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La laicità delle donne

sintesi della relazione di Giancarla Codrignani
Verbania Pallanza, 11 marzo 2006

Vi ringrazio per avermi invitata. Sono contenta tutte le volte che mi si invita in qualche ambiente di comunità, perché l'estensione delle amicizie e la proprietà transitiva delle amicizie favoriscono un discorso in comune. Naturalmente, chi interviene, fa sempre un discorso parziale. E questo vale tanto più se la parzialità è quella delle donne. Io credo che sul tema della laicità le donne abbiano molte cose da dire, anche se, come sempre, un po' nascoste. Spesso nascoste anche alle stesse donne.
Parlando di laicità, siamo portati a collegarla, ovviamente, dato l'ambiente in cui ci troviamo, alla similitudine con le radici di altre parole, come laicato o laici. La parola laici ha una duplice o triplice valenza. Il "laòs" greco dà l'idea del popolo, della gente. Se parliamo di laicato, "i non ordinati" come ormai dico, per accennare anche al mio libro , intendiamo quelli che non fanno parte del clero, come pure indichiamo i cittadini che affrontano questioni anche morali in quanto cittadini, in quanto esseri umani, evoluti nelle diverse società, che possono avere o non avere un'opzione religiosa, ma non partono da questa per universalizzarla nel contesto delle scelte che vengono fatte per il bene comune.
Come collocare in questi ambiti le donne? Le donne non sono fuori dal discorso della società clericale, ma le sono abbastanza estranee, perché le donne, forse, sono potenzialmente più laiche, almeno perché più estranee a qualunque contesto alla cui fondazione non hanno partecipato.

spigolando tra i giornali

Allora comincio con un discorso propriamente laico, degli ambiti umani. Io non sono teologa di mestiere (mi dichiaro ologa solo perché mi piacciono le qualità speciali del tè!), ma faccio anche giornalismo e parto quindi volentieri dall'attualità. Ho raccolto alcune notizie dai giornali tra ieri e oggi per vedere quanto noi possiamo guardare alla condizione della donna, ponendoci tanti punti interrogativi.
Oggi Il Manifesto fa riferimento a Michelle Bachelet, la nuova presidente del Cile e che oggi presenta la sua presidenza e il suo governo. Nell'articolo si riferisce che la CUT, la centrale sindacale, dice alla presidente: "Bachelet, non ci deludere". Perché? Evidentemente molti sono contenti che sia stata eletta una donna, una donna trasgressiva, una donna in un paese machista, una donna il cui padre era stato ucciso dal regime di Pinochet (ed è la prima cosa che lei ha menzionato quanto è stata eletta, riuscendo a vincere in una situazione politica che non le era totalmente favorevole), una donna che non rappresenta lo stereotipo delle società perbeniste (ha tre figli, pur non essendo sposata legalmente). Ora che ha portato avanti le ragioni di un partito socialista non propriamente moderato, perché i sindacati le chiedono: "Non ci deludere"? Perché che ci sia una donna al potere, non significa automaticamente che si cambi la gestione del potere, i segni del potere. Le possibilità del potere sono condizionate dalle regole che sono già precostituite. Allora bisogna qualificare poi l'azione governativa.
Abbiamo già visto il caso della signora Tatcher, che viene sempre nominata quando si parla delle donne, per dire che "la Tatcher ha fatto peggio di un uomo". Certo, perché la Tatcher "era" un uomo, mentalmente, culturalmente, politicamente. Lei ha fatto quello che in genere la società maschile si aspetta dalle donne: brave a fare come loro. Non brave a fare in un altro modo. E allora è chiaro che quando una donna arriva a una posizione di particolare privilegio, sia docente universitaria, sia direttrice di impresa, sia donna che fa politica, parlamentare stessa, non c'è uno spazio particolare. Se ci pensiamo, tutti noi che abbiamo studiato, abbiamo studiato una cultura "neutra", abbiamo studiato testi nei quali non ci sono posizioni degli uomini e posizioni delle donne, e questo vale anche per la politica.

Da Il Manifesto di ieri prendo invece l'articolo dove si parla della rivisitazione dell'incontro che per l'8 marzo hanno proposto le donne di Milano, reduci dall'aver organizzato con grandissimo successo una imponente manifestazione. Con una lettera indirizzata a Prodi, queste donne avevano posto il problema di un confronto fra candidati maschi e femmine, in modo da poter discutere insieme gli argomenti che rispondevano ai desideri ed erano espressione delle donne lavoratrici, impegnate in pieno nel movimento sindacale, ma anche di donne che avevano partecipato a questa manifestazione. Erano stati invitati i maggiori responsabili, ovviamente Bruno Ferrante, candidato sindaco di Milano, Prodi, Fassino, Dalema, Bertinotti...: nessuno delle candidature forti ha presenziato a questo incontro. La critica è stata esplicita e ha puntato direttamente al cuore del problema del rapporto fra donne e politica. Dice Lea Melandri che Prodi ha mandato un messaggino per l'8 marzo, in cui dice che le donne fanno bene alla democrazia! Siamo un ricostituente, una vitamina! Peccato che quella di Prodi sia una dieta dissociata: quando parla di donne non nomina mai gli uomini e viceversa. Del rapporto tra donne e uomini la politica non parla mai. Guardate che queste sono critiche benevole, nette, chiare, ma anche minacciose, perché proprio per queste mancate risposte molte donne che si impegnano non andranno a votare. È un problema.

