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Matrici ideologiche delle speranze (Marx, Marcuse, Bloch)

sintesi della relazione di Ernesto Balducci
Verbania Pallanza, 16 gennaio 1974

Nell'accettare l'invito che mi è stato fatto, di venire qui, ho avuto un po' di perplessità per quanto riguarda l'argomento, perché le indicazioni di filosofi come Marx, Marcuse e Bloch mi prospettavano un po' un rischio, quello di dover fare una lezione di filosofia, necessariamente ostica. Ed allora ho pensato, di accettare certo l'obbligo dei riferimenti a questi grandi ideologi del nostro secolo, però inserendo questi riferimenti in un discorso che vorrebbe valere di per sé, in virtù della sua coerenza e del suo riferimento alla realtà che stiamo vivendo. Oltretutto la vostra presenza numerosa sta a dimostrare che questi appelli alla speranza riscuotono una risposta, incontrano uno stato d'animo anche in quelli che non hanno molta consuetudine con le letture e con le speculazioni, ed io non devo certo deludere questa risposta portandovi nelle stratosfere, nelle astrattezze. Anzi, ed è lo scopo reale con cui mi muovo nella riflessione che sto per svolgere davanti a voi, voglio proprio partire dalla circostanza storica che in questi ultimi mesi stiamo vivendo, che è stata abbastanza illustrata e manipolata dai mezzi di comunicazione. Noi viviamo una crisi energetica, che vi è stata presentata anche come crisi di modello di sviluppo. È vero che le parole allarmate stanno rientrando perché il sistema si può permettere qualche attimo di gioco sulla propria stabilità, ma non di più, col rischio davvero di persuadere la gente che il modello è in crisi. Però noi ci siamo accorti, e ci stiamo accorgendo, appena appena riflettiamo sul serio, che il tipo di sviluppo nel quale siamo coinvolti non ha un futuro. Esso è minato alle sue stesse basi.

1) - UNA CIVILTÀ DELLA PAURA

È la prima volta, da quando è stata creata l'ideologia del progresso, nel 700, che siamo costretti, non dal grido dei profeti, ma dalla realtà delle cose, a entrare nel dubbio; quanto meno, nel dubbio che questo mito del progresso non sia altro che un'ideologia, che ha ricoperto di prestigio una certa organizzazione della società e della produzione.
Del resto questo grido d'allarme che ora viene dalle cose, dagli stessi regimi di austerità, è confermato anche da delle indagini compiute da gruppi scientifici apparentemente neutri, anzi direi, per collocazione, interni al mondo capitalistico. Qualcuno di voi certo conosce il rapporto dell'Istituto di Tecnologia del Massachussetts di due anni fa, dal quale, proprio dopo aver ascoltato i calcolatori, che, come sapete, non fanno ideologia, hanno dedotto una conclusione tragica: il tipo di civiltà nel quale siamo, la civiltà produttiva, non ha davanti a sé che un trentennio di vita. Noi andiamo, se continuiamo a muoverci nella ricerca di incremento produttivo, verso una catastrofe. La catastrofe ecologica è sotto i vostri occhi: anche questi laghi stupendi, come sapete, diventano sempre più degli sterquilini, la vita ci abbandona, il Mediterraneo sarà, secondo le previsioni, fra poco, un mare morto, e le stesse sorgenti energetiche accennano a finire. Questa civiltà, che succhia le viscere della terra, partiva dal presupposto che queste viscere fossero inesauribili. Invece gli indici di esauribilità sono sempre più stretti, più bassi. Noi ci troviamo ormai a fare delle scelte che mettono in forse la stessa civiltà in cui viviamo. Secondo questo istituto di tecnologia si potrebbe forse arrivare ad una soluzione purché si accettasse la cosiddetta crescita zero, se si arrestasse lo sviluppo produttivo al livello zero.

una congiuntura apocalittica

A parte i risvolti terribilmente negativi di questa ipotesi, essa è storicamente impraticabile perché non si può obbligare una macchina, la cui ragione d'essere è il consumo, ad arrestarsi, senza mettere in forse il suo stesso ingranaggio e senza scuotere dalle fondamenta la coscienza di questa civiltà, la quale è stata educata all'ottimismo dello sviluppo. Una delusione ideologica così profonda, scatenerebbe le reazioni rivoluzionarie le più anarchiche, le più dissolventi. Noi abbiamo queste profezie scientifiche, è la prima volta che si può parlare di profezia scientifica, che annunciano in termini difficilmente contestabili un modo di essere della nostra civiltà, un profondo modo di essere, che è la paura. La nostra è diventata la civiltà della paura. La paura, che rimaneva nel subconscio, inibita, viene a galla, entra ormai nelle sfere della coscienza. Sempre di più avvertiamo, da qualunque posizione ideologica ci si muova, che siamo entrati in una congiuntura apocalittica: cioè una congiuntura in cui è in questione la sopravvivenza o meno della specie.
Le parole antiche della vita e del Deuteronomio: "Io ti ho messo davanti la morte e la vita, come tu sceglierai, così sarà di te", acquistano per il genere umano un'attualità spaventosa. Siamo ad un punto in cui dobbiamo riconoscere che, se il genere umano non prende nelle mani il proprio destino con uno sforzo di libertà lucido e coraggioso, il genere umano è costretto ad andare verso la distruzione per opera della sua stessa creazione. La situazione storica in cui ci troviamo quindi è l'epoca della grande paura.
Qualche scrittore, avvezzo al lustro letterario, ama stabilire una analogia con la piccola o la grande paura della fine del primo millennio, quando, come si favoleggia, il mondo cristiano, interpretando banalmente un passo dell'Apocalisse, aspettava con l'ultimo giorno dell'anno mille la fine del mondo: terrori, paure, conversioni, tutto quello che un'epoca superstiziosa poteva suggerire, caratterizzarono il tramonto di quel primo millennio. Noi siamo ad un tramonto di un altro millennio, con meno superstizioni, forse, dico forse, ma con una paura molto simile. Questo punto di partenza mi serve per sottolineare il fatto che la speranza ormai non è più un lusso, non è più un privilegio di anime generose: è, diremo così, la condizione stessa della sopravvivenza del genere umano. O noi viviamo una logica di speranza, o noi andiamo verso il suicidio: la speranza come necessità biologica.
Inutile dire quanto importante sia questo discorso ai fini di un ripensamento della fede. Non è questo il mio compito.

2) - UNA CONVERSIONE UMANISTICA

Il mio compito è quello di illustrare, vorrei dir così, la conversione umanistica, che in questi ultimi decenni sta svolgendosi all'interno della coscienza umana più acuta, più avanzata, più aperta: le ipotesi rivoluzionarie.
Non è giusto monopolizzare, come cristiani, il programma di conversione. La conversione, cioè il passaggio dalla menzogna alla verità, se ha il suo punto forte e direi risolutivo per noi credenti nel rapporto con la Parola di Dio, ha un suo sviluppo ed una sua legittimità anche a livello della coscienza morale. A me pare che stiamo vivendo all'interno di un processo di conversione umanistica di cui dobbiamo prendere atto, se vogliamo parlare come credenti, se vogliano non fare, come abbiamo sempre fatto, del discorso cristiano un discorso presuntuoso, come se senza di noi il mondo fosse finito, come se noi avessimo addirittura in mano il futuro del mondo.
Purtroppo, anche in questi tempi di demitizzazione, sta rinascendo un certo trionfalismo cattolico, basato sulla presunzione, smentita dai fatti, per la verità, che senza la Chiesa il mondo è finito. L'azione di Dio è vasta, come è vasta la storia dell'uomo, e all'interno di certi processi di conversione storica, chi ha occhio non velato da vizi proselitistici, scopre un processo di salvezza, anche quando questo sviluppo avviene all'interno di una cultura che si dice atea. Che significa poi? Anche questi termini, come il termine ateismo, avevano valore in un protocollo linguistico che è alle nostre spalle. Anche come credenti, per giudicare se uno è o non è in rapporto positivo con l'annuncio cristiano, non mi interessa affatto sapere se si dichiara sicuro dell'esistenza di Dio o se si dichiara sicuro della non esistenza di Dio. Queste dichiarazioni di atteggiamenti mentali, sono del tutto insignificanti. Come il Vangelo ci dice, quel che conta è l'opera, la scelta, la capacità di prendere sulle proprie spalle il destino dell'uomo ferito nella sua strada.

