Incontri di "Fine Settimana"

chi siamo

relatori

don G. Giacomini

programma incontri
2018/2019

corso biblico
2025/2026

incontri anni precedenti
(archivio sintesi)

pubblicazioni

per sorridere

collegamenti

rassegna stampa

preghiere dei fedeli

ricordo di G. Barbaglio

album fotografico

come contattarci

Di fronte agli uomini e di fronte al Cristo: don Primo Mazzolari

sintesi della relazione di Umberto Vivarelli
Verbania Pallanza, 17 marzo 1972

un profeta poco compreso

Ho avuto la fortuna di conoscere don Primo Mazzolari che avevo vent'anni e per vent'anni ho vissuto vicino a lui, ho vissuto anche la sua lunga agonia, ed ho vissuto il suo dramma di uomo e di prete. Ho visto che i vostri incontri sono di alta teologia. Io non sono un teologo e quindi probabilmente dirò delle cose molto strane: più che una relazione vorrei farvi delle confidenze. Tentando di riassumere nelle sue linee fondamentali l'esperienza di questo prete, che a mio parere per 50 anni è stato veramente la sentinella avanzata della chiesa italiana, con tutti i rischi, con tutte le persecuzioni che questa posizione comporta, mi lascerò portare dai miei ricordi perché ho l'impressione che oggi don Primo è abbastanza conosciuto, ma è poco capito, e dovete perdonare se questa può sembrare un'affermazione presuntuosa. Sono convinto che chi non ha vissuto vicino a quest'uomo non ne ha scoperto né la profondità, né la vastità, né l'autentica personalità.
I libri di don Primo sono una grande cosa, ma la vita di don Primo è molto più grande. Direi che i libri di don Primo sono un piccolo riflesso di quello che egli ha sempre vissuto in prima persona, perché credo che di lui si possa dire quello che egli diceva degli scrittori cattolici, e dei nostri teologi moderni, scusate, se uno scrittore, "se un teologo non è un profeta è un ingombro". E don Primo proprio perchéha scelto fra tutti i libri, pur essendo un grande divoratore di libri, unicamente il vangelo, nella chiesa e nella storia della cattolicità italiana, è stato essenzialmente un profeta.
Vi dicevo che vi farò delle confidenze, cercherò di riandare davanti a voi la vita che ho vissuto con don Primo, e la vita che don Primo mi ha raccontato di sé.
Mi ricordo l'ultima missione che abbiamo fatto insieme, in un grosso paese del veneto e ho visto don Primo piangere per quella parrocchia veneta così prosperosa e così vuota. Alla fine della missione in chiesa avevamo molta meno gente che all'inizio perché non sopportavano il discorso evangelico. Ricordo che preparavamo insieme il dialogo - io ero il compagno Umberto del dialogo - e ci preparavamo camminando sull'argine dell'Adige. Era un momento, 4 o 5 mesi prima della sua morte, in cui don Primo stava subendo le ultime persecuzioni. Ma ormai era arrivato alla pacificazione, e sapeva ridere dei grandi uomini della chiesa che si ostinavano a perseguitarlo e non capivano che ormai era un uomo fuori tiro: sparavano a vuoto.
Mi ricordo che riandando alla sua giovinezza rammentava in modo particolare il suo incontro con padre Gazzola, in un momento in cui don Primo ha incominciato a sentire la fatica di fare il prete in questa chiesa che non è molto cambiata, nonostante gli aggiornamenti conciliari. Qual è stata la risposta di P. Gazzola a don Primo, che era nel dubbio se fare il prete nella maniera in cui gli veniva proposto o fare il prete in un'altra maniera, che poi lo avrebbe portato alle conseguenze che ha dovuto affrontare. Gli diceva: "Senti don Primo - era diacono, poco prima di essere ordinato prete - se sei disposto a soffrire tutta la vita, il prete è la tua strada".
E vorrei collegare questa esperienza di don Primo all'incontro fatto con il cardinal Montini a Milano, poco prima dell'udienza con Giovanni XXIII (che poi è stata tutta manovrata, tutta coperta... la diplomazia vaticana che sempre funziona) , quando l'episcopato lombardo aveva deciso per l'ultima volta di togliere a questo prete scomodo la parola, la predicazione, il diritto di scrivere, ad un certo momento il cardinal Montini, oggi Paolo VI, - guardate che non è un'irriverenza, i fatti sono fatti - dice a don Primo: "Ma don Primo lei non si è mai chiesto come mai in tutta la sua vita la gerarchia si è sempre preoccupata di lei?". Dopo una pausa di silenzio don Primo risponde: "E lei, non si è mai chiesto come mai io, nonostante questo, sono sempre andato avanti?"

l'uomo prima dell'istituzione

E qui c'è veramente lo scontro tra due concezioni, tra due valutazioni del cristianesimo, della chiesa, della storia; e veramente don Primo si è trovato in quella situazione proprio perché ha scelto l'uomo contro l'istituzione ed ha scelto Cristo contro la Chiesa.
Io vorrei proprio aiutarvi a Capire questo, perché se non si capisce questo penso che di don Primo non riusciamo a capire quello che è stato e quello che ancora oggi è; perché, lasciatemelo dire, amici, ho l'impressione che oggi stiamo facendo la celebrazione liturgica-rituale di don Primo. Ormai hanno fatto perfino la tomba in chiesa con la lampada regalata dal papa, ed in questa maniera si crede di far tacere da morto un uomo che che non si è riusciti a far tacere da vivo. E qui mi viene in mente quella tremenda parola di Cristo: "... che siete peggio dei padri vostri, i quali hanno perseguitato i profeti, perché voi costruite i monumenti ai profeti e dite: noi siamo diversi dai nostri padri".
Perché in fondo don Primo non è stato né uno scrittore, né un teologo, né un politico: è stato il testimone del vangelo del suo tempo. E proprio perché ha saputo leggere i segni dei tempi - è lui che ha introdotto questa parola nella pubblicistica cattolica italiana - proprio perché ha saputo leggere nel suo tempo i segni dei tempi ancora oggi dobbiamo capire questa lezione e continuarla.
Perché don Primo non ha bisogno di celebrazioni, don Primo ha bisogno di coerenza, di continuità, di fedeltà, di rischio nel seguire come lui il vangelo.
Don Primo è cresciuto alla scuola virile di d. Bonomelli. Ed è stato uno dei suoi prediletti, prediletto non perché privilegiato, ma perché Bonomelli aveva capito la stoffa di questo giovane prete. Proprio attraverso don Bonomelli aveva conosciuto le problematiche del modernismo, senza cadere nella tentazione intellettualistica del modernismo. Me lo diceva: "Vedi, anch'io ho vissuto la tentazione intellettualistica, ma fortunatamente i poveri mi hanno guarito da questa tremenda malattia". Ed è stata proprio la sua esperienza di parroco di campagna che l'ha reso non intellettuale, ma lettore profetico della storia.

