Il cristiano di fronte alla scelta politica marxista
sintesi della relazione di Lidia Menapace
Verbania Pallanza, 9 marzo 1973
La mia è un'esperienza che è toccata a molti, ha avuto contraddizioni di vario tipo, ma che caratterizza una porzione, un gruppo ormai significativo di persone venute dall'esperienza religiosa, dalla esperienza di fede per essere più precisi, ed è questa credo la ragione per la quale ho accettato di rispondere alla richiesta di esporre questa esperienza ed in questi termini credo che avesse ragione chi mi ha presentato, di dire che non è un fatto che si deve poi prendere per un confronto polemico, ma che si deve prendere al di là di quello che è l'aspetto di cronaca che lo riveste per capire la ragione per la quale nell'interno di questa realtà abbastanza compatta che si dichiara autosufficiente tanto da chiamarsi, da definirsi per se stessa "mondo cattolico" sono avvenute delle lacerazioni, sono avvenute delle differenziazioni, sono nate delle contraddizioni, che si sono espresse fino ad un impegno politico fortemente contraddittorio rispetto, diciamo, agli atteggiamenti politici abituali di questo così detto "mondo cattolico".
I poveri non sono tra noi. Chi sono i poveri.
Potrei partire abbastanza di lontano, ma sintetizzo un momento fondamentale di questa esperienza esprimendo una delle prime acute contraddizioni che ho rilevato nel modo di intendere la parola. Cioè questa frase: "i poveri li avrete sempre fra di voi", che a me pare significare, come credo sia di buon senso, (non faccio l'esegeta di professione)che il segno della presenza di Cristo, cioè sostanzialmente il segno della Chiesa, è che i poveri la riconoscono. Voglio dire, dove è collocata, qual è il segno storico per sapere dove è la Chiesa? E' che i poveri la riconoscano, che siano tra noi. Non sono altri storicamente, credo io, i segni efficaci per riconoscere dove è la Chiesa; non evidentemente i suoi aspetti formali od istituzionali, non le chiese come costruzioni materiali, né gli aspetti giuridici, né le forme gerarchiche e nemmeno tutto il patrimonio culturale che la Chiesa ha accumulato nei millenni della sua storia.
Questo è stato un primo elemento di forte contraddizione perché era di comune esperienza che invece i poveri non erano tra noi,che mancava storicamente questo segno fondamentale di riconoscimento e ce se ne accorgeva soprattutto se si faceva un minimo di analisi per vedere chi potesse essere definito "il povero" in questa precisa contingenza storica, non accontentandosi evidentemente di una tradizione piamente riduttiva per cui il povero è colui al quale io faccio un po' di elemosina occasionalmente od anche attraverso una serie di istituzioni benefiche. Ma chi è il povero in questa società, come gruppo sociale, come segno storico appunto, e che essendo tra noi dice: qui è la chiesa e ci fa riconoscere che qui è la chiesa?
Sotto questo profilo, con un minimo di analisi, si può vedere che il povero è chi non può disporre di se stesso, chi è in una condizione precaria non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto perché non può, per la situazione nella quale è collocato, organizzare la propria vita, sviluppare la propria crescita, aumentare le proprie conoscenze, ma è sempre condizionato ed assoggettato da scelte altrui. Il povero è sostanzialmente l'espropriato, colui al quale sono stati tolti gli spazi attraverso i quali crescere, espropriato di potere, espropriato di conoscenze, espropriato anche di ricchezza, espropriato anche della ricchezza che magari produce, ma espropriato diciamo così proprio in generale, come persona, come uomo. Questi sono i poveri e può anche darsi che in una società come la nostra questi poveri non siano "alla fame", non è questo il segno che storicamente identifica il povero in uno sviluppo come quello che abbiamo nei nostri paesi.