Ma passiamo a parlare del lavoro. Le donne sono le più penalizzate dalle nuove trasformazioni dei processi produttivi, perché il precariato rende sempre più precaria la donna dell'uomo. La donna si ritrova spesso responsabilità familiari e il doppio lavoro è oggi molto più stressante del solito perché quello che chiamavamo una volta il padronato ha delle pretese maggiori di un tempo. Alcuni mesi fa è comparsa la notizia che alla Rinascente si vietava alle commesse l'uso degli sgabelli, perché non fa bell'effetto sui clienti vedere una commessa seduta! Sembra di ritornare al tempo del "Padrone delle Ferriere". Ci sono casi in cui, dato che oggi i negozi hanno libertà di orario, non si chiude a mezzogiorno e la commessa è tenuta a restare se non vuole essere licenziata. E così via. Ci sono molte donne giovani che rinunciano al lavoro perché sarebbero pagate sei-settecento euro al mese, che verrebbero poi spesi per servizi che lo stato non ci dà: se in casa c'è il nonno che ha bisogno dell'ucraina perché ha l'alzheimer, e i bambini che non sempre la nonna può accudire, significa lavorare per ridistribuire ad altri il proprio salario. Quindi molte donne stanno a casa. È bello che le donne curino la loro famiglia, certo, e temo molto che anche il sindacato si spenderebbe poco per difendere il posto di lavoro delle donne, visto che con la scarsità di posti di lavoro, meno concorrenza c'è meglio è. Tanto più che poi a tutti i maschi fa comodo che la donna in casa, già che c'è, curi i bambini, faccia la minestra, stiri le camicie, e così via. Le donne di oggi non sono quelle degli anni '60, quindi in due anni la frustrazione può anche mettere in crisi la famiglia.

A proposito di lavoro, su L'Unità di oggi c'è l'invito da parte dell'Ulivo ad una conferenza per la presentazione di un libro con questo titolo: "A proposito di lavoro". Il libro che viene presentato è di Raffaele Siniscalchi e Leandro Testa. Chi intervistano? Aris Accornero, Luigi, Fausto, Massimo, Cesare, Guglielmo, Piero, Savino, Tiziano. Il lavoro ha un aspetto femminile? Ci sono dei problemi di servizi per le donne? Ci sono dei problemi di capacità, di qualità, di carriera che riguardano le donne? Non sappiamo.

Nel supplemento di oggi de La Repubblica si parla della denuncia di un gruppo di donne, chiamate "top ladies", funzionarie di alto livello nella finanza e nelle imprese, che hanno fatto causa alla Dresdner Kleinwort Wasserstein Securities, un gruppo assicurativo, per l'abitudine dei giovani manager di festeggiare i guadagni facili andando nei locali a luci rosse attorno alle sedi assicurative e dell'alta finanza. La giornalista dice che quelli della vecchia guardia si giustificano dicendo che è buona educazione invitare in questi locali i clienti venuti da fuori per concludere gli affari. Si tratta di concorrenza sleale nei confronti delle donne, che restano più indietro nella carriera, e queste sei importantissime arrivate al top si sono fatte carico non solo dei propri interessi, ma anche di quelli delle cinquecento donne dipendenti dall'assicurazione, denunciando la discriminazione di genere sia per quanto già detto, sia per le battute pesanti in ufficio, per il dirigente che insidia le impiegate e così via, e chiedono 1,4 miliardi di dollari. Pare che la cosa abbia dei precedenti, perché la società ha preferito conciliare, concedendo una cifra un po' più contenuta. Ma l'importante è che sta crescendo la protesta e la denuncia nei confronti non soltanto delle molestie sessuali come problema in sé, ma delle molestie sessuali dentro alle discriminazioni delle donne, nell'assetto generale della conduzione bancaria. E questo ha la sua importanza.

Per quanto riguarda la politica internazionale, ieri c'era un articolo di Timoty Garton Ash su La Repubblica, che citava la "bella trovata" di Elisabeth Chiney (alto funzionario del Dipartimento di Stato, figlia del ministro degli esteri), la quale diceva che per i problemi attuali, come terrorismo ecc. e soprattutto la questione Iran, bisognerebbe puntare su quello che lei stessa definisce "il ruolo delle donne come avanguardia del cambiamento in tutto il Medio Oriente". Il Medio Oriente è in subbuglio dal '47 e ce n'accorgiamo adesso? Credo che tutti sappiano che le donne non sono propriamente contente di tutto quello che è successo attorno a loro, nella loro condizione di subalternità. Quindi, anche per la politica internazionale e la pace, si pone il problema di coinvolgere le donne. Siamo noi europei ad avere diplomatici, uomini d'affari, giornalisti... e cosa facciamo? Invitiamo "gli" accademici e "gli" studenti delle università, "i" giornalisti, "i"sindacalisti, e così via. Forse dovremmo invitare le donne, se è il ruolo delle donne che contribuisce alla costruzione della pace...

Chiudo con un cenno rapidissimo alla povertà, perché la povertà è una delle cose che rende più chiara la questione uomo-donna. Non c'è un uomo sulla faccia della terra così povero che non abbia al suo fianco un essere più povero di lui: la sua donna. Che cosa hanno in comune con noi le donne dell'America Latina o dell'Africa o dell'Afghanistan? Che la mattina, il primo pensiero è: che cosa metto in tavola per la famiglia? Una donna manager affiderà ad altri il compito di ordinare o preparare il pranzo, ma il pensiero è comunque per le cose da fare per la vita comune. La donna povera dell'America Latina lavora il suo campicello da cui trae due verdure, che va a vendere in città, va a fare i servizi a donne più abbienti, cerca di tirare avanti la baracca, a volte si prostituisce, ma cerca di costruire il pranzo della giornata. Se le donne non lo facessero, crollerebbe tutta l'economia del paese. Perché la sopravvivenza del popolo è il primo passo.

