendere. Nell'amore del figlio verso il padre c'è stata tutta l'aggressività verso il padre nella rivalità; nell'amore del fratel­lo per il fratello, c'è tutta la rivalità e l'odio per il fratello; nell'amore del marito verso la moglie e viceversa, c'è tutto l'odio connesso al fatto del prendere, dell'impossessarsi, e nell'amore verso il figlio c'è ancora l'odio per la rivalità, a livello i­stintuale.

la morte e la credenza nella sopravvivenza
Quindi la morte appare come qualcosa di drammatico, perché nel momento in cui questo altro che si ama ci viene a mancare, lo sentia­mo come una reale perdita di una parte di noi stessi, nella misura in cui abbiamo fatto una identificazione buona in lui. Ma lo sentia­mo anche come la possibilità di una punizione che può venirci, per il fatto che questo altro noi lo abbiamo attaccato, aggredito, ed ora che noi vediamo realizzato il nostro desiderio, temiamo la ven­detta, temiamo la pena del taglione per la realizzazione del nostro desiderio. Ed ecco quindi che, di fronte alla realtà della morte della persona amata, l'uomo non può fare a meno di creare un compen­so a questa morte.
Un compenso sono gli spiriti, ed è più esattamente, in una fase più culturalizzata, più evoluta, la credenza della sopravvivenza. A questo punto, se noi ripercorriamo la storia del mito, ci rendiamo conto che, perché si arrivi all'idea della sopravvivenza, soprav­vivenza in una vita che continua al di là, e che anzi ad un certo punto diventa più importante della stessa vita che facciamo, c'è tutto un lungo cammino.
Per lungo tempo la vita dell'aldilà è una vita di gran lunga infe­riore come valore, come possibilità di soddisfazione personale, al­la vita che si fa nell'aldiquà.
Quando Ulisse nell'Odissea approda all'Ade, Achille dice: "Preferirei servire il più povero degli uomini, piuttosto che essere qui a comandare le schiere dei morti". Cioè il concetto che la vita dell'aldilà è più importante della vita dell'aldiquà è tar­divo, è il frutto di una elaborazione culturale abbastanza avanzata. Freud dice: è una necessità per l'uomo-, che gli. permette di consolar­si della presa di coscienza della propria morte, che gli permette di proiettarsi, di sopravvivere, soprattutto di non sentirsi colpevole nei confronti della persona amata, di poter continuare con lei le relazioni stabilite nella vita stessa, di non sentirsi attaccato, di non sentirsi punito per la propria colpevolezza.
La religione quindi sarebbe, per Freud, l'illusione creata dall'uo­mo al fine di consolarsi e di poter trovare un risarcimento per tut­te le rinunce istintuali che sono rese necessarie dall'organizzazio­ne della vita sociale, e dalla strutturazione stessa dell'apparato psichico.
Potremmo evidentemente, sul piano filosofico, discutere a lun­go su questa affermazione. Non vi è dubbio però, che si possa riconoscere al desiderio umano, ed a questa dinamica che abbiamo messo in rilievo, una gran parte nella costruzione delle grandi fantasie, delle grandi immagini religiose e mitiche, nelle quali l'uomo rico­nosce le proprie speranze.
Esiste una possibilità per l'uomo di affrontare la propria vita in un modo più maturo, senza fondare le proprie speranze unicamente, su queste costruzioni fra le quali possiamo annoverare la nostra cre­denza da cui siamo consolati?
Ma se vogliamo andare sino in fondo al senso della nostra vita ­("Che senso ha la vita? E' solo desiderio?"), se noi vogliamo dare alla nostra speranza un significato che non porti con sé l'ombra delle illusioni, come potremmo fondarla in un modo psicologicamente più maturo?
C'è un bellissimo saggio di Freud, alla portata di tutto il pubblico, e non solo degli specialisti, che si intitola: "La scelta dei tre scrigni". In questo bellissimo lavoretto, Freud si rife­risce al famoso episodio del mercante di Venezia, di Shakespeare, in cui il protagonista, Bassano, deve scegliere fra tre scrigni appunto. Uno è d'oro uno è d'argento e uno è di piombo. Anzi i pretenden­ti sono tre: tre pretendenti devono scegliere fra tre scrigni quello scrigno in cui ci sarà l'immagine della ragazza amata. Chi sceglie­rà lo scrigno giusto potrà sposarla. E ciascuno di loro sceglie uno scrigno diverso, magnificando le qualità del metallo, e identifican­do quindi l'immagine dell'amata corrispondente al metallo dello scri­gno. E naturalmente vince Bassano, che sceglie lo scrigno di piombo, cioè il terzo scrigno: in questo c'è l'immagine dell'amata.
Freud rapporta questo episodio dei tre scrigni ad altri miti, ad al­tre favole, in cui questa scelta delle tre possibilità si ripete: la scelta di Paride tra Giunone, Minerva e Venere; la scelta di Cene­rentola: le due sorelle e Cenerentola; la scelta di Psiche nel poe­ma di Apuleio; e soprattutto il grande dramma, la grande tragedia di Re Lear ancora di Shakespeare, in cui re Lear sceglie non la terza, Cordelia, ma le prime due sorelle. L'analisi si svolge soprattutto sulla grande tragedia di re Lear. Se i tre scrigni, come è facile supporre dalla analogia con i simboli dei sogni, significano la don­na, e così se in questa storia come nelle altre favole la scelta è fra le donne, la scelta della terza donna appare come la scelta di colei che non parla, che si nasconde, che non appare, che non si ma­nifesta. Mentre le prime due sorelle, magnifiche e regali, magnifi­cano al padre il proprio amore, Cordelia non dice nulla, Cenerentola si nasconde, Psiche non parla, Venere anche non dice niente.
E la scelta cade su questa che non dice niente, tranne nel caso di Re Lear. E Freud dice: colei che non parla, la donna che non parla, la donna che si nasconde, la donna che non si manifesta, (e lo scri­gno di piombo, che ha il valore del niente, così dice Bassano), è la morte, è il simbolo della morte. E mentre re Lear, che è vecchio, che dovrebbe essere vicino alla saggezza, vuole avere ancora dalla donna amore, e si fa illudere dall'amore delle due sorelle maggiori, l'autenticità della sua situazione, la sua autenticità esistenziale la raggiunge solo alla fine della tragedia, quando finalmente accet­ta Cordelia, che muore in quel momento, e si porta sulle spalle la morte, e lui stesso muore.

