Le prime comunità cristiane di fronte alla realtà socio-politica
sintesi della relazione di Pier Angelo Gramaglia
Verbania Pallanza, 16 febbraio 1973
LE PRIME COMUNITÀ CRISTIANE DI FRONTE ALLA REALTÀ SOCIO-POLITICA
Sintesi da registrazione della relazione di Piero Gramaglia, non revisionata dal relatore. Pallanza 21 febbraio 1973
In ogni discorso storico si devono indicare delle esperienze, che per comodità schematizzeremo.
I. inizi della comunità cristiana
Gli inizi della comunità cristiana:Atti 2,37-47. Si qualifica subito con alcuni gesti: la conversione, intesa come un mutare radicalmente vita, il bettesimo come segno e inizio di un umpegno nuovo nel nome di Cristo. E in questo la comunità si pone come alternativa discriminante di salvezza di fronte agli altri.
I cristiani vanno anche al tempio, ma preferiscono incontrarsi nelle loro case e pongono tutto in comune; e quest'ultimo comportamento per loro è un segno di Dio, che non vuole nessuno bisognoso nel suo popolo. Il cristiano non può vivere diversamente da Cristo che aveva scelto i poveri, per cui aveva vissuto, predicato, fatto miracoli e il battezzato vuole essere segno di risto.
1Cor 1,22-31. Paolo fa una descrizione della società che circonda i cristiani: i giudei chiedono miracoli, i Greci cultura e filosofia, i potenti e i nobili il potere. Ma i cristiani non hanno segnie parlano solo di un malfattore giustiziato, di qui il disprezzo dei colti e dei potenti. Nelle prime comunità pochi sono i ricchi, che dovrebbero rinunciare alle ricchezze; pochi gli uomini di cultura, non disposti ad accettare insegnamenti da uno non uscito dalle loro scuole; pochi i nobili. Credono quelli che Dio sceglie, coloro che il mondo ritiene stupidi, gli emarginati; e non si ha paura di costatarlo;è un'emergenza della scelta divina, che vuole umiliare il mondo nei suoi presenti valori di gloria, cultura e potere.
II. Rapporto tra ricchi e poveri
Problema del rapporto tra poveri e ricchi. Giacomo 1,9-11: 2,1-10. In genere tutti i testi fino al III secolo presentano la situazione del ricco come molto problematica. Può un ricco salvarsi? E le risposte sono talvolta molto radicali, specialmente in Siria, dove il ricco per ricevere il battesimo doveva abbandonare tutto, rinunciare a sposarsi ecc. Pregiudiziale ovunque era la benevola disposizione nel ricco verso il povero. Nella parabola II del "Pastore" di Erma si risolse il problema ricorrendo al concetto di "ministero", cioè di aiuto reciproco che si danno il povero e il ricco: il ricco con la ricchezza che il Signore gli ha dato aiuta il povero e lo sostiene materialmente e il povero contraccambia pregando il Signore per il ricco, perché il Signore gradisce la preghiera del povero. È un testo classico ed è una soluzione molto comune allora, quando il ministero non era tanto l'elemosina, ma un impegno cristiano, nel quale era il povero quello che in fondo dava di più.
Quando la presenza dei cristiani si fece socialmente più rilevante, essi cercarono di elaborare delle teorie religiose che spiegassero i rapporti umani, difendendo Dio e il suo ordine contro le obiezioni pagane. Quindi anche la società è ordinata razionalmente, e la disuguaglianza è necessaria per l'armonia. Così l'intransigenza dei primi cristiani si capovolse nella intangibilità dei rapporti esistenti, voluti da Dio come elementi dell'ordine cosmico. Tuttavia si condannò la proprietà privata dei mezzi di sussistenza: il mondo è opera di Dio dunque tutti i beni della terra sono per tutti.
Nel IV secolo si hanno attacchi fortissimi contro i latifondisti; la dinamica della proprietà privata è un voler escludere gli altri e quindi contraria alla religione. Quindi per i cristiani l'essere ricchi è sì un elemento dell'ordine cosmico, ma se non si restituisce al povero il necessario per vivere si commette un vero furto. Si cercò di risolvere il problema con dure predicazioni e iniziative concrete; per secoli i cristiani non si accorsero che la società può essere manovrata dall'uomo; per loro l'ordine esistente può essere cambiato solo da Dio.