Ma non vorrei assumere solo un tono polemico. Vorrei invece che ciò che è avvenuto e avviene costantemente nel mondo delle donne, questa "cultura" delle donne, cominciasse a interagire con quella degli uomini. Altrimenti gli uomini non troveranno quell'aiuto famoso di cui parlano i teologi, a proposito della creazione di Eva, che viene sempre descritta come un aiuto per Adamo. Non si capisce di che aiuto sia la donna, se, quando offre una possibilità di impostare correzioni di tiro allo sviluppo delle società umane, trova il cancello sbarrato o il tetto di cristallo.
È importante cercare di analizzare questa situazione anche negli avvenimenti che si manifestano quotidianamente. Se poi passiamo a filosofie e psicologie... Ieri, sempre sul supplemento di La Repubblica, Galimberti risponde sul complesso di colpa, che è una costante del mondo femminile. Tutte le volte che ho incontri con donne, c'è sempre qualcuna che dice di sentirsi in colpa: perché non riesce a fare tutto al lavoro, perché deve correre a prendere i bambini a scuola e sente di essere arrivata in ritardo, ecc. Io dico che l'esperienza del senso di colpa, o dovrebbe essere soppressa, d'ufficio!, oppure dovrebbe essere condivisa. Sono troppo spesso le donne a sentirsi in colpa, anche se spesso non sono loro ad avere responsabilità dirette. Pensiamo per esempio alle innovazioni strutturali dei processi del lavoro: chissà se i sindacati una volta o l'altra si accorgeranno che nell'era delle nuove tecnologie, con l'elettronica e l'informatizzazione di tutti i sistemi comunicativi, si possono fare degli orari più flessibili, anche nelle fabbriche piccole. Non si capisce perché questo non diventi una delle battaglie, a fianco della battaglia salariale: gioverebbe anche agli uomini poter andare a lavorare con un orario differenziato. È una cosa assurda che ci si debba ammazzare per trovare una soluzione per portare i bambini a scuola, invece di avere un orario flessibile, funzionale ai bisogni umani.

la differenza uomo-donna taglia anche le religioni

Questa settimana a Bologna c'è stata una conferenza relativa al "futuro nelle differenze". Si è parlato delle differenze, ma non di quelle uomo-donna. Allora io l'ho fatto presente. Chi parlava era il filosofo Burg (che scrive anche sul Manifesto, non è un vecchio trombone), che mi ha risposto che per lui il sessismo è una forma di razzismo. Ma insomma, superiamo questo! Metà degli ebrei sono donne, metà degli islamici sono donne, metà dei neri, metà dei gialli... cosa c'entra, per un filosofo, far l'analogia "sessismo-razzismo"? Le razze comprendono il discorso della differenza uomo-donna tutto intero, è un pregiudizio che taglia tutto. Taglia anche le religioni.
Taglia tutte le religioni. Vale la pena di fare un discorso storico, dato che noi dipendiamo molto anche dal mondo pagano, nei confronti del quale abbiamo sempre delle preclusioni, perché viviamo ancora le religioni di Grecia e di Roma con l'occhio della polemica cristiana. C'è ancora la sanzione del cristianesimo contro il paganesimo. In realtà quelle di Grecia e di Roma erano religioni molto elastiche e libere, fondate prevalentemente sul bisogno simbolico, per cui l'antropomorfismo era un requisito a misura dell'umanità. Ma una cosa era il divino, e una cosa erano gli dei, che erano una scomposizione delle forze che venivano ritenute divine. Per i Greci, l'Olimpo era formato da divinità maggiori, che ordinavano il cosmo, e divinità minori. Per i Romani poi, che erano molto più legati al sacro, quindi anche più superstiziosi, ogni fonte, ogni albero aveva una divinità in sé, per cui forse avrebbero salvaguardato di più l'ambiente, credendo che tutto era divino, di quanto non facciamo noi. Per i Greci le divinità maggiori erano sei uomini e sei donne, quindi la rappresentazione umana del divino era sessuata. Peccato che, nella storia, Zeus è il padre e il re degli uomini e degli dei: invenzione della famiglia, invenzione del patriarcato, invenzione del potere. E la religione sancisce questo.
Per quanto riguarda l'ambito cristiano, penso che tutti abbiate in mente le figure bibliche e il trattamento non particolarmente benevolo riservato alle donne. Incontriamo alcune grandi figure però con limiti evidenti e contraddizioni pesanti. Pensiamo ad Abramo, il grande padre, e a sua moglie Sarah. Sarah era una bella donna e Abramo, temendo per la propria sorte, quando la presentò al faraone, la presentò come sua sorella. Il faraone pensò che fosse libera e che una bella relazione potesse nascere. Abramo tacque, e non fece proprio una gran bella figura. D'altra parte Sarah è un personaggio un po' fatto a suo modo. Essendo già in tarda età e non essendoci la procreazione assistita, quando Dio le dice che concepirà, a lei vien da ridere, e questo riso di Sarah di fronte a Dio è abbastanza singolare. Ma Sarah è anche responsabile di ciò che accade ad Agar. E vale la pena di raccontarlo perché Agar è la madre di Ismaele, figlio di Abramo, capostipite venerato alla Mecca dal suo popolo. Agar va nel deserto, cacciata da Sarah (non licenziata, perché era vietato dal codice di Hammurabi licenziare gli schiavi, se non liberandoli). A forza di tormentare Agar, Sarah fa sì che se ne vada. Non è proprio il migliore dei comportamenti. In questi casi, in gioco c'è sempre un potere, il potere di chi possiede, di chi è ricco: la casa di Abramo è una casa facoltosa, dato che può avere degli schiavi. Agar è penalizzata prima perché donna, quindi perché schiava e poi perché è egiziana (gli Ebrei non avevano una buona relazione con l'Egitto).
Se ci rifacciamo al cristianesimo, notiamo invece subito una cosa: noi abbiamo molti padri della chiesa, ma ci mancano le madri. Le donne erano mute perché San Paolo aveva detto loro di tacere? Io credo piuttosto che sul silenzio imposto alle donne gravi proprio una ragione di potere. Nell'impero romano, nell'ambito classico, Giovenale fa una satira contro l'immoralità delle donne che pretendevano, per esempio, di andare nelle palestre gladiatorie vestite con le armature e i guantoni da pugile, ecc. Perché praticavano sport! Se ce lo dice lui, vuol dire che si faceva. Lui lo può riprovare, ma è un dato di realtà che c'erano delle donne che vivevano anche "troppo liberamente". Anche qui, il lessico è importante, una "donna libera" è una donna di facili costumi, e quindi la riprovazione di Giovenale. Ma queste donne pensavano, parlavano! Si dice perfino che alcuni imperatori furono deposti per le politiche fatte dalle donne, che non potendo gestirle in prima persona, gestivano il figlio o il marito governando per interposta persona. Ma probabilmente scrivevano, pensavano, discutevano. Dove sono le loro testimonianze? Dove sono anche le testimonianze delle donne contemporanee, i testi delle loro conferenze, i resoconti degli incontri? Quindi, le madri della chiesa c'erano certamente, ma la loro voce manca.