l'accettazione della propria morte
Apparirebbe cioè inevitabile, da questa analisi, che l'unico modo per essere nell'autenticità così come il mito ce lo insegna e così come, nell'intuizione poetica, il poeta ce lo esprime, l'unico modo sia quello dell'accettazione della propria morte, della propria intrinseca struttura, del proprio intrinseco morire, del proprio in­trinseco essere organizzati al morire, cioè ciò che l'uomo tende continuamente a rifiutare, cercando di regredire alla situazione infan­tile della protezione sotto le ali della madre, la prima su tutte le donne, o della situazione più adulta, ancora inefficiente, dell'amo­re nelle relazioni di coabitazione interpersonale, che sì, evidentemente sono perseguibili in una certa parte della vita, sono la neces­sità della vita. Ma il senso più. profondo della vita, il significato vero della vita viene colto solo se l'uomo riesce, non in via pura­mente di adesione intellettuale, perché in via di adesione intellet­tuale evidentemente, tutti diciamo che, accettiamo la propria morte e questa adesione intellettuale alla morte, questa coscienza della propria mortalità a livello intellettuale, non è la vera autenticità" L'autenticità è quella capacità di adesione al proprio morire come trasformazione interiore, cioè sostanzialmente come superamento totale del proprio narcisismo, del proprio bisogno di affermazione, del proprio bisogno di onnipotenza, del proprio bisogno di immortalità.
In tal modo la speranza è un farsi attuale, non semplicemente consolatorio ed illusorio (anche se non si deve disconoscere la "necessità"di una speranza consolatoria) una tensione fiduciosa verso l'estrema saggezza e l'equilibrio.

N/B. La presente lezione, tratta da registrazione, è stata presentata dal Dott. Tebaldo Galli il 1° Febbraio 1974, al Corso di Teologia in Verbania-Pallanza.

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