Se diamo un nome a questo povero, che identifica la caratteristica povertà del nostro tempo, dobbiamo ben dire che, in linea di massima, questo povero si identifica in un gruppo sociale con nome e cognome, un gruppo sociale che si chiama la classe operaia, sostanzialmente la classe lavoratrice nel suo complesso, la cui possibilità di determinare la propria esistenza, di disporre delle ricchezze che produce, di incidere nella società per i valori che vive è minima o inesistente; che è assoggettata a scelte altrui la cui precarietà non dipende, come succedeva in altri tempi di sviluppo umano generale più ridotto, dalle cosiddette "leggi di natura", ma da precise scelte politiche ed economiche di chi ha il potere. C'è dunque un povero nella nostra società prodotto dalla stessa organizzazione sociale e non già prodotto da contingenze naturali, come poteva essere in una società più antica, con minore livello di ricerca scientifica, di sviluppo delle forze produttrici, la povertà indotta da un'epidemia o da una inondazione. La povertà poteva anche essere una cosa più o meno accettata, come una incapacità di far fronte ad un evento naturale di cui non si poteva dare la colpa a nessuno, che era, per adoperare un termine abbastanza impreciso, "storicamente neutro".
C'è invece una specificità nell'organizzazione sociale, nella quale noi viviamo e cioè che questa condizione di espropriazione dal potere ed anche dal godere i frutti della ricchezza prodotta dal produrre una cultura, dal partecipare a definire la scala di valori, non è effetto di epidemie o di inondazioni, è effetto del modo col quale la società è organizzata.
I poveri ci saranno sempre...
Orbene, questi poveri, in grandissima parte, non sono tra noi. Allora mi incominciava a diventare subito molto problematico identificare dove fosse la Chiesa, mancandole questo segno essenziale di riconoscimento. Cominciavo tendenzialmente a pensare che fosse comunque da un'altra parte che non dove appariva. E' vero che di questa frase, che appunto a buon senso a me pareva che significasse quello che ora ho detto, ho sentito spesso dare un'altra interpretazione e cioè: "non affannatevi tanto, non crediate di poter fare chissà che cosa, perché tanto i poveri ci saranno sempre ed è indispensabile accettare che ci siano". Questa seconda interpretazione molto più forzata, anche dal punto di vista di una semplice lettura del testo, è comunque, se ci pensate un momento, la più divulgata; l'uso che fondamentalmente si fa di questa frase è di dire che sono tutti utopisti, un po' matti, quelli che pensano di poter sradicare le cause che producono la povertà e l'ingiustizia perché tanto è scritto perfino nel vangelo che i poveri ci saranno sempre ed anzi, se non ci fossero, come faremmo noi ad esercitare la nostra virtù aiutandoli e soccorrendoli?
Quindi c'è un buon uso del povero, un buon uso del povero che consiste nel considerarlo un elemento fondamentale voluto da uno di quei famosi piani (la pianificazione non l'hanno inventata di recente gli economisti, i teologi hanno fatto dei piani dell'altro mondo!), uno di quei famosi piani nei quali tutto è previsto ed è previsto anche che ci dovessero essere i poveri allo scopo di poter usarli affinando la virtù della beneficienza, ecc.
Di fronte a questa interpretazione della frase evangelica e soprattutto di fronte a tutto ciò che quella frase sottintendeva, mi sembrava che forse si trattava di cristianesimo, ma certo non era Cristo. Su questo non c'erano dubbi. Mi sembrava cioè su questa frase "i poveri ci saranno sempre", da cui poi si deduce "gli uomini non sono tutti uguali", da cui si deduce poi "e comunque bisogna accettare che siano come sono", da cui infine si deduce "che insomma le cose devono restare come sono", mi sembrava che questo tipo di lettura od interpretazione del Vangelo fosse probabilmente cristianesimo cioè una ideologia costruita storicamente addosso ad un messaggio che diceva un'altra cosa. Ed è interessante vedere perché è stata costruita storicamente questa ideologia immobile: "gli uomini saranno sempre così". Del resto quante volte si sente ripetere la frase "che l'uomo sarà sempre egoista" oppure che "ci saranno sempre i poveri" oppure che "è impensabile poter vincere questi ostacoli, superare queste difficoltà".