la scoperta dei poveri e della libertà cristiana

Grazie al modernismo don Primo ha colto i grandi problemi fondamentali che ancora oggi non abbiamo risolto e che non si risolvono facendo una teologia aggiornata, ma facendo la storia, rischiando il vangelo nella storia.
Quali sono a mio pare - non sono un uomo di cultura e vi dico le cose come le sento - quali sono i grossi problemi di ieri che ancora oggi non abbiamo veramente affrontato? Sono fondamentalmente la riconciliazione della chiesa con il popolo, e soprattutto coi poveri, e la riconciliazione tra vangelo e storia.
Questi sono i veri problemi, a mio parere; il resto è soltanto logorrea culturale e teologica.
E don Primo ha incominciato ad affrontarli facendo il parroco a Cicognara e si vantava di essere il parroco degli scopai. Cicognara era il paese lungo le rive dell'Oglio dove tutti facevano gli scopai e tutti erano socialisti, che non venivano in chiesa. Leggete nel suo romanzo che è poi la sua entrata ufficiale in parrocchia... Non c'era il suono delle campane, i vespri, i festoni. È entrato di soppiatto perché in quel paese erano disposti a fare la pelle al prete. Ebbene, direi che a Cicognara don Primo ha fatto la prima scoperta fondamentale della sua vocazione di cristiano e di prete. Ha fatto la scoperta dei poveri e dei lontani. E nell'esperienza antifascista incominciata Cicognara, ha scoperto la dimensione della politica come concretezza dell'impegno di libertà del cristiano.
Vediamo di intenderci su questo punto. Don Primo ha scoperto che la chiesa non interessava più ai poveri, perché la chiesa aveva rinunciato alla libertà, e qui c'è la coincidenza del problema della chiesa e del problema dei poveri.
Oggi noi stiamo facendo la teologia della rivoluzione, la teologia della liberazione, parliamo della chiesa dei poveri, ma in fondo dobbiamo ritornare ancora a queste radici evangeliche e dobbiamo scoprire il mistero dei poveri che è lo stesso mistero di Cristo nella storia e che è collegato fondamentalmente alla vocazione della libertà dell'uomo e, quindi, alla vocazione della libertà cristiana.
Perché don Primo in fondo è stato antifascista e voi sapete che i fascisti gliela avevano giurata a morte, tant'è vero che una sera hanno cercato di farlo fuori. Gli hanno sparato. E poi durante tutto il periodo della liberazione era continuamente braccato, ha detto perfino la messa con due fascisti col mitra in mano, perché avevano paura che scappasse. Lui diceva sempre "ho detto la messa con due chierichetti col mitra in mano". Perché era antifascista? Perché in profondità non era tanto una scelta politica, ma era una scelta spirituale, perché nel fascismo don Primo aveva scoperto la radice anticristiana, per cui proprio perché toglie la libertà all'uomo, toglie anche la libertà e la dignità ai poveri. È tutto collegato.
Vedete, amici miei, io ho oggi l'impressione, e così torniamo subito al problema di oggi, che siamo sviati da certe categorie sociologiche, come miseria, povertà e ricchezza.
Queste tre categorie non si trovano nel Vangelo. Il vangelo non ha mai giustificato, non ha mai fatto l'elogio della miseria. Ha detto: "Guai ai ricchi". Ma la povertà evangelica è diversa dalla povertà sociologica, continuamente ricattata da una parte dalla minaccia della miseria dall'altra dalla tentazione del benessere. In fondo chi è povero secondo il vangelo? È povero l'uomo libero. L'uomo libero è veramente l'uomo povero. Ma allora, a questo punto dobbiamo scoprire la radice più profonda dell'uomo.
Una frase di don Primo, una delle sue frasi lapidarie: "Basta essere un uomo per essere un pover uomo". perché il povero, in fondo, rende evidente nella storia la nostra costituzione di povertà, perché l'uomo è povero e nello sforzo di colmare questa sua povertà inventa le illusioni della ricchezza, le illusioni del possesso, le illusioni del successo, e proprio perché non accetta di essere povero fabbrica i miserabili, proprio perché cerca di riempire la sua povertà con la ricchezza. Fabbrica la miseria economica, proprio perché cerca di colmare con la falsa intelligenza, la sua povertà di verità, fabbrica l'analfabetismo della miseria intellettuale. Questo è il mistero dell'uomo, e non per niente Cristo si è incarnato nella condizione dell'ultimo, perché noi là troviamo la verifica della nostra condizione di peccato.
Bisogna andare a queste profondità. Voglio dirvi una frase molto semplice, ma per me decisiva, che don Primo diceva nel 1943. Nel '43 nell'ultima sua presenza ad Assisi al convegno degli intellettuali, poi non l'hanno più invitato perché insopportabile, diceva queste parole: "Un segno del regno di Dio è la buona novella annunciata ai poveri, un segno dell'anticristo i poveri sono scristianizzati" (adesso mi aspetto le polemiche degli aggiornati sul marxismo, mi interessano molto).

"Né ricchi né miserabili, ma tutti poveri"

Il povero è quasi il fratello carnale di Gesù, il figlio di Dio è consustanziale al Padre nella divinità, il figlio di Dio è consustanziale all'uomo povero nell'umanità".
Io credo veramente che questa è la chiave per interpretare la presenza del cristiano nella storia, perché la libertà non ce la darà nessuna rivoluzione, nessuna liberazione, La libertà è un conquista interiore, che soltanto nel Cristo possiamo fare altrimenti ogni rivoluzione diventa soltanto la sostituzione del potere.
Don Primo aveva inventato questo slogan, ma era una profonda verità: "Né ricchi né miserabili, ma tutti poveri". Allora si entra nella beatitudine della povertà, perché la povertà non è un privilegio delle anime raffinate. Tutta questa discussione cretina, scusatemi, se la povertà è una virtù privilegiata, se è un'eccezione, se è un consiglio evangelico? No. La povertà è la struttura fondamentale del cristiano, proprio perché le beatitudini sono l'unica costituzione del cristiano. Se non sa continuamente contestare le costituzioni degli uomini attraverso il vangelo, il cristiano sarà sempre un venduto e uno alla retroguardia. Ecco allora perché ha scelto i poveri e scegliendo i poveri, ha scelto la libertà, perché i poveri hanno bisogno di pane, di casa, di lavoro, perché chiedono la libertà, perché questa è l'esigenza profonda dell'uomo.

l'impegno in politica

Allora a questo punto capite perché don Primo è entrato in politica. Non era un desiderio di potere. Visto che ci sono dei giovani i quali hanno il tempo di fare gli studi, vorrei invitarli a vedere la differenza profonda tra il modo di interpretare la politica di don Sturzo e quella di don Primo. Una differenza profonda. Don Sturzo era un uomo di partito, don Primo non è mai stato un "partitante", mai. Perché il problema non è di sostituire il potere, di dare il potere ai poveri, il problema è di abolire il potere perché il potere è sempre oppressivo, non importa se in mano agli uomini di sinistra o di destra. Il potere è sempre oppressivo.
E quindi la battaglia per la difesa dei poveri è la stessa battaglia per la difesa della libertà, perché gli uomini, i poveri, non domandano solo pane, ma domandano pane per essere liberi, domandano la casa per essere liberi, ed allora qui si scopre l'insufficienza della politica. E questa è la proposta veramente originale del cristianesimo, è la proposta che don Primo, a mio parare, ha capito.
Non si può esaurire l'uomo nei limiti della storia. L'uomo va oltre la storia. È dentro la storia. Quando vedo giovani cattolici che sono diventati tutti extraparlamentari... che fenomeno strano. Infantili nella chiesa ed infantili adesso. È la mia opinione contestabilissima.
Quando io sento che questi giovani intellettuali di sinistra hanno scoperto attraverso Mao la rivoluzione permanente veramente ho l'impressione che non abbiano mai letto il vangelo. Hai letto il vangelo? Ma Gesù Cristo che cosa ha proposto se non la rivoluzione permanente? Non la rivoluzione con l'etichetta cattolica cristiana. Ma la rivoluzione permanente dentro tutte le rivoluzioni.
Perché l'uomo non è esauribile nei limiti della storia e della politica, pur dovendo incarnarsi nella storia e nella politica. Ma bisogna tradurre attraverso gli strumenti politici questa dimensione intraducibile nella sua esperienza puramente terrena. Allora si vede che c'è la coincidenza tra povertà, libertà e politica.
Ecco, non so se riesco a farla capire, non sono un professore.
Vedete, proprio perché don Primo aveva scoperto, attraverso il vangelo, i poveri, ha scoperto l'uomo. Il primo libro don Primo lo ha scritto a Cicognara, proprio attraverso la sua esperienza di parroco in mezzo a quella gente, tutti socialisti, tutti scopai, tutti poveri che non venivano in chiesa. "La più bella avventura" è stata scritta a Cicognara. E lì c'è l'avventura, la più bella avventura, che è l'avventura dell'uomo. Quell'uomo della parabola evangelica che va in terra lontana (non è forse la ricerca della terra promessa, anche sul piano storico?) e poi ad un bel momento si accorge che ha dissipato ogni bene, e ritorna alla casa paterna. Guardate che il ritorno alla casa paterna non è tornare indietro, è andare avanti, cioè è scoprire la prospettiva del futuro, un futuro che continuamente mette in discussione il presente, che continuamente scopre la provvisorietà delle costruzioni terrene. Col prodigo don Primo diceva: "Hai ragione, perché in fondo è l'avventura dell'uomo che cerca l'assoluto, l'uomo che dentro ogni conquista di libertà ha sempre più sete di libertà", ecco l'altro libro di don Primo, "la Samaritana". Tutti i libri di don Primo sono il commento allo stesso problema, sempre al vangelo, e se voi li avete letti, don Primo non fa altro che commentare il vangelo, torna sempre al vangelo, il Samaritano, la Samaritana, il figliol prodigo, in tutti i suoi libri l'impegno con Cristo è sempre un ritorno al vangelo: il vangelo come chiave interpretativa di tutti gli avvenimenti, perché l'uomo è il mistero.
In fondo non è Dio il mistero, è l'uomo il mistero, e se voi non leggete il mistero di Dio nell'uomo, non capite niente di Dio. Bisogna leggere nell'uomo il suo mistero, la sua insufficienza, il suo bisogno di assoluto, la sua incapacità di libertà e la sua esigenza di libertà. Questo è il paradosso della storia perché è l'uomo che mette in crisi la storia e d'altra parte è l'uomo che fa continuamente la storia. Ecco, allora, proprio perché aveva scoperto l'uomo, don Primo aveva scoperto la libertà, aveva scoperto i poveri. Per questo si era impegnato in politica e per questo nella chiesa don Primo è stato il testimone della libertà, il testimone dei poveri.