ragioni di speranza

E vi assicuro, lo sapete certo, ed è questo il mio compito, che una lettura attenta dei processi di trasformazione culturale del nostro tempo, mi dà un'enorme ragione di speranza; che è anche un enorme appello alla presenza come credenti, non in posizione di privilegio, non come portatori di una verità senza della quale il mondo è finito, ma come portatori di un messaggio che è profondamente congeniale alle attese pure dell'uomo che cerca la salvezza, e non la salvezza nel senso meramente spiritualistico a cui eravamo assuefatti nel passato, ma una salvezza nel mondo che è una salvezza anche dalla morte biologica, che è una salvezza anche dallo sfruttamento e dalla schiavitù. Se noi non riusciamo a pensare il messaggio della speranza messianica del cristianesimo dentro i conflitti del nostro tempo, non al di sopra, il nostro discorso non è nemmeno più degno di essere ascoltato.

legge di corrispondenza

A me pare che la situazione globalmente intesa del momento, ci porti a constatare che anche coloro che si fanno sostenitori di una rivoluzione sociale non hanno più prospettive da indicare, se si muovono soltanto all'interno del sistema socio-culturale che il passato ci ha tramandato, e che nel presente è ricco di queste lacerazioni, di questi sconvolgimenti. Cioé, mentre nel passato una rivoluzione poteva convogliare la carica della speranza degli oppressi, e in questa rivoluzione il cambiamento dei rapporti sociali poteva essere effettivamente liberatore da schiavitù insopportabili, in questo momento invece l'ipotesi rivoluzionaria deve tener conto di altre istanze, che le vecchie rivoluzioni potevano benissimo tener fuori dal loro obiettivo. Mi spiego meglio: una rivoluzione, tanto per avere una tipologia significativa, da quella francese dell'89, a quella descritta come modello storico da Marx, a quella attuata da Lenin, tanto per rifarmi a riferimenti moralisticamente ineccepibili, obbediva a quella che potremmo chiamare legge di corrispondenza. La legge della corrispondenza consiste in questo: quando una trasformazione di strutture economiche si è realizzata, come quella che la borghesia realizzò nel 700, sopravvive però l'apparato culturale e politico della vecchia situazione; c'è una tensione tra la struttura politica e la nuova struttura economica. La rivoluzione consiste nel rendere corrispondente la struttura politica alla struttura economica, nel muovere con violenza le strutture politiche perché si adeguino alla nuova struttura economica, nata per i processi produttivi. Così nell'ipotesi rivoluzionaria elaborata da Marx, la rivoluzione proletaria non deve fare altro che trasferire ai livelli sovrastrutturali la nuova struttura economica creata dalla classe produttiva, che è la classe del proletariato.
Lenin seguì una legge di corrispondenza perché egli non trovò nella Russia una struttura economicamente gestita dal proletariato: creò una struttura politica di tipo socialista, perché si realizzasse una struttura economica di tipo socialista, invertendo, per così dire l'angolo di partenza, ma sempre con lo stesso concetto.
necessità di modelli diversi
Oggi siamo in una situazione in cui non è più possibile trovare dentro il sistema un punto d'appoggio per cambiare il sistema stesso. Il sistema in cui viviamo, per quanto ricco di dialettica, non ci offre il punto archimedico su cui applicare la legge della corrispondenza. Occorre cercare il punto d'appoggio fuori dal sistema, cioè, occorre assumere come obbiettivo un fine che sia un fine trascendente. Uso la parola non nell'accezione metafisica, cara ai filosofi e ai cristiani di stampo metafisico, ma nel senso antropologico, cioé è trascendente quell'obbiettivo il cui fondamento non è nella razionalità dominante, non è nella cultura vigente anzi alla cultura vigente appare come un obiettivo utopistico, un obiettivo impossibile, assurdo, e tuttavia è l'unico obiettivo realistico. Questa necessità di porre l'obiettivo storico della speranza fuori dei confini del sistema e dello razionalità del sistema, questa necessità è la novità del momento.
E' un discorso rischioso. Qualche giovane più addestrato nelle analisi marxiste si sentirà piuttosto preoccupato di questa fuga nel misticismo. Non è una fuga nel misticismo, ripeto: la trascendenza di cui parlo è una trascendenza antropologica, e porta con sé la sicurezza di cui parlerò sulla scorta di alcune suggestioni profonde derivate dalla filosofia marxista del tempo; essa si riferisce ad un fine che è in rapporto alla realtà esistente, ha un alto carattere di diversità. La rivoluzione deve puntare su un cambiamento di qualità. Essa non ha i termini già dati dentro il sistema: deve inventarsi i termini. Per cui il cambiamento sociale implica un generoso sforzo di immaginazione storica, altrimenti, nonostante tutte le apparenze, non facciamo che avvolgerci dentro il perimetro del sistema dannato. Perché anche la classe operaia, come ci dirà uno degli ideologi che sono stato chiamato ad illustrarvi, Marcuse, è sempre più integrata nel sistema: essa non è portatrice del gesto taumaturgico del cambiamento sociale, perché i processi di collusione, di complicità strutturale sono sempre più fitti, al punto tale (tanto per fare un riferimento di costume da leggere dentro il quadro di quel che ho detto) che anche i giovani più desiderosi del cambiamento sono costretti a porre la loro attenzione al Terzo Mondo, cioé ad un mondo fuori del sistema. Questo terzomondismo può essere una forma di degenerazione ideologica, in quanto può fornire un comodo alibi a coloro che non hanno nessuna voglia di modificare il primo mondo, il mondo dello sviluppo, il mondo della produzione. Allora succede che la generosità rivoluzionaria di carattere sentimentale, in definitiva, scarica le proprie inquietudini nel Terzo Mondo. Però è anche vero che in questo riferimento privilegiato al Terzo Mondo si nasconde, sia pure ad un livello non sempre consapevole, la percezione, che invece è per me essenziale, che occorre, non già trarre dallo sviluppo, in cui siamo inseriti, un modello dialetticamente opposto a quello della società dominante. Dobbiamo inventare modelli diversi, perché il sistema non ci offre la possibilità di procedere con la legge di corrispondenza che ho spiegato prima. Ed è proprio in questo clima culturale che è avvenuto un processo di recupero delle componenti utopistiche e utopiche, più esattamente, che erano già presenti nell'insegnamento di Marx.

3) - SIGNIFICATO UMANISTICO DI MARX GIOVANE.