Questo tipo di giudizio esprime fondamentalmente un pensiero conservatore, reazionario, comunque immobilistico che non ha nessun fondamento scientifico perché, se c'è una frase che non ha nessun fondamento scientifico, è che le cose sono sempre andate così, perché nessuna cosa è sempre andata così. Le cose sono sempre andate tutte in modi vari.
Comunque questa espressione "le cose sono sempre andate così" significa in maniera sintetica, una ideologia conservatrice cioè è l'espressione nobile, a livello concettuale, di una cosa meno nobile che significa "a me sta bene che siano così e quindi penso che sia meglio conservarle come sono". Tutto questo si riassume poi, perdendo gli aspetti brutalmente personali-particolaristici, in concetti nobili: "le cose sono sempre andate così, perché dobbiamo cambiare? I poveri ci sono sempre stati e sempre ci saranno, non è possibile pensare di modificare queste condizioni. C'è chi deve comandare e chi deve ubbidire; del resto tutti i lavori sono ugualmente nobili e meritori e ciascuno si contenti di dove è".
Ideologia cristiana
Questo è cristianesimo, cioè è un camuffamento del messaggio di Cristo per adattarlo a diventare quello che non era, quasi il contrario di quello che era, cioè per adattarlo a diventare un elemento di conservazione dell'ordine costituito, un supporto dell'organizzazione sociale con tutto quello che di forte, penetrante e significativo può avere un supporto di questo genere, quando pretende, perché in questo caso pretende proprio, di avere dalla sua la parola di Dio che lo convaliderebbe, tanto da dare quasi apparenza di forma di rivolta contro Dio l'affermare i1 contrario. Che questa ideologia cristiana si sia solidificata nei secoli, stratificata nei secoli ed abbia oggi questa forma di pensiero immobilista, conservatore, spiega perché questa espressione, riferita ai poveri come segno definitivo della Chiesa, sia stata tanto travisata.
Che cosa può allora far compiere un salto fuori da questo dilemma puramente individuale del "sento sempre dire che i poveri ci saranno sempre"? A mio parere quella frase significa un'altra cosa e non significa affatto che dobbiamo tollerare l'esistenza di questo tipo di povertà che la nostra società produce. Che cosa può far compiere questo salto?
Fino a quando questo salto rimane individuale, non ha gran significato. Fino a quando questo salto rimane puramente intellettuale, anche di un intero gruppo, non ha molto significato. Ha significato se diventa qualche cosa di attivo e di praticato, altrimenti non esce da un dibattito intorno, da un affrontamento di tesi e di interpretazioni e niente di più.
In fin dei conti una ideologia persino reazionaria, persino conservatice, in questo tipo di società, non rifiuta generalmente un minimo di confronto, di dialogo, di consenso critico perché proprio l'affermazione autoritaria, dogmatica, violenta, del tutto repressiva non è più storicamente compatibile e quindi se uno si limita a portare avanti questo discorso "di che cosa sono i poveri e dove questi poveri non ci sono la Chiesa non c'è" probabilmente questa tesi non viene nemmeno molto contestata, viene anche facilmente accettata se prodotta sul puro piano del dibattito intellettuale o se è una scelta individuale più o meno espressa.
Verso l'impegno politico.
Ci deve essere allora un momento, un elemento che diversifica, che fa compiere un salto da questa presa di coscienza individuale ed intellettuale e produce qualcosa di diverso.
Questo fatto, quando succede, almeno per l'Italia, per il gruppo che ha fatto una esperienza più o meno simile alla mia, questo fatto non è la conoscenza intellettuale o la lettura dei testi marxisti che, più o meno appartiene al novero delle letture che una persona fa, e non è detto che sposti molto. Ciò diventa, come anche molti cristiani ammettono ed anche dei vescovi, uno strumento di interpretazione della realtà, un alfabeto, un modo di lettura; anche questo fatto, che qualche anno addietro era anche abbastanza scandaloso, oggi è pacifico, non c'è gran difficoltà ad ammetterlo. Una persona non può ignorare che cos'è il marxismo, legge i testi, capisce che tipo di interpretazione della realtà sociale ed economica quei testi contengono, il più delle volte trova che rispondono, che servono per leggere la realtà, ma tutto questo ancora non significa una scelta di impegno politico, è semplicemente un arricchimento culturale. E devo dire il vero, per quel che mi riguarda, che questo elemento di chiarificazione non sono state nemmeno le organizzazioni esistenti del movimento operaio.