"Dio è amore": Benedetto XVI e Giuliana di Norwich

Mi scuso per i numerosi punti solo accennati, ma il limite dei seminari è proprio questo: o si sceglie di sviluppare un ragionamento solo, limitandolo a un solo focus di attenzione, o altrimenti si finisce per disseminare una serie di ipotesi di discorso. Passerei quindi direttamente a "Dio è amore", l'enciclica di Benedetto XVI. Invito tutti a provare a leggerla con occhi di donna, con la mente fissa all'idea "io sono una donna", oppure "se io fossi una donna": è un esperimento interessante! Ratzinger, prima di diventare papa, aveva già scritto una lettera alle donne che aveva suscitato qualche controversia. Il fatto di dire che Dio è amore, non credo sia stato una novità, né per gli uomini né per le donne. Per questioni di tempo, non posso affrontare tutta una serie di questioni poste dall'enciclica. Invece vorrei leggervi una cosa del tutto contraria, cioè un altro tipo di impostazione sul rapporto fra Dio-Cristo-la Madonna-il divino-il sacro e gli uomini e le donne. È un testo tratto dal libro "Le Rivelazioni del divino amore" di Giuliana di Norwich (1342-1416). Siamo nell'Alto Medioevo e qualche donna si trova! Una donna che ha così sorpreso la comunità nella quale operava, che qualche ecclesiastico ha ritenuto giusto conservarne i testi. Lei nel libro delle Rivelazioni dice:
"La Madonna è nostra madre, in Lei tutti noi siamo racchiusi e nasciamo da Lei in Cristo, poiché Lei è la madre del nostro Salvatore, è la madre di tutti quelli che sono salvati nel nostro Salvatore e il nostro Salvatore è la nostra vera madre, in cui noi siamo continuamente generati e non ci separeremo mai da Lui. Noi siamo tutti racchiusi in Lui e Lui è racchiuso in noi. Egli, Dio, risiede nella nostra anima, perché a Lui piace regnare beatamente nel nostro intelletto, risiedere, dimorare nella nostra anima eternamente, lavorandoci fino a trasformarci in Lui. Nel vincolarci e riunirci a lui diventa il nostro vero autentico sposo e noi la sua diletta sposa e la fanciulla del suo amore. E con la sposa egli non è mai scontento perché dice: io ti amo e tu mi ami e il nostro amore non si spezzerà mai.
Gesù è la nostra vera madre. Tutte le belle funzioni, tutti gli uffici, i dolci aggettivi della maternità sono propri della seconda persona della Trinità. Poiché voleva diventare completamente nostra madre in ogni cosa, pose il fondamento del suo operare con molta umiltà e mansuetudine nel ventre della Vergine, si rivestì e si preparò in quell'umile luogo, tutto pronto nella nostra povera carne, a prestare lui stesso il servizio e il ministero della maternità in ogni cosa. Il servizio della madre è il più vicino, il più pronto e il più sicuro. Il più vicino perché è il più naturale, il più pronto perché è tutto amore, il più sicuro perché è tutto verità. Quest'ufficio non poteva né era in grado di compierlo perfettamente nessun altro all'infuori di Lui. Una madre può dare al bambino il suo latte da succhiare, ma la nostra carissima madre Gesù (la nostra carissima madre Gesù!!) è in grado di nutrirci con se stesso, e lo fa con grande cortesia e tenerezza, mediante il sacramento beato che è cibo prezioso per la vera vita. E con tutti i soavi sacramenti egli ci sostenta, in pienezza di misericordia e di grazia. Una madre può stringere teneramente al petto il suo bambino, ma la nostra tenera madre Gesù può familiarmente farci entrare nel suo petto benedetto attraverso la dolce ferita del suo costato e qui rivelarci in parte le gioie del cielo, insieme alla certezza spirituale della felicità eterna".
Ecco, poi dice anche, rivolgendosi al "Bene" come un vocativo:
"Vuoi sapere cosa ha inteso il tuo Signore in tutto ciò? Sappilo bene, Amore è il suo significato. Chi ti rivela? Amore. Cosa ti ha rivelato? L'Amore. Perché te lo rivela? Perché è l'Amore."
Ecco, è un dialogo a distanza, nel quale la posizione assunta da una donna diventa perfino provocatoria, imbarazzante, perché questa "nostra madre Gesù", fa oscillare i pronomi continuamente dal maschile al femminile, anzi dal femminile al maschile. Ed è molto bello. Io credo che ricercando, come hanno fatto molte teologhe, a partire da Adriana Valerio, si trova questa presenza di una teologia diversa, attraverso i secoli. Più vicine a noi nel tempo, le donne che hanno praticato, per esempio, la mistica, si sono espresse in modo da lasciare a noi le loro testimonianze. Non così le ha accolte la chiesa. Anche Santa Teresa d'Avila è stata fatta "dottore", al maschile. La si è considerata come un uomo. Non si è visto in lei un atteggiamento, tra l'altro, tipicamente femminile. Lei rischiava in continuazione l'inquisizione, perché c'era chi la seguiva e la spiava. Ma lei anticipava tutto, andando dall'inquisitore e chiedendogli se una certa cosa che le era venuta in mente era corretta e poteva dirla! Quindi anticipava, riceveva dei consensi, e andava tranquilla. Però diceva delle cose anche piuttosto arrischiate che andavano contro corrente.
I problemi che le donne hanno sempre nelle liturgie, non essendo loro "in corpo" sull'altare a esibire certe espressioni, atteggiamenti, riti, ecc., ma solo subendoli, non appaiono in Teresa: nel suo atteggiamento non risulta che lei fosse disposta a pensare ad un sacerdozio femminile. Però alcuni atteggiamenti lei li contesta. Cominciando con l'affermare che le meditazioni migliori si fanno non con i fagioli sotto le ginocchia, ma comodamente seduti in poltrona, perché se non si è comodi col corpo, difficilmente lo spirito è disponibile a fare grandi salti!