In questi ultimi decenni è diventata sempre più importante la riscoperta e la riproposizione dell'umanesimo del Marx giovane. Gli scritti del Marx giovane, anteriori al Manifesto, sono d'una ricchezza eccezionale, e ci prospettano un Marx non già affidato tutto, come sembrerebbe il Marx del Capitale, alla sicurezza scientifica che i processi di degenerazione del capitalismo avrebbero generato per proprio conto il ribaltamento rivoluzionario. Il Marx giovane centrato tutto sulla riflessione del rovesciamento della prassi, enunciato in una tesi su Feuerbach, fa affidamento sulla capacità dell'uomo di essere artefice, con la sua libertà, del capovolgimento del sistema capitalistico, della egemonia borghese. Il Marx giovane è un Marx che studia i processi reali della liberazione dell'uomo dalla alienazione. In questa visione di Marx c'è una ricchezza antropologica adeguata alla congiuntura storica in cui noi ci troviamo.
Senza abbandonarmi troppo a riferimenti filosofici, devo dire che quando si parla di Marx, non si fa un riferimento di senso univoco. Tutti sappiamo che tra quelli che si rifanno a Marx ci sono divisioni ideologiche immense. (Ormai perfino Saragat è marxista). E alla fine,che cosa è il marxismo?
C'è però uno spartiacque fondamentale nel riferimento a Marx. C'è un Marx che è letto nel versante positivistico dello sviluppo del suo pensiero che è stato un po', direi, accentuato, e quasi consolidato, dall'insegnamento di Engels, che sopravvisse a Marx, e quindi si inserì in maniera molto più diretta nella temperie culturale della fine del secolo scorso, che era una temperie positivistica. Il Marx positivista è il Marx secondo cui la rivoluzione, più che essere effetto di una scelta del soggetto umano sarebbe stata effetto degli stessi processi meccanici dell'organizzazione produttiva. I processi meccanici, con la stessa sicurezza con cui i processi di natura realizzano il proprio obiettivo, avrebbero realizzato, ad un certo momento, il cambiamento sociale.
Questa sicurezza positivistica è chiaro che 'veniva a sminuire al massimo l'importanza della soggettività umana; considerava del tutto sovrastrutturale la coscienza morale, l'impegno soggettivo, la dimensione utopica nell'impegno storico.
C'é invece un Marx che va letto nel versante hegeliano. C'è un Marx che non si oppone a Hegel fino a negarlo totalmente, ma pur ponendosi in polemica con Hegel, ne assume la concezione di fondo, che è la concezione del procedimento dialettico della storia. Cioè la storia non procede, per così dire per uno sviluppo lineare, quasi con un sicuro meccanicismo, ma procede attraverso la negazione dell'esistente, una negazione guidata dall'esigenza della totalità, cioè dall'esigenza della realizzazione della totalità umana, cioè della totale liberazione dell'uomo. Questo rapporto dialettico col presente evidentemente fa appello all'uomo ed ha come suo obiettivo la totalità umana. E' insomma una dialettica umanistica.
Diciamo che Althusser, proprio in questi mesi, polemizza contro i marxisti umanisti; ma queste seno faccende, diremo così, di casa loro. Io parlo di marxismo non come artefice in prima persona delle dispute di casa marxista, quanto piuttosto come un credente, estremamente e realmente incuriosito di questo rivolgimento di coscienze che sta avvenendo nella grande area della cultura di denominazione marxista. La grande lezione che è venuta da Georg Lukacs circa i rapporti fra Marx ed Hegel, circa il significato umanistico del Marx giovane ha avuto in questi ultimi 50 anni uno sviluppo ed una fecondità eccezionale, di cui purtroppo la cultura vigente non tiene conto abbastanza.
Sono convinto che si tratti di argomenti destinati ad interessare anche coloro che non hanno il largo mestiere della ricerca culturale, e che si tratta di sviluppi comandati dalle cose, in fondo, che sono comandate dal mutamento della realtà oggettiva della società in cui viviamo, ci piaccia o non ci piaccia
La prima conseguenza di questo ricollegamento di Marx con l'umanesimo hegeliano, è la rinascita dell'utopia. Ecco una linea che oramai è entrata nelle nomenclature banali del tempo che viviamo. Che l'utopia, che il risveglio dell'utopia, sia un tratto del nostro tempo, è universalmente riconosciuto. Anche in maniera solenne, Paolo VI nell'Octogesima adveniens, di due anni fa, ha chiamato questo tempo il tempo del risveglio delle utopie, e ne ha parlato in senso molto positivo.
4) - L'UTOPIA DI BLOCH.
In che cosa consiste questo risveglio dell'utopia? Affidiamoci al primo grande maestro della filosofia dell'utopia, Ernst Bloch, vecchio filosofo ancora vivente a Monaco di Baviera, dove si è rifugiato quindici anni fa o poco più, dopo che è stato espulso dalla Germania est, comunista, secondo i modelli staliniani. Bloch è un grande pensatore che oltretutto ha avuto e sta avendo un'influenza fermentante nella teologia cristiana. Basta fare due nomi, il nome di Jürgen Moltmann, teologo protestante, autore di uno dei grandi libri della teologia attuale, "La teologia della speranza", e il teologo cattolico Giovan Battista Metz, amico intimo, fra l'altro, a livello personale, di Bloch, che ha elaborato una teologia politica, possiamo dir così, estremamente affine a quella di Bloch. Bloch è uno studioso della Bibbia. Strana cosa, la dico fra parentesi: tutti i filosofi che ho nominato e che sto per nominare, sono ebrei, a cominciare da Marx. Appartengono ad un fondo culturale in cui la spinta messianica rimane, vorrei dire, quasi come una specie di archetipo dell'intelligenza.
Per quanto siano collocati, a volte, nel più spregiudicato ateismo, tuttavia, questa specie di insopprimibilità della speranza, questa specie di inconscia fiducia in una promessa, che è alla base della storia, e che noi chiamiamo la promessa di Abramo, c'è in loro. Questo potrebbe essere uno spunto spurio di apologetica, ma mi pare giusto indicarlo, perché in fondo il pensiero dell'uomo è più tributario di quanto non sembri, perfino ai suoi cromosomi.