Dunque non è la lettura dei testi marxisti, né vedere come si muovevano nel nostro paese ed altrove, (ci riferiamo al nostro paese per brevità) le organizzazioni storiche del movimento operaio. Se si vuol fare questo salto e impegnarsi in una impresa attraverso la quale si riconosca dove sono i poveri, si riconosca che lì è la Chiesa e non altrove e si riconosca che lì si deve lavorare e impegnarsi, tutto questo comporta un tale mutamento di rapporti generali nella società, tra le istituzioni nella storia, fra le classi sociali, che questo mutamento non è compatibile per esempio con il mantenimento di rapporti molto diplomatizzati molto calcolati con, per esempio, quella istituzione clericale nella quale è molto difficile riconoscere la Chiesa significata dalla presenza dei poveri tra noi e, nella storia del movimento operaio italiano per esempio, nel rapporto che esiste tra il P.C. e la chiesa cattolica. Questo è un rapporto di grande diplomatizzazione, di riconoscimento di reciproca sovranità. Sotto questo profilo io non credo, che sarei mai stata indotta a fare una scelta marxista. Non mi sembrava un passo molto significativo ed importante riconoscermi in quel tipo di organizzazione, perché quel tipo di organizzazione non mi pareva che assumesse la rappresentanza di questa classe sociale espropriata in maniera da segnare tutta la storia del nostro paese, dal fatto che questa era la classe espropriata e da questa bisognava assumere gli elementi per la costruzione di una società e quindi, per esempio, che di lì, per chi è credente, bisognava assumere gli elementi per il disconoscimento della istituzione clericale in quanto non fosse riconosciuta dai poveri; allo stesso modo si dovevano prendere gli elementi per disconoscere la legittimità di questo stato, di questa organizzazione civile. Il rapporto che invece le organizzazioni storiche tradizionali del movimento operaio mantenevano e mantengono e con questo tipo di Stato e con l'istituzione clericale non mi avrebbe, credo, mai indotta a fare una scelta di impegno politico marxista.
Credo che sarei rimasta una persona che si serve del marxismo come di un elemento di lettura della realtà, pensando che la realtà è modificabile gradualmente e che per modificarla gradualmente si può, più o meno, stare in molti partiti all'interno dei quali ci sono gruppi o correnti ohe si propongono di modificare gradualmente la realtà cioè che hanno una visione riformistica dei rapporti sociali, della vita politica.
La scelta marxista. 1968-1969
L'elemento determinante in questa scelta è stato quello che siamo soliti orinai chiamare il '68 e più ancora il '69. E' stata quella brusca rottura di equilibri e quella forte denuncia del carattere artificioso, arbitrario, oppressivo dei rapporti sociali e politici, dell'aspetto giuridico che, preso il via dall'ondata dell'anno degli studenti, ha avuto poi espressione particolarmente combattiva e significativa nell'autunno caldo del '69, con quello che quest'autunno caldo significava, cioè una presa di coscienza da parte degli espropriati, non soltanto in nome e per ottenere una ridistribuzione più equa della ricchezza, cioè degli aumenti salariali, ma in nome anche di elementi nettamente politici, qualificanti, in nome dei valori, possiamo dire, fortemente contradditori anzi antagonistici rispetto all'attuale assetto sociale; per esempio 1'egualitarismo, la gestione diretta ed in persona propria dell'azione politica senza deleghe e senza distinzione di campi, insomma quelle cose che, incominciate nel '69, con il ribaltamento della piattaforma contrattuale che conteneva ancora nella prima formulazione gli aumenti salariali proporzionali, e fu imposto dai delegati operai che dovessero essere aumenti uguali per tutti, ed in secondo luogo della scoperta, dall'invenzione di questa gestione diretta di se stessi e della propria lotta, questa uscita dalla condizione subalterna che è così caratteristica delle lotte del 69, dalle invenzioni dei delegati, dei consigli, qualunque sia poi la storia che hanno avuto, comprese le difficoltà, le ombre, la burocratizzazione che in parte hanno subito, ma non completamente come si vede anche da questo anno 1972/1973.