fuori e dentro la chiesa

Mi ricordo che, ad un certo momento, qualcuno aveva consigliato don Primo a sbattere la porta e ad uscire dalla chiesa, ma, vedete, non si esce dalla chiesa, non si può uscire dalla chiesa se crediamo in Cristo, perché la chiesa è Cristo. Cosa vuol dire uscire e stare dentro, come se la chiesa fosse un confine geografico, fosse uno spazio fisico. Direi che il cristiano è sempre dentro la chiesa, ed è sempre fuori dalla chiesa, perché è sempre sproporzionato alla chiesa come Cristo, alla chiesa come presenza del mistero di Cristo nella storia, alla presenza di Cristo nei poveri e nella storia, ed è sempre fuori dalla chiesa come tradimento di Cristo, se è fedele a Cristo. E questo è stato il dramma di don Primo, il dramma. Mi scriveva in una lettera, proprio in un momento in cui era colpito in modo particolare dal Sant'Uffizio: "Vedi, Umberto, il Sant'Uffizio non capisce niente. Non capisce che quando hai imparato dal vangelo il gusto della libertà, più ti perseguitano e più ami la libertà. Non hanno capito che anche se mi strappassero gli occhi, io vedrei ugualmente la realtà della chiesa". Ecco perché don Primo non ha mai avuto la tentazione di uscire dalla chiesa, perché dalla chiesa diplomatica, dalla chiesa potere, dalla chiesa prestigio, dalla chiesa legata al capitale, dalla chiesa mondana è sempre stato fuori, non aveva bisogno di uscire. E qui bisogna scoprire veramente il dramma del cristiano che non è risolvibile in gesti puramente esteriori. Cosa vuol dire sbattere la porta e uscire? Ma forse è possibile uscire dal nostro mistero di uomini? Si può uscire dal mistero del nostro essere cristiani, se vogliamo essere cristiani?
Ma allora finiamo per interpretare la chiesa come una società, allora facciamo il gioco del potere, il quale ha tutto l'interesse a dichiarare la chiesa una società. Vedete che qui ritorna il problema della libertà del cristiano nella chiesa. Don Primo in nome della fedeltà a Cristo ha sovvertito la chiesa che era il tradimento di Cristo, l'ha sempre negata, sempre sovvertita, sempre rifiutata, non ha mai confuso i vescovi con i profeti, non ha mai confuso il Vaticano con il mistero eucaristico. Perché noi oggi siamo in questa tentazione, siccome non sopportiamo il Vaticano, neghiamo la chiesa. Ma il Vaticano è un problema politico, non è un problema di fede. Io non mi pongo nemmeno il problema del Vaticano come atto di fede. Non esiste. Me lo pongo come problema politico e sono sicuro che se distruggo il sistema capitalistico faccio fuori anche il Vaticano. E allora non perdo il tempo sul piano religioso a combattere un nemico di quel tipo. È su un altro piano che lo faccio.

È la chiesa istituzione che ha fatto offrire don Primo

Vorrei a questo proposito, precisare anche un'altra leggenda., che sta girando tra i benpensanti cattolici: "Ah, don Primo è stato un grand'uomo. Ha sofferto per la chiesa" e non si dice mai perché ha sofferto. Ma perché ha sofferto? Perché i vescovi non hanno capito, perché il Sant'Uffizio non ha capito, perché Montini non ha capito. Bisogna dire queste cose, altrimenti cadiamo nel gioco diplomatico. Bisogna dire la verità. Anche ultimamente mons. Bartoletti: "Ah, don Primo ha sofferto per la chiesa". Ma è la chiesa degli uomini che hanno fatto soffrire don Primo. Ha sofferto per questi motivi. È la chiesa istituzione, è la chiesa potere, è la chiesa privilegio, è la chiesa fascista che ha perseguitato don Primo. Bisogna dire queste cose, altrimenti facciamo i panegirici.
Don Primo lo diceva: "Vedrai, Umberto, quando sarò morto che bell'epitaffio mi faranno". Infatti, glielo hanno fatto, l'epitaffio.