futuro e adventus

Ora Bloch riconosce nella Bibbia il grande libro dell'utopia. Non può parlare del grande libro della fede, però parla del grande libro dell'utopia, destinato a fermentare nei secoli, proiettando dinanzi agli occhi dell'umanità delle mete di liberazione (quelle mete che nella Bibbia sono il regno del Messia) di grande valore politico. Perché il futuro dell'umanità non è secondo Bloch descrivibile secondo la pura e semplice proiezione razionale del presente. Il futuro dell'umanità deve essere continuamente ripensato secondo una diversità qualitativa. Ed é di Bloch l'importante distinzione tra il futurum e l'adventus: il futuro inteso come prolungamento, nel tempo che ancora non è, delle condizioni presenti, magari migliorate, portate al limite delle possibilità, e l'adventus invece come un futuro in cui insorge la novità inattesa, il futuro come creatività, non come prolungamento del presente.
Queste due categorie vanno tenute presenti, perché hanno una grande ricchezza. C'è una futurologia. Il futuro è diventato perfino una materia di insegnamento universitario, ormai la dimensione del futuro appartiene alle normali regole della prudenza amministrativa. Se si vuole costruire una casa si deve anche sapere che ne sarà di quel paese fra vent'anni. Solo i nostri padri, i padri dei nostri padri, costruivano sfidando i secoli, con la sicurezza che quello che facevano sarebbe rimasto. Noi anche quando costruiamo un palazzo, non facciamo che piantare la tenda momentaneamente in un luogo, con l'incertezza di che cosa dovremo fare di questa tenda effimera. Non si costruiscono palazzi che durino cento anni: è antieconomico, è stupido. Bisogna costruire con la consapevolezza dell'effimero. Allora siamo obbligati, perché la costruzione sia economicamente conveniente, a fare un calcolo di probabilità sulle modificazioni del prossimo futuro. Il futuro è una dimensione del presente, razionalmente inteso.
(Basterebbe fare questo discorso anche per dare un giudizio di saggezza politica sugli uomini che ci governano. Questa è una parentesi che rimetto alle personali riflessioni). Non si amministra il presente senza passare per un futuro, calcolato secondo le regole della prevedibilità, che sono regole controllabili anche attraverso le tecniche dei calcolatori. Però, dico la verità, un futuro così governato non ci dà nessuna sicurezza, perché questo futuro ha la stessa faccia del presente.
Questo futuro non fa che portare incrementi quantitativi al presente. Perché una proiezione razionale sul futuro non aggiunge qualità, non può raggiungere qualità, lo spiegheremo subito, col sussidio di altri ideologi.
Bisogna invece porsi di fronte al futuro con quella che Bloch chiama la docta spes, la dotta speranza, dove la parola "dotta" richiama una terminologia propria dei manuali di filosofia, quando parlano di ignoranza socratica come dotta ignoranza.
Una dotta speranza: perché c'è una speranza stupida, che è pericolosa. L'ottimismo gratuito sul futuro è veramente esiziale. L'ottimismo che si affida ai meccanismi del presente, o se volete alle lezioni del passato, da cui si è imparato che i guai ci sono sempre stati, ma in fondo l'uomo ha sempre rimediato, e che quindi si può andare avanti con la sicurezza che l'uomo rimedierà ai guai della sua maniera di organizzare la società, è questo ottimismo veramente irresponsabile. Non è una dotta speranza, è una speranza stupida, una speranza colpevole, perché anzi, è sicuro che un'analisi del presente proiettato nel futuro secondo le regole della prevedibilità obbliga alla sensazione della catastrofe. La dotta speranza è una speranza inventiva, è critica e inventiva. E questa dotta speranza ci permette di guardare al futuro, non tanto secondo le regole delle proiezioni, ma secondo le regole delle anticipazioni della novità, le regole dell'adventus, un futuro che viene diverso.

uomo nascosto

Per sfuggire subito al rischio del comodo misticismo dobbiamo mettere in evidenza un altro tratto dell'antropologia di Bloch, che egli ritiene di derivare direttamente da Marx. Dice Bloch che l'uomo è nel suo fondamento una x, è un uomo absconditus, è un uomo nascosto; non c'è, una definizione dell'uomo che esaurisca l'uomo: l'uomo è una riserva di indefinibili possibilità, è una x. Invece l'uomo nelle sue determinazioni storico-sociali è il prodotto dei rapporti sociali. Quindi l'uomo ha per così dire, due volti, un volto conosciuto, l'homo cognitus, soggetto storico presente che si definisce all'interno dei rapporti sociali, secondo un criterio di marxismo tradizionale. Ma questo uomo storicamente determinato non è l'uomo, perché al di sotto di questa struttura, prodotta all'interno delle relazioni sociali, c'è un uomo con possibilità inesauribili, l'uomo che si apre verso il futuro, non dunque ,semplicemente assecondando la spinta delle relazioni ma piuttosto con un atteggiamento inventivo, con l'esigenza di realizzare se stesso, in una maniera che non corrisponde alle possibilità iscritte nelle situazioni sociali esistenti. La realtà sociale che ci caratterizza ci permette soltanto un certo angolo di previsioni ragionevoli, ma se io l'angolo lo apro non a partire dalla mia superficie storica, ma dalla mia realtà nascosta, allora il mio angolo è troppo più vasto, e le mie previsioni, rapportate a quelle che derivano dal presente, appariranno stolte, impossibili. Ma è proprio quando proietto nel futuro, secondo l'invenzione qualitativa, le possibilità recondite, io posso pormi di fronte al presente in un rapporto rivoluzionario, di autentica rivoluzione; perché è una rivoluzione che cerchi semplicemente di sviluppare le possibilità emergenti dall'uomo sociale, in fondo è una rivoluzione che rimane dentro al sistema.

il volto di Dio è il volto dell'uomo

Abbiamo visto che questo tipo di rivoluzione era storicamente possibile nel passato, ma oggi occorre rifarci all'uomo in quanto portatore di possibilità non iscritte nel suo volto sociale. E' questo uno scorcio antropologico di somma ricchezza. Io qui non ho nessun obbligo di dimostrare se sia marxisticamente ortodosso o no; non sono qui a fare esegesi marxista. Sono qui però a riconoscere che questa dottrina sull'uomo è estremamente ricca. Anzi, personalmente (permettete qualche abbandono di testimonianza personale), in questo momento, in cui fra noi che bazzichiamo con la teologia, e comunque siamo onorati del peso stupendo, ma anche tragico, di annunciare la parola di Dio, a me, per esempio, questa categoria blochiana dell'Uomo nascosto rende un servizio straordinario. Non so se gli ascoltatori se ne accorgeranno, io parlo di un atteggiamento soggettivo: noi eravamo soliti nel passato parlare più di Dio che dell'uomo, e credevamo in questo di rendere onore a Dio. Oggi ci siamo accorti che quasi sempre, quando si parla di Dio, non facciamo altro che descrivere una nostra alienazione. Il Dio di cui parliamo non è altro che il nostro volto riflesso in uno specchio convesso, infinito. In fondo, spesso, si parla di Dio per narcisismo. C'è qualche ingenuo che è convinto, anzi, si strugge di devozioni e di commozione, e anzi ringrazia Dio del dono delle lacrime. Se invece di andare da un confessore andasse da uno psicologo, questo ipotetico cristiano di cui parlo, si sentirebbe subito catalogare come un malato di mente.
Del resto il Vangelo non favorisce affatto questo nostro gusto. A chi chiedeva a Cristo: "Mostraci il Padre e ci basta, cioè mostraci Dio", rispondeva: "Voi siete stati con me tanto tempo, e mi chiedete questo? Ma chi vede me, vede il Padre". E a chi chiedeva al Cristo:
"Ma quando ti vedremo, quando non ci sarai più?" - "Ogni volta che avrete dato da bere ad un assetato, da mangiare ad un affamato, avrete fatto questo a me". Il volto di Dio è il volto dell'uomo, il luogo di cognizione di Dio, ci piaccia o no, è l'uomo vivente. Il resto è tutto sotto sospetto, non dico che sia sbagliato. Accetto in pieno l'analisi marxista dell'alienazione religiosa a questo riguardo. Spesso parliamo di Dio semplicemente perché ci piace consolidare una copertura ideologica al nostro mondo, alle nostre posizioni reali, alle nostre consolazioni, ma in ciò che diciamo non soffia lo spirito del Vangelo. Allora è giusto quanto dicono i teologi corresponsabili, che ormai bisogna compiere anche noi quel capovolgimento che Feuerbach auspicava da par suo e nella sua posizione: il capovolgimento della teologia in antropologia. Dobbiamo parlare di Dio parlando dell'uomo. Perché poi, se ha un senso l'incarnazione, è questo il senso: si deve parlare di Dio parlando, dell'uomo.
Non che questo parlare dell'uomo sia un negare Dio: è riconoscere una misteriosa coincidenza, non identità, ma coincidenza, fra il mistero dell'uomo e il mistero di Dio. Allora nell'uomo nascosto trovo il vero specchio del Dio nascosto.
Se ad esempio io leggo le beatitudini di Gesù Cristo secondo questo criterio ermeneutico, trovo in quelle enunciazioni verità di straordinaria forza motrice sul piano storico. Mi ricordo una frase di Marcuse: se è vero - e lui ne è convinto - che la società moderna è malata, allora l'uomo normale nella società vigente è un malato. Occorre trovare un'immagine d'uomo tanto diversa da sembrare anormale. Questa immagine d'uomo che, appunto perché la società moderna è alienata, apparirà alla ragione di questa società come un'immagine da respingere, è forse l'unica immagine di salvezza. Allora, sapete, quali sono gli anormali: i poveri di spirito, i miti. Un mite è non normale. Uno che dice: no, la violenza va rifiutata a tutti i livelli, è un anormale; se porta fino in fondo le sue conseguenze lo mettono in prigione per vilipendio delle istituzioni. Un misericordioso è pericoloso, pericolosissimo, perché mette in forse tutto l'equilibrio sociale, perché deve tener conto del bene comune e non dei suoi sentimenti personali verso tutti... Un puro di cuore è un imbecille. Andate avanti e vedrete che elenco di anormali. Ma io, come cristiano e come uomo, scommetto che l'uomo vero è da quella parte, e quindi so in che modo rapportarmi con questo mondo, di cui sono non soltanto abitatore, ma complice.