Questo elemento è stato determinante: per me ha significato molto evidentemente l'esistenza di un luogo dove gli espopriati agivano in persona propria, prendevano in mano la loro storia, diventavano un punto di riferimento sia per negare quello che c'è, sia per prefigurare qualcosa di diverso e che certamente non mi sarebbe stato più possibile avere un minimo di onestà con me stessa se non avessi tratto da questa scoperta le conseguenze, che fino a quel momento, né la pura lettura dei testi marxisti, né la pur attenta considerazione della storia delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio, non m'avevano indotto a fare. Questa storia che ho sommariamente tracciato non è una storia individuale, ha delle caratteristiche molto simili per una serie abbastanza numerosa di credenti che hanno fatto, in un arco abbastanza diversificato,una scelta politica di questo tipo.
Il credente nell'organizzazione marxista.
Adesso è abbastanza interessante vedere che cosa significa questo dal punto di vista della presenza nell'interno della storia del movimento operaio, di gruppi di persone che sono, dobbiamo dirlo, rimaste estranee alla storia del movimento operaio quando non contrarie, quando non schierate, più o meno convintamente, più o meno consapevolmente, dall'altra parte. Casa significa, all'interno delle organizzazioni marxiste non tradizionali, la presenza di persone provenienti o che rimangono credenti. C'è qualcosa di specifico che individua dei credenti all'interno di queste organizzazioni? Sono molto in dubbio se dire di sì o di no.
Certamente la presenza all'interno di queste organizzazioni non può essere significata dal fatto che uno fa una dichiarazione di fede oppure dal fatto che si entra in un gruppo organizzato, che sarebbe abbastanza sciocco e privo di significato. È vero che più nessuna organizzazione richiede oggi, mentre spesso nella storia del movimento operaio è successo, un disconoscimento della propria origine o fede religiosa per essere ammessi a pieno titolo nell'interno delle organizzazioni stesse e quindi sotto questo profilo non ci sono né battaglie da compiere né gesti da fare, né dichiarazioni solenni: sarebbe abbastanza comico.
C'è però qualcosa che caratterizza storicamente almeno questo gruppo, come siamo soliti chiamarli noi, dei credenti del '68, ed è un forte attaccamento a questi elementi che sono stati determinanti nella loro scelta, cioè per esempio a questa scala di valori antagonista rispetto a quella che la società così com'è attualmente propone, l'egualitarismo e tutte quelle altre cose che sono uscite dalla lotta operaia dal 69 a oggi, un forte attaccamento alle forme di democrazia diretta e non delegata; questo non appartiene peraltro solo ai credenti del 68 perché è un dato generale del movimento del 68. C'è forse un elemento più specifico, credo che sia l'unico ma non insignificante, che, chi ha fatto un'esperienza analoga alla mia, può portare all'interno della storia di questa organizzazione, ed è che sostanzialmente un credente, per fare questo tipo di scelta, deve essere passato attraverso una fase di laicizzazione radicale, deve avere perso qualsiasi connotazione clericale e qualsiasi tipo di dogmatismo, altrimenti se ci sono questi dati ideologici da cui non riesce ad uscire, questa scelta non la farà mai.