Paolo e le donne

Ho anche preso in considerazione le osservazioni fatte nell'intervento precedente, quello dell'amico Barbaglio. La lettura del suo intervento è stata per me molto interessante, ma ho sottolineato una cosa.
È vero che per Paolo "non c'è giudeo né greco, non c'è schiavo né libero, non c'è maschio né femmina" (Galati), ma in prima Corinzi 11.7, dice: "L'uomo non deve coprirsi il capo perché egli è gloria di Dio, lo deve la donna, perché la donna è la gloria dell'uomo". Allora: non c'è più né uomo né donna... o c'è ancora? Si possono poi notare anche altre cose. Per esempio, quando Paolo dice ai Corinzi come si debbono comportare, dice loro di non mescolarsi con i delinquenti, con i disgraziati, ecc. "Vi scrissi di non mescolarvi con chi, portando il nome di fratello è debosciato, avaro, idolatra, maldicente, ubriacone, ladro. Non mangiate neppure insieme a tali persone." Qui appare proprio una conventicola di soli maschi: non ci sono donne, non ci si pensa neanche. Si suppone che il debosciato sia uno che va a donne, ma l'immagine della donna non è presente nella comunità. Si parla di Corinzi, ma non ci sono Corinzie? Questa lettura neutra segna in qualche modo il peso che le donne continuano a non avere nella chiesa: "Cristo ci ha liberati per una vita di libertà" (Galati 5,1). E la libertà delle donne?
Continuando a considerare il modo con cui i testi vengono ripresi, arrivo alla conclusione in cui Giuseppe Barbaglio parla anche in prima persona. Si fa riferimento a Maria: "E quando una donna presa dall'entusiasmo nell'ascoltare Gesù dice: beata la madre che ti ha generato e le poppe di tua madre che ti hanno dato il latte, Gesù guardandola un po' male l'ha corretta: beati coloro che ascoltano la parola di Dio." Barbaglio dice: "Ma Maria è una persona straordinaria, mi commuovo sempre nel recitare la bellissima preghiera che è l'Angelus Domini. Maria ha un valore rappresentativo, è l'icona dei credenti, è una rappresentazione. Anche quando Giovanni mette Maria ai piedi della croce, con tutta probabilità ai piedi della croce Maria non c'era dal punto di vista storico, ma questo non vuol dir niente. La cosa importante è che i credenti sono ai piedi della croce, la famiglia, le madri, i padri, i figli, i fratelli."
Eppure Maria, io credo, non è la Maria che onorano le donne, non è l'icona messa sugli altari da un desiderio maschile di vedere rappresentata la forma irrealizzabile del loro immaginario: vergine madre e regina. Maria era una ragazza palestinese, a cui Dio ha mandato un angelo per dire: c'è questo progetto, ci stai? E lei ha detto di sì. Poteva dire di no. Perché il Signore è un così grande gentiluomo che è intervenuto e ha chiesto, mandando l'angelo. E questo fa sì che questa donna abbia vissuto una vita di quotidianità. C'è un quadro celebre di Max Frisch, un pittore del primo novecento, che mostra Maria che sculaccia Gesù. Voglio dire che Maria ha fatto la madre: faceva la minestra, andava a parlare con i vicini, era preoccupata di questo figlio un po' fuori del comune. Quando lui da bambino scappa e va a predicare, lei resta addolorata, ma nasconde queste cose per ripensarle, per tenerle presenti nel futuro, quando arriva sotto la croce.
Sotto la croce ci sono solo donne. E quando il Signore risorge, si presenta a una donna, e le dice: va ad annunciare agli altri, che erano rinchiusi nella preoccupazione, nella paura. Eppure non c'è un ministero mariano da affiancare al ministero petrino. Gesù dice alla Maddalena e alle donne: andate e annunciate.
Allora, le donne hanno il problema dell'attaccamento alla religione fino ad essere "beghine", iperfedeli, ma non vi si identificano.
Voi sapete che il mio mestiere, dopo il greco, è quello di far politica. Quando io ero in parlamento, abbiamo avuto la legge sull'aborto e la sua condanna da parte della chiesa che ha messo tutte le parti politiche nella condizione di dire che il referendum si sarebbe perso. Nei fatti il referendum passò con i due terzi! Due terzi sono molti. In questi due terzi ci furono sicuramente moltissime donne cattoliche. La donna sa che cosa può essere una tragedia di quel tipo... e quindi cerca le vie per eliminarla, e la prima via è quella di ammetterla, di riconoscerla. Non si tratta di fare il discorso dell'etica pura, ma di cercare di ridurre al minimo il problema per le donne che ci sono. Le donne hanno aspirazione alla concretezza, alla vita testimoniata direttamente. In questo si esprime un amore, un perdono elargito non dopo che il peccatore ha commesso un peccato e si è pentito.
È un amore che è disponibilità a una fraternità, una sororità che siano relazionali. E in questo c'è parecchio da ripensare.