fuggire dal mondo è viverre la diversità

Ed ecco tutto il discorso vieto ed insopportabile, a volte, che ci viene fatto, recuperato secondo verità: il discorso sul bisogno di fuggire il mondo. Sapete che vuol dire fuggire il mondo? Non andarsene in chi sa quale solitudine, ma appunto opporre a questo mondo normale, la diversità, la diversità delle beatitudini: quello è fuggire il mondo. Allora questo discorso diventa pericoloso e anche fustigatore per noi che siamo entrati nei conventi fuggendo il mondo: ce lo siano trascinato dentro benissimo, applicando ai recinti sacri le stesse regole di fuori, e facendo della fuga dal mondo un puro avvenimento sociologico-geografico, e non pure un fatto antropologico. Perché fuggire il mondo vuoi dire vivere la diversità. E' questo (chiudo la parentesi) è un modo di applicare certe categorie provenienti ex partibus infidelium, dal mondo dei non credenti, al mio discorso evangelico. E lo trovo molto ricco.
Chiudo la parentesi quindi e riprendo l'individuazione di una linea di tendenza positiva di questo nostro momento apocalittico, vale a dire di tendenza all'utopia. E' chiaro che quando si parla di utopia, il termine qui va riscattato da ciò che ha di arbitrario, di soggettivo, di equivoco, di funesto, perché l'utopia non è qualsiasi immaginazione: è l'immaginazione carica dei riflessi dell'uomo nascosto, cioè dell'esigenza di totalità che è nell'uomo. Come dice Aristotele, nel suo quadro metafisico, "l'uomo è in certo modo tutte le cose", così in questo senso dinamico-storico possiamo dire che l'uomo in un certo modo è tutte le cose. Però, siamo sinceri, sul piano della nostra realtà sociale, non siamo tutte le cose, anzi, sono le cose che ci fanno. Le cose ci modellano a loro capriccio, secondo un loro meccanicismo. Noi siamo in una situazione di apparente libertà, ma di sostanziale manipolazione, subita, e direi, perfino subita con voluttà: l'ideologia ci rende schiavi volontari e compiaciuti.
Allora l'utopia è la proiezione dialettica, in rapporto alla nostra realtà esistente, di una diversità, la cui sostanza è l'uomo nascosto, la cui legittimità è la speranza dotta e la speranza rivoluzionaria (se vogliamo recuperare qui il termine) che punta veramente su un futuro in cui i processi quantitativi del presente siano interrotti e spezzati perché nasca veramente la diversità collettiva. E' un discorso importante. E' un punto d'innesto perfino per un ripensamento autentico dell'annuncio cristiano.

MARCUSE - SCUOLA DI FRANCOFORTE.

Accennavo or ora a questa tesi marxista, in senso ortodosso, che l'uomo è un prodotto di fatto dei rapporti sociali. Questa tesi è stata particolarmente sviluppata da una corrente culturale, che passa sotto il nome di scuola di Francoforte, a cui appartengono pensatori che hanno avuto una grande importanza a livello internazionale, vittime quasi tutti del nazismo, e che hanno avuto dopo il nazismo, quando sono sopravvissuti, un ruolo importantissimo. Cito i due nomi di HORKHEIMER, morto proprio a Lugano l'anno scorso, e MARCUSE, ancora vivente, e docente negli Stati Uniti.
Marcuse: il grande profeta della contestazione giovanile, come ricorderanno molti, con compiacenza o terrore, secondo i casi.
Qual è la componente culturale irrinunciabile, a mio modo di vedere, portata da questa scuola filosofica-sociologica, che è degnamente continuata da un discepolo di Horkheimer, che è Abermas: è l'analisi della condizione strumentale della ragione umana. E' un discorso ricchissimo.
Vi dicevo prima: l'utopia, rapportata alla razionalità dominante, appare arbitraria, detestabile, assurda.

la ricerca della ragione non è neutra

Dobbiamo domandarci se il metro di razionalità, di cui siamo a disposizione, è un metro usabile, valido, o se è anch'esso un metro omogeneo alla condizione anormale dell'uomo. E' un problema importante. Si fa presto a dire: dobbiamo tutto sottoporre al giudizio della ragione. Dobbiamo sapere se questo giudizio della ragione è a priori intatto, innocente, oppure se anch'esso è subalterno ai processi strumentalizzanti della logica produttiva. Ebbene, la risposta unanime della scuola di Francoforte è che la ragione occidentale, della civiltà occidentale, compresa la Russia in questo senso, è una ragione strumentalizzata. La maniera in cui la ragione è diventata strumentale senza accorgersene è stata quella di inventare il mito della neutralità della ragione e della neutralità della scienza. Da Cartesio in poi la razionalità illuministica, che ha poi avuto una sua recente edizione nel positivismo, era guidata dalla sicurezza che la ricerca della ragione è neutra, non è al servizio di nessuno: la ragione ragiona secondo un suo meccanismo interno, secondo sue regole di metodo, seguite le quali, le sue conclusioni sono le conclusioni vere. Questo ci è stato insegnato, di questo vive almeno la quasi totalità della cultura dominante, ed è proprio a partire da questa sicurezza illuministica alcune volte, che anche il senso morale e il senso di fede sono stati vilipesi, e anche il senso del sacro; le manifestazioni popolari religiose sono state guardate con sufficienza e con dileggio. Certo, Dio mi guardi da fare il ricupero della superstizione. Ogni studio umano deve essere filtrato da una razionalità critica, di cui sto per parlare, senza dubbio.
Però la razionalità scientifica vigente nell'occidente, sotto il pretesto della sua neutralità, è stata invece lo strumento più idoneo a creare il sistema di schiavitù dell'uomo.
L'uomo, attraverso la presunzione di considerare le cose, di conoscere le cose per dominarle, attraverso l'equazione stabilita da Bacone tra conoscenza e potere, ha dato alla sua razionalità una specie di impulso onnipotente, l'impulso a manipolare la realtà. La conoscenza di tipo scientifico è una conoscenza fatalmente quantitativa: l'ideale dell'intelligenza occidentale è di ridurre tutto in misurazioni geometriche, l'ideale di tradurre tutto in numeri, perché il numero è il tramite simbolico tra il conoscere e il potere. Abbiamo avuto con la natura e con la società un rapporto di potenza, simulata sotto i veli della neutralità. Abbiamo conosciuto la natura e l'abbiamo violata. I rapporti con la natura, che ci mandavano fieri fino a qualche tempo fa, lo vediamo, sono stati rapporti di massacro.
La realtà non ha semplicemente l'aspetto riducibile al simbolo quantitativo; anche una pietra, anche una stella, non sono soltanto oggetti da studiare secondo la misurazione matematica: sono realtà con cui è possibile una molteplicità di comunioni. Questo discorso può sembrarci strano, ma ci sembrerà sempre meno strano....
Non insisto su questo rapporto con la natura che potrebbe essere forse discutibile, certo è che a livello dei rapporti sociali, a questo noi siamo arrivati: a considerare l'uomo e l'evento umano semplicemente secondo la sua dimensione di funzionalità. Perché l'uomo, la sfera soggettiva dell'uomo, è stata sempre più relegata nel privato. E nell'organizzazione collettiva di tipo scientifico-produttivo, l'uomo sempre più è stato calcolato come funzione dentro l'organigramma produttivo. Un operaio si definisce come forza-lavoro. Il resto, che abbia moglie o non l'abbia, sia malato o non lo sia, non interessa, o interesserà semplicemente in quanto recupero di forza-lavoro.
L'uomo misurato quantitativamente, "l'homme machine", di cui ragionava l'illuminista La Mettrie, l'uomo macchina: è l'ideale di intelligenza illuministica, la quale, questa sì, è atea in maniera irrimediabile, per il semplice fatto che è antiumana. Perché per sapere se un discorso è ateo o no, domandatevi che senso ha per l'uomo. Se ha un senso di liberazione, non è ateo, anche se formalmente si dice tale. Se invece si dice cristiano, ma il suo risultato è la schiavitù dell'uomo, quel discorso è ateo, secondo il realismo della discriminazione evangelica: "Non chi dice: Signore, Signore..., entrerà nel Regno dei Cieli, ma chi fa ...ecc."