III Gli schiavi
Problema degli schiavi. Ci sono varie tendenze.
a - tendenza ebraica: si risolve il problema accomunando padrone e schiavo nel popolo eletto, e base della comunione è la speranza del Regno di Dio. Il padrone è l'immagine di Dio, e quindi nei suoi rapporti con lo schiavo il cristiano deve imitare l'amore e la benevolenza di Dio. Sanzione sacrale della situazione con tendenza irriformabile. Dal III secolo sarà la tendenza più diffusa.
b - tendenza di Paolo. Non diede mai un fondamento religioso ai rapporti esistenti perché relativizza tutti in Cristo. Gal 3, 26-29: non vi è più né giudeo, né greco, né padrone né schiavo, perché tutti siamo nel Cristo.
Tendenza meravigliosa ma ostacolata dal problema della storia: 1Cor 7,17-21: la storia ormai è alla fine, quindi ciascuno rimanga nella condizione in cui si trovava prima di battezzarsi, perché ormai nulla più conta, il Regno di Dio è vicino. Quindi l'impegno sociale è nullo perché il cristiano deve agire "come se non" agisse. Paolo rimanda Filemone, che era fuggito, al suo padrone perché fosse per lui "come un fratello carissimo". Per Paolo i rapporti sono totalmente cambiati, anche se non applica il principio in forma socio-politica (Fil 16-17)
c - tendenza di Pietro. 1Pietro 2, 18-25.L'esistere cristiano è un essere perseguitato. L'ideale è il giusto sofferente come il Cristo. I padroni non sono cristiani e opprimono; ma il vero discepolo è colui che non risponde al male con il male, ma è l'innocente oppresso ingiustamente che proclama la sua speranza.
Col passare del tempo Paolo si accosta alla soluzione ebraica (Col 3,22: sopportare tutto per amore di Cristo). Col passare degli anni i cristiani vengono accusati di sovvertire l'ordine sociale ed allora si tirano indietro. 1Tim: lasciare le cose come stanno per non compromettere il proselitismo; solo alcuni si impegnano personalmente per liberare gli schiavi con denaro o con baratti.
IV. rapporti tra Chiesa e Stato
Marco 12,1-17: tributo a Cesare, spesso citato per sottolineare il lealismo politico;
Luca 4,5-8: tentazione dl potere, il potere visto come manifestazione satanica.
Sono i testi più citati per sostenere le due posizioni.
Negli Atti è presente una fortissima obiezione di coscienza contro ogni potere che si definisce potere etico, cioè criterio di valore: "Bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini".
Rom 15: Per Paolo il potere statale è retto dalla giustizia e i cristiani devono vederlo come trasparenza del potere di Dio: temere Dio e onorare l'imperatore.
Questa concezione cambiò quando il potere statale cominciò a perseguitare i cristiani: allora si accese la lotta contro l'anticristo rappresentato dallo Stato.
Apocalisse 13: il potere statale è la bestia. Il morire martire per mano del potere diventa il supremo segno della appartenenza al Cristo.
Nelle assemblee si prega per lo Stato ma si bolla accanitamente la sua ideologia; e questo strano atteggiamento provocherà una profonda crisi nell'impero e favorirà la diffusione del cristianesimo.
L'opposizione è fondata sulla base delle ideologie di supporto dello Stato:
a- religione filosofica: ingannatrice e incerta, le cose buone che ha le ha prese dalla cultura cristiana ed ebraica.
b- religione mitica: pura e semplice divinizzazione dei modelli umani.
c- religione politica: gli dei non sono altro che semplice supporto delle strutture statali.
Lo Stato per difendersi lancia una serie di accuse contro i cristiani: ateismo, incesti, vigliaccheria, cannibalismo, disprezzo delle leggi, il fatto di costituire una razza speciale, di attirare le calamità, di negare la tradizione e l'eternità dell'impero romano. I cristiani non riconoscevano, né la patria e non volevano militare nell'esercito dello Stato. Decisa e coerente obiezione di coscienza contro il militarismo in nome della libertà di coscienza e di religione. Per questo, specialmente nel III seolo vi fu una severa selezione tra coloro che volevano diventare cristiani: non si accettava nessuno che fosse in qualche modo legato alle strutture del potere e alle ideologie correnti.