don Primo disubbidiente

Allora, ad un certo momento, bisogna smentire la favola di don Primo profeta ubbidiente. Don Primo è stato un disubbidiente.. ha disubbidito. Anch'io ho disubbidito. Me lo ha insegnato lui. Mi ricordo quando i nostri beneamati superiori ci avevano proibito di fare "Adesso". Noi cosa abbiamo fatto? Abbiamo fatto i furbi. Eh, buoni sì, ma non stupidi. E abbiamo cominciato a scrivere con pseudonimi. A noi non interessava mettere la firma sotto i nostri articoli su "Adesso". Ci interessava che ci fosse il dibattito di idee e, quindi, abbiamo inventato degli pseudonimi.
Non eravamo tenuti ad obbedire, perché su quel terreno la chiesa non ha alcun diritto di comandare, la chiesa non ha il diritto di controllare le opinioni, la chiesa ha il dovere di rispettare le coscienze e le opinioni. Quindi don Primo è stato un disubbidiente, perché ha capito che la libertà cristiana ad un certo momento diventa disubbidienza. Quando nel '49 tenemmo il primo convegno delle Avanguardie cristiane a Modena, abbiamo, primi in Italia, posto il problema dell'obiezione di coscienza, ma non soltanto di fronte all'esercito, ma anche di fronte alla chiesa. Perché l'obiezione di coscienza è la scelta normale del cristiano. Tutte le volte che i poteri umani ci comandano qualcosa che va contro la coscienza del cristiano, il cristiano ha il dovere di disubbidire. Vi voglio leggere quello che don Primo scriveva nel 1943, in pieno periodo fascista, nell' "impegno con Cristo", e guardate che sono parole che ancora oggi, in regime democristiano, vanno bene. Vanno bene ancora oggi, vanno bene sempre, perché il Vangelo non ha parlato solo per un'epoca, ha parlato per sempre.
"È già molto (sono tentato di dire troppo e mi parrebbe più esatto), che un cristiano accetti senza interrogarsi certi doveri o che li accetti come gli vengono suggeriti, senza una adeguata purificazione o una degna sofferenza. Non tutti i doveri sono doveri sul piano cristiano; né tutti gli olocausti sono olocausti sul piano del Calvario". I nostri bravi generali che domandano di sacrificarsi per la patria, non è il calvario quello lì, quella è la stupidità consacrata dalla legge. "Pochi cristiani si chiedono se sotto il nome di dovere non venga contrabbandato la negazione di un dovere più alto"
Guardate che che nel '43, in piena guerra, queste cose le scriveva. Ecco perché il fascismo ha ritirato questo libro.
"Pochi dubitano che ci possono venire comandati doveri che tradiscono il vero dovere, che ci lega a Dio e ai fratelli. Il senso del dovere per il dovere ( tra parentesi: questo vale per le caserme, per i seminari, per i conventi, per le suore, il dovere per il dovere) viene accolto venerato e predicato perfino dai cristiani, e questo è paganesimo, questa è idolatria! Eppure noi viviamo in un tempo in cui non tanto importa l'adempimento dei doveri comandati dagli uomini, quanto il saggiare se abbiano un fondamento etico.
Come si può pensare che proprio il vangelo esalti una fedeltà formale che nega l'adorazione in spirito e verità? Il sabato varrebbe più dell'uomo, la lettera più dello spirito. Il bene è lo spazio vitale del dovere; quando comincia l'errore e l'iniquità, cessa, con la santità del dovere, la sua obbligatorietà e incomincia per il cristiano un altro dovere: disobbedire all'uomo per obbedire a Dio."
E, amici miei, questo non valo solo per l'esercito, vale anche per la chiesa, e don Primo ha vissuto il dramma, la sofferenza dell'obiezione di coscienza nella chiesa. Per questo ha esercitato una delle virtù più difficili: la santità della libertà. Una cosa che mi ha meravigliato, nella mia vita di prete di religioso - io sono un anfibio, ex, tutto ex - una delle cose che più mi ha meravigliato è che ci hanno predicato tutte le virtù: l'obbedienza, soprattutto l'obbedienza cieca, assoluta, la castità, l'umiltà, la povertà, la rinuncia, il sacrificio, e non ci hanno mai predicato o insegnato la libertà. E dove non c'è libertà non c'è nessuna virtù. Vedete, don Primo ha vissuto veramente la santità della libertà. che è l'adorazione in spirito e verità del Padre, per cui un uomo vale più di tutte le leggi, di tutte le istituzioni. Il povero vale più di tutte le economie. Voi mi direte che bisogna trovare la formula. La formula la troveremo dopo, se abbiamo questa certezza fondamentale che diventa il richiamo fondamentale alla rivoluzione permanente. Ora in questo senso, amici miei, proprio perché nella chiesa don Primo proponeva e sperimentava la libertà del cristiano per questo nella politica rivendicava la libertà, e la libertà per gli ultimi, che sono i più defraudati di libertà attraverso il defraudamento del pane, del lavoro, della casa, della dignità...
A questo punto, dopo tre quarti d'ora non ho ancora detto nulla. Ma finiamo così, preferisco. Scusate se il mio parlare è proprio da bovaro di Gesù Cristo. Voi avete avuto qui Balducci, tanti professori che parlano bene., una volta tanto accettate anche i proletari della chiesa. Io sono un manovale della chiesa e ho voluto soltanto introdurvi per provocare una riflessione ulteriore.Adesso apriamo la discussione e forse le cose più verranno fuori in questo momento.

DISCUSSIONE

don Primo Mazzolari e don Milani

Domanda: Se e in quali termini è possibile un confronto tra don Primo Mazzolari e don Milani.
Risposta: Direi che sono due esperienze convergenti, ma molto diverse, anche per la diversa personalità. Vi dico la mia opinione. C'è stata anche una polemica tra don Milani e don Primo quando è uscito "Esperienze pastorali" di don Milani. Don Primo aveva una grande stima e ammirazione per don Milani, soprattutto per la sua coerenza. Quando un uomo paga di persona quello che pensa è sempre un grande uomo, anche se le sue idee possono essere non condivisibili.
La riserva che don Primo aveva di don Milani era questa: Don Milani forse pretendeva di imporre la propria esperienza a tutti quanti, finiva così col proporre come unica esperienza sacerdotale il suo tipo di esperienza. In questo senso, don Primo aveva delle riserve, perché pensava che ogni prete, come Cristo, doveva passare attraverso una sua personale esperienza. Nel vangelo non ci sono ricette, ma proposte ed ognuno di noi deve avere la creatività spirituale. Questa è la differenza di fondo. Penso, poi, che sulle cose fondamentali, fossero d'accordo. Forse, questa scelta particolare ed assoluta ha reso don Milani in qualche modo un po' intellerante.
Anch'io, è un parere personale, ad un certo momento sento una certa asprezza di intolleranza nei rapporti di don Milani con gli uomini. Capisco la scelta di classe, non capisco l'amarezza verso coloro che sono i nemici di classe.

la polemica come grido dell'amore"

Domanda. Don Primo Mazzolari era polemico?
Risposta. C'è una polemica che nasce dal risentimento e c'è una polemica che nasce dall'amore. Don Primo citava spesso una frase del Savonarola: "Chi ama grida". Lei avrebbe dovuto sentire don Primo in certi discorsi: quanta violenza d'amore aveva dentro! Ma non era violento, perché diceva che tutti gli uomini sono poveri uomini (i cardinali, Nixon, Mao...). La sua polemica nasceva dall'amore di vedere nell'ingiusto, nel ricco l'immagine di Dio calpestata. Per questo nasceva in lui la polemica, lo sdegno per difendere l'immagine dell'uomo calpestata. Mai polemica per difesa personale. Mi diceva: "Quando dobbiamo pagare di persona, non difendiamoci mai, ma quando colpiscono gli altri difendiamoli ad ogni costo". Questo il suo stile: la polemica era il grido dell'amore. Difendere la persona che ama e amare la persona che si attacca. Il Cristo non combatte i ricchi per i ricchi o per amarezza, li combatte perché li ama, perché li vuole liberare dall'illusione della ricchezza, dalla schiavitù dell'ingiustizia. Ecco perché la liberazione di Cristo è la liberazione degli oppressi e degli oppressori, facendo le debite scelte. In concreto fa la scelta di campo: io mi schiero con i poveri contro i ricchi, ma in fondo lotto contro i ricchi, contro i potenti, per liberare anche loro vittime dell'ingiustizia. Una delle accuse fatte a don Primo è stata quella di mancare di misura, di prudenza: meno male che il Sant'Uffizio non c'era ai tempi di Gesù Cristo, diversamente avrebbe censurato anche il vangelo.
Leggete il cap. 21 di Matteo: la requisitoria violenta di Cristo contro i farisei. Soltanto gli indifferenti non hanno passioni, perché, in fondo, se ne infischiano; ma chi ama è sempre un appassionato. Non so se avete sentito qualche discorso di don Primo inciso: si cavava dal di dentro ogni parola, gli costava. Aveva un'incisività particolare. Ricordo l'ultimo giorno delle elezioni del '48. Don Primo era stato sfidato dai comunisti a difendere Cippico (pasticcio di soldi, Vaticano). I comunisti avevano affisso i manifesti: "sfidiamo don Primo Mazzolari a difendere Cippico". Don Primo accettò. In piazza Sordello, a Mantova, c'erano 50.000 persone. Dovevate sentire la violenza di quest'uomo il quale non difendeva la chiesa istituzionale, difendeva la chiesa dei poveri; non difendeva contro il comunismo la libertà borghese, difendeva la libertà degli ultimi; non difendeva il suo privilegio, rivendicava la sua libertà. E quando un uomo ha dentro questa passione umana e cristiana, non puo' parlare come i professori. Deve gridare, come forse sto gridando io in questo momento. Forse un po' di virilità cristiana non ci farebbe male.
Don Primo scusa quelli che lo hanno perseguitato, anche in maniera avvilente. Non ha mai avuto un sentimento di inimicizia. Anzi, in certi momenti, ha difeso, nella sua diocesi, preti che lo avevano calunniato. Quando da persecutori diventavano vittime, Don Primo si schierava con le vittime. Non ha mai avuto un sentimento di rancore, ma quando gli toccavano Gesù Cristo e i poveri, Dio benedetto, come si fa a non gridare? O siamo senza fede o siamo senza sangue: una delle due.