la società dei consumi

Questa intelligenza neutra è veramente l'intelligenza dominante nella nostra civiltà occidentale, la quale in questa ultima sua fase, ed è la fase drammatica nel cui ambito ha agito e pensato la scuola di Francoforte, è arrivata a diventare anche una società che manipola l'uomo come soggetto, per renderlo sempre più ricco di bisogni. Questo è il fatto ultimo della manipolazione: la società produttiva ha avuto una svolta qualitativa fondamentale, quando è diventata società dei consumi.
Quando ero ragazzo, la maestra (ancora la vedo sulla cattedra) ci faceva la campagna sul risparmio, a noi poveri ragazzetti colle toppe nei pantaloni, e ci consegnava, a cura del provveditore, un salvadanaio di coccio "perché impariate a mettere da parte i soldini, perché bisogna risparmiare" e il Monte de' Paschi, che era al mio paese incettava, evidentemente perché il sistema era il sistema degli investimenti. In questi ultimi tempi mai avete sentito dire che è importante risparmiare: bisogna consumare. Sicché il sistema ci dà precetti morali contraddittori, ma tutti subordinati al principio sommo, che tutto guida, che è l'utile. E noi abbiamo cominciato a consumare. Ora ci viene detto che è tempo di ridurre i consumi, e ci fanno anche le descrizioni delle domeniche idilliache, arcaiche, belle, nei giardini. E ci prendono in giro un'altra volta. Ma al di sopra di tutto c'è la logica produttiva, la quale si mette in dubbio quando è utile mettersi in dubbio, per poi superare subito il dubbio, appena riassestati i propri meccanismi. Ebbene, nella logica della società dei consumi, è importante che sia modificato l'uomo come soggetto di bisogni. Ogni consumo risponde ad un bisogno. Ma è più importante produrre la merce, che non rispondere ad un bisogno. Allora che si fa? Si produce merce, e poi si crea artificialmente il bisogno. Per cui l'uomo è un soggetto di bisogni artificiali.
In questi ultimi tempi abbiamo visto l'uomo manipolato in mille modi, perché ai suoi bisogni, veramente indici di esigenze di libertà, si aggiungessero bisogni artificiosi, il cui soddisfacimento è equivalente alla schiavitù. Il bisogno creato dall'intelligenza meccanica dell'uomo è veramente la deformazione dell'uomo. Noi non avremmo che l'imbarazzo della scelta nella verifica di queste asserzioni fondamentali della scuola di Francoforte. Ed è qui veramente il calo di umanità di cui siamo spettatori, qui, in questa meccanica. Quelli di noi che hanno per educazione, per esempio noi preti, una formazione moralistica, si scandalizzano agli aspetti epifenomenici, marginali, accessori del fenomeno, ma non hanno il coraggio di andare fino in fondo a scoprire la ragione prima di questa degenerazione umana, poniamo caso L'erotismo. L'erotismo non è altro che una meccanica di sollecitazioni artificiose di bisogni, il cui senso ultimo è il mercato. Invece noi facciamo le prediche contro la corruzione di oggi.
In realtà l'uomo erotico, è un uomo vittima, è un puro oggetto, non è un cattivo, anzi è un uomo normale, che fa quello che dicono. Lo dicono da tutte le parti. Poi scappa fuori il ragazzo un po' impulsivo che aggredisce una ragazza per la strada, e lo si chiama "mostro": ma noi siamo educati ad essere mostri, purché lo siamo dentro i recinti, con le regole.
Il delinquente non è altro che un mostro come gli altri, che ha sbagliato a seguire le regole. Ma noi siamo veramente inzuppati di istinti artificiali, e questo è necessario, è una necessità suprema. L'analisi di questa manipolazione dell'uomo avrebbe da insegnare a tutti i moralisti. Da questa cultura critica è venuta una ricchezza enorme anche all'insegnamento della morale, quando è fatto sul serio. Per forza di cose, quando si parla dei vecchi temi di morale, occorre premettere al giudizio morale questa analisi sociologica della condizione umana, e analisi sociologica anche del carattere ideologico dei giudizi di valore, giudizi di valore che sono giudizi non primari, ma derivati e incastrati in una logica compressiva, e la cui anima interiore è l'aspirazione all'aumento quantitativo della produzione e del consumo.
Ecco un'altra linea, una matrice ideologica, so volete, della analisi della disperazione, ma dialetticamente anche della speranza, perché non ci può essere un autentico discorso di speranza che non parta da un giudizio critico sulla ragione dominante, per questo, ho detto, non basta essere portatori di ottimismo..... Ogni tanto, qualche mio amico ascoltatore, o anche nemico, mi dice: "Ma sii più ottimista, quando parli!" Cosa vuoi dire più ottimista? Cos'è l'ottimismo? Non è un fatto di temperamento: il mio temperamento è ottimista al massimo: Se mi abbandono a me stesso sono uno che ama la vita e non ama piangere. Però non si tratta di dar sfogo al temperamento. Si tratta di rispondere, secondo le esigenze della ragione morale, alle domande poste alla nostra responsabilità. Allora non possiamo non vedere il carattere di servitù mentale in cui tutti siamo ridotti, nella fabbrica, nella scuola, nella chiesa..
Come Adamo Smith, il famoso teorico dell'economia liberale, diceva che l'economia, pur essendo apparentemente caotica, è governata da una mano invisibile, che è quella del profitto, così potremmo dire che la civiltà moderna è ancora guidata da questa mano invisibile, ed è sempre quella, perché Dio muore, ma questa mano non muore. Ed è la mano del profitto, e tutto vi soggiace, anche là dove si crede di esserne immuni, perché l'attuale organizzazione produttiva è di carattere totalizzante, cioè mira ad inserire nelle proprie maglie perfino la preghiera solitaria, perfino il libro di cultura, perfino, ma qui entro nell'ovvio, il giornale che leggiamo. Tutto entra in questa logica, e non per malvagità di qualcuno, perché potremmo alla fine individuare l'iniquo e levarlo di mezzo. L'iniquità non è più nell'uomo, è nell'impersonale organizzazione, di cui gli stessi titolari sono vittime. Perché il primo uomo alienato è il titolare dei capitale, anche se qualcuno di voi dice sottovoce: "Ma almeno beato lui, che ne trae dei vantaggi!".
Se almeno giudichiamo, non a livello della mentalità dominante, ma secondo i rigori della liberazione umana, diciamo: "Infelice lui!". Perché se un operaio è alienato all'interno dei processi di produzione, perché ne porta il peso, è perché ha tutto il logoramento umano derivante dall'espropriazione, colui che lo espropria, è più disumano e in maniera più inguaribile. Il "guai a voi, o ricchi!" potrebbe, essere ridotto in tempi moderni in "guai a voi, titolari del capitale", perché è più difficile che uno di voi capisca queste cose, che "non un cammello entri nella cruna di un ago". Perché queste cose, ridotte in parole semplici, sono le cose che mandano in gioia i poveri e invece danno fastidio ai ricchi. Perché i ricchi, non solo hanno bisogno di un conto in banca, ma anche di una cultura che dica che avere un conto in banca è una cosa seria, ed hanno tutte due le cose, il conto in banca e una cultura che li chiama: "beati voi". Questo è il discorso di fondo, e vedete che i risvolti di una possibile mediazione evangelica sono moltissimi a questo riguardo.
Chi ha portato al limite l'analisi della condizione attuale venendo dall'interno della riflessione comune della scuola di Francoforte è appunto Marcuse, il quale intanto ha mostrato come questi processi di alienazione umana sono ormai generali e investono anche il mondo socialista. Marcuse ha dimostrato - non è stato il primo, ma è quello che lo ha fatto con più forza - che l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione può costituire certo l'inizio di un sistema sociale fondamentalmente nuovo, ma solo se individui liberi e non la società divengono padroni dei mezzi socializzati.