Maddalena, "apostola apostolorum"

È che proprio noi non siamo state prese in considerazione, tranne nei primi secoli in cui le donne sono state sostenitrici, perfino finanziatrici del movimento cristiano: Giovanna, Susanna e le altre, dice Luca, seguivano i dodici e li sostenevano con le loro opere e i loro beni. Maddalena, che aveva seguito Gesù, fu ritenuta l'Apostola apostolorum da Tommaso, che pure era uno di manica stretta, come teologo! Maddalena era insieme con gli altri, e la tradizione vuole che partisse dalla Palestina con una barca insieme ai suoi seguaci, cacciata dai pagani, e approdasse in Italia Meridionale. Ci sono testimonianze di toponimi e di chiese dedicatele, che si riscontrano nelle Puglie, sulle sponde del Tirreno, e persino c'è l'isola della Maddalena. In Provenza, in una chiesa di Marsiglia, si trova un altorilievo con la Maddalena sul pulpito che predica. È riconoscibile, è una donna col seno, è inequivocabile che sia una donna in funzione di predicatrice. Di questa tradizione si impadronisce l'abbazia di Cluny. Successivamente passa le Alpi, ritornando in Italia, in Piemonte, dove ci sono alcuni luoghi maddalenici. Quindi c'è una storia, che però è espulsa dalla storia tradizionale. Anche nel nuovo calendario dei santi, si chiarisce che la Maddalena non è la pentita, cioè non è la prostituta di cui si era sempre favoleggiato. Però non si ha il coraggio di dire cos'era. In tutte le figurazioni pittoriche appare questa donna bella, un po' preoccupante per quelli che sono i perbenismi tradizionali.

uomo e donna, insieme, sono immagine di Dio

Eppure, se c'era un'apostola e se c'erano le discepole, come fa a svilupparsi una chiesa totalmente maschile, come autorità, come potere? Ai tempi di Agostino, il problema si era posto in maniera piuttosto pesante. Sapete che la Genesi ha due racconti della creazione, uno che si ritiene più antico e uno più recente. Quello più antico dice che Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza, come abbiamo imparato tutti. Ma non è precisamente così. Il testo dice: "Dio creò l'essere umano, maschio e femmina li creò". Cioè sono l'uomo e la donna insieme ad essere l'immagine di Dio.
Poi c'è l'altra tradizione, che è quella della costola. Nel primo numero di quest'anno della rivista Concilium, nell'articolo "Imago Dei e differenza sessuale" scritto dalla teologa di Cambridge Janet Martin Soskice c'è una citazione divertentissima. L'autrice ricorda il portale della cattedrale di san Petronio a Bologna, dove c'è un bassorilievo di Jacopo della Quercia che rappresenta la creazione di Adamo ed Eva e in cui si vede come Dio sta traendo Eva dal fianco di Adamo. Adamo è sdraiato e dorme, ed Eva è una figura statuaria. E l'autrice dice: "Pur non essendo ancora raffigurata nella sua completa statura, è chiaro che, quando lo sarà, la sua altezza sarà esattamente uguale a quella di Dio; ha persino lo stesso particolare naso aquilino di Dio, le stesse labbra e in gran parte gli stessi capelli.." Guardate come sono le teologhe! Poi si capisce perché c'è preoccupazione a far riferimento a loro! Per restare a livello di battute, quando si parla della donna come creatura imperfetta, c'è qualcosa nella logica che non funziona: se Adamo è stato fatto col fango ed Eva con un osso di Adamo, quest'ultima qualitativamente è un po' meglio! Si tratta comunque di una perfezione, perché Dio prima fa le cose inanimate, poi la vegetazione, poi gli animali, poi l'uomo, poi la donna! Se per caso volessimo stabilire una gerarchia...!
Un problema che si erano posti i primi teologi a proposito delle donne era quello della risurrezione. Se è vero che la donna è stata creata in un secondo tempo, come supporto, per essere di aiuto ad Adamo, ci si chiedeva se Cristo fosse venuto per salvare anche le donne. Hanno trovato una via d'uscita affermando che risorgeranno come uomini!!! La resurrezione porterà la perfezione, a coloro che, imperfette, hanno esercitato la virtù. Agostino non concorda con questa posizione, e affermerà che risorgeranno come donne, ma senza produrre la lussuria negli uomini! Anche Agostino ci dà qualche senso di colpa! E quindi dobbiamo sempre rifarci a una differenza che non è quella che pensiamo noi. La differenza che viene pensata alle origini è quella che l'uomo non può identificarsi nella donna solo perché la donna ha un apparato riproduttivo che lui non ha. Fine. In questo consiste l'aiuto di cui ha bisogno l'uomo, avere dei figli che non può fare col suo corpo. Fine.
Si è trattato dunque praticamente di una cancellazione, di un'usurpazione di potere. E questo persiste nell'antropologia cristiana. Sempre nel numero uno di quest'anno di Concilium, un'altra teologa, Susan Ross, americana di Chicago, dice che bisogna considerare in modo critico le affermazioni del magistero in merito alla "persona umana", perché fanno riferimento al "neutro", non all'uomo e alla donna, non al fatto che "Dio ha creato l'essere umano, uomo e donna" e che "uomo e donna sono l'immagine di Dio". "La persona" è un'astrazione, che non è né l'uomo né la donna. Anche il Concilio non ha trattato questo tema. Giovanni XXIII ha posto il discorso della emancipazione della donna tra i segni dei tempi. Ma nel Concilio questo discorso non è stato approfondito.
Infatti nella Gaudium et spes si afferma: "Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo. Adamo infatti, il primo uomo, era il tipo di quello futuro, cioè di Cristo nostro Signore Gesù Cristo, che è il nuovo Adamo. Proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche l'uomo pienamente a se stesso, rendendogli nota la sua altissima vocazione" (Gaudium et Spes, n. 22). E allora la teologa dice che l'interrogativo senza risposta è se il Cristo renda le donne pienamente chiare a se stesse e se quindi la via di salvezza sia quella comune.