nessuno ci regala la libertà

Domanda: Don Primo ha parlato, ha sofferto, ma la gente è restata quella che era: Di fatto c'è sempre chi ha il potere e chi è perseguitato.
Risposta: Il suo pessimismo corrisponde all'ottimismo di quelli che si rassegnano alla schiavitù. Qui dobbiamo porci il problema del potere e il problema della libertà. Il potere diventa dominio e oppressione nella misura in cui gli schiavi accettano il potere. È la terza tentazione di Gesù Cristo. È la maggioranza silenziosa che dà il potere al potere. Noi vorremmo che i potenti ci regalassero la libertà. Non ce la regaleranno mai. Noi vorremmo un sistema, un'economia, una chiesa che ci regali la libertà. Ma la libertà va pagata. Sapete che cosa diceva don Primo? "Vedi , gli uomini ti mettono sempre dinanzi ad un filo spinato, se tu lo spingi e ti buchi la pancia quelli lo spostano, tu ti ritiri e lo arretrano contro di te: cioè la libertà non è mai una conquista definitiva, garantita dal potere; la libertà è il continuo spostamento del potere". E perciò non possiamo pretendere che dall'alto ci venga elargita paternalisticamente. Le rivoluzioni non vanno fatte in nome del potere, vanno fatte in nome della libertà, ma bisogna che ogni individuo, ogni uomo, diventi protagonista di rivoluzione, altrimenti imprestiamo ancora i protagonisti del potere la rivoluzione.
Qui c'è il discorso che fa coincidere politica, storia, spiritualità. Non per niente il Vangelo dice che la verità vi farà liberi, non che la rivoluzione vi farà liberi; e quando la verità ci fa liberi diventiamo capaci di rivoluzione permanente.

Domanda ripresa: Il suo è un discorso bello in teoria, ma di fatto siamo degli ammalati e non serve dire ad un ammalato di guarire. Di fatto, inoltre, alcuni hanno potere, denaro, intelligenza, salute, altri no... e non se ne esce... Chi ha il potere perseguita sempre.
Risposta: Vediamo di riflettere sulla situazione sia di ieri che di oggi. Il Cristo si è trovato nella stessa situazione, perché il Cristo non è nato in una situazione di privilegio, anzi Cristo si è posto in una situazione di non privilegio. Si trovava come noi: si trovava di fronte ad una sinagoga, si trovava di fronte ad un potere economico. Che cosa ha fatto? Ha scelto la libertà fino alla croce. Questa è l'unica scelta. E guardi che quando un uomo va in croce arriva al culmine della libertà, perché è talmente libero che non ha più la paura della morte, anche se la soffre. Ma traduciamo in concreto questa proposta spirituale. Ho detto: ricchi e miserabili, padroni e servi. Ma c'è la catena di trasmissione, sono quelli che dallo stato di schiavitù vengono promossi lentamente, attraverso la carriera, attraverso lo stipendio, attraverso la cultura, verso la schiera dei padroni. Sono quelli che fanno la cinghia di trasmissione del potere.
Ecco il problema che va risolto. Ecco la buffonata dell'interclassismo. Cinghie di trasmissione del potere. Non domando ad un analfabeta che sia rivoluzionario. Devo dargli prima la coscienza rivoluzionaria. Ma chi gliela dà? Chi sa leggere e scrivere, perché altrimenti quello sarà sempre uno sfruttato.
Ora vedete perché dico che la rivoluzione è una condizione permanente del cristiano, perché altrimenti, che libertà abbiamo? Abbiamo la libertà dei consumi, la libertà del "carosello". Cioè noi dobbiamo spezzare la catena dell'oppressione liberando prima noi, perché altrimenti non siamo uomini liberi, siamo degli stipendiati, delle persone laureate, dei canonici, dei monsignori, ma non siamo delle persone libere. Quindi ad un certo momento, c'è la coincidenza tra la mia libertà e la liberazione del fratello. Io non posso pretendere di liberarmi se non libero gli altri. Non diventerò mai libero. Ecco il problema dei poveri.
Se io non accetto la mia libertà non sarò mai capace di liberare gli altri e, d'altra parte, devo rompere io questa catena altrimenti diamo le dimissioni da uomini e diamo le dimissioni da cristiani. Amici, questo mi pare veramente, altrimenti noi trasferiamo sempre tutto al potere. E questo avviene anche nella chiesa.. Non è forse vero che noi ci aspettavamo dal concilio ecumenico la novità ed adesso abbiamo la restaurazione moderata? Credevamo che il Concilio risolvesse tutto, ma in una cristianità di schiavi, di conformisti e di servili come volete che nasca la novità? Abbiamo i vescovi che abbiamo costruito, abbiamo i preti che abbiamo costruito, abbiamo i papi che abbiamo costruito.
La facciamo noi la storia, siamo noi alla guida della storia. Dobbiamo noi cominciare a stabilire un diverso rapporto per cui costringiamo, in senso concreto, cioè poniamo l'altro dinanzi ad una realtà diversa, che lo costringe a cambiare, perché io sono diverso.
Fino a quando un padrone mi può comprare, il danaro è potente. Fino a quando il potere mi fa paura, il potere è potente. Fino a quando la carriere mi attira, la carriera è una schiavitù. Qui giochiamo le nostre realtà di uomini cristiani. Cosa vogliamo? Vogliamo il ritorno, vogliamo il privilegio della libertà, vogliamo il regalo della libertà. È la nostra sostanza umana che deve affermarsi, c'è poco da fare. Ma io non ho mai aspettato niente, sapete, dai potenti. Se io oggi ho un po' di libertà è perché me la sono conquistata io, e non mi sento un grand'uomo, mi sento un uomo comunissimo.
Non ho risposto secondo lei al problema?

Replica: allora non c'è che da morire sulla croce...

Risposta: Sì, ma guardi che morire sulla croce non vuole dire fare il "fessacchiotto", sa? Vuol dire rischiare anche la croce: Certo, perché se non mettiamo nella prospettiva anche questo, non rischiamo mai niente.

Replica: ma così non cambia nulla

Risposta: Perché no? Chi l'ha detto che non cambia niente, ma chi l'ha detto?

Replica: Dopo 4000 anni di storia non c'è un gran cambiamento.

Risposta: Ma quanti uomini liberi abbiamo prodotto? Lo dica. Sotto il fascismo quanti preti hanno fatto come don Primo? E allora?

Replica: Sì, ma di fatto c'è una chiesa nascosta che non emerge mai.

Risposta: E a me cosa interessa? È quella che funziona. Scusi, amico, non la offendo. Lei che chiesa sceglie?

Replica: Quella nascosta.

Risposta: Allora, se lei la sceglie diventerà sempre meno nascosta.

Replica: Ma il povero è sempre rimasto povero e il ricco è sempre rimasto ricco.

Risposta: non è vero. Se la libertà diventa una scelta permanente nella storia, è l'unica maniera per liberare i poveri, liberarli sul serio, altrimenti lei cosa fa? L'imborghesimento dei poveri, dà loro il pane. Qui c'è un grosso problema: il capitalismo internazionale è interessato a far mangiare i due miliardi di affamati; anzi, sta preparando il progetto di dar loro anche il frigorifero e l'automobile!, però comando io. Allora, scusi, la liberazione di poveri è dar loro pane, è dar loro casa, è dar loro istruzione, per che cosa? Per mantenerli servi sviluppati o per farli liberi? Mi risponda. Non faccio la rivoluzione per il pane, faccio la rivoluzione per il pane e per la libertà.

Replica: Non le sembra che, con il passare degli anni, l'umanità possa giungere ad una maggiore consapevolezza, ad una maggiore coscienza individuale?