le molteplici forme della liberazione umana

Cioè, l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione (di cui sono fautore), non crea di per sé la libertà. La liberazione dell'uomo non è il risultato meccanico, secondo quanto dice il vecchio marxismo positivistico, ma la liberazione implica altre forme, altri processi, appunto intanto quel processo positivo di emancipazione della razionalità, che è un processo mai compiuto, - che infatti non è per niente compiuto nella Unione Sovietica: le notizie di ogni giorno, anche se a volte gonfiate a buoni scopi, ci manifestano il carattere intollerante di quel sistema ecclesiastico-politico, dove appunto ci sono anche le benedizioni, gli autodafé, le autocritiche, ecc. nel momento in cui la Chiesa se ne sta faticosamente liberando, molto faticosamente - perché dovrebbe farlo con gioia e coraggio immediato. È che quando la verità è in mano ad un'istituzione, le coscienze sono espropriate, come quando il prodotto di un lavoro è in mano al capitalista . Perché la verità non è mai un dato, un oggetto, non è una formula da custodire, la verità è una relazione, è un modo di mettersi in rapporto con l'uomo, con Dio, ma sempre attraverso il rapporto, diremo, con l'uomo, perché il rapporto con l'uomo è il luogo di autenticazione delle verità del rapporto con Dio, non viceversa.
Questa verità è una verità che si fa, non è una verità che è, per cui nessuna istituzione ce l'ha in mano, nemmeno quella sacra, perché la verità secondo la Parola di Dio in cui noi crediamo è UNO: "Io sono la verità", ed ogni formula che la definisce è sempre legata ad un'ideologia databile nel tempo, e per quanto questa formula ideologica possa essere utile catecheticamente, anche per chiarezza dogmatica, però deve essere sempre tenuta in una subordinazione relativa nei confronti della totalità del vero, che per noi è il mistero di Cristo, e cioè il mistero dell'uomo.
Questa tesi di fondo di Marcuse è ormai generalmente accettata dalla cultura marxista, perché la liberazione totale non passa soltanto attraverso la abolizione dei rapporti di produzione, essa passa attraverso altre forme di liberazione, per le quali il marxismo classico non ha insegnamenti validi. Ecco perché Marcuse congiunge all'antropologia di Marx anche quella di Freud, per studiare quei meccanismi della coscienza attraverso i quali avviene che l'ideologia dominante faccia. schiavo un uomo.:
Secondo Marcuse la storia nella sua totalità non si può definire con l'analisi di classe, perché l'analisi di classe è omogenea ad una società divisa in classi. Ma quando fosse abolita la società divisa in classi, si arriverebbe ad altre forme di liberazione, che sono fondamentali, come quella della liberazione dal lavoro, dalla prestazione di lavoro. Anche questa utopia si ritrova in Marx, là dove egli dice: "quando si arriverà alla società senza classi, il lavoro sarà come un gioco; andare a lavorare sarà come andare a pesca, o andare a caccia."
Se volete, è uno squarcio poetico, ma fra poesia e utopia c'è una differenza di fondo. Qui si tratta di una poesia che traduce l'uomo nascosto, come dicevo prima, e, strana cosa, questa utopia di Marx, coincide con una visione biblica dell'uomo nel Regno, in cui la soggezione al lavoro sarà del tutto abolita, in cui la vita sarà come un gioco; sarà come un gioco in cui l'amore, il possesso della natura saranno come quella pagina bellissima con cui si apre la Bibbia, la pagina di Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, che non è un racconto storico da leggere al passato, ma un racconto utopico da leggere al futuro. Perché in quella prima pagina si rivela il fine della creazione, non il cominciamento della creazione nel senso cronologico, ed allora quando l'uomo darà un nome alle cose, e le cose saranno, come lui le chiamerà, l'uomo sarà signore e libero. Oggi sono le cose che danno un nome all'uomo e l'uomo si chiama come le cose lo chiamano. Questo capovolgimento utopico è, secondo Marcuse, la vera utopia, una utopia storica in cui egli ha creduto e non creduto.
Il suo ultimo libro "Rivolta e rivoluzione", pubblicato da Mondadori, è di un deludente pessimismo. Sarebbe il caso di trarci una lezione. Tutti questi pensatori, che vengono da Francoforte, decadono lentamente nel pessimismo storico, che li fa piuttosto affini alla reazione,diremo, ad una specie di misticismo conservatore: non tanto Marcuse, ma anche lui in certi momenti, ma per esempio Horkheimer negli ultimi scritti era veramente di un deludente spirito iniziatico, che lo avvicinava quasi ad Evola, per non dire altri, insomma al misticismo fascistico orientale di moda in certi cervelli poveri.
L'affermazione che la dialettica capitale-lavoro non abbraccia il senso di tutta la storia, ma abbraccia il senso della società di classe, si offre anche ad una visione della storia meno egemonizzata dall'elemento economico, e ad una prospettiva di libertà, che non può consistere semplicemente nell'eliminazione delle schiavitù economiche. Questo discorso acquista un nuovo respiro antropologico, come appunto il fatto che il dualismo freudiano fra il principio del piacere (dell'eros) e il principio dell'oggettività, questo antagonismo che, come chi è esperto di psicanalisi sa, comanda tutta l'esistenza, per Marcuse non è un dato della natura dell'uomo, ma il prodotto di una certa situazione storica dell'uomo. Questo antagonismo dovrà finire con il trionfo del momento estetico dell'esistenza, nel momento di una libertà che è quella che l'uomo esperimenta per ora in maniera soltanto larvale nel momento della creazione stessa. Questa utopia storica, a chi è affidata?
Per Marcuse non solo alla classe operaia, anzi, la classe operaia, nel sistema, secondo lui, è sempre più aggregata ai profitti del sistema. La classe operaia si fa sempre più succube dell'ideologia della classe dominante. Non dimentichiamoci che Marcuse ragiona negli Stati Uniti in particolar modo, dove la classe operaia è tutto fuor che rivoluzionaria, anzi, è uno dei pilastri della conservazione nixoniana, (il che vuol dire al cubo!). Ora Marcuse ha volto la sua attenzione ad altre forme di inquietudine storica, a cui ha affidato un significato di soggetto rivoluzionario. Per esempio lui che ha saputo cogliere in anticipo l'inquietudine degli studenti, di quelli che egli chiama i proletari intellettuali, e ha saputo indicare le ragioni oggettive dell'insurrezione studentesca del '68, al punto tale che egli ha modificato in quell'anno, con delle oscillazioni che certo stanno a denotare se non altro la mobilità del momento storico che viviamo, se non proprio la mobilità della sua intelligenza. E' passato ad una sicurezza che il cambiamento del mondo sarebbe stato affidato agli esclusi, al sottoproletariato, ai reietti, ai negri, al terzo Mondo, insomma, perché la classe operaia del mondo privilegiato e del mondo socialista è sempre più omogenea al sistema di sfruttamento; egli ha visto anche dentro il sistema spuntare delle diversità, ricche, come appunto la contestazione studentesca. Egli ha progettato una specie di internazionale dei giovani studenti alleata ad una internazionale operaia, collegata a sua volta col terzo mondo, che è l'unica possibilità di prospettarci un cambiamento del sistema.
Questo dico semplicemente per onestà espositiva, senza pronunciarmi in maniera diretta, perché il discorso è estremamente complicato. Ma cercando di tirare le fila del mio discorso, da questo excursus, necessariamente, se volete, dilettantesco, forse banalizzando alcuni concetti molto severi, appare chiaro che esiste all'interno della cultura attuale una corrente calda, portatrice di una nuova intelligenza della storia.