le domande della differenza e la neutralità

Torniamo ad un discorso laico. Anche qui il problema è quello della persona, delle espressioni assolute, neutre, ed è qui che la differenza invece ha delle domande da porre.
Martha C. Nussbaum, il cui pensiero è riportato sempre nell'articolo della Ross in Concilium, afferma che le concezioni universali dell'uomo "si sono mostrate grette in modo arrogante e negligenti verso le differenze fra culture e modi di vita", "negligenti nella scelta pregiudizialmente applicata", tuttavia "niente di tutto ciò mostra che tali concezioni debbano fallire". Se noi attribuiamo valore universale ai diritti umani, non mettiamo in crisi i diritti umani, ma ci rendiamo conto che ci sono dei diritti speciali della donna, come il diritto all'integrità del corpo, se pensiamo agli stupri di guerra, allo stupro in sé. Credo che anche la persona meno obiettiva non possa non ritenere che dopo l'omicidio, come categoria di gravità, venga lo stupro. Ricordiamo che lo stupro, nella legislazione civile italiana è stato a lungo, fino a pochi anni fa, reato contro la morale e non contro la persona. E siccome la morale è un principio, violare un principio non è moralmente rilevante. Io sono stata tre legislature in parlamento e per tre volte abbiamo tentato di riformare la legge sulla violenza sessuale: non ci siamo riusciti. Ce ne sono volute altre tre di legislature e vent'anni di lavoro parlamentare. Per una legge che soddisfaceva le donne di tutti i partiti e che non costava una lira allo stato, in quanto si trattava solo di spostare il reato nel codice penale da un capitolo a un altro, ci sono voluti vent'anni!
Ecco, questo è l'assurdo della "neutralità" di tutte le espressioni che stanno anche nel diritto, nel codice penale. Ci chiediamo, per esempio, se la prostituzione la vediamo solo dallo sguardo maschile, o anche dallo sguardo femminile? Ci chiediamo cosa sia, perché ci sia? Oltre al problema dell'aborto ci sono le questioni della violenza contro le donne, che avvengono soprattutto nella famiglia. Si devono addirittura creare delle istituzioni come le case protette per le donne che fuggono dalle persecuzioni familiari. La maggioranza dei casi di omicidio di donne sono in famiglia o da amici! Quindi c'è un problema ben preciso. E la legge attualmente fa alle donne delle erogazioni di benefici: legge per la maternità, ecc. Via via nella storia abbiamo avuto leggi volute dalle donne, ma fatte non per se stesse: le leggi per la tutela dei bambini, le leggi per gli asili, per la scuola dei bambini, ecc., che dovrebbero essere comuni ai due generi perché i bambini sono di tutti. C'è una tendenza a non riconoscere la donna come titolare di diritti, comuni a tutta l'umanità, ma anche propri, e su questo vedere come la società è in grado di intervenire.

il diritto di voto

Ad esempio il diritto di voto le donne l'hanno inseguito per tanti decenni. Nel 700 si erano liberate da tante sovrastrutture, per cui persino la moda mostra la donna del 700 agile, libera, con abiti semplici, molto più sciolti, che consentono meglio il movimento, rispetto alla restaurazione dell'800, con i grandi vestitoni, con i cesti di fiori e frutta sopra la testa, ingombranti, che rendono difficile la possibilità di lavorare, di girare, di usare i mezzi pubblici. Ci sono stati impacci continui. L'Austria diede alle donne del Lombardo-Veneto il voto amministrativo, non per generosità, ma perché questa era la richiesta. Nel 1906 debuttò in Italia il comitato per il suffragio. La legge che rese "universale" il diritto di voto, tolse in realtà solo le limitazioni al voto maschile (prima si concedeva questo diritto solo a condizione che uno fosse un po' abbiente e non illetterato). Con l'eliminazione di queste condizioni, il voto per tutti i maschi fu detto "universale"! Intanto le donne chiedevano sui giornali (sui giornali propri, perché c'erano all'inizio del 900 più di un centinaio di giornali di donne in Italia, ben più di adesso!) il diritto di voto in maniera molto precisa. C'erano le lotte operaie, le donne lavoravano ed erano in testa ai cortei (anche perché ci tenevano le leghe operaie a mettere davanti le donne, così la polizia o l'esercito colpivano meno!). E poi ci sono tutte le canzoni, come "Sciur Parun da li beli braghi bianchi", a testimoniare che le donne c'erano nel movimento dei lavoratori. Ma quando viene la discussione in parlamento, Turati e Costa, cioè il socialismo riformista e quello radicale, dissero che il voto alle donne ci sarebbe stato quando non fosse una richiesta solo delle donne borghesi, ma venisse dalla parte proletaria, con tanti saluti alle donne che erano nel sindacato. Altro che "voto universale".
Poi venne la guerra. Le donne si emanciparono e sbaraccarono tutta la moda vecchia, le velette, ecc. Con i capelli tagliati e le vesti sciolte vanno a sostituire gli uomini nelle fabbriche. Finalmente si scelgono il fidanzato, invece di averlo dalla famiglia. E poi? Finisce la guerra, tornano i reduci, e loro tornano a fare le donne casalinghe.
E viene il fascismo, qualcuna si illude che possa dare degli spazi anche alle donne. Il fascismo vieterà addirittura che insegnino greco e latino, che insegnino filosofia, ne farà madri, madri di carne da fabbrica e carne da cannone. Nel ventennio si davano mille lire per la nascita di un nuovo figlio (che serviva al governo!) e con mille lire un buon padre di famiglia sapeva che si potevano fare dei cappotti per l'inverno, o comperar la legna, insomma fare un beneficio per la famiglia; la donna sapeva che si teneva un figlio fino alla maggiore età, "da tirare su" come si dice, quindi un peso che rimaneva a lungo sulle spalle.
Viene la Resistenza, con il contributo delle donne. Adesso che ci sono le storiche, le donne si faranno valere! Hanno contribuito di più i partigiani o le donne? Perché se per ogni partigiano in montagna (e fra i partigiani in montagna c'erano anche le donne), si dovesse contare chi li ha aiutati...: chi portava i viveri, chi portava le armi, chi portava gli ordini, erano donne. Non le chiamavano partigiane, le chiamavano "staffette". Un nome che non piaceva affatto, neanche allora, ma rimase. Quando venne la Liberazione, vennero dati i brevetti per i partigiani. Le donne in gran parte non lo sapevano neanche. Quelle che lo seppero, in gran parte non se ne curarono più di tanto. Avevano fatto anche la violenza, avevano anche ucciso, non ne volevano più parlare: adesso si costruiva, era un'altra pagina. Alcune presero invece il brevetto e accettarono il titolo, ma rimandarono indietro l'assegno che era di accompagnamento, perché l'avevano fatto gratis.
L'Italia liberata fa la legge sul voto, decreto luogotenenziale del febbraio: le donne possono andare a votare, ma a votare i maschi! Subito dopo, per le proteste che ci sono state, viene il decreto Bonomi, in cui le donne possono anche essere elette. Alla Costituente ne vengono elette 21, tra le quali ce n'è una che ancora sopravvive, la Teresa Mattei. A lei tocca, quando sarà in discussione quell'articolo, fare la richiesta perché venga precisato che la parità di cui si parla all'articolo 3, la parità di sesso, vale anche per la magistratura. In un'intervista rilasciata proprio pochi giorni fa per l'anniversario della data, Teresa Mattei dice che aveva allora 25 anni, che incominciò il suo discorso abbastanza preoccupata e non proseguì, a causa degli interventi esplosivi dei colleghi più anziani che chiedevano come avrebbero fatto le donne a giudicare serenamente nei giorni del ciclo!
(La cosa era scritta in maniera più garbata nei testi di giurisprudenza). Le donne preferirono ritirare questa proposta perché agli atti della Costituente non restasse che c'era stato un parere negativo. Si dovette attendere il '73 perché questo diritto fosse riconosciuto! Adesso i tribunali sono pieni di donne magistrato, perché i concorsi li vincono, e siccome tutti, in alcuni dei 365 giorni dell'anno, possono avere qualche malessere, non ci sono differenze.