Risposta: Lei ha parlato di un processo storico verso una maggiore consapevolezza. Ma cosa vuol dire consapevolezza? Vuol dire soltanto la possibilità di sentirmi più arrivato, più benestante, più tranquillo o la consapevolezza di essere più libero e più responsabile? Qui c'è la contestazione cristiana alla radice. Tutti i vari tipi di sviluppi, e io non li metto sul medesimo piano, puntano solo a dare all'uomo un crescente benessere. Ma che me ne faccio io di un crescente benessere, se il crescente benessere non diventa lo spazio concreto della mia libertà? Perché io non ho la vocazione di diventare padrone e proprietario, ho la vocazione di diventare un uomo libero. Qui nasce il vero problema, altrimenti noi facciamo solo lo sviluppo della socializzazione dei privilegi. Moltiplichiamo i laureati, ma moltiplichiamo gli imbecilli laureati, perché devo pensare secondo il sistema. Moltiplichiamo le case benestanti, ma le case benestanti diventano il ghetto dell'egoismo familiare, ecc.
Se veramente bastasse l'evoluzione storica, se ci affidassimo solo allo sviluppo storico, politico, economico, noi andremo soltanto verso il concentramento del benessere, non verso l'esplosione della libertà.
Ecco perché Cristo non è venuto a fare una rivoluzione sociale-economica, nonostante vivesse in un contesto di sfruttamento e di imperialismo, ma ha proposto la rivoluzione per cui l'uomo conquista pane per essere più libero, conquista la casa per essere più libero. La libertà è la struttura dell'uomo. Vogliamo diventare tutti padroni? Ecco la profondità del discorso di don Primo: né padroni, né servi, né ricchi , né miserabili, ma tutti poveri e tutti liberi.
Vedete che allora, ad un bel momento, non serve la teologia, non conta tutta la cultura. Qui ci sono tutte le scelte fondamentali e dovremo continuamente resistere alle tre tentazioni: "non di solo pane vive l'uomo", anche di pane, anche di casa, anche di vestiti. Ma diremo: "Non idolatrate il pane". Tenetevelo da cristiani.
"Gettati giù". Ecco la libertà che si crede autosufficiente, assoluta. Qui nascono i padroni e gli schiavi.
Invece la libertà è il rischio dell'amore.
"Se mi adorerai sarà tutto tuo". Ecco l'imperialismo, il potere, la grande bestia dell'Apocalisse.
A questo punto, avvengono le scelte cristiane, quindi quando un cristiano vota in politica, deve fare queste scelte, altrimenti vota la garanzia del proprio egoismo, la proprietà privata che è sacra... Ecco la radicalità del vangelo. Quindi, don Primo non ha parlato per il suo tempo. Perché vale don Primo? Perché ci ha riscoperto il vangelo che è la parola per tutti i tempi, è la novità per tutti i tempi. Altrimenti avete ragione; Mao Tse Tung vale più di Gesù Cristo.

il vangelo per il cristiano di oggi

Domanda: che cosa significa il vangelo per il cristiano di oggi? È vero che il Cristo non ha fatto una rivoluzione sociale, ma forse non c'erano le condizioni per farla, la presa di coscienza... Forse è un po' semplice fare certe affermazioni...
Risposta: Il vangelo non ha preoccupazioni sulle tecniche. I modi con i quali il cristiano traduce la sua vocazione alla libertà vanno esaminati nella concretezza storica in cui si trova. Senza dire che al tempo di Cristo c'erano i guerriglieri, gli zeloti, e Cristo li ha accettati e ha fatto la sua proposta. Non voglio trasferire il contesto storico, ma poiché il vangelo è una proposta nella storia (il Cristo è il costruttore del Regno di Dio nel tempo e nella storia) io devo interpretare la mia realtà storica secondo questa proposta. È chiaro che l'economia contadina del tempo di Cristo non è la nostra. Il vangelo non ci dà ricette, ma giudizi radicali di fondo sul rapporto tra uomo e storia. È chiaro che se applico al mio tempo il principio del vangelo devo lottare contro il sistema capitalistico, perché sistema fondato sul denaro, sull'alienazione umana, sullo sfruttamento dei popoli. Fatta la scelta in nome del vangelo, tocca a me tradurre in termini politici ed economici questo mio giudizio. E su questo ci sono le più ampie discussioni e nessuno può impormi una scelta tecnico-politica. Con questo non vogliamo evadere in equivoci: un cristiano non può essere fascista, un cristiano non può approvare in coscienza il sistema economico in cui viviamo. Però in nome del vangelo non posso imporre un sistema politico, economico, ... La scelta del cristiano sarà contro questo sistema e per una maggiore libertà.
Un conto è buttare giù il faraone, un conto è buttare giù Nixon. Son diversi. Per me oggi Nixon è il faraone, come Mao è un faraone. Ma non sono in Cina e mi interesso prima dei faraoni di casa.

non giustificare i limiti

Domanda: Chi lo fa il cristiano? Chi lo educa alla libertà?
Risposta: Ci ribelliamo ai maestri. Gesù dice: "Non fatevi chiamare maestri".
Se un maestro mi educa alla libertà, lo accetto, diversamente non ha autorità. Obiezione di coscienza, come rivoluzione permanente del Cristo. Avete un prete che vi insegna la sudditanza? Non dovete ascoltarlo.
Scopriamo il vangelo. Forse qualcuno comincia a scoprire che fare il cristiano è difficile, come non è facile fare un uomo libero!
Credo che a questo punto dobbiamo fare una meditazione sul problema del limite e del compromesso.
Quando, ad esempio, qualcuno mi dice: ho moglie, figli, ecc. è chiaro che anche l'operaio ha i suoi limiti, il dirigente, il prete, hanno i loro limiti. È la realtà concreta nella quale mi muovo. Ed io accetto i miei limiti, evidenza della mia concretezza. Ma, un conto è accettare i limiti e un conto è giustificare i limiti. Quando mi dicono: io non posso compromettere il mio lavoro. D'accordo: è un limite invalicabile. Cioè, nessuno ti chiede, per fedeltà alla tua coscienza, la rinuncia ad un diritto vitale. Ma tra lo stipendio necessario e lo stipendio che cresce c'è differenza. Tra l'operaio che rischia il posto di lavoro e un dirigente che rischia di non fare carriera, c'è differenza.
Bisogna vedere fin dove io soffro il limite e allora sono uno colpito ingiustamente e devo lottare contro questa ingiustizia. Altro è giustificare il limite, perché divento complice dell'ingiustizia. A meno che a un certo momento io mi trovi di fronte alla alternativa evidente del male che dipende da me, unicamente da me e non sono io vittima del male. A questo punto, se Dio ci dà la forza, diciamo di no e allora è la croce. Ma prima di arrivare alla croce, le stazioni della via crucis sono tante... Ma se non cominciamo mai... Temo che oggi con la scusa del limite noi diventiamo complici di una situazione. Fin dove siamo schiacciati da un limite o complici di un compromesso? Nessuno ci comanda di rinunciare al pane quotidiano, nemmeno il Cristo, ma nessuno ci domanda, ci obbliga a fare carriera, aumentare lo stipendio, dicendo sempre di sì al padrone. Questo è per tutti. Qui nasce la rete sottilissima delle complicità sulla quale il potere ce le "suona" sempre, ci ricatta.