discernere nel presente le possibilità oggettive

Le connotazioni di partenza qui interessano fino ad un certo punto. Il fatto si è che con una convergenza sempre più fitta, le coscienze, che hanno saputo svegliarsi dalla sudditanza ideologica, sono coscienze aperte sull'utopia, che si rapporta in maniera dialettica alla realtà presente e fa scaturire dalla realtà presente le possibilità reali, quelle che Lukacs chiama le possibilità oggettive. Le quali, però, non possono essere misurate, colte, vorrei dire attraverso una specie di radiografia del presente, se non proiettandovi sopra la luce del futuro diverso. Perché come possiamo discernere fra le molte
che abbiamo fra mano, quelle sviluppando le quali, si ha il diverso, la novità vera e quelle, sviluppando le quali, non abbia- mo che il prolungamento della vecchiaia? Quale sarà il metro, se non la posizione utopica in cui si proietta l'uomo nascosto, che ha in sé il proprio futuro?
Questo è il vero metodo per leggere il presente: è discernere nel presente le possibilità oggettive, non dunque immaginarie, risultanti da un'analisi obiettiva, critica. Queste possibilità sono la frontiera, come le chiama Bloch, su cui innestare la nostra scelta operativa, anche se si tratta di scelte apertamente disarmoniche, irrelate tra loro, però virtualmente organiche, in quanto sono portatrici di quella diversità di cui è ricco il soggetto umano nella sua condizione latente.
Allora il discorso sulla speranza non è un discorso soggettivistico, sentimentale, destinato a consolare i frustrati. Dobbiamo stare attenti a dare delle false consolazioni, perché la falsa consolazione è un contributo alla disperazione. Dobbiamo dare la speranza critica. Questa speranza critica non può essere una speranza critica purchessia; deve essere una speranza critica misurata sulla modalità critica della ragione storica, che è la nostra ragione di uomini di questo tempo, senza avere la pretesa che essa sia la ragione assoluta, perché essa non si dà. Ma nel momento in cui la ragione si innesta su un'ansia di liberazione, che è il fondo dell'uomo, definizione dell'essere umano, allora l'uomo è un essere che sarà libero - questa è la sua definizione; non uomo-essere libero: non lo è, ma un essere che sarà libero. Allora questo asse antropologico di fondo è l'asse in cui la ragione si deve innestare, per assolvere una funzione che non è più strumentale in senso degradante, ma è strumentale in senso nobilitante, visto che non c'è altra via: la ragione o serve la libertà dell'uomo, o serve il sistema.
Allora questa ragione, che si innesta nell'impeto dell'uomo nascosto che vuole liberarsi, è una ragione utopica per necessità, ma è anche ragione critica ed è una ragione realistica.
Detto questo ci sarebbe, ma è il discorso di altri, da domandarsi: ebbene, che significa una simile situazione per un credente? Enuncio solo due temi, come uno schema:
- 1) per entrare con piena legittimità in questa situazione storico-antropologica, il credente deve spogliare la sua fede da ogni degenerazione ideologica. La fede cristiana è normalmente un'ideologia camuffata e quasi sempre un'ideologia camuffata nel senso conservativo. Liberare la fede dalla servitù ideologica, è il primo punto.
- 2) esprimere la fede attraverso la speranza. Il modo storico, specifico per esprimere la fede cristiana, è la speranza. Non è la religione verticale, il guardare il cielo e dire: desidero andare lassù. È il guardare in avanti: desidero un mondo diverso. Chiamiamolo il Regno di Dio, chiamiamolo il Regno dell'uomo, che sono, per l'incarnazione, la stessa cosa; il "regnum hominis" è il "regnum libertatis". Questa è la speranza come modalità teologale e morale di espressione della fede, è il novum del cristianesimo.
- 3) Terzo principio: gli oggetti di questa speranza non vanno posti saltando la storia, in chi sa quale ultrastoria. Vanno ripensati costantemente attraverso le contraddizioni che nella storia si danno tra il mondo presente ed il mondo futuro. L'oggetto della speranza, anche se nella sua totalità per noi è il Cristo della resurrezione, però nella sua rappresentatività storica, esso, questo oggetto, è quello che ci è possibile pensare di un futuro più umano. Il Regno di Dio è i carcerati liberati, è gli ospizi svuotati, è gli operai diventati soggetti e non oggetti di produzione, è gli alunni non manipolati nel meccanismo scolastico, ma abituati a diventare cercatori di verità e produttori di verità, è la donna non come strumento e integrazione del maschio, ma soggetto autonomo di vita storica, ecc.: questo é il Regno di Dio. E' il Regno di Dio, secondo le misure possibili : la totalità non è data a noi.
Come i profeti riducevano l'annuncio messianico alle speranze storicamente possibili, rapportate poi all'orizzonte ultimo del Regno che verrà, così la speranza cristiana non deve sbandierare arcobaleni impossibili su una tristezza quotidiana dell'uomo, ma deve creare i propri obiettivi attraverso il macigno della sofferenza umana, attraverso il realismo delle esperienze. Altrimenti, essa è alienazione e oppio dei popoli.

NB.= Testo da registrazione; non revisionato dal relatore, P.Ernesto Balducci. Relazione tenuta durante il corso di teologia,a Pallanza, il 16 gennaio 1974.

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