produrre insieme una società migliore

Quello che manca è una giustizia che comprenda i diritti delle donne. La stessa Costituzione ha dei problemi perché all'articolo 36 dice quali sono i diritti del cittadino lavoratore: "La Repubblica è fondata sul lavoro", e all'articolo 37 dice che "la donna ha gli stessi diritti del cittadino lavoratore (mi sembra pleonastico!), fatta salva la sua essenziale funzione familiare". È il caso che gli uomini si rendano conto che gli è stato tolto un pezzo essenziale di funzione familiare! È che il Costituente allora era un po' furbino: per "essenziale funzione familiare" intendeva la maternità, ma ha evitato di usare tale termine, se no la maternità avrebbe potuto essere considerata un diritto! E poi forse con il retropensiero di trovare alla sera la minestra pronta...
Adesso però, nel terzo millennio, "essenziale funzione familiare" è un'espressione pesante, di valore. Gli uomini potrebbero ben rivendicare la loro parte! Anche perché, e qui io torno a ciò che sostenevo all'inizio, non parlo per dividere, ma perché c'è una cultura, quella delle donne, che serve per andare avanti nei processi di trasformazione, che in questo periodo sono molto forti. E questi momenti, in cui c'è bisogno di sganciarsi dalla identificazione con principi, valori, presupposti, trovano le donne più pronte, perché hanno una cultura che è stata tenuta sommersa, separata. C'è un atteggiamento timido in un sacco di casi, spesso sfiduciato, ecc., ma quando si trova una piccola via di sbocco, è una rincorsa ad aiutare a esserci, a essere di aiuto reciproco. Allora è importante confrontare, parlare insieme, rivedere insieme come si può produrre una società migliore.
Chiudo citando sempre Teresa Mattei che, nell'intervista rilasciata nel sessantesimo del voto alle donne, dice che quando si è votata l'esclusione della guerra dalla Costituzione Italiana, tutte e 21 le donne elette, di tutte le parti, si presero per mano. E qual era il significato di questo gesto? Poiché si trattava di una disposizione molto alta, di un grande valore, vivere un'emozione così non poteva essere soltanto sottoscrivere una pagina di storia, applaudirla: c'era il bisogno di sentire il contatto dell'altro, di mettersi in relazione, di sentirsi insieme davvero.
È importante percepire che la realtà è fisica, ha bisogno di noi, del nostro modo di essere, comune come umanità, ma diverso. Perché dalla differenza uomo-donna dipendono tutte le altre differenze, e anche la concezione dei diritti delle differenze. Quando si dice che la donna è una parte del sociale, questo irrita moltissimo le donne che sanno di essere la metà di tutto, quindi metà dei lavoratori, dei giovani, degli anziani, degli handicappati. Ma la differenza, per esempio, dell'handicappato, che consiste nell'avere già di per sé un danno, presuppone che la società risarcisca per quello che può, cercando di renderlo il più uguale possibile, e quindi è un intervento di cura attraverso l'amministrazione, la legge, il governo, ecc. Trascurare o annullare la differenza di genere rischia di portare all'appiattimento. C'è poi un'obiezione segreta delle donne contro questi poteri che in gran parte sono loro estranei. Peccato che ai poteri siano indifferenti le donne. E nella parola in-differente c'è un gioco un po' pesante su quella che invece è un'esaltazione della differenza che dovrebbe stare a cuore a tutti.
Spero di avervi comunicato, attraverso questo discorso, che è laico, in quanto taglia tutto, l'importanza di questo senso della differenza e di una potenziale estraneità, o alterità, da cui può venire un grande beneficio. E il beneficio viene se però siamo disposti a confrontarci tenendoci per mano. Questo è il problema difficile, ci vorranno anni e anni e sarà un processo lungo. Ma noi siamo dentro questo processo di trasformazione: portiamolo avanti anche da questo punto di vista.

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