Allora chi ha fatto questa scelta certamente considera qualsiasi forma di clericalizzazione, di stratificazione per casta, di delega di ministeri, di privilegi o gestione a gruppi individuati di persone, come una cosa che assolutamente non si può accettare e qualsiasi tipo di dogmatismo come una cosa che non si può accettare e forse, dico storicamante, in questo momento (non penso che siano delle cose che rimangono attaccate per sempre come segno di un gruppo di, persone o di un gruppo sociale), e forse, storicamente, in questo momento, chi ha fatto una esperienza come la mia può forse nell'interno dei gruppi che si sono costituiti non tradizionalmente rispetto alla storia del movimento operaio, può portare questo elemento di forte laicità e di assoluto antidogmatismo. Poiché tutte le grandi organizzazioni ed istituzioni storiche hanno elementi di clericalismo e di dogmatismo, comprese le istituzioni del movimento operaio (non è che questo fenomeno sia esclusivo delle istituzioni-Chiesa), per esempio, se ci si impegna nella costruzione di uno strumento politico, come può essere un partito, non si vuole assolutamente che questo sia un partito-chiesa, se ci si mette a costruire un progetto politico, non si vuole assolutamente che questo progetto diventi un catechismo, che si riduca ad un formulario attorno al quale ci sono domande da fare e risposte canoniche da dare, se ci si impegna in un'impresa politica si mantiene un forte elemento di istanza critica insieme ad un forte momento di impegno militante. Questi possono essere, io credo, elementi che caratterizzano una presenza nell'interno di una organizzazione politica marxista e non senza significato perché questi errori, difetti od impostazioni storiche di clericalismo e di dogmatismo si trovano anche nell'organizzazione della sinistra e qualche volta anche nell'organizzazione dell'estrema sinistra. Nessuno è necessariamente immune da queste degenerazioni che prendono magari altri nomi, burocratizzazione ecc., ma sono poi sostanzialmente quello che all'interno della Chiesa chiamiamo clericalismo.
Scelta non facile.
Che cosa può rappresentare una scelta di questo genere dal punto di vista dell'esperienza vissuta? E' l'ultima cosa che vorrei brevemente dire.
Dal punto di vista dell'esperienza vissuta una scelta di questo genere, nonostante che dal 68 in poi non sia nemmeno una scelta individuale, eroica, di cui qualcheduno potrebbe anche gratificarsi, è una scelta abbastanza traumatica, una scelta non facile, perché rompe con una tradizione consolidata. È generalmente considerata un tradimento, una fuga, quindi aliena tutta una serie di rapporti personali, di relazioni con fonti di informazioni, con fonti culturali che uno prima poteva avere. Ha anche un forte elemento di scandalo nel senso proprio banale e deteriore della parola, nel senso proprio pubblicistico, quindi può determinare anche momenti di strumentalizzazione abbastanza stupidi: ha tutto questo aspetto psicologicamente sgradevole, per quel che riguarda l'area di provenienza.
Per quel che riguarda l'area di arrivo generalmente questo genere di cose determina degli aspetti psicologici di questo tipo: benevolo stupore, poi stupore un po' più incuriosito, insistenti richieste del "ma sei ancora credente o non lo sei, cosa sei; cosa vuol dire essere credente?". E poi, molto spesso, una specie di "però che bravi questi cattolici, ogni tanto qualcuno si sveglia", questa specie di atteggiamento incoraggiante ed ancora, che la cosa più significativa e se si vuole anche più brutta (perché tutte queste cose che ho raccontato adesso sono banalità, non danno nessun fastidio, fanno un po' sorridere e basta), cosa però più impressionante: la evidente, totale estraneità e non coincidenza e mai sovrapposizione di questo dualismo del nostro paese. Questi due mondi, che pretendono una globalità, una totalità (quello che si definisce mondo cattolico, quello che si definisce movimento marxista, movimento operaio od in vari altri modi) hanno una loro così generale pretesa di autosufficienza che in genere una persona conosce uno di questi due mondi ed è convinta di conoscere tutto il mondo ovviamente (perché i mondi poi....basta conoscerne uno di solito). Questa estraneità è evidente a livello banale in tutta una serie di pregiudizi, per altro reciproci, ed a livello più profondo in una reale incapacità di comprensione delle caratteristiche specifiche della storia, specifiche dell'uno e dell'altro. C'è un dualismo culturale che è, io credo, la proiezione, a livello sovrastrutturale, di una operazione assolutamente riuscita che è quella di tenere divise le masse popolari, per usare un termine generico e molto comprensivo attraverso degli elementi di carattere ideologico così penetrati, così approfonditi che si riverberano persino nella produzione di due culture, di due linguaggi, di canali di informazioni differenziati.