Domanda: Ma lei fa sempre lo stesso discorso, da anni. Allora eravamo un piccolo gruppo, nascosto. Quanti di allora ne sono rimasti? Sei rimasto tu.
Risposta. Non è colpa mia. Costato.
D'altra parte è un discorso duro. Infatti a Gesù Cristo glielo hanno detto: "È un discorso duro". "E andatevene". Guardate un po' che proselitismo faceva Gesù Cristo: andatevene. Qui bisogna ritornare alle tre tentazioni. Io pensavo che un concetto di libertà spirituale fosse abbastanza chiaro in gente la quale da anni fa gli esercizi spirituali e volevo solo precisare le implicazioni pratiche, storiche.
In fondo la libertà è la continua liberazione personale dal danaro, dal privilegio, dal potere, in modo da diventare capaci, perché si è capaci, di liberare gli altri dalla schiavitù del denaro, del privilegio, del potere.
Che non sia un discorso facile, d'accordo, ma è chiaro. Fino a quando io sono comprabile, io sostengo il sistema dove il denaro compra tutto. Perché io divento un piccolo, e magari successivamente un po' più grosso ingranaggio del sistema.
Se praticamente io rinuncio alla libertà e la infeudo nel privilegio, divento parte di un sistema dove c'è la discriminazione, la discriminazione razziale, culturale ecc.
Se io divento un piccolo ingranaggio perché mi piglio il mio piccolo potere dentro il sistema di potere, divento un ingranaggio che fabbrica gli schiavi.

la schiavitù dell'ignoranza

''Intervento: Là dove si vuole mantenere ancora un dominio assoluto, si mantengono i popoli nella schiavitù dell'ignoranza, che è uno strumento fortissimo del potere contro la liberazione dell'uomo. In quei paesi per mantenere il potere, per impedire che gli uomini diventino liberi, perché la liberazione è una liberazione di cultura, di conoscenza, ecc. si mantengono non solo senza la carne, ma anche senza la scuola. Si mantengono analfabeti. Vedere le statistiche spaventose dell'analfabetismo nel mondo.
Questo è uno degli strumenti, ma si potrebbe fare una lunga enumerazione di strumenti del potere che sono negatori dei valori fondamentali e essenziali dell'uomo, come quello del diritto fondamentale che libera l'uomo alla conoscenza.''

Risposta: Io vorrei partire proprio da un fatto nel quale siamo calati ogni momento per trasferirci a questo problema.
Per esempio, non so se voi avete la sensazione che la pubblicità, come Carosello, sia lo strumento della stupidità collettiva.. E voi pensate alle molte famiglie che mandano a dormire i bambini dopo Carosello.
Il Carosello è veramente lo strumento per contaminare permanentemente, insistentemente, sottilmente..., lo strumento della ideologia dominante che in fondo sostiene l'economia attuale, la cultura attuale, che è l'industria, il potere più alto. È proprio l'ideologia che educa il popolo italiano.
Qui, siccome siamo sviluppati, abbiamo inventato questo sistema.
Nei Paesi sotto sviluppati cosa troviamo? Che sono promossi alla cultura coloro che danno garanzia di sostenere il sistema. Per esempio: io lavoro con un movimento che sta preparando un convegno nazionale sulle colonie portoghesi. Ebbene dopo quattro secoli di civiltà cristiana portata dal cattolico Portogallo in Angola, in Mozambico, in Guinea, il 99% degli africani sono analfabeti. Questo dimostra che quella gente, in nome del vangelo, li voleva imbecilli per sempre.
Questo è il sistema.
Perché l'uomo che pensa, è l'uomo che può criticare, è l'uomo che prende coscienza della propria libertà, è l'uomo che incomincia a dire: "ma sono uguale a te, non importa la razza".
Se non sai ti crei la mentalità fatalistica di essere un sottouomo. Ma a questo punto salta la evangelizzazione. Come abbiamo evangelizzato? Salta la civiltà: che civiltà abbiamo portato?
Siccome sono analfabeti, sono sottouomini, sono schiavi. Nelle colonie portoghesi c'è ancora il contratto di lavoro per cui lo stato vende il lavoro degli africani al Sud Africa, alla Rodhesia. È questo il sistema in cui viviamo. Vi do una piccola indicazione bibliografica. Leggetevi il libro di Freire "La pedagogia degli oppressi". Che cosa vuol dire evangelizzazione, cosa vuol dire evangelizzare i poveri, se non rivelare ad ogni uomo la sua dignità di figlio di Dio, quindi la sua vocazione alla libertà, alla dignità, da cui il diritto al pane, perché se non mangio come faccio ad essere libero? Rivendico gli strumenti per rivendicare la libertà.
Ecco il problema fondamentale. Se il cristiano non fa queste scelte di fondo che cosa fa? Va a messa la domenica e così mi metto a posto la coscienza.
Per rispondere a chi ha rivolto la domanda. Non ti pare che se abbiamo ampliato un poco lo spazio di libertà nella cattolicità italiana lo dobbiamo proprio a quei pochi - tra i quali, forse, a quel tempo c'eravate anche voi - che hanno fatto quella battaglia? Perché il concilio ecumenico, in fondo, ci ha dato quello che certi uomini, nella sofferenza, nella persecuzione, hanno preparato.
Quelli che sembrano falliti sono gli unici che storicamente hanno anche dei risultati. Perché don Primo sul piano dell'efficienza è un fallito, sul piano della storia non è un fallito. Perché se non altro ha insegnato a me ad essere libero: è già una conquista. Non avrebbe speso la sua vita inutilmente... Che poi io sia capace, è un'altra faccenda, ma lui in fondo la sua parte l'ha fatta.
E non vi pare che nella storia gli spazi di libertà sono conquistati dagli uomini che pagano la libertà? Provate un po' a pensare alla storia. Non è Napoleone o i suoi simili che hanno dilatato la libertà nella storia. Sono quelli che hanno pagato con le torture nelle prigioni, come avviene oggi in Brasile, sono quelli che preparano la libertà, sono quelli che preparano la nuova chiesa. Non sono i pochi diplomatici del Vaticano, sono i preti, i laici, le suore torturati nelle prigioni del Brasile, dai cattolici al potere.
Mi pare che la promessa evangelica sta diventando anche una evidenza storica.
Vorrei dirvi un'ultima cosa riguardo a questo discorso.
Questo me lo ha insegnato don Primo. Anche se arrivassi alla fine della mia vita e non avessi avuto nessun risultato sul piano visibile, almeno un risultato l'ho conseguito. Non ho sciupato la mia vita. Il che, poi, non è vero, perché io non sono giudice degli uomini che ho incontrato, però sono sicuro di questo: che nella misura in cui io ho accettato il rischio di essere libero in nome di Cristo, ho provocato delle libertà, ho proposto delle libertà. A questo punto poi la scelta la fanno loro. Ma se io fossi diventato un maestro di soggezioni, di servilismo avrei moltiplicato il gregge umano e cristiano.

la libertà di amare

Risposta ad un'altra domanda. Non abbiamo sperimentato la nostra libertà. Attraverso i secoli la libertà di tipo liberale, individualistico, ci ha contaminati e quindi confondiamo la libertà con la nostra comodità, con la nostra sicurezza. Non è la libertà cristiana, perché la libertà è libertà di amare.
Proprio per il prevalere della concezione individualistica della libertà non abbiamo veramente educato alla libertà.
Ve lo dicevo prima e non per polemica: "A me in 15 anni di educazione religiosa non hanno mai parlato una volta di libertà". La libertà non esisteva.
Don Primo mi ha parlato della libertà. Non abbiamo educato alla libertà. Diseducati alla libertà non abbiamo educato alla libertà. Ma c'è di più: non abbiamo praticamente scelto in concreto la libertà, per cui non abbiamo creato delle rotture, non abbiamo creato delle crisi, non abbiamo messo in questione il potere, il potere economico, culturale , religioso.
Ecco allora che si crea la catena. Questo è il vero peccato originale, altro che quello di Adamo e di Eva. È questa complicità nella storia che ci contamina tutti. Nell'esempio portato dall'interlocutore ci sono fascisti perché non vogliono rischiare la libertà, vogliono uno che garantisca la libertà e ci sono socialisti imborghesiti.
Si tratta di mettere in crisi delle coscienze, di capovolgere delle mentalità. Ma vi dico sinceramente: oggi come prete, io non ho che una predicazione da fare, la predicazione che mette in crisi delle coscienze tranquille e che cerca di educare delle coscienze rivoluzionarie. Non c'è altra educazione. Altrimenti cosa predichiamo? Predichiamo la dottrina cristiana? No, predichiamo l'ideologia cristiana. Non evangelizziamo. Se siete professori, cosa insegnate? La storia ancora fascista o la storia dei grandi uomini, perché la storia l'hanno fatta i grandi uomini... Napoleone è stato un macellaio, altro che un grande uomo.
Ecco la pedagogia degli oppressi. Allora bisogna sviluppare la coscienza critica che è il germe della libertà, educare la cultura politica che rompe la cultura pagata.
Sono tutti venduti. Se scrivi un libro e fai un concorso, diventi milionario: è tutto venduto, è un gran mercato.
Chi oggi scrive perché vuole dire soltanto quello che sperimenta? Ecco don Primo: "Uno scrittore se non è un profeta, è un ingombro". Infatti stanno facendoci fuori e stanno benone, è evidente.
Tutti gli altri discorsi - io non voglio criticare il vostro programma teologico - tutti gli altri discorsi servono se arriviamo qui.
Per esempio: quando io leggo certi libri che stanno rivedendo storicamente la figura di Gesù, che Gesù Cristo sia o non sia nato da Maria Vergine a me non fa problema. Ma è Gesù Cristo che fa problema. Se credo in Gesù Cristo, Cristo sconvolge tutto.
Quindi ben venga la critica storica, ben venga la teologia, ben venga l'ermeneutica biblica. Ma Cristo è lì, ben chiaro, netto. O con me o contro di me.
O la rivoluzione secondo la mia proposta o fate le vostre rivoluzioni borghesi. Avanti, moltiplicate i frigoriferi, avanti signori....
Abbiamo approfondito la beatitudine della povertà, che è alla radice di tutte le beatitudini.
Le abbiamo mai pensate queste parole? "Beati coloro che sono perseguitati per la giustizia". Ma le abbiamo pensate queste parole? Quindi, quando sono perseguitato dovrei essere felice. Non quando mi lodano.
"Guai a voi quando vi loderanno gli uomini" . Non quando dicono "bravi, bravi" perché stanno già comprandovi.
Questo è il paradosso cristiano. Sotto sotto c'è un altro discorso più profondo: io credo che nella storia non vince l'uomo, ma soltanto Dio. Altrimenti mi riterrei signore e padrone della storia, mentre soltanto Dio è il signore della storia e la realizza.
È ancora una scommessa di fede. O ci credo o non ci credo. Altrimenti mi costruisco Dio su mia misura e va benone. Allora c'è il Dio americano, il Dio italiano, il Dio borghese, il Dio progressista... Ognuno si costruisce il suo Dio.
La povertà cristiana non è il disprezzo delle cose che sono dono di Dio. La ricchezza è un dono di Dio, ma la ricchezza va divisa fraternamente. Sono sempre stato in mezzo a povera gente. Ho sempre sognato di poter dare ai miei poveri contadini, ai miei analfabeti, la gioia di sentire Beethoven. Perché Beethoven deve essere un privilegio per pochi? Io voglio la bellezza per tutti.
Bisogna rompere il monopolio di queste bellezze, bontà e ricchezze che occupate sono sciupate.
Dio ci ha dato tutto in dono, il problema è di distribuire fraternamente, è comunicare le cose buone.
Il cristiano non è un masochista. Il cristiano non ha niente contro il sesso, contro l'amore, contro la felicità, la gioia, il piacere di volersi bene. Ma se questa tua felicità diventa la clausura del tuo egoismo, tu impedisci agli altri di avere la stessa gioia. Devo spezzare il possesso perché diventi comunione.
Lo stesso per la cultura, lo stesso per il lavoro. Dio non ci ha creato per essere infelici. Cristo è venuto a liberarci per conquistare anche la felicità, quel tanto che siamo capaci di godere su questa terra. Quindi la povertà non è disprezzo delle cose, non è rinuncia masochistica. La povertà è la capacità di gioia. Ma se mi chiudo, divento incapace di gioia. Ma guardate tutti questi ricchi miliardari che faccia da gente patita che hanno, che musi! Non hanno gioia, devono fingere di essere felici. Siccome hanno la pelliccia si credono felici. Guardate gli uccelli del campo...
Il vangelo non è contro l'uomo, è in difesa dell'uomo. Qui si tratta di spezzare il possesso che diventa esclusivo e che uccide in me la gioia e la proibisce all'altro.
Naturalmente non si tratta di imporre un tipo di gioia... ma di dare a tutti la possibilità di farlo.
Quando il nostro benessere è a danno dei paesi sottosviluppati ciò è inaccettabile.
Nasce il problema della priorità, problema tecnico-politico: se veramente i poveri sono le persone più importanti- e come cristiano dovremmo esserne certi - allora devo costruire un'economia che parta dagli ultimi, non dai primi. Devo prima assolvere alle esigenze fondamentali della libertà dell'uomo. Nella misura in cui questo è ottenuto devo, con la loro corresponsabilità e consenso, costruire una società che accresce il benessere.
Oggi abbiamo capovolto questa logica.

sintesi

"Se uno scrittore o un teologo non è un profeta, è un ingombro."
Don Primo Mazzolari è stato essenzialmente un profeta, ha scelto l'uomo contro le istituzioni, Cristo contro le strutture della Chiesa, è stato il testimone del Vangelo nel suo tempo, lettore profetico della storia.
La Chiesa non interessa i poveri perché ha rinunciato alla libertà. Dobbiamo riscoprire il mistero del povero,che è lo stesso mistero di Cristo nella storia e che è collegato radicalmente al­la vocazione alla libertà dell'uomo e quindi del cristiano.
La povertà evangelica non è quella sociologica: è povero l'uomo libero. E qui si scopre la radice più profonda dell'uomo: "Basta es­sere un uomo per essere un povero uomo"(d.P.Mazzolari) Perché l'uomo è povero, e, proprio perché non accetta la sua povertà, inventa le illusioni della ricchezza, del possesso, del successo, fabbrica i miserabili, la miseria economica, l'analfabetismo intellettuale.
"Un segno del Regno di Dio è la buona novella annunziata ai po veri. Un segno del regno dell'anticristo: i poveri sono scristianizzati. Il povero è quasi il fratello carnale di Gesù. Il Figlio di Dio è consustanziale al Padre nella divinità, il Figlio dell'uomo è consustanziale al povero nell'umanità" (Mazzolari,Convegno degli intellettuali cattolici, Assisi,1943).
La libertà non ce la darà nessuna rivoluzione, ma è una conquista interiore nel Cristo. Ogni rivoluzione altrimenti diventa soltanto una sostituzione di potere.
Si comprende allora il modo con il quale don Mazzolari intendeva la politica.
Non era intesa come una concorrenza di potere. Il problema non è prendere il potere, perché il potere è sempre oppressivo. La lotta per la difesa dei poveri è lotta per la difesa della libertà. I poveri non domandano solo pane e casa, ma pane e casa per esser liberi. Qui si scopre l'insufficienza della politica.
Cristo ha introdotto la rivoluzione permanente dentro ogni rivoluzione. L'uomo infatti non è esauribile nei limiti della storia e della politica, pur dovendo incarnarsi nella storia e nella politica. È l'uomo il mistero. Se non leggiamo il mistero di Dio nell'uomo, non capiremo niente di Dio. Proprio perché ha scoperto l' uomo don Mazzolari ha scoperto la libertà, i poveri, per questo si è impeganto nella politica, per questo è stato nella Chiesa il testimone di libertà e il testimone dei poveri. Bisogna smentire la favola di don Mazzolari profeta obbediente: ha sofferto per la Chiesa perché colpito dalla Chiesa degli uomini, del potere di vescovi, dal fascismo. Mazzolari è stato disobbediente perché l'obbiezione di coscienza deve essere l'atteggiamento normale del cristiano, non solo nei confronti della guerra, ma anche nei confronti delle istituzioni della Chiesa e del potere politico, ogni qualvolta viene chiesto qualcosa di contrario all'uomo. Don Mazzolari ha vissuto la santità della libertà.

Testo da registrazione, non revisiona­to dal relatore, p. Umberto Vivarelli. Relazione tenuta a Pallanza 17 marzo 1972.

Login

Valid XHTML 1.0 Transitional Valid CSS!