Le attese dell'uomo d'oggi e la risposta dei cristiani
sintesi della relazione di Ernesto Balducci
Verbania Pallanza, 1 dicembre 1971
Il titolo "Le attese dell'uomo d'oggi e la risposta dei cristiani" è uno di quei titoli traditori perché favorisce le espressioni generiche, approssimative e neo trionfalistiche. Avrei potuto costruire il mio discorso così se avessi assecondato i riflessi condizionati della mia abitudine di oratore: da una parte descrivere la sete dell'uomo d'oggi proprio presumendo di conoscerla, e, dall'altra parte, in perfetta correlazione, esporre le risposte dei cristiani. Ma avrei seguito una via estremamente facile ed astratta; ho preferito, non appena mi sono messo a pensare al tema che dovevo esporvi questa sera, dare al mio argomento un taglio molto diverso e, siccome è la prima volta che mi trovo ad esprimere un tema simile con questo taglio, spero proprio di riuscire non dico a persuadervi, ma ad interessarvi nella vostra esigenza più seria di uomini del nostro tempo e di cristiani.
Quando si parla di uomini d'oggi che cosa intendiamo dire? Oggi ci sono uomini di tutti i tipi ed anche la consapevolezza che l'uomo ha di se stesso oggi si realizza a livelli diversissimi. Quale tipo di coscienza sceglieremo per assumerla come emblema dell'uomo moderno e quando ci riferiamo ai cristiani, di quali cristiani parliamo? Perché, ed è questa forse la cosa che più scandalizza molti osservatori, i cristiani oggi nel 1971 non si presentano di fronte ai problemi attuali con un comportamento univoco, con una riposta che sia come una consegna di battaglia. Oggi sono estremamente differenziati. Occorre, perché il discorso non naufraghi nella genericità, fare delle scelte, anche nell'analisi della situazione in cui viviamo, cioè decidersi per un certo tipo d'uomo moderno, che noi consideriamo e che io considero come il tipo che prefigura in sé le forme del mondo futuro.
A - DA UN'EPOCA ORGANICA A UN'EPOCA CRITICA
Ci sono delle espressioni dell'uomo moderno che, se dal punto quantitativo non hanno rilevanza, hanno però, a chi abbia abitudine ad osservare la storia nel suo slancio dinamico più che nelle sue statiche anatomie, una capacità di prefigurare il mondo di domani ed è con questi uomini e con le loro espressioni che noi dobbiamo confrontarci. E così, quando parlo dei cristiani, di quali cristiani parlo? Quali sono i cristiani che sono idealmente convocati ad un confronto col mondo moderno? Ecco io vorrei rispondere a queste due domande, rispondere cercando di ricostruire la coscienza dell'uomo d'oggi e del cristiano d'oggi attraverso un itinerario storico. La coscienza non è un principio astratto da considerare, per così dire, estranea alle modificazioni del tempo: la coscienza è formata dalla storia, anche se essa ha in sé la capacità di trascenderla, di criticarla, di contestarla, in nome di valori che essa è capace di percepire. Però, di fatto, gli schemi con cui essa percepisce il mondo sono schemi che hanno una loro storia e, perciò, per capire una coscienza nella sua situazione storica occorre ricostruirne l'itinerario; allora la nostra comprensione dell'uomo non è manualistica e calata dall'alto ma è induttiva ed aderente alla realtà.
la rivoluzione industriale
Ed allora mi pare che per poter costruire - questa è la prima parte del mio discorso - una raffigurazione del confronto fra cristiano d'oggi e uomo d'oggi bisogna risalire ad un momento della nostra storia in cui veramente il cammino dell'umanità ha cambiato corso, ha cambiato senso, e questo momento in cui il cammino dell'umanità ha cambiato senso, e perciò si è modificata profondamente anche la coscienza che l'uomo ha avuto di se stesso, può essere riferito agli anni della rivoluzione francese, alla fine del '700, agli inizi dell'800 quando non solo è avvenuto quel capovolgimento dei rapporti tradizionali tra coscienza ed istituzioni, che era, in fondo, il portato essenziale della rivoluzione francese, ma è avvenuto, al di là di questa trasformazione di tipo politico-istituzionale, qualcosa di più profondo, è avvenuto quel processo di modificazione delle strutture produttive dell'uomo che è la rivoluzione industriale. La rivoluzione industriale segna un trapasso qualitativo nella storia dell'umanità. Senza dubbio noi dobbiamo dare più importanza all'introduzione della macchina nei rapporti fondamentali dell'uomo con la natura e dell'uomo con gli altri uomini che non a qualsiasi altro episodio della storia del passato.
Dal momento in cui le relazioni di fondo, portanti, dell'esistenza - ripeto quella tra l'uomo e la natura, fra l'uomo o l'uomo - sono state modificate attraverso la mediazione della tecnica, in quel momento ha cambiato senso la storia del mondo. Ha cambiato il senso della storia del mondo perché in quel momento si è infranta una immagine dell'esistenza collettiva dell'umanità che aveva presieduto, nonostante tante modificazioni, tutta la storia precedente, voglio dire l'immagine di un ordine costituito. L'umanità si è mossa all'interno di un ordine costituito rappresentato variamente in forme mitiche, in forme metafisiche, ma sempre col presupposto che l'esistenza dell'individuo doveva adeguarsi a questo ordine.
Anche in certe visioni di tipo materialistico dell'antichità rimaneva però il presupposto che l'esistenza dell'individuo aveva valore in quanto ripeteva in sé le norme, le leggi che la precedevano. Il futuro rimaneva uno spazio vuoto, senza senso. L'esistenza era subordinata al principio della ripetizione, la storia era vissuta sempre con uno sguardo retrospettivo. L'ordine era dato, l'uomo doveva scoprirlo ed applicarlo. In fondo anche la morale cattolica formatasi in quell'epoca si basa sul concetto di legge naturale, legge naturale immutabile, un ordine naturale che si identifica poi con la provvidenza di Dio. Questi concetti sono poi storia, entrando in qualche maniera dentro le fibre che costituivano la coscienza cattolica moderna, quelle fibre che si stanno disfacendo; ecco di qui la crisi di fede di cui dovrò pur parlare all'interno del mio discorso. Anche la coscienza cattolica è vissuta all'interno di questa visione culturale del mondo che è stata messa in crisi dalla rivoluzione tecnica. Perché? Perché nel momento stesso in cui l'uomo ha avvertito la propria capacità di modificare la natura, non già di stabilire con essa rapporti sanciti da una tradizione, ma ha scoperto la capacità di modificarla secondo un proprio progetto, in quel momento l'uomo ha dato senso al futuro, in quel momento il significato dell'esistenza è stato riposto in un futuro, quando il mondo sarebbe stato modellato secondo il progetto liberamente posto dall'uomo.
L'uomo non si è più sentito gestito da un ordine trascendente, ma si è sentito artefice di storia . E la sapienza non consisteva più tanto nel desumere dal passato la quintessenza dei valori tramandati, quanto nella capacità di prospettare un modo d'esistere dell'umanità che fosse un modo improntato al dominio della natura, ed alla emancipazione dell'uomo da quella che è la primordiale miseria dell'uomo, la dipendenza dalla natura.
Questa dipendenza dalla natura nei tempi precedenti era stata come sacralizzata in mille modi e noi sappiamo che nella coscienza cristiana di formazione tradizionale esistono, diremo, così, regioni intere di sacralizzazione della natura che vengono scambiate come portato stesso del Vangelo e sono, invece, semplici residui culturali dell'epoca anteriore alla rivoluzione tecnica.
l'epoca organica
Chi vi parlerà della secolarizzazione dovrà toccare in maniera più analitica questo tema così fondamentale per capire la nuova temperatura storica nella quale siamo entrati e abbiamo incominciato ad entrare nemmeno due secoli fa. Come disse Saint-Simon, uno degli uomini che più sentì la scossa sismica di quella rivoluzione, in quel momento finì l'epoca organica della storia dell'umanità ed ebbe inizio l'epoca critica. E la denominazione mi sembra estremamente adeguata e quanto mai pertinente al discorso che andiamo facendo, per ora in modo indiretto, sulla chiesa, sulla coscienza cristiana, perché la chiesa che oggi abbiamo è una chiesa che presume ancora di vivere nell'epoca organica che non c'è più. Ora, cos'è l'epoca organica nella storia dell'uomo? L'epoca organica è quella in cui tutti gli elementi dell'esistenza collettiva si coordinano attorno a dei valori comunemente considerati intangibili. Per cui la molteplicità delle tendenze, delle esperienze, non rimane atomizzata e frammentaria, ma spontaneamente si riferisce ad un'asse di valori considerato intoccabile.. Appunto l'asse di quell'ordine ideale di cui parlavo prima. Il Medioevo è stata una straordinaria epoca. organica, e chi, tanto per fare un riferimento scolastico di immediato uso, volesse avere una rappresentazione suggestiva di quell'epoca, pensi alla Divina Commedia di Dante Alighieri, che rispecchia in sé una meravigliosa organicità nella visione del mondo. La chiesa si trovava in quell'epoca a costituire proprio l'asse della organizzazione della società e della cultura, una organizzazione, dunque che toccava sia il livello delle strutture e sia il livello della consapevolezza dell'uomo. Epoca organica nella quale la coscienza non aveva da percorrere avventure individuali, aveva semplicemente il compito di inserirsi nell'ordine precostituito. La coscienza non doveva pretendere di essere norma di se stessa nelle sue scelte storiche; essa doveva applicare nelle scelte storiche le norme stabilite dalle istituzioni, sulle quali pesava la responsabilità della conservazione dell'ordire stabilito.
L'eretico ed il malfattore erano ambedue degni di morte perché ambedue minacciavano l'organicità del sistema di civiltà.
Quando l'uomo ebbe la percezione che il suo vero significato è nel futuro e che l'umanità non si muove nel mondo come in un teatro, in un ambiente già definito, per ricevere al termine del suo viaggio il premio od il castigo, ma l'umanità si muove nel mondo per trasformare il mondo sui propri modelli, allora in quel momento si è aperto un orizzonte nuovo di fronte all'uomo: il futuro.
l'epoca critica
Noi oggi che siamo in una congiuntura critica di questa fase del cammino dell'umanità, abbiamo molti elementi per comprendere l'importanza di quel momento, forse più della generazione precedente, perché come mostrerò nel prosieguo del mio discorso, oggi siamo ad una svolta critica di questa fase della storia dell'umanità proiettata verso un futuro più conforme all'uomo,
incominciata con la tecnica che ha rotto la legge della pura ripetizione del passato ed ha dato all'uomo il sentimento della Sua potenza di costruttore di un mordo umano. È incominciata, diceva Saint Simon, l'epoca critica. Cos'è l'epoca critica? È l'epoca in cui l'umanità avverte l'impossibilità di stabilire un centro di coesione tra le visioni del mondo e in cui varie prospettive ideologiche competono l'una con l'altra, pretendendo una riorganizzazione del mondo di tipo unitario; l'umanità è entrata in un profondo conflitto di tipo ideologico ed ha avvertito la percezione dell'inesistenza di un riferimento organico di tipo unitario e questo ha dato alle coscienze il senso dello smarrimento, dello scardinamento dell'ordine costituito.
Entrare nell'epoca critica significa prendere atto dell'impossibilità di una visione unitaria del mondo, adattarsi al destino della frammentarietà dell'esperienza, sentire il vuoto immenso degli spazi che non è riempito da nessun ordine, avvertire attorno all'intenzione lucida della ragione il battito del caos, che non permette la razionalizzazione. Sentire il conflitto costante tra il progetto tecnico e l'irrazionale che lo irride e lo mette a rischio. Significa sentire che non c'è nessun ordine prestabilito e che l'ordine, se ci sarà, sarà creato dall'uomo. Entrare in questa situazione critica, significa entrare in un continente spirituale totalmente nuovo; e noi ci siamo in questo continente, dico noi come uomini moderni, poi preciserò qual è stata in questa fase storica la modificazione sopravvenuta nella coscienza cristiana, perché per ricostruire la struttura della coscienza cristiana nel 1971 è necessario, vi dicevo in partenza, studiare la sua genesi storica: allora si comprendono anche certe allergie, certi riflessi condizionati, certe resistenze, certe ingenuità e certi entusiasmi idealistici della coscienza cattolica d'oggi che è una coscienza allo stato febbrile, non è più una coscienza sana, non perché io rimpianga le antiche sanità, dico che ormai è una coscienza che si è lasciata totalmente penetrare dalla crisi da cui aveva voluto presuntuosamente rimanere immune. Ma non voglio anticipare il discorso. Voglio dire che in questa fase dell'avventura critica del mondo, noi possiamo identificare alcune costanti che in questo momento storico che viviamo sono esse stesse entrate in collisione, stanno come corrodendosi, determinando una svolta nella coscienza non dico del cristiano, ma dell'uomo moderno, di cui dobbiamo prendere atto. Io ormai non so più dare all'immagine dell'uomo moderno un profilo univoco, perché sento che anche esso si è scomposto o forse se avessi dovuto fare questa conferenza appena vent'anni fa sarei stato in grado di dire qualcosa perché l'uomo moderno era sostanzialmente l'uomo che aveva sicurezza nei valori imperituri della civiltà occidentale, era l'uomo che come diceva Benedetto Croce - uno dei più sani, dei più suggestivi testimoni della nuova fase della storia della civiltà occidentale, - l'uomo moderno, secondo lui e secondo la cultura dominante ancora in quel tempo, era l'uomo che aveva in se assommato tutte le esperienze del passato, per cui il vero cristiano, secondo Benedetto Croce, non era il credente ma era appunto colui che attraverso il primato della ragione e attraverso l'applicazione della ragione al divenire storico, aveva dato un ordine all'universo, un ordine razionale che era destinato ad essere esportato ovunque ancora la barbarie attendeva la luce della civiltà. Mentre nel passato, anche prossimo, per uomo moderno potevamo intendere l'uomo nella cui coscienza si erano ordinati tutti i valori della tradizione, oggi noi non siamo più in grado di assumere, questa immagine dell'uomo moderno; perché l'uomo moderno ha sottoposto se stesso ad un processo critico che ne ha distolto, disintegrato l'unità coscienziale. Oggi noi viviamo nella profonda crisi dell'uomo moderno. La crisi della chiesa è soltanto un aspetto di questo processo come vedremo, ed è certamente un metodo sbagliato quello di parlar sempre della chiesa e della crisi della chiesa, svellendola, per così dire, dalla crisi contestuale che è la crisi dell'umanità del nostro tempo, la quale è una crisi profondissima, a volte apre prospettive quasi di catastrofe, come dimostreremo.
la dissoluzione delle ideologie
Ora in questo senso noi possiamo anche interpretare il fatto che fine a qualche anno fa ci sembrava insuperabile, il fatto cioè che dopo la fine dell'epoca organica si siano formate nell'occidente delle ideologie - penso soprattutto a quella marxista - nelle quali sopravviveva il desiderio di ristabilire un'epoca organica. In fondo l'ideologia totalizzante del marxismo vecchio tipo, oggi un marxista così non si trova se non in qualche angolo della nostra cultura, nel marxismo di tipo ottocentesco c'era la pretesa di poter riorganizzare l'umanità in maniera unitaria, attorno a dei nuovi valori, in modo analogo al medioevo. Il fatto stesso che si presentasse un partito portatore di una verità, di istituzioni che dovevano determinare la condotta dell'azione a dispetto delle opzioni diverse delle coscienze, lo spregio metodico per il convincimento di coscienza di fronte ai verdetti istituzionali, tutto questo era ancora Medioevo, era il riaffiorare nell'epoca critica delle nostalgie organiche dell'epoca medioevale. Le ideologie erano una forma laicizzata della nostalgia organica.
Ma noi oggi viviamo proprio nella dissoluzione delle ideologie, per cui forse ha ragione chi scrive che il Medioevo finisce soltanto oggi. La crisi delle ideologie con la pretesa di essere esse capaci di dare un ordine al mondo è crisi ulteriore e definitiva dell'epoca organica. Io credo che oggi la saggezza ci impone di considerare la crisi non come un transito, un passaggio da una prima epoca organica ad una futura epoca organica, ma ad un modo permanente di esistere dell'uomo. La crisi non è un transito, è un modo di essere, e forse il modo di essere definitivo. Durante l'epoca critica, che abbiamo vissuto, questa pretesa ideologica ha utilizzato a proprio vantaggio la potenza della tecnica. La tecnica è stata incaricata, come una specie di sacra alienazione, di provvedere alla felicità futura dell'uomo. La coscienza occidentale è stata viziata dal presupposto positivistico che la felicità dell'uomo non è in mano agli dei, ma è in mano alla macchina, in mano allo sviluppo tecnico ed il progresso scientifico avrebbe da solo sgombrato la coscienza dell'uomo dalle tenebre della superstizione. Il moltiplicarsi della ricchezza sulla terra avrebbe finalmente cancellato i margini della miseria, nonostante nel frattempo ci fossero stati fenomeni terribilmente disumanizzanti, come l'urbanesimo, come le terribili periferie delle città tecnologiche, l'ottimismo ottocentesco. Di fronte a questi disguidi del progresso si rispondeva dicendo che essi sarebbero stati riassorbiti al tempo giusto. Come in un momento critico della nostra società italiana ricordo ciò che disse un uomo, per altri versi ammirevole come Luigi Einaudi, e cioè che la disoccupazione in Italia era una cosa triste, ma era un semplice fenomeno di margine del processo, che il processo avrebbe riassorbito per conto suo. La fiducia che lo sviluppo tecnico, abbandonato alla logica della libera concorrenza, avrebbe eliminato l'infelicità dalla terra era una fiducia seria nell'800, era una fiducia religiosa. E d'altronde in questa oggettivazione della coscienza cadeva anche il marxismo - che per altri versi contestava la cieca fiducia del liberalismo economico, perché anche il marxismo era convinto, almeno un certo marxismo di tempra positivistica (non quello del Marx dei testi che oggi si stanno riscoprendo), era convinto che la rivoluzione liberatrice del proletariato sarebbe avvenuta per puro processo meccanico nel momento stesso in cui la cura del capitale in poche mani avrebbe determinato in contrapposto un'estorsione terribile del proletariato misero, allora per lo sbilanciamento meccanico il proletariato avrebbe spossessato il piccolo gruppo dei detentori del capitale. La rivoluzione era vista come un futuro meccanicamente prestabilito. C'è una alienazione della coscienza in nome del primato della macchina, dico della macchina per dire del progresso che la macchina per conto suo con i modelli nuovi di esistenza che introduceva e col moltiplicare la potenza dell'uomo avrebbe realizzato. E' la fase messianica della macchina.
Noi oggi ci troviamo, lo diremo subito nell'ultima parte del discorso, in una crisi radicale, di questa fiducia ottocentesca, la chiamo ottocentesca, ma c'è anche nella coscienza dell'uomo moderno, la quale anch'essa va sottoposta a critica, dirompendo la contrapposizione dei due tipi, l'uomo moderno ed il cristiano moderno, perché alla radice essi sono legati alla stessa crisi. Alla fine la distinzione stessa diventa scolastica ed astratta.
Sarà più facile invece risolvere in conclusione il discorso così: in che modo un uomo moderno credente può ripensare la propria fede in base alle esigenze dei tempi nuovi. Perché io mi sento totalmente uomo moderno come il cosiddetto uomo moderno non credente perché la mancanza di fede non dà nessun titolo, come dire, di prestigio, di modernità.
Purtroppo molte volte capita che il credente si distingue proprio per la sua incapacità di saper accogliere le esigenze del tempo, ma questo non è un portato della fede, come sto dimostrando, ma è il portato di una certa storia che dobbiamo rapidamente liquidare in noi e nelle istituzioni che sono fuori di noi, senza di che la modernità diventerà soltanto una velleità retorica.
1.- Correlazioni tra messianismo laico e nostalgie cristiane restauratrici
Ora durante questa fase critica, che è la fase nella quale si sono formate le componenti della coscienza cristiana del tempo nostro, hanno agito con particolare forza alcune correlazioni all'interno dell'area della cristianità. Vorrei fissare bene queste correlazioni a cui farò riferimento anche nella fase conclusiva. La prima correlazione è tra, da una parte, un messianismo laico, il messianismo laico del mondo moderno, e, dall'altra parte, una nostalgia cristiana restauratrice. La nostalgia della restaurazione ed il messianismo laico sono due componenti caratteristiche della modernità. È un paradosso che davvero ci sembra incredibile, se non cerchiamo le spiegazioni storiche dei fatti, che la visione messianica del mondo contenuta nella rivelazione biblica in quegli anni in cui ha avuto origine la civiltà industriale, è trapassata dal contesto biblico al contesto laico. C'è stata una trasposizione dell'impulso messianico in rapporto al mondo dall'interno delle istituzioni cristiane alla coscienza laica, per cui la coscienza laica ci sembra più cristiana degli uomini ubbidienti alle istituzioni cristiane.
È un paradosso che mi sia capitato di provare più emozione cristiana nel leggere le pagine di certi grandi anticlericali dell'800 che di certi autori pii dello stesso tempo.
Perché, che cosa è avvenuto? È avvenuto che le istituzioni si sono sentite in dovere di restaurare un ordine che stava crollando, identificato con l'ordine cristiano che era in realtà soltanto un ordine di precisa origine storica, affatto legato in modo indissolubile all'annuncio del Cristo. La difesa di quell'ordine costituito rese le istituzioni del tutto incapaci di sentire il momento messianico dell'umanità, per cui le coscienze aperte al tempo nuovo furono immediatamente rigettate dalle istituzioni. La forza messianica dei grandi movimenti di popolo dell'800 si è sviluppata in gran parte al di fuori di ogni riferimento all'istituzione, anzi, molto spesso, sotto i fulmini delle scomuniche.
È uno scandalo che dobbiamo tentare di spiegare, perché è uno scandalo che ha qualcosa a che fare con la coscienza cristiana d'oggi: oggi si reagisce in tanti modi a quello scandalo, o ratificandolo ancora con ostinato spirito di conservazione oppure inibendolo, diremmo con una specie di furia freudiana, e simulando spregiudicatezze eccessive, rifiuti eccessivi della tradizione. Anche queste fughe troppo spasmodiche indicano una schiavitù interiore. C'è un certo modo cattolico di fare del progressismo che rivela un'antica forma di schiavitù spirituale. La correlazione tra messianismo laico e nostalgia restauratrice cristiana è una correlazione che ha guidato in gran parte la storia delle istituzioni cristiane fino ad oggi. Possiamo anche fare, dato che il mio sguardo, secondo il programma che ho stabilito, è autorizzato a fermarsi preferibilmente all'ambiente italiano, possiamo riferirci per esempio, al comportamento dell'istituzione di fronte ai problemi dell'indipendenza politica, del liberalismo politico; in fondo, oggi, anche la chiesa ufficiale li considera come movimenti in sé positivi con quella saggezza postuma che le istituzioni hanno quando proprio dire il contrario significa cadere nella stoltezza più imperdonabile. Ma a noi resta da capire perché in quel tempo a comprendere il futuro dell'uomo fu non la chiesa ma la coscienza laica. È un paradosso per chi crede, come io credo, che nella parola del Signore è contenuta una forza di liberazione permanente. Io trovo una smentita a questa mia certezza in quel momento storico, sono obbligato a spiegarmelo e me lo spiego proprio con questa preoccupazione della chiesa di restaurare un ordine che poi era un ordine troppo omogeneo al suo spirito di potere. L'ordine della società organica era una copertura ideologica del potere terreno della chiesa. Il messianismo laico aveva una forza enorme di liberazione umana, ma esso era quasi ignaro dello sue origini bibliche, delle sue matrici bibliche ed evangeliche sebbene qua e là anche allora ci fossero, come lo stesso Saint-Simon, sia pure a volte in forma del tutto utopistica e, così, sognante, ci furono molti che riconoscevano la matrice evangelica di questi movimenti. Lo stesso Rosmini, che era uomo del tutto alieno dagli aspetti così tipici dei sognatori romantici, nelle "Cinque piaghe" indicava, sia pure in maniera delicatissima, che nei movimenti popolari di rivoluzione si nascondeva un profondo bisogno evangelico.
2.- Correlazione tra laicismo ideologizzato e nostalgia cristiana restauratrice
Una seconda correlazione è tra il laicismo ideologizzato e le forme competitive della chiesa. Mi spiego, anzi per dare uno specchio scolasticamente comodo dirò che questa tendenza di nostalgia restauratrice ebbe il suo culmine con Pio IX, con il "Sillabo" in cui fu dichiarato apertamente che non era possibile nessuna conciliazione tra civiltà moderna e chiesa. E Pio IX continuò a scrivere lettere rivolte ai principi cristiani anche quando ormai i principi cristiani traballavano tutti, perché nell'ordine cristiano non era concepibile se non il principe cristiano. Fu col papa successivo, con Leone XIII, che si entrò in un nuovo tipo di correlazione. La correlazione del rapporto competitivo col mondo moderno, con le ideologie laiche del mondo moderno.
Quindi si venne a riconoscere che ormai l'ordine organico era non più restaurabile in qualche modo, però da parte della coscienza ecclesiale, nel suo pronunciamento magisteriale, si riteneva che la chiesa fosse in possesso di risposte alle attese dell'uomo, risposte uniche vere che dovevano debellare le pretese delle ideologie di ispirazione non cristiana, come la ideologia liberale e la ideologia socialista. Si venne elaborando perciò una ideologia cristiana della società detta, con parola più pulita, "dottrina sociale cristiana" con la quale si invitavano le forze cattoliche ad entrare nell'arengo della lotta politica contrapponendo ad affermazione ideologica affermazione ideologica. È l'epoca dei movimenti cattolici sociali che naturalmente hanno avuto un valore, ma che portavano in sé l'ipotesi che fosse possibile sostituire le risposte elaborate dalle ideologie moderne ai problemi del mondo in crescita con delle risposte cristiane. È una correlazione che ci ha formato profondamente.
Del resto esistono ancora oggi, nella chiesa cattolica, dei movimenti che sono nati secondo questa ispirazione, come le ACLI, che pure hanno ormai in sé la percezione del tempo nuovo, prodotto di un'epoca in cui si presumeva di contrapporre a forze obbedienti ad una certa ideologia, forze obbedienti alla dottrina sociale della chiesa.
Così ogni paese si spaccava in due parti, si veniva a creare una configurazione anche sociologica fortemente differenziata. Il movimento cattolico con le sue strutture, i suoi centri, le sue centrali ed il movimento socialista, comunque laico; le forze laiche che riaffiorano in questi giorni per il problema del divorzio; in fondo per chi vive nella coscienza che io cerco di descrivere ed a cui voglio arrivare, tutte queste beghe sono molte antiche, sentiamo puzza di morte in tutte queste cose e voglio dire, per chi avesse problemi di divorzio, se viene da me in privato, ho soluzioni più radicali. Si tratta di problematiche ottocentesche, giurisdizionalistiche che naturalmente, siccome nella coscienza sopravvive il passato, sono rispondenti alla coscienza oggi vigente, ma, come ho detto all'inizio, io non riconosco a questo tipo di coscienza la capacità di rappresentare il futuro del mondo. Le descrivo, ne prendo atto, ma collocandomi in prospettiva io non dò a queste coscienze nessun privilegio fse non quello di essere preso in considerazione. La coscienza dell'uomo moderno a cui mi riferisco e del cristiano moderno, come vedremo, è formata diversamente.
3.- Crisi delle ideologie e accettazione del dialogo da parte della Chiesa
Con Pio XII si chiude questa epoca del cristianesimo competitivo la cui fisionomia sul piano storico è una risposta ideologica ai problemi del tempo e con papa Giovanni si entra in un periodo che sembrava destinato a durare molto, ma che si rivela invece come il periodo della crisi. Lo chiamerei il periodo della crisi delle ideologie, le ideologie si svuotano. Ricordate quel bel passo della "Pacem in terris" in cui Papa Giovanni distingue le ideologie e i movimenti storici: altro sono le ideologie sempre uguali a se stesse, altro sono i movimenti storici che nel loro processo mutano radicalmente le ideologie; era un modo nobile e alquanto distaccato di riconoscere quello che ormai 1a cultura del tempo già riconosceva, che le ideologie sono alla fine. La pretesa delle ideologie di avere una configurazione, una rappresentazione del mondo di domani è una pretesa inconsistente. Per cui c'è una specie di collasso del dogmatismo ideologico del mondo moderno. Da parte della chiesa c'è la disponibilità al dialogo, l'accettazione del dialogo come modo d'essere nel mondo moderno. Io sono di quelli che hanno salutato con gioia questo momento e che considero ancora con gioia la realizzazione di questo momento, però lo considero un momento di pura transizione. Io per anni ho fatto discorsi sul dialogo e sono convinto, e lo ripeto, che storicisticamente parlando questo discorso ha ancora valore, ma siccome io mi sono collocato nel taglio che vi ho preannunciato in prospettiva volta al futuro trovo che anche in questo rapporto, tra un mondo disedeologizzato, tra quello che è il deserto ideologico del mondo moderno come s'era già detto e l'apertura della chiesa al dialogo, c'è qualcosa di equivoco che va smascherato.
Vediamo allora in che modo va smascherato.
Passo così al mio terzo punto. La coscienza dei cristiani che noi siamo, porta in sé le tracce di questa storia che ho sommariamente descritto. Non solo la coscienza, ma anche le strutture della chiesa, le istituzioni, le forme pastorali della chiesa portano tracce di questi fatti, di queste correlazioni che hanno comandato il corso storico della comunità cristiana. Possiamo fare alcune esemplificazioni che sono estremamente attuali e di fronte alle quali le coscienze cristiane infatti sono del tutto disperse ed incerte.
il concordato
Prendiamo ad esempio il concordato: se vogliamo dare al concordato una spiegazione non di superficie, ma innestata negli spessori storici, dobbiamo riconoscere che è stata la forma con cui la società borghese, tecnologizzata, che aveva tentato di emarginare nel suo momento di laicismo sicuro la chiesa dal suo ruolo di "religio societatis", di religione della società, di religione ufficiale della società, quale era stata invece nell'epoca organica la chiesa, questa società borghese nel momento in cui si è sentita in crisi, nel momento in cui le contraddizioni che essa ha aperto dentro sé stessa la minacciavano, essa ha ricercato un aiuto nelle nostalgie restauratrici della chiesa. I concordati sono nati sempre in clima di borghesia decadente. Le borghesie sicure, come quelle della Francia, e quella americana, non hanno mai proposto concordati. C'è il caso che li propongano tra poco perché appunto, quando c'è la crisi allora c'è la ricerca di tutti i supporti ideologici che garantiscano la sopravvivenza. Durante il fascismo, e il fascismo non è che una espressione della crisi della borghesia italiana che si sentiva minacciata dall'accerchiamento proletario, la borghesia italiana, di matrice sufficientemente laica, si è trovata disponibile per un accordo con la chiesa, nel quale accordo da una parte la società borghese chiedeva la legittimazione o l'accettazione del suoi metodi autoritari e dall'altra parte la chiesa recuperava aspetti e forme della sua presenza nell'epoca organica come religione della società; essa poteva soddisfare la nostalgia restauratrice. Il concordato, infatti, prendiamo alcuni aspetti, garantisce ai preti il privilegio dell'esenzione dalla vita militare, dall'esercito, ed io forse sono cui questa sera perché quando avevo vent'anni ed i miei compagni d'infanzia andavano a morire in Russia, io ero in seminario, ovattatissimo e tranquillo: il concordato mi ha salvato, forse può darsi che no, che davanti a Dio io proprio per questo sia soprattutto peccatore, per essere stato un privilegiato. E così l'ora di religione nelle scuole e una presenza privilegiata della chiesa, nella società.
Così il riconoscimento dato ai prelati della chiesa, ai principi della chiesa, addirittura analogo a quello dato ai principi del sangue. La borghesia quando decade come è capace di rivelare la propria anima medioevale! Guardate al fatto che i vescovi vanno a giurare in mano al presidente della Repubblica. Insomma ci sono forme di teocrazia che la chiesa è riuscita a ristabilire di fronte alla società borghese in pericolo e che la società borghese ha concesso, perché, in fondo, quello che soprattutto interessava la società borghese veniva salvato. Cosa interessava? Interessava il sopravvivere dell'economia di profitto, la copertura della struttura economica tipica dell'epoca borghese. Infatti lo vediamo ad esempio che quei movimenti laicisti che nell'800 erano rabbiosamente anticlericali oggi sono disposti a tollerare il concordato perché hanno paura di aprire la guerra religiosa, ma in realtà perché hanno paura, e penso qui a certi partiti, perché han paura che se la chiesa non sostiene l'ordine costituito, si acceleri una possibilità rivoluzionaria. Il discorso sul concordato è ricco di risvolti e forse andrebbe fatto con serietà ed obiettività, meno rapidamente di quello che io faccio, comunque a me pare che siccome il concordato ha caratterizzato la nostra formazione cattolica, dobbiamo riconoscere nel condizionamento che ha avuto il concordato e tutto ciò che al concordato è congiunto nella nostra formazione, è il riflesso di questa nostalgia restauratrice che ha governato l'esistenza della chiesa nell'epoca della crisi.
E' curioso l'episodio che quando Napoleone fece il concordato, perché fu lui ad inventare le cose, e Napoleone, Costantino, Mussolini, sono tutti un po' rassomiglianti, la chiesa di allora persuase anche l'imperatore d'Austria ad abbandonare il titolo di imperatore del sacro romano impero, che era diventato un brandello, che però serviva, tutto sommato, a dare una parvenza di attualità all'antica istituzione sacrale che considerava nel cristianesimo la religione ufficiale.
Quando poi Napoleone prese il posto d'imperatore del sacro romano impero egli garantì alla chiesa privilegi analoghi a quelli che essa poteva avere nel medioevo e questo istinto è ritornato continuamente. A me pare, ecco una prima acquisizione, che una coscienza cattolica, che ancora non abbia vinto in sé queste nostalgie, non è in grado di rispondere alle attese dell'uomo moderno.
È in grado di contribuire alle disperazioni dell'uomo moderno, perché l'uomo moderno è alla ricerca di una liberazione, lo diremo concludendo, da tutte le forme di condizionamento e di dipendenza ed in fondo questa coscienza ancora riesce a vedere nella chiesa soltanto una istituzione che aumenta la schiavitù umana.
Invece che essere un segno di liberazione, vi trova un segno di schiavitù, ed io trovo nei giovani d'oggi, nella loro allergia ad accettare un insegnamento od una presenza della religione dentro strutture autoritarie una protesta profondamente evangelica. Ma tanti, forse non dico qui, ma anche qui, si scandalizzano di queste mie parole. Eppure io sono convintissimo e devo rendere testimonianza alla mia certezza che per parlare all'uomo moderno nella sua punta emergente dalla schiavitù del passato, nella sua tensione verso un futuro più umano, bisogna liberarci da questo condizionamento.
la liturgia arcaica
Il concordato è solo un simbolo, perché ci sono molte altre forme nelle quali si dimostra che molte coscienze cristiane identificano il cristianesimo come un ordine costituito che sta alle nostre spalle, che sta nel passato, con una tradizione in cui tutto rientra, la lingua latina, la liturgia arcaica, le chiese gotiche, e via via. Anche uomini di cultura, lo abbiamo visto dai giornali, rimpiangono quel cristianesimo, quel latino, perfino dei miscredenti, perché i miscredenti hanno una loro storia, correlativa a quella dei credenti. Sarebbe interessante fare una storia del laicismo perfettamente correlativa alla storia della coscienza cristiana. Ci sono dei laicisti così legati alla loro inimicizia funzionale, sottolineo l'aggettivo, con la chiesa restauratrice che nel vedere che la chiesa non è più restauratrice s'arrabbiano, perché perdono il loro principio di identità. Le nostre identità sono dialettiche quindi un anticlericale vecchio tipo non trovando dinanzi a sé uomini della tempra di Pio IX rimane deluso o protesta e vuole anche lui il latino in chiesa, per poter dire che la chiesa è una cosa antica, se no lui perde l'identità di se stesso. E quanti preti aiutano queste soddisfazioni illecite!
Ci sono poi nella nostra coscienza cristiana dei riflessi, delle strutture, delle tendenze, che invece sono riferibili a quella fase che è chiamata della competizione. La fase in cui sono state elaborate dottrine sociali che possono avere avuto una forza liberante, se si considera il tempo.
Non dimentichiamo che quando Leone XIII osò dire all'episcopato francese, che poi divenne così progressista qualche decennio dopo, che, in fondo, se ormai c'era la repubblica in Francia, era inutile sognare che tornassero i Borboni, fu quasi considerato un mezzo eretico dai vescovi francesi.
Semplicemente con il fatto di prendere sul serio i problemi dal mondo moderno, la libertà, la questione sociale con la "Rerum Novarum", la filosofia con la "Aeterni Patris" e via via, le encicliche di Leone XIII aprono la storia della dottrina sociale della chiesa.
Già l'aver preso sul serio i problemi del mondo moderno sembrò un fatto estremamente rivoluzionario ed i movimenti cattolici si sono organizzati attorno a queste direttive di dottrine sociali. Noi vediamo che oggi la nostra coscienza, la coscienza di molti cattolici si trova smarrita perché questa dottrina sociale non è più credibile nemmeno da parte del magistero. Paolo VI nella sua "Octogesima adveniens" del maggio scorso, che commemorava l'anniversario della "Rerum Novarum" dichiarava che ormai la chiesa istituzionale di fronte a problemi così nuovi posti dal mondo non ha risposte da dare.
Non tutti hanno sottolineato l'importanza storica di questa frase: ora un modo di riconoscere, dimesso, tortuoso, che ormai la possibilità della chiesa di porsi di fronte a problemi e di dare la risposta ideologica è finita. Però quanto sembra facile a persone di una certa emancipazione interiore, ma per molti cattolici è uno smarrimento: né ci dobbiamo meravigliare. Molti sono cresciuti al canto di "Bianco fiore", molti sono cresciuti, quelli della mia età, al canto di "Bianco Padre che da Roma ci sei meta, luce e guida". Non possiamo poi gettare su questi atteggiamenti un sorriso sprezzante, si tratta di fasi della nostra coscienza che si sono incarnate in noi; il processo di liberazione è delicatissimo, però è improrogabile, questo è il fatto. Quindi la coscienza cattolica che ancora sogna battaglie del genere, che dice ancora "noi cattolici", distinguendosi dagli altri, è una coscienza che ha una datazione molto arretrata. Non è in linea coi problemi che pone l'uomo moderno ed anche questo è grave constatarlo.
oltre il dualismo chiesa-mondo
E finalmente ci sono coscienze, più sveglie, più progressiste che portano tutti i segni dell'epoca del dialogo col mondo moderno. Qui qualcuno dirà: qui finalmente ci siamo.
Secondo me non del tutto. Perché, vedete, sotto l'idea del dialogo fra la chiesa e il mondo moderno si nasconde il presupposto infondato che le due realtà abbiano una identità separata: che il mondo moderno e la chiesa siano veramente separabili, da porre l'uno davanti all'altra, come se la chiesa avesse una struttura da considerare già data. In qualche modo, sotto il progetto del dialogo si nasconde l'intenzione riformistica di preservare la chiesa come è, di farla adatta al dialogo: per cui abbiamo il papa che va all'ONU, il papa che parla con i capi, ormai anche con quelli di oltrecortina, ormai si prepara anche un contatto con Pechino. Potrebbe dire qualcuno che cosa voleva di più? appunto va benissimo, però voglio qualcosa di diverso. Non dico io voglio, io sono convinto che il momento storico che viviamo chiede alla chiesa qualcosa che molti non sospettano nemmeno: di rimettere in questione la propria identità storica. E dico la propria identità storica, sottolineo l'aggettivo: si tratta di ritrovare la propria identità nella parola del Cristo, e quindi di sottoporre la propria fisionomia storica al giudizio critico con cui l'uomo moderno sottopone al giudizio critico se stesso e le proprie strutture.
L'uomo moderno che si interroga se una struttura è conforme alla giustizia o no, ha criterio ormai per giudicare, ha tipi di analisi, la chiesa deve applicarli a se stessa. Se la chiesa predica la giustizia e parla di giustizia col mondo moderno innanzitutto deve chiedersi se la sua struttura, corrisponde alle esigenze che la coscienza moderna ha maturato . Se no essa non è in grado di sostenere nessun dialogo, essa è sottoposta al giudizio dell'uomo moderno. È un giudizio grave. Se, ad esempio, si constatasse che molte espressioni teologiche non sono altro che ideologie di giustificazione, di razionalizzazione della propria presenza storica della chiesa, la chiesa è inutile che predichi, l'uomo moderno non l'ascolta ed il torto non è dell'uomo moderno ma della chiesa che pensa o fa pensare di parlare di Cristo, ma in realtà giustifica se stessa, mira a giustificare se stessa. Ormai l'uomo moderno esige dalla chiesa questa resa dei conti e la chiesa deve essere pronta a darla. Per molti sembra morte, ma appunto perché la loro fede risponde alle due fasi precedenti o se volete anche solo alla terza fase, a quella del dialogo.
Ma se noi superiamo la stessa credibilità del dualismo chiesa-mondo e risaliamo ad una nozione di chiesa che coincide con la nozione del mondo, con la nozione del genere umano, se noi sappiamo, cioè, che il progetto di salvezza di Dio è un progetto che riguarda il genere umano e che la chiesa nasce all'interno di questo progetto, è al servizio di questo progetto, non come realtà data, ma come espressione emergente di un progetto il cui termine immediato è il mondo, allora l'unico modo della coscienza cristiana per essere se stessa è di essere coscienza d'oggi che si riferisce alla promessa di Cristo, che ritrova il senso del proprio futuro nella Parola di Cristo. Quindi la, chiesa non diventa struttura istituzionale su cui la coscienza modella se stessa prima di confrontarci col mondo, la chiesa è la stessa comunità dei credenti che.. essendo l'espressione di un mondo in cammino si illumina alla parola del Cristo e ritrova la suprema identità propria nella parola del Cristo.
Perciò noi siamo arrivati ad un punto discriminante, è mia convinzione, nel quale le tre fasi descritte sono finite, anche se esse sopravvivono nella coscienza, ed andiamo verso un tempo nuovo. È di questo tempo nuovo che devo parlarvi in quest'ultima parete.
B - VERSO UN TEMPO NUOVO
Nel pensare a quello che sto per dirvi mi sono reso conto che il mio dovere è quello di essere il più possibile chiaro, a costo di essere schematico, di perdere d'efficacia.
Dunque, noi ci troviamo negli anni 70 in una svolta critica non della Chiesa, ma della società, in genere. Questa svolta critica consiste in questo, che lo sviluppo tecnologico, in questi ultimi venti anni circa, ha prodotto dal suo interno un trapasso imprevedibile che lo pone di fronte ad una alternativa apocalittica. È il trapasso della seconda rivoluzione industriale. Cos'è questo trapasso? In che consiste questo trapasso? Qualcuno di voi che è più uso a certe letture sociologiche capirà bene quello cui alludo. Cercherò però di chiarire, per chi non fosse informato, in maniera un pochino scolastica, questa congiuntura nuova della rivoluzione tecnologica di cui vi ho parlato stasera.
la rivoluzione tecnologica
La nuova rivoluzione tecnologica consiste nel fatto che l'applicazione alla tecnica dell'energia atomica, la diffusione dei metodi cibernetici nei sistemi produttivi, non solo, estendono il modello tecnico dall'area puramente produttiva a tutta l'area della vita sociale, ma anche creano una organizzazione tecnologica così vasta ed anonima nella quale tutti si proletarizzano: abbiamo il processo della proletarizzazione universale. Mentre nel modello ottocentesco della rivoluzione avevamo i capitalisti, i tecnici, gli intellettuali che vivevano nella sfera del privilegio ed i proletari che erano appunto gli uomini della fatica bruta che vendevano il loro lavoro con un compenso di fame o comunque con un compenso che lasciava larghi margini al profitto illecito, noi oggi ci troviamo di fronte ad una realtà che cambia continuamente e non può essere giudicata con vecchi schemi. Infatti, primo, la tecnica ci insidia dovunque ormai. Nella vecchia rivoluzione, e noi siamo stati dei testimoni, avevamo sfere di vita privata intatte: così c'erano tradizioni culturali, alquanto arcaiche, patinate d'antico, ma in cui tuttavia una certa immagine di libertà dell'uomo traspariva: i rapporti intersoggettivi erano ancora rimessi all'inventiva, l'esigenza di comunità trovava luogo per realizzarsi, ma la tecnica ha invaso totalmente le sfera della nostra vita che noi vediamo radicalmente condizionati. Anche i nostri modi di pensare sono ormai guidati dai mezzi di comunicazione, dalla logica del sistema che giustifica se stessa continuamente. La cultura che ci viene data è una cultura di integrazione, di assuefazione ad un sistema che ci strumentalizza. Nato il sistema all'interno di un'economia di profitto, nel quale non la macchina era per l'uomo, ma l'uomo per la macchina, adesso noi troviamo che la macchina ha generato dei modelli di sé che non hanno consistenza materiale e tangibile, ma hanno l'invincibile o sottile forza di persuasione dei modelli psicologici, delle suggestioni di massa, degli emblemi di vita. Noi vediamo ormai che la logica della società produttiva tutto domina: anche la cultura è asservita pienamente a questo dominio, anche l'intelligenza si fa incline a servire questa megamacchina, di cui parla lo psicologo Erich Fromm, questa macchina universale ed anonima che non ha più volto. In Italia abbiamo ancora alcuni capitalisti, di cui si può fare il nome, ma direi veramente che è feticistico l'odio per Angelli, perché nessun capitalista è il diavolo: il diavolo è il sistema.
La disumanità non è tanto nell'uomo che tiene la leva del sistema, è nel sistema di cui anche il capitalista ormai è schiavo: perché, oltre a trarne dei vantaggi personali, in fondo è anche lui modellato sulla logica del sistema. Questa estensione del sistema, fino ai penetrali in cui si elaborano le decisioni della vita ed i giudizi critici sul mondo, è un fatto nuovo ed è terribile perché l'impressione dell'integrazione progressiva fa a volte paura. Lo vedo nel confronto stesso dei giovani: questa integrazione è paurosa e produce in sé la negazione di se stessa. Perché lo sviluppo tecnico della società esige ormai degli operatori che non siano più i prestatori di forza bruta, ma siano qualificati dalla competenza. I lavoratori non qualificati servono sempre meno: ci vuole la competenza. Naturalmente la preoccupazione del sistema è che questa competenza si sviluppi senza troppo spirito critico;quindi una competenza intelligente, ma asservita, per cui vediamo, poiché lo stato non dà più garanzia di fornire dei tecnici docili, che le grandi industrie fanno le scuole per proprio conto, per farsi i propri seminaristi... Gente che serve, docile, che non abbia dentro contaminazioni. In realtà lo sviluppo della competenza mette in moto nella ragione la componente critica, per cui la necessità di avere a gestire la grande macchina tecnologica degli uomini competenti si capovolge nella presenza sempre più numerosa, dentro il sistema, di una ragione critica.
Il sistema nega se stesso: da una parte promuove nell'uomo la responsabilità direttiva, perché la macchina non va avanti senza una competenza di pilotaggio; dall'altra parte il sollecitare questa competenza significa promuovere nella coscienza la reazione critica al sistema ed abbiamo infatti l'allargarsi enorme del diritto critico sul sistema. Allora questa divaricazione è il segno di una crisi destinata ad aumentare e sappiamo che questa divaricazione non tocca semplicemente alcune sfere della società tecnologica moderna, la investe totalmente. Anche le vecchie divisioni ideologiche sono piuttosto relative. Sentiamo qui che la discriminazione passa ormai non da ideologia ad ideologia, ma da tipo di organizzazione di società a tipo di organizzazione di società. La tecnologia totalizzante, di cui noi siamo fieri creatori e insieme disgraziate vittime, si trova ad un bivio apocalittico perché una delle due, o l'uomo moderno riuscirà a riafferrare il processo per farne un momento integrante della propria liberazione oppure il processo stritolerà sempre di più
l'uomo rendendolo a una dimensione, secondo la frase disperata di Marcuse, e preparando la propria esplosione di cui il punto atomico è come il simbolo sacramentale. Noi siamo qui a questo bivio apocalittico. E la nuova generazione sente il bivio apocalittico. Un tempo totalmente nuovo. Diceva il Concilio, e forse quando fu scritta la frase non ci si rendeva conto bene di cosa significasse: "A tempi nuovi occorrono uomini nuovi", diciamo coscienze nuove. Noi cristiani siamo coscienze nuove? Abbiamo noi questa capacità di porci di fronte ad un mondo che ha figura nuova e che aspira ad un futuro diverso, non solo con la prontezza di servizio, ma anche con ricchezza di sollecitazioni critiche e di anticipazioni profetiche? Che deve fare la chiesa oggi per una coscienza cristiana? Questa è veramente la conclusione a cui volevo arrivare.
Come sappiamo agli uomini con cui io amo confrontarmi, e dico io soltanto per riassumere modestamente le mie responsabilità, ma voi capite che è nella logica del mio discorso che secondo me così deve essere oggettivamente per tutti, secondo il mio punto di vista, non sono tanto gli uomini che ci trattengono ancora nelle vecchie dispute legate alla fase che oggi si è chiusa e simboleggiate in quelle correlazioni che ho esemplificato, ma sono gli uomini che si aprono di fronte al futuro, negando il sistema presente, cioè la coscienza dell'uomo d'oggi che per me porta in sé in qualche modo i segni del futuro, è la coscienza dell'uomo che nega il sistema in cui siamo o che ricerca un passaggio qualitativo ad un mondo diverso e siccome il passaggio qualitativo quando parliamo dell'uomo si ha solo quando si ha un passaggio a un di più di libertà umana io ho interesse solo per quegli uomini moderni i quali lottano e pensano in vista di una crescita nella liberazione dell'uomo.
Perché questa liberazione si è fatta improrogabile, ormai è chiaro che non la possiamo più affidare alla macchina; nessuno venga a dirci che la scienza libererà l'uomo da tutto, nessuno ci crede se non appunto la mentalità ottocentesca che c'è anche tra i miscredenti. Nel passato bastava essere miscredenti per darsi aria da uomini moderni, ma la miscredenza puzza di vecchio anch'essa quando si motiva in certo modo. Ormai l'uomo moderno, autenticamente uomo, sente la preoccupazione che dovrebbe esserci anche negli uomini politici, di riassegnare i processi tecnologici alla responsabilità morale dell'uomo sociale, dico l'uomo sociale, non tanto degli individui, dell'uomo della società, della comunità, la quale deve diventare il soggetto responsabile dei processi scientifici. Quindi c'è una istanza rivoluzionaria latente in questa prospettiva, che andrà elaborata diversamente per cui se non esiste la ideologia taumaturgica però è questa la frontiera su cui, a mio modo di vedere, i cristiani si devono spingere, è qui che si devono confrontare con gli uomini del loro tempo; perché qui il confronto diventa importante, perché allora il cristiano non avrà più bisogno di distinguersi dall'altro, non c'è più il rapporto fra il cristiano ed il non cristiano a livello ideologico, a livello istituzionale perché il cristiano è lui stesso uomo del suo tempo, con le sofferenze del suo tempo ed in più, con un riferimento alla profezia del Cristo che è in rapporto diretto con la storia che egli vive. Questa diversità non lo colloca fuori da una partecipazione totale al destino dell'uomo moderno, lo lascia dentro. Questa specificazione di fede dunque non è una specificazione che strappa, che traccia demarcazioni ideologiche - e questa è una tesi che secondo me dovreste molto sviluppare nello studio di quest'anno, - che è estremamente liberante.
C - LE ATTESE DELL'UOMO D'OGGI
l - L'UOMO D'OGGI CI CHIEDE DI RINUNCIARE A TUTTI I PRIVILEGI
Allora l'uomo d'oggi, o se volete il tempo d'oggi, se è quello che io ho detto, ci chiede, anzitutto, la rinuncia a tutti i privilegi che fanno sopravvivere nella società, nella comunità cristiana e nella coscienza cristiana, proprio tutte le forme di nostalgia dell'epoca medioevale e tutte le forme di cattura da parte della società borghese; quindi il privilegio deve essere respinto; ma non solo quello sancito dal diritto, ma il privilegio stesso che noi abbiamo nella nostra vita. Per esempio nell'ultimo sinodo che cosa può aver deluso molti di noi? È vero che il problema principale non era il celibato, ma era di sapere se noi come preti dobbiamo essere una casta separata, formata dalla casta stessa, dotata di norme di comportamento sociologico differenziate oppure dobbiamo essere uomini come gli altri, con in più un ministero che invece di distinguere o di segregare, immerge nel mondo.
provvedere a nuove forme di ministero da parte della comunità
Questa è la linea discriminante. Se il sinodo non è stato profetico è perché nel sinodo è prevalsa la nostalgia restauratrice. Nella coscienza sinodale hanno agito i complessi condizionanti del passato che ho descritto, salvo qualche apertura profetica. Ma ripeto a me questo fallimento significa ben poco perché tanto ormai, è chiaro, fa parte di questa nuova forma del tempo che si sta dischiudendo davanti a noi, che la presenza della coscienza cristiana non può essere più gestita dalle istituzioni, perché la gestione della coscienza da parte delle istituzioni è appunto l'elemento integrante di quell'ordine costituito che noi abbiamo ormai lasciato alle spalle.
L'ordine dell'uomo è l'uomo che se lo crea. E quindi anche nella comunità cristiana le nuove forme di presenza e perfino i nuovi ministeri nasceranno sicuramente per intima risposta di fede, come non lo so.
Con quali rapporti con l'autorità istituzionale non lo so dire, ma io sono convinto che, se - e per me questo è un "a priori" - la coscienza cristiana dovrà rispondere alle nuove attese dell'uomo essa dovrà anche provvedere, ad esempio, a nuove forme di ministero. Ecco di dove nasce l'ottimismo cristiano: non tanto dalle aperture delle istituzioni che oltre ad un certo limite non possono più vedere, quanto della improrogabilità con cui il mondo moderno bussa alla coscienza e la coscienza cristiana vera è quella che risponde, che non dice "permette, superiore, posso rispondere?", uno che fa così si ritiri, vada in foreria, cerchi un posto, è un imboscato. La coscienza cristiana è una coscienza che risponde, si compromette, senza che con questo dica di compromettere la chiesa.
la chiesa siamo noi
Perché che cosa è la chiesa che si compromette, dove sta, se la chiesa siamo noi, se la chiesa è, sia pure con tutta la integrazione necessaria dei ministeri apostolici, è la comunità credente, che in un dato momento, in un dato luogo, si sente interpellata dal mondo e risponde. Le risposte univoche che vadano così "dall'uno all'altro mar", e che servono a tutte le latitudini non sono più accettabili perché le situazioni del mondo sono così variate, così improvvise, che non si può elaborare la risposta della chiesa. Che significa? C'è la risposta della coscienza, della comunità cristiana individuata nello spazio e nel tempo. Quindi tutto questo presuppone una liberazione dai privilegi che sono segregazione alienante, prima esigenza: questo ci chiede l'uomo moderno. Sono sicuro che se noi rinunciamo ad un privilegio, noi, a parte che rispondiamo anche al Vangelo, dico rispondiamo all'attesa dell'uomo d'oggi.
Ricordo che dieci anni fa quando si vociferava che in Italia i preti si sarebbero tolta la tonaca, molte persone, anche serie, dicevano: "Dio mio! chissà questo popolo cristiano come si scandalizzerà"! In realtà la gente è capace di tollerare da noi ben altre cose purché ci veda al servizio degli altri. Su questo punto la gente è sempre più implacabile. Mentre ieri la gente rispettava un prete perché era prete, passava uno vestito paonazzo e la gente si inchinava, oggi la gente santamente se ne infischia. Per esempio, i giovani non hanno più nessun rispetto per l'autorità, il che fa paura a molti. Non voglio giustificare ogni irriverenza dell'autorità, ma certo è che l'autorità, che presume prestigio in nome del ruolo che svolge e non si guadagna il prestigio con la qualità del servizio perenne, questo tipo d'autorità lasciatela al mondo antico. Non esiste più.
E guadagnarsi la credibilità nel servizio è una fatica: perché per fare un prete basta pigliare un uomo, mettergli il cappello e la tonaca, poi fargli dire un po' di latino e si fa un prete; ma per fare un uomo che serva agli altri sul serio fino a sacrificare se stesso, qui veramente ci vuole il miracolo dello Spirito Santo ed io credo che questo ci chiede l'uomo d'oggi. Non di fare la vita del prete più comoda, ma piuttosto di modellarla sull'esigenza di un servizio che sia volto alla parola di Dio ed alla crescita, alla liberazione dell'uomo. Questo è il compito, secondo me, della comunità cristiana e della comunità del ministero.
2 - L'UOMO D'OGGI CI CHIEDE DI RINUNZIARE ALLA PAROLA DI DIO COME STRUMENTO IDEOLOGICO
Secondo; l'uomo moderno ci chiede di rinunciare ad utilizzare la parola di Dio come strumento ideologico. Su questo unto vorrei dire una parola soprattutto a quei giovani che tendono ad utilizzare il Vangelo magari in senso rivoluzionario. La parola del Vangelo è una parola di salvezza, di salvezza totale, essa non può essere identificata con nessuna ideologia, né di conservazione, né di rivoluzione. È certo che noi possiamo ancora cercare nell'immediatezza della congiuntura che vuole un cambiamento nel mondo una certa popolarità facendo del Vangelo una specie di libretto rosso di Mao, però in realtà in questa risposta troppo bruciata all'attesa del mondo noi lo deludiamo. Perché se io dovessi fare del Vangelo soltanto un'ideologia di rivoluzione veramente non avrei più nemmeno il fiato per proporlo agli uomini, perché c'è di meglio per fare le rivoluzioni. Se voglio sapere perché oggi è necessaria la rivoluzione, quale è la tecnica, io leggo altri libri. Il Vangelo è il messaggio di salvezza che attraversa il tempo, lo discrimina, suscita nella coscienza anche la necessità di cambiare il mondo, lo mette quindi in situazione di scelte che saranno certo scelte rivoluzionarie, però la scelta rivoluzionaria è la scelta che risulta da un tipo di analisi della società, che è analisi scientifica in cui io non sono diverso dagli altri: quindi non c'è una rivoluzione cristiana accanto ad una rivoluzione marxista, c'è semplicemente, se ci deve essere, una rivoluzione che obbedisce ad istanze scientificamente verificate. Il Vangelo deve essere un annuncio di salvezza, ma senza contenuti ideologici. Secondo me è un'attesa di quelle che Nietzsche avrebbe chiamato un'attualità inattuale, perché poco attuale: dire questo è poco rispondente alla epidemica sensibilità d'oggi ma son convinto che in realtà la coscienza attende questo, vuole sentire che il Vangelo sia qualcosa di diverso, non sia soltanto il libro con cui la chiesa teocratica giustifica il proprio dominio regale su questo mondo dicendo: "Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam", mettendo la tiara in testa ad un papa. Questo Vangelo certo era usato per giustificare un certo tipo di potere, di sacralizzazione dei ministeri che ha poco a che fare col Vangelo: ma nemmeno si può usare il Vangelo per giustificare i gruppi d'assalto o la guerriglia. Secondo me questo non è possibile. Quindi è un'attesa vera della coscienza moderna che deve trovare una liberazione dalle pretese totalizzanti della ideologia. Mi spiego: ogni ideologia tende a totalizzare la coscienza, ad integrarla in sé, ad abbracciarla totalmente ed ogni progetto rivoluzionario porta in sé una carica presuntuosa di definitiva salvezza dell'uomo.
Il Vangelo rappresenta il lievito critico dentro ogni scelta, la riserva trascendente dentro ogni progetto, la possibilità del domani l'altro quando prepariamo il domani. È la trascendenza continua per ciò che progettiamo nel tempo ed è insieme l'aspirazione per ciò che progettiamo. Il discorso sui rapporti tra Vangelo e scelta storica è un altro discorso necessario in una elaborazione di questa nuova coscienza del cristiano. E così dobbiamo anche rinunciare alle facili forme del dialogo tra chiesa e mondo moderno nelle quali si dissimuli l'intenzione della chiesa di restare come è, semplicemente di cambiar tattica, di passare al "fair play" alle "human relations"; così abbiamo la chiesa sorridente del dialogo. La chiesa deve passare attraverso un processo di autocritica, basato sul Vangelo e sulle attese dell'uomo. La chiesa dove mettersi tra Vangelo e l'uomo moderno e come in mezzo ad un arco voltaico lasciarsi bruciare. Che se vuole salvare se stessa e davanti al Vangelo dicendo che il Vangelo sì, ma anche Giustiniano conta, il Gregorio VII poi, e poi c'è il diritto canonico, allora ho già capito che essa si difende dalla fiamma del Vangelo con molto amianto. Così di fronte all'uomo moderno: il mondo moderno sì, i poveri sì, ma anche la chiesa ha le sue esigenze, poi bisogna sapere aspettare, ci vuole un equilibrio anche nelle scelte. Anche qui 1e preme l'uomo, ma le preme soprattutto salvare se stessa e magari andare verso il povero con una certa ostentazione demagogica. La chiesa deve lasciarsi bruciare: se è pronta a morire si salva, se si vuole salvare si perde. Questo è il discorso.
Il dialogo, perciò, deve essere sempre accompagnato da questa conversione della chiesa, conversione al Cristo e all'uomo. Quindi la stabilità della chiesa non ha un baricentro interno a lei, il centro di gravitazione della chiesa è fuori dalla chiesa: è il Cristo e l'uomo per cui essa è sempre squilibrata. Se essa presume di costruire una sua stabilità, essa ama se stessa ed avrà successo in questo mondo - ne ha avuti tanti - ma perderà la sua anima, in certa misura. Qualcuno mi ricorda che "le porte dell'inferno non prevarranno" perché la promessa di Dio radicalmente non sarà mai negata, ma storicamente essa può entrare in eclissi paurosa e forse siamo in una di queste eclissi.
3 - L'UOMO MODERNO CI CHIEDE DI RINUNZIARE ALLE FACILI FORME DI DIALOGO TRA CHIESA E MONDO
Quando la coscienza cristiana ha fatto questo processo di liberazione di sé e si presenta al mondo moderno con questa disponibilità, è in grado di esercitare un ruolo profetico.
La coscienza cristiana ha come suo specifico irrinunciabile ruolo, un ruolo profetico. Il ruolo profetico si esprime in due costanti: la prima è la negazione critica del mondo presente. L'uomo moderno s'aspetta dal cristiano non la giustificazione del mondo, l'affermazione che in fondo il mondo è buono, per starci meglio che si può, cercando di fare il proprio dovere secondo la morale costituita e secondo le leggi del diritto ma stabilite dall'autorità legittima, e poi fare anche semmai dei precetti della chiesa per garantirsi la felicità nell'al di là. Questa piccola morale borghese che ha fatto sempre comodo a tutti, ai vescovi, ai parroci, ai commissari di polizia, ai tiranni, questa morale non serve a niente. Non è altro che la sacralizzazione del buon senso ed il buon senso è la strutturazione della classe dominante. E' niente.
il vangelo come giudizio sul mondo
La coscienza critica è la coscienza che giudica col Vangelo il mondo, perciò essa è in strenua lotta col mondo, non si accomoda a questo mondo, non crea la piccola ascetica tanto per separare lo spirito dalle ricchezze esterne. Voi sapete che c'è una lettura del Vangelo omogenea al sistema che ha prodotto dei non sensi paurosi, come il discorso sulla povertà evangelica. Voi sapete che ne è successo. Così abbiamo commentato che la povertà di spirito di cui parla il Signore è il distacco interiore. Per cui uno, anche se ha i miliardi, ma il cuore distaccato, è povero! Siccome sapete, chi ha molti miliardi, in fondo, gli torna comodo non essere troppo attaccato alla ricchezza, allora i ricchi hanno trovato che il Vangelo è una gran dottrina perché mira alla vita interiore. È comodo! Noi dobbiamo riprendere il Vangelo nella sua carica di giudizio sul mondo: ecco la funzione profetica o critica ed anche anticipatrice. Perché se io ho la convinzione che nella parola del Signore c'è, diremo così, il destino dell'uomo, non solo nella sua condizione ultima, ma nella sua continua ascesa verso la liberazione, cioè nella parola del Cristo c'è anche, implicito, un modello di umanità che sarà l'ultimo evento, ma che attraversa tutti i tempi, per cui ripiegandomi sul Vangelo, in cui trovo il modello di uomo che è Gesù Cristo, non nel senso etico, ma nel senso dinamico, io ritrovo nella parola del Cristo i criteri per anticipare nella mia coscienza, le forme di libertà necessarie per l'uomo del futuro. Il Vangelo dischiude il futuro, non nel senso delle previsioni permesse dalla scienza. La scienza prevede il futuro, ma come fa? Proietta in avanti le condizioni presenti per cui il futuro è qualitativamente uguale al presente. Avete mai letto certe descrizioni fantascientifiche del 2000? A me fanno venire i brividi: non è che ci diano l'immagine di un mondo più libero, ci danno l'immagine di integrazione dell'uomo nella tecnica per cui veramente noi abbiamo l'impressione di un soffocamento. Per quel mondo lì io non spendo due soldi. Perché il mondo di domani sarà veramente più umano non quando avremo distrutto la macchina secondo alcune utopie regressive, ma quando veramente la macchina darà all'uomo una condizione di maggiore libertà, di maggiore autonomia, di maggiore forza di creatività e questa visione della liberazione dell'uomo ha una sua prefigurazione costante nella parola del Signore, nell'annuncio messianico del Signore.
La coscienza cristiana, ad un dato momento, deve non già costruire l'ideologia del futuro, deve cogliere, nel confronto tra l'uomo d'oggi ed il Vangelo, la necessità che l'uomo ha per essere libero, le possibilità storiche che emergono nella linea di incontro tra il presente e il futuro. Queste possibilità io le devo assumere nella mia coscienza di credente e criticarle, giudicarle e se esse rispondono alla promessa di liberazione che mi viene dal Signore, io le assumo anche come obiettivi della mia lotta storica. In questo non ho ancora compiuto un'elaborazione politica, mi sono preparato a farlo, ma questa scelta profetica è qualcosa che la coscienza cristiana deve compiere e che gli uomini d'oggi si attendono dalla coscienza cristiana. Possiamo vederli, per chiudere, alcuni simboli che sono emersi in questi ultimi anni nella storia del cristianesimo.
essere profondamente umani (Giovanni XXIII)
Noi abbiamo avuto, in questi ultimi 10 anni, degli uomini singolari, che forse non ci sono stati nella stessa misura di tempo, in nessuna altra epoca della storia: sono diversissimi, giudicabili in maniera diversissima, però tutti hanno qualcosa a che fare con la profezia della coscienza. Pensate ad un papa Giovanni, per parlare del segno più domestico, più accomodato alla nostra sensibilità tradizionale; egli ha toccato veramente il cuore degli uomini, ma non è stato la coscienza cristiana di fronte al mondo, è stata la coscienza umana perché il vero modo di essere cristiani oggi, è di essere profondamente umani, ma attraverso il Vangelo, non accanto al Vangelo, attraverso il Vangelo; mostrare che il Vangelo arricchisce, approfondisce la nostra umanità, e ci rende disponibili a lottare per un mondo del futuro diverso da quello del presente. E papa Giovanni aveva sulla sua fronte una luce del futuro, non c'è dubbio: noi siamo tribolati perché egli è stato un profeta. I profeti turbano il mondo, grazie a Dio: scompaiono le sicurezze. Se noi siamo qui stasera a parlare si deve a quel vecchio che sembrava ormai con un piede nella tomba ed invece aveva un piede sulle frontiere del futuro.
Così pensate ad un Luther King, per dirne un altro: un uomo che ha bagnato col suo sangue un grande sogno messianico. Si potrà discutere se la sua visione politica era esatta o no, ma in fondo è una emergenza evangelica e profetica ed egli ha ottenuto un consenso, a volte ambiguo, ma non importa, vastissimo: tutto il mondo è stato scosso.
O un Camillo Torres, per parlare di un altro, e perfino, in certi atteggiamenti, anche un Kennedy in certi suoi annunci delle frontiere del domani, della nuova frontiera, in una sua certa ispirazione dinamica, all'interno di un sistema che era più forte di lui ed infatti lo ha assassinato, è una figura profetica. Potrei continuare, ci sono dei viventi che meritano questo plauso. Noi vediamo che ormai emerge un nuovo tipo di coscienza cristiana di fronte a cui le critiche dei mazziniani dell'Ottocento o le critiche di Garibaldi, tanto illustri a volte contro i preti dell'epoca, o le critiche anche di Carlo Marx, sono tutte finite. Del resto il marxismo stesso rivede il proprio giudizio sul cristianesimo, perché anche quel giudizio era legato al contesto che ho descritto prima. Oggi non è più valido per colpire in modo mortale la fede nel Vangelo che non è fede religiosa, non "religio societatis", ma è invece annuncio profetico inesauribile.
Questo è, secondo me, il compito affidato alla coscienza cristiana. So bene che parole come quelle che ho detto, che nascono non da una improvvisazione, ma da una riflessione ormai lunga, mi pare che possano dare ad alcuni di voi almeno il conforto di questa certezza: se noi ci rifacciamo alla parola di Dio per ritrovare una liberazione dalla stessa nostra forma di vita religiosa, se prima di porci dinanzi al mondo, con esagitate volontà di eroismo, ci occupiamo a convertirci autenticamente alle esigenze del Vangelo, noi già con questo siamo sulla linea del mondo moderno. Il mondo moderno non possiamo configurarcelo secondo un paradigma comodo per poi fare un confronto, come il pugile che crea il burattino di gomma e poi picchia sapendo di vincere perché il burattino l'ha creato lui. Noi a volte ci facciamo un mondo moderno di comodo: il mondo ha cinque obiezioni ed io ho sei risposte e lo batto. No, il mondo moderno non ha un volto, è lo stesso uomo che abbiamo accanto e dobbiamo essere noi gli uomini moderni, non di una modernità frivola, dissipata, con cui il sistema ci seduce e ci inghiotte, c'è una modernità che è veramente vendita di sé al mondo e dobbiamo combatterla come la peggiore forma di schiavitù umana; la modernità è quella che noi costruiamo nell'esigenza di servire la liberazione dell'uomo e allora siamo sulla frontiera del domani e non dobbiamo chiedere a nessun anticlericale il permesso di considerarci moderni. Il discorso non lo facciamo nemmeno più, e avvertiamo che già il problema del mondo moderno è un problema sbagliato. Quel che conta è che la nostra coscienza sia in linea coi problemi del tempo e sia fedele alla forza profetica del Vangelo. Fatto questo, noi già siamo moderni, anzi noi siamo nel tempo moderno anticipatori del futuro. È questa secondo me la linea che dobbiamo seguire.
Sintesi
Non è facile stabilire chi sono gli uomini di oggi e i cristiani di oggi in quanto esistono molteplicità di orientamenti e tipi diversi di coscienze. La coscienza non è una realtà astratta, ma ha alle sue spalle una storia ben precisa: per poterla inquadrare e comprendere occorre ripercorrere il suo itinerario storico.
A - da un'epoca organica a un'epoca critica.
Agli inizi dell'ottocento il cammino dell'umanità ha cambiato senso: lo sviluppo tecnico ha condotto la coscienza umana ad una svolta e precisamente al trapasso da un'epoca organica ad una critica. Cioè l'uomo non accetta più di adattarsi passivamente a modelli prestabiliti e ad un presunto ordine necessario del mondo a lui preesistente ed a cui adeguarsi.
Nell'epoca organica tutti gli elementi della vita collettiva si coordinano attorno a dei valori considerati immutabili. Il ruolo della coscienza consiste solo nello scoprire l'ordine già costituito e nell'adattarvisi.
La tecnica dà all'uomo il senso delle sue possibilità, gli permette cioè di trasformare la natura. L'uomo diventa soggetto, non più oggetto della storia, e si rende conto che può trasformare il mondo secondo i suoi progetti: si aprono infiniti orizzonti davanti all'uomo.
Inizia così l'epoca critica, nella quale sorgono varie prospettive ideologiche, che propongono però, ancora una volta, una visione del mondo di tipo unitario.
Questa pretesa ideologica ha usato a suo vantaggio la potenza della tecnica: la felicità dell'uomo non è piú in mano agli dei, ma alle macchine. Anche il marxismo ottocentesco cadde in questa illusione, profetizzando la vittoria meccanica del proletariato, che scaturirebbe per necessità dallo sviluppo e dal progresso della tecnica.
In questa fase dell'epoca critica hanno agito delle correlazioni nell'area della cristianità.
I - Correlazioni tra messianismo laico e nostalgie cristiane restauratrici.
A comprendere il futuro dell'uomo non fu la Chiesa, ma la coscienza laica.
La Chiesa infatti si associa alle istituzioni nell'epoca di restaurazione di un ordine che stava per crollare, un ordine troppo adatto al suo spirito di potere; vediamo respinte le coscienze più aperte e visti con sospetto i movimenti di popolo... .
II - Correlazione tra laicismo ideologizzato e forme competitive della Chiesa.
In un secondo momento la Chiesa entra in nuovo rapporto con
il mondo moderno. La Chiesa si ritiene in possesso di risposte alle attese dell'uomo, le uniche vere, da contrapporre alle ideologie di ispirazione non cristiana. Nasce la dottrina sociale cristiana e nascono anche i movimenti che si ispirano a tale ideologia (nascita delle ACLI).
III - Crisi delle ideologie ed accettazione del dialogo da parte della Chiesa.
Peró nell'atteggiamento di dialogo della Chiesa con il mondo c'è qualcosa di equivoco che deve essere chiarito.
La coscienza cristiana porta in sé le tracce della storia che ha vissuto.
Ad esempio: il concordato è frutto da una parte della nostalgia della Chiesa di riprendere una posizione di privilegio nella società, di rappresentare la religione della società, dall'altra del bisogno della società borghese in crisi di mantenere un certo ordine costituito, appoggiandosi alla forza restauratrice della Chiesa.
La perdita di credibilità della dottrina sociale cristiana ha messo in crisi la coscienza di molti cattolici: è terminato il tempo delle battaglie.
L'attuale idea di dialogo non può essere intesa come contrapposizione di Chiesa e mondo, come se la Chiesa fosse una struttura già data, quindi da mantenersi così come è.
Occorre superare il dualismo tra Chiesa e mondo: il progetto di salvezza riguarda tutta l'umanità e la Chiesa è nata apposta a servizio di questo progetto, fa parte dell'umanità.
La Chiesa deve ritrovare la sua identità nel giudizio critico del mondo di oggi e nella parola del Cristo.
Oggi siamo arrivati ad un punto discriminante: le tre fasi descritte sono finite, andiamo verso un tempo nuovo.
B - verso un tempo nuovo.
Lo sviluppo tecnologico che ci ha immessi nella seconda rivoluzione industriale, l'era cioè dell'energia atomica e della cibernetica, ci ha messo di fronte a scelte improrogabili.
Il modello tecnico ha invaso tutti i settori della vita sociale, tutti veniamo, più o meno consapevolmente, manovrati, siamo diventati tutti proletari. Il male non è più il capitalista ma il sistema che integra tutti nel suo meccanismo, anche il capitalista. Ma questa integrazione produce in sé la negazione di se stessa: il sistema tecnologico per sopravvivere ha bisogno di persone competenti, ma la competenza comporta anche un maggiore spirito critico al sistema.
Siamo di fronte ad un bivio apocalittico: o l'uomo moderno riuscirà ad afferrare il processo per farne un momento integrante della propria liberazione oppure il processo stritolerà sempre di più l'uomo.
Gli uomini con i quali i cristiani devono confrontarsi sono quelli che negano il sistema presente disumanizzante, quelli che sono aperti al futuro e che si impegnano per la crescita della liberazione dell'uomo. Occorre riassegnare i processi tecnologici alla responsabilità dell'uomo sociale, ossia della collettività.
C - le attese dell'uomo d'oggi.
1 - L'uomo d'oggi ci chiede di rinunciare a tutti i privilegi che fanno sopravvivere le nostalgie dell'epoca medioevale e le forme di cattura da parte delle società borghesi.
Nel sinodo a proposito del problema del prete è prevalsa la tendenza restauratrice.
La coscienza cristiana però non può essere più gestita dall'istituzione.
2 - L'uomo d'oggi ci chiede di rinunziare ad utilizzare la parola di Dio come strumento ideologico.
La parola del vangelo non può essere identificata con nessuna ideologia, né di conservazione, né di rivoluzione.
Il Vangelo suscita la necessità di cambiare il mondo, però le scelte rivoluzionarie devono derivare da una analisi scientifica della società, nella quale il cristiano non è diverso dagli altri. Il Vangelo è qualcosa di diverso delle pretese totalizzanti dell'ideologia. Il Vangelo presenta le possibilità del domani l'altro, quando prepariamo il domani.
3 - L'uomo moderno chiede di rinunciare alle facili forme di dialogo tra chiesa e mondo, nelle quali si dissimuli l'intenzione della Chiesa di restare come è, cambiando tattica.
Quando la coscienza cristiana ha fatto questo processo di liberazione di sé è in grado di esercitare un ruolo profetico che si esprime:
nella negazione critica del mondo presente. L'uomo moderno attende dal cristiano non la giustificazione del mondo presente, ma un giudizio critico alla luce del Vangelo;
nella funzione anticipatrice, in quanto nella parola del Cristo c'è il destino dell'uomo non solo nella sua conclusione ultima, ma nella sua continua ascesa verso la liberazione.
N. D. Testo tratto da registrazione, non rivisto dal relatore, compilato sotto la responsabilità degli organizzatori del Corso.
La relazione ha avuto luogo il 10 dicembre 1971.
Verbania Pallanza, marzo 1971