Sono convinta che potrei scrivere contemporaneamente su due giornali due articoli che si contraddicono assolutamente, rispetto non so al problema dell'essere credente e del non essere credente e che nessuno noterebbe la contraddizione, perché ciascuno legge le sue cose e non c'è nemmeno curiosità di lettura incrociata.
Questo elemento di estraneità reciproca è molto grave perché appunto non è solo il fatto di due culture che si ignorano (problema che lasciamo risolvere a gli organizzatori della comunicazione di massa), queste due culture che si ignorano sono il riflesso sovrastrutturale di una frattura posta nell'interno della classe ed è un forte elemento della sua debolezza e del suo isolamento, è un forte elemento di contraddizione rispetto alla sua ricomposizione e unificazione. Ora se uno si trova, per ragioni casuali, storiche, episodiche, collocato in maniera da poter guardare un po' di qua e un po' di là, non pretendo di dire che possa comprendere a fondo questi due mondi, ma insomma può essere in grado di operare almeno un po' di intreccio di informazioni..
Credo che faccia già un lavoro abbastanza utile. Certamente compie un lavoro più utile se riesce a lavorare a livello base per far cadere gli elementi di frattura arbitrariamente introdotti, per esempio, col problema della fede, col problema della religione rispetto al marxismo ecc., perché in questo caso al suo impegno culturale fa seguire un impegno civico politico e di letta che consente la riunificazione della classe, che consente, non in maniera arbitraria ma anche attraverso l'espressione di una esperienza vissuta, di far superare questa condizione di estraneità e di subalternità da cui ero partita introducendo questa esperienza.
Almeno queste cose che ho enunciato nella seconda parte della conversazione forse possono essere significative anche per chi ha una storia diversa, per chi ha avuto episodi diversi che l'hanno condotto più o meno su questa strada. Queste ultime cose che ho detto credo che possano rappresentare un impegno politico significativo e particolarmente l'ultima, quella cioè di svolgere una funzione di tramite, una funzione di chi tende almeno ad attenuare i pregiudizi, di chi tende a trasmettere informazioni che facciano cadere incomprensioni storiche ed in questo modo tende a ricomporre ed a far diventare protagonista della storia quel povero, quell'espropriato che è appunto il segno di dove è la Chiesa.
In questo senso credo che ci possa essere una coerenza di impegno politico e di esperienza di fede che mi pare non ha elementi integristici dentro di sé e che non ha nemmeno alcuna pretesa di primato entrando in un movimento politico per il fatto che uno ha o avrebbe od ha avuto qualcosa di più attraverso un'esperienza di fede. Questa funzione mi pare che mantenga quelle caratteristiche di assoluta laicità e di preciso riferimento storico, importanti per non cadere in vecchi errori appunto integristici od in vecchie presunzioni di chi pensa o pretende di rappresentare un mondo totale, globale, capace di inglobare qualsiasi altra esperienza.
Questa, in breve e nel modo meno autobiografico che mi è stato possibile, è la narrazione di una esperienza che, come dicevo, non è però particolarmente significativa né individuale, ma, con episodi diversi che caratterizzano certi momenti, è, in questo giro di anni, diventata un'esperienza diffusa in interi gruppi ed intere classi di età, particolarmente tra studenti, giovani operai ed in parte anche fra qualche intellettuale.
N.B. Il testo della dr. Lidia Menapace fa parte del gruppo "testimonianze ed esperienze".
Si tratta dell'esperienza di una persona credente che ha operato, sul piano politico, una scelta marxista, un credente calato in una realtà concreta.
Naturalmente l'esposizione di una esperienza ha tutti i limiti e le ricchezze proprie dell'esperienza stessa.
Nessuno perciò pensi di ritrovare una trattazione della problematica cristianesimo e marxismo.
La relazione, tenuta a Pallanza il 9 marzo 1973, è tratta dalla registrazione e non è revisionata dalla